CORTE APPELLO BOLOGNA AFFIDO ESCLUSIVO CONDIVISO TRIBUNALE RAVENNA

CORTE APPELLO BOLOGNA AFFIDO ESCLUSIVO AFFIDO  CONDIVISO TRIBUNALE RAVENNA -APPELLO BOLOGNA AFFIDO ESCLUSIVOavvocato-p-affido-figli-1

  • APPELLO BOLOGNA AFFIDO ESCLUSIVO Va osservato che la regola dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori non esclude che il minore sia collocato presso uno dei genitori e che sia stabilito uno specifico regime di visita con l’altro genitore (vedi Cass. n. 22219/18; n. 18131/2913).
  • APPELLO BOLOGNA AFFIDO ESCLUSIVO, attiene al potere del giudice di merito stabilire le concrete modalità di esercizio del diritto di visita, che non sono sindacabili nelle loro specifiche articolazioni nel giudizio di legittimità,
  • APPELLO BOLOGNA AFFIDO ESCLUSIVO la Suprema Corte nel 2019 sull’affidamento ocndiviso precisa e sull’importanza che in tale ambito riveste il cosiddetto principio di bigenitorialità, in forza del quale il superiore interesse del minore viene tutelato dalla presenza comune dei genitori nella propria vita.
  • APPELLO BOLOGNA AFFIDO ESCLUSIVO garanzia è infatti la sola idonea a garantire al figlio in affidamento condiviso una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi i genitori, legati tra loro dal dovere di cooperare nell’assistenza, educazione ed istruzione della prole.
  • APPELLO BOLOGNA AFFIDO ESCLUSIVO Suprema Corte ha affermato che è nell’ interesse superiore del minore garantire il rispetto del “principio di bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi nel dovere dei primi di cooperare nell’assistenza, educazione ed istruzione”.
  • La suprema Corte richiamando la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) la quale, a presidio di una serena vita familiare, impone un rigoroso controllo sulle restrizioni supplementari in materia di diritto di affidamento, tali intendendo quelle apportate dalle autorità al diritto di visita dei genitori. Tali restrizioni supplementari comportano, invero, il rischio di troncare le relazioni familiari tra un figlio in tenera età e uno dei genitori o entrambi, pregiudicando il preminente interesse del minore.

   

ove è invece possibile sollevare censure solo (il giudice di merito si sia ispirato, nel disciplinare le frequentazioni del genitore non convivente con il minore, a criteri diversi da quello fondamentale previsto dall’art. 155 c.c. dell’esclusivo interesse del minore

– Venendo al collocamento della minore il Tribunale ha preferito il regime del collocamento alternato escludendo quindi il ricorso al regime di collocamento prevalente presso uno dei due genitori considerato l’esclusivo interesse dalla minore S(omissis). Inoltre ha previsto una leggera prevalenza della figura paterna dietro suggerimento del consulente tecnico d’ufficio, Dr. Postacchini che ha potuto riferire sulla situazione in essere e proprio alla luce del metodo di collocamento allo stato di fatto in corso al momento della CTU.

DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO
DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO

Il regime di collocamento alternato, nell’ambito dell’affidamento condiviso è quel particolare regime che è connaturato da continui spostamenti del figlio minore ora dal luogo in cui è collocato il padre ora dal luogo in cui è collocata la madre e per tale caratteristica, da cui può derivare il perturbamento all’equilibrio psico-fisico del minore oltre che affettivo, non è scelta consueta. Solo in casi particolari, in cui la conflittualità tra i genitori non permette di disporre il collocamento prevalente con regolamentazione del diritto di visita da parte del genitore non collocatario, il Giudice deve optare per la scelta meno gravosa per il minore. Perché si possa procedere all’instaurazione del regime di affidamento condiviso con collocamento prevalente presso uno dei genitori è necessario che tra i genitori stessi vi sia un intenso rapporto di collaborazione nell’interesse della minore.

Nel caso all’attenzione della Corte ciò che emerge è un continuo e persistente conflitto tra i genitori che non consente a questo Collegio di mutare il regime di collocamento della minore S(omissis). Non può questo Collegio non riferirsi alle conclusioni rassegnate dai consulenti tecnici d’ufficio: l’atteggiamento materno e quello paterno sono stati valutati dal CTU Dr.ssa Monti alla luce delle funzioni genitoriali. È emerso, per quanto riguarda la figura paterna, che il Sig. YY possiede una buona aderenza alla realtà, tale per cui costruisce il rapporto con la figlia tenendo conto delle sue esigenze e considerandola una persona in crescita che ha bisogno della vicinanza di padre e madre. Per ciò che attiene alla madre è emerso che la Sig.ra XX dimostra un’importante carenza, e non solo riguardo al padre (della minore), ma anche riguardo a tutta la famiglia paterna.

Rilevava inoltre la Consulente il rischio serio di psicopatologia per la minore definendo la situazione della minore preoccupante.

In una visione di complesso si poneva invece il secondo CTU, Dr. Postacchini concludendo che la minore S(omissis) si trova esposta, in forma tale da pregiudicarne l’equilibrio psicologico, alla grave conflittualità tra i genitori. […] Per tali ragioni la minore necessita di un lavoro psicoterapico […].

Alla luce di tali conclusioni rassegnate dai consulenti tecnici che evidenziano l’innegabile conflittualità tra i genitori che si ripercuote negativamente sulla minore il Collegio ritiene di non dover modificare il regime di affidamento e collocamento disposto dal Tribunale.

  1. – Il Tribunale non ha dettato specifiche disposizioni sull’esercizio della responsabilità genitoriale ai sensi dell’art. 337bisco. 3 c.c.

Sul punto — fatto comunque salvo il potere di intervento d’ufficio da parte del giudice — vi sono richieste specifiche da parte dell’appellante incidentale YY.

Considerato il regime di affidamento adottato, ritiene la Corte che per le questioni di ordinaria amministrazione i genitori possano esercitare la responsabilità genitoriale separatamente.

Per le decisioni di maggiore interesse va confermata in generale la regola, dettata dalla citata norma, dell’assunzione di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle ispirazioni della figlia S(omissis), con due precisazioni.

Seguendo la condivisibili indicazioni del ctu Postacchini, per quanto riguarda le attività extrascolastiche, in caso di disaccordo tra i genitori, la decisione va rimessa non al giudice ma al padre di S(omissis) sig. YY. 

Per quanto riguarda la sola specifica scelta di sottoporre la minore a psicoterapia — scelta formalmente condivisa da entrambi i genitori ma di fatto non attuata — si ritiene di conferire specifico mandato ai Servizi Sociali, nell’ambito della prevista vigilanza loro affidata, come da successivo punto 7.

  1. – Alla luce di quanto emerso in tema di affidamento e collocamento della minore S(omissis), e delle difficoltà che la minore incontra nello svolgimento della propria personalità nell’ambito del contesto familiare, il Collegio ritiene di dover ammonire entrambi i genitoriexart. 709 ter c.p.c. ai sensi del quale in caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, può modificare i provvedimenti in vigore e può, anche congiuntamente: 1) ammonire il genitore inadempiente […].

Nel caso di specie l’atteggiamento di entrambi i genitori risulta pregiudizievole per la minore anche e soprattutto viste le inadempienze ai moniti rivolti da parte dei consulenti circa il percorso psicoterapico da far intraprendere a S(omissis) per consentirle di ristabilire un equilibrio nel contesto familiare reso difficoltoso dall’atteggiamento dei genitori.

  1. – Alla luce delle motivazioni enunciate ritiene il Collegio il necessario intervento dei Servizi Sociali affinché vigilino sull’andamento dell’affidamento e del regime di collocamento alternato.

Alla luce delle risultanze emerse dalle due CTU si ritiene necessario inoltre che i Servizi sociali, ai quali si affida specifico mandato in tal senso, avviino il percorso psicoterapico ritenuto idoneo per la minore S(omissis) (omissis) e desumibile quindi dalle indicazioni dei Consulenti tecnici al fine di consentirle un migliore superamento della fase legata alla separazione dei genitori.

  1. – L’appello incidentale è parzialmente fondato soltanto con riferimento alla lamentata omessa pronuncia.

L’appellato, Sig. YY fa valere vizio di omessa pronuncia in riferimento alla domanda proposta in primo grado e facente parte delle conclusioni rassegnate dal difensore all’ultima udienza di precisazione delle conclusioni avanti al Tribunale del 13.07.2016 aventi ad oggetto la cancellazione di espressioni contenute nella memoria di costituzione e risposta depositata nel giudizio di primo grado e l’espunzione dal fascicolo della difesa XX dei documenti 2 -3 -4.

Ai sensi dell’articolo 88 del codice di procedura civile, comma primo, le parti e i loro difensori hanno il dovere di comportarsi in giudizio secondo lealtà e probità.

L’articolo 89 c.p.c. precisa che negli scritti presentati e nei discorsi pronunciati davanti al giudice, le parti e i loro difensori non debbono usare espressioni sconvenienti od offensive.

sottrazione internazionale minori
sottrazione internazionale minori

Il giudice, in ogni stato dell’istruzione, può disporre con ordinanza che si cancellino le espressioni sconvenienti od offensive, e, con la sentenza che decide la causa, può inoltre assegnare alla persona offesa una somma a titolo di risarcimento del danno anche non patrimoniale sofferto, quando le espressioni offensive non riguardano l’oggetto della causa.

Il potere del giudice di merito di ordinare la cancellazione di espressioni sconvenienti ed offensive utilizzate negli scritti presentati o nei discorsi pronunciati davanti al giudice, costituisce un potere valutativo discrezionale volto alla tutela di interessi diversi da quelli oggetto di contesa tra le parti, ed il suo esercizio d’ufficio, presentando carattere ordinatorio e non decisorio, si sottrae all’obbligo di motivazione e non è sindacabile in sede di legittimità (Cass. Sent. N. 14659/2015; v. anche cass. Sent. 3487/2009).

Si deve quindi provvedere alla cancellazione delle seguenti frasi, sconvenienti ed offensive, contenute nella memoria di costituzione e risposta depositata nel giudizio di primo grado dalla Sig.ra XX: pag. 19 : “Affidare la bambina ad un padre così morboso, spregiudicato e privo di freni etici e sessuali potrebbe significare dare in pasto l’agnello al lupo vorace! Un lupo che aumenta l’appetito con il passar degli anni della vittima (anche se figlia) e di cui rappresenta comunque un distorto e negativo modello genitoriale permanente di imprevedibili ma sicure conseguenze psicologiche deleterie“; dalla consorte, da cui contraeva infezioni all’apparato genitale.“; pag. 25 : “Proviamo a tradurre il YY-pensiero; se io – YY aggredisco, insulto, picchio mia moglie provocandole lesioni e mia moglie si rifugia con la figlia di quattro anni in casa dei nonni materni, io – YY – mi angoscio, mi addoloro e soffro così tanto da incolpare mia moglie di non avermi assistito moralmente nella mia sfolgorante veste di picchiatore!!“; pag. 26 : “Dobbiamo davvero constatare che il Sig. YY non controlla i suoi istinti e non si avvede nemmeno della realtà che egli produce con i propri atti.

Per ciò che attiene all’espunzione dei documenti dal fascicolo di parte di primo grado della Sig.ra XX il Collegio non può disporne l’espunzione non essendo previsto dall’ordinamento un simile potere in capo al Giudice sul quale incombe esclusivamente l’onere di valutare il materiale prodotto dalle parti ai fini della decisione con riferimento ai principi sanciti dal codice di procedura civile e secondo il suo prudente apprezzamento salvo che la legge disponga diversamente. In ordine ai documenti — prove precostituite — il potere del giudice è, infatti, limitato ad una valutazione delle loro rilevanza ai fini delle decisione, e non anche della loro ammissibilità — se tempestivamente prodotti —.

 

 

 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA

1^ SEZIONE CIVILE

La Corte di Appello nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Riccardo Di Pasquale – Presidente relatore

dott. Rosario Lionello Rossino – Consigliere

dott. Andrea Lama – Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nel procedimento camerale in grado di appello iscritto al n. r.g. 130/2017 promosso da:

XX , [ recte : coniuge separato (moglie) di YY ; NdRedattore ] , (c.f. …omissis…),

con il patrocinio dell’avv. Maria Elena Guarini 

Appellante ed appellata incidentale

contro

YY , [ recte : coniuge separato (marito) di XX ; NdRedattore ] , (c.f. …omissis…),

con il patrocinio dell’avv. Danilo Manfredi 

Appellato ed appellante incidentale

in punto a

“appello avverso la sentenza del Tribunale di Ravenna n. 1379/2016

pubblicata in data 24.11.2016 – causa R.G. 3015/2013″

Con l’intervento del Procuratore Generale che si è riservato le conclusioni.

CONCLUSIONI

Per l’appellante: come da ricorso introduttivo

Per l’appellato: come da comparsa di risposta

La Corte

udita la relazione della causa fatta dal Consigliere dott. Riccardo Di Pasquale;

udita la lettura delle conclusioni prese dai procuratori delle parti;

letti ed esaminati gli atti ed i documenti del processo, ha così deciso: 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. – Con ricorso giudiziale depositato in data 19.07.2013 il Sig. YY chiedeva al Tribunale di Ravenna di pronunciare la separazione coniugale dalla moglie, Sig.ra XX, con domanda di addebito a carico della stessa.

Dal matrimonio, contratto in data (omissis).(omissis).2007 era nata una figlia, S(omissis) (omissis) il 15.12.2008.

Chiedeva inoltre, ritenuta l’inidoneità genitoriale della madre, l’affidamento esclusivo della figlia minore con facoltà della Sig.ra XX di vederla alla sua presenza con eventuale ausilio dei Servizi Sociali, l’assegnazione della casa coniugale, un contributo al mantenimento per la figlia minore da parte della Sig.ra XX per l’importo di euro 500,00 e la partecipazione per il 50% alle spese straordinarie.

Con comparsa di risposta depositata in data 30.09.2013 si costituiva la Sig.ra XX, chiedendo al Tribunale di Ravenna di pronunciare la separazione coniugale dal marito, Sig. YY, con domanda di addebito a carico dello stesso.

Chiedeva inoltre, ritenuta l’incapacità genitoriale del padre, l’affidamento esclusivo della figlia minore con facoltà di frequentazione in forma protetta con il Sig. YY; non si opponeva all’assegnazione della casa coniugale; chiedeva inoltre un contributo al mantenimento per la figlia minore da parte del Sig. YY per l’importo di euro 600,00 e la partecipazione per il 50% alle spese straordinarie oltre ad un contributo di euro 550,00 per le spese sostenute per reperire nuova abitazione.

Chiedeva inoltre la restituzione di beni mobili propri e della figlia minore conservati presso la casa familiare, oltre alla corresponsione di euro 3.000,00 quale somma per il mancato contributo al mantenimento da parte del padre.

Da ultimo chiedeva l’annullamento del provvedimento di revoca del passaporto della minore S(omissis) (omissis) con conseguente domanda di risarcimento dei danni per sé e per la minore ex artt. 2043-2059 c.c. per l’importo di euro 100.000,00.

All’udienza fissata per la comparizione personale delle parti il Presidente autorizzava i coniugi a vivere separati e adottava i provvedimenti provvisori.

Con ordinanza del 19.12.2013 il Giudice Istruttore, osservato che il Sig. YY risultava indagato per il reato di cui agli artt. 81 cpv. e 609 quater, commi 1 e 5 c.p. commesso nei confronti della figlia minore S(omissis) (omissis) integrava il provvedimento provvisorio del Presidente.

La causa veniva istruita a mezzo di due CTU volte ad accertare la capacità genitoriale di entrambe le parti con individuazione del miglior regime di affidamento in considerazione del superiore interesse della minore.

Il Tribunale decideva con sentenza n. 1379/2016. 

Accoglieva la domanda di separazione dei coniugi rigettando le rispettive domande di addebito della stessa.

In via definitiva disponeva l’affidamento condiviso della minore S(omissis) (omissis) ad entrambi i genitori con regolamentazione delle modalità di collocamento. Prevedeva il collocamento alternato settimanale a rotazione annuale dei periodi con la previsione che, nelle settimane in cui sarà collocata presso la madre, la minore trascorra la giornata di mercoledì, compreso il pernottamento, con il padre e che la medesima trascorra due pomeriggi la settimana, dall’uscita dalla scuola sino alle 19.00, con l’altro genitore rispetto a quello con il quale risulta collocata in quella settimana; inoltre con la previsione che S(omissis) durante le festività natalizie trascorra una settimana con ciascun genitore, alternando annualmente i periodi dal 25 dicembre al 31 dicembre al 6 gennaio; durante le festività pasquali trascorrerà metà periodo con ciascun genitore alternando annualmente il giorno di Pasqua e Lunedì dell’Angelo; durante le vacanze estive trascorrerà con ciascun genitore tre settimane, di cui al massimo due consecutive, previa comunicazione entro l’8 aprile all’altro genitore e consenso scritto per viaggi all’estero; la minore potrà mantenere i contatti con il genitore al momento non collocatario tramite telefono una volta al giorno possibilmente tra le 19.00 e le 20.00.

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Disponeva il mantenimento diretto della minore da parte di ciascun genitore nei periodi di permanenza con gli stessi oltre al rimborso delle spese straordinarie in misura del 50%; disponeva inoltre la spettanza degli assegni familiari al genitore anagraficamente convivente con la minore.

Infine, assegnava la casa coniugale al Sig. YY dichiarando inammissibili tutte le ulteriori domande non già rinunciate dalle parti.

Disponeva l’integrale compensazione delle spese di lite tra le parti e poneva le spese di CTU a carico di entrambe le parti in misura del 50%.

  1. – Con atto di appello notificato in data 10.04.2017 la Sig.ra XX chiede, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Ravenna n. 1379/2016, di disporre l’affidamento condiviso della minore con collocamento presso la madre e regolamentazione del diritto di visita del padre, un contributo al mantenimento della minore da parte del padre per l’importo di euro 600,00 con decorrenza dalla domanda, rivalutabili annualmente secondo gli indici ISTAT con pagamento il primo di ogni mese a mezzo bonifico bancario; disporre che il Sig. YY contribuisca in misura del 50% alle spese straordinarie necessarie per la minore previa esibizione delle ricevute di spesa.

Chiede infine di disporre che gli assegni per il nucleo familiare siano attribuiti alla Sig.ra XX. Con vittoria di spese e compensi professionali si entrambi i gradi di giudizio.

Parte appellante lamenta l’errata valutazione delle circostanze di fatto e la violazione dell’articolo 337 ter c.c. circa la decisione del Tribunale di disporre un regime di affidamento condiviso con collocamento alternato settimanale a rotazione annuale.

Ritiene poi la violazione dell’articolo 337 ter c.c. sotto il profilo delle decisioni relative al contributo al mantenimento da parte dei genitori.

In data 11.12.2017 si è costituito il Sig. YY proponendo appello incidentale ex art. 343 c.p.c. chiedendo in via principale di respingere il gravame perché infondato in fatto ed in diritto; in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Ravenna n. 1379/2016 in via principale e incidentale di disporre l’affidamento condiviso della figlia minore ad entrambi i genitori, con collocamento alternato settimanale, a rotazione annuale dei periodi, con regolamentazione del diritto di visita della madre e disciplina della responsabilità genitoriale parzialmente diversa da quella prevista dal primo giudice; disporre che la residenza anagrafica della minore venga fissata presso il padre e che gli assegni familiari siano attribuiti al Sig. YY.

Chiede, in via principale e incidentale di disporre l’ordine di cancellazione di espressioni contenute nella memoria di costituzione e risposta depositata in primo grado dalla Sig.ra XX e l’espunzione dal fascicolo di parte dei documenti 2, 3 e 4 con conseguente condanna al risarcimento dei danni ai sensi e per gli effetti del combinato disposto degli articoli 88 e 89 c.p.c. per l’importo di euro 20.000,00.

Con vittoria di spese e compensi di entrambi i gradi di giudizio.

La causa, trattata con il rito camerale, è stata trattenuta in decisione all’udienza del 22.12.2017.

Sul regime di affidamento e collocamento della minoreS(omissis) (omissis).

  1. – Ai sensi dell’articolo 337terc.c. il figlio minore ha diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori […]. Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, nei procedimenti di cui all’articolo 337 bis, il giudice adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati […].

Nel caso sottoposto all’attenzione della Corte, il Giudice di primo grado ha ampliamente istruito la causa al fine di emettere i provvedimenti riferiti all’affidamento della figlia minore.

La prima delle due CTU, eseguita dalla Dr.ssa Gloria Monti è stata espletata al fine di accertare la capacità genitoriali dei coniugi, il miglior regime di affidamento della minore ed esercizio del diritto di visita del genitore non affidatario e non collocatario. 

La seconda CTU, eseguita dal Dr. Pier Luigi Postacchini, volta ad accertare l’andamento del regime di collocamento della minore a far data dal 1.02.2015, l’idoneità dello stesso nell’esclusivo interesse della bambina ovvero in caso contrario, tenuto conto degli sviluppi della vicenda processuale nonché dello stato attuale della bambina, l’indicazione del migliore regime di affidamento, collocamento e visita per la stessa, nonché volta ad acclarare le capacità genitoriali dei due coniugi stante l’estrema conflittualità da sempre dagli stessi dimostrata.

Nel procedimento d’appello entrambe le parti criticano la decisione del Tribunale con riferimento al regime di collocamento prescelto proprio all’esito delle due consulenze tecniche d’ufficio; parte appellante lo deduce quale motivo di appello in via principale, parte appellata invece lo deduce in via incidentale.

È necessario premettere che il regime di affidamento condiviso prescelto dal Tribunale è coerente, oltre che con le disposizioni legislative anche con le due consulenze tecniche d’ufficio espletate esclusivamente al fine di comprendere quanto la conflittualità tra i due genitori potesse incidere sull’equilibrio psicofisico della minore.

Il Tribunale ha infatti correttamente accolto quanto rilevato dal consulente Dr. Postacchini che ha lasciato emergere la necessità di una leggera prevalenza della figura paterna rispetto a quella materna, nuovamente nell’esclusivo interesse della minore.

Alla luce dell’ampia istruttoria svolta non emergono infatti criticità relative al regime di affidamento prescelto, che neppure i genitori contestano.

  1. – Venendo al collocamento della minore il Tribunale ha preferito il regime del collocamento alternato escludendo quindi il ricorso al regime di collocamento prevalente presso uno dei due genitori considerato l’esclusivo interesse dalla minore S(omissis). Inoltre ha previsto una leggera prevalenza della figura paterna dietro suggerimento del consulente tecnico d’ufficio, Dr. Postacchini che ha potuto riferire sulla situazione in essere e proprio alla luce del metodo di collocamento allo stato di fatto in corso al momento della CTU.

Il regime di collocamento alternato, nell’ambito dell’affidamento condiviso è quel particolare regime che è connaturato da continui spostamenti del figlio minore ora dal luogo in cui è collocato il padre ora dal luogo in cui è collocata la madre e per tale caratteristica, da cui può derivare il perturbamento all’equilibrio psico-fisico del minore oltre che affettivo, non è scelta consueta. Solo in casi particolari, in cui la conflittualità tra i genitori non permette di disporre il collocamento prevalente con regolamentazione del diritto di visita da parte del genitore non collocatario, il Giudice deve optare per la scelta meno gravosa per il minore. Perché si possa procedere all’instaurazione del regime di affidamento condiviso con collocamento prevalente presso uno dei genitori è necessario che tra i genitori stessi vi sia un intenso rapporto di collaborazione nell’interesse della minore.

Nel caso all’attenzione della Corte ciò che emerge è un continuo e persistente conflitto tra i genitori che non consente a questo Collegio di mutare il regime di collocamento della minore S(omissis). Non può questo Collegio non riferirsi alle conclusioni rassegnate dai consulenti tecnici d’ufficio: l’atteggiamento materno e quello paterno sono stati valutati dal CTU Dr.ssa Monti alla luce delle funzioni genitoriali. È emerso, per quanto riguarda la figura paterna, che il Sig. YY possiede una buona aderenza alla realtà, tale per cui costruisce il rapporto con la figlia tenendo conto delle sue esigenze e considerandola una persona in crescita che ha bisogno della vicinanza di padre e madre. Per ciò che attiene alla madre è emerso che la Sig.ra XX dimostra un’importante carenza, e non solo riguardo al padre (della minore), ma anche riguardo a tutta la famiglia paterna.

Rilevava inoltre la Consulente il rischio serio di psicopatologia per la minore definendo la situazione della minore preoccupante.

In una visione di complesso si poneva invece il secondo CTU, Dr. Postacchini concludendo che la minore S(omissis) si trova esposta, in forma tale da pregiudicarne l’equilibrio psicologico, alla grave conflittualità tra i genitori. […] Per tali ragioni la minore necessita di un lavoro psicoterapico […].

Alla luce di tali conclusioni rassegnate dai consulenti tecnici che evidenziano l’innegabile conflittualità tra i genitori che si ripercuote negativamente sulla minore il Collegio ritiene di non dover modificare il regime di affidamento e collocamento disposto dal Tribunale.

  1. – Il Tribunale non ha dettato specifiche disposizioni sull’esercizio della responsabilità genitoriale ai sensi dell’art. 337bisco. 3 c.c.

Sul punto — fatto comunque salvo il potere di intervento d’ufficio da parte del giudice — vi sono richieste specifiche da parte dell’appellante incidentale YY.

Considerato il regime di affidamento adottato, ritiene la Corte che per le questioni di ordinaria amministrazione i genitori possano esercitare la responsabilità genitoriale separatamente.

Per le decisioni di maggiore interesse va confermata in generale la regola, dettata dalla citata norma, dell’assunzione di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle ispirazioni della figlia S(omissis), con due precisazioni.

Seguendo la condivisibili indicazioni del ctu Postacchini, per quanto riguarda le attività extrascolastiche, in caso di disaccordo tra i genitori, la decisione va rimessa non al giudice ma al padre di S(omissis) sig. YY. 

Per quanto riguarda la sola specifica scelta di sottoporre la minore a psicoterapia — scelta formalmente condivisa da entrambi i genitori ma di fatto non attuata — si ritiene di conferire specifico mandato ai Servizi Sociali, nell’ambito della prevista vigilanza loro affidata, come da successivo punto 7.

  1. – Alla luce di quanto emerso in tema di affidamento e collocamento della minore S(omissis), e delle difficoltà che la minore incontra nello svolgimento della propria personalità nell’ambito del contesto familiare, il Collegio ritiene di dover ammonire entrambi i genitoriexart. 709 ter c.p.c. ai sensi del quale in caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, può modificare i provvedimenti in vigore e può, anche congiuntamente: 1) ammonire il genitore inadempiente […].

Nel caso di specie l’atteggiamento di entrambi i genitori risulta pregiudizievole per la minore anche e soprattutto viste le inadempienze ai moniti rivolti da parte dei consulenti circa il percorso psicoterapico da far intraprendere a S(omissis) per consentirle di ristabilire un equilibrio nel contesto familiare reso difficoltoso dall’atteggiamento dei genitori.

  1. – Alla luce delle motivazioni enunciate ritiene il Collegio il necessario intervento dei Servizi Sociali affinché vigilino sull’andamento dell’affidamento e del regime di collocamento alternato.

Alla luce delle risultanze emerse dalle due CTU si ritiene necessario inoltre che i Servizi sociali, ai quali si affida specifico mandato in tal senso, avviino il percorso psicoterapico ritenuto idoneo per la minore S(omissis) (omissis) e desumibile quindi dalle indicazioni dei Consulenti tecnici al fine di consentirle un migliore superamento della fase legata alla separazione dei genitori.

  1. – L’appello incidentale è parzialmente fondato soltanto con riferimento alla lamentata omessa pronuncia.

L’appellato, Sig. YY fa valere vizio di omessa pronuncia in riferimento alla domanda proposta in primo grado e facente parte delle conclusioni rassegnate dal difensore all’ultima udienza di precisazione delle conclusioni avanti al Tribunale del 13.07.2016 aventi ad oggetto la cancellazione di espressioni contenute nella memoria di costituzione e risposta depositata nel giudizio di primo grado e l’espunzione dal fascicolo della difesa XX dei documenti 2 -3 -4.

Ai sensi dell’articolo 88 del codice di procedura civile, comma primo, le parti e i loro difensori hanno il dovere di comportarsi in giudizio secondo lealtà e probità.

L’articolo 89 c.p.c. precisa che negli scritti presentati e nei discorsi pronunciati davanti al giudice, le parti e i loro difensori non debbono usare espressioni sconvenienti od offensive.

Il giudice, in ogni stato dell’istruzione, può disporre con ordinanza che si cancellino le espressioni sconvenienti od offensive, e, con la sentenza che decide la causa, può inoltre assegnare alla persona offesa una somma a titolo di risarcimento del danno anche non patrimoniale sofferto, quando le espressioni offensive non riguardano l’oggetto della causa.

Il potere del giudice di merito di ordinare la cancellazione di espressioni sconvenienti ed offensive utilizzate negli scritti presentati o nei discorsi pronunciati davanti al giudice, costituisce un potere valutativo discrezionale volto alla tutela di interessi diversi da quelli oggetto di contesa tra le parti, ed il suo esercizio d’ufficio, presentando carattere ordinatorio e non decisorio, si sottrae all’obbligo di motivazione e non è sindacabile in sede di legittimità (Cass. Sent. N. 14659/2015; v. anche cass. Sent. 3487/2009).

Si deve quindi provvedere alla cancellazione delle seguenti frasi, sconvenienti ed offensive, contenute nella memoria di costituzione e risposta depositata nel giudizio di primo grado dalla Sig.ra XX: pag. 19 : “Affidare la bambina ad un padre così morboso, spregiudicato e privo di freni etici e sessuali potrebbe significare dare in pasto l’agnello al lupo vorace! Un lupo che aumenta l’appetito con il passar degli anni della vittima (anche se figlia) e di cui rappresenta comunque un distorto e negativo modello genitoriale permanente di imprevedibili ma sicure conseguenze psicologiche deleterie“; dalla consorte, da cui contraeva infezioni all’apparato genitale.“; pag. 25 : “Proviamo a tradurre il YY-pensiero; se io – YY aggredisco, insulto, picchio mia moglie provocandole lesioni e mia moglie si rifugia con la figlia di quattro anni in casa dei nonni materni, io – YY – mi angoscio, mi addoloro e soffro così tanto da incolpare mia moglie di non avermi assistito moralmente nella mia sfolgorante veste di picchiatore!!“; pag. 26 : “Dobbiamo davvero constatare che il Sig. YY non controlla i suoi istinti e non si avvede nemmeno della realtà che egli produce con i propri atti.

Per ciò che attiene all’espunzione dei documenti dal fascicolo di parte di primo grado della Sig.ra XX il Collegio non può disporne l’espunzione non essendo previsto dall’ordinamento un simile potere in capo al Giudice sul quale incombe esclusivamente l’onere di valutare il materiale prodotto dalle parti ai fini della decisione con riferimento ai principi sanciti dal codice di procedura civile e secondo il suo prudente apprezzamento salvo che la legge disponga diversamente. In ordine ai documenti — prove precostituite — il potere del giudice è, infatti, limitato ad una valutazione delle loro rilevanza ai fini delle decisione, e non anche della loro ammissibilità — se tempestivamente prodotti —.

Non si ravvisano nel caso di specie i presupposti per il riconoscimento del risarcimento del danno; l’uso di espressioni sconvenienti od offensive negli atti difensivi obbliga la parte al risarcimento del danno solo quando esse siano del tutto avulse dall’oggetto della lite, ma non anche quando, pur non essendo strettamente necessarie rispetto alle esigenze difensive, presentino tuttavia una qualche attinenza con l’oggetto della controversia, e costituiscano perciò uno strumento per indirizzare la decisione del giudice ( Cass. Sent. n. 14552/2012, v. anche Cass. n. 1099/1977).

Nel caso di specie, seppure in violazione del dovere di buona fede imposto dal codice di procedura civile e dal codice deontologico forense nell’esercizio dell’attività professionale legale e difensiva, le espressioni utilizzate e i documenti prodotti avevano come fine quello di far emergere una situazione di criticità rispetto al comportamento paterno, poi smentite dalla decisione del giudice penale e dalle consulenze tecniche d’ufficio relative all’accertamento delle capacità genitoriali del Sig. YY.

Spese processuali.

  1. – La sostanziale soccombenza reciproca della parti giustifica le compensazione delle spese del presente grado.

PQM

La Corte, definitivamente pronunciando, ogni contraria e diversa istanza disattesa:

I – rigetta l’appello principale proposto dalla Sig.ra XX, come da motivazione;

II – provvede sull’esercizio della responsabilità genitoriale ai sensi dell’art. 337 bis co. 3 c.c., come da motivazione al punto 5;

III – ammonisce entrambi i genitori ex art. 709 ter c.p.c., come da motivazione al punto 6;

IV – accoglie parzialmente l’appello incidentale proposto dal Sig. YY con riferimento al vizio di omessa pronuncia relativo alla cancellazione delle espressioni contenute nella memoria di costituzione e risposta depositata nel giudizio di primo grado da parte della Sig.ra XX, ordinando ex art. 89 c.p.c. la cancellazione delle frasi come elencate in motivazione al punto 8;

V – rigetta ogni altra domanda;

VI – manda ai Servizi Sociali di Ravenna di vigilare sull’andamento dell’affidamento e del collocamento della minore S(omissis) (omissis) con specifico incarico di avviare il percorso psicoterapico della minore come indicato dai Consulenti tecnici d’ufficio;

VII – dichiara compensate le spese del presente grado di giudizio.

Si comunichi ai Servizi Sociali di Ravenna.

Così deciso in Bologna, nella camera di consiglio della Prima sezione Civile, il 22 dicembre 2017.

Il Presidente rel. estensore

dott. Riccardo Di Pasquale

LESIONE  CEREBRALE FETO RISARCIMENTO DANNI

RAVENNA LESIONE  CEREBRALE FETO RISARCIMENTO DANNI SENTENZA TRIBUNALE RAVENNA AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA

della lesione cerebrale riportata dal minore xxxx a causa della condotta dei sanitari dell’Ospedale di Ravenna nella ultime fasi della gravidanza

  1. lesioni cerebrali feto nascita) Danno biologico permanente in percentuale prossima al 90% e temporaneo patito da Devilliers Francoise (euro 1.341.971 ed euro 43.982 per personalizzazione al 25%)
  2. lesioni cerebrali feto nascita) Danno patrimoniale per perdita della capacità lavorativa in capo a Devilliers Francoise (500.000 euro utilizzando il criterio del triplo della pensione sociale);
  3. lesioni cerebrali feto nascita) Danno patrimoniale dei genitori per spese di assistenza medica sostenute (euro 18.120) e da sostenersi in futuro per circa 30.000 euro/anno (euro 400.000);
  4. lesioni cerebrali feto nascita) Danno patrimoniale dei genitori per spese di adeguamento dell’abitazione (euro 36.668);
  5. lesioni cerebrali feto nascita) Danno patrimoniale da perdita di 1/6 del reddito di Ramirez Dominica per corrispondente riduzione dell’orario di lavoro necessaria all’assistenza di Francoise (euro 50.000);
  6. lesioni cerebrali feto nascita2] Cass. 975/2009 “In tema di responsabilità civile nell’attività medico-chirurgica, ove sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e/o del medico per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto (o del “contatto”) e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, restando a carico dell’obbligato – sia esso il sanitario o la struttura – la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile” conforme Cass. civ. n. 5590/2015;   [torna…][3] Cass. n. 3390/2015 “In materia di responsabilità per attività medico-chirurgica, l’accertamento del nesso causale – da compiersi secondo il criterio della “preponderanza dell’evidenza” (altrimenti definito anche del “più probabile che non”) – implica una valutazione della idoneità della condotta del sanitario a cagionare il danno lamentato dal paziente che deve essere correlata alle condizioni del medesimo, nella loro irripetibile singolarità”   [[4] Cass. civ. n. 11789/2016 “L’affermazione della responsabilità del medico per i danni celebrali da ipossia patiti da un neonato, ed asseritamente causati dalla ritardata esecuzione del parto, esige la prova – che deve essere fornita dal danneggiato – della sussistenza di un valido nesso causale tra l’omissione dei sanitari ed il danno, prova da ritenere sussistente quando, da un lato, non vi sia certezza che il danno cerebrale patito dal neonato sia derivato da cause naturali o genetiche e, dall’altro, appaia più probabile che non che un tempestivo o diverso intervento da parte del medico avrebbe evitato il danno al neonato; una volta fornita tale prova in merito al nesso di causalità, è onere del medico, ai sensi dell’art. 1218 c.c., dimostrare la scusabilità della propria condotta”;   [torna…]lesioni cerebrali feto nascitaCass. civ. n. 15991/2011 “In tema di responsabilità civile, qualora la produzione di un evento dannoso, quale una gravissima patologia neonatale (concretatasi, nella specie, in una invalidità permanente al 100 per cento), possa apparire riconducibile, sotto il profilo eziologico, alla concomitanza della condotta del sanitario e del fattore naturale rappresentato dalla pregressa situazione patologica del danneggiato (la quale non sia legata all’anzidetta condotta da un nesso di dipendenza causale), il giudice deve accertare, sul piano della causalità materiale (rettamente intesa come relazione tra la condotta e l’evento di danno, alla stregua di quanto disposto dall’art. 1227, primo comma, cod. civ.), l’efficienza eziologica della condotta rispetto all’evento in applicazione della regola di cui all’art. 41 cod. pen. (a mente della quale il concorso di cause preesistenti, simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall’azione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra l’azione e l’omissione e l’evento), così da ascrivere l’evento di danno interamente all’autore della condotta illecita, per poi procedere, eventualmente anche con criteri equitativi, alla valutazione della diversa efficienza delle varie concause sul piano della causalità giuridica (rettamente intesa come relazione tra l’evento di danno e le singole conseguenze dannose risarcibili all’esito prodottesi) onde ascrivere all’autore della condotta, responsabile “tout court” sul piano della causalità materiale, un obbligo risarcitorio che non comprenda anche le conseguenze dannose non riconducibili eziologicamente all’evento di danno, bensì determinate dal fortuito, come tale da reputarsi la pregressa situazione patologica del danneggiato che, a sua volta, non sia eziologicamente riconducibile a negligenza, imprudenza ed imperizia del sanitario”;   [torna…]

    [6] Cass. civ. n. 908/2013 “La lesione della capacità lavorativa generica, consistente nella idoneità a svolgere un lavoro anche diverso dal proprio, ma confacente alle proprie attitudini, costituisce un danno patrimoniale, che non è affatto necessariamente ricompreso nel danno biologico, e la cui sussistenza dev’essere accertata caso per caso dal giudice di merito, il quale non può escluderlo per il solo fatto che le lesioni patite dalla vittima non abbiano inciso sulla sua capacità lavorativa specifica”;   [torna…]

    lesioni cerebrali feto nascitaCass. civ. n. 20615/2015 “Il risarcimento del danno deve essere integrale: cioè comprendere tanto la perdita subita, quanto il mancato guadagno (art. 1223 c.c.).

    lesioni cerebrali feto nascita danno da perdita della capacità di lavoro e di guadagno è un danno permanente: esso infatti è destinato a riprodursi anno per anno, per tutta la vita lavorativa della vittima.

    lesioni cerebrali feto nascita cerebrali feto nascita risarcimento del danno permanente può avvenire in due modi: vuoi in forma di rendita (art. 2057 c.c.), vuoi in forma di capitale. Per trasformare in capitale il reddito perduto de die in diem dalla vittima sono possibili in teoria due criteri.

    lesioni cerebrali feto nascita primo consiste nel sommare tutti i renditi che la vittima perderà tra il momento della liquidazione e il momento futuro in cui avrebbe comunque cessato il lavoro, e quindi nell’applicare ai risultato un saggio di sconto, per tenere conto del fatto che la vittima percepisce immediatamente redditi che, se fosse rimasta sana, avrebbe incassato solo tra n. anni (e quindi il danneggiato trarrebbe vantaggio dal risarcimento se non si eliminasse, attraverso lo sconto, il cd. “montante di anticipazione”).

    lesioni cerebrali feto nascita secondo criterio consiste nel moltiplicare il reddito annuo perduto dalla vittima (al netto delle imposte e debitamente rivalutato all’epoca della liquidazione) per un numero che tenga già conto del montante di anticipazione.

    Questo numero è detto coefficiente di capitalizzazione.

    I coefficienti di capitalizzazione approvati con R.D. 9 ottobre 1922, n. 1403 sono stati calcolati sulla base delle tavole di mortalità ricavate dal censimento della popolazione italiana del 1911, e presuppongono una produttività del denaro al saggio del 4,5%.

    I suddetti coefficienti non consentono l’integrale ristoro del danno prescritto dall’art. 1223 c.c., e la loro adozione non è dunque consentita nemmeno in via equitativa, ai sensi dell’art. 1226 c.c.…omissis… a causa dell’innalzamento della durata media della vita e dell’abbassamento dei saggi di interesse, non garantiscono l’integrale ristoro del danno, e con esso il rispetto della regola di cui all’art. 1223 c.c.”;   [torna…]

    [8] Cass. civ. n. 7774/2016: Il danno permanente futuro, consistente nella necessità di sostenere una spesa periodica vita natural durante (nella specie, per assistenza domiciliare), non può essere liquidato attraverso la semplice moltiplicazione della spesa annua per il numero di anni di vita stimata della vittima, ma va liquidato o in forma di rendita, oppure moltiplicando il danno annuo per il numero di anni per cui verrà sopportato, e, quindi, abbattendo il risultato in base ad coefficiente di anticipazione, ovvero, infine, attraverso il metodo della capitalizzazione, consistente nel moltiplicare il danno annuo per un coefficiente di capitalizzazione delle rendite vitalizie.

    Nella liquidazione del danno patrimoniale consistente nelle spese che la vittima di lesioni personali deve sostenere per l’assistenza domiciliare, il giudice deve detrarre dal credito risarcitorio sia i benefici spettanti alla vittima a titolo di indennità di accompagnamento (ex art. 5 della l. n. 222 del 1984), sia quelli previsti dalla legislazione regionale in tema di assistenza domiciliare, posto che dell’insieme di tali disposizioni il giudice – in virtù del principio “iura novit curia” – dovrà fare applicazione d’ufficio se i presupposti di tale applicabilità risultino comunque dagli atti

     

  • TRIBUNALE DI RAVENNA
  • SEZIONE CIVILE
  • Nella causa civile iscritta al n. r.g. 846/2018 promossa da:
  • DEVILLIERS MICHAEL IN PROPRIO E QUALE GENITORE DI DEVILLIERS FRANCOISE E BERNADETTE (C.F. ***), con il patrocinio dell’avv. NICOLINI LUCA e dell’avv. NICOLINI GIOVANNI (NCLGNN58C07G702G), elettivamente domiciliato in presso il difensore avv. NICOLINI LUCA
  • RAMIREZ DOMINICA IN PROPRIO E QUALE GENITORE DI DEVILLIERS FRANCOISE E BERNADETTE (C.F. ***), con il patrocinio dell’avv. NICOLINI LUCA e dell’avv. NICOLINI GIOVANNI (NCLGNN58C07G702G), elettivamente domiciliato in presso il difensore avv. NICOLINI LUCA
  • ATTORI
  • Contro
  • AZIENDA USL DELLA ROMAGNA (C.F. ***), con il patrocinio dell’avv. LOLLI DEBORA, elettivamente domiciliato in PZZA DI PORTA SAN MAMOLO 1 40136 BOLOGNA presso il difensore avv. LOLLI DEBORA
  • CONVENUTO
  • Il Giudice dott. Letizia De Maria,
  • A scioglimento della riserva assunta all’udienza del 06/09/2018, nella quale le parti concludevano come da atti introduttivi,
  • Ha pronunciato la seguente
  • ORDINANZA
  • Con ricorso ex art. 702 bis c.p.c. ritualmente notificato Ramirez Dominica e Devilliers Michael, in proprio e quali esercenti la potestà genitoriale sui minori Devilliers Francoise e Bernadette, convenivano in giudizio AUSL ROMAGNA al fine di sentirla condannare al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali patiti per effetto della lesione cerebrale riportata dal minore Devilliers Francoise a causa della condotta dei sanitari dell’Ospedale di Ravenna nella ultime fasi della gravidanza.
  • A fondamento della domanda parti ricorrenti esponevano che il minore risultava affetto da tetraparesi e da grave encefalopatia multicistica comportante irrimediabile compromissione cognitiva, deficit visivo, difficoltà di comunicazione, deambulazione ed alimentazione, nonché, epilessia, patologie tutte ascrivibili alla inadeguata gestione sanitaria dell’ultima fase della gravidanza della madre.
  • In particolare, lamentava parte ricorrente, che si fossero verificate alcune omissioni durante il parto, le quali avevano determinato in via esclusiva il danno, tra le quali, in primo luogo, la mancata esecuzione di taglio cesareo alle ore 20,00, attendendosi, invece, l’espletamento del parto naturale compiutosi soltanto alle ore 21,56, nonostante presenza già alle ore 13,15 di liquido amniotico tinto, indice di possibile sofferenza fetale in atto, e tracciati CTG “non rassicuranti” eseguiti dalle ore 19,00 in poi, che diventavano “patologici” alle ore 20,00. In secondo luogo, costituiva inadempienza la mancata effettuazione di terapia ipotermica dopo la nascita, nonché, la inadeguata assistenza ventilatoria, causativa di ipocapnia iatrogena, entrambe condotte aggravatrici del danno cerebrale.
  • Tali negligenze determinavano, in tesi, il danno subito alla nascita da Devilliers Francoise, ragione per la quale veniva richiesto il risarcimento di tutti i danni patiti da lui e dai membri della famiglia nucleare, di seguito identificati e quantificati:
  1. a) Danno biologico permanente in percentuale prossima al 90% e temporaneo patito da Devilliers Francoise (euro 1.341.971 ed euro 43.982 per personalizzazione al 25%)
  2. b) Danno patrimoniale per perdita della capacità lavorativa in capo a Devilliers Francoise (500.000 euro utilizzando il criterio del triplo della pensione sociale);
  3. c) Danno patrimoniale dei genitori per spese di assistenza medica sostenute (euro 18.120) e da sostenersi in futuro per circa 30.000 euro/anno (euro 400.000);
  4. d) Danno patrimoniale dei genitori per spese di adeguamento dell’abitazione (euro 36.668);
  5. e) Danno patrimoniale da perdita di 1/6 del reddito di Ramirez Dominica per corrispondente riduzione dell’orario di lavoro necessaria all’assistenza di Francoise (euro 50.000);
  6. f) Danno non patrimoniale esistenziale in capo ai genitori (euro 500.000 ciascuno) ed alla sorella Devilliers Bernadette (euro 250.000) a causa dell’inevitabile cambiamento delle abitudini di vita del nucleo familiare.
  • Nel giudizio, così radicato, si costituiva la convenuta AUSL ROMAGNA, chiedendo respingersi la domanda attorea, data l’assenza di ogni profilo di negligenza, imprudenza, imperizia dei sanitari, in ogni caso, per mancanza di nesso di causalità tra eventuali omissioni ed evento di danno, la cui determinazione doveva imputarsi a causa esclusivamente naturale, per insulto ipossico inevitabile occorso al neonato ancora nel grembo materno verosimilmente tra la 28° e 36° settimana di gravidanza.
  • Sosteneva AUSL ROMAGNA che, nella specie, non vi fosse indicazione di procedere a parto cesareo, né a terapia ipotermica. La condizione di ipocapnia era già presente nel neonato e non era stata causata da errata ventilazione.
  • La causa veniva istruita mediante acquisizione della consulenza tecnica medico-legale eseguita dal Collegio Peritale nominato in sede di a.t.p. n.r.g. 2217/2017 del Tribunale di Ravenna, composto dai dottori LUCA PIERACCINI, medico-legale, STEFANO ZUCCHINI, ginecologo, GIACOMO FALDELLA, neonatologo, che si ritiene di porre alla base della presente decisione poiché esaustiva e fondata su specifiche conoscenze medico-legali.
  • Il Collegio Peritale, nel contraddittorio delle parti, rispondeva esaurientemente ai quesiti posti, valutando criticamente i documenti acquisiti e svolgendo un utile esame di fatti di causa, trattamento sanitario e conseguenze per la salute della madre e del neonato, raggiungendo conclusioni che vengono fatte proprie e valutate in termini giuridici.
  • Il fatto storico.
  • La madre Ramirez Dominica, dopo una gravidanza condotta in assenza di complicazioni, accedeva all’Ospedale di Ravenna in data 7.11.2013, trovandosi alla 40° settimana di gravidanza, con prodromi di travaglio del parto.
  • Dalle ore 10,00 veniva atteso l’espletamento del parto naturale compiutosi alle ore 21,56, nonostante accertamento già alle ore 13,15 della presenza di liquido amniotico tinto, di colore verde scuro, indice di possibile sofferenza fetale in atto, come peraltro potevano indicare anche i tracciati CTG “non rassicuranti” eseguiti dalle ore 19,00 in poi, che diventavano “patologici” alle ore 20,00, segno inequivocabile di sofferenza fetale.
  • Gli esami cardiotocografici, dunque, evidenziavano una sofferenza fetale che avrebbe reso necessario un parto cesareo d’urgenza, da eseguirsi nell’arco di un’ora, facendo nascere il bambino già verso le ore 20,00, senza ulteriore attesa di 2 ore per il compimento di parto naturale, che comportava rischi di danno cerebrale al neonato.
  • Una attesa di 2 ore prevedibile, come già indicava la difficile progressione della presentazione del bambino in una donna al primo parto, ed evitabile con parto cesareo di urgenza certamente più indicato nel caso concreto, mostrandosi segni di sofferenza fetale, per la tutela della salute della madre e del bambino, piuttosto che un atteso parto “naturale” reso operativo con episiotomia e manovre di Kristeller.
  • Ed infatti, Francoise nasceva presso l’Ospedale di Ravenna lo stesso giorno alle ore 21,56, riportando diagnosi di “encefalopatia multicistica del nato a termine espressione di danno ipossico-ischemico prolungato e profondo” ed un connesso grave danno cerebrale comportante una invalidità permanente stimata in misura pari al 90%.
  • La C.T.U. evidenziava una serie di criticità nella gestione della gravidanza e del parto da parte dei sanitari dell’Ospedale di Ravenna da porsi in correlazione causale con l’evento di danno hic et nuncconsiderato, in particolare: a) l’omessa esecuzione di un parto cesareo d’urgenza, in un caso di sospetta sofferenza fetale da insulto ipossico-ischemico, che avrebbe consentito la nascita del piccolo alle ore 20,00 con due ore di anticipo (pag. 48 relazione peritale) ed una assai probabile riduzione del danno neurologico; b) l’omessa terapia ipotermica nelle prime sei ore di vita, in grado di ulteriormente ridurre il danno cerebrale del neonato (pag. 57 relazione peritale).
  • Dunque la C.T.U. proseguiva escludendo che l’insulto ipossico potesse essere derivato da altre cause patologiche, quali infezioni del feto o della gestante, disfunzioni tiroidee, carenze nutrizionali, alterazioni placentari, malattie genetiche, alterazioni della coagulazione, malformazioni cerebrali, storia familiare di epilessia, concludendo che Francoise Devilliers risultava affetto da “paralisi cerebrale dovuta ad asfissia neonatale severa iniziata durante il parto” (pag. 58 relazione peritale).
  • La C.T.U. evidenziava, dunque, in applicazione di un criterio di valutazione ex ante, un primo profilo di responsabilità sanitaria per la mancata anticipazione del parto mediante taglio cesareo, deducendo che “il tracciato appariva normale sino alle ore 19,05 potendo interpretare le modeste decelerazioni segnalate alle ore 18,27 di scarso significato patologico. Successivamente, invece, le decelerazioni presentavano caratteristiche “non rassicuranti” ripetute per un tempo superiore a 30 minuti, pertanto, anche in considerazione del precedente episodio delle ore 18,27 e soprattutto della concomitante presenza di liquido amniotico tinto, era necessario attivarsi per anticipare la nascita del feto con un taglio cesareo. A questo punto considerando un tempo di circa 30 minuti dalla decisione di eseguire il taglio cesareo alla estrazione del feto, si può presumere che la nascita sarebbe dovuta avvenire attorno alla ore 20,00 e quindi con un anticipo di circa 2 ore stante il parto avvenuto alle ore 21.56” (pag. 48 relazione peritale).
  • Sosteneva, inoltre, la C.T.U. che un ulteriore profilo di responsabilità medica era ravvisabile per non aver i sanitari sottoposto il piccolo Francoise Devilliers alla cura ipotermica poiché “a fronte di inequivocabile sofferenza cerebrale fetale, la mancata esecuzione della gas-analisi in sala parto e del monitoraggio dell’attività neurologica mediante CFM nelle prime sei ore di vita, pur essendo l’apparecchiatura disponibile, hanno escluso a priori, senza criteri oggettivi, la possibilità per Francoise di trarre i potenziali vantaggi dell’ipotermia, intervento terapeutico già all’epoca dei fatti considerato standard ed unico in grado di ridurre del 15% il rischio di morte e di disabilità grave a 18 mesi di vita” (pag. 58 relazione peritale).
  • Tali affermazioni saranno fatte proprie dal giudicante e precisate nel paragrafo che segue dedicato all’accertamento della responsabilità della struttura sanitaria nella causazione del danno.
  • L’accertamento della responsabilità della struttura sanitaria nella gestione della gravidanza.
  • La responsabilità della struttura sanitaria è ormai pacificamente di natura contrattuale ex art. 1218 c.c., come espressamente previsto dalla l. 24/2017, ed è soggetta pertanto ad un regime probatorio privilegiato ed al termine di prescrizione ordinario decennale.
  • Il contratto di spedalità è un contratto ad effetti protettivi di terzi, quali sono i neonati che la gestante porta in grembo ed il padre che, dunque, sono soggetti pienamente legittimati a chiedere il risarcimento dei danni che si siano determinati in conseguenza di un inadempimento imputabile alla struttura[1].
  • Quanto all’onere della prova, è sufficiente per il paziente danneggiato allegare di aver richiesto ed ottenuto un trattamento sanitario, comprovando il peggioramento, in esito ad esso, dello stato di salute, oltre al nesso di causalità tra fatto e danno, mentre incombe sulla parte convenuta, debitrice della prestazione di cura ed assistenza, dimostrare di aver diligentemente e correttamente eseguito la propria prestazione, con conseguente imputabilità dell’evento di danno a fattori esterni ed indipendenti dal proprio operato[2].
  • In mancanza di tale rigorosa dimostrazione, opera il criterio del “più probabile che non”, applicando il quale alla struttura ospedaliera possono essere ascritte le evenienze negative conseguite alla prestazione sanitaria incongrua, ove ragionevolmente e logicamente rapportabili ad un caso di malasanità[3].
  • La giurisprudenza, in punto di accertamento della responsabilità sotto il profilo della causalità materiale, ha ulteriormente chiarito, in casi del tutto analoghi a quello che occupa, che, ove sia accertata una coesistenza di fattori causativi dell’evento di danno, l’uno di origine naturale, l’altro dovuto ad errore umano, il nesso di causalità tra condotta ed evento di danno o non sussiste, poiché la causa naturale risulta da sola sufficiente a determinare il danno, ovvero, sussiste per intero, dovendo l’interprete tenere conto, in ogni caso, della concausalità naturale al fine della concreta determinazione del quantum del risarcimento[4].
  • Nel caso di specie, pertanto, spettava alla struttura sanitaria l’onere di dimostrare la diligenza con la quale la prestazione sanitaria veniva resa nei confronti della madre e del neonato e la conseguente non imputabilità del danno, dovuto a diversa causa fortuita, tuttavia, sugli aspetti di negligenza individuati dalla C.T.U.
  • La C.T.U., condotta secondo un giudizio prognostico, ex ante ed in concreto, evidenziava però che sarebbe stata opportuna la scelta di anticipare il parto mediante esecuzione di taglio cesareo urgente, che avrebbe consentito un risparmio di tempo utile a ridurre il danno cerebrale al neonato, inoltre, di sottoporre lo stesso a cura ipotermica durante le prime sei ore di vita, unica terapia in grado di ulteriormente ridurre la patologia da insulto ipossico-ischemico occorso durante il parto.
  • La complicanza intra-partum ed il danno subito dal neonato si sarebbe, infatti, probabilmente allo stesso modo verificato, tuttavia “è molto probabile che gli esiti che si sarebbero registrati a fronte di una nascita anticipata di circa due ore sarebbero stati valutabili, con riferimento alla integrità psico-fisica, ovviamente in misura del tutto orientativa, in una fascia dal 20 al 30%, derivandone un danno biologico permanente differenziale stimabile nella misura del 60-70%” (pag. 59-60 relazione peritale).
  • Viene individuata, dunque, una negligenza causalmente rapportabile all’evento di danno, pur connotato da una genesi multifattoriale, considerato che la tempestività nella risoluzione delle emergenze ginecologiche è fattore essenziale al fine di limitare i danni alla salute della madre e dei feti, come è noto e come è stato apprezzato scientificamente dal C.T.U.
  • Ciò premesso, deve essere individuata con criteri equitativi la diversa efficienza delle varie concause sul piano della causalità giuridica al fine di ascrivere alla struttura sanitaria, responsabile sul piano della causalità materiale, un obbligo risarcitorio che non comprenda anche le conseguenze dannose non riconducibili alla mala gestio, bensì determinate dal caso fortuito, tale essendo la pregressa situazione patologica del neonato esistente già prima della nascita[5].
  • I danni risarcibili
  1. a) Danno biologico permanente differenziale di Francoise Devilliers.
  • Premesso che la giurisprudenza da tempo si informa ai principi di integralità e personalizzazione nella liquidazione del danno non patrimoniale, senza duplicazioni risarcitorie, in punto ad invalidità accertata, non vi è motivo per discostarsi dalle valutazioni compiute dal CTU che stima il danno biologico permanente in 90 punti percentuali.
  • Nel caso di specie, a fronte di un danno biologico complessivo nella misura del 90%, si stima il danno biologico che si sarebbe comunque registrato a fronte di una corretta gestione della emergenza nella misura del 30%, derivandone a causa dell’inesatto adempimento della struttura un danno biologico differenziale del 60%.
  • Pertanto, questo Tribunale reputa equo e congruo liquidare il danno sulla scorta delle nuove Tabelle di Milano 2018, parametro di riferimento per la liquidazione dei danni da lesioni macropermanenti derivanti anche da attività medico chirurgica ed accolto da questo Tribunale.
  • La tecnica di liquidazione del danno differenziale consiste nella quantificazione dell’intero danno biologico rilevato e nella successiva sottrazione della entità di danno biologico non riconducibile alla responsabilità della struttura, ciò al fine di una determinazione congrua del danno in concreto risarcibile che tenga conto dell’impianto delle tabelle risarcitorie che prevedono aumenti progressivi del risarcimento per punto d’invalidità crescente.
  • Si avrà dunque, con applicazione della personalizzazione massima del 25%, avuto riguardo al caso di specie, relativo al danno patito da un neonato oggi invalido civile al 100% con conseguente impossibilità di attendere in autonomia alle ordinarie abitudini di vita, un danno biologico differenziale risarcibile all’attualità di euro *1.124.823*.
  • Tale importo è da reputarsi comprensivo del pretium doloris e dei disagi che il piccolo Francoise ha dovuto e dovrà affrontare, da reputarsi afferenti alla vita quotidiana e di relazione per dover adeguarsi alla propria condizione di salute. Trattandosi di debito di valore, con la sentenza cristallizzato in debito di valuta, sulla somma riconosciuta devono essere corrisposti, anziché interessi compensativi sulla somma devalutata e poi progressivamente rivalutata, come da indicazioni di Cass. S.U. n. 1712/1995, interessi compensativi in misura legale sulla somma già rivalutata a decorrere da una data intermedia tra quella del fatto e la decisione, che si fissa, equitativamente, nel 7.05.2016. La misura di tali interessi è di euro 5.227, da sommare al capitale di euro 1.124.823, per ottenere, infine, la somma di euro *1.130.050*, la liquidarsi a titolo di danno biologico differenziale, oltre interessi in misura legale dalla sentenza sino al saldo.
  • Non si ritiene liquidabile il danno biologico temporaneo, trattandosi di danno biologico permanente sussistente sin dalla nascita.
  1. b) Danno patrimoniale futuro per perdita della capacità lavorativa generica di Francoise Devilliers
  • Deve poi essere riconosciuto il danno patrimoniale, in termini di lucro cessante futuro, commisurato alla totale incapacità di produrre reddito, non compreso nel risarcimento del danno biologico[6] che può essere liquidato, in assenza di elementi in ordine alla capacità ed attitudine al lavoro che il danneggiato avrebbe avuto, secondo criteri equitativi.
  • La perdita della capacità lavorativa generica, nel caso di specie, deve essere risarcita utilizzando il criterio della sommatoria di tutti i redditi che il danneggiato perderà tra il momento della liquidazione e il momento futuro in cui avrebbe comunque cessato il lavoro, e quindi applicando eventualmente al risultato un saggio di sconto poiché il danneggiato percepisce immediatamente redditi che, se fosse rimasto sano, avrebbe riscosso solo tra alcuni anni e trarrebbe vantaggio dal risarcimento immediato se non si eliminasse, attraverso lo sconto, il cd. “montante di anticipazione”[7].
  • Tenuto conto del danno biologico permanente che in ogni caso si sarebbe verificato in misura pari al 30%, si stima che la capacità lavorativa generica, in assenza di responsabilità medica, pur non suscettibile di azzeramento, tuttavia avrebbe subito una forte contrazione, rendendo il danneggiato abile a lavori costituenti sì fonte di reddito ma retribuiti in misura inferiore almeno della metà rispetto al reddito medio annuo pro capite di euro 20.690 come individuato nei dati diffusi dal M.E.F. per l’anno 2016, pertanto, si ritiene equo prendere a parametro per le successive operazioni di calcolo del danno patrimoniale futuro un reddito medio annuale di euro 10.345.
  • Il danno risarcibile si otterrà, dunque, moltiplicando il reddito medio annuale di euro 10.345 per i 15 anni in cui il reddito di lavoro sarà verosimilmente perduto, ovvero dai 20 anni di età del danneggiato (conseguimento del diploma di scuola superiore e presumibile inizio dell’attività lavorativa) ai 35 anni di età (aspettativa media di vita di persone nelle stesse condizioni di salute).
  • La somma che ne risulta è di euro 155.175 la quale sarà corrisposta all’esito della presente sentenza nell’anno 2018, nel quale il danneggiato ha raggiunto l’età di 5 anni, pertanto, 15 anni prima del raggiungimento dei 20 anni di età, motivo per il quale viene operata la capitalizzazione anticipata, volta a compensare un danno futuro che si assume costante in un arco di tempo di 15 anni, sulla base di un tasso di sconto del 2,5% in ragione di anno al fine di attualizzare la somma come individuata.
  • Si avrà, all’esito di tale operazione, la quantificazione di un danno pari ad euro *107.148*, oltre interessi in misura legale dalla sentenza al saldo.
  1. c) Danno patrimoniale per spese mediche sostenute dei genitori Dominica Ramirez e Michael Devilliers.
  • Parti attrici quantificano e documentano le spese mediche sostenute per trattamenti sanitari in euro 18.120 e per costi di adeguamento dell’abitazione in euro 36.668, ritenute dal CTU eque e congrue, da rimborsare nella misura di 2/3 del totale (pag. 61 relazione peritale).
  • Tali voci di spesa sostenute dai genitori costituiscono danno patrimoniale quale conseguenza immediata e diretta dell’inesatto adempimento della prestazione sanitaria ai sensi dell’art. 1223 c.c., dunque sono risarcibili, salva la considerazione che, escluso l’inadempimento, una invalidità vi sarebbe comunque stata e talune spese mediche sarebbero state in ogni caso sostenute, seppur in misura minore.
  • Appare equo e congro pertanto concedere il rimborso di tali spese nella misura dei 2/3 del totale per l’ammontare di euro *36.525*. Trattandosi di condanna al pagamento di una somma di denaro, quale obbligazione di valuta, sulla stessa risultano dovuti interessi in misura legale decorrenti dalla domanda giudiziale sino al saldo.
  1. d) Danno patrimoniale per spese mediche da sostenersi in futuro dei genitori Dominica Ramirez e Michael Devilliers.
  • Deve poi essere riconosciuto il danno patrimoniale, in termini di danno emergente futuro, commisurato alla misura delle spese mediche che i genitori dovranno sostenere in futuro, da liquidare anche in questo caso secondo criteri equitativi.
  • Le spese mediche future, nel caso di specie, devono essere risarcite utilizzando, nella impossibilità di utilizzare media annuale delle spese mediche sostenute sino ad ora, non avendo uno spettro di annualità sufficiente, una tecnica di liquidazione che tenga conto del costo medio della assistenza che sarà necessaria a Francoise.
  • Avuto riguardo alla circostanza che la badante assunta a tempo indeterminato dal 2017 è retribuita con euro 10.858 annui (doc. 72 parte ricorrente), da arrotondare a 20.000 annui, ivi includendo, in maniera puramente equitativa, avuto comunque riguardo alla entità delle spese sino ad ora sostenute, spese per farmaci, assistenza infermieristica e logopedia per il numero di 30 anni avvenire, a decorrere dal 2018 e tenuto conto della menzionata aspettativa di vita di 35 anni, nei quali saranno necessarie altrettante, se non superiori, spese mediche, essendo la condizione del danneggiato completamente stabilizzata e non suscettibile di miglioramenti.
  • Si avrà, dunque, un risarcimento stimabile nella misura di euro 600.000, apparendo congro concedere il rimborso di tali spese nella misura dei 2/3 del totale in ragione della preesistenza, ulteriormente ed equitativamente da decurtare operando la capitalizzazione anticipata, volta a compensare un danno futuro che si assume costante in un arco di tempo di 30 anni, sulla base di un tasso di sconto del 2,5% in ragione di anno, risultando all’esito la cifra di euro 280.000, oltre interessi in misura legale dalla sentenza al saldo.
  • Si osserva, inoltre, che nella liquidazione del danno patrimoniale consistente nelle spese che la vittima di lesioni personali deve sostenere per l’assistenza domiciliare, il giudice deve detrarre d’ufficio dal credito risarcitorio i benefici spettanti alla vittima a titolo di indennità di accompagnamento se i presupposti di tale operazione risultino dagli atti[8].
  • Nel caso di specie, l’indennità di accompagnamento percepita dal mese di settembre 2014 risulta pari ad euro 504,07 mensili (doc. 81 parte ricorrente, depositato giusta autorizzazione del giudice) pertanto la somma a titolo di indennità che il minore, invalido civile, ha ricevuto e riceverà nel corso della vita, sempre avuto riguardo alla durata della vita media statisticamente valutata in persone in condizioni analoghe, ammonta ad euro 201.124.
  • Si dovrà, quindi, decurtare dall’ammontare risarcitorio relativo a spese mediche future, calcolato in euro 280.000 la somma di euro 201.124, avendosi all’esito *78.876*.
  1. e) Danno patrimoniale e non patrimoniale in capo ai genitori Dominica Ramirez e Michael Devilliers ed alla sorella Bernadette Devilliers.
  • Venendo alla quantificazione del danno esistenziale patito dai genitori e dalla sorella di Francoise Devilliers esso è suscettibile di risarcimento poiché la lesione del rapporto parentale attinge valori di indubbio rilievo costituzionale.
  • Tale danno non può che ritenersi presuntivamente provato in ragione della entità delle lesioni patite dalla minore e delle conseguenti difficoltà esistenziali che la presenza di un membro invalido al 90% comporta in un nucleo familiare.
  • Al fine di attuare la liquidazione equitativa di tale posta di danno vengono presi a riferimento i valori di risarcimento del danno parentale da perdita di congiunto secondo le Tabelle del Tribunale di Milano 2018, abbattuti del 50% sia perché Francoise Devilliers è in vita sia perché, come più volte ribadito, una porzione di invalidità è dovuta alla causa naturale preesistente.
  • Si avrà, pertanto, in favore dei genitori, la liquidazione di euro *83.000* ciascuno, già comprensiva di rivalutazione ed interessi compensativi, oltre interessi in misura legale dalla sentenza al saldo.
  • In favore della sorella, invece, si otterrà la liquidazione di euro *12.000*, già comprensiva di rivalutazione ed interessi compensativi, oltre interessi in misura legale dalla sentenza al saldo.
  • Quanto al danno patrimoniale invocato da parte della madre Ramirez Dominica per aver ridotto il tempo di lavoro da 36 ore a 30 ore con conseguente riduzione di 1/6 dello stipendio annuale di euro 15.322, documentato nel periodo da dicembre 2017 a settembre 2018 per 10 mesi, esso è risarcibile nell’ammontare corrispondente di euro 2.128 da aggiungersi alla cifra a lei riconosciuta di euro 83.000 a titolo di danno non patrimoniale, avendosi in totale euro *85.128* (doc. 73 parte ricorrente).
  • Le ragioni della decisione includono la già espressa valutazione di superfluità delle istanze istruttorie, che non avrebbero apportato, ove accolte, elementi utili alla decisione, alla quale si è potuti pervenire sulla scorta di quanto già presente e valutabile in atti, in particolare, la richiesta di rinnovazione della C.T.U., esaustiva con riferimento ai quesiti posti.
  • Le spese di lite seguono la regola della soccombenza e vengono liquidate in dispositivo secondo il d.m. n. 55/2014, anche con riferimento al procedimento di istruzione preventiva, in base al valore del risarcimento liquidato. Nel processo di merito viene esclusa la liquidazione della fase istruttoria che non vi è stata, essendo stata la causa istruita mediante acquisizione del fascicolo dell’a.t.p. contenente la relazione peritale, le cui spese di C.T.U. sono da porsi definitivamente a carico di parte resistente.
  • P.Q.M.
  • Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:
  • – Accerta la responsabilità di AUSL ROMAGNA in merito al danno alla salute occorso ad Francoise Devilliers e per l’effetto;
  • – Dichiara tenuta e condanna AUSL ROMAGNA al pagamento delle seguenti poste risarcitorie:
  1. a) A titolo di danno biologico differenziale la somma di euro *130.050* in favore di Devilliers Francoise; comprensiva di rivalutazione e di interessi legali decorrenti dal 7.05.2016 ad oggi, oltre interessi legali sulla predetta somma dalla pubblicazione della sentenza sino al saldo;
  2. b) A titolo di danno patrimoniale futuro per perdita della capacità lavorativa la somma di euro *148*, in favore di Devilliers Francoise, oltre interessi legali sulla predetta somma dalla pubblicazione della sentenza sino al saldo;
  3. c) A titolo di danno patrimoniale per spese mediche sostenute la somma di euro *525* in favore di Ramirez Dominica e Devilliers Michael, oltre interessi legali sulla predetta somma dalla domanda sino al saldo;
  4. d) A titolo di danno patrimoniale per spese mediche future la somma di euro *78.876* in favore di Ramirez Dominica e Devilliers Michael, oltre interessi in misura legale dalla pubblicazione della sentenza al saldo;
  5. e) A titolo di danno patrimoniale e non patrimoniale la somma di euro *128* in favore di Ramirez Dominica; a titolo di danno non patrimoniale la somma di euro *83.000* in favore di Devilliers Michael e la somma di euro *12.000* in favore di Devilliers Bernadette; somme tutte già comprensive di interessi e rivalutazione, oltre interessi in misura legale dovuti dalla pubblicazione della sentenza al saldo;
  6. f) Condanna AUSL ROMAGNA al pagamento delle spese di lite in favore di parte ricorrente che si liquidano a) per il procedimento di a.t.p. in euro *000* per compensi, oltre 15% per spese generali, i.v.a. e c.p.a. come per legge, oltre rimborso delle spese anticipate e documentate, ivi incluse quelle di CTP e CTU, definitivamente a carico di parte resistente; b) per il processo di merito in euro *10.000* per compensi, oltre 15% per spese generali, i.v.a. e c.p.a. come per legge, oltre rimborso delle spese anticipate e documentate.
  • Si comunichi.
  • Ravenna, 15 ottobre 2018
  • Il Giudice
  • dott. Letizia De Maria
  • Note:
  • [1] Cass. civ. n. 10741/2009 “Gli effetti del contratto debbono essere individuati avendo riguardo anche alla sua funzione sociale, e tenendo conto che la Costituzione antepone, anche in materia contrattuale, gli interessi della persona a quelli patrimoniali. Ne consegue che il contratto stipulato tra una gestante, una struttura sanitaria ed un medico, avente ad oggetto la prestazione di cure finalizzate a garantire il corretto decorso della gravidanza, riverbera per sua natura effetti protettivi a vantaggio anche del concepito e del di lui padre, i quali in caso di inadempimento, sono perciò legittimati ad agire per il risarcimento del danno”;
  • [2] Cass. 975/2009 “In tema di responsabilità civile nell’attività medico-chirurgica, ove sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e/o del medico per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto (o del “contatto”) e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, restando a carico dell’obbligato – sia esso il sanitario o la struttura – la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile” conforme Cass. civ. n. 5590/2015;   [torna…]
  • [3] Cass. n. 3390/2015 “In materia di responsabilità per attività medico-chirurgica, l’accertamento del nesso causale – da compiersi secondo il criterio della “preponderanza dell’evidenza” (altrimenti definito anche del “più probabile che non”) – implica una valutazione della idoneità della condotta del sanitario a cagionare il danno lamentato dal paziente che deve essere correlata alle condizioni del medesimo, nella loro irripetibile singolarità”   [
  • [4] Cass. civ. n. 11789/2016 “L’affermazione della responsabilità del medico per i danni celebrali da ipossia patiti da un neonato, ed asseritamente causati dalla ritardata esecuzione del parto, esige la prova – che deve essere fornita dal danneggiato – della sussistenza di un valido nesso causale tra l’omissione dei sanitari ed il danno, prova da ritenere sussistente quando, da un lato, non vi sia certezza che il danno cerebrale patito dal neonato sia derivato da cause naturali o genetiche e, dall’altro, appaia più probabile che non che un tempestivo o diverso intervento da parte del medico avrebbe evitato il danno al neonato; una volta fornita tale prova in merito al nesso di causalità, è onere del medico, ai sensi dell’art. 1218 c.c., dimostrare la scusabilità della propria condotta”;   [torna…]
  • [5] Cass. civ. n. 15991/2011 “In tema di responsabilità civile, qualora la produzione di un evento dannoso, quale una gravissima patologia neonatale (concretatasi, nella specie, in una invalidità permanente al 100 per cento), possa apparire riconducibile, sotto il profilo eziologico, alla concomitanza della condotta del sanitario e del fattore naturale rappresentato dalla pregressa situazione patologica del danneggiato (la quale non sia legata all’anzidetta condotta da un nesso di dipendenza causale), il giudice deve accertare, sul piano della causalità materiale (rettamente intesa come relazione tra la condotta e l’evento di danno, alla stregua di quanto disposto dall’art. 1227, primo comma, cod. civ.), l’efficienza eziologica della condotta rispetto all’evento in applicazione della regola di cui all’art. 41 cod. pen. (a mente della quale il concorso di cause preesistenti, simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall’azione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra l’azione e l’omissione e l’evento), così da ascrivere l’evento di danno interamente all’autore della condotta illecita, per poi procedere, eventualmente anche con criteri equitativi, alla valutazione della diversa efficienza delle varie concause sul piano della causalità giuridica (rettamente intesa come relazione tra l’evento di danno e le singole conseguenze dannose risarcibili all’esito prodottesi) onde ascrivere all’autore della condotta, responsabile “tout court” sul piano della causalità materiale, un obbligo risarcitorio che non comprenda anche le conseguenze dannose non riconducibili eziologicamente all’evento di danno, bensì determinate dal fortuito, come tale da reputarsi la pregressa situazione patologica del danneggiato che, a sua volta, non sia eziologicamente riconducibile a negligenza, imprudenza ed imperizia del sanitario”;   [torna…]
  • [6] Cass. civ. n. 908/2013 “La lesione della capacità lavorativa generica, consistente nella idoneità a svolgere un lavoro anche diverso dal proprio, ma confacente alle proprie attitudini, costituisce un danno patrimoniale, che non è affatto necessariamente ricompreso nel danno biologico, e la cui sussistenza dev’essere accertata caso per caso dal giudice di merito, il quale non può escluderlo per il solo fatto che le lesioni patite dalla vittima non abbiano inciso sulla sua capacità lavorativa specifica”;   [torna…]
  • [7] Cass. civ. n. 20615/2015 “Il risarcimento del danno deve essere integrale: cioè comprendere tanto la perdita subita, quanto il mancato guadagno (art. 1223 c.c.).
  • Il danno da perdita della capacità di lavoro e di guadagno è un danno permanente: esso infatti è destinato a riprodursi anno per anno, per tutta la vita lavorativa della vittima.
  • L’integrale risarcimento del danno permanente può avvenire in due modi: vuoi in forma di rendita (art. 2057 c.c.), vuoi in forma di capitale. Per trasformare in capitale il reddito perduto de die in diem dalla vittima sono possibili in teoria due criteri.
  • Il primo consiste nel sommare tutti i renditi che la vittima perderà tra il momento della liquidazione e il momento futuro in cui avrebbe comunque cessato il lavoro, e quindi nell’applicare ai risultato un saggio di sconto, per tenere conto del fatto che la vittima percepisce immediatamente redditi che, se fosse rimasta sana, avrebbe incassato solo tra n. anni (e quindi il danneggiato trarrebbe vantaggio dal risarcimento se non si eliminasse, attraverso lo sconto, il cd. “montante di anticipazione”).
  • Il secondo criterio consiste nel moltiplicare il reddito annuo perduto dalla vittima (al netto delle imposte e debitamente rivalutato all’epoca della liquidazione) per un numero che tenga già conto del montante di anticipazione.
  • Questo numero è detto coefficiente di capitalizzazione.
  • I coefficienti di capitalizzazione approvati con R.D. 9 ottobre 1922, n. 1403 sono stati calcolati sulla base delle tavole di mortalità ricavate dal censimento della popolazione italiana del 1911, e presuppongono una produttività del denaro al saggio del 4,5%.
  • I suddetti coefficienti non consentono l’integrale ristoro del danno prescritto dall’art. 1223 c.c., e la loro adozione non è dunque consentita nemmeno in via equitativa, ai sensi dell’art. 1226 c.c.…omissis… a causa dell’innalzamento della durata media della vita e dell’abbassamento dei saggi di interesse, non garantiscono l’integrale ristoro del danno, e con esso il rispetto della regola di cui all’art. 1223 c.c.”;   [torna…]
  • [8] Cass. civ. n. 7774/2016: Il danno permanente futuro, consistente nella necessità di sostenere una spesa periodica vita natural durante (nella specie, per assistenza domiciliare), non può essere liquidato attraverso la semplice moltiplicazione della spesa annua per il numero di anni di vita stimata della vittima, ma va liquidato o in forma di rendita, oppure moltiplicando il danno annuo per il numero di anni per cui verrà sopportato, e, quindi, abbattendo il risultato in base ad coefficiente di anticipazione, ovvero, infine, attraverso il metodo della capitalizzazione, consistente nel moltiplicare il danno annuo per un coefficiente di capitalizzazione delle rendite vitalizie.
  • Nella liquidazione del danno patrimoniale consistente nelle spese che la vittima di lesioni personali deve sostenere per l’assistenza domiciliare, il giudice deve detrarre dal credito risarcitorio sia i benefici spettanti alla vittima a titolo di indennità di accompagnamento (ex art. 5 della l. n. 222 del 1984), sia quelli previsti dalla legislazione regionale in tema di assistenza domiciliare, posto che dell’insieme di tali disposizioni il giudice – in virtù del principio “iura novit curia” – dovrà fare applicazione d’ufficio se i presupposti di tale applicabilità risultino comunque dagli atti

AVVOCATO PER RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI


MALASANITA’ BOLOGNA BOLOGNA MALASANITA’ AVVOCATO PER RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI

  • Anche in tal caso va fatta una premessa. La giurisprudenza di questa Corte di legittimità è consolidata nel ritenere che “In tema di impugnazioni, in presenza di specifica richiesta della parte civile, la pronuncia sulle domande di restituzione o di risarcimento del danno non può essere omessa per il solo fatto che la sentenza assolutoria dell’imputato non sia stata impugnata dal pubblico ministero, dovendo, in tal caso, il giudice effettuare, in via incidentale e ai soli fini civilistici, il giudizio di responsabilità; ma la pronuncia su tali domande non può che restare legata (e subordinata) all’accertamento (incidentale) della responsabilità penale” (Cass. Sez. l, Sentenza n. 19538 del 12/03/2004 Ud. (dep. 27/04/2004), Rv. 227971; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 39592 del 21/06/2007 Ud. (dep. 26/10/2007), Rv. 237875; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 1693 del 29/09/1997 Ud. (dep. 11/02/1998), Rv. 210351).
  • Vero è che nella sentenza si richiama la natura contrattuale del rapporto del G. con il giovane D.M. per poi giustificare la sua condanna, ma ciò non significa che il giudice di appello abbia basato la pronuncia sul rilievo di un mero inadempimento civile, senza alcuna delibazione della responsabilità penale. Infatti il richiamo al legame contrattuale è stato strumentale per il riconoscimento della presenza in capo al G. di una “posizione di garanzia”, rilevante eziologicamente ai sensi del secondo comma dell’art. 40 c.p..
  • Sul tale punto questa Corte ha statuito che la posizione di garanzia nei confronti di un paziente è fondata anche sul contratto d’opera professionale, pertanto la responsabilità penale del medico può configurarsi qualora l’evento dannoso sia causalmente connesso ad un comportamento omissivo ex art. 40 comma secondo cod. pen. (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 9739 del 01/12/2004 Ud. (dep. 11/03/2005), Rv. 230820).
  • Nel caso di specie, pertanto, il richiamo ad una fonte contrattuale da parte del giudice di merito, per valutare la presenza di una posizione di garanzia e la violazione degli obblighi connessi, non ha integrato alcuna erronea applicazione della legge penale, in quanto tale puntualizzazione è stata strumentale per il riconoscimento della responsabilità penale (finalizzata alla condanna civile) del G. .
  • In ordine alla ritenuta presenza del nesso causale tra la condotta dell’imputato e l’evento, il giudice di appello, dopo avere premesso la ragionevolezza della scelta del G. di non intervenire di domenica ambulatorialmente; dopo avere rilevato che il giorno (omissis) il quadro clinico si presentava come contrassegnato da evidente gravità (richiamando in proposito le dichiarazioni del perito d’ufficio); ha ritenuto gravemente negligente la condotta del G. di fornire un mero “consiglio” all’accompagnamento in ospedale del D.M. , senza assicurarsi che i medici di destinazione fossero informati in modo preciso della gravità della situazione ed a supporto fosse trasmessa un’adeguata documentazione medica.
  • Con coerente ragionamento la Corte distrettuale ha ritenuto che tale condotta omissiva, posta in essere in violazione dell’obbligo gravante sul medico di prestare soccorso al paziente ed attivarsi per assicurarne l’assistenza (obbligo ancor più stringente quando il legame tra le parti è affidato al contratto), ha posto in essere una condizione necessaria dell’evento in concorso con le altre successive omissione.
  • Anche in tal caso si richiamano le argomentazioni già svolte in ordine alla prima posizione esaminata in tema di concorso di cause (sub 4), ribadendo che se l’adeguata terapia sul paziente fosse stata posta in essere in data (omissis), l’evento letale si sarebbe evitato con alto grado di probabilità.

RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI Se un medesimo danno è provocato da più soggetti anche se per inadempimenti di contratti diversi intercorsi rispettivamente tra ciascuno di essi e il danneggiato tali soggetti devono essere considerati corresponsabili in solido non tanto sulla base dell’estensione alla responsabilità contrattuale della norma dell’art. 2055 cc dettata per la responsabilità extracontrattuale quanto perché sia in tema di responsabilità contrattuale che di responsabilità extracontrattuale “se un unico evento dannoso è imputabile a più persone al fine di ritenere la responsabilità di tutte nell’obbligo risarcitorio, è sufficiente, in base ai principi che regolano il nesso di causalità ed il concorso di più cause efficienti nella produzione dell’evento (dei quali del resto l’art. 2055 cc costituisce un’esplicitazione) che le azioni od omissioni di ciascuno abbiano concorso in modo efficiente a produrli (Cass. Sez. III N. 23919/2006)RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI

 

Responsabilità medica assicurazioni
Responsabilità medica assicurazioni

 

L’attività medica rientra tradizionalmente e concettualmente a pieno titolo nell’ambito delle “professioni intellettuali”, alla cui disciplina il codice civile vigente dedica un autonomo capo, il II°, del III° titolo del libro V°, agli artt. 2229 e ss. 

Il quadro codicistico, condizionato dal periodo storico di redazione, è plasmato intorno alla figura del “prestatore d’opera intellettuale”, e quindi del medico singolarmente operante, a prescindere dalla struttura organizzativa in cui la sua attività viene prestata, ma consente comunque di enucleare le norme ed i principi applicabili alle vicende del moderno rapporto medico-clinico, caratterizzato da una consolidata – e da molti criticata – sostituzione del rapporto medico-paziente con quello struttura sanitaria-utente. 

In campo legislativo tale sostituzione è segnalata con palmare evidenza dall’art. 1 della L. 23 dicembre 1978 n.833 che, al fine di dare una forma concreta all’attuazione amministrativa del dettato di cui all’art. 32 della Carta Costituzionale, premesso e ribadito al primo comma il riconoscimento della salute quale “fondamentale diritto dell’individuo”, costituiva il servizio sanitario nazionale quale “complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione”, con ciò significativamente escludendo dal novero dei soggetti operanti nel S.S.N., organizzato allora su base territoriale nelle Unità Sanitarie Locali, il medico in sé e per sé considerato.

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Tale realtà, favorita naturalmente dalla progressiva specializzazione e spedalizzazione del trattamento sanitario, fa sì che la persona necessitante di trattamento clinico – sia esso diagnostico o terapeutico – si rivolge ed entra a contatto, nella maggioranza dei casi, non con un singolo medico da cui è legato da un rapporto fiduciario, bensì con una struttura clinica, costituita dai mezzi, dalle strutture e dagli uomini organizzati per la fornitura della prestazione richiesta. 

 

 

REPUBBLICA ITALIANRISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI

IN NOME DEL POPOLO ITALIANRISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI

TRIBUNALE ORDINARIO di RAVENNA RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI

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Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Alessia Vicini 

ha pronunciato la seguente 

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 1673/2016 promossa da: 

X  (C.F. ***), con il patrocinio dell’avv. ESIBIZIONE GENNARO, elettivamente domiciliato in Indirizzo Telematicopresso il difensore avv. ESIBIZIONE GENNARO 

(C.F. ***), con il patrocinio dell’avv. ESIBIZIONE GENNARO, elettivamente domiciliato in Indirizzo Telematicopresso il difensore avv. ESIBIZIONE GENNARO 

ATTORI 

contro

(C.F. ), con il patrocinio dell’avv. BARBIERI SABRINA, elettivamente domiciliato in Via Flaminia, 185/B 47923 Rimini presso il difensore avv. BARBIERI SABRINA 

AZIENDA UNITÀ SANITARIA LOCALE DELLA ROMAGNA (C.F. ***), con il patrocinio dell’avv. MINARDI GIULIO, elettivamente domiciliato in C.SO.L.C.FARINI N. 28 48026 RUSSI presso il difensore avv. MINARDI GIULIO 

CONVENUTI 

GENERALI ITALIA SPA (C.F. ***), con il patrocinio dell’avv. COLELLA ANTONIO, elettivamente domiciliato in VIA FLAMINIA 163 E 47923 RIMINI presso il difensore avv. COLELLA ANTONIO 

TERZO CHIAMATO 

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da fogli allegati al verbale d’udienza di precisazione delle conclusioni.

MOTIVI IN FATTO E DIRITTO DELLA DECISIONE

Giova premettere alla decisione della presente controversia una esposizione – sia pur schematica – della natura e del regime della responsabilità della struttura sanitaria, pubblica e privata, e del personale medico in essa a qualsiasi titolo operante, a fronte del danno lamentato dal paziente ricoverato per l’inefficacia delle cure ricevute o addirittura – come nel caso di specie – per il peggioramento delle proprie condizioni di salute. 

Le ipotesi di peggioramento della condizioni di salute possono essere ricomprese nella definizione sintetica di “danno iatrogeno”, da intendersi quale “reazione avversa all’organismo, causata da un trattamento o da un procedimento diagnostico, inavvertitamente causata da un medico”. 

L’attività medica rientra tradizionalmente e concettualmente a pieno titolo nell’ambito delle “professioni intellettuali”, alla cui disciplina il codice civile vigente dedica un autonomo capo, il II°, del III° titolo del libro V°, agli artt. 2229 e ss. 

Il quadro codicistico, condizionato dal periodo storico di redazione, è plasmato intorno alla figura del “prestatore d’opera intellettuale”, e quindi del medico singolarmente operante, a prescindere dalla struttura organizzativa in cui la sua attività viene prestata, ma consente comunque di enucleare le norme ed i principi applicabili alle vicende del moderno rapporto medico-clinico, caratterizzato da una consolidata – e da molti criticata – sostituzione del rapporto medico-paziente con quello struttura sanitaria-utente. 

In campo legislativo tale sostituzione è segnalata con palmare evidenza dall’art. 1 della L. 23 dicembre 1978 n.833 che, al fine di dare una forma concreta all’attuazione amministrativa del dettato di cui all’art. 32 della Carta Costituzionale, premesso e ribadito al primo comma il riconoscimento della salute quale “fondamentale diritto dell’individuo”, costituiva il servizio sanitario nazionale quale “complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione”, con ciò significativamente escludendo dal novero dei soggetti operanti nel S.S.N., organizzato allora su base territoriale nelle Unità Sanitarie Locali, il medico in sé e per sé considerato.

Tale realtà, favorita naturalmente dalla progressiva specializzazione e spedalizzazione del trattamento sanitario, fa sì che la persona necessitante di trattamento clinico – sia esso diagnostico o terapeutico – si rivolge ed entra a contatto, nella maggioranza dei casi, non con un singolo medico da cui è legato da un rapporto fiduciario, bensì con una struttura clinica, costituita dai mezzi, dalle strutture e dagli uomini organizzati per la fornitura della prestazione richiesta. 

La responsabilità della struttura sanitaria, pubblica e privata. 

Il rapporto nascente dall’accettazione in cura del paziente-utente da parte della struttura (pubblica o privata) deputata a fornire assistenza sanitaria ospedaliera, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto di prestazione d’opera atipico di spedalità, essendo essa tenuta ad una prestazione complessa che non si esaurisce nella prestazione delle cure mediche e di quelle chirurgiche (generali e specialistiche) ma si estende ad una serie di altre prestazioni, quali la messa a disposizione di personale medico ausiliario e di personale paramedico, di medicinali e di tutte le attrezzature tecniche necessarie, nonché di quelle latu sensu alberghiere. 

La responsabilità della struttura sanitaria pubblica o privata nei confronti del paziente ha quindi natura contrattuale e può conseguire ai sensi dell’art. 1218 cc all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico nonché ai sensi dell’art. 1228 cc all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato(così Cass. 8826/2007; Cass. 13066/2004; Cass. S.U. 581/2008; Cass. 1698/2006). 

La responsabilità dell’Ente Ospedaliero o della AUSL o della struttura privata nei confronti dei pazienti ricoverati ha natura contrattuale pertanto anche quando attiene al comportamento dei propri dipendenti medici e tale responsabilità trova fondamento non già nella colpa (nella scelta degli ausiliari o nella vigilanza) bensì nel rischio connaturato all’utilizzazione dei terzi nell’adempimento dell’obbligazione (Cass. 4400/04; Cass. 6756/01; Cass. 5329/03).

In particolare quanto concerne le prestazioni di natura sanitaria è regolato dalle norme che disciplinano la corrispondente attività del medico nell’ambito del contratto di prestazione d’opera professionale (Cass Pen. 6.04.2005/16.06.2005 n. 22579) 

Pertanto dall’accettazione del ricovero da parte della casa di cura o struttura, pubblica o privata, sorge comunque da una parte il diritto e dall’altra l’obbligo contrattuale di assicurare al paziente una prestazione medica di natura professionale, disciplinata quindi dagli artt. 1176 e ss. e 2229 e ss. del cod. civ. 

La responsabilità del medico operante. 

Ciò premesso quanto al regime di responsabilità della struttura sanitaria, rimane da chiarire qual è invece la natura della responsabilità del medico operante nell’ambito della medesima struttura. 

A riguardo si precisa che non pare trovare applicazione nel caso de quo la Legge n. 24 dell’8.03.2017 entrata in vigore il 1° aprile 2017 quando le parti avevano già introdotto il presente giudizio con atto notificato l’8.06.2016 in ordine a fatti del resto anteriori alla entrata in vigore del nuovo testo normativo che abroga sostanzialmente all’art. 6 comma 2 l’art. 3 comma 1 del d.l. 158/2012 convertito in Legge 189/2012 (c.d. Legge Balduzzi) in ordine alla responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria e attribuisce, all’art. 7, natura extracontrattuale alla responsabilità civile dell’esercente la professione sanitaria in strutture pubbliche o private salvo che lo stesso avesse agito nell’adempimento di una obbligazione contrattuale assunta con il paziente. 

Anteriormente alla Legge 24 del 2017 ed anche in vigenza della c.d. Legge Balduzzi la più avveduta giurisprudenza di legittimità, superando le precedenti ricostruzioni fondate sulla natura aquiliana di tale responsabilità, si era da tempo orientata a favore della natura contrattuale della responsabilità civile dell’esercente la professione sanitaria, a ciò indotta dalla ovvia considerazione della irriducibilità della posizione del medico a quella di un qualsiasi altro soggetto giuridico, tenuto unicamente ad astenersi dal ledere l’altrui sfera giuridica. 

Il contatto sociale tra medico e paziente, anche nell’ambito ospedaliero, pubblico o privato, non si configurerebbe infatti quale rapporto paritario, tra soggetti portatori di analoghi obblighi e diritti, bensì quale situazione di affidamento del paziente alla posizione di protezione del medico, soggetto esercente un servizio di pubblica necessità (art. 359 n. 1) cod. pen.) a tutela di una bene di elevato rango costituzionale (art. 32 Cost.). 

La fonte di tale obbligazione contrattuale di protezione è stata rinvenuta nel “rapporto contrattuale di fatto” nascente tra medico e paziente per effetto del mero “contatto sociale” (Cass. 22.1.1999 n. 589; Cass. 11488/2004; Cass. 19564/04 Cass. 9085/2006; Cass. S.U. 577/2008). 

La responsabilità del medico nei confronti del paziente secondo tale dominante orientamento giurisprudenziale aveva dunque, sino all’introduzione della Legge n. 24/2017, natura contrattuale, sorgente dallo svolgimento di un’attività professionale, che ne connota la disciplina. 

Conseguenze della natura della responsabilità sull’onere probatorio. 

La natura contrattuale della responsabilità del medico e della struttura al cui interno questo opera per errata prestazione sanitaria comporta quanto all’onere probatorio che il paziente, deducente l’inesatto adempimento dell’obbligazione sanitaria, deve provare il contratto ed allegare l’inadempimento del sanitario nonché fornire prova del nesso causale esistente tra inadempimento ed evento dannoso, mentre resta a carico del debitore l’onere di provare l’esatto adempimento. 

In particolare il paziente deve provare l’esistenza del contratto e l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento, restando a carico del sanitario o dell’ente ospedaliero la prova che la prestazione professionale è stata eseguita in modo diligente e che gli esiti peggiorativi sono stati determinati da un evento imprevisto ed imprevedibile (Cass. S.U. 13533/2001; Cass. 16092/2002; Cass. 6395/2004; Cass. 9351/2007; Cass. 22361/2007; Cass. SU 577/2008). 

In particolare il riparto dell’onere probatorio segue quindi i criteri fissati in materia contrattuale alla luce del principio enunciato in termini generali dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 13533 in tema di onere della prova dell’inadempimento e dell’inesatto adempimento. 

Ove pertanto sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e/o del medico, per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto (o del contatto) e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, restando a carico dell’obbligato sia esso il sanitario o la struttura la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinati da un’evento imprevisto ed imprevedibile (Cass. 975/2009). 

Natura solidale della responsabilità. 

Quando un medesimo danno è provocato da più soggetti anche se per inadempimenti di contratti diversi intercorsi rispettivamente tra ciascuno di essi e il danneggiato tali soggetti devono essere considerati corresponsabili in solido non tanto sulla base dell’estensione alla responsabilità contrattuale della norma dell’art. 2055 cc dettata per la responsabilità extracontrattuale quanto perché sia in tema di responsabilità contrattuale che di responsabilità extracontrattuale “se un unico evento dannoso è imputabile a più persone al fine di ritenere la responsabilità di tutte nell’obbligo risarcitorio, è sufficiente, in base ai principi che regolano il nesso di causalità ed il concorso di più cause efficienti nella produzione dell’evento (dei quali del resto l’art. 2055 cc costituisce un’esplicitazione) che le azioni od omissioni di ciascuno abbiano concorso in modo efficiente a produrli (Cass. Sez. III N. 23919/2006). 

Il fatto. 

Nel caso oggetto della presente controversia risulta dalla ricostruzione attorea contenuta in atto di citazione che X e Y , in proprio ed in qualità di esercenti la potestà genitoriale sul figlio minore A, allegavano la responsabilità di AUSL della Romagna e del ginecologo dott. Z per la mancata informazione circa le gravi malformazioni cerebrali delle quali era affetto il feto portato in grembo da Y accertate a seguito di risonanza magnetica cerebrale fetale cui la gestante si era sottoposta alcuni mesi prima del parto, la quale aveva loro impedito di autodeterminarsi in ordine all’interruzione della gravidanza dopo i primi 90 giorni ex art. 6 lett.b) Legge 22.05.1978 n. 194. 

Adducevano pertanto gli attori come gli stessi avessero subito per malasanità un danno patrimoniale e non patrimoniale da nascita indesiderata e come il minore, gravemente handicappato, fosse stato danneggiato nel suo diritto a nascere sano.

Affermava in particolare parte attrice che nel corso del 2012 Y, quando era in stato di gravidanza, si era affidata alle cure del dott. Z , ostetrico-ginecologo in servizio all’epoca presso AUSL di Rimini, il quale aveva eseguito diverse ecografie ostetriche ed in particolare in data 19.5.2012 e 28.06.12. 

Adduceva parte attrice che sia dalla ecografia ostetrica eseguita il 28.6.12 presso la Clinica Ostetrica e Ginecologica degli Ospedali Riuniti di Ancona alla settimana 21+6 giorni sia dalla ecografia eseguita in pari data dal dott. Z si era evidenziata la presenza di ventricolometria cerebrale bilaterale fetale. 

Allegava l’attrice che il dott. Z aveva valutato la possibilità con i due genitori di approfondire il percorso diagnostico tramite amniocentesi, risonanza magnetica del feto in vivo finalizzata volta allo studio della anatomia cranio-encefalica fetale e controllo della sierologia materna (doc. 3). 

Affermava parte attrice che la gestante era stata quindi sottoposta ad amniocentesi in data 5.07.12 ed a risonanza magnetica cerebrale fetale presso la U.O. Neuroradiologia dell’AUSL di Rimini in data 10.7.12 alla settimana gestazionale 23+4 giorni (doc. 6 e doc. 7). 

Adduceva parte attrice come l’AUSL di Rimini le avesse peraltro consegnato il referto della risonanza magnetica cerebrale solo dopo un mese dalla esecuzione e come nonostante dal referto emergessero alcuni elementi che facevano sospettare l’esistenza di un difetto di migrazione neuronale né il dr. Z né gli altri sanitari dell’AUSL di Rimini che avevano visionato lo stesso avevano informato i genitori che il feto risultava affetto da gravi malformazioni cerebrali ovvero avevano suggerito alla gestante di sottoporsi ad ulteriori approfondimenti diagnostici precludendole la possibilità di interrompere la gravidanza. 

Aggiungeva parte attrice che non avendo i genitori le competenze per capire il significato del referto predetto datato 10.7.12 non avevano effettuato altri esami e che il piccolo A. era nato in data 31.10.12 . 

Affermava parte attrice che il bambino era stato subito ricoverato in terapia intensiva neonatale ed era stato poi dimesso il 24.11.12 con diagnosi di sospetta sindrome malformativa.

Rilevava parte attrice che in seguito ad accertamenti eseguiti presso l’Ospedale Mayer di Firenze era risultato che il bambino era affetto da sindrome megaencefalia-polimicrogiria-polidattilia con epilessia e grave ritardo psico-motorio con invalidità psico-fisica del 100%. 

Chiedevano pertanto gli attori il risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali presenti e futuri dagli stessi e dal minore patiti a causa della nascita indesiderata. 

Orbene per quanto concerne la richiesta risarcitoria avanzata da X e Y quali esercenti la potestà del figlio minore A. per lesione del diritto dello stesso a nascere sano si osserva quanto segue. 

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite con sentenza n. 25767/2015 ha negato l’esistenza di un diritto del nascituro a non nascere se non sano astrattamente tutelabile nel nostro ordinamento. 

La Corte ha addotto che se da un lato “l’astratta riconoscibilità della titolarità di un diritto (oltre che della legittimazione attiva) del figlio handicappato non trova un ostacolo insormontabile nell’anteriorità del fatto illecito alla nascita. Giacchè si può essere destinatari di tutela anche senza essere soggetti dotati di capacità giuridica ai sensi dell’art. 1 cc” dall’altro lato “occorre scrutinare a fondo il contenuto stesso del diritto che si assume leso ed il rapporto di causalità tra la condotta del medico ed evento di danno. Sotto il primo profilo, in un approccio metodologico volto a mettere tra parentesi tutto ciò che concretamente non è indispensabile, per cogliere l’essenza di ciò che si indaga, si deve partire dal concetto di danno-conseguenza, consacrato dall’art. 1223 cc e riassumibile con espressione empirica nell’avere di meno a seguito dell’illecito. In siffatta ricostruzione dogmatica, il danno riuscirebbe pertanto legato alla stessa vita del bambino e l’assenza di danno alla sua morte. Ed è qui che la tesi ammissiva, in subiecta materia, incorre in una contraddizione insuperabile: dal momento che il secondo termine di paragone, nella comparazione tra le due situazioni alternative, prima e dopo l’illecito, è la non vita, da interruzione della gravidanza. E la non vita non può essere un bene della vita, per la contraddizion che nol consente.Tanto meno può esserlo, per il nato, retrospettivamente, l’omessa distruzione della propria vita (in fieri) che è il bene per eccellenza al vertice della scala assiologica dell’ordinamento. Anche considerando norma primaria l’art. 2043 cc, infatti, viene meno, il concetto stesso di danno ingiusto; oltre che reciso il nesso eziologico, sia pure inteso in base ai principi della causalità giuridica e nella sua ampiezza più estesa, propria della teoria della condicio sine qua non (generalmente rifiutata, peraltro, in materia di illecito civile). Non si può dunque parlare di un diritto a non nascere; tale, occorrendo ripetere, è l’alternativa; e non certo quella di nascere sani, una volta esclusa alcuna responsabilità, commissiva o anche omissiva, del medico nel danneggiamento del feto. ..Del resto il presupposto stesso del diritto è la vita del soggetto e la sua centralità affermata fin dal diritto romano (“Cum igitur hominum causa omne ius constitutum sit..” D. 1, 5, 2 Hermogenianus libro primo iuris epitomarum). Il supposto interesse a non nascere, come è stato detto efficacemente in dottrina, mette in scacco il concetto stesso di danno. Tanto più che di esso si farebbero interpreti unilaterali i genitori nell’attribuire alla volontà del nascituro il rifiuto di una vita segnata dalla malattia e come tale indegna di essere vissuta (quasi un corollario estremo del c.d. diritto alla felicità)”. 

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha quindi escluso che la vita di un bambino disabile possa nel nostro ordinamento considerarsi un danno, sul presupposto implicito che abbia minor valore di quella di un bambino sano. 

La relativa domanda attorea deve pertanto ritenersi infondata. 

Con riguardo alla domanda risarcitoria svolta invece iure proprio dai genitori del bambino nato disabile per non essere stati messi in grado, stante l’omessa informativa circa le condizioni del feto da parte dei sanitari, di esercitare il proprio diritto alla interruzione della gravidanza dopo i novanta giorni dal concepimento si osserva quanto segue. 

Orbene la legge 22 maggio 1978 n. 194 ha introdotto nell’ordinamento la possibilità legale per la donna di ricorrere all’aborto, naturalmente nel rispetto di condizioni rigorose al di fuori delle quali l’aborto resta un delitto. 

In particolare dopo il novantesimo giorno, come nel caso di specie, la presenza delle condizioni ivi rigorosamente tipizzate ha non solo efficacia esimente da responsabilità penale ma genera un vero e proprio diritto all’autodeterminazione della gestante di optare per l’interruzione della gravidanza.

L’art. 6 della legge 174/78 stabilisce: “L’interruzione volontaria della gravidanza dopo i primi novanta giorni, può essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”. 

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite sempre nella citata sentenza n. 25767/15 afferma che “l’impossibilità della scelta della madre, pur nel concorso delle condizioni di cui all’art. 6, imputabile a negligente carenza informativa da parte del medico curante è fonte di responsabilità civile. La gestante, profana della scienza medica, si affida, di regola, ad un professionista, sul quale grava l’obbligo di rispondere in modo tecnicamente adeguato alle sue richieste senza limitarsi a seguire le direttive della paziente, che abbia espresso, in ipotesi, l’intenzione di sottoporsi ad un esame da lei stessa prescelto, ma tecnicamente inadeguato a consentire una diagnosi affidabile sulla salute del feto. 

Occorre però che l’interruzione sia legalmente consentita e dunque che sussistano e siano accertabili mediante appropriati esami clinici, le rilevanti anomalie del nascituro e il loro nesso eziologico con un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna, giacchè senza il concorso di tali presupposti, l’aborto integrerebbe un reato; con la conseguente esclusione della stessa antigiuridicità del danno, dovuto non più a colpa professionale bensì a precetto imperativo di legge. 

Oltre a ciò deve essere altresì provata la volontà della donna di non portare a termine la gravidanza, in presenza delle specifiche condizioni facoltizzanti. 

Sotto questo profilo il thema probandum è costituito da un fatto complesso e cioè da un accadimento composto da molteplici circostanze e comportamenti proiettati nel tempo: la rilevante anomalia del nascituro,, l’omessa informazione da parte del medico, il grave pericolo per la salute psicofisica della donna, la scelta abortiva di quest’ultima…la prova verte anche su un fatto psichico: e cioè su uno stato psicologico, un’intenzione, un atteggiamento volitivo della donna che la legge considera rilevanti. 

L’ovvio problema che ne scaturisce è che del fatto psichico non si può fornire rappresentazione immediata e diretta; sicchè non si può dire che esso sia oggetto di prova in senso stretto. In tal caso l’onere probatorio, senza dubbio gravoso, vertendo su un’ipotesi, e non su un fatto storico, può essere assolto tramite dimostrazione di altre circostanze, dalle quali si possa ragionevolmente risalire, per via induttiva, all’esistenza del fatto psichico che si tratta di accertare” (praesumptio hominis) (così anche Cassazione n. 9251/2017). 

Nel caso di specie risulta pacifico si versi nell’ipotesi di cui all’art. 6, in quanto ormai decorso, al momento dell’effettuazione della risonanza magnetica cerebrale fetale il 10.07.12, il termine di 90 giorni indicati dal precedente art. 4 della Legge 194/78. 

Mentre entro i primi 90 giorni l’interruzione della gravidanza può essere ammessa quando, anche in ragione di “previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”, la prosecuzione della gravidanza o il parto comportino un serio pericolo per la salute fisica o psichica della gestante, dopo i primi 90 giorni essa può essere eccezionalmente consentita solo quando a) la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna ovvero b) siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un “grave pericolo” per la salute fisica o psichica della donna. 

Ciò in quanto l’interruzione volontaria di gravidanza è finalizzata solo ad evitare un pericolo per la salute della gestante, serio (entro i primi 90 giorni di gravidanza) o grave (successivamente); le eventuali malformazioni o anomalie del feto rilevano solo nei termini in cui possano cagionare il danno alla salute della gestante medesima, e non in sé e per sé considerate con riferimento al nascituro (così Cass. 14488/2004). 

L’art. 7 della Legge 194/78 precisa peraltro che “quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto l’interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso della lettera a) dell’art. 6” (ovvero in caso di grave pericolo per la vita della madre) “e il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare il feto”. 

Ove astrattamente ammessa l’interruzione di gravidanza l’attore secondo il riparto dell’onere probatorio è poi tenuto a provare, secondo i dettati della Suprema Corte, che la madre avrebbe esercitato la facoltà di interrompere la gravidanza ove fosse stata tempestivamente informata dell’anomalia fetale gravando sul medico la prova contraria che la donna non si sarebbe determinata all’aborto per qualsivoglia ragione personale (Cass. S.U. 25767/15; Cass. 9251/17).

Orbene è notorio che la percentuale di sopravvivenza dei bambini nati prematuramente negli ultimi anni si è notevolmente alzata grazie al miglioramento delle terapie intensive neonatali. In particolare nel parto prematuro a 23 settimane risulta che il feto abbia una possibilità di vita autonoma e di sopravvivenza del 10-40%, a 24 settimane del 40-70%, a 25 settimane del 50-80% e a 26 settimane dell’80-90%. 

Nel caso di specie la risonanza magnetica cerebrale fetale del 10.7.2012 veniva effettuata dalla gestante alla settimana 23+4 giorni. 

L’eventuale interruzione di gravidanza non sarebbe mai potuta pertanto essere posta in essere prima della ventiquattresima o venticinquesima settimana di gestazione quando cioè il feto avrebbe avuto ampie possibilità di vita autonoma e quando pertanto ai sensi dell’art. 7 della Legge 194/78 l’aborto sarebbe stato consentito solo in ipotesi di grave pericolo di vita della madre, circostanza non sussistente e neppure allegata nel caso de quo. 

Quanto poi alla contestata omissione informativa dei sanitari si osserva che Y veniva informata dal dott. Z, in qualità di professionista non ospedaliero, della situazione del feto in occasione della ecografia ostrica effettuata alla ventiduesima settimana il 28.06.12 quando, per stessa ammissione dell’attrice, il ginecologo confermava quanto rilevato in pari data presso l’ospedale di Ancona circa la presenza nel feto di ventricolomegalia border-line bilaterale e concordava con i due genitori l’effettuazione di più approfondite analisi tra cui la risonanza magnetica del feto “in vivo” finalizzata allo studio della anatomia cranio-encefalica fetale (doc. 3 fascicolo attoreo). 

Le risultanze della ecografia effettuata sia presso l’ospedale di Ancona che presso lo studio privato del dott. Z in data 28.6.12 e le analisi concordate con i due genitori in ordine ad accertamenti circa l’anatomia cranio-encefalica del feto costituivano evidente informativa circa possibili problematiche encefaliche del nascituro. 

La risonanza magnetica cerebrale fetale del 10.7.12 effettuata presso l’Ospedale di Rmini ed il relativo referto non hanno fatto altro che confermare i già esistenti sospetti circa l’esistenza di una migrazione neuronale e di un connesso problema encefalico del feto (doc. 7 e 8 attorei).

Parti attrici peraltro neppure hanno allegato di avere successivamente sottoposto gli esiti della risonanza magnetica del 10.7.12 ed il relativo referto all’esame del dott. Z o di altri sanitari esperti in diagnosi prenatale e medicina fetale ovvero di avere richiesto ulteriori accertamenti od esami o consulti presso strutture sanitarie pubbliche. 

I due genitori allertati in modo palese circa sospette problematiche encefaliche del feto sin dal 28.06.12 sia dalla struttura ospedaliera di Ancona che dal dott. Z sparivano nonostante gli esiti della risonanza magnetica cerebrale effettuata presso la U.O. di Neuroradiologia dell’Ospedale di Rimini il 10.07.12 e non si attivavano per chiedere eventuali spiegazioni o chiarimenti sulla stessa al dott. Z o ad altri sanitari del settore pubblico o privato facendo nuovamente comparsa presso l’Ospedale di Rimini, solo in data 30.10.12, per rottura prematura delle membrane alla trentottesima settimana + 4 giorni cui seguiva parto spontaneo il successivo 31.10.12. 

Non risulta pertanto riscontrabile alcuna colpevole omissione informativa né in capo 

al dott. Z né in capo ai sanitari del reparto di Neuroradiologia dell’Ospedale di Rimini ma appare sussistere esclusivamente un incomprensibile inattività dei due genitori preavvertiti sin dal 28.6.12 di sospetti problemi encefalici del feto. 

Allo stesso modo non risulta provato che Y ove informata (se astrattamente possibile) in data 28.06.12 ovvero in data 10.7.12 della possibilità che il feto alla nascita avrebbe potuto riportare “sindrome megancefalia-polimicrogiria-polidattilia (tra l’altro compiutamente diagnosticata solo in data 5.02.13) avrebbe deciso di interrompere la gravidanza. 

Al contrario sussistono elementi presuntivi gravi, precisi e concordanti circa il fatto che l’aborto non sarebbe stata all’epoca la scelta della gestante. 

In particolare il mancato ricorso al consulto medico specialistico sugli esiti della risonanza magnetica cerebrale del 10.7.12, il mancato ricorso a nuove risonanze magnetiche cerebrali in successiva epoca gestazionale o ad esami specialistici ulteriori per conoscere le reali condizioni di salute del nascituro dopo i risultati della ecografia del 28.6.12 e dell’esame del 10.7.12, le condizioni psico-fisiche normali della gestante sino al parto, l’assenza di pregresse manifestazioni di pensiero, in ipotesi, sintomatiche di una propensione all’opzione abortiva in caso di grave malformazione del feto portano ad escludere che in epoca consentita dalla Legge 194/78 la gestante avrebbe optato per l’interruzione di gravidanza. 

La domanda attorea pertanto in quanto destituita di fondamento dovrà essere respinta. 

Le spese di lite, tenuto conto dell’oggetto del giudizio e dei contrasti giurisprudenziali in materia, devono essere compensate tra le parti. 

PQM

Il Tribunale di Ravenna definitivamente pronunciando nella causa RG n. 1673/2016 ogni contraria domanda, eccezione, deduzione disattesa così decide: 

– respinge la domanda attorea in quanto infondata; 

– compensa tra le parti le spese di lite. 

Ravenna, 14 gennaio 2019

Il Giudice 

Dott.ssa Alessia Vicini 

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051 6447838 

BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO SUCCESSIVO VALIDITA’ AVVOCATO TESTAMENTO BOLOGNA 
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A)Eredità

 

b)Donazione indiretta

c)Donazione con diritto di usufrutto

d)Revoca della donazione

e)Ricerca e studio della provenienza di beni

f)Tutela della massa ereditaria prima della Morte

Successioni

Consulenza ereditaria  BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO SUCCESSIVO VALIDITA’

Quote di legittima-  BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO SUCCESSIVO VALIDITA’

Testamento olografo  BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO SUCCESSIVO VALIDITA’

Testamento segreto

Testamento pubblico

Accettazione di ereditBOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO SUCCESSIVO VALIDITA’ 

Eredi necessarBOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO SUCCESSIVO VALIDITA’ 

Patto di famigliBOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO SUCCESSIVO VALIDITA’ 

TrusBOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO SUCCESSIVO VALIDITA’ 

Azione giudiziaria a tutela dell’erede legittima BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO SUCCESSIVO VALIDITA’ 

Donazioni tra coniugi

Donazione ai figli

 

  1. Redazione della Dichiarazione di successione e sua presentazione presso gli Uffici competenti- BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO SUCCESSIVO VALIDITA’
  2. Esecuzione visure catastali- BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO SUCCESSIVO VALIDITA’
  3. Riunioni di usufrutto-BOLOGNA  TESTAMENTO OLOGRAFO SUCCESSIVO VALIDITA’
  4. Domande formali di ogni genere attinenti alla successione
  5. Rinunzia all’eredità- BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO SUCCESSIVO VALIDITA’
  6. Assistenza in atti pubblici
  7. Attivazione della pianificazione successoria
  8. Redazione di testamenti sulla base delle disposizioni del testatore
  9. Pianificazione della successione- BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO SUCCESSIVO VALIDITA’
  10. Verifica delle possibilità di disposizione (quota disponibile, usufrutto)
  11. Pianificazione della successione all’interno dell’impresa
  12. Custodia di testamenti
  13. Custodia di disposizioni di ultime volontà
  14. Esecuzione testamentaria su incarico del testatore o degli eredi
  15. Tutela degli interessi, esecuzione delle ultime volontà

 

 

La xxxx- avendo frequentato la casa (peraltro ubicata nello stesso stabile al piano sottostante a quella da lei abitata, insieme ai tre figli) dei suoceri (con i quali aveva sempre avuto un ottimo rapporto, tanto da aver ricevuto le loro prime schede testamentarie) – afferma che i beni mancanti erano presenti presso quell’abitazione almeno fino all’autunno 2016. Invero, durante le festività del Natale 2016, trascorse dai figli con i nonni paterni, proprio i ragazzi si sarebbe accorti (a dire della istante) della mancanza di diversi quadri.

 

Lamenta la ricorrente che, in occasione dell’inizio delle operazioni di inventario (17.1.2017), presso l’abitazione dei suoceri (dove, si ricorda, era andato a vivere il marito dopo la loro separazione, dal settembre 2016) risultavano mancanti numerosi beni di valore anche notevole: tutti i tappeti, tutti gli antichi strumenti musicali, molte statue e 46 quadri (analiticamente elencati alle pp.5-8 del ricorso).

Alcuni quadri (n.4) sono stati messi in vendita presso la …..(a Bologna): i dipinti indicati ai nn.22, 28, 32, 64 del Catalogo della Collezione Lorenzetti. Non a caso, le operazioni d’inventario erano proseguite presso la predetta galleria d’arte, dove la titolare, sig.ra Sassoli, aveva dichiarato di avere ricevuto i 4 quadri per la vendita (con mandato 16.9.2016) del prof. Ulisse Lorenzetti (padre del convenuto): 2 di essi erano stati già alienati a terzi. I quadri rinvenuti venivano pertanto inseriti nell’inventario dal notaio redigente.

La ricorrente sostiene di aver appreso, da amici antiquari, che altre opere della Collezione Lorenzetti si troverebbero presso l’abitazione di una nota famiglia bolognese (non meglio precisata).

BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO SUCCESSIVO VALIDITA’ AVVOCATO TESTAMENTO BOLOGNA 
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  • L’acceso contrasto tra le parti è evidente. La ricorrente adombra il sospetto che la morte dei suoceri sia collegata al fatto che siano stati del tutto trascurati dal convenuto nonostante fosse un medico.
  • Dal canto suo il resistente Lorenzetti Francesco attribuisce la redazione dei primi due testamenti dei propri genitori (del 25.7.2014) alle minacce della moglie di rendere pubbliche fotografie del marito compromettenti. Seppure ciò non incida sulla decisione di questo Giudice, nondimeno contribuisce a descrivere lo sfondo della più complessa vicenda familiare.
  • Venendo ad aspetti più specifici, si osserva che riguardo ai due successivi testamenti – per Ester Fabbri del 29.9.2015 e per Lorenzetti Ulisse del 22.10.2016 – non sono stati forniti al giudice sufficienti e concreti elementi tali da poter sostenere (sia pure entro i limiti probatori della fase cautelare) l’invalidità dei testamenti successivi; né le prove indicate dalla ricorrente fornirebbero elementi utili al riguardo.
  • Nondimeno, il diritto dei tre minori è pacifico riguardo al testamento della nonna paterna.
  • Difatti, alla luce delle disposizioni testamentarie più recenti – quelle oggetto di contestazione – le quote dell’eredità spettanti agli eredi sono le eseguenti:
  • alla morte di Ester (deceduta per prima rispetto al marito): ¼ al marito; ¼ a ciascuno dei 2 figli (Rossana e Francesco); la quota disponibile residua (¼) a favore dei 3 nipoti in parti uguali, ossia 1/12 ciascuno. Mentre, in virtù del secondo testamento del nonno paterno, i nipoti non sono eredi.
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 TRATTA DA GIUREMILIA:

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

PRIMA SEZIONE CIVILE

Nella causa civile iscritta al n. r.g. 3308/2017 promossa da:

CONVENUTI

Il Giudice dott. Bruno Perla,

a scioglimento della riserva assunta all’udienza del 11/05/2017,

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

Il Giudice

A scioglimento della precedente riserva, letti ed esaminati gli atti di causa,

OSSERVA quanto segue:

propone ricorso per sequestro giudiziario Boneschi Angela (nata 29.10.1967), moglie di Lorenzetti Francesco (nato 14.12.1963). La coppia, che ha tre figli – Lorenzo (nato 19.8.2003 – 14 anni), Giorgio (nato 17.2.2005 – 12 anni), Flavio (nato 29.6.2007 – 10 anni) – ha in corso giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio, conseguente a separazione consensuale omologata, con cui è stato disposto l’affido condivo dei figli (tutti minori) e loro collocazione prevalente con la madre, a cui è stata assegnata la casa coniugale (in Bologna, Via (omissis) n. (omissis)).

Assume la ricorrente:

i suoi suoceri Lorenzetti Ulisse (nato il 31.7.1928) e Ester Fabbri (nata il 17.3.1936), avevano redatto, il 25.7.2014, i loro due testamenti olografi alla presenza della sig.ra Boneschi, del sig. Lorenzetti e dei loro tre figli Lorenzo, Giorgio e Flavio: testamenti che erano stati consegnati dai disponenti nelle mani della stessa sig.ra Boneschi, con espressa preghiera di conservarli e dar loro esecuzione dopo la loro morte.

A seguito della separazione dei coniugi Boneschi-Lorenzetti, nel settembre 2016, il sig. xxxx decideva di andare a vivere a casa dei propri genitori (in Bologna, Via (omissis) n. (omissis)), ubicata al piano sottostante all’abitazione della ricorrente.

In data 10/10/2016 decedeva la sig.ra xxxx; pochi mesi dopo, in data 15/12/2016, decedeva anche il sig. Ulisse Lorenzetti.

A seguito della dipartita della sig.ra Fabbri, in data 8/11/2016, la sig.ra Boneschi, in adempimento alle ultime volontà della stessa, si recava presso il notaio Tommaso Gherardi, con la propria amica sig.ra Laura Serra e suo padre sig. Sandro Serra (anch’egli notaio in pensione).

Nondimeno, sei giorni dopo, in data 14/11/2016, un diverso notaio, il dott. Alessandro Magnani, pubblicava un altro testamento della sig.ra Fabbri. Anche con tale secondo atto di ultime disposizioni, la signora Fabbri lasciava la quota disponibile ai nipoti Lorenzo, Giorgio e Flavio Lorenzetti, ma, a differenza di quanto previsto nel primo testamento, istituiva il figlio sig. Francesco Lorenzetti come amministratore dei beni dei nipoti (doc.10). Tuttavia, a dire della ricorrente – che lo ha già rilevato con l’atto di denuncia-querela depositato in data 1/02/2017 (v. doc.7 all. al ricorso) – il secondo testamento risultava, ictu oculi, scritto con calligrafia incerta e palesemente diversa rispetto a quello precedente e presentava evidenti segni e cancellature a penna (doc. nn.10 e 11 all. al ricorso).

Narrando un episodio avvenuto nell’ottobre 2015 (v. p.4 ricorso) la ricorrente sostiene che già a quella data la sig.ra Fabbri era priva della capacità d’intendere e volere (l’anziana donna era stata trovata, da una vicina, a vagare vicino casa pronunciando frasi prive di senso).

Sempre secondo la ricostruzione della Boneschi, non dissimili erano state le vicende, di poco successive, collegate alla pubblicazione del testamento del sig. Ulisse Lorenzetti che aveva redatto un nuovo testamento. La ricorrente, il 12/01/2017, si recava dal notaio Carlo Vico per pubblicare il testamento del suocero (a lei consegnato); tuttavia, qualche giorno dopo, in occasione della formalizzazione dell’accettazione nell’interesse dei propri figli dell’eredità della sig.ra Fabbri, il 19/01/2017, il notaio Magnani la informava di aver ricevuto l’incarico di pubblicare un testamento del sig. Ulisse Lorenzetti, datato 22/10/2016 (dunque di appena pochi giorni successivo alla morte della sig.ra Fabbri) e che, contrariamente a quello in precedenza redatto (pubblicato dal notaio Vico), toglieva la quota disponibile ai nipoti. Anche riguardo all’autenticità di tale seconda scheda, la Boneschi presentava all’Autorità giudiziaria denuncia-querela.

Lamenta la ricorrente che, in occasione dell’inizio delle operazioni di inventario (17.1.2017), presso l’abitazione dei suoceri (dove, si ricorda, era andato a vivere il marito dopo la loro separazione, dal settembre 2016) risultavano mancanti numerosi beni di valore anche notevole: tutti i tappeti, tutti gli antichi strumenti musicali, molte statue e 46 quadri (analiticamente elencati alle pp.5-8 del ricorso).

La Boneschi – avendo frequentato la casa (peraltro ubicata nello stesso stabile al piano sottostante a quella da lei abitata, insieme ai tre figli) dei suoceri (con i quali aveva sempre avuto un ottimo rapporto, tanto da aver ricevuto le loro prime schede testamentarie) – afferma che i beni mancanti erano presenti presso quell’abitazione almeno fino all’autunno 2016. Invero, durante le festività del Natale 2016, trascorse dai figli con i nonni paterni, proprio i ragazzi si sarebbe accorti (a dire della istante) della mancanza di diversi quadri.

Alcuni quadri (n.4) sono stati messi in vendita presso la Galleria d’Arte Fondantico di Tiziana Sassoli (a Bologna): i dipinti indicati ai nn.22, 28, 32, 64 del Catalogo della Collezione Lorenzetti. Non a caso, le operazioni d’inventario erano proseguite presso la predetta galleria d’arte, dove la titolare, sig.ra Sassoli, aveva dichiarato di avere ricevuto i 4 quadri per la vendita (con mandato 16.9.2016) del prof. Ulisse Lorenzetti (padre del convenuto): 2 di essi erano stati già alienati a terzi. I quadri rinvenuti venivano pertanto inseriti nell’inventario dal notaio redigente.

La ricorrente sostiene di aver appreso, da amici antiquari, che altre opere della Collezione Lorenzetti si troverebbero presso l’abitazione di una nota famiglia bolognese (non meglio precisata).

In tale situazione, in breve, ella sospetta che i due successivi testamenti siano apocrifi o comunque redatti da persone incapaci. Con l’odierno ricorso chiede l’autorizzazione al sequestro di tutti i beni rientranti nell’asse ereditario della sig.ra Ester Fabbri (compresi i quattro dipinti trovati presso la Galleria d’Arte Fondantico di Tiziana Sassoli) – con sede in Bologna, via de’ Pepoli n.6/E – nonché dei proventi della vendita di due di tali opere che la sig.ra Sassoli sostiene di aver già venduto, con asporto immediato degli stessi ovunque essi si trovino, di tutto l’arredo presente nelle abitazioni di proprietà della signora Fabbri, dei conti correnti, delle abitazioni, quindi la nomina di un custode dei beni sequestrati (come meglio specificato nelle conclusioni del ricorso per sequestro giudiziario a p.18).

* * *

Si sono costituiti i convenuti – Francesco e Rossana Lorenzetti (fratello e sorella) – contestando in toto la domanda avversaria: negando la sussistenza dei requisiti del fumus boni iuris e del periculum in mora. Rossana è litisconsorte necessaria nel successivo giudizio di merito.

Pacifica solo la redazione dei primi due contestuali testamenti olografi dei genitori dei convenuti, redatti in data 25.7.2014. Successivamente, tuttavia, i testatori si erano determinati a nuovi atti di disposizione del loro patrimonio per il momento della loro morte: Ester Fabbri con il testamento 29.9.2015 aveva lasciato sempre la quota disponibile divisa in parti uguali ai 3 nipoti ma nominando loro padre (suo figlio) ai fini della gestione di tale quota fino al raggiungimento della maggiore età;

Lorenzetti Ulisse con il testamento 22.10.2016, aveva revocato la precedente disposizione, lasciando la quota disponibile ai due figli (Francesco e Rossana) in parti uguali.

Nella memoria di costituzione si nega che Francesco Lorenzetti sia andato a vivere presso l’abitazione dei genitori dopo la separazione: fatto accaduto solamente dopo la loro morte; accusando la moglie di avere indotto i suoi genitori a redigere i primi, contestuali, testamenti 25.7.2014, minacciando la divulgazione di fotografie compromettenti del marito.

Si contesta in modo assoluto la pretesa sottrazione od occultamento di beni di valore dalla casa dei genitori dei convenuti (pp.11-12 memoria di costituzione e risposta).

Preliminarmente nel rito.

La ricorrente agisce per la tutela dei diritti successori dei figli ex art.320, ult. co., ultima parte c.c.

L’oggetto del successivo giudizio di merito.

La domanda di merito è volta all’accertamento della invalidità dei due successivi testamenti, nonché alla divisione ereditaria.

Assumono allora i convenuti che la proposizione di tali domande costituisce condotta che implica e presuppone accettazione dell’eredità non solo della nonna Ester Fabbri, ma anche del nonno Ulisse Lorenzetti, da parte di Lorenzo, Giorgio e Flavio Lorenzetti; sennonché, per espressa previsione dell’art.320 c.c., l’accettazione di eredità è atto di straordinaria amministrazione, ragion per cui – in difetto di previa autorizzazione del Giudice Tutelare – i genitori non possono “accettare o rinunziare ad eredità o legati“, né tantomeno “promuovere, transigere o compromettere in arbitri giudizi relativi a tali atti“.

La legittimazione attiva rispetto all’azione di merito del giudizio successivo.

La legittimazione attiva va valutata in relazione alla causa petendi ed al petitum della domanda di merito, non avendo quella cautelare una propria autonomia ed essendo, anzi, funzionale all’altra.

Nel caso di impugnazione di un testamento olografo per nullità, l’eventuale accoglimento della domanda porterebbe alla dichiarazione di invalidità del testamento ed alla conseguente apertura della successione legittima. Ne discende che la legittimazione ad una simile domanda giudiziale può spettare ai soli eredi (anche solo legittimi), e la qualità di erede si acquista solo con l’accettazione dell’eredità.

BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO SUCCESSIVO VALIDITA’ AVVOCATO TESTAMENTO BOLOGNA 
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Nell fattispecie, i tre nipoti minori, nei confronti del nonno paterno, non sono, allo stato, chiamati all’eredità, potendo rivestire tale qualifica solo in un secondo momento, in caso di accoglimento della domanda di merito. Solo successivamente ad una simile decisione, trattandosi di eredi minorenni si dovrebbe precederebbe ad accettazione con beneficio d’inventario nelle forme di legge, fermo restando che, in tal caso, proprio in quanto minori, la decadenza dall’accettazione con beneficio d’inventario avviene un anno dopo il compimento della maggiore età (art.489 c.c.). 

L’eccezione non è fondata.

Inoltre, alla categoria delle azioni fondate sul diritto di proprietà, nel senso di essere dirette al suo accertamento (cfr. Cass. n.9692/2008 e n. 4039/1994), è riconducibile l’azione di impugnazione del testamento esperito da soggetto che, se il testamento fosse nullo o annullato, sarebbe chiamato come erede legittimo alla successione, così da poter divenire proprietario dei beni di cui si chiede il sequestro. La pretesa cautelare è pertanto ammissibile.

Sul Fumus boni iuris (apparente fondatezza della domanda di merito).

L’acceso contrasto tra le parti è evidente. La ricorrente adombra il sospetto che la morte dei suoceri sia collegata al fatto che siano stati del tutto trascurati dal convenuto nonostante fosse un medico.

Dal canto suo il resistente Lorenzetti Francesco attribuisce la redazione dei primi due testamenti dei propri genitori (del 25.7.2014) alle minacce della moglie di rendere pubbliche fotografie del marito compromettenti. Seppure ciò non incida sulla decisione di questo Giudice, nondimeno contribuisce a descrivere lo sfondo della più complessa vicenda familiare.

Venendo ad aspetti più specifici, si osserva che riguardo ai due successivi testamenti – per Ester Fabbri del 29.9.2015 e per Lorenzetti Ulisse del 22.10.2016 – non sono stati forniti al giudice sufficienti e concreti elementi tali da poter sostenere (sia pure entro i limiti probatori della fase cautelare) l’invalidità dei testamenti successivi; né le prove indicate dalla ricorrente fornirebbero elementi utili al riguardo.

Nondimeno, il diritto dei tre minori è pacifico riguardo al testamento della nonna paterna.

Difatti, alla luce delle disposizioni testamentarie più recenti – quelle oggetto di contestazione – le quote dell’eredità spettanti agli eredi sono le eseguenti:

alla morte di Ester (deceduta per prima rispetto al marito): ¼ al marito; ¼ a ciascuno dei 2 figli (Rossana e Francesco); la quota disponibile residua (¼) a favore dei 3 nipoti in parti uguali, ossia 1/12 ciascuno. Mentre, in virtù del secondo testamento del nonno paterno, i nipoti non sono eredi.

  • In considerazione dei limiti probatori propri del procedimento cautelare e della presente fase, seppure non siano state acquisite prove certe sul punto, alcuni elementi emersi dagli atti depongono per la sussistenza del requisito richiesto.
  • Con particolare riguardo all’aspetto relativo al pericolo di dispersione dei beni oggetto dell’eredità (il riferimento è soprattutto ai beni mobili di valore presenti all’interno dell’abitazione dei nonni paterni, oggi abitata dal convenuto), limitandosi all’assenza di opere d’arte (quadri e statue) nella predetta abitazione, si osserva che tale circostanza, rappresentata dai figli della coppia (sia pure parti), ha trovato conferma nell’assenza almeno dei 4 quadri consegnati alla galleria d’arte. Non rileva, al momento, la possibile legittima consegna di quelle 4 opere, ma ci si limita a rilevare la veridicità della circostanza notata dai ragazzi, ossia della mancanza di quadri dalle pareti della casa paterna.
  • Si aggiunga il mancato riscontro alle esplicite richieste dei procuratori della ricorrente (cfr. doc. nn.18-19 all. al ricorso) – a fronte di una giustificazione circa la mancanza di alcune opere dall’appartamento (perché temporaneamente esposte in una mostra).

In altri termini, che dall’abitazione in questione siano stati prelevati beni di valore (rientranti nell’asse ereditario) è circostanza che può dirsi acclarata.

Sempre in ambito di periculum in mora, giova osservare che – con particolare riguardo ai beni mobili di pregio presenti nell’abitazione del convenuto Lorenzetti Francesco (e di tutte le opere d’arte facenti parte della Collezione Lorenzetti) – si tratta di beni mobili che possono essere agevolmente oggetto di trasferimento/alienazione nelle more del giudizio di merito: situazione che potrebbe gravemente incidere sui diritti patrimoniali di natura ereditaria azionati dalla ricorrente, ove quei beni rimanessero della piena disponibilità dei convenuti. In questa prospettiva l’inventario compiuto nell’ambito dell’accettazione beneficiata nell’interesse dei minori non pare realizzare alcuna particolare cautela alle pretese degli stessi, nella situazione lamentata dalla ricorrente.

D’altro canto, la ratio del “sequestro giudiziario” consiste nell’obiettivo di assicurare il fruttuoso esercizio dell’azione, da intendersi quale diritto della parte alla conservazione del bene oggetto della pretesa giudiziale ed il cui possesso da parte del resistente può alterare, la par condicio processuale.

La cautela richiesta tende a cristallizzare una situazione di fatto in ordine a beni determinati per permettere alla sentenza di merito di spiegare interamente ed in concreto i propri effetti.

In considerazione della domanda e della natura dei beni oggetto della stessa, il sequestro invocato può limitarsi ai solo beni mobili, sussistendo idonea garanzia per i beni immobili (ed eventuali mobili registrati) con la trascrizione del provvedimento di sequestro.

P.Q.M.

Visti gli artt.670 e ss. c.p.c.:

AUTORIZZA

il sequestro giudiziario di tutti i beni mobili rientranti nell’asse ereditario di Fabbri Ester (compresi i dipinti rinvenuti presso la , con sede in Bologna, via de’ Pepoli n. 6/E ed il provento di eventuali vendite già avvenute);

nomina custode la Dr.ssa Piacquaddio Enrica, con studio in Bologna, Via Galliera n.4;

visto l’art.669 octies c.p.c.:

fissa alla ricorrente il termine di gg.60 per l’inizio del giudizio di merito;

nulla per le spese, rimesse al merito.

Si comunichi.

Bologna, 13 dicembre 2017

Il Giudice

dott. Bruno Perla

Pubblicazione il 13/12/2017

TRIBUNALE BOLOGNA DIVISIONE EREDITARIA 

TRIBUNALE BOLOGNA DIVISIONE EREDITARIA  AVVOCATO ESPERTO DISTRETTO CORTE APPELLO BOLOGNA- TRIBUNALE BOLOGNA DIVISIONE EREDITARIA  

Quanto alle modalità della divisione, avente ad oggetto un unico bene immobile sito in (omissis) (Bologna), località (omissis) (frazione [omissis]), e censito al N.C.E.U. di detto Comune al foglio …omissis…, mappale …omissis…, ritiene questo giudice che il suddetto bene immobile, ritenuto dal C.T.U. incaricato non comodamente frazionabile (cfr. pagina 3 citata relazione di consulenza tecnica d’ufficio: “è opinione dello scrivente che il compendio immobiliare in esame non sia naturalmente divisibile“) debba essere attribuito interamente e pro indiviso ai convenuti YYJJWW e QQ, che ne chiedono espressamente l’attribuzione, in ragione del 25% ciascuno e subordinatamente all’integrale pagamento da parte degli stessi convenuti in solido tra loro ed in favore di XX del conguaglio nella misura complessiva pari ad euro 12.000,00.

La consulenza tecnica d’ufficio ha infatti determinato il valore di mercato del bene immobiliare de quo in complessivi euro 60.000,00 e a questo valore devesi fare riferimento al fine della determinazione delle singole quote dei coeredi, stante che, come peraltro ritenuto dal consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, “in sede di divisione, il valore dei beni si determina con riferimento ai prezzi di mercato correnti al tempo della decisione della causa” (ex pluribus, Cass., 4.5.2005, n. 9207) e ciò in considerazione del fatto che in sede di divisione il debito da conguaglio che grava sul condividente assegnatario di un immobile non facilmente divisibile (che ha natura di debito di valore) nasce solo con l’assegnazione del bene, al momento della pronunzia definitiva sulla divisione – momento al quale deve, pertanto, essere rapportato il valore di ciascuna porzione proporzionale ad ogni singola quota, onde regolare, come per il periodo precedente, i rapporti in termini di rendiconto, con riferimento ai frutti del bene” (Cass., 29.4.2003, n. 6653).

AVVOCATO BOLOGNA ESPERTO SUCCESSIONI EREDITARIE TESTAMENTI DIVISIONI EREDITARIE LITE TRA FRATELLI EREDI PARENTI 051 6447838

REPUBBLICA ITALIANA TRIBUNALE BOLOGNA DIVISIONE EREDITARIA  

In Nome del Popolo Italiano

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IL TRIBUNALE DI BOLOGNA

PRIMA SEZIONE CIVILE

In persona del Giudice Unico, Giudice Onorario dott.ssa Mariangela Gentile

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta al n. 14997 del Ruolo Generale dell’anno 2007

promossa da:

XX, elettivamente domiciliata in Casalecchio di Reno (Bologna), via Calzavecchio n. 23 presso e nello studio dell’avvocato Angelo Forni che la rappresenta e difende in forza di procura a margine dell’atto di citazione

– attrice –

contro:

YY,

JJ,

WW

e

QQ, tutti elettivamente domiciliati in Bologna, via C. Ranzani n. 5/11 presso e nello studio dell’avvocato Marco Ketmaier che li rappresenta e difende in forza di procura in calce alla comparsa di costituzione e risposta

– convenuti –

In punto a: divisione di beni immobili

CONCLUSIONI

Il Procuratore di parte attrice chiede e conclude:

come da foglio di precisazione delle conclusioni.

Il Procuratore di parte convenuta chiede e conclude:

come da foglio di precisazione delle conclusioni.

CONCISA ESPOSIZIONE

DELLE RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO

DELLA DECISIONE

Con atto di citazione regolarmente notificato XX conveniva in giudizio YYJJWW e QQ per sentire dichiarare lo scioglimento della comunione ereditaria dell’immobile posto nel Comune di (omissis), (Bologna), località (omissis) (frazione [omissis]), costituito da un fabbricato residenziale su tre piani fuori terra con corte pertinenziale e area cortiliva verde al livello del piano primo, e distinto nel Catasto Fabbricati del Comune di (omissis) al foglio …omissis…, mappale …omissis…, categoria A/4, classe 1, consistenza 9 vani, rendita catastale di euro 264,94, dichiarando la propria disponibilità, nel caso in cui il bene non fosse divisibile in natura, a cedere la propria quota pari ad 1/5 pro indiviso ai convenuti al prezzo determinato dal Tribunale e chiedendo che, in mancanza di una richiesta di assegnazione da parte degli altri coeredi, venisse disposta la vendita del compendio ereditario e la suddivisione del ricavato pro quota agli eredi; con ordine al Conservatore dei Registri Immobiliari di trascrivere l’emanando provvedimento; con vittoria di spese, competenze ed onorari di lite.

Parte attrice evidenziava come con sentenza n. 1750/04 pronunciata inter partes in data 20.5.2004 il Tribunale di Bologna avesse accertato e dichiarato la qualità di erede legittima di XX per rappresentazione della defunta madre N(omissis) M(omissis) e per l’effetto avesse altresì accertato e dichiarato la comproprietà dell’odierna attrice per la quota di 1/5 con gli altri eredi del fabbricato rurale oggetto della presente causa, dichiarando tenuti e condannando gli altri coeredi a riconoscere all’attrice il compossesso dell’immobile per la quota di 1/5 ed infine dichiarando tenuta e condannando XX a corrispondere agli altri coeredi, in solido tra loro, la somma di lire 220.000 pari ad euro 113,62, con rigetto di ogni altra domanda.

La difesa di parte attrice rilevava che per dissapori fra gli eredi, XX non era mai potuta entrare nel reale compossesso dell’immobile e che, nonostante essa avesse più volte per tramite il proprio legale richiesto di ottenere la liquidazione della propria quota, aveva ricevuto proposte del tutto inadeguate da parte degli altri coeredi. 

Si costituivano in giudizio i convenuti YYJJWW e QQ, i quali non si opponevano alla domanda di scioglimento della comunione laddove il compendio ereditario non risultasse divisibile in natura e dichiaravano la loro volontà di rimanere in comunione della quota di 4/5.

La difesa di parte convenuta rilevava come tuttavia parte attrice non avesse mai partecipato alle spese necessarie per la ristrutturazione e la manutenzione dell’immobile, interamente sostenute dagli altri coeredi ed in particolare da WW; evidenziava da ultimo come i convenuti avessero offerto all’attrice la somma di euro 6.455,71, rinunciando al rimborso delle spese sostenute, proposta non accettata da XX.

Conclusivamente parte convenuta chiedeva pertanto che venisse dato atto dell’offerta banco iudicis della somma di euro 6.455,71 da parte dei coeredi con contestuale rinuncia alla pretesa del rimborso di un quinto delle spese sostenute, offerta rifiutata dall’attrice; nel merito [ parte convenuta, NdRedattore ] chiedeva: 1) dichiararsi che il valore della quota di proprietà di XX ammontava ad euro 5.580,00 all’epoca dell’apertura della successione, 2) accertare e dichiarare che i convenuti si dichiaravano pronti a liquidare immediatamente parte attrice nella misura pari ad un quinto del valore stimato all’epoca dell’apertura della successione, e 3) condannare parte attrice al rimborso di 1/5 delle spese sopportate per la ristrutturazione e la manutenzione dell’immobile de quo; con condanna di parte attrice delle spese della C.T.U. e con vittoria di spese, competenze ed onorari di lite.

Successivamente alla costituzione di parte convenuta e conclusivamente parte attrice modificava le proprie domande svolgendo, in aggiunta alle domande già formulate in atto di citazione, domanda riconvenzionale di condanna dei convenuti al risarcimento dei danni per avere privato parte attrice dell’utilizzazione pro quota del bene indiviso e dei relativi profitti.

All’udienza del 2.10.2008 il giudice disponeva consulenza tecnica d’ufficio, nominando all’uopo il Geom. Daniele Cipollini al quale alla successiva udienza del 19.2.2009 veniva conferito l’incarico di descrivere il compendio immobiliare, di accertarne la comoda divisibilità, predisponendo in caso affermativo un progetto di divisione, con indicazione di eventuali conguagli, di accertarne il valore di mercato all’attualità e al momento della morte e dell’apertura della successione, di accertare altresì la necessità e l’incisività degli eventuali e documentati lavori di manutenzione effettuati sul compendio immobiliare, stimando ove possibile, l’incremento di valore subito dal bene in conseguenza di tali lavori.

In data 29.10.2009 il C.T.U. Geom. Daniele Cipollini depositava la relazione di consulenza tecnica d’ufficio e la causa veniva rinviata per la precisazione delle conclusioni.

Precisate le conclusioni, la causa veniva trattenuta in decisione con assegnazione alle parti dei termini di legge per il deposito di comparse conclusionali e memorie di replica.

* * *

Va preliminarmente osservato come la domanda di scioglimento della comunione azionata dall’attrice non sia mai stata in alcun modo oggetto di opposizione da parte dei convenuti costituitisi in giudizio, così come nessuna contestazione è in atti in ordine all’individuazione del bene oggetto di comproprietà.

Ne consegue che va senz’altro dichiarato lo scioglimento della comunione per cui è causa.

Quanto alle modalità della divisione, avente ad oggetto un unico bene immobile sito in (omissis) (Bologna), località (omissis) (frazione [omissis]), e censito al N.C.E.U. di detto Comune al foglio …omissis…, mappale …omissis…, ritiene questo giudice che il suddetto bene immobile, ritenuto dal C.T.U. incaricato non comodamente frazionabile (cfr. pagina 3 citata relazione di consulenza tecnica d’ufficio: “è opinione dello scrivente che il compendio immobiliare in esame non sia naturalmente divisibile“) debba essere attribuito interamente e pro indiviso ai convenuti YYJJWW e QQ, che ne chiedono espressamente l’attribuzione, in ragione del 25% ciascuno e subordinatamente all’integrale pagamento da parte degli stessi convenuti in solido tra loro ed in favore di XX del conguaglio nella misura complessiva pari ad euro 12.000,00.

La consulenza tecnica d’ufficio ha infatti determinato il valore di mercato del bene immobiliare de quo in complessivi euro 60.000,00 e a questo valore devesi fare riferimento al fine della determinazione delle singole quote dei coeredi, stante che, come peraltro ritenuto dal consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, “in sede di divisione, il valore dei beni si determina con riferimento ai prezzi di mercato correnti al tempo della decisione della causa” (ex pluribus, Cass., 4.5.2005, n. 9207) e ciò in considerazione del fatto che in sede di divisione il debito da conguaglio che grava sul condividente assegnatario di un immobile non facilmente divisibile (che ha natura di debito di valore) nasce solo con l’assegnazione del bene, al momento della pronunzia definitiva sulla divisione – momento al quale deve, pertanto, essere rapportato il valore di ciascuna porzione proporzionale ad ogni singola quota, onde regolare, come per il periodo precedente, i rapporti in termini di rendiconto, con riferimento ai frutti del bene” (Cass., 29.4.2003, n. 6653).

Per tali ragioni non è pertanto fondata la tesi di parte convenuta laddove pretenderebbe che il giudice adito facesse riferimento al valore del bene oggetto di divisione determinato dal C.T.U. con riferimento al momento dell’apertura della successione.

Per quanto concerne la domanda di parte convenuta di condanna di parte attrice al rimborso di 1/5 delle spese sopportate per la ristrutturazione e la manutenzione del’immobile de quo, essa risulta inammissibile in questa sede essendo già stata oggetto di giudicato con la sentenza n. 1750/04 pronunciata da questo Tribunale in data 20.5.2004, la quale l’ha rigettata in quanto non provata (“Deve essere viceversa rigettata la domanda di pagamento, pro quota, delle spese sostenute per la conservazione e i miglioramenti del bene comune, atteso che la stessa è rimasta del tutto non provata, anche in considerazione della tardiva produzione documentale avvenuta solo all’udienza fissata ex art. 184 c.p.c. per l’ammissione dei mezzi probatori e, quindi, oltre i termini perentori assegnati per le deduzioni istruttorie“; cfr. pagina 13 sentenza n. 1750/04 pronunciata dal Tribunale di Bologna in data 20.5.2004 sub doc. n. 1 fascicolo parte attrice).

A questo proposito non appare infatti condivisibile la tesi sostenuta da parte convenuta, la quale sostiene che avendo la citata sentenza n. 1750/04 motivato “in quanto non provato” e non “in quanto non dovute“, la domanda sarebbe nuovamente proponibile in questo giudizio, non essendovi alcuna preclusione nel merito.

Diversamente da quanto sostenuto da parte convenuta, ritiene questo giudice di aderire a quanto stabilito altresì dalla Suprema Corte di Cassazione in merito all’accertamento negativo di un diritto per difetto di prova, ritenendo che anche in tal caso si formi giudicato sostanziale, non essendo previste dal vigente ordinamento giuridico le sentenze di rigetto allo stato degli atti (“L’accertamento positivo o negativo di un diritto in sentenza costituisce sempre una pronuncia di merito che, una volta passata in giudicato, preclude la proposizione della medesima domanda tra le stesse parti a nulla rilevando – in relazione all’impossibilità nel vigente ordinamento processuale di emanazione di sentenze allo stato degli atti – la sua erroneità, sia pure macroscopica, né l’insufficienza della sua motivazione, né il contrasto con documenti decisivi che la parte interessata non sia stata in grado di produrre a suo tempo: vizi tutti che possono e debono essere fatti valere mediante gli opportuni previsti mezzi di impugnazione“, Cass., 29.5.2001, n. 7302; precedenti conformi Cass., 18.2.1991, n. 1682 e Cass., 12.11.1983, n. 6744).

Non può infine trovare accoglimento la domanda riconvenzionale formulata da parte attrice, rilevato che quest’ultima non ha né provato, né ancor prima specificamente allegato i fatti e le circostanze posti a fondamento di detta domanda.

Quanto alle spese di lite, si ritiene che la natura del presente giudizio unitamente alla reciproca parziale soccombenza delle parti ne giustifichi l’integrale compensazione tra le stesse.

P.Q.M.

Il Tribunale di Bologna, in persona del Giudice Unico, definitivamente pronunciando, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione disattesa, così provvede:

  1. pronuncia lo scioglimento della comunione dell’immobile posto nel Comune di (omissis) (Bologna), località (omissis) (frazione [omissis]), costituito da un fabbricato residenziale su tre piani fuori terra con corte pertinenziale e area cortiliva verde al livello del piano primo, e distinto nel Catasto Fabbricati del Comune di Camugnano al foglio …omissis…, mappale …omissis…, categoria A/4, classe 1, consistenza 9 vani, rendita catastale di euro 264,94;
  2. assegna l’immobile di cui al capo 1) a YY (codice fiscale …omissis…), a JJ (codice fiscale …omissis…), a WW (codice fiscale …omissis…) e a QQ (codice fiscale …omissis…) in ragione del 25% ciascuno;
  3. subordina il trasferimento di cui al capo 2) al pagamento da parte di YY, JJ, WW e QQ, in solido fra loro, in favore di XX della somma di euro 12.000,00 (dodicimila/00);
  4. dichiara integralmente compensate tra le parti le spese del giudizio, ivi comprese le spese della consulenza tecnica d’ufficio, così come già liquidate nel corso del giudizio;
  5. ordina la trascrizione della presente sentenza una volta passata in giudicato.

Così deciso in Bologna in data 11 settembre 2012

Il Giudice Unico

Giudice Onorario dott.ssa Mariangela Gentile

Depositata in Cancelleria il 19 SETT. 2012

TRIBUNALE BOLOGNA DIVISIONE EREDITARIA

SEPARAZIONE BOLOGNA SEPARAZIONE BOLOGNA  SOMME NEI CONTI CORRENTI PRELIEVO SOMME DAL MARITO  

 

SEPARAZIONE BOLOGNA SEPARAZIONE BOLOGNA  SOMME NEI CONTI CORRENTI PRELIEVO SOMME DAL MARITO SEPARAZIONE BOLOGNA SOMME NEI CONTI CORRENTIavvocato-p-separazione-e-divorzio

  • Il denaro presente si presume di proprieta’ di entrambi, in parti uguali, con la conseguenza che, ciascun coniuge potra’ prelevare dal conto cointestato una somma pari al 50% del totale, senza che l’altra parte possa opporre eccezioni. Il prelievo oltre tale limite, invece, richiede la previa autorizzazione dell’altro coniuge.

REDDITI DEL CONIUGE E SOMME

  1. la produzione in giudizio della dichiarazione dei redditi dell’ultimo anno o degli anni precedenti;
  2. la produzione in giudizio degli estratti conto e le movimentazioni delle carte di credito e di debito relativi  all’ultimo anno, o relativi anche agli anni precedenti;
  3. la produzione in giudizio eventuali contratti di locazione aventi ad oggetto i suoi immobili;
  4. si può richiedere che sia ordinato agli istituti di credito, agli enti assicurativi, alle “finanziarie”, con i quali il coniuge ha rapporti, di produrre in giudizio la copia degli estratti conto dell’ultimo anno, ovvero anche degli anni precedenti;avvocato-p-consulenti-finanziari-
  5. si può richiedere che siano disposte indagini per il tramite della Polizia Tributaria (ex  155 c.c.e art. 5, co. 9, L. 1.12.1970 n. 898) per l’accertamento del reddito e del patrimonio mobiliare e immobiliare dell’atro coniuge; per accertare l’eventuale esistenza di partecipazioni societarie, titoli di azioni od obbligazioni; per accertare l’esistenza di conti correnti postali o bancari anche cointestati; per accertare l’esistenza di conti correnti, conti deposito, titoli, polizze e polizze assicurative, o di carte di debito o credito;
  1. e se il conto sia stato alimentato quasi esclusivamente da uno dei coniugi e, l’altro in sede di separazione, approfitti della comunione del conto corrente per prelevare la meta’ del totale depositato.
  • Ma come puo’ il coniuge dimostrare che il denaro versato e’ di sua proprieta’ scongiurando cosi’ il pericolo che l’altro coniuge prelevi illegittimamente somme di denaro?

 

 

SEPARAZIONE BOLOGNA SEPARAZIONE BOLOGNA  SOMME NEI CONTI CORRENTI PRELIEVO SOMME DAL MARITO

In primis, possono essere esaminate congiuntamente le domande formulate dall’attore di accertamento della propria pretesa creditoria nei confronti della XX e di conseguente condanna di quest’ultima al pagamento delle somme vantate a credito dal YY, da un lato, e la domanda di accertamento avanzata dalla XX nel giudizio riunito, dall’altro, in quanto correlate sia logicamente che giuridicamente.

2.1. Parte attrice agisce, sotto un primo profilo, affinché la convenuta sia condannata a pagare, innanzitutto, la metà di quanto questa ha prelevato dal conto corrente comune in più rispetto ai prelievi effettuati dall’attore, restringendo — dal punto di vista sia temporale che causale — le operazioni oggetto della pretesa restitutoria a quelle effettuate nell’ambito delle compravendite immobiliari concluse dalle parti nel giugno del 2000. 

  • SEPARAZIONE BOLOGNA SOMME NEI CONTI CORRENTI
    SEPARAZIONE BOLOGNA SOMME NEI CONTI CORRENTI

    Secondo la tesi della convenuta, per converso, l’infondatezza delle domande avversarie discenderebbe, per un verso, dall’inoperatività della presunzione di comproprietà prevista dal secondo comma dell’art. 1298 c.c., e, per altro verso, dall’estinzione delle pretese creditorie, azionate da controparte in relazione al conto corrente cointestato, per effetto dell’atto di quietanza rilasciato dal YY in data 29.01.2007 proprio con riguardo ai titoli fatti valere nei confronti della XX.

  • 2.1.1. Con unico rogito a ministero Notaio A(omissis) R(omissis) in data (omissis).(omissis).2000 (cfr. doc. 17, fasc. attore), le parti — allora coniugate — hanno acquistato, ciascuna in proprietà esclusiva, due distinti appartamenti facenti parte del medesimo fabbricato, rispettivamente al prezzo di Lire 300.000.000 (porzione YY) e di Lire 1.000.000.000 (porzione XX).
  • Con due diversi contratti di mutuo fondiario ipotecario in pari data (omissis).(omissis).2000, anch’essi rogitati dal suddetto Notaio A(omissis) R(omissis) (cfr. docc. 19 e 20, fasc. attore), i coniugi hanno ottenuto dal Credito Cooperativo Bolognese s.c.r.l. un duplice finanziamento di importo pari a Lire 900.000.000 (mutuataria XX: mutuo n. 000004685) e a Lire 300.000.000 (mutuatario YY: mutuo n. 000004686); somme, entrambe, confluite sul conto corrente acceso presso lo stesso Istituto mutuante, filiale di Casalecchio di Reno (n. 15-000602271), di cui le parti erano all’epoca cointestatarie con potere di firma disgiunta. Il conto corrente in questione è stato successivamente estinto nel settembre 2009, come dedotto in modo incontestato dalla convenuta (non risultano in atti, tuttavia, documenti attestanti tale estinzione).
  • Sulla scorta della documentazione fornita delle parti, la C.T.U. contabile a firma della dott.ssa A(omissis) F(omissis) dà conto del fatto che, dalla fine del mese di febbraio 2000 al mese di giugno 2000 (periodo al quale risalgono gli ultimi documenti bancari messi a disposizione del perito), il suddetto conto corrente cointestato è stato utilizzato dalle parti per adempiere le obbligazioni rispettivamente assunte in occasione delle operazioni immobiliari di cui sopra (pagamento del prezzo; versamento degli accessori e dei tributi dovuti per i due mutui; pagamento della fattura emessa dal Notaio, comprensiva dell’imposta di registro).

La circostanza, d’altronde, è assunta come pacifica da entrambe le parti.

In particolare, già in atto di citazione l’attore ha riconosciuto che parte dei prelievi effettuati dalla XX (in totale, Lire 225.000.000) sono stati destinati al pagamento del prezzo dell’immobile acquistato dal YY; egli ha ammesso, altresì, di aver corrisposto la differenza a saldo prezzo (pari a Lire 75.000.000) mediante assegno bancario n. 001031028309 tratto sul medesimo conto corrente cointestato con la convenuta.

2.1.2. Nel determinare i rapporti di dare e avere tra le parti, la C.T.U. ha quindi prospettato due ipotesi: la prima, più strettamente aderente alla formulazione letterale del quesito, che non comprende l’addebito del predetto assegno bancario sul conto corrente in data 29.10.2009, vale a dire prima del periodo di riferimento indicato nel quesito medesimo (ipotesi A: debito della Sig.ra XX pari ad Euro 94.679,46); la seconda, invece, comprensiva di detto addebito (ipotesi B: debito della Sig.ra XX pari ad Euro 75.312,32). Sennonché, le conclusioni enunciate dalla C.T.U. possono solo parzialmente condividersi per le seguenti ragioni.

  1. In entrambe le ipotesi, infatti, il perito ha dapprima imputato a ciascuno dei cointestatari gli importi accreditati o addebitati sul c/c comune in base al soggetto che ha sottoscritto gli assegni e prelevato il denaro ovvero alla destinazione delle operazioni addebito, per poi calcolare l’importo dei rispettivi debiti e, soltanto da ultimo, dividendo della metà il debito così risultante in capo alla convenuta.
  2. La metodologia adottata, sebbene rigorosa e intrinsecamente coerente, non risulta tuttavia coerente con i dettami previsti dalla legge e dalla giurisprudenza in tema di conto corrente cointestato: i conteggi compiuti dal perito non fanno altro che fotografare, in modo neutro, le partite di dare e avere tra i due cointestatari, senza però tenere conto dell’effettiva provenienza del denaro e, dunque, dell’appartenenza dello stesso ad una oppure all’altra parte. 
  3. In sostanza, un siffatto modo di procedere, invertendo i passaggi logici da seguire (1. accertamento dell’eventuale denaro appartenente in via esclusiva alle parti; 2. determinazione del denaro in comproprietà, da dividersi della metà, non essendo stata superata la presunzione di eguaglianza delle parti; 3. individuazione dei prelievi effettuati da ciascuna parte, 4. verifica dell’eventuale disposizione, da parte di uno dei cointestatari, di somme superiori a proprio favore rispetto a quanto disposto dall’altra; 5. raffronto tra la quota spettante ad ognuna delle parti e gli importi disposti a vantaggio di ciascuna), oblitera il prioritario accertamento circa la proprietà — esclusiva o comune — della provvista presente sul conto corrente.
  4. 2.1.3. A questo punto, occorre premettere che, per giurisprudenza costante, i rapporti di conto corrente sono disciplinati dal disposto di cui all’art. 1298, comma 2, c.c. e dalla presunzione legale iuris tantumdi comproprietà ivi prevista (cfr. Cass., sez. II, 02/12/2013, n. 26991; Cass., sez. II, 19702/2009, n. 4066: «..Nel conto corrente (bancario e di deposito titoli) intestato a due (o più) persone, i rapporti interni tra correntisti sono regolati non dall’art. 1854 cod. civ., riguardante i rapporti con la banca, bensì dal secondo comma dell’art. 1298 cod. civ., in base al quale, in mancanza di prova contraria, le parti di ciascuno si presumono uguali, sicché ciascun cointestatario, anche se avente facoltà di compiere operazioni disgiuntamente, nei rapporti interni non può disporre in proprio favore, senza il consenso espresso o tacito dell’altro, della somma depositata in misura eccedente la quota parte di sua spettanza, e ciò in relazione sia al saldo finale del conto, sia all’intero svolgimento del rapporto..»).

Tale presunzione dà luogo soltanto all’inversione dell’onere probatorio, che può essere superata attraverso presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti (Cass., sez. I, 01/02/2000, n. 1087). Ne consegue che quello tra i cointestatari, che assume di vantare la titolarità esclusiva di tutte o parte delle somme depositate, è gravato dall’onere di dimostrare che i versamenti siano stati compiuti con denaro appartenente soltanto a sé, giacché solo in tal caso deve escludersi che l’altro titolare del conto possa avanzare diritti (Cass., sez. I, 09/07/1989, n. 3241). Detto altrimenti, se non risulti diversamente, si presume che il debito o il credito solidale debbano dividersi in misura uguale tra i titolari del conto

 

 

SEPARAZIONE BOLOGNA SEPARAZIONE BOLOGNA  SOMME NEI CONTI CORRENTI PRELIEVO SOMME DAL MARITO  
SEPARAZIONE BOLOGNA SEPARAZIONE BOLOGNA  SOMME NEI CONTI CORRENTI PRELIEVO SOMME DAL MARITO

 

 

 

 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA SEPARAZIONE BOLOGNA SOMME NEI CONTI CORRENTI

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

PRIMA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Cinzia Gamberini

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel procedimento civile iscritto al n. 22097/2009 R.G. (riunito al procedimento civile n. 17434/10 R.G.), promosso da:

YY [ recte : coniuge separato (marito) di XX ; NdRedattore ] (c.f. …omissis…), nato a (omissis), (Bologna), il (omissis).(omissis).1947, con il patrocinio – giusta mandato a margine della memoria di nomina di nuovo difensore e costituzione dello stesso in data 23.11.2011 – dell’Avv. Mariantonella Ninivaggi; elettivamente domiciliato presso lo studio di quest’ultima in Bologna, Piazza S. Domenico, 2

– ATTORE –

contro

Avvocato matrimonialista Bologna, ma il figlio che non lavora va mantenuto? Pare di si secondo la cassazione Civile, sentenza 6 marzo – 9 maggio 2013, n. 11020
Avvocato matrimonialista Bologna, ma il figlio che non lavora va mantenuto? Pare di si secondo la cassazione Civile, sentenza 6 marzo – 9 maggio 2013, n. 11020

XX [ recte : coniuge separato (moglie) di YY ; NdRedattore ] (c.f. …omissis…), nata a Bologna il (omissis).(omissis).1949, residente in (omissis), (Bologna), Via (omissis) n. (omissis), con il patrocinio – giusta mandato a margine della comparsa di costituzione e risposta del 20.05.2010 – degli Avv. Alberto Santoli; elettivamente domiciliata presso lo studio di quest’ultimo in Bologna, via Mazzini, 53/2

– CONVENUTO –

Oggetto

divisione di beni non caduti in successione.

CONCLUSIONI

Parte attrice ha precisato le conclusioni come da separato foglio a far parte integrante del verbale in data 21.12.2016

Parte convenuta ha precisato le conclusioni come da atti dei rispettivi procedimenti riuniti, ad esclusione della domanda relativa alla divisione dei beni mobili, in relazione alla quale ha dichiarato di aderire al progetto divisionale redatto dal C.T.U. limitatamente a detti beni.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione ritualmente notificato, YY evocava in giudizio la moglie XX (dalla quale è oggi separato), chiedendo — previo accertamento della sua qualità di creditore, nei confronti della convenuta, della somma complessiva di Euro 134.495,84, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria ( somma corrispondente, in parte, al 50% degli importi prelevati dalla XX dal conto corrente cointestato ed, in parte, al 50% delle spese sostenute per la pratica di variazione catastale e di condono edilizio relative ad un immobile in comproprietà paritaria sito in (omissis) [ recte : località in provincia di Bologna ; NdRedattore ] ) — la condanna della convenuta medesima al pagamento della suddetta somma o di quella diversa accertata in corso di causa; proponeva, inoltre, domanda di accertamento della proprietà esclusiva in capo a sé di tre quadri, con condanna della XX alla restituzione immediata degli stessi nonché ai sensi dell’614 bis c.p.c.,, ed ulteriore domanda di accertamento della comproprietà, nella misura della metà, di n. 21 caricature, di n. 5 quadri e di un biliardo, con conseguente richiesta di divisione e attribuzione in natura di tali beni, oltre che di condanna ex art. 614 bis c.p.c.

Deduceva, in fatto, l’attore:

– che, con il medesimo rogito a ministero Notaio A(omissis) R(omissis) in data (omissis).(omissis).2000, la XX aveva acquistato un appartamento sito in (omissis) [ recte : predetta località in provincia di Bologna ; NdRedattore ] al prezzo di Lire 1.000.000.000, mentre egli aveva acquistato, a sua volta, altra porzione immobiliare dello stesso fabbricato per il prezzo di Lire 300.000.000;

  1. – che gli acquirenti avevano stipulato due distinti contratti di mutuo fondiario con il Credito Cooperativo Bolognese e che le somme loro erogate (pari al prezzo pattuito) erano state accreditate su un conto corrente cointestato in parti uguali ai mutuatari acceso presso la filiale di Casalecchio di Reno del predetto Istituto (n. 15-000602271);
  2. – che, nel lasso temporale tra il 1° marzo 2000 ed il 19 giugno 2000, la convenuta aveva effettuato prelievi dal conto corrente sopra indicato per un importo complessivo di Lire 1.394.000.000, avendo tuttavia destinato la somma di Lire 225.000.000 al pagamento di parte del corrispettivo della vendita dell’immobile acquistato dal YY;
  3. – di aver versato il prezzo residuo di Lire 75.000.000 a mezzo assegno bancario tratto sempre sul medesimo conto cointestato;
  4. – che sul conto corrente in questione erano state addebitate, altresì, le imposte e le spese accessorie dei due mutui contratti dalle parti (rispettivamente, Lire 750.000 per il mutuo stipulato dalla XX e Lire 150.000 per il mutuo stipulato dal YY);
  5. – che, mediante unico assegno bancario di complessive Lire 31.100.000, intestato al Notaio rogante e tratto sempre sul medesimo conto corrente comune, erano state pagate le imposte di registro delle due compravendite.
  6. Stante la cointestazione in parti uguali del conto corrente, precisava di essere creditore, nei confronti della convenuta, delle somme di Lire 247.825.000 e di Lire 10.500.000, oltre interessi legali, pari, rispettivamente, alla metà dei maggiori prelievi effettuati dalla XX nonché alla metà dei maggiori addebiti relativi alle imposte di registro; l’attore, inoltre, vantava un ulteriore credito di Euro 1.532,11, corrispondente alla metà delle spese da lui integralmente sostenute per completare la pratica edilizia riguardante un diverso fabbricato in comproprietà ubicato in (omissis) [ recte : predetta località in provincia di Bologna ; NdRedattore ].
  7. Assumeva, poi, di essere proprietario esclusivo di tre quadri, ereditati dalla madre (deceduta il 20.08.2002), tuttora collocati presso l’abitazione di proprietà della XX in (omissis) [ recte : predetta località in provincia di Bologna ; NdRedattore ], via (omissis) n. (omissis), ex residenza coniugale delle parti; in detto appartamento, erano presenti, altresì, n. 21 caricature, n. 5 quadri ed un biliardo di cui il YY e la XX erano comproprietari in misura paritaria, anch’essi rimasti nell’immobile della convenuta dopo l’allontanamento dell’attore in occasione della separazione personale.
  8. Si costituiva in giudizio XX all’udienza del 20 maggio 2010, formulando, in via preliminare e pregiudiziale, richiesta di fissazione di altra udienza per consentire alla convenuta di integrare la domanda in ragione della nullità della citazione per difetto del requisito di cui all’art. 163 n. 4) c.p.c., e, nel merito, domanda di reiezione sia della domanda di condanna avanzata da controparte, previo accertamento dell’estinzione e della composizione transattiva di ogni rapporto derivante dal conto corrente cointestato, sia delle domande di rivendica e di divisione spiegate ex adverso, in quanto improponibili, inammissibili ed infondate.

Esponeva, nello specifico, di aver acceso, con il YY (all’epoca coniuge in separazione dei beni), il conto corrente indicato dall’attore alla fine degli anni ’70 del secolo scorso e che, fino all’estinzione nel settembre 2009, sullo stesso le parti avevano effettuato numerose operazioni attive e passive, sicché non potevano isolarsi soltanto i singoli addebiti e accrediti estrapolati da controparte; tanto più che all’intervenuta estinzione a saldo zero del conto in questione consegue il venire meno di ogni rapporto obbligatorio non soltanto nei confronti dell’Istituto di credito, ma anche tra i cointestatari.

Deduceva che ciascuna delle parti aveva acquistato distinte porzioni di un unico fabbricato, stipulando un unico contratto di compravendita, nel quale venivano precisate sia le rispettive titolarità immobiliari sia il prezzo relativo ad ognuna di esse, senza indicazione alcuna di diverse pattuizioni in ordine alla ripartizione dei relativi oneri finanziari; esborsi che, pertanto, quand’anche effettuati mediante provvista comune, non potevano considerarsi — neppure in via presuntiva — compiuti in misura paritaria.

Produceva atto del 29.01.2007, con quale l’attore ha rilasciato alla XX quietanza, salvo buon fine, relativamente al versamento della somma di Euro 76.826,66, corrisposta — secondo la prospettazione di parte convenuta — a definitivo conguaglio di quanto reciprocamente versato, l’uno a favore dell’altra, per il pagamento dei ratei dei due mutui contratti con riguardo agli immobili rispettivamente acquistati. Null’altro, dunque, spettava al YY in riferimento all’utilizzo delle somme transitate sul conto corrente comune.

Si opponeva alla domanda di rivendica e di divisione, asserendo di essere piena titolare di tutti i beni mobili presenti nella propria abitazione, compresi quelli che l’attore ha (genericamente) identificato come di proprietà sua esclusiva o comune.

Alla sopracitata udienza del 20 maggio 2010, attesa la tardiva costituzione di controparte, il procuratore di parte attrice ne eccepiva l’intervenuta decadenza ai sensi dell’art. 167 c.p.c., ed il giudice, su istanza congiunta delle parti, concedeva i termini di cui all’art. 183, comma VI, c.p.c. Dopodiché, le parti depositavano le rispettive memorie istruttorie.

All’udienza 23 febbraio 2011, il procuratore dell’attore proponeva istanza di ingiunzione ex art. 186 ter c.p.c., a cui il difensore della convenuta si opponeva; vista la contestuale pendenza di altra causa tra le stesse parti (rubricata al n. 17434/2010 R.G.), la causa veniva rinviata all’udienza del 3 marzo 2011, onde consentire un esame congiunto dei due procedimenti. Nel frattempo, infatti, XX aveva notificato al YY atto di citazione, con il quale aveva chiesto disporsi, in via preliminare e pregiudiziale, la riunione del procedimento a quello radicato su impulso del YY (recante n. 22097/09 R.G.) e, nel merito, dichiararsi l’avvenuta estinzione del rapporto di conto corrente cointestato n. 377000602271, acceso presso Emil Banca Credito Cooperativo Soc. Coop. a r.l. (già Credito Cooperativo Bolognese), e l’intervenuta estinzione di ogni obbligazione contratta attraverso lo stesso in forza della scrittura in data 29.01.2007, con domanda di accertamento negativo dell’insussistenza di qualsivoglia pretesa creditoria del YY nei confronti della XX in relazione alle operazioni effettuate sul suddetto conto corrente.

YY, costituitosi, chiedeva, in via preliminare di rito, dichiararsi la litispendenza e conseguente cancellazione della causa del ruolo ex art. 39, comma I, c.p.c; in via subordinata, dichiararsi l’inammissibilità delle domande di parte attrice in quanto tardive, essendo volte ad aggirare la decadenza in cui è incorsa controparte nell’altro giudizio, in via ulteriormente gradata, respingersi le domande avverse in quanto infondate in fatto ed in diritto; in ogni caso, con condanna di controparte ai sensi dell’art. 96, comma 1, c.p.c.

A scioglimento della riserva assunta all’udienza del 3 marzo 2011, con ordinanza del 19-24 aprile 2012, tale causa (rubricata al n. 17434/2010 R.G.) veniva riunita a quella previamente instaurata dal YY, avente n. 22097/2009 R.G., in ragion della ritenuta sussistenza di un’ipotesi di connessione soggettiva e parzialmente oggettiva dei due procedimenti a norma degli artt. 40 e 274 c.p.c.

All’udienza del 30 maggio 2012, alle parti venivano concessi nuovamente i termini ex art. 183, comma VI, c.p.c. per il deposito di memorie difensive in relazione alla causa riunita. 

Con ordinanza riservata depositata in data 12 settembre 2013, il giudice ammetteva parte delle istanze di prova orale richiesta dell’attore e la prova contraria dedotta dalla convenuta, disponendo, inoltre, C.T.U. contabile finalizzata a determinare i rapporti di dare/avere tra le parti in relazione ai versamenti effettuati sul conto corrente cointestato.

La causa, quindi, veniva dapprima istruita mediante C.T.U. contabile ed assunzione di testimoni.

Il nominato C.T.U., dott.ssa A(omissis) F(omissis), prestava giuramento di rito all’udienza del 7 novembre 2013 e depositava tempestivamente l’elaborato peritale a propria firma in data 17 febbraio 2014.

Successivamente, all’udienza del 27 febbraio 2014, il procuratore di parte convenuta contestava l’operato del perito, chiedendone la sostituzione, ed il giudice concedeva a parte attrice termine per depositare note difensive per controdedurre.

Nella memoria autorizzata depositata in data 14 marzo 2014, l’attore, invece, instava per la convocazione del C.T.U. a chiarimenti.

Ambedue le istanze venivano rigettate con ordinanza riservata del 21-22 luglio 2014.

Le prove orali venivano assunte alle udienze dell’8 ottobre 2014 (audizione di T(omissis) S(omissis), teste di parte attrice) e del 25 novembre 2014 (audizione di S(omissis) C(omissis), teste di parte attrice, nonché di A(omissis) P(omissis) e di A(omissis) C(omissis), entrambi testi di parte convenuta).

In seguito, a scioglimento della riserva assunta all’udienza del 25 novembre 2014, il giudice istruttore nominava C.T.U. la dott.ssa M(omissis) B(omissis) al fine di determinare il valore commerciale degli oggetti indicati dall’attore come beni comuni alla convenuta e di elaborare un progetto divisionale come da domanda attorea.

Prestato il giuramento di rito all’udienza del 22 dicembre 2015, la consulente tecnica d’ufficio depositava la relazione peritale nei termini assegnati.

All’udienza del 3 marzo 2016, i difensori delle parti esprimevano il consenso sull’esito della consulenza tecnica d’ufficio.

Le parti, infine, precisavano le rispettive conclusioni all’udienza del 21 dicembre 2016 ed il giudice tratteneva la causa in decisione, assegnando i termini ex art. 190 c.p.c. per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica con decorrenza posticipata.

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Le domande proposte da parte attrice sono fondate e meritano accoglimento nei limiti appresso precisati.
  2. In primis, possono essere esaminate congiuntamente le domande formulate dall’attore di accertamento della propria pretesa creditoria nei confronti della XX e di conseguente condanna di quest’ultima al pagamento delle somme vantate a credito dal YY, da un lato, e la domanda di accertamento avanzata dalla XX nel giudizio riunito, dall’altro, in quanto correlate sia logicamente che giuridicamente.

2.1. Parte attrice agisce, sotto un primo profilo, affinché la convenuta sia condannata a pagare, innanzitutto, la metà di quanto questa ha prelevato dal conto corrente comune in più rispetto ai prelievi effettuati dall’attore, restringendo — dal punto di vista sia temporale che causale — le operazioni oggetto della pretesa restitutoria a quelle effettuate nell’ambito delle compravendite immobiliari concluse dalle parti nel giugno del 2000. 

Secondo la tesi della convenuta, per converso, l’infondatezza delle domande avversarie discenderebbe, per un verso, dall’inoperatività della presunzione di comproprietà prevista dal secondo comma dell’art. 1298 c.c., e, per altro verso, dall’estinzione delle pretese creditorie, azionate da controparte in relazione al conto corrente cointestato, per effetto dell’atto di quietanza rilasciato dal YY in data 29.01.2007 proprio con riguardo ai titoli fatti valere nei confronti della XX.

2.1.1. Con unico rogito a ministero Notaio A(omissis) R(omissis) in data (omissis).(omissis).2000 (cfr. doc. 17, fasc. attore), le parti — allora coniugate — hanno acquistato, ciascuna in proprietà esclusiva, due distinti appartamenti facenti parte del medesimo fabbricato, rispettivamente al prezzo di Lire 300.000.000 (porzione YY) e di Lire 1.000.000.000 (porzione XX).

Con due diversi contratti di mutuo fondiario ipotecario in pari data (omissis).(omissis).2000, anch’essi rogitati dal suddetto Notaio A(omissis) R(omissis) (cfr. docc. 19 e 20, fasc. attore), i coniugi hanno ottenuto dal Credito Cooperativo Bolognese s.c.r.l. un duplice finanziamento di importo pari a Lire 900.000.000 (mutuataria XX: mutuo n. 000004685) e a Lire 300.000.000 (mutuatario YY: mutuo n. 000004686); somme, entrambe, confluite sul conto corrente acceso presso lo stesso Istituto mutuante, filiale di Casalecchio di Reno (n. 15-000602271), di cui le parti erano all’epoca cointestatarie con potere di firma disgiunta. Il conto corrente in questione è stato successivamente estinto nel settembre 2009, come dedotto in modo incontestato dalla convenuta (non risultano in atti, tuttavia, documenti attestanti tale estinzione).

Sulla scorta della documentazione fornita delle parti, la C.T.U. contabile a firma della dott.ssa A(omissis) F(omissis) dà conto del fatto che, dalla fine del mese di febbraio 2000 al mese di giugno 2000 (periodo al quale risalgono gli ultimi documenti bancari messi a disposizione del perito), il suddetto conto corrente cointestato è stato utilizzato dalle parti per adempiere le obbligazioni rispettivamente assunte in occasione delle operazioni immobiliari di cui sopra (pagamento del prezzo; versamento degli accessori e dei tributi dovuti per i due mutui; pagamento della fattura emessa dal Notaio, comprensiva dell’imposta di registro).

La circostanza, d’altronde, è assunta come pacifica da entrambe le parti.

In particolare, già in atto di citazione l’attore ha riconosciuto che parte dei prelievi effettuati dalla XX (in totale, Lire 225.000.000) sono stati destinati al pagamento del prezzo dell’immobile acquistato dal YY; egli ha ammesso, altresì, di aver corrisposto la differenza a saldo prezzo (pari a Lire 75.000.000) mediante assegno bancario n. 001031028309 tratto sul medesimo conto corrente cointestato con la convenuta.

2.1.2. Nel determinare i rapporti di dare e avere tra le parti, la C.T.U. ha quindi prospettato due ipotesi: la prima, più strettamente aderente alla formulazione letterale del quesito, che non comprende l’addebito del predetto assegno bancario sul conto corrente in data 29.10.2009, vale a dire prima del periodo di riferimento indicato nel quesito medesimo (ipotesi A: debito della Sig.ra XX pari ad Euro 94.679,46); la seconda, invece, comprensiva di detto addebito (ipotesi B: debito della Sig.ra XX pari ad Euro 75.312,32). Sennonché, le conclusioni enunciate dalla C.T.U. possono solo parzialmente condividersi per le seguenti ragioni.

In entrambe le ipotesi, infatti, il perito ha dapprima imputato a ciascuno dei cointestatari gli importi accreditati o addebitati sul c/c comune in base al soggetto che ha sottoscritto gli assegni e prelevato il denaro ovvero alla destinazione delle operazioni addebito, per poi calcolare l’importo dei rispettivi debiti e, soltanto da ultimo, dividendo della metà il debito così risultante in capo alla convenuta.

La metodologia adottata, sebbene rigorosa e intrinsecamente coerente, non risulta tuttavia coerente con i dettami previsti dalla legge e dalla giurisprudenza in tema di conto corrente cointestato: i conteggi compiuti dal perito non fanno altro che fotografare, in modo neutro, le partite di dare e avere tra i due cointestatari, senza però tenere conto dell’effettiva provenienza del denaro e, dunque, dell’appartenenza dello stesso ad una oppure all’altra parte. 

In sostanza, un siffatto modo di procedere, invertendo i passaggi logici da seguire (1. accertamento dell’eventuale denaro appartenente in via esclusiva alle parti; 2. determinazione del denaro in comproprietà, da dividersi della metà, non essendo stata superata la presunzione di eguaglianza delle parti; 3. individuazione dei prelievi effettuati da ciascuna parte, 4. verifica dell’eventuale disposizione, da parte di uno dei cointestatari, di somme superiori a proprio favore rispetto a quanto disposto dall’altra; 5. raffronto tra la quota spettante ad ognuna delle parti e gli importi disposti a vantaggio di ciascuna), oblitera il prioritario accertamento circa la proprietà — esclusiva o comune — della provvista presente sul conto corrente.

2.1.3. A questo punto, occorre premettere che, per giurisprudenza costante, i rapporti di conto corrente sono disciplinati dal disposto di cui all’art. 1298, comma 2, c.c. e dalla presunzione legale iuris tantumdi comproprietà ivi prevista (cfr. Cass., sez. II, 02/12/2013, n. 26991; Cass., sez. II, 19702/2009, n. 4066: «..Nel conto corrente (bancario e di deposito titoli) intestato a due (o più) persone, i rapporti interni tra correntisti sono regolati non dall’art. 1854 cod. civ., riguardante i rapporti con la banca, bensì dal secondo comma dell’art. 1298 cod. civ., in base al quale, in mancanza di prova contraria, le parti di ciascuno si presumono uguali, sicché ciascun cointestatario, anche se avente facoltà di compiere operazioni disgiuntamente, nei rapporti interni non può disporre in proprio favore, senza il consenso espresso o tacito dell’altro, della somma depositata in misura eccedente la quota parte di sua spettanza, e ciò in relazione sia al saldo finale del conto, sia all’intero svolgimento del rapporto..»).

Tale presunzione dà luogo soltanto all’inversione dell’onere probatorio, che può essere superata attraverso presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti (Cass., sez. I, 01/02/2000, n. 1087). Ne consegue che quello tra i cointestatari, che assume di vantare la titolarità esclusiva di tutte o parte delle somme depositate, è gravato dall’onere di dimostrare che i versamenti siano stati compiuti con denaro appartenente soltanto a sé, giacché solo in tal caso deve escludersi che l’altro titolare del conto possa avanzare diritti (Cass., sez. I, 09/07/1989, n. 3241). Detto altrimenti, se non risulti diversamente, si presume che il debito o il credito solidale debbano dividersi in misura uguale tra i titolari del conto.

2.1.4. Nella specie, si osserva, innanzitutto, che le somme accreditate sul conto corrente de quo in data 16.06.2000, debbono considerarsi di proprietà esclusiva, rispettivamente, della signora XX (Lire 900.000.000) e del signor YY (Lire 300.000.00), giacché erogate dal Credito Cooperativo Bolognese in esecuzione dei due contratti di mutuo fondiario conclusi separatamente dai coniugi.

Con segnato riguardo a dette somme, infatti, è stata superata la presunzione di eguaglianza delle parti di due cointestatari, essendo stata fornita dimostrazione che, in forza dei predetti titoli, i destinatari di quel denaro erano in via esclusiva i soli cointestatari che hanno stipulato i due diversi finanziamenti in qualità di mutuatario.

Dalla produzione documentale emerge che, in favore degli alienanti dei due immobili acquistati dalle parti, sono stati disposti pagamenti per un importo complessivo di Lire 1.305.000.000 (cfr. addebiti assegni nelle date 29.10.1999, 05.03.2000, 07.03.2000 e 19.06.2000: docc. 2, 3, da 7 a 16, e 18, fasc. attore), ossia superiore al prezzo delle cessioni immobiliari, pattuito, per l’immobile di proprietà YY, in Lire 300.000.000 e, per l’immobile di proprietà XX, in Lire 1.000.000.000.

In particolare, il prezzo relativo alla porzione di fabbricato acquistato dal YY è stato corrisposto, in parte, da quest’ultimo mediante assegno bancario del 29.10.1999 per Lire 75.000.000 (cfr. doc. 18, fasc. attore) tratto sul c/c in esame, ed, in parte, dalla XX (cfr. ammissione dello stesso attore); quello relativo all’appartamento acquistato dalla XX, invece, è stato versato dalla convenuta mediante emissione di assegni tratti sempre sul conto corrente de quo (pur non essendo indicate le causali di questi versamenti, la circostanza è data per pacifica dalle parti, come d’altronde si evince anche dai beneficiari degli strumenti di pagamento di cui ai docc. 2, 3, da 7 a 16, fasc. attore).

La non coincidenza tra il prezzo concordato e le somme effettivamente ricevute dai venditori resta, peraltro, evidenza ininfluente ai fini del presente giudizio, poiché, per quel che qui rileva, è sufficiente verificare quali disposizioni patrimoniali i cointestatari abbiano compiuto nel proprio interesse e di quale entità esse fossero.

In breve, i coniugi hanno corrisposto ai propri alienanti, oltre a quanto nelle rispettive titolarità esclusive perché ricevuto a mutuo (pari ad un totale di Lire 1.200.000.000), un’ulteriore somma di Lire 105.000.000, che è stata versata dalla convenuta.

Con riferimento a quest’ultima somma nonché alle altre movimentate sul c/c comune, con facoltà di operare in modo anche disgiunto, non sono stati forniti adeguati riscontri in ordine alla proprietà esclusiva di esse in capo alle parti, posto che è documentalmente provato che gli addebiti complessivamente figuranti nell’estratto conto superano, per valore, gli importi accreditati dalla banca mutuante. Ne discende che le operazioni di addebito non coperte dalle somme mutuate (ammontanti a complessive Lire 303.550.000) sono state effettuate utilizzando il denaro depositato sul c/c, sicché, in assenza di prova contraria circa la sua provenienza, lo stesso segue il regime presuntivo sopra richiamato in materia di rapporti di conto corrente cointestato.

Tali somme debbono conseguentemente ritenersi in comproprietà ai cointestatari, non essendo stata vinta — neppure mediante prova presuntiva — la presunzione di contitolarità derivante dal vincolo di solidarietà fissato dall’art. 1298, comma 2, c.c.

La quota di cui ciascuna parte poteva disporre in proprio favore, in quanto a sé spettante, era quindi pari a Lire 151.775.000.

Inoltre, risulta documentato che le parti hanno utilizzato i fondi depositati sul conto corrente cointestato per eseguire ulteriori versamenti.

La convenuta, oltre al suddetto pagamento a favore dei venditori non coperto dal finanziamento fondiario (Lire 105.000.000), ha effettuato prelevamenti di contante allo sportello per un totale di Lire 164.000.000.

L’attore, dal canto suo, ha corrisposto, a mezzo assegno bancario del 15.06.2000, al Notaio A(omissis) R(omissis) l’importo di Lire 31.100.000 a titolo di pagamento tributi, compensi professionali e spese accessorie relativi, tra le altre, alle compravendite di cui sopra (cfr. docc. 21 2 22, fasc. attore). In merito all’addebito in questione, si ritiene che la ripartizione di tali somme operata dal C.T.U. sia logica e razionale, dovendosi imputare a ciascun coniuge la quota di imposta di registro rispettivamente dovuta per i propri acquisti immobiliari ed il residuo importo ad ognuno per la metà, in quanto tra le voci descritte nella fattura notarile figura anche la “.Convenzione di separazione dei beni tra coniugi.“: pertanto, all’attore dev’essere imputato il pagamento di Lire 5.050.000, mentre alla convenuta quello di Lire 26.050.000.

Sempre con il denaro del c/c comune, sono state inoltre pagate le spese accessorie e le imposte sostitutive dei due mutui (pari a Lire 900.000 per quello contratto dal YY e pari a Lire 2.550.000 per quello contratto dalla XX). Pur non essendo in possesso di riscontri in merito a chi li abbia effettuati, è ragionevole presumere che il disponente sia stato il soggetto che era tenuto ad eseguire tali pagamenti in qualità di beneficiario dell’operazione a cui gli stessi erano correlati.

In definitiva, risulta che, mentre gli addebiti imputabili all’attore ammontano a Lire 5.950.000 (150.000 + 750.000 + 5.050.000), quelli eseguiti dalla convenuta ovvero da imputarsi ad essa ammontano a complessive Lire 295.050.000 (105.000.000 + 164.000.000 + 26.050.000), ragione per cui la XX ha disposto del patrimonio comune in misura superiore alla quota di sua spettanza per un importo di Lire 143.275.000 (295.050.000 – 151.775.000), corrispondente ad Euro 73.995,45).

La convenuta, pertanto, dev’essere condannata a pagare la somma di Euro 73.995,45 in favore dell’attore, il quale ha diritto a ripetere quanto prelevato dalla cointestataria in più rispetto alla quota che le spettava in virtù della comproprietà del denaro depositato sul conto corrente comune.

2.1.5. Tanto premesso, le conclusioni a cui si è innanzi pervenuto non vengono scalfite dalla quietanza rilasciata dal YY alla XX in data 29.01.2007 in relazione al versamento della somma di Euro 76.826,66 (doc. 1, fasc. convenuta). 

Tale importo, “..concordemente determinato tenendo conto della differenza di quanto pro quota corrisposto dall’uno a favore dell’altra..”, è stato versato a titolo di “..conguaglio di quanto pro quota comunemente e congiuntamente versato dai coniugi per il pagamento dei ratei di due mutui..” ipotecari contratti con il Credito Cooperativo Bolognese in vista dell’acquisto degli immobili siti in (omissis) [ recte : predetta località in provincia di Bologna ; NdRedattore ], via (omissis) n. (omissis).

L’atto in questione, infatti, si riferisce unicamente a ciò che le parti hanno pagato — con modalità evidentemente promiscue — per la restituzione delle rate dei mutui, laddove per “ratei dei due mutui” non può intendersi il solo rimborso degli interessi via via maturati sulle somme erogate dall’Istituto mutuante, come invece sostenuto sia dalla C.T.U. sia, dopo il deposito dell’elaborato peritale, dall’attore. Trattasi di un’interpretazione che, invero, non trova conforto in alcuno dei criteri ermeneutici previsti dagli artt. 1362 e segg. cod. civ., tanto più in mancanza di documentazione attestante le effettive corresponsioni effettuate dalle parti a favore del Credito Cooperativo Bolognese.

Non può accogliersi, tuttavia, neppure la tesi patrocinata da parte convenuta, secondo la quale la scrittura de qua varrebbe quale conguaglio definitivo delle pretese azionate nel presente giudizio da controparte. Depongono, in questo senso, due argomenti: uno letterale, l’altro logico.

In primo luogo, l’espressione “..pagamento dei ratei dei due mutui..” attiene alla restituzione delle somme ricevute in finanziamento dai coniugi, non già all’intero rapporto di conto corrente intercorso tra gli stessi, giacché, se ad esso avessero inteso riferirsi, le parti lo avrebbero plausibilmente menzionato. Il che non si è verificato.

In secondo luogo, la restituzione delle rate del mutuo costituisce operazione ontologicamente differente rispetto al pagamento sia del prezzo degli immobili acquistati sia delle altre spese dedotte e documentate dall’attore a fondamento della propria pretesa creditoria, sicché non vi è motivo per estendere la concorde volontà delle parti, le quali hanno fatto espresso riferimento ai versamenti eseguiti in favore della Banca mutuante, oltre il chiaro ed univoco significato del testo negoziale.

Concludendo sul punto, con tale atto l’attore ha dichiarato di non vantare alcuna pretesa creditoria nei confronti della convenuta unicamente per il titolo sopra testualmente riportato, costituito soltanto dalle somme congiuntamente corrisposte al Credito Cooperativo Bolognese in adempimento delle obbligazioni derivanti dai due mutui.

2.2. L’attore ha spiegato, altresì, domanda di condanna relativamente alla metà delle somme da questi integralmente sostenute per l’espletamento di pratiche di variazione catastale e di concessione edilizia in sanatoria riguardanti un immobile in comproprietà, in eguale misura, tra le parti.

In assenza di deduzioni svolte sul punto dalla convenuta, la documentazione prodotta da parte attrice (docc. da 23 a 36, fasc. attore) deve ritenersi incontestata e comprovante la pretesa creditoria fatta valere dall’attore nei confronti della XX, trattandosi di spese necessarie per la conservazione della cosa comune.

Di conseguenza, quest’ultima va condannata a versare la somma di Euro 1.532,11 a titolo di rimborso ex art. 1110 c.c.

2.3. Parte attrice ha allegato di aver patito un maggior danno derivante dalla mancata disponibilità della somma durante il periodo di mora, non compensato dalla corresponsione degli interessi legali nella misura predeterminata dall’art. 1224, primo comma, c.c., poiché non ha potuto investire quanto dovutogli dalla convenuta in Titoli di Stato o in altro modo.

Le somme oggetto di pronuncia di condanna nei paragrafi che precedono (Euro 73.995,45 ed Euro 1.532,11) dovranno essere rivalutate in base ai criteri stabiliti dalla giurisprudenza, con decorrenza dai singoli prelievi. 

Non spettano, invece, gli interessi legali pure richiesti dall’attore, stante il divieto di cumulabilità tra interessi moratori e rivalutazione monetaria eventualmente attribuita (cfr., tra le tante, Cass., sez. I, 04/07/2003, n. 10572).

  1. Va accolta la domanda di rivendicazione, proposta da parte attrice, avente ad oggetto di tre quadri di sua esclusiva proprietà, raffiguranti “Una Signora in una stanza da bagno/in doccia”, con dedica sul retro dell’autore Masi, e “Fiori”.

Le controversie concernenti la titolarità dei beni mobili tra coniugi in regime di separazione dei beni (quali erano le parti all’epoca della separazione personale) sono disciplinate dall’art. 219 c.c., il quale dispone che il coniuge può provare con ogni mezzo nei confronti dell’altro la proprietà esclusiva di un bene (comma 1), aggiungendo — in deroga alla regola generale sull’onere della prova in tema di rivendicazione — che quelli di cui nessuno di essi può dimostrare la proprietà esclusiva sono di proprietà indivisa, per pari quota, di entrambi (comma 2) (cfr. Cass., sez. I, 02/08/2013, n. 18554; Cass., sez. I, 15/11/1997, n. 11327).

Dalle risultanze della prova orale è emerso che tutti e tre i dipinti — adornanti le pareti della ex casa coniugale attualmente occupata dalla convenuta — provenivano dall’abitazione di Savina Fazioli, madre del YY, e sono stati portati presso l’immobile in (omissis) [ recte : predetta località in provincia di Bologna ; NdRedattore ], via (omissis) n. (omissis), ove oggi si trovano, soltanto dopo il decesso della madre dell’attore (cfr. testi di parte attrice T(omissis) S(omissis) e S(omissis) C(omissis), nonché teste di parte convenuta A(omissis) C(omissis), sul cap. 3 della seconda memoria istruttoria depositata dall’attore; limitatamente alla presenza nella casa familiare dei quadri con i “Fiori”, vedasi anche teste A(omissis) P(omissis), fratello della convenuta, sul cap. 3).

Quanto al quadro raffigurante “Una Signora in una stanza da bagno/in doccia”, è stato provato che la madre del YY fosse la proprietaria del bene per averlo ricevuto in donazione dall’artista Masi (cfr. testi S(omissis) C(omissis) e A(omissis) C(omissis), figlia delle parti, sul cap. 4).

Le testimonianze, per converso, non hanno chiarito chi avesse acquistato i due quadri con l’immagine dei “Fiori”: il teste T(omissis) S(omissis) ha dichiarato che, secondo ciò che gli ha riferito l’attore, essi erano di proprietà della madre del YY (cfr. cap. 4), mentre la teste A(omissis) C(omissis) ha affermato di aver appreso dalla madre che uno dei due dipinti era stato comprato dalla convenuta (cfr. cap. 5).

In presenza di un simile contrasto, peraltro basato in entrambi i casi su testimonianze de relato dalle parti, deve ritenersi, sul punto, maggiormente attendibile la deposizione di T(omissis) S(omissis), non foss’altro perché i quadri de quibus sono stati conservati presso l’appartamento della madre del YY fino alla sua morte. La convenuta, d’altronde, non ha dedotto alcunché — neppure nella fase conclusionale — riguardo all’acquisto che la figlia le ha attribuito in sede di audizione testimoniale.

I testi citati sono da ritenersi pienamente credibili e le deposizioni che hanno reso attendibili, sia perché i dichiaranti, frequentatori dell’appartamento e testimoni visivi, hanno aggiunto particolari preziosi ad illuminare il contenuto delle proprie dichiarazioni (T(omissis) S(omissis) si è definito un “appassionato dell’arte“, così avvalorando quanto affermato a proposito dei dialoghi intrattenuti con il YY sul valore artistico dei quadri; a S(omissis) C(omissis), cugina dell’attore, è stata la stessa defunta zia a confidare di aver ricevuto in dono il quadro raffigurante “Una Signora in una stanza da bagno/in doccia” dal Signor Masi; A(omissis) C(omissis) ha precisato che il Masi era un amico di famiglia e abitava vicino alla casa della nonna materna), sia perché — ad eccezione del contrasto sopra evidenziato — le risposte fornite sono intrinsecamente coerenti e, peraltro, vicendevolmente convergenti.

Alla luce di quanto sopra, deve ritenersi dimostrato che tutti e tre i quadri innanzi indicati rappresentassero parte del compendio successorio ereditato dall’attore, con la conseguenza che essi, a norma dell’art. 219 comma I c.c., rientravano tra i beni di sua proprietà esclusiva, e che gli stessi siano rimasti senza alcun titolo legittimo nella disponibilità della XX, la quale, peraltro, non ha spiegato domanda ovvero eccezione riconvenzionale di usucapione dei beni in questione. 

La convenuta va conseguentemente dichiarata tenuta a restituire all’attore i predetti beni da questi rivendicati.

  1. Merita accoglimento anche la domanda di scioglimento della comunione, ai sensi dell’art. 1111 c.c., e di conseguente divisione, formulata dall’attore con riguardo agli altri arredi presenti nell’appartamento già adibito a residenza familiare.

Come affermato da tutti i testi ascoltati, i beni mobili (n. 21 caricature, n. 5 quadri, un biliardo ed una vetrinetta antica) meglio descritti dall’attore in atto di citazione si trovano, a tutt’oggi, presso la ex casa coniugale delle parti, sita in (omissis) [ recte : predetta località in provincia di Bologna ; NdRedattore ], via (omissis) n. (omissis), dove sono rimasti anche dopo che le parti si sono separate.

La circostanza ha successivamente trovato risconto in sede di consulenza tecnica d’ufficio.

Di detti beni non è stata fornita la prova che fossero appartenenti in via esclusiva da uno dei coniugi (e, d’altronde, lo stesso attore fin dall’atto di citazione ne ha riconosciuto la comproprietà), sicché, non essendo stata superata la presunzione semplice di comunione posta dal citato secondo comma dell’art. 219 c.c., gli stessi debbono presumersi di proprietà indivisa, per pari quota, di entrambe le parti. 

La stima dei singoli beni effettuata dal perito incaricato si è rivelata congrua, poiché condotta in base ad una complessiva e congiunta valutazione di criteri oggettivi.

Vista l’adesione prestata da entrambe le parti, non ravvisa la scrivente ragioni per discostarsi dal progetto divisionale predisposto dal C.T.U., il quale, avendo ripartito in natura i cespiti per cui è causa in porzioni di complessivo valore commerciale paritario, risulta altresì conforme al dettato normativo di cui all’art. 1114 c.c.

Le parti, dunque, vanno dichiarate proprietarie esclusive dei beni mobili rispettivamente attribuiti loro in natura dal progetto divisionale di cui alla relazione peritale a firma della Dott.ssa M(omissis) B(omissis), depositata in data 11.01.2016, da intendersi integralmente richiamata.

  1. Il contegno processuale di sostanziale disinteresse assunto dalla convenuta (art. 116, comma 2, c.p.c.), la quale, da un lato, nulla ha argomentato in ordine all’esito della prova testimoniale riguardante i tre quadri assunti da controparte come di sua esclusiva appartenenza, e, dall’altro, ha aderito al progetto divisionale elaborato dalla Consulente Tecnica d’Ufficio, unitamente alla circostanza per cui, dopo la separazione, l’attore si è recato più volte presso l’appartamento ove i beni sono tuttora conservati, senza tuttavia asportarli (cfr. teste A(omissis) C(omissis), sul cap. 8), rende manifestamente iniqua la pronuncia del provvedimento di condanna exart. 614 bis c.p.c. richiesto dall’attore.
  2. Le spese processuali — liquidate come in dispositivo, secondo i parametri medi previsti dal D.M. 55/2014 per le controversie di valore compreso tra Euro 52.001 ed Euro 260.000 in relazione alle fasi di studio, introduttiva, istruttoria e decisionale — seguono la soccombenza e vanno poste integralmente a carico di parte convenuta soccombente.

La convenuta soccombente dev’essere condannata, altresì, a rifondere all’attore le spese relative alle due C.T.U. espletate, ove anticipate, come già liquidate con i decreti del 21-22 luglio 2014 e del 10-11 marzo 2016 in favore, rispettivamente, della dott.ssa A(omissis) F(omissis) e della dott.ssa M(omissis) B(omissis).

P.Q.M.

Il Tribunale di Bologna, definitivamente pronunciando, disattesa ogni contraria istanza ed eccezione, così provvede: 

  1. condanna e dichiarata tenuta XX a versare, in favore di YY, la somma di Euro 73.995,45, oltre rivalutazione monetaria dai singoli prelievi, a titolo di restituzione di quanto dalla convenuta prelevato da conto corrente cointestato n. 15-000602271 presso il Credito Cooperativo Bolognese s.c. a r.l., filiale di Casalecchio di Reno, in più rispetto alla quota spettante alla convenuta medesima;
  2. condanna e dichiara tenuta XX a versare, in favore di YY, la somma di Euro 1.532,11, oltre rivalutazione monetaria dai singoli pagamenti, a titolo di rimborso ai sensi dell’art. 1110 c.c.;
  3. accertata la proprietà esclusiva, in capo ad YY, del quadro raffigurante “Una Signora in una stanza da bagno/in doccia”, nonché dei due quadri raffiguranti “Fiori”, condanna XX a consegnare i predetti beni mobili all’attore;
  4. accertata la comproprietà, tra le parti, dei beni mobili meglio descritti ed individuati nella Consulenza Tecnica d’Ufficio a firma dott.ssa M(omissis) B(omissis), dichiara YY ed XX proprietari, in via esclusiva, dei beni così come divisi dal C.T.U. nel progetto divisionale di cui alla citata relazione peritale del 28.11.2015, da intendersi integralmente richiamata;
  5. rigetta la domanda di condanna della convenuta, ai sensi dell’art. 614 bisp.c.;
  6. condanna XX a rifondere, in favore di YY, le spese di lite, liquidate nella somma di Euro 13.430,00, oltre spese generali, IVA e CPA;
  7. pone integralmente a carico di XX le spese relative ad entrambe le C.T.U., come già liquidate con i decreti del 21-22 luglio 2014 e del 10-11 marzo 2016.

Bologna 28.06.2017

Il Giudice

Dott.ssa Cinzia Gamberini

INCIDENTE MORTALE BOLOGNA RAVENNA FORLI RIMINI

INCIDENTE MORTALE BOLOGNA RAVENNA FORLI RIMINI

OTTIENI IL TUO GIUSTO RISARCIMENTO 

QUANDO PRETENDERE E’ UN DIRITTO !!!!

SENTENZA DANNI CORTE APPELLO BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO SERGIO ARMAROLI

INCIDENTE MORTALE BOLOGNA RAVENNA FORLI RIMINI

  • INCIDENTE MORTALE BOLOGNA RAVENNA FORLI RIMINI

CHIAMA SUBITO UN AVVOCATO VERAMENTE ESPERTO 051 6447838  3358174816  051 6447838  3358174816

In astratto, come è stato precisato da questa corte, “il danno non patrimoniale, consistente nella sofferenza morale patita dal prossimo congiunto di persona lesa in modo non lieve dall’altrui illecito, può essere dimostrato con ricorso alla prova presuntiva ed in riferimento a quanto ragionevolmente riferibile alla realtà dei rapporti di convivenza ed alla gravità delle ricadute della condotta” Cass. 11212/2019; Cass. 2788/2019; Cass. 17058/2017).

incidente-auto-1

La decisione della corte di merito, in realtà, è errata nella premessa: essa postula, invero, che il danno risarcibile ai congiunti per le lesioni patite dal parente, vittima primaria dell’illecito, sia solo quello consistente nel “totale sconvolgimento delle abitudini di vita”, limitazione che non ha in realtà alcuna ragion d’essere. Dalle lesioni inferte a taluno possono derivare, in astratto, per i congiunti sia una sofferenza d’animo (danno morale) che non produce necessariamente uno sconvolgimento delle abitudini di vita, sia un danno biologico (una malattia), anche essa senza rilevanza alcuna sulle abitudini di vita. Il danno dei congiunti è qui invocato iure proprio.incidente-mortale-5

Si parla spesso impropriamente di fanno riflesso, ossia di un danno subito per una lesione inferta non a sè stessi, ma ad altri. In realtà, il danno subito dai congiunti è diretto, non riflesso, ossia è la diretta conseguenza della lesione inferta al parente prossimo, la quale rileva dunque come fatto plurioffensivo, che ha vittime diverse, ma egualmente dirette.

Ed anche impropriamente allora, se non per mera esigenza descrittiva, si parla di vittime secondarie.

INCIDENTE-2

Con la conseguenza che la lesione della persona di taluno può provocare nei congiunti sia una sofferenza d’animo sia una perdita vera e propria di salute, come una incidenza sulle abitudini di vita. Non v’è motivo di ritenere questi pregiudizi soggetti ad una prova più rigorosa degli altri, e dunque insuscettibili di essere dimostrati per presunzioni. E tra le presunzioni assume ovviamente rilievo il rapporto di stretta parentela (nella fattispecie, genitori e fratelli) tra la vittima in primis, per cosi dire, ed i suoi congiunti. Il rapporto di stretta parentela esistente fa presumere, secondo un criterio di normalità sociale (ossia ciò che solitamente accade) che genitori e fratelli soffrano per le gravissime permanenti lesioni riportate dal congiunto prossimo.

Nè v’è bisogno, come postula la sentenza impugnata, che queste sofferenze si traducano in uno “sconvolgimento delle abitudini di vita”, in quanto si tratta di conseguenze estranee al danno morale, che è piuttosto la soggettiva perturbazione dello stato d’animo, il patema, la sofferenza interiore della vittima, a prescindere dalla circostanza che influisca o meno sulle abitudini di vita.

Il giudice di primo grado ha liquidato, quanto ai genitori, l’importo massimo previsto, in considerazione del fatto «..che si trattava di figlio maschio primogenito, di una famiglia di nazionalità pakistana e di religione musulmana..». Si disattende tale metodo di liquidazione, ritenendosi condivisibile il rilievo articolato dalla Compagnia appellata, riassumibile nell’assunto che il danno non patrimoniale debba intendersi espressione di un danno della uguaglianza, cioè di un danno che colpisce il singolo essere umano come componente di un nucleo famigliare, prescindendosi dalle connotazioni culturali o religiose.

Gli incidenti che suscitano maggior epreoccupazionesono ovviamente quelli che comportano la morte di uno o più soggetti coinvolti. L’esperto avvocato Sergio Armaroli  la sua assistenza anche in questi casi molto delicati.

Purtroppo nessuno è preparato a una perdita simile e quindi ci si trova a doversi organizzare e a dover affrontare tante incombenze in pochissimo tempo. All’ingiusta perdita si somma così la necessità di rimanere lucidi e saper procedere in modo repentino.

L’Avvocato L’esperto avvocato Sergio Armaroli  incaricato trasmette alla compagnia di Assicurazione una richiesta a mezzo lettera raccomandata a/r con allegata tutta la documentazione. 

  1. In linea di principio, i danni che possono essere risarciti sono di due tipi: patrimoniale, nella duplice forma di danno emergente e lucro cessante e non patrimoniale, sia nella sua componente morale, consistente nella sofferenza interiore soggettiva, che in quella dinamico-relazionale, afferente ad ogni pregiudizio che stravolga le abitudini e gli aspetti relazionali peggiorando così la qualità della vita. 

  1. A seconda della tipologia del sinistro si può ottenere il risarcimento direttamente dalla propria assicurazione (indennizzo diretto), o per il tramite della Assicurazione dell’altro veicolo coinvolto (c.d. Indennizzo indiretto).

  2. Nella denuncia di sinistro devono essere indicati tutti gli elementi atti a ricostruire la dinamica del sinistro (luogo, data e ora, dati delle persone e vetture coinvolte, dinamica del sinistro etc..) allegando la documentazione necessaria.

  3. A titolo esemplificativo, ecco alcune delle principali e più frequenti voci di danno da tenere presenti negli inc identi quando si deve far liquidare un risarcimento da sinistro stradale:

  • danni al veicolo;

  • danni da fermo tecnico del mezzo;

  • danno non patrimoniale, nelle sue componenti di:

  • danno fisico;

  • danno biologico;

  • danno morale;

  • danno esistenziale;

  • danno estetico;

  • danno riflesso;

  • danni da perdita di reddito (cd. “lucro cessante”);

  • danni da “perdita di chances“.

  • INCIDENTE MORTALE BOLOGNA RAVENNA FORLI RIMINI

    OTTIENI IL TUO GIUSTO RISARCIMENTO 

    QUANDO PRETENDERE E’ UN DIRITTO !!!!

  1. AVVOCATO ESPERTO INCIDENTI MORTALI SERGIO ARMAROLI : In base al principio della patrimonialità della successione, agli eredi, sia testamentari che legittimi, spetta il risarcimento del danno materiale che, verificatosi sul patrimonio della vittima, produce conseguenze destinate ad essere trasmesse iure hereditatis.

  2. AVVOCATO ESPERTO INCIDENTI MORTALI SERGIO ARMAROLI Agli stessi spetta inoltre, iure proprio, il risarcimento dei danni non patrimoniali.

  3.  GRAVE INCIDENTE STRADALE?SEI STATO INVESTITO COME PEDONE ? ERI TERZO TRASPORTATO SU UN VEICOLO ?STAVI GUIDANDO E SEI STATO VITTIMA DI UN INCIDENTE STRADALE ?Nel caso in cui il soggetto dopo l’incidente stradale sia rimasto lucido nello spazio di tempo tra la lesione e la morte, non si può negare la risarcibilità del danno non patrimoniale, sia sotto il profilo biologico sia sotto il profilo psicologico “morale” in quanto non è ammissibile che la sofferenza umana possa essere un elemento giuridicamente irrilevante, ovvero che l’assenza di sofferenza umana sia un elemento senza rilevanza.Se tu o un tuo parente ha subito un grave danno all a persona affidati al nostro Studio Legale, chi meglio di un avvocato può tutelarti anche nella eventuale sede giudiziaria,ED ANCORA

    Chiedete all’avvocato esperto in risarcimento del danno da incidente stradale di aiutarvi a formulare la richiesta di risarcimento danni da sinistro stradale

    L’avvocato vi aiuterà anche a denunciare il sinistro stradale all’assicurazione in modo corretto e per ottenere il miglior e rapido risarcimento dei danni subiti nell’incidente.

    sei coniuge, padre, figlio o altro prossimo congiunto di infortunato grave? puoi avere un autonomo diritto al risarcimento danni per il dolore ed il patema d’animo che il vivere questa doloroso incidente stradale situazione ti ha provocato.

     

    Incidente stradale mortale a BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA RIMINI VICENZA TREVISO

    L’Incidente stradale mortale è risarcibile il danno non patrimoniale o danno morale terminale o catastrofale in caso di lucida agonia, anche se il decesso è rapido.

     

  4. incidente mortale avvocato esperto
    INCIDENTE MORTALE BOLOGNA RAVENNA FORLI RIMINI
  5. AVVOCATO ESPERTO INCIDENTI MORTALI SERGIO ARMAROLI Anche in ipotesi in cui l’altro veicolo non sia provvisto di Assicurazione, sarà possibile ottenere un risarcimento danni dal “Fondo Vittime garanzie”, qualora venga accertata una responsabilità nella cassazione del sinistro da parte della vettura sprovvista di Assicurazione.

  6. Compito dell’Avvocato è poi quello di determinare il quantum del risarcimento a cui il suo Assistito ha diritto.

  7. Sinistri della strada

  8. Lo Studio Legale dell’esperto avvocato Sergio Armaroli  propone assistenza e consulenza legale per la clientela che necessita di sostegno a seguito di un sinistro stradale.

  9. Risarcimento dei danni

  • ricostruzione tecnico-cinematica di incidenti stradali, con l’invio di un professionista sul luogo che è stato teatro dell’evento

  1. Lo studio legale dell’esperto avvocato Sergio Armaroli  si occupa di procedure di risarcimento a favore e tutela di danneggiati a causa di incidenti stradali più o meno gravi seguendo la trattativa con la compagnia assicurativa fino al raggiungimento della liquidazione prevista.

  2. risarcimento incidenti stradali
  3. L’esperto avvocato Sergio Armaroli con impegno ti assistera’ per il tuo risarcimento  sgravandoti completamente dall’onere del contatto con le assicurazioni e gli altri attori in gioco. Fossani Infortunistica inoltre anticipa le spese per i servizi funebri sollevando il cliente da questo onere economico. 

  4. Assistenza Penale

  5. Analisi del sinistro e sopralluogo (valutazione di eventuali responsabilità)

  6. Incarico medico legale per esame autoptico

  7. Incarico perito/ingegnere per ricostruzione cinematica del sinistro

  8. Investigazioni

  9. Se necessario anticipo spese funerarie

  10. Eventuale assistenza notarile (in caso di dichiarazione di successione).

  11. Una volta acquisite tutte le informazioni necessarie riguardanti l’evento nella sua completezza, è necessario in primis mettere in mora la compagnia di assicurazione della controparte in modo da aprire la pratica di sinistro. Per essere d’aiuto anche in questa spiacevole situazione, ed ottenere i giusti indennizzi per incidenti mortali o infortuni fatali in ambito lavorativo, l’Avvocato Sergio Armaroli di Bologna è altamente esperto in incidenti mortali di qualunque tipo, ed è in grado di occuparsi di coloro che hanno subito la perdita di una persona cara a causa di incidente stradale, infortunio sul lavoro o altro tipo di sinistro.

  12. Il tema non è soltanto delicato e giuridicamente complesso, ma anche molto triste: il risarcimento dovuto dall’assicurazione per la morte di un fratello in uno scontro frontale tra auto, investimento del pedone, inestimento in bcicletta la morte di un familiare per incidente stradale.

  13. Ecco alcuni casi risarciti con successo:

  • risarcimento tamponamento o maxitamponamento

  • risarcimento invasione di corsia

  • risarcimento incidente moto

  • risarcimento incidente mortale

  • lesioni gravi

  1. PER CALCOLARE IL DANNO

  2. Come calcolare l’entità del risarcimento danni da incidente stradale mortale

  3. Bisogna considerare alcuni aspetti per calcolare l’entità del risarcimento:

  • il rapporto di parentelache esiste tra la vittima e chi vanta il diritto al risarcimento.

  • Evidente m a non sempre  più è stretto il rapporto di parentela, e quindi il danno, tanto maggiore sarà il risarcimento.

  • l’età della vittima:come per il punto precedente anche in questo caso il danno è inversamente proporzionale all’età della vittima.

  • l’età del congiunto:l’entità del risarcimento del danno diminuisce con l’alzarsi dell’età.. 

  1. L’assicurazione obbligatoria RCA (Responsabilità Civile Autoveicoli), che viene stipulata per ogni veicolo, comprende, tra le proprie garanzie, anche il pieno risarcimento dei danni verso terzi nel caso di incidente mortale, ma non tutti sanno che se la vittima dell’incidente è un congiunto del guidatore, potrebbe non avere diritto ad un pieno risarcimento assicurativo. Quest’incongruenza, che è stata oggetto di numerose controversie giudiziarie, dipende essenzialmente dal fatto che, almeno per i danni materiali, un congiunto del guidatore non viene classificato come “parte terza”. In questa situazione, però, non è  fortunatamente preclusa un’altra via per ottenere, almeno in alcuni casi, un risarcimento, ossia quella di richiedere l’accesso al fondo di garanzia per le vittime della strada

  2. Con l’invio della messa in mora si apre ufficialmente la fase stragiudiziale. In tale fase si cerca di raggiungere un accordo sulla quantificazione del danno più appropriata al caso specifico. Ricorrendo alla tabelle del tribunale di Milano si cerca di individuare l’importo da corrispondere ai congiunti della vittima in termini di danno non patrimoniale. A ciò va sommato il danno patrimoniale.

  3. Ottenere il giusto risarcimento per incidente stradale mortale può essere molto difficile. Sia per lo stato d’animo in cui si trova il parente o il congiunto sia per la complessità nello stabilire l’entità del danno.

  4. Qualora si riesca a raggiungere un accordo, la compagnia di controparte elargisce la somma cosi come concordata, diversamente, qualora la somma riconosciuta non è ritenuta soddisfacente dagli eredi o dai congiunti, si adirà il tribunale ordinario e si aprirà dunque la fase giudiziaria, volta al riconoscimento da parte del giudice della somma da corrispondere a titolo appunto risarcimento.  

  5. Risarcimento sinistro stradale: quali sono i tempi per ricevere un risarcimento

  6. I tempi per ottenere il risarcimento del danno sono molto variabili e soprattutto non prevedibili in anticipo.

  7. Abbiamo un termine che varia da  pochi mesi a anni, dipende se si riesce a “chiudere” in via stragiudiziale o occorre una causaper la precisione infatti, qualora si raggiunga l’accordo stragiudiziale (senza adire il giudice ordinario) tra compagnia assicurativa ed eredi o congiunti della vittima, le tempistiche sono nettamente brevi, la risoluzione della pratica è molto celere e snella.

  8. I DANNI:

  9. Bisogna tenere in considerazione due voci: il danno morale e il danno patrimoniale. 

  10. Il danno morale è quello che deriva dalla perdita parentale e si può riassumere con la sofferenza che i congiunti provano in seguito alla morte del convivente o del parente.

  11. Il danno patrimoniale include sia la voce danno emergente sia quella del lucro cessante.

  12. Il risarcimento per morte in un incidente stradale fa scaturire, al convivente o ai parenti, il diritto a vedersi riconosciuto il risarcimento per il danno emergente. Il danno emergente c’è quando la vittima generava delle entrate economiche di cui i parenti o il convivente non possono più beneficiare dopo la morte per l’incidente stradale.

  13. DANNI AI PEDONI ,MORTE DEL PEDONE

  14. La procedura di risarcimento per il pedone è disciplinata dall’art. 148 del Codice delle Assicurazioni Private, che obbliga la compagnia di  assicurazione, entro 90 giorni dal ricevimento della richiesta dei danni da parte dell’avvocato del  danneggiato corredata da tutta la documentazione, a formulare un’offerta di risarcimento, oppure a comunicare  i motivi  del proprio  diniego.

     

  15. L’offerta viene preceduta da una visita medico legale presso un professionista di fiducia della Compagnia

  16. Successivamente il danneggiato potrà accettare  l’offerta della Compagnia, oppure trattenerla a titolo  di  acconto e ricorrere al Giudice di Pace o in Tribunale   per la liquidazione di ulteriori poste di danno, previo  esperimento  del procedimento di negoziazione assistita,

  17. In tale assetto, questa Corte fa applicazione di canoni di comune sensibilità, alla stregua dei quali l’improvviso decesso di un figlio poco più che ventenne costituisce per i genitori evento luttuoso devastante, titolo per liquidare quale risarcimento un importo prossimo al massimo previsto dalle tabelle adottate in primo grado (che muovono da un minimo di 100.000,00 ad un massimo di 200.000,00 euro), che si indica per ciascun genitore nella misura di euro 190.000,00, che tiene conto del fatto che i genitori abbiano altri tre figli, apparendo rispondente ad equità riservare la liquidazione massima alla ipotesi del decesso del figlio unico.

Analogamente, appare equo liquidare in termini riduttivi il risarcimento in favore del fratello minore JJ, proprio in ragione della presenza comunque di altre due sorelle maggiori quali punto di riferimento educativo ed affettivo, nella misura di euro 70.000,00 (le tabelle applicate muovono da un minimo di 40.000,00 ad un massimo di 100.000,00 euro).

Corretta appare la liquidazione del danno operata dl giudice di prime cure relativamente alle altre due sorelle del deceduto, nella misura di euro 40.000,00 ciascuno all’interno di una forbice tra 20.000 e 50.000 euro, richiamandosi le considerazioni svolte in precedenza. 

Può ammettersi che il risarcimento del danno non patrimoniale abbia una funzione compensativa, ma da ciò non discende affatto che il pretium doloris sia funzione della residenza del danneggiato. Ciò sia per una ragione giuridica, sia per una ragione logica.

1.5.1. La ragione giuridica è che nella stima di ogni danno non patrimoniale si deve tenere conto delle conseguenze dell’illecito, come si desume dall’art. 1223 c.c..
Le conseguenze risarcibili dell’illecito consistono nei pregiudizi che la vittima, in assenza del fatto illecito, avrebbe evitato.
I pregiudizi risarcibili vanno stimati in base alla natura ed alla consistenza dell’interesse che li sottende: quel che un tempo si definiva l’id quod interest, secondo la celebre espressione usata dall’imperatore Giustiniano nell’epistola al prefetto del pretorio Giovanni (Codex Iustiniani, VII, XLVII, De sententiis), e che una noto economista definì “ofelimità “.
Se questa è la nozione di “danno” per la nostra legge, il risarcimento che lo monetizza non potrà mai variare in funzione della residenza del danneggiato:
– sia perché il luogo dove la vittima vive non è una “conseguenza” del fatto illecito;
– sia perché tra le “conseguenze” del danno non rientra l’impiego che la vittima farà del denaro dell’offensore;
– sia perché un risarcimento in denaro non necessariamente è destinato ad essere speso: esso potrebbe essere tesaurizzato od investito, ed in questi casi non è affatto vero che nei Paesi più ricchi il capitale investito sia remunerato più proficuamente che nei Paesi poveri (ma anzi è vero spesso il contrario, noto essendo che i Paesi meno sviluppati, per attrarre capitali, emettono titoli del debito pubblico remunerati con interessi ben maggiori di quelli offerti dalle economie più solide);
– sia, infine, perché col pagamento del risarcimento l’obbligazione si estingue, e tutto quel che avviene dopo è un post factum giuridicamente irrilevante. Che il creditore-danneggiato tesaurizzi il suo denaro, lo spenda, lo doni o lo disperda, queste sono circostanze giuridicamente irrilevanti. Al diritto, e tanto meno al giudice, non interessa quel che il creditore farà col suo denaro, interessa di che natura ed entità fu il pregiudizio causato dal fatto illecito.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA

SEZIONE SECONDA CIVILE

La Corte di appello di Bologna, sezione seconda civile, nella persona dei Giudici

Dott.ssa Maria Cristina Salvadori – Presidente

Dott.ssa Paola Montanari – Consigliere

Dott. Enrico Saracini – Consigliere relatore

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di II Grado iscritta al n. r.g. 963/2010 promossa da:

YY (c.f. …omissis…), con il patrocinio dell’avv. Andrea Palumbi; elettivamente domiciliato in Via Santo Stefano, 166 Bologna, presso il difensore avv. Andrea Palumbi 

XX (c.f. …omissis…), con il patrocinio dell’avv. Andrea Palumbi; elettivamente domiciliato in Via Santo Stefano, 166 Bologna, presso il difensore avv. Andrea Palumbi

WW (c.f. …omissis…), con il patrocinio dell’avv. Andrea Palumbi; elettivamente domiciliato in Via Santo Stefano, 166 Bologna, presso il difensore avv. Andrea Palumbi

KK (c.f. …omissis…), con il patrocinio dell’avv. Andrea Palumbi; elettivamente domiciliato in Via Santo Stefano, 166 Bologna, presso il difensore avv. Andrea Palumbi

JJ (c.f. …omissis…), con il patrocinio dell’avv. Andrea Palumbi; elettivamente domiciliato in Via Santo Stefano, 166 Bologna, presso il difensore avv. Andrea Palumbi

APPELLANTI

Contro

VERONA ASSICURAZIONI SPA (c.f. …omissis…), con il patrocinio dell’avv. Luca Ercolani; elettivamente domiciliato in Via Castiglione, 25 Bologna, presso il difensore avv. Luca Ercolani 

APPELLATO

QQ (c.f. …omissis…)

APPELLATO CONTUMACE

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da atti che qui si intendono richiamati e sono illustrati in motivazione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Radicavano YY, XX, in proprio e quali genitori del minore JJ, nonché WW e KK, in qualità rispettivamente di padre, madre e fratello e sorelle del defunto S(omissis) A(omissis) un giudizio avanti al Tribunale di Bologna assumendo:

  • che il giorno 14 luglio 2001, verso le ore 1,15, QQ perdeva il controllo della propria autovettura invadendo la opposta corsia di marcia, collidendo con il ciclomotore condotto da S(omissis) A(omissis)

  • che a seguito del sinistro S(omissis) A(omissis) decedeva dopo circa 2 ore 

  • che a seguito della morte del figlio i genitori avevano a patire altresì un danno biologico.

Concludevano gli attori chiedendo la condanna dei convenuti al risarcimento dei danni tutti, patrimoniali e non patrimoniali, patiti in conseguenza del sinistro.

Si costituiva la compagnia Verona Ass.ni spa resistendo ed assumendo

  • il difetto di prova della legittimazione attiva in capo agli attori

  • la responsabilità esclusiva o quantomeno prevalente della vittima nella causazione del sinistro, ovvero comunque la ricorrenza della presunzione di cui all’art. 2054 cpv cc

  • la indole eccessiva e non provata della richiesta risarcitoria.

Concludeva la Compagnia nel senso della reiezione della domanda di controparte.

Si procedeva nella contumacia del convenuto QQ.

La causa di primo grado veniva istruita mediante

  • produzione documentale

  • assunzione di prove orali

  • ctu medico legale sulle persone dei genitori della vittima.

Il Tribunale di Bologna, con la sentenza n. 1106/09 r. sent. 29 maggio 2008 depositata il 26 febbraio 2009,

  • ravvisava la responsabilità concorrente e paritaria dei conducenti antagonisti nella causazione del sinistro

  • condannava i convenuti in solido tra loro al risarcimento del danno in favore di ciascuno degli attori, diversamente liquidato in ragione del grado di parentela con la vittima, oltre alla rifusione delle spese processuali, ponendo infine a carico dei convenuti l’onere delle spese di ctu e ctp.

Avverso tale sentenza propongono appello gli attori in primo grado dolendosi della erroneità della stessa laddove ravvisa la ricorrenza di una pari responsabilità dei conducenti antagonisti nella causazione del sinistro, dovendosi viceversa — secondo la allegazione degli appellanti — ravvisare una responsabilità esclusiva ovvero assolutamente prevalente in capo al QQ, con conseguente incremento degli importi liquidati agli appellanti in primo grado a titolo risarcitorio.

Si costituisce l’appellata Società Cattolica di Ass.ni Coop. a r.l., quale cessionaria del ramo di azienda di Verona Ass.ni spa, resistendo ed assumendo la correttezza della ricostruzione della dinamica del sinistro operata dal giudice di prime cure.

La Compagnia appellata proponeva altresì appello incidentale dolendosi della indole eccessiva della liquidazione del danno laddove il giudice di primo grado

  1. liquida il danno non patrimoniale personalizzandolo ai valori massimi, sulla base della “nazionalità pakistana” e della “religione musulmana” degli attori

  2. travisa gli esiti della ctu in punto danno biologico dei genitori della vittima, assumendo come pregiudizio effettivamente dagli stessi patito, una gestualità teatrale estranea al danno biologico.

Concludeva pertanto la Compagnia appellata chiedendo la condanna degli appellanti alla restituzione degli importi già percepiti e liquidati in eccesso rispetto a quanto loro spettante di diritto.

Osserva la Corte

quanto segue.

Va preliminarmente dichiarata la contumacia del convenuto QQ, ritualmente citato e non costituitosi.

Nel merito l’appello principale è fondato e va accolto, nei termini che seguono.

Il giudice di prime cure attribuisce ai conducenti antagonisti una pari responsabilità nella causazione del sinistro, muovendo dalle dichiarazioni rese nella immediatezza del sinistro dal passeggero del veicolo del convenuto, F(omissis) M(omissis), il quale riferiva di una condotta del ciclomotore che procedeva a fari spenti ed a zigzag, così da costringere il convenuto ad una manovra di emergenza rivelatasi vana e conclusasi con la collisione.

Avvocato matrimonialista Bologna, ma il figlio che non lavora va mantenuto? Pare di si secondo la cassazione Civile, sentenza 6 marzo – 9 maggio 2013, n. 11020
Avvocato matrimonialista Bologna, ma il figlio che non lavora va mantenuto? Pare di si secondo la cassazione Civile, sentenza 6 marzo – 9 maggio 2013, n. 11020

Tale affermazione risulta non credibile:

  1. in quanto in contrasto con la ricostruzione del sinistro operata dai verbalizzanti, i quali espressamente dichiarano che la originaria versione del Filali contrasta con il fatto che l’urto avvenne nella corsia di marcia del ciclomotore ed alla estrema destra della carreggiata dallo stesso percorsa, dunque che lo stesso ciclomotore non impegnava alcuna zona più centrale della carreggiata, così da costringere l’automobilista ad operare una manovra di emergenza nella incertezza della direzione di marcia del ciclomotore medesimo

  2. siccome contraddetta dallo stesso F(omissis) M(omissis) in sede di deposizione testimoniale in primo grado, allorché lo stesso aveva a dichiarare: “..il QQ stava sorpassando una vettura che ci precedeva. Non ha però visto che nella direzione opposta stava sopraggiungendo un motorino (…)il motorino, mentre procedeva, teneva la propria destra, ossia era vicino al bordo della corsia di propria percorrenza..”.

La contraddittorietà delle dichiarazioni rese da F(omissis) M(omissis) induce ad escludere la loro attendibilità, di talché il vaglio critico delle emergenze probatorie insiste esclusivamente sui rilievi eseguiti a seguito del sinistro.

Tali rilievi indicano come la collisione ebbe a verificarsi nel margine destro della corsia di marcia percorsa dal ciclomotore, contro il quale (sul punto di vedano le tracce di frenata della autovettura) venne a collidere il veicolo condotto dal QQ, il quale proveniva dalla propria corsia di marcia ed aveva invaso la corsia opposta. 

L’assunto della perdita di controllo della autovettura da parte del conducente, rinviene elemento di riscontro nel fatto che le tracce di frenata attestino una direzione della autovettura medesima non solo obliqua rispetto all’asse della carreggiata, ma anche destinata a fuoriuscire dalla carreggiata medesima.

Nulla alla stregua degli atti induce a ravvisare un comportamento tenuto dal conducente il ciclomotore, che abbia concorso alla causazione del sinistro: lo stesso ciclomotore procedeva rigorosamente alla propria destra e con andamento rettilineo, posto come, in caso contrario, non si spiegherebbe

  1. la ubicazione del punto d’urto alla estrema destra della corsia percorsa dal ciclomotore

  2. la presenza di tracce di frenata dell’automobile, provenienti dalla corsia di marcia della autovettura stessa. In ipotesi di andamento zigzagante del ciclomotore, deve ritenersi come il punto d’urto si sarebbe dovuto collocare in una zona non distante dal centro della carreggiata, da assumersi quale centro del movimento oscillatorio del veicolo. 

Nel difetto di elemento alcuno di responsabilità a carico della vittima, deve ritenersi la esclusiva responsabilità del QQ nella causazione del sinistro.

Per quanto riguarda la liquidazione del danno — materia che assorbe l’ulteriore profilo di appello principale e l’appello incidentale proposto dalla compagnia appellata — si osserva quanto segue.

Quanto al danno da perdita del rapporto parentale, si muove dall’impiego delle tabelle proprie del Tribunale di Bologna all’epoca della decisione, utilizzate dal giudice di primo grado, siccome non contestate dalle parti.

Il giudice di primo grado ha liquidato, quanto ai genitori, l’importo massimo previsto, in considerazione del fatto «..che si trattava di figlio maschio primogenito, di una famiglia di nazionalità pakistana e di religione musulmana..». Si disattende tale metodo di liquidazione, ritenendosi condivisibile il rilievo articolato dalla Compagnia appellata, riassumibile nell’assunto che il danno non patrimoniale debba intendersi espressione di un danno della uguaglianza, cioè di un danno che colpisce il singolo essere umano come componente di un nucleo famigliare, prescindendosi dalle connotazioni culturali o religiose.

In tale assetto, questa Corte fa applicazione di canoni di comune sensibilità, alla stregua dei quali l’improvviso decesso di un figlio poco più che ventenne costituisce per i genitori evento luttuoso devastante, titolo per liquidare quale risarcimento un importo prossimo al massimo previsto dalle tabelle adottate in primo grado (che muovono da un minimo di 100.000,00 ad un massimo di 200.000,00 euro), che si indica per ciascun genitore nella misura di euro 190.000,00, che tiene conto del fatto che i genitori abbiano altri tre figli, apparendo rispondente ad equità riservare la liquidazione massima alla ipotesi del decesso del figlio unico.

Analogamente, appare equo liquidare in termini riduttivi il risarcimento in favore del fratello minore JJ, proprio in ragione della presenza comunque di altre due sorelle maggiori quali punto di riferimento educativo ed affettivo, nella misura di euro 70.000,00 (le tabelle applicate muovono da un minimo di 40.000,00 ad un massimo di 100.000,00 euro).

Corretta appare la liquidazione del danno operata dl giudice di prime cure relativamente alle altre due sorelle del deceduto, nella misura di euro 40.000,00 ciascuno all’interno di una forbice tra 20.000 e 50.000 euro, richiamandosi le considerazioni svolte in precedenza. 

Gli importi sopra indicati vengono devalutati dalla data della sentenza di primo grado, la quale ha operato richiamando le tabelle vigenti al momento della pronuncia, sino alla data del sinistro; i valori così ottenuti vengono rivalutati e maggiorati degli interessi al saggio legale, con conversione in credito di valuta, dalla data del sinistro alla attualità, ottenendosi così i seguenti importi:

  • per ciascun genitore euro 273.187,40

  • per il fratello minore JJ euro 100.648,00

  • per ciascuna delle altre due sorelle euro 57.513,14

da maggiorarsi degli interessi al saggio legale dalla pubblicazione della sentenza al saldo.

Con specifico riferimento alla posizione della appellante KK, la Compagnia appellata ha prodotto contabile di pagamento in favore di questa — non controversa — dell’importo di euro 25.112,95 eseguito il 27 ottobre 2009. Tale importo, maggiorato degli interessi legali alla attualità, si liquida in euro 27.600,57. Conseguentemente, il credito risarcitorio residuo in capo a KK è pari ad euro 29.912,57 da maggiorarsi degli interessi al saggio legale dalla pubblicazione della sentenza al saldo.

Si riconosce il fondamento dell’appello incidentale in punto insussistenza di un danno biologico patito dalla madre della vittima in conseguenza del sinistro litigioso, nei termini che seguono.

E’ di immediata evidenza come l’aspetto della lite che occupa in questo momento non insista già sulla esistenza o meno di un dolore devastante correlato alla perdita del figlio, ciò che ovviamente non costituisce materia litigiosa, quanto piuttosto sulla sopravvenienza in conseguenza del sinistro per cui è causa, di una alterazione dell’equilibrio psico fisico della attrice, ulteriore e diverso rispetto al dolore al quale si fa riferimento per la liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale.

Ciò premesso, il giudice di primo grado ha riconosciuto tale voce di danno facendo proprie le conclusioni cui è pervenuto il ctu.

Disattende la Corte tale esito, ritenendolo non esaustivamente provato, nei termini che seguono. 

Il ctu ha evidenziato a pag. 5 del proprio elaborato la fenomenologia del lutto della madre della vittima, allorché egli osserva: “..la signora XX si è presentata ai colloqui con atteggiamento di grande sofferenza, caratterizzato da una mimica del volto tipicamente depressiva, con una gestualità enfaticamente orientata ad illustrare il proprio dolore, e con un corollario di atteggiamenti che depongono per una manifestazione del lutto fortemente connotata da fattori culturali tipici del paese e della etnia di provenienza. Il suo modo di porsi all’interlocutore è scandito da una evidente teatralità..”.

In tale assetto fattuale, la valutazione operata dal ctu di ricorrenza di una “..depressione di media gravità..” muove dalle dichiarazioni articolate dalla stessa attrice (pagg. 6 e segg.), sulla cui attitudine — da sole considerate — a fondare una valutazione clinica è dato dubitare, posto come lo stesso ctu, oltre ad articolare una valutazione preliminare nei termini sopra indicati, descriva la espressività della attrice “..forse più drammatica di quanto non sia effettivamente l’aspetto nucleare sottostante..”.

Tanto premesso, l’esame della consulenza di ufficio non risulta riscontrare una alterazione psico fisica della attrice di indole patologica e conseguente al lutto, rinvenendosi piuttosto la descrizione delle modalità con le quali la stessa attrice vive e cerca di superare un dolore certamente enorme.

La rilevanza attribuita dal ctu alle modalità di manifestazione del dolore, al fine di esprimere un proprio convincimento, rinviene ulteriore elemento di riscontro nel fatto che il ctu abbia negato la ricorrenza di un pregiudizio psico fisico in capo al padre della vittima, muovendo dal rilievo fenomenico per cui egli “..ha aderito ai colloqui con atteggiamento improntata a grande compostezza e dignità. Non sono evidenziabili in lui manifestazioni di drammatizzazione del lutto, anzi va dato atto a questo padre di avere, pure nell’evidente sofferenza e dolore, recuperato un livello di funzionamento sociale sostanzialmente adeguato..”.

Si disattende infine la domanda articolata dalla Compagnia appellata, di condanna di controparte alla restituzione di quanto percepito in eccesso rispetto al danno liquidato.

La Compagnia appellata ha prodotto alla udienza del 21 settembre 2010 documentazione attestante la corresponsione di un importo pari ad euro 419.036,75. In tale documentazione, tuttavia, si riscontra come la maggior parte di tale importo, pari ad euro 393.923,80 sia stata versata al terzo A(omissis) B(omissis), estraneo ed indifferente alla vicenda che occupa.

Il residuo importo corrisposto in favore di KK è già stato diffalcato dal credito risarcitorio riconosciuto e liquidato, nei termini sopra indicati.

La reciproca soccombenza comporta la compensazione delle spese del presente grado di giudizio. Nulla sulle spese di ctu di primo grado non essendovi censura sul punto.

  1. Q. M.

La Corte di appello di Bologna, sezione seconda civile, definitivamente pronunciando nella causa n. 963/2010 r.g., ogni diversa istanza disattesa, in parziale modificazione della appellata sentenza del Tribunale di Bologna n. 1106/09 r. sent. 29 maggio 2008 depositata il 26 febbraio 2009,

? dichiara tenuti e condanna la Società Cattolica di Ass.ni Coop. a r.l., quale cessionaria del ramo di azienda di Verona Ass.ni spa, in persona del legale rappresentante, e QQ al pagamento a titolo di risarcimento del danno delle seguenti complessive somme:

  • quanto a YY e XX euro 273.187,40 ciascuno

  • quanto a JJ euro 100.648,00

  • quanto a WW euro 57.513, 14;

  • quanto a KK euro 29.912,57

importi tutti da maggiorarsi degli interessi al saggio legale dalla pubblicazione della presente sentenza al saldo;

  • conferma nel resto la impugnata sentenza

  • dispone la compensazione delle spese di lite del presente grado di giudizio.

Così deciso in Bologna, nella camera di consiglio della seconda sezione civile, il 23 marzo 2018

Il presidente

Maria Cristina Salvadori

L’estensore 

Enrico Saracini 

Depositata in Cancelleria il Pubblicazione del 18 Aprile 2018

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la esecuzione della nefrectomia “..senza tentare l’isolamento emodinamico del rene il che avrebbe verosimilmente concesso la riparazione del parenchima renale lesionato dalla incauta rimozione del Malecot..”. Si chiede il consulente di ufficio: “..perché prima di procedere alla nefrectomia non si è tentato di isolare la sanguificazione renale tramite un clampaggio dei vasi renali? Ciò avrebbe permesso di bloccare innanzitutto l’emorragia consentendo ai medici rianimatori presenti (…) di compensare l’emodinamica del paziente.”. Tale atteggiamento chirurgico viene definito dal ctu “..irruente..”, pure dolendosi lo stesso consulente di ufficio della scarsità di informazioni a disposizione.

Lo stesso ctu, all’esito del confronto con le osservazioni del consulente di parte convenuta, modifica parzialmente le proprie conclusioni, affermando: “..sembra effettivamente configurarsi una seconda ipotesi, altrettanto veritiera e plausibile rispetto a quella emersa precedentemente e che si sostanzia nella possibilità che l’emorragia sia stata provocata dalla rimozione del catetere e, di conseguenza, di un coagulo ad essa adeso e che una volta rimosso avrebbe riaperto la via al flusso ematico fino allo shock (…) rimane comunque difficilmente comprensibile, anche alla luce delle scarne e povere notizie cliniche al riguardo, la necessità di giungere alla nefrotomia..”.

Il ctu, dunque, nella redazione finale del proprio elaborato

  • assume la ricorrenza di un duplice possibile ordine causale della emorragia: a) una imperita rimozione del catetere di Malecot; b) la incolpevole rimozione di un coagulo, adeso al catetere di Malecot, conseguente alla amozione di quest’ultimo
  • censura la esecuzione della nefrotomia siccome avvenuta senza avere in precedenza tentato altre manovre dirette al contenimento della emorragia.

Tale ultima conclusione viene, nuovamente, integrata dal ctu laddove, chiamato a rendere chiarimenti alla udienza del 4.11.2010, egli afferma: “..è evidente che i sanitari hanno agito comunque sulla base di elementi altrettanto validi quali la sintomatologia e la obiettività ovvero la perdita di conoscenza immediata (…) intendo significare che, pur alla luce della carenza di alcuni elementi documentali preparatori (esame dell’emoglobina) in considerazione di quanto sopra detto è presumibile che la nefrotomia fosse giustificata..”.

MALASANITA-RISARICMENTO-VELOCE-
OTTENRE RISARICMENTO MALASANITA’

Le conclusioni cui è pervenuto il ctu relativamente alla amozione del catetere di Malecot, conformemente a quanto valutato dal giudice di primo grado, non consentono di formulare una sicura censura al personale sanitario, di avere colpevolmente posto in essere una negligente esecuzione del trattamento sanitario, così da cagionare all’appellante il danno litigioso.

Ciò sotto un duplice ordine di profili:

  1. assenza di prova sicura in ordine ad una imperita rimozione del catetere di Malecot
  2. assenza di prova sicura circa la ascrivibilità della emorragia ad una condotta colpevolmente imperita dei sanitari, anziché ad un evento imprevedibile quale la rimozione di un coagulo, adeso al catetere di Malecot, conseguente alla amozione — se pure correttamente eseguita — di quest’ultimo.

Rimane, quale condotta censurabile ed ascrivibile ai sanitari, l’ultimo profilo evidenziato dal ctu, laddove egli critica la esecuzione della nefrotomia siccome avvenuta senza avere in precedenza tentato altre manovre dirette al contenimento della emorragia (“..rimane comunque difficilmente comprensibile, anche alla luce delle scarne e povere notizie cliniche al riguardo, la necessità di giungere alla nefrotomia..”).

Tale rilievo viene confermato dal ctu all’esito del contraddittorio con i consulenti di parte, nel difetto di puntuali censure sul punto. Né peraltro è suscettibile di elidere la portata del rilievo del ctu, la considerazione dallo stesso articolata, circa la assenza di adeguata informazione contenuta nella documentazione clinica, atteso come tale carenza costituisca ulteriore profilo di negligenza ascrivibile alla struttura ospedaliera.

Insuscettibile di vulnerare la rilevanza della censura in oggetto è il rilievo formulato dallo stesso ctu in sede di chiarimenti resi in udienza, allorché egli, come sopra riportato, afferma: “..è evidente che i sanitari hanno agito comunque sulla base di elementi altrettanto validi quali la sintomatologia e la obiettività ovvero la perdita di conoscenza immediata (…) intendo significare che, pur alla luce della carenza di alcuni elementi documentali preparatori (esame dell’emoglobina), in considerazione di quanto sopra detto è presumibile che la nefrotomia fosse giustificata..”.

Tale affermazione si risolve, sostanzialmente, in un atto di fede. In buona sostanza il ctu afferma: trattandosi di personale sanitario preparato, se si sono determinati ad eseguire la nefrotomia lo avranno fatto a ragion veduta in un contesto clinico grave ed urgente.

Tale affermazione tuttavia, nella sua genericità, non prevale sul rilievo che lo stesso ctu, in termini ben più puntuali, aveva in precedenza articolato e trasfuso nel proprio elaborato, allorché si doleva della esecuzione della asportazione del rene nel difetto di un preventivo tentativo di isolare la sanguificazione renale tramite un clampaggio dei vasi renali.

Nel consolidato assetto sistematico riassunto da Sez. 3, Sentenza n. 1620 del 03/02/2012 laddove si afferma che «..l’ospedale risponde a titolo contrattuale dei danni patiti dal paziente, per fatto proprio, ex art. 1218 cod. civ., ove tali danni siano dipesi dall’inadeguatezza della struttura, ovvero per fatto altrui, ex art. 1228 cod. civ., ove siano dipesi dalla colpa dei sanitari di cui l’ospedale si avvale..», il convincimento circa la responsabilità della AUSL appellata deriva

  • dalla assenza di prova fornita dalla AUSL medesima, circa la correttezza del proprio operato, nel contesto istruttorio sopra richiamato

  • dal fatto che, pure in assenza di dati certi circa la identità del personale medico che si determinò a fare luogo all’intervento di nefrotomia, comunque la struttura risponde dell’operato dei propri dipendenti.

Il ctu definisce — con apprezzamento scevro da censure — le conseguenze lesive della nefrotomia, nei termini che seguono:

  • ITT giorni 10
  • ITP 75% giorni 10
  • ITP 50% giorni 20
  • invalidità permanente 18%

La liquidazione del danno relativo avviene facendo applicazione delle vigenti tabelle redatte dall’Osservatorio della giustizia civile del Tribunale di Milano, nei termini che seguono:

  • ITT giorni 10 euro 980,00
  • ITP 75% giorni 10 euro 735,00
  • ITP 50% giorni 20 euro 980,00
  • invalidità permanente 18% euro 50.792,00
  • per un totale di euro 53.487,00.

Tale importo viene devalutato dalla attualità alla data del sinistro per un importo di euro 45.482,14. Tale ultimo importo viene quindi maggiorato da rivalutazione ed interessi compensativi per ritardato adempimento della obbligazione risarcitoria sulla somma annualmente rivalutata, per un importo finale, liquidato alla attualità e convertito in credito di valuta, di euro 63.493,55 da maggiorarsi degli interessi al saggio legale dalla pubblicazione della sentenza al saldo.

Al profilo di responsabilità accertato sono estranei i sanitari appellati nel presente giudizio:

  • quanto al dr. XX, non essendo stato rinvenuto nesso causale tra la attività svolta nel corso dell’intervento chirurgico ed il sinistro che occupa
  • quanto al dr. JJ, non emergendo profili di responsabilità nella organizzazione del reparto.

Certamente il sinistro costituisce conseguenza di una quantomeno avventata determinazione a fare luogo alla asportazione dell’organo, ma non è dato ritenere che l’iter di formazione di tale determinazione abbia risentito di carenze strutturali nella organizzazione del lavoro del reparto, e non consegua piuttosto ad una avventata determinazione di un singolo ovvero di più sanitari.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivoResponsabilita’ medico chirurgica corte Appello bologna malasanita’

 

 

 

 

 

 

 

SENTENZA RIPORTATA SU  GIUREMILIA

REPUBBLICA ITALIANA Responsabilita’ medico chirurgica corte Appello bologna malasanita’

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA

SEZIONE SECONDA CIVILE

La Corte di appello di Bologna, sezione seconda civile, nella persona dei Giudici

Dott.ssa Maria Cristina Salvadori – Presidente

Dott.ssa Paola Montanari – Consigliere

Dott. Enrico Saracini – Consigliere relatore

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di II Grado iscritta al n. r.g. 960/2013 promossa da:

YY (c.f. …omissis…), con il patrocinio dell’avv. Giorgio Andreucci e dell’avv. Silvia Martino (c.f. …omissis…); elettivamente domiciliato in Viale Filopanti, 4 Bologna, presso il difensore avv. Giorgio Andreucci 

APPELLANTE

Contro

JJ (c.f. …omissis…), con il patrocinio dell’avv. Flavio Peccenini e dell’avv. Carlo Bellini (c.f. …omissis…) C.so della Repubblica, 162 Forlì; elettivamente domiciliato in Via San Vitale, 55 Bologna, presso il difensore avv. Flavio Peccenini

XX (c.f. …omissis…), con il patrocinio dell’avv. Carlotta Mattei; elettivamente domiciliato in Viale Panzacchi, 19 (Studio avv. Forasassi-Tonini), Bologna, presso il difensore avv. Carlotta Mattei 

AZIENDA UNITA’ SANITARIA LOCALE di (omissis) (c.f. …omissis…), con il patrocinio dell’avv. Flavio Peccenini e dell’avv. Carlo Bellini (c.f. …omissis…) C.so della Repubblica, 162 Forlì; elettivamente domiciliato in Via San Vitale, 55 Bologna, presso il difensore avv. Flavio Peccenini

APPELLATI

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da atti che qui si intendono richiamati e sono illustrati in motivazione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

YY conveniva avanti al Tribunale di Forlì – sezione di (omissis), la AUSL di (omissis), il dr. JJ, ed il dr. XX assumendo

  • di essere stato sottoposto, in data 2 febbraio 2006, ad un intervento chirurgico presso il reparto di chirurgia di urgenza dell’Ospedale “(omissis)” di (omissis) a fini di asportazione di un calcolo localizzato nel rene sinistro
  • che nel corso dell’intervento — eseguito dai dr. XX quale primo chirurgo e dal dr. JJ quale altro chirurgo — il calcolo venne prima frantumato e poi rimosso mediante pinze
  • il successivo 6 febbraio si manifestava una massiva emorragia che imponeva, tra l’altro, la asportazione del rene sinistro
  • la assenza di qualsivoglia consenso informato, atteso che all’attore non fu in alcun modo prospettata la eventualità di complicanze emorragiche quali quella in concreto verificatasi, di talché fu impedito all’attore di potere “..scegliere consapevolmente se sottoporsi o meno all’intervento chirurgico e a quale struttura ospedaliera affidarsi..”
  • che, comunque, la mancanza di un valido consenso “..costituisce autonoma fonte di responsabilità proprio perché dall’intervento sono scaturiti effetti lesivi per il paziente..”
  • la ricorrenza di gravi profili di colpa afferenti sia la esecuzione dell’intervento — da intendersi come routinario, dunque privo di particolari difficoltà tecniche — sia il post operatorio, nel corso del quale è stata lesionata una arteria intrarenale, e laddove una diagnosi tempestiva e corretta avrebbe consentito di diagnosticare in anticipo la emorragia e di porvi rimedio mediante un intervento di indole meno demolitiva
  • la ascrivibilità a responsabilità in eligendo ed in vigilando del dr. JJ, quale direttore del reparto, della negligenza ricorrente nel post operatorio, in ragione della inadeguatezza della organizzazione del reparto.

Concludeva l’attore chiedendo la condanna dei convenuti al risarcimento del danno non patrimoniale derivato dalla fattispecie sopra riassunta.

Si costituivano con atti separati ma redatti dal medesimo difensore e recanti le medesime allegazioni difensive, la AUSL di (omissis) ed il dr. JJ, resistendo ed assumendo

  • la indole tecnicamente particolarmente complessa dell’intervento chirurgico, effettuato su di un paziente che versava in una ipotesi di recidiva
  • la correttezza della esecuzione dell’intervento, relativamente al quale la complicanza in concreto verificatasi costituisce ipotesi prevista in letteratura anche in difetto di profili di colpa a carico dell’operatore
  • la perfezione della formazione del consenso dell’attore, il quale fu già sottoposto ad intervento analogo nel 1997 e, quale paziente del dr. XX da anni, fu ripetute volte esaustivamente informato della natura dell’intervento per cui è causa e dei rischi potenzialmente ad esso correlati
  • la assoluta correttezza dell’iter post operatorio, nell’assoluto difetto di manifestazioni della emorragia in corso
  • la assenza di responsabilità alcuna relativamente alla condotta del dr. JJ, sia in proprio quale sanitario che quale responsabile della U.O., posto come il protocollo organizzativo del reparto da lui diretto fosse improntato al massimo rigore professionale.

Si costituiva il dr. XX resistendo ed assumendo:

  • la assoluta perfezione della formazione del consenso del paziente, il quale, già a partire dal 1997, fu sottoposto ad intervento analogo a quello per cui è causa, fu visitato dallo stesso dr. XX numerose volte e sempre reso edotto della natura dell’intervento e delle possibili complicanze
  • che l’intervento fu eseguito a regola d’arte e la emorragia successiva “..rappresenta proprio una complicanza incolpevole dell’intervento, ben prevista in letteratura medica..”
  • la assenza, nella fase post operatoria, di evidenza alcuna che segnalasse la emorragia in atto.

Concludevano i convenuti tutti nel senso della reiezione delle domande di parte attrice.

Il giudizio di primo grado veniva istruito mediante

  • produzione documentale
  • assunzione di prova per testi
  • ctu medico legale.

Il Tribunale di Forlì, con la sentenza n. 539/2012 r.sent. del 24 ottobre 13 dicembre 2012, respingeva la domanda di parte attrice con compensazione delle spese di lite. 

Assumeva il Tribunale

  • il difetto di prova certa circa la ricorrenza di profili di responsabilità colposa in capo ai sanitari nella esecuzione dell’intervento ovvero nel post operatorio
  • la ricorrenza di adeguata prova circa la esaustività della informazione fornita all’attore, a fini di formazione del consenso al trattamento terapeutico.

Avverso tale sentenza propone appello il YY assumendo la erroneità della stessa laddove:

  1. assume la correttezza della formazione del consenso dell’attore alla esecuzione dell’intervento chirurgico litigioso
  2. assume la assenza di profili di colpa medica, atteso come la ctu abbia evidenziato come la emorragia sia verosimilmente da ascrivere allo sfilamento del catetere siccome avvenuto non già nella immediatezza dell’intervento, come la migliore pratica medica del tempo suggeriva, bensì in un secondo tempo, e peraltro avvenuto senza che le ali del catetere medesimo fossero state debitamente richiuse, provocando un tal modo una lesione del parenchima renale
  3. non affronta specificamente la materia della frettolosa esecuzione dell’intervento di nefrectomia.

Si costituivano i convenuti tutti resistendo ed assumendo

  • in sede preliminare la inammissibilità dell’appello ai sensi degli artt. 342 ovvero 348 bis c.p.c.
  • nel merito la infondatezza delle censure mosse alla sentenza di primo grado.

Alla udienza del 31.10. 2017 le parti hanno precisato le rispettive conclusioni e la causa è stata ritenuta in decisione.

Osserva la Corte

quanto segue.

Prive di fondamento sono le eccezioni di inammissibilità dell’appello articolate dai convenuti ai sensi sia dell’art. 342 che dell’art. 348 bis c.p.c., posto come, all’evidenza,

  • il perimetro litigioso del presente secondo grado di giudizio sia stato puntualmente definito in atto di appello, atteso come i convenuti appellati hanno puntualmente esercitato il proprio diritto di difesa su ogni singolo punto della lite
  • la delicatezza e la complessità della materia litigiosa, ostino ad una prognosi di assenza di una ragionevole probabilità di accoglimento.

Quanto alla lite circa la sussistenza ed adeguatezza del consenso informato del paziente, si osserva quanto segue.

Il contenuto dell’obbligo di informazione del sanitario è riassunto nel canone indicato da Sez. 3, Sentenza n. 2177 del 04/02/2016 laddove in motivazione si afferma: «..giova rammentare, quanto alle modalità ed ai caratteri del consenso alla prestazione medica, che – come messo in risalto da questa Corte (tra le altre, Cass., 23 maggio 2001, n. 7027; Cass., 16 ottobre 2007, n. 21748; Cass. 9 febbraio 2010, n. 2847; Cass., 27 novembre 2012, n. 20984; Cass., 28 luglio 2011, n. 16453; Cass., 20 agosto 2013, n. 19220) – esso, anzitutto, deve essere personale (salvo i casi di incapacità di intendere e volere del paziente), specifico e esplicito, nonché reale ed effettivo, non essendo consentito il consenso presunto. Infine, il consenso deve essere pienamente consapevole e completo, ossia deve essere “informato”, dovendo basarsi su informazioni dettagliate fornite dal medico, ciò implicando la piena conoscenza della natura dell’intervento medico e/o chirurgico, della sua portata ed estensione, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili e delle possibili conseguenze negative..».

All’obbligo di informazione come sopra definito, risulta essere stato fornito adeguato adempimento, con conseguente insussistenza del relativo profilo di inadempimento. 

Produce (doc. 1) parte appellante copia del modulo di consenso informato a trattamento chirurgico, sottoscritto dal paziente medesimo, in cui si attesta la avvenuta esplicazione delle “..caratteristiche dell’intervento, le sue finalità, il rapporto rischio/beneficio, le conseguenze anche occupazionali dopo l’intervento nonché le eventuali complicazioni che il suddetto intervento può presentare secondo le statistiche operatorie più accreditate avendo preso visione del modulo di informazione..”.

La attitudine probatoria di tale modello, intrinsecamente modesta atteso come si tratti di un prestampato scevro da puntuali riferimenti alla concreta informazione resa al paziente, conosce tuttavia adeguato conforto dal tessuto della deposizione resa in primo grado dal dr. G(omissis), strutturato presso il reparto di urologia, laddove egli afferma: “..fu il dr. XX a chiedermi di raccogliere il consenso e di compilare le cartelle dicendomi di avere già dato al paziente tutte le necessarie informazioni visti anche i rapporti di amicizia intercorrenti tra il YY ed il dr. XX (…) è vero che descrissi al sig. YY le eventuali complicazioni dell’intervento di nefrolitotripsia percutanea sinistra, le sue finalità e gli strumenti da utilizzarsi a tal fine (…) ricordo che il YY mi manifestò di avere compreso e di sapere già in precedenza ciò che gli avevo detto..”.

Differenti valutazioni si impongono con riferimento al secondo profilo di responsabilità colposa allegato a carico di controparte da parte attrice.

Costituisce circostanza riscontrata in sede di ctu — e non oggetto di rilievi da parte dei consulenti di parte — come l’intervento chirurgico del 2 febbraio 2006 sia stato eseguito secondo modalità esenti da censura.

La lite insiste sulla esistenza o meno di comportamenti censurabili, nel post operatorio, i quali comportarono la esecuzione dell’intervento di nefrotomia.

Nella bozza di consulenza tecnica di ufficio, il ctu evidenzia un duplice profilo di condotte censurabili a carico dei sanitari (l’impiego nel corso dell’intervento del 2.2.2006, evidenziato a pag. 16 dell’elaborato, di una tecnica operatoria “..all’epoca non già attualissima..”, non risulta avere sortito esiti negativi):

  1. la incauta e non appropriata rimozione del catetere (c.d. catetere di Malecot)dal rene, siccome avvenuta senza che le “ali” del catetere, cioè le sporgenze destinate a mantenere il catetere in situ, fossero state preventivamente richiuse, con conseguente lesione del parenchima renale
  2. la esecuzione della nefrectomia “..senza tentare l’isolamento emodinamico del rene il che avrebbe verosimilmente concesso la riparazione del parenchima renale lesionato dalla incauta rimozione del Malecot..”. Si chiede il consulente di ufficio: “..perché prima di procedere alla nefrectomia non si è tentato di isolare la sanguificazione renale tramite un clampaggio dei vasi renali? Ciò avrebbe permesso di bloccare innanzitutto l’emorragia consentendo ai medici rianimatori presenti (…) di compensare l’emodinamica del paziente.”. Tale atteggiamento chirurgico viene definito dal ctu “..irruente..”, pure dolendosi lo stesso consulente di ufficio della scarsità di informazioni a disposizione.

Lo stesso ctu, all’esito del confronto con le osservazioni del consulente di parte convenuta, modifica parzialmente le proprie conclusioni, affermando: “..sembra effettivamente configurarsi una seconda ipotesi, altrettanto veritiera e plausibile rispetto a quella emersa precedentemente e che si sostanzia nella possibilità che l’emorragia sia stata provocata dalla rimozione del catetere e, di conseguenza, di un coagulo ad essa adeso e che una volta rimosso avrebbe riaperto la via al flusso ematico fino allo shock (…) rimane comunque difficilmente comprensibile, anche alla luce delle scarne e povere notizie cliniche al riguardo, la necessità di giungere alla nefrotomia..”.

Il ctu, dunque, nella redazione finale del proprio elaborato

  • assume la ricorrenza di un duplice possibile ordine causale della emorragia: a) una imperita rimozione del catetere di Malecot; b) la incolpevole rimozione di un coagulo, adeso al catetere di Malecot, conseguente alla amozione di quest’ultimo
  • censura la esecuzione della nefrotomia siccome avvenuta senza avere in precedenza tentato altre manovre dirette al contenimento della emorragia.

Tale ultima conclusione viene, nuovamente, integrata dal ctu laddove, chiamato a rendere chiarimenti alla udienza del 4.11.2010, egli afferma: “..è evidente che i sanitari hanno agito comunque sulla base di elementi altrettanto validi quali la sintomatologia e la obiettività ovvero la perdita di conoscenza immediata (…) intendo significare che, pur alla luce della carenza di alcuni elementi documentali preparatori (esame dell’emoglobina) in considerazione di quanto sopra detto è presumibile che la nefrotomia fosse giustificata..”.

Le conclusioni cui è pervenuto il ctu relativamente alla amozione del catetere di Malecot, conformemente a quanto valutato dal giudice di primo grado, non consentono di formulare una sicura censura al personale sanitario, di avere colpevolmente posto in essere una negligente esecuzione del trattamento sanitario, così da cagionare all’appellante il danno litigioso.

Ciò sotto un duplice ordine di profili:

  1. assenza di prova sicura in ordine ad una imperita rimozione del catetere di Malecot
  2. assenza di prova sicura circa la ascrivibilità della emorragia ad una condotta colpevolmente imperita dei sanitari, anziché ad un evento imprevedibile quale la rimozione di un coagulo, adeso al catetere di Malecot, conseguente alla amozione — se pure correttamente eseguita — di quest’ultimo.

Rimane, quale condotta censurabile ed ascrivibile ai sanitari, l’ultimo profilo evidenziato dal ctu, laddove egli critica la esecuzione della nefrotomia siccome avvenuta senza avere in precedenza tentato altre manovre dirette al contenimento della emorragia (“..rimane comunque difficilmente comprensibile, anche alla luce delle scarne e povere notizie cliniche al riguardo, la necessità di giungere alla nefrotomia..”).

Tale rilievo viene confermato dal ctu all’esito del contraddittorio con i consulenti di parte, nel difetto di puntuali censure sul punto. Né peraltro è suscettibile di elidere la portata del rilievo del ctu, la considerazione dallo stesso articolata, circa la assenza di adeguata informazione contenuta nella documentazione clinica, atteso come tale carenza costituisca ulteriore profilo di negligenza ascrivibile alla struttura ospedaliera.

Insuscettibile di vulnerare la rilevanza della censura in oggetto è il rilievo formulato dallo stesso ctu in sede di chiarimenti resi in udienza, allorché egli, come sopra riportato, afferma: “..è evidente che i sanitari hanno agito comunque sulla base di elementi altrettanto validi quali la sintomatologia e la obiettività ovvero la perdita di conoscenza immediata (…) intendo significare che, pur alla luce della carenza di alcuni elementi documentali preparatori (esame dell’emoglobina), in considerazione di quanto sopra detto è presumibile che la nefrotomia fosse giustificata..”.

Tale affermazione si risolve, sostanzialmente, in un atto di fede. In buona sostanza il ctu afferma: trattandosi di personale sanitario preparato, se si sono determinati ad eseguire la nefrotomia lo avranno fatto a ragion veduta in un contesto clinico grave ed urgente.

Tale affermazione tuttavia, nella sua genericità, non prevale sul rilievo che lo stesso ctu, in termini ben più puntuali, aveva in precedenza articolato e trasfuso nel proprio elaborato, allorché si doleva della esecuzione della asportazione del rene nel difetto di un preventivo tentativo di isolare la sanguificazione renale tramite un clampaggio dei vasi renali.

Nel consolidato assetto sistematico riassunto da Sez. 3, Sentenza n. 1620 del 03/02/2012 laddove si afferma che «..l’ospedale risponde a titolo contrattuale dei danni patiti dal paziente, per fatto proprio, ex art. 1218 cod. civ., ove tali danni siano dipesi dall’inadeguatezza della struttura, ovvero per fatto altrui, ex art. 1228 cod. civ., ove siano dipesi dalla colpa dei sanitari di cui l’ospedale si avvale..», il convincimento circa la responsabilità della AUSL appellata deriva

  • dalla assenza di prova fornita dalla AUSL medesima, circa la correttezza del proprio operato, nel contesto istruttorio sopra richiamato
  • dal fatto che, pure in assenza di dati certi circa la identità del personale medico che si determinò a fare luogo all’intervento di nefrotomia, comunque la struttura risponde dell’operato dei propri dipendenti.

Il ctu definisce — con apprezzamento scevro da censure — le conseguenze lesive della nefrotomia, nei termini che seguono:

  • ITT giorni 10
  • ITP 75% giorni 10
  • ITP 50% giorni 20
  • invalidità permanente 18%

La liquidazione del danno relativo avviene facendo applicazione delle vigenti tabelle redatte dall’Osservatorio della giustizia civile del Tribunale di Milano, nei termini che seguono:

  • ITT giorni 10 euro 980,00
  • ITP 75% giorni 10 euro 735,00
  • ITP 50% giorni 20 euro 980,00
  • invalidità permanente 18% euro 50.792,00
  • per un totale di euro 53.487,00.

Tale importo viene devalutato dalla attualità alla data del sinistro per un importo di euro 45.482,14. Tale ultimo importo viene quindi maggiorato da rivalutazione ed interessi compensativi per ritardato adempimento della obbligazione risarcitoria sulla somma annualmente rivalutata, per un importo finale, liquidato alla attualità e convertito in credito di valuta, di euro 63.493,55 da maggiorarsi degli interessi al saggio legale dalla pubblicazione della sentenza al saldo.

Al profilo di responsabilità accertato sono estranei i sanitari appellati nel presente giudizio:

  • quanto al dr. XX, non essendo stato rinvenuto nesso causale tra la attività svolta nel corso dell’intervento chirurgico ed il sinistro che occupa
  • quanto al dr. JJ, non emergendo profili di responsabilità nella organizzazione del reparto.

Certamente il sinistro costituisce conseguenza di una quantomeno avventata determinazione a fare luogo alla asportazione dell’organo, ma non è dato ritenere che l’iter di formazione di tale determinazione abbia risentito di carenze strutturali nella organizzazione del lavoro del reparto, e non consegua piuttosto ad una avventata determinazione di un singolo ovvero di più sanitari.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

  1. Q. M.

La Corte di appello di Bologna, sezione seconda civile, definitivamente pronunciando nella causa n. 960/2013 r.g., ogni diversa istanza disattesa, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Forlì n. 539/2012 r.sent. del 24 ottobre – 13 dicembre 2012

  • dichiara tenuta e condanna la AUSL di (omissis), in persona del legale rappresentante, al pagamento in favore di YY della somma di euro 63.493,55 da maggiorarsi degli interessi al saggio legale dalla pubblicazione della sentenza al saldo
  • dichiara tenuta e condanna la AUSL di (omissis), in persona del legale rappresentante, alla rifusione in favore di YY delle spese di lite, che liquida quanto al primo grado di giudizio in complessivi euro 8.010,33 di cui euro 510,33 per anticipazioni ed euro 7.500,00 per compenso, oltre a spese generali ed accessori di legge, e quanto al presente giudizio di secondo grado in euro 7.998,00 di cui euro 998,00 per anticipazioni ed euro 7.000,00 per compenso, oltre a spese generali ed accessori di legge
  • conferma nel resto la sentenza impugnata
  • condanna YY alla rifusione in favore di JJ e XX delle spese del presente grado di giudizio, che liquida quanto a ciascuno di essi in complessivi euro 7.000,00 oltre a spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Bologna, nella camera di consiglio della seconda sezione civile, il 27 marzo 2018

Il Presidente

Maria Cristina Salvadori

L’estensore 

Enrico Saracini

Famiglia – Potestà dei genitori – Minori – Illecita sottrazione internazionale da parte di uno dei genitori – Convenzione dell’aja del 25 ottobre 1989

Famiglia – sottrazione internazionale minori dei genitori – Minori – Illecita sottrazione internazionale da parte di uno dei genitori – Convenzione dell’aja del 25 ottobre 1989 – Applicabilità – Presupposti – Violazione dei diritti di custodia spettanti in base alla legislazione dello stato di residenza abituale del minore – Effettivo esercizio di tali diritti – Genitori del minore regolarmente coniugati e conviventi – Diritto di custodia – Sussistenza in capo ad entrambi congiuntamente – Conseguenze – Conduzione del figlio da parte di uno di essi fuori dello stato di sua residenza abituale – Violazione del diritto di custodia dell’altro genitore – Configurabilità – Condizioni – Rimedi ripristinatori – Obbligatorietà – Deroghe – Comune cittadinanza dei genitori – Elemento ostativo al rientro del minore – Configurabilità – Esclusione sottrazione internazionale minori
sottrazione internazionale minori  tema di illecita sottrazione internazionale di minore da parte di uno dei genitori, ove sia invocata la Convenzione dell’Aja del 25 ottobre 1980, resa esecutiva in Italia con legge n. 64 del 1994 compito del giudice di merito è quello di accertare la sussistenza dei requisiti per ritenere illecito il trasferimento o il mancato rientro del minore alla stregua di quanto previsto dall’art. 3 di detta Convenzione, a tenore del quale, a tale scopo, occorre che questi siano avvenuti in violazione dei diritti di custodia spettanti in base alla legislazione dello Stato in cui il minore ha la residenza abituale, ed inoltre che detti diritti siano effettivamente esercitati. Pertanto, nel caso di genitori regolarmente coniugati e conviventi, in cui il diritto di custodia sussiste in capo ad entrambi congiuntamente, esso viene conculcato allorché uno dei genitori, contro la volontà dell’altro, conduca il figlio, minore, fuori dello Stato di residenza dello stesso – intendendosi per tale il luogo in cui il minore normalmente grazie ad una durevole e stabile permanenza, anche di fatto, trova e riconosce il centro dei suoi legami affettivi, non solo parentali, originati dallo svolgimento della sua quotidiana vita di relazione – per un periodo di tempo significativo, e comunque idoneo a disvelare l’intento di sottrarre lo stesso all’affidamento dell’altro genitore. Tale presupposto legittima la misura della immediato rientro del minore, che viene esclusa solo in presenza della specifica circostanza ostativa a detto rientro, individuata dall’art. 13, primo comma, lettera b), della citata Convenzione, nella sussistenza di un rischio per il minore di essere esposto, per il fatto del suo ritorno, a pericoli fisici o psichici, o, comunque, di trovarsi in una situazione intollerabile. Deve, pertanto, escludersi che la cittadinanza comune dei genitori sia annoverabile tra gli elementi ostativi al rientro del minore illecitamente sottratto.
Famiglia – Potestà dei genitori – Minori – Illecita sottrazione internazionale da parte di uno dei genitori – Convenzione dell’aja del 25 ottobre 1989 – Applicabilità – Presupposti – Violazione dei diritti di custodia spettanti in base alla legislazione dello stato di residenza abituale del minore – Effettivo esercizio di tali diritti – Genitori del minore regolarmente coniugati e conviventi – Diritto di custodia – Sussistenza in capo ad entrambi congiuntamente – Conseguenze – Conduzione del figlio da parte di uno di essi fuori dello stato di sua residenza abituale – Violazione del diritto di custodia dell’altro genitore – Configurabilità – Condizioni – Rimedi ripristinatori – Obbligatorietà – Deroghe – Comune cittadinanza dei genitori – Elemento ostativo al rientro del minore – Configurabilità – Esclusione.
REPUBBLICA ITALIANA sottrazione internazionale minori 
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. Maria Gabriella LUCCIOLI – Presidente –
Dott. Mario Rosario MORELLI – Consigliere –
Dott. Massimo BONOMO – Consigliere –
Dott. Maria Rosaria SAN GIORGIO – Rel. Consigliere –
Dott. Alberto GIUSTI – Consigliere –
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
Al.Sa., elettivamente domiciliato in Ro. vi.Ma.(…), presso l’avvocato Pe.Fr., che lo rappresenta e difende, giusta procura speciale Consolato Generale d’Italia a Londra El.Ug. N. (…) del 05.07.05;
– ricorrente –
contro
St.De., elettivamente domiciliata in Ro. Via S.M.Pi.(…) presso l’avvocato Na.Bo., che la rappresenta e difende, giusta procura in calce al controricorso;
– controricorrente –
contro
Procuratore Repubblica presso il Tribunale dei Minori di Roma; Procuratore Generale presso La CORTE DI CASSAZIONE;
– intimati –
e sul 2° ricorso n° 21244/05 proposto da:
PROCURA DELLA REPUBBLICA presso il TRIBUNALE DEI MINORI di Roma;
– ricorrente –
contro
Al.Sa. e St.De.;
– intimati –
avverso il decreto del Tribunale per i minorenni di Roma, depositato il 18/05/05;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 29/05/2006 dal Consigliere Dott. Maria Rosaria San Giorgio;
udito per il ricorrente l’Avvocato Mi., per delega, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso 18830/05;
udito per il resistente St. l’Avvocato Bo., che ha chiesto il rigetto del ricorso 18830/05;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Fulvio UCCELLA che ha concluso per l’accoglimento dei ricorsi.
sottrazione internazionale minori
sottrazione internazionale minori
Svolgimento del processo
1. – Con ricorso in data 29 marzo 2005, il Pubblico Ministero presso il Tribunale per i minorenni di Roma, attivato dall’Autorità centrale presso il Ministero della giustizia, chiese l’applicazione della Convenzione di L’Aja del 25 ottobre 1980 relativamente ai minori An. e Al.Ch.Al., nati a Su., in Gr.Br., rispettivamente il 29 giugno 1998 e il 13 novembre 2000, figli di Sa.Al., cittadino italiano in possesso anche di cittadinanza britannica, e di De.St., cittadina italiana, i quali, subito dopo aver contratto matrimonio in Italia, il 30 agosto 1997, si erano trasferiti in Gran Bretagna.
Secondo quanto esposto dall’Al. all’Autorità centrale, il 16 novembre 2004 la St. si era recata in Italia con i due figli, asseritamente allo scopo di trattenervisi per circa un mese, e cioè per il periodo di pausa dagli impegni scolastici dei bambini. Durante tale periodo l’Al. aveva ripetutamente visitato la famiglia, con la quale aveva altresì intrattenuto regolari rapporti telefonici, senza che, peraltro, la moglie assumesse precisi impegni circa la data del ritorno in Gran Bretagna.
Infine, in data 27 dicembre 2004, durante una delle visite in Italia del marito, la donna gli aveva comunicato che riteneva fallito il loro matrimonio, pur rassicurandolo sul suo imminente rientro insieme con i figli. Invece, intorno al 3 febbraio 2005, l’Al. aveva ricevuto una lettera con la quale un legale italiano gli comunicava che la St. aveva presentato istanza di separazione legale. A seguito di tale comunicazione, egli si era nuovamente recato in Italia, ove la moglie gli aveva nuovamente garantito il rientro in Gran Bretagna, rifiutando, però, di precisarne la data. Tuttavia, al momento del ricorso, detto ritorno non si era ancora verificato.
Nel procedimento, si costituì il sig. Al., che si associò alla richiesta del Pubblico Ministero.
2. – Il Tribunale per i minorenni di Roma, con decreto depositato in data 18 maggio 2005, dichiarò inammissibile il ricorso, ritenendo inapplicabile nella specie la Convenzione di L’Aja per essere entrambi i genitori dei minori cittadini italiani, laddove detta Convenzione, alla stregua della sentenza di questa Corte n. 17647 del 2002, verrebbe in rilievo solo in presenza di questioni vertenti tra genitori appartenenti a Stati diversi, e non già tra cittadini dello stesso Paese nel quale viene trattenuto il minore, del quale si impedisca il rientro in un diverso Stato.
3. – Per la cassazione di detto decreto ricorrono l’Al., sulla base di un unico motivo, illustrato anche da successiva memoria, e il Pubblico Ministero. Resiste con controricorso la St., che ha, a sua volta, depositato memoria illustrativa.
Motivi della decisione
1. – Deve preliminarmente disporsi, ai sensi dell’art. 335 cod. proc. civ., la riunione dei ricorsi siccome proposti nei confronti del medesimo decreto.
2. – Con l’unico motivo di ricorso, l’Al. deduce “violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione agli articoli 1, 3, 4 e 13 della Convenzione di L’Aja del 25 ottobre 1980”. Erroneamente il Tribunale per i minorenni di Roma avrebbe escluso l’applicabilità della invocata Convenzione al caso di specie sulla base della circostanza della comune nazionalità italiana dei genitori dei minori, del tutto irrilevante, invece, ai fini della tutela dei minori dal pregiudizio dei trasferimenti indebiti.
Né varrebbe, come ha fatto il predetto Tribunale nel decreto impugnato, invocare il precedente costituito dalla sentenza di questa Corte n. 17647 del 2002, secondo la quale “la Convenzione di l’Aja del 25 ottobre 1980 vuole assicurare che i diritti di affidamento e di visita previsti in uno Stato contraente siano effettivamente rispettati negli altri Stati contraenti (art. 1, lett. b), così escludendo la sua applicabilità ad ipotesi nelle quali non abbiano rilievo rapporti interstatali o sovrastatali, potendo applicarsi solo in guanto vi sia un potenziale conflitto tra gli Stati, per assicurare l’immediato rientro nello Stato di residenza ai minori, illecitamente trasferiti o trattenuti in altro degli Stati contraenti”. Detta sentenza era riferita, infatti, ad una fattispecie ben diversa da quella oggetto del decreto impugnato, nella quale l’illecito trasferimento violava un provvedimento di affidamento emesso da giudici italiani nei confronti di cittadini italiani, e relativo ad un minore che aveva sempre risieduto nella città di Ro., nella quale era statò poi trattenuto dal resistente, laddove la Convenzione di L’Aja sanziona solo l’allontanamento del minore dalla residenza abituale e dal mondo affettivo, relazionale e culturale in cui lo stesso è cresciuto.
Nel caso di specie, invece, sussistevano tutti i presupposti soggettivi ed oggettivi per l’applicazione della invocata Convenzione, per essere stata l’illecita sottrazione di minori posta in essere dalla madre in costanza di matrimonio, contro la volontà del padre, contitolare della potestà genitoriale sugli stessi, da sempre residenti in Gran Bretagna
3. – Anche il primo motivo del ricorso del Pubblico Ministero si fonda sulla circostanza che i minori di cui si tratta sono nati e vissuti in Gran Bretagna, ove avevano la loro residenza abituale prima del loro illecito allontanamento, che li aveva ex abrupto sradicati dalla loro realtà; oltre che sulla considerazione che il padre degli stessi è anche cittadino inglese, circostanza non tenuta presente dal Tribunale per i minorenni di Ro. nell’escludere quel carattere di internazionalità dallo stesso ritenuto requisito essenziale ai fini dell’applicazione della Convenzione di L’Aja
4. – Nel ricorso del Pubblico Ministero si deduce poi il contrasto del decreto impugnato con gli attuali orientamenti comunitari in materia, quali risultanti dal dettato dell’art. 11 del Regolamento CE n. 2201/2003, del 27 novembre 2003, entrato in vigore in data 1 marzo 2005.
5. – Infine, si rileva, “ad abundantiam”, il contrasto del decreto impugnato con l’art. 36 della legge 31 maggio 1995, n. 218.
6. – I ricorsi risultano meritevoli di accoglimento.
6.1. La Convenzione di L’Aja – resa esecutiva in Italia con la legge 15 gennaio 1994, n. 64 – contiene, all’art. 1, la enunciazione della propria finalità, che è quella di assicurare l’immediato rientro dei minori illecitamente trasferiti o trattenuti in qualsiasi Stato contraente e l’effettivo rispetto dei diritti di affidamento e di visita, previsti in uno Stato contraente, negli altri Stati contraenti.
Ciò posto, la giurisprudenza di questa Corte ha già posto in evidenza la irrilevanza, ai fini del perseguimento di detta finalità, di un titolo giuridico di affidamento (e, a più forte ragione, di una eventuale pronuncia di un provvedimento giurisdizionale straniero), in considerazione dello scopo esclusivo di tutela dell’affidamento quale situazione di mero fatto, da reintegrare con l’immediato ritorno del minore nel proprio Stato di residenza abituale. Ne consegue che, ove sia invocata la Convenzione dell’Aja, compito del giudice di merito è quello di accertare la sussistenza dei requisiti per ritenere illecito il trasferimento, o il mancato rientro del minore alla stregua di quanto previsto dall’art. 3 di detta Convenzione, a tenore del quale, a tale scopo, occorre che questi siano avvenuti in violazione dei diritti di custodia spettanti in base alla legislazione dello Stato in cui il minore ha la residenza abituale, ed inoltre che detti diritti siano effettivamente esercitati (v., sul punto, tra le altre, Cass., sent. n. 3701 del 2000).
È evidente che, nel caso di genitori regolarmente coniugati e conviventi, tale diritto di custodia – che, nella ipotesi considerata, deve riconoscersi sussistente in capo ad entrambi congiuntamente – viene ad essere conculcato allorché uno di essi, contro la volontà dell’altro, conduca il figlio minore fuori dello Stato di residenza dello stesso -intendendosi per tale il luogo in cui lo stesso, normalmente grazie ad una durevole e stabile permanenza, anche di fatto, trova e riconosce il centro dei suoi legami affettivi, non solo parentali, originati dallo svolgersi della sua quotidiana vita di relazione – per un periodo di tempo significativo, e comunque idoneo a disvelare l’intento di sottrarre lo stesso all’affidamento dell’altro genitore.
6.2. – La sussistenza di detto presupposto è, di per sé, sufficiente a determinare la reazione apprestata dall’ordinamento attraverso la misura della immediata restituzione del minore. Questa trova applicazione secondo le modalità specificate dalla stessa Convenzione, salvo che ricorra la specifica circostanza ostativa al rientro, individuata, alla stregua del dettato dell’art. 13, primo comma, lettera b), del medesimo testo, nella sussistenza di un rischio per il minore di essere esposto, per il fatto del suo ritorno, a pericoli fisici o psichici, o comunque di trovarsi in una situazione intollerabile (essendo, nella ipotesi, qui esaminata, di genitori conviventi in costanza di matrimonio, necessariamente da escludere la sussistenza dell’altra ipotesi di deroga all’applicazione della Convenzione, prevista dalla lettera a) dello stesso art. 13, primo comma, e consistente nel mancato effettivo esercizio del diritto di affidamento sul minore da parte della persona, o istituzione od ente, cui lo stesso era affidato al momento del trasferimento o del mancato rientro).
E dunque, deve escludersi che, tra gli elementi ostativi al rientro del minore illecitamente sottratto, sia da annoverare la comune cittadinanza dei genitori dello stesso.
6.3. – Né una tale conclusione può farsi derivare dal dictum della sentenza di questa Corte n. 17647 del 2002.
È bensì vero che, con la richiamata pronuncia, si è inteso affermare che la Convenzione di L’Aja presuppone, ai fini della sua applicabilità, la rilevanza internazionale, cioè relativa a rapporti tra Stati contraenti, delle questioni trattate, sotto il profilo della mancata assicurazione, determinata dalla sottrazione del minore, che i diritti di affidamento e di visita previsti in uno Stato contraente siano effettivamente rispettati negli altri Stati contraenti; ma ciò prescinde dalla comune o disomogenea cittadinanza dei genitori. Diversamente opinando, si finirebbe per vanificare, in detta ipotesi, la finalità stessa, sopra evidenziata, della normativa convenzionale.
6.4. – Senza considerare che, nella specie, il padre dei minori è in possesso di doppia cittadinanza; e, come sottolineato dal Pubblico Ministero nel suo ricorso, il predetto sembra aver agito proprio in veste di cittadino britannico, e non già italiano, nel rivendicare la residenza inglese dei bambini e nel chiederne, pertanto, il rientro in Gran Bretagna, laddove il Tribunale per i minorenni ha inopinatamente obliterato la circostanza, privilegiando la cittadinanza italiana dell’Al., ed escludendo ogni valenza di quella britannica, per giungere così, nell’ottica – per quanto si è rilevato, non corretta – di una subordinazione dell’applicabilità della Convenzione di L’Aja alla differente cittadinanza dei genitori del minore sottratto – alla conclusione di escludere, nella specie, detta applicabilità.
7. – Conclusivamente, i ricorsi vanno accolti, e il decreto impugnato va, conseguentemente, cassato, con rinvio della causa al Tribunale per i minorenni di Roma, in diversa composizione, che, ritenuto ammissibile il ricorso promosso dal Pubblico Ministero presso lo stesso Tribunale per l’immediato rientro in Gran Bretagna dei minori in questione, dovrà valutarne nel merito la fondatezza, ed al quale è altresì demandato il regolamento delle spese del presente giudizio.
P.Q.M.
La Corte, riuniti i ricorsi, li accoglie. Cassa il decreto impugnato, e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, al Tribunale per i minorenni di Roma, in diversa composizione.
sottrazione internazionale minori

LA CAPARRA CONFIRMATORIA QUANDO COMPRI CASA, BOLOGNA

MOLTE PERSONE PERDONO SOLDI NELLE PROPOSTE IMMOBILIARI, DANNO CAPARRE  NON CAPENDO BENE LE CLAUSOLE DEL CONTRATTO PRELIMINARE.

 I due rimedi disciplinati, rispettivamente, dall’art. 1385 c.c., commi 2 e 3 a favore della parte non inadempiente nell’ipotesi di inadempimento della controparte hanno carattere distinto e non cumulabile; – L’inadempimento si identifica in ogni caso con quello che dà luogo alla risoluzione, di cui il giudice è tenuto comunque a sindacarne gravità e imputabilità (Cass. 2032/1993; 398/1989; 4451/1985); – La parte non inadempiente che abbia esercitato il potere di recesso riconosciutole dalla legge è legittimata a ritenere la caparra ricevuta o ad esigere il doppio di quella versata: la caparra confirmatoria assume, in tal caso, la funzione di liquidazione convenzionale e anticipata del danno da inadempimento. Qualora, invece, detta parte abbia preferito domandare la risoluzione (o l’esecuzione del contratto), il diritto al risarcimento del danno, che rimane regolato dalle norme generali, postula che il pregiudizio subito sia provato nell’an e nel quantum, con conseguente possibilità di rigetto della relativa domanda in ipotesi di mancato raggiungimento della prova (Cass. 7180/1997; 4465/1997); – La parte che ha ricevuto la caparra, se destinataria di una richiesta di restituzione ex art. 1385 c.c., comma 2, sul presupposto del suo inadempimento, può limitarsi ad eccepire l’inadempimento dell’altra parte, senza bisogno di proporre domanda riconvenzionale di risarcimento del danno, essendo questa una facoltà ulteriore, riconosciutale dal terzo comma dello stesso articolo (Cass. 4777/2005; 11684/1993); – Introdotta la domanda di risoluzione per inadempimento e di risarcimento dei danni, non è applicabile la disciplina della caparra di cui al secondo comma dell’art. 1385 c.c. (Cass. 13828/2000; 8881/2000; 8630/1998; 3602/1983); è illegittima la condanna della parte inadempiente a restituire il doppio della caparra ricevuta, stante la non cumulabilità dei due rimedi (Cass. 18850 del 2004); è necessaria la prova del danno secondo le regole generali (Cass. 17923/2007; 1301/2003; 849/2002; 4465/1997); – Mancando la prova del danno, se inadempiente è l’accipiens, la restituzione della caparra è un effetto della risoluzione come conseguenza del venir meno della causa che aveva determinato la corresponsione (Cass. 8630 del 1998); l’obbligo di restituzione della somma ricevuta, privo di funzione risarcitoria, rimane soggetto al principio nominalistico (Cass. 5007/1993; 2032/1993; 944/1992); se l’accipiens è adempiente, viceversa, la caparra svolge funzione di garanzia dell’obbligazione di risarcimento (funzione che si esplica nell’esercizio del diritto – da parte di chi l’abbia ricevuta e abbia titolo risarcitorio – a ritenere l’importo fino alla liquidazione del danno), conserva tale funzione sino alla conclusione del procedimento per la liquidazione dei danni derivanti dall’avvenuta risoluzione, non trova giustificazione la richiesta di restituzione sino alla definizione di tale procedimento (Cass. 5846/2006), con conseguente compensazione con il credito risarcitorio. 1.2. – Le pronunce favorevoli alla sostituzione della domanda di risoluzione con quella di recesso. Secondo parte della giurisprudenza di questa corte, la parte non inadempiente che, ricevuta una somma di denaro a titolo di caparra confirmatoria, abbia purtuttavia agito per la risoluzione (o esecuzione) del contratto e per la condanna al risarcimento del danno ai sensi dell’art. 1453 c.c., potrebbe legittimamente sostituire a tali istanze, in grado di appello, quelle di recesso dal contratto e di ritenzione della caparra a norma dell’art. 1385 c.c., comma 2. Tale richiesta non integrerebbe, difatti, gli estremi della domanda nuova vietata dall’art. 345 c.p.c., configurandosi piuttosto, rispetto alla domanda originaria, come esercizio di una perdurante facoltà (e come più ridotta istanza) rispetto alla risoluzione, in una parallela orbita risarcitoria che ruota pur sempre intorno all’inadempimento dell’altra parte (Cass. n. 3331 del 1959; n. 2380 del 1975; n. 1391 del 1986; n. 1213 del 1989; n.7644 del 1994; n. 186 del 1999; n. 1160 del 1996; n. 11760 del 2000; n. 849 del 2002, sia pur in obiter). A fondamento di tale convincimento, si è di volta in volta sostenuto: – che la domanda di recesso è anch’essa basata sulla declaratoria di inadempimento e tende, sia pure con particolari modalità, allo scioglimento del contratto; – che la domanda di ritenzione della caparra (ovvero di pagamento del suo doppio), dal suo canto, è pur sempre una domanda di risarcimento, non incidendo sulla sua natura e funzione la peculiare forma di indennizzo preventivamente concordato; – che “domanda nuova” è solo quella che importa la trasformazione oggettiva delle domande originarie, la modifica del fatto costitutivo del diritto vantato, l’alterazione dei presupposti oggetti vi e soggettivi dell’azione, sì da determinare uno spostamento dei termini della controversia su un piano diverso e più ampio, ovvero, sotto il profilo del petitum, quella che non abbia la possibilità di assorbire il contenuto della domanda originaria e non escluda pertanto la riproponibilità di quest’ultima dopo la decisione del giudice; – che, ai sensi dell’art. 1453 c.c., comma 2, si deve ritenere virtualmente compresa nella domanda di esecuzione quella di risoluzione, mentre la domanda di recesso o di ritenzione, pur costituendo, sul piano processuale, una domanda più limitata rispetto a quella di risoluzione, discende ugualmente dalla declaratoria di inadempimento dell’altra parte secondo i principi generali sull’importanza e sull’imputabilità del medesimo, e importa l’assorbimento, sotto questo riguardo, del contenuto della domanda originaria di adempimento (e poi di risoluzione) sì da renderne giuridicamente impossibile la riproposizione. Peraltro, la domanda di ritenzione della caparra è pur sempre una domanda di risarcimento dei danni, che non muta nella sua essenza e funzione sol perchè assume la configurazione dell’indennizzo preventivo, e può rappresentare per la parte una limitazione della reintegrazione patrimoniale oppure anche un vantaggio maggiore di quello che si sarebbe conseguito con i modi ordinari; – che, in definitiva, la domanda di recesso dal contratto costituisce una domanda più limitata rispetto a quella di risoluzione per inadempimento, poichè, in quanto ricompresa nell’unico fatto costitutivo del diritto vantato, non altera i presupposti oggettivi e soggettivi dell’azione e non sposta la controversia su un piano diverso, tanto da introdurre nel processo un nuovo tema di indagine. Va ancora ricordato come, di recente, con la pronuncia di cui a Cass. n. 11356 del 2006 – che contiene una sintesi dei principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità in subiecta materia – questa corte abbia avuto modo di riaffermare il principio della fungibilità delle domande di risoluzione e di recesso, attribuendo poi alla caparra confirmatoria (del tutto condivisibilmente) natura composita, funzione eclettica, effetti diacronici. 1.3. – Le pronunce contrarie alla ammissibilità della sostituzione della domanda di risoluzione con quella di recesso. Secondo altra parte della giurisprudenza di legittimità, la domanda di risoluzione del contratto e di risarcimento del danno e quella di recesso dal contratto medesimo con incameramento della caparra avrebbero, in linee generali, oggetto diverso, nonchè differente causa petendi. Ne consegue che la seconda domanda, se formulata soltanto in appello in sostituzione della prima proposta in primo grado, non costituisce semplice emendatio della iniziale pretesa, ma delinea una questione del tutto nuova, come tale inammissibile ai sensi dell’art. 345 c.p.c. (Cass. n. 8995 del 1993). 1.4. – Le pronunce relative a fattispecie di risoluzione di diritto Più composito appare il panorama giurisprudenziale di questa corte nell’ipotesi in cui la relazione tra azione di recesso e azione di risoluzione abbia avuto riguardo a fattispecie di risoluzioni di diritto. A fronte di un filone costantemente volto ad escludere la possibilità di chiedere il recesso, ai sensi dell’art. 1385 c.c., comma 2 quando si è agito per la risoluzione di diritto dello stesso contratto, si rinvengono, difatti, altre decisioni che, in vario modo, appaiono più elasticamente funzionali a consentire al contraente non inadempiente di utilizzare il meccanismo del recesso. a) Nel senso della impraticabilità del rimedio del recesso, essendo il contratto già risolto ex lege, si orientano tre decisioni di questa corte (Cass. n. 2557 del 1989, n. 26232 del 2005, n. 9040 del 2006, tutte relative a contratti in cui era stata chiesta la risoluzione in forza di diffida ad adempiere ex art. 1454 c.c. ed era poi stato esercitato il recesso ai sensi dell’art. 1385 c.c., comma 2) il cui fondamento motivazionale ruota attorno all’ostacolo costituito da un effetto risolutivo già realizzatosi alla data della scadenza della diffida (e alla connessa natura dichiarativa della relativa sentenza di accertamento), con la conseguenza che “non si può recedere da un contratto già risolto de iure”. In particolare, le due pronunce più recenti, non ignare delle argomentazioni svolte dalla dottrina dominante sul tema della presunta legittimità di una sostituzione del recesso con la risoluzione, affermano di condividerle limitatamente alla ordinaria domanda di risoluzione giudiziale, e decidono in ordine alla caparra sulla base del consolidato principio del c.d. “effetto restitutorio” proprio della risoluzione. In particolare, la pronuncia del 2005, dopo aver negato ogni fungibilità tra le domande di risoluzione e di recesso, riconosce poi la legittimità “dell’esercizio dei diritti relativi alla caparra confirmatoria di cui all’art. 1385 c.c., comma 2”, specificando che si tratterebbe, nella specie, di far valere un’istanza di danni più ridotta rispetto a quella, maggiore, che si suppone esercitata con l’azione risolutorio/risarcitoria di cui al successivo comma 3, con conseguente esclusione di qualsivoglia profilo di novità della domanda con riferimento alla (sola) richiesta di danni e conseguente legittimità della “conversione” in appello dell’istanza di risarcimento in domanda di ritenzione; b) Nel senso della possibilità del recesso se la risoluzione di diritto non si è verificata per rinuncia all’effetto risolutorio si esprime invece Cass. n. 7182 del 1997, a mente della quale l’esercizio del diritto di recesso (il cui unico presupposto sarebbe ravvisabile nell’inadempimento della controparte) è da dirsi legittimo qualora il contraente non inadempiente che abbia intimato diffida ad adempiere alla controparte – dichiarando espressamente che, allo spirare del termine fissato, il contratto si avrà per risoluto di diritto – abbia rinunciato successivamente, anche con comportamenti concludenti, alla diffida e al suo effetto risolutivo (come nel caso in cui abbia concesso un nuovo, ulteriore termine per l’adempimento, con la conseguenza che, nelle more di quest’ultimo, non essendo intervenuta la risoluzione contrattuale, il recesso “sarà ancora legittimamente praticabile”). Analogamente, Cass. n. 1952 del 2003, richiamato l’orientamento prevalente che ammette la sostituzione della domanda di risoluzione e risarcimento con quella di recesso (attesa “la minore ampiezza della seconda rispetto alla prima”), lo fa proprio aggiungendo che la sostituzione sarebbe ammissibile anche nelle ipotesi di risoluzione del contratto per una delle cause previste dalla legge (artt. 1454, 1455, 1457 c.c.), quando la parte abbia rinunciato agli effetti della risoluzione del contratto per inadempimento, rientrando tale potere nell’autonomia privata, che, “come riconosce al creditore il diritto potestativo di non eccepire preventivamente l’inadempimento che potrebbe dare causa alla risoluzione del contratto, così non gli nega quello di non avvalersi della risoluzione già verificatesi o già dichiarata” (nella specie, la risoluzione si era verificata per mancato rispetto del termine essenziale: la Corte ha cassato la sentenza di merito che aveva rigettato la domanda di recesso e di ritenzione della caparra proposta in secondo grado sul rilievo che il contratto si era già risolto di diritto, omettendo di accertare se la parte avesse o meno rinunciato, in forma espressa o tacita, agli effetti della risoluzione del contratto). c) Nel senso della possibilità di utilizzare il meccanismo di cui all’art. 1385 c.c., comma 2 dopo essersi avvalsi della risoluzione di diritto senza ulteriore domanda di risarcimento del danno sembrano ancora indirizzarsi due ulteriori sentenze di questa corte (Cass. n. 1851 del 1997 e n. 319 del 2001), la prima intervenuta in una fattispecie di termine essenziale, l’altra di diffida ad adempiere: in entrambe le ipotesi, è stato riconosciuto alla parte adempiente il diritto di esercitare l’azione ai sensi dell’art. 1385 c.c., comma 2, per ottenere, rispettivamente, di ritenere la caparra ricevuta ovvero di conseguire il doppio della caparra versata dopo essersi avvalsa della risoluzione di diritto già verificatesi: decisiva, a giudizio di quei collegi, era apparsa la circostanza che la parte, nell’esercizio dell’azione dichiarativa per l’accertamento della risoluzione di diritto, non avesse chiesto la liquidazione del danno ai sensi dell’art. 1453 c.c.. La decisione del 1997 aggiunge, poi, che la scelta alternativa prevista dall’art. 1385 riguarda l’esercizio dell’azione costitutiva di risoluzione di cui all’art. 1453 c.c. e non quella che si limita ad accertare l’intervenuto inadempimento, mentre la sentenza del 2001, sul presupposto della affinità sostanziale tra risoluzione del contratto per inadempimento e recesso di cui all’art. 1385 c.c., pone l’accento sulla funzione risarcitoria della caparra come preventiva liquidazione del danno e ritiene che la scelta tra questa o l’integrale risarcimento da provare, ai sensi del comma 3, non sia preclusa a chi si sia avvalso del meccanismo giuridico della risoluzione di diritto. d) Nel senso della possibilità di recesso indipendentemente dal tipo di risoluzione, infine, risulta essersi espressa, di recente, Cass. n. 16221 del 2002, concernente una fattispecie di risoluzione per diffida ad adempiere: la Corte, nel cassare la decisione dei giudici di merito che avevano negato alla parte adempiente il diritto di ritenere la caparra ricevuta essendo il contratto già risolto per effetto della facoltà di provocare la risoluzione del contratto mediante diffida, ha ripercorso funditus i disomogenei approdi della propria giurisprudenza e, pur non affrontando ex professo la questione della parificazione tra i due tipi di risoluzione, evidenzierà come carattere comune di entrambi sia pur sempre l’inadempimento presupposto, mentre altrettanto comuni “sono a dirsi i rimedi – ferma restando la distinzione tra la caparra, quale danno preventivamente determinato, e il danno effettivo da provare -“, con la conseguenza che l’azione di recesso si configurerebbe “come domanda meno ampia di quella di risoluzione e risarcimento e, pertanto, non nuova”. 1.5. – Le pronunce relative ai rapporti tra caparra e risarcimento. Secondo Cass. 3555/2003, chi agisce in risoluzione non ha diritto, a titolo di danno minimo risarcibile, alla caparra (o al doppio di quella data) se non prova il maggior danno: la Corte precisa che la soluzione contraria comporterebbe il venir meno di ogni interesse ad esercitare il recesso, con conseguente soppressione del rimedio che la legge espressamente disciplina all’art. 1385 c.c., comma 2. Altre pronunce, invece (Cass. 2613/1988,11356/2006) predicano l’opposto principio secondo il quale la caparra avrebbe funzione di minimum risarcibile anche nel caso di domanda di risoluzione: in particolare, Cass. 11356/06 opina espressamente che la parte non inadempiente ben possa esercitare il recesso (rectius, la facoltà di ritenzione della caparra) anche dopo aver proposto la domanda di risarcimento e fino al passaggio in giudicato della relativa sentenza, ma in tale ipotesi essa implicitamente rinunzia al risarcimento integrale tornando ad accontentarsi della somma convenzionalmente predeterminata al riguardo (in termini, ancora, Cass., 18/11/2002, n. 16221; Cass., 24/1/2002, n. 849; Cass., 6/9/2000, n. 11760; Cass., 1/11/1999, n. 186). Conseguentemente “ben può il diritto alla caparra essere fatto valere anche nella domanda di risoluzione”. 2. – Le questioni di diritto sottoposte alle sezioni unite. 2.1 – Alla luce dell’analitico excursus che precede, emerge con maggiore chiarezza come le questioni di diritto sottoposte al vaglio di queste sezioni unite – in realtà più articolate e complesse di quelle rilevate con l’ordinanza di rimessione – possano così complessivamente sintetizzarsi: a) Analisi della relazione – accessorietà, complementarietà, (in)dipendenza – intercorrente tra le azioni risolutorio/risarcitoria da una parte, e le azioni di recesso/ritenzione della caparra dall’altra; b) analisi dei rapporti tra l’azione di risoluzione avente natura costitutiva e l’azione di recesso; c) analisi dei rapporti tra l’azione di risoluzione avente natura dichiarativa e l’azione di recesso; d) analisi dei rapporti tra risoluzione ex lege, rinuncia all’effetto risolutorio (in ipotesi di diffida ad adempiere e successiva “ritrattazione” dopo l’inutile decorso del termine), recesso; e) analisi dei rapporti tra l’azione di risarcimento integrale e l’azione volta alla ritenzione della caparra; f) proponibilità dell’azione di ritenzione della caparra in assenza di azione risarcitoria, a prescindere del rimedio caducatorio prescelto (risoluzione/recesso). 2.2. – Alla soluzione delle questioni sopra esposte non appare un fuor d’opera far precedere una sintetica ricostruzione dei più rilevanti aspetti morfologici e funzionali dell’istituto della caparra, oltre che una breve e giocoforza incompleta ricognizione delle posizioni della dottrina in ordine ai rapporti tra i rimedi previsti dall’art. 1385 c.c., nell’intendimento di dare continuità ad un recente indirizzo accolto da queste sezioni unite, che, in non poche pronunce, hanno analizzato, dato conto e sovente fatte proprie non poche riflessioni della migliore giuscivilistica italiana, in un fecondo e sempre più intenso rapporto di sinergia di pensiero tra giurisprudenza di legittimità e studiosi del diritto destinato sempre più spesso a tradursi in “diritto vivente”. 3. – La natura giuridica della caparra confirmatoria – Le posizioni della dottrina. 3.1. – La caparra confirmatoria viene comunemente definita come negozio giuridico accessorio che le parti perfezionano versando l’una (il tradens) all’altra (l’accipiens) una somma di denaro o una determinata quantità di cose fungibili al momento della stipula del contratto principale al fine di perseguire gli scopi di cui all’art. 1385 c.c.. In particolare, il termine “caparra” riveste, già sotto il profilo strettamente semantico, la duplice funzione, da un canto, di qualificare, sotto il profilo causale, il negozio giuridico accessorio, dall’altro di indicare la somma di denaro o la qualità di cose fungibili che ne costituiscono l’oggetto (come si osserva correttamente in dottrina, è la stessa norma regolatrice dell’istituto che discorre, da un lato, di dazione “a titolo di caparra”, così indicando il negozio giuridico che dà fondamento alla datio, dall’altro di “restituzione o imputazione della caparra”, in tal modo riferendosi specificamente all’oggetto del negozio, il denaro o la res tradita). Sotto il profilo tanto morfologico quanto funzionale, il mutevole istituto (come già compiutamente e condivisibilmente rilevato dalla 3^ sezione questa corte, sulla scia di una attenta dottrina, con la sentenza 11356/2006) presenta caratteristiche affatto composite e spiccatamente eclettiche. La caparra confirmatoria, difatti, su di un piano, per così dire, di funzionalità patologica, è volta a garantire l’esecuzione del contratto, venendo incamerata in caso di inadempimento della controparte, sotto tale profilo avvicinandosi alla cauzione; ha carattere di autotutela, consentendo il recesso senza la necessità di adire il giudice; ha altresì funzione di garanzia per il risarcimento dei danni eventualmente liquidati in via giudiziale, ovvero, alternativamente, di liquidazione preventiva, forfetaria e convenzionale del danno stesso, automaticamente connessa al recesso cui la parte si sia determinata in conseguenza dell’inadempimento della controparte; in una speculare dimensione di fisiologico dipanarsi della vicenda contrattuale, essa si caratterizza invece come anticipata esecuzione parziale della prestazione dedotta in contratto (mentre correttamente se ne esclude una ulteriore funzione probatoria dell’intervenuta conclusione del contratto principale – come pure sostenuto da una risalente giurisprudenza: Cass. 925/1962, 1326/1958 -, atteso che ad essere tradizionalmente inteso come “probatorio” è in realtà il riflesso di una duplice peculiarità morfologica dell’istituto, la sua realità e la sua accessorietà). Fattispecie cangiante e versatile, la caparra assume, diacronicamente – a seconda, cioè, del “momento” del rapporto negoziale in cui si colloca -, forme e funzioni assai diversificate, in ciò distinguendosi nettamente tanto dalla caparra penitenziale, che costituisce il semplice – e non altrimenti utilizzabile – corrispettivo del diritto di recesso, quanto dalla clausola penale, rispetto alla quale non pone limiti all’entità del danno risarcibile – ben potendo la parte non inadempiente recedere senza dover proporre domanda giudiziale o intimare la diffida ad adempiere e trattenere la caparra ricevuta ovvero esigere il doppio di quella prestata a totale soddisfacimento del danno derivante dal recesso, del tutto a prescindere dall’effettiva esistenza e dimostrazione di un danno; ovvero non esercitare il recesso e chiedere la risoluzione del contratto e l’integrale risarcimento del danno sofferto in base alle regole generali, sul presupposto di un inadempimento imputabile e di non scarsa importanza (la parte non inadempiente non potrà, in tal caso, incamerare la caparra, bensì trattenerla a garanzia della pretesa risarcitoria, ovvero a titolo di acconto su quanto a lei spettante quale risarcimento integrale dei danni che saranno in seguito accertati e liquidati). Nè va trascurata l’ulteriore aspetto funzionale della caparra conseguente alla scelta della parte di avvalersi dei rimedi ordinari della richiesta di adempimento ovvero di risoluzione del negozio, anzichè recedere dal contratto: la sua restituzione è in tal caso conseguenza dell’effetto restitutorio proprio della risoluzione negoziale, del venir meno, cioè, della causa della sua corresponsione: essa perde in tale ipotesi la funzione di limitazione forfettaria e prederminata della pretesa risarcitoria all’importo convenzionalmente stabilito in contratto, e la parte che allega di aver subito il danno, oltre che alla restituzione di quanto prestato in relazione o in esecuzione del contratto, ha diritto anche al risarcimento dell’integrale danno subito se e nei limiti in cui riesce a provarne l’esistenza e l’ammontare in base alla disciplina generale di cui agli artt. 1453 s.s. c.c.. 3.2. – La questione del coordinamento tra il rimedio del recesso e quello della risoluzione, espressamente disciplinati in favore del contraente non inadempiente dal codice vigente, ha radici profonde, che affondano nell’antico dibattito accesosi in dottrina già nel vigore del codice del 1865 – che contemplava la sola alternativa tra ritenzione della caparra e richiesta di esecuzione del contratto, mentre dottrina e giurisprudenza già si interrogavano, a quel tempo, sulla possibilità di chiedere il risarcimento secondo le regole ordinarie. Ecco dunque il legislatore del 1942 introdurre, nell’ambito della disciplina generale dei contratti, accanto al rimedio del recesso con ritenzione della caparra (o richiesta del doppio di quella versata), quello della risoluzione del contratto con conseguente risarcimento del danno da quantificarsi secondo le regole ordinarie. Nella mens legis, secondo quanto risulta dalla relazione al codice, la caparra “mentre conferma il contratto (per modo che deve essere restituito o computato in caso di adempimento…), facilita le composizioni in caso di inadempimento: infatti, l’inadempiente…perde la caparra data o restituisce il doppio di quella ricevuta…e questa è certo una composizione spedita. Ma poichè la caparra è di regola confirmatoria, la parte adempiente può far valere i suoi diritti in via ordinaria….e allora la caparra funziona come garanzia per il recupero dei danni, che saranno attribuiti in sede di risoluzione del contratto o, in caso di condanna ad eseguirlo, per la mora verificatesi”. Pacifico, secondo la unanime dottrina, il carattere di rigida alternatività tra i due rimedi, recesso/risoluzione, alcuni autori ne trarranno la ulteriore conseguenza – per la parte adempiente che non sia riuscita a provare in parte o per l’intero il danno subito nell’azione di risoluzione e risarcimento – della sopportazione del rischio di vedersi risarcito un importo inferiore alla caparra, ovvero negato qualsiasi importo. Altra parte della dottrina, di converso, si indurrà più benevolmente a temperare tale rigida conseguenza tanto sul piano processuale – negando la configurabilità di una domanda nuova in ipotesi di sostituzione di quella risolutoria con quella di recesso/ritenzione -, quanto su quello sostanziale, ricostruendo la fattispecie, nella sua dimensione dinamica di liquidazione anticipata del danno, in termini di minimum risarcibile, sempre legittimamente esigibile dal creditore che non sia riuscito a provare il maggior danno. 3.3. – A partire dagli anni sessanta, si disegnano sempre più evidenti profili di omogeneità tra l’istituto di cui all’art. 1385 c.c., comma 2 – affidato alla manifestazione di volontà della parte non inadempiente – e la risoluzione del contratto per inadempimento, giusta la (condivisibile) considerazione per cui il recesso, in realtà, non assurge a dignità di categoria giuridica dotata di autonomia strutturale sua propria, ma rileva piuttosto come fattispecie negoziale dai profili funzionali non omogenei, se la legge stessa definisce in termini di “recesso” atti recettizi a struttura unilaterale diversi tra loro quanto a giustificazione causale e meccanismi effettuali. Par lecito discorrere, allora, di due diverse discipline della risoluzione piuttosto che di alternativa tra recesso e risoluzione del contratto, par lecito immaginare, di conseguenza, una ricostruzione della fattispecie in termini di peculiare ipotesi di risoluzione di diritto, da affiancare (piuttosto che contrapporre) a quelle di cui agli artt. 1454, 1456, 1457 c.c.. Il recesso della parte non inadempiente si conferma così “modalità” (ulteriore) di risoluzione del contratto, destinata ad operare, indipendentemente dall’esistenza di un termine essenziale o di una diffida ad adempiere, merce la semplice comunicazione all’altra parte di una volontà “caducatoria” degli effetti negoziali – operante, nella sostanza, attraverso un meccanismo analogo a quello che regola la clausola risolutiva espressa. Si discorre, all’esito di queste corrette riflessioni, del tutto opportunamente, di una “forma di risoluzione stragiudiziale del contratto che presuppone l’inadempimento della controparte, avente i medesimi caratteri dell’inadempimento che giustifica la risoluzione giudiziale”, cui consegue, tra l’altro, una “rilevante semplificazione del quadro probatorio”. Con riferimento ai rapporti tra gli effetti della caparra e i normali effetti dell’inadempimento dell’obbligazione contrattuale, si riconosce poi pacificamente, in dottrina, la facoltà di scelta conferita alla parte non inadempiente dall’art. 1385 c.c., mentre altrettanto dominante risulterà l’orientamento secondo cui il ricorso al recesso sarebbe legittimo anche quando sia stata proposta e proseguita una iniziale domanda giudiziale di (esecuzione o) risoluzione del contratto. Tra le relative domande e azioni non si rinvengono ragioni di incompatibilità, e nella condivisa impraticabilità del relativo cumulo la maggior parte degli autori non scorge affatto l’ulteriore conseguenza dell’illegittimità dell’esperimento di entrambe in posizione alternativa o subordinata, che si ritiene consentita, di converso, “fino alla precisazione delle conclusioni nella sede giudiziale che prelude alla decisione di merito”. 3.4. – Tale orientamento verrà, di recente, sottoposto a serrata critica da parte di altri autori, che, da posizioni minoritarie, qualificano in termini di vera e propria forzatura dogmatica l’idea che la domanda di recesso non integri gli estremi della domanda nuova rispetto a quella di (adempimento o) risoluzione ex art. 1453 c.c.. Pur condividendosi l’affermazione secondo cui la richiesta di recesso si configura quale “istanza ridotta” rispetto alla risoluzione, vive nello stesso ambito risarcitorio in relazione all’inadempimento dell’altra parte, si connota di conseguente identità di causa petendi (dal momento che la ragione del domandare si sostanzia in entrambi i casi nell’inadempimento dell’altro contraente), ad essere sottoposta a revisione critica è l’indiscriminata identificazione del relativo petitum. Sostanziandosi l’azione di cui all’art. 1385 c.c., comma 2, in una forma di risoluzione stragiudiziale del contratto, operante alla stregua degli altri meccanismi di risoluzione stragiudiziale previsti dal codice, la sentenza che pronuncia su tale domanda non potrebbe avere – si sostiene – che natura dichiarativa, mentre è costitutiva quella che decide sulla risoluzione ai sensi dell’art. 1453 c.c., è di condanna quella che pronuncia sull’adempimento. Duplice, allora, la conseguenza: da un canto, è diverso il petitum immediato che identifica le azioni che si collegano alle tre domande, essendo diverso il tipo di provvedimento richiesto al giudice (giusta la distinzione chiovendiana ancor oggi condivisa dalla dottrina e giurisprudenza prevalente in tema di petitum attoreo), di talchè “non sussiste identità di azioni e quindi di domande se è vero che tale identità postula la coincidenza del petitum immediato e di quello mediato”; dall’altro, anche il petitum mediato (il bene della vita che si chiede alla controparte cui è rivolta la domanda), è in realtà diverso, se (ex art. 1453 c.c.), volendo conseguire lo scioglimento del vincolo, si chiede all’inadempiente di subire una certa modificazione giuridica quale quella che scaturisce da una pronuncia costitutiva di risoluzione, ovvero, con la domanda di recesso (ex art. 1385 c.c., comma 2), si impone alla controparte, mirando alla certezza del modo d’essere del rapporto, di prendere atto della positiva verifica in ordine alla sussistenza dei presupposti stragiudiziali della risoluzione. Fortemente (e condivisibilmente) critica appare ancora questa stessa dottrina rispetto alla possibilità di chiedere il recesso dopo aver inizialmente invocato la risoluzione del contratto sulla base di una pretesa (quanto in realtà impredicabile) disponibilità dell’effetto risolutorio, effetto del quale si evidenzia, specularmente, l’assoluta indisponibilità per la parte non inadempiente, sottolineandosi come tale, erroneo approdo giurisprudenziale esponga nella sostanza il contraente inadempiente, ormai condotto sulla via dell’avvenuta risoluzione, ad una inopinata reviviscenza del contratto e al conseguente, risorto obbligo di adempimento, vicenda che la legge vuole palesemente evitare, sancendo per tabulas il divieto di modifica della domanda di risoluzione in domanda di adempimento. Quanto, infine, alla tesi della caparra intesa come minimum risarcibile, affacciatasi subito dopo l’introduzione dell’art. 1385 c.c., va notato come essa sia stata oggetto di recente riscoperta da parte di più di un autore negli ultimi anni, opinandosi in proposito che, nell’attribuire la scelta dei due rimedi ai sensi dell’art. 1385 c.c., il legislatore “sarebbe stato mosso dall’intento di tutelare il contraente non inadempiente consentendogli di provare l’eventuale maggior danno, senza per questo dover perdere quanto già garantitogli in via preventiva e forfetaria”. A fondamento di tale (poco comprensibile e ancor meno condivisibile) istanza di “ipertutela” della parte non inadempiente, si sottolinea che altrimenti “si falcidierebbe l’istituto della caparra annullandone la funzione tipica di predeterminazione del danno” (mentre, sul piano comparatistico si richiama – ma non del tutto conferentemente – il codice tedesco che, per un istituto omologo, prevede, in realtà, con disposizione del tutto “neutra”, pp. 336 e 337 BGB soltanto che “qualora l’accipiens chieda il risarcimento del danno per inadempimento, nel dubbio, la caparra vada imputata a risarcimento, mentre deve essere restituita al momento della prestazione del risarcimento del danno”). Così, dal punto di vista sistematico, si sostiene – sul presupposto che l’alternativa non sia tra recesso e risoluzione ma tra l’accontentarsi della caparra o voler perseguire un più cospicuo ristoro – che domanda di risarcimento dei danni secondo le regole generali e domanda di ritenzione della caparra sarebbero entrambe species del più ampio genus “domanda di risarcimento” ai sensi dell’art. 1453 c.c., comma 1, autonome rispetto a quelle di adempimento, risoluzione o accertamento di intervenuta risoluzione. In tal modo – si conclude – sarebbe soddisfatta, senza forzature dogmatiche di sorta, l’istanza di giustizia sostanziale (?) quale è quella del contraente incolpevole che, non essendo riuscito a conseguire l’integrale risarcimento per cui aveva agito art. 1385 c.c., ex comma 3 decida “di accontentarsi di meno”. 3.5. – Pressochè unanime risulta, invece, la dottrina nel negare legittimità alla ormai ultratrentennale posizione espressa da questa corte di legittimità sul tema (supra, sub 1.2-d) della c.d. “rinunciabilità” all’effetto risolutorio conseguente alla sua “ritrattazione” da parte del contraente adempiente, dopo l’inutile decorso del tempo fissato con la diffida (giurisprudenza consolidata, da Cass. 1530/1977 a Cass. 11967/2004; da ultimo, di recente, Cass. n. 23315 del 2007, che contiene, peraltro, una puntuale analisi e un implicito apprezzamento delle avverse opinioni dottrinarie). L’asse portante della teoria della rinunciabilità ruota, difatti, come si legge ancora nella sentenza del 2007, attorno ad un concetto di essenzialità, per così dire, “unilaterale”, posta, cioè, nell’esclusivo interesse del creditore, unico arbitro della convenienza o meno a far valere l’inutile decorso del tempo in seno al dipanarsi della vicenda negoziale. Dunque, la norma di cui all’art. 1454 c.c. non tutelerebbe l’interesse del diffidato alla certezza del rapporto (intesa in termini di definitiva realizzazione dell’effetto risolutorio “di diritto” di cui discorre l’ultimo comma della norma stessa), ma (solo) quello del diffidante che, disponendo (sine die) dell’effetto risolutorio, può ancora e sempre agire per l’adempimento: così come, verificatosi l’inadempimento, la parte non inadempiente può scegliere tra risoluzione, giudiziale o di diritto (per diffida), e adempimento coattivo, così, verificatasi la risoluzione, la stessa parte potrebbe, nonostante la scadenza del termine indicato in diffida, purtuttavia esercitare l’azione di adempimento contrattuale. Argomento a latere di tale ricostruzione della fattispecie, la natura giuridica della diffida che, in guisa di negozio giuridico unilaterale recettizio, non potrebbe produrre effetti contro e oltre la volontà del suo autore: nessun ostacolo, dunque, alla neutralizzazione del relativo effetto negoziale attraverso altra manifestazione di volontà negoziale, dichiarativa o per facta concludentia (tale ritenendosi, ad esempio, l’esercizio di un’azione giudiziale volta a conseguire un risultato affatto diverso dalla risoluzione). A mente delle più approfondite costruzioni dottrinarie intervenute in subiecta materia (che queste sezioni unite, come di qui a breve si dirà, ritengono di poter condividere), l’effetto risolutorio conseguente alla diffida non rientrerebbe, viceversa, nella disponibilità dell’intimante. Se “il contratto è risolto”, creditore e debitore sono ormai liberati dalle rispettive obbligazioni (salvo quelle restitutorie), e l’effetto risolutivo, destinato a prodursi automaticamente, cristallizza un inadempimento e le sue conseguenze in iure impedendo ogni ulteriore attività di disposizione dell’effetto stesso. In tal modo si opera un irrinunciabile bilanciamento tanto dei contrapposti interessi negoziali – ivi compreso quello dell’inadempiente che non può indefinitamente restare esposto all’arbitrio della controparte – quanto di quelli, più generali, al rapido e non più discutibile rientro nel circolo economico di quei beni coinvolti nella singola, patologica vicenda contrattuale. 4 – La soluzione dei attesiti sottoposti all’esame di Queste sezioni unite. 4.1. – E’ convincimento del collegio che il ricorso dei coniugi L. debba essere rigettato, e che debba essere confermata la statuizione del giudice territoriale predicativa del carattere di novità della domanda da quegli proposta in appello in sostituzione di quella originaria, sia pur con le precisazione che di qui a breve seguiranno. 4.2 – Si è fatto cenno, in precedenza (supra, sub 2.1), come le vicende sostanziali e processuali scaturenti dai rapporti tra azione di risoluzione e di risarcimento da un canto, e tra domanda di recesso e di ritenzione della caparra dall’altro involgano delicate questioni di diritto, la cui soluzione postula una corretta analisi di tali rapporti in una più vasta ottica di ricerca e ritrovamento del reale fondamento, morfologico e funzionale, dell’istituto della caparra, entro i più vasti ed attuali confini del giusto processo inteso come processo celere, come processo evitabile, come equo contemperamento delle posizioni delle parti contrattuali secondo il fondamentale canone ermeneutico della buona fede reciproca, id est del ripudio di qualsivoglia forma di abuso che dottrina e giurisprudenza tedesca felicemente definiscono come Rechtsmi brauch. Va in premessa senz’altro condivisa la ricostruzione dottrinaria secondo la quale il diritto di recesso è una evidente forma di risoluzione stragiudiziale del contratto, che presuppone pur sempre l’inadempimento della controparte avente i medesimi caratteri dell’inadempimento che giustifica la risoluzione giudiziale: esso costituisce null’altro che uno speciale strumento di risoluzione negoziale per giusta causa, alla quale lo accomunano tanto i presupposti (l’inadempimento della controparte) quanto le conseguenze (la caducazione ex tunc degli effetti del contratto). Tale inquadramento sistematico dell’istituto postula, al fine di un legittimo esercizio del diritto di recesso e di conseguente ritenzione della caparra, l’esistenza di un inadempimento gravemente colpevole, di un inadempimento cioè imputabile (ex art. 1218 c.c. e art. 1256 c.c.) e di non scarsa importanza (ex art. 1455 c.c.). Un inadempimento imputabile, poichè in assenza di esso viene meno il più generale presupposto richiesto dalla norma di cui all’art. 1218 affinchè il debitore possa considerarsi tenuto al risarcimento del danno, del quale la caparra costituisce (almeno in uno dei suoi polifoni aspetti funzionali) liquidazione anticipata, convenzionale, forfetaria: la impossibilità dell’esecuzione della prestazione per causa non imputabile determina la risoluzione per impossibilità sopravvenuta della prestazione (artt. 1218, 1256 e 1463 c.c.) e la conseguente caducazione dell’intera convenzione negoziale, ivi compresa quella, accessoria, istitutiva della caparra (in tal senso, la pressochè costante giurisprudenza di questa corte: Cass. 23.1.1989 n. 398, ove si legge che la disciplina dettata dall’art. 1385 c.c., comma 2 in tema di recesso per inadempimento nell’ipotesi in cui sia stata prestata una caparra confirmatoria, non deroga affatto alla disciplina generale della risoluzione per inadempimento, consentendo il recesso di una parte solo quando l’inadempimento della controparte sia colpevole e di non scarsa importanza in relazione all’interesse dell’altro contraente. Pertanto nell’indagine sull’inadempienza contrattuale da compiersi alfine di stabilire se ed a chi spetti il diritto di recesso, i criteri da adottarsi sono quegli stessi che si debbono seguire nel caso di controversia su reciproche istanze di risoluzione, nel senso che occorre in ogni caso una valutazione comparativa del comportamento di entrambi i contraenti in relazione al contratto, in modo da stabilire quale di essi abbia fatto venir meno, con il proprio comportamento, l’interesse dell’altro al mantenimento del negozio). Un inadempimento grave perchè (come già correttamente evidenziato nella sentenza dianzi citata, e come confermato dalla dominante dottrina), diversamente opinando (come pure ipotizzato da chi sottolinea come la collocazione della norma ex art. 1385 sia al di fuori dalla specifico capo dedicato alla risoluzione per giusta causa ed ai suoi presupposti, non contenendo il predetto articolo alcuna menzione delle caratteristiche dell’inadempimento nè tantomeno sussumendone la gravità al rango di condizione necessaria per l’esercizio del diritto di recesso) si finirebbe, da un canto, per indebolire, anzichè rafforzare, il vincolo negoziale – consentendosi alla parte di sottrarvisi capricciosamente al solo annunciarsi di qualsivoglia, minima difformità di esecuzione – così determinando una insanabile contraddizione con l’opposta, tipica finalità di rafforzamento del predetto vincolo, universalmente riconosciuta alla caparra -; dall’altro, per negare incomprensibilmente in radice la identità strutturale di un medesimo presupposto risarcitorio (l’inadempimento), così come sussunto nella sfera del rilevante giuridico dall’unica norma che lo disciplina in parte qua (l’art. 1385 c.c.), salvo ad annettervi poi, sul piano funzionale, due rimedi alternativi di tutela (il recesso, la risoluzione): ammettere l’ipotesi contraria condurrebbe alla poco logica conseguenza per cui in presenza di un inadempimento lieve il contraente incolpevole potrebbe recedere dal contratto, ma non provocarne la risoluzione in via ordinaria (con buona pace della evidente alternatività “integrale” dei rimedi rispettivamente modellati dal comma 2 e dal comma 3 della norma citata, e salva, peraltro, la contraria volontà delle parti che, con apposita clausola, si determinino ad attribuire rilevanza anche ad ipotesi di inadempimento lieve, attraverso una specificazione ed eterodeterminazione del regolamento negoziale espressamente convenuto in forme dissonanti rispetto allo schema legislativo). 4.3. – Tanto premesso, e avviando a soluzione il complesso coacervo di quesiti sollevati in premessa, deve in limine osservarsi che, se il recesso è non altro che una forma di risoluzione stragiudiziale del contratto che presuppone l’inadempimento della controparte, le interazioni rilevanti da esaminare sul piano normativo non sono tanto quelle tra il recesso stesso e le varie forme di risoluzione, quanto quella, pur collegata, tra azione di risarcimento ordinaria e domanda di ritenzione della caparra. Si è condivisibilmente affermato, in proposito, che l’unica ragione per cui il contraente incolpevole (oltre che di buon senso) possa preferire la meno pervia strada della risoluzione alla più agevole manifestazione della volontà di recesso è evidentemente volta al proposito di conseguire un risarcimento (che egli auspica) maggiore rispetto all’importo della caparra (o del suo doppio). Se un’alternativa si pone, allora, per la parte non inadempiente, questa non è tanto limitata ad una scelta (in realtà, del tutto fungibile quoad effecta) tra recesso e risoluzione, ma si estende necessariamente a quella tra l’incamerare la caparra (o il suo doppio), così ponendo fine alla vicenda negoziale, e l’instaurare un apposito giudizio per conseguire una più cospicua locupletazione, un più pingue risarcimento, una più congrua quantificazione di danni dei quali egli si riserva (fondatamente) di offrire la prova. Ecco che l’analisi della prima relazione tra le azioni in esame comporta non tanto l’attribuire rilevanza alla pretesa antinomia risoluzione + risarcimento / recesso + ritenzione della caparra, una vera e propria alternatività (rectius, incompatibilità) esistendo piuttosto, sul piano morfologico, tra le due sole azioni “recuperatorie”, quella, cioè, strettamente risarcitoria (la domanda di risarcimento danni) e quella più latamente satisfattiva (la ritenzione della caparra, sul cui carattere, in realtà, paraindennitario e non strettamente risarcitorio non è in questa sede lecito approfondire una riflessione). Le (apparenti) problematiche afferenti ai rapporti tra le (sole) domande di risoluzione e di recesso non hanno, in realtà, al di là di aspetti formalistico/speculativi, autonoma rilevanza giuridica sostanziale: una domanda (principale) di risoluzione contrattuale correlata ad una richiesta risarcitoria contenuta nei limiti della caparra, oltre ad avere una rilevanza pressochè solo teorica (non si capisce perchè adire il giudice, potendo la parte stessa determinare l’effetto risolutorio in sede stragiudiziale, mentre diverso potrebbe risultare l’approccio in ipotesi di domanda riconvenzionale), non è altro (nonostante il contrario avviso di autorevole dottrina, che discorre di compatibilità tra domanda costitutiva di risoluzione giudiziale e risarcimento del danno nei limiti della caparra) che una domanda di accertamento dell’avvenuto recesso (e della conseguente risoluzione legale del contratto); una domanda di risoluzione avanzata senza il corredo di una ulteriore richiesta risarcitoria, rapportata o meno all’entità della caparra, avrà il solo scopo di caducare in via giudiziale il contratto senza ulteriori conseguenze economiche per la parte inadempiente (il che potrà accadere nell’ipotesi – invero assai rara – in cui la parte adempiente abbia il solo scopo di rendere definitivo l’accertamento della caducazione degli effetti del contratto, ma non voglia incamerare, per motivi di etica personale, la caparra ricevuta poichè, a seguito del primo inadempimento, egli ha potuto successivamente concludere un più lucroso affare e non intende ulteriormente speculare sulla vicenda), senza che, nel corso del giudizio, sia lecito introdurre complementari domande “risarcitorie” collegate (che risulterebbero del tutto nuove e pertanto inammissibili). Il vero nodo da sciogliere, dunque, riguarda la relazione complessa tra le quattro possibili domande giudiziali, le prime due sinergicamente volte alla risoluzione e al risarcimento del danno, le seconde, proposte in una diversa fase o (come nella specie) in un diverso grado di giudizio, funzionali alla declaratoria di recesso con ritenzione della caparra. Ed è soltanto con riferimento a questa ipotesi che la questione va risolta analizzando, peraltro, non (soltanto) la interazione risoluzione/recesso, bensì quella tra risarcimento e ritenzione di caparra. Vero che il recesso non è che un’altra forma di risoluzione ex lege (ciò che apparentemente legittimerebbe le pronunce che escludono il carattere di novità di quelle domande che abbiano trasformato la richiesta di risoluzione in istanza di declaratoria di recesso, orbitando entrambe intorno al medesimo asse costituito dall’inadempimento di controparte), resta da stabilire se tale fungibilità sia, o meno, legittimamente esportabile ai rapporti tra le due connesse azioni lato sensu risarcitorie. E’ convincimento di queste sezioni unite che la risposta al quesito debba essere negativa, e che del tutto destituita di fondamento (benchè suggestivamente sostenuta in dottrina e motivatamente fatta propria da una recente giurisprudenza di legittimità e di merito) risulti la teoria della caparra intesa quale misura minima del danno risarcibile da riconoscersi comunque alla parte non inadempiente benchè questa si sia avvalsa, in sede di introduzione del giudizio, dei rimedi ordinari di tutela. 4.4. – Come opportunamente e condivisibilmente rilevato da una recente dottrina che ha esaminato funditus la questione, l’art. 1385 c.c., comma 3, nell’accordare alla parte non inadempiente la facoltà di avvalersi della tutela risolutoria ordinaria, non ha in alcun modo previsto la risarcibilità del maggior danno, quanto piuttosto il risarcimento integrale del danno subito (se provato), secondo un meccanismo (processuale) ormai del tutto indipendente dalla precedente liquidazione convenzionale (e stragiudiziale). Di qui l’ulteriore connotazione della sinergia necessaria tra azione risolutoria e azione risarcitoria: attraverso la loro congiunta proposizione, la parte tende ad ottenere un risarcimento integrale secondo le norme generali in tema di inadempimento, e non si determina ad invocare e conseguire l’eventuale differenza tra l’importo convenzionalmente “risarcitorio” rappresentato dalla caparra, da un canto, e il danno effettivamente sofferto (ma da provare), dall’altro. L’esame comparato tra la norma posta dal legislatore in tema di caparra e quella dettata in tema di clausola penale conferma la bontà di tale riflessione. Soltanto in tema di clausola penale, difatti, il legislatore ha contemplato, per la parte (sia pur previo patto espresso), la facoltà di agire in giudizio per la risarcibilità del danno ulteriore, con ciò presupponendosi che la somma dovuta a titolo di penale risulti comunque acquisita al patrimonio dell’adempiente, il quale ha la ulteriore facoltà di provare ad incrementare la posta risarcitoria tutte le volte che, in giudizio, egli sia in grado di provare l’ulteriore danno sofferto. Le stesse regole operazionali risultano del tutto assenti (e dunque del tutto impredicabili) in tema di caparra confirmatoria, poichè risarcibilità del danno ulteriore e risarcibilità del danno effettivo postulano l’operatività di ben diversi meccanismi di tutela, diversamente disciplinati dal legislatore (la differenza viene acutamente colta ed efficacemente esplicitata in una assai risalente sentenza di merito: secondo la corte di appello di Cagliari – la sentenza è del 24 ottobre 1946 -, difatti, “dal raffronto tra l’art. 1382 – ove, a proposito della clausola penale, è espressamente contemplata la facoltà delle parti di convenire la risarcibilità del danno ulteriore, e l’art. 1385, u.c., per giungere alla conclusione che, se in quest’ultima disposizione il legislatore non credette di ripetere l’identica espressione dell’art. 1382 ma fece invece richiamo alle norme generali sul risarcimento, fu perchè volle una distinzione tra le due fattispecie”). Vanno considerate, ancora, ad ulteriore conferma della correttezza della soluzione adottata: – la evidente disomogeneità “genetica” tra il ristoro conseguente all’incameramento della caparra o del suo doppio – ristoro che in nulla pare assimilabile al meccanismo risarcitorio tipico, e che addirittura prescinde da qualsiasi prova ed esistenza stessa di un danno – e il risarcimento del danno vero e proprio, conseguito secondo le normali regole probatorie, danno la cui riparazione non può che essere integrale, ai sensi dell’art. 1223 c.c. (in esso ricompresi, oggi, secondo quanto condivisibilmente affermato da Cass. ss. uu. 26972/08, anche i pregiudizi non patrimoniali incidenti su diritti inviolabili della persona, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata degli artt. 1174, 1218 e 1223 c.c.); – la speculare difformità funzionale tra i due rimedi, la domanda di ritenzione della caparra (o di richiesta del suo doppio) essendo pretesa fondata su una causa petendi affatto diversa da quella riconnessa all’azione di risarcimento. Proprio la finalità di liquidazione immediata, forfetaria, stragiudiziale, posta nell’interesse di entrambe le parti, viene irredimibilmente esclusa dalla pretesa giudiziale di un maggior danno da risarcire (e provare), poichè la semplificazione stragiudiziale del procedimento di ristoro conseguente alla sola ritenzione della caparra tramonta, inevitabilmente e definitivamente, al cospetto delle barriere processuali sorte per effetto di una domanda dalla natura strettamente risarcitoria, e perciò solo del tutto alternativa; – il dato testuale dell’art. 1385 c.c., comma 3, che, nell’offrire una precisa alternativa alla parte adempiente, nulla dispone in ordine alla possibilità del creditore di disattendere la generale regola, sostanziale e processuale, secondo cui electa una via non datur recursus ad alteram. Proprio il richiamo “alle norme generali” va inteso nel senso che il creditore ha diritto al risarcimento integrale se riesce a dimostrare il danno, così restando escluso il diritto di modificare la pretesa, a meno di non voler poi disapplicare proprio quelle “norme generali”, ovvero applicarle in un’ottica di indiscriminato favor per il creditore, secondo una sua personale convenienza valutata a posteriori, priva di alcun serio bilanciamento di interessi tra le parti; – generali considerazioni di economia processuale, oltre che di corretto bilanciamento degli interessi in gioco, secondo cui, da un canto, chi agisce in giudizio per la risoluzione è mosso dal proposito di conseguire un ristoro patrimoniale più cospicuo, e pertanto “rinuncia al certo per l’incerto” affrontando peraltro l’alea (e l’onere) della prova dell’an e del quantum del pregiudizio sofferto, con il rischio (a suo carico) che il danno risulti inferiore a quanto pattuito con la caparra (o addirittura inesistente); dall’altro, chi ammette una fungibilità tra le azioni lato sensu risarcitorie ignora che ciò si risolverebbe nella indiscriminata e gratuita opportunità di modificare, per ragioni di mera convenienza economica, la strategia processuale iniziale dopo averne sperimentato gli esiti, trasformando il processo in una sorta di gioco d’azzardo “a rilancio senza rischio”; dall’altro ancora, soltanto l’esclusione di una inestinguibile fungibilità tra rimedi consente di evitare situazioni di abuso e rende il contraente non inadempiente doverosamente responsabile delle scelte operate, impedendogli di sottrarsi ai risultati che ne conseguono, quando gli stessi non siano corrispondenti alle aspettative che ne hanno dettato la linea difensiva; – la più rigorosa osservanza di precetti costituzionali, così perseguendosi l’ulteriore approdo, in armonia con il nuovo dettato dell’art. 111 Cost. (e resistendo alla suggestione di dover sempre preservare, oltre ogni ragionevolezza, la posizione della parte non inadempiente) di evitare rilevanti diseconomie processuali: oltre all’apprezzabile risultato di disincentivare il contenzioso attraverso il divieto di qualsiasi mutatio actionis in corso di giudizio, non va dimenticato come le domande di risoluzione e di risarcimento comportino spesso, sul piano probatorio, un’intensa e defatigante attività per le parti e per il giudice, e un inopinato mutamento delle pretese creditorie vanificherebbe il contenuto stesso di tali attività, legittimando un’esigenza di parte fondata sulla sola circostanza di non trovare più conveniente proseguire nel cammino processuale inizialmente scelto. Si aprirebbero cosi pericolosi varchi a ben poco fondate richieste giudiziali, favorendo liti il più delle volte temerarie introdotte da chi, certo di un commodus discessus processuale costituito dalla inestinguibile facoltà di rivitalizzare una domanda di recesso con ritenzione della caparra, si sentirebbe legittimato a tentare in ogni caso una pur assai improbabile demonstratio di aver subito maggiori danni “a costo zero”. 4.5. – Dalle considerazioni sinora esposte discende la ulteriore, inevitabile conseguenza per cui l’originaria domanda di (sola) risoluzione non può ritenersi legittimamente convertibile, in sede di appello, in domanda di (solo) recesso, e ciò non solo e non tanto per i numerosi motivi di sistema indicati, sul piano della morfologia delle azioni, dalla più recente dottrina (cui in precedenza si è fatto cenno), ma soprattutto perchè tale modifica potrebbe risultare callidamente e surrettiziamente funzionale a riattivare il meccanismo legale di cui all’art. 1385 c.c., comma 2 (al recesso consegue, ex lege, il diritto alla ritenzione della caparra), ormai definitivamente caducato per via delle preclusioni processuali definitivamente prodottesi a seguito della proposizione della domanda di risoluzione sic et simpliciter. Specularmene inammissibile deve ritenersi la domanda di risoluzione giudiziale introdotta dopo essersi avvalsi della tutela speciale ex art. 1385 c.c., comma 2, intanto perchè, dopo aver esercitato il diritto di recesso, il contratto è già risolto, ma soprattutto poichè, ancora una volta, con tale trasformazione si cercherebbe surrettiziamente di ampliare l’ambito risarcitorio in sede processuale, dopo aver incamerato la caparra, indirizzandolo verso una più pingue (ma ormai intempestiva) richiesta di risarcimento integrale.

L’art. 1385 c.c. statuisce, inoltre, che la caparra va restituita nel caso di corretto adempimento della parte contraente che la versata oppure Se la parte che ha dato la caparra è inadempiente, l’altra parte contraente che ha ricevuto la caparra ha la facoltà di recedere dal contratto, ritenendo la caparra

In caso di inadempimento della parte contraente che ha ricevuto la caparra confirmatoria, questa sarà tenuta alla restituzione del doppio della somma ricevuta, mentre la parte non inadempiente potrà recedere dal contratto, fermo restando in ogni caso il diritto di optare per l’esecuzione o la risoluzione, oltre al risarcimento del danno.

Le parti contraenti possono stabilire anche successivamente alla conclusione del contratto la istituzione della clausola che contempli la caparra confirmatoria e provvedere al relativo versamento dell’importo pattuito oppure della quantità di beni fungibili stabilita. Tale possibilità incontra un limite temporale, come statuito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 3071/2006, che impone tale possibilità va esercitata anteriormente alla scadenza dell’obbligazione.

LA CAPARRA CONFIRMATORIA QUANDO COMPRI CASA, BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO DIRITTO IMMOBILIARE
LA CAPARRA CONFIRMATORIA QUANDO COMPRI CASA, BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO DIRITTO IMMOBILIARE

DIFENDITI ,NON PERDERE SOLDI AFFIDATI CON SICUREZZA  ADESSO

LA CAPARRA CONFIRMATORIA QUANDO COMPRI CASA

MOLTE PERSONE PERDONO SOLDI NELLE PROPOSTE IMMOBILIARI, DANNO CAPARRE  NON CAPENDO BENE LE CLAUSOLE DEL CONTRATTO PRELIMINARE
MOLTE PERSONE PERDONO SOLDI NELLE PROPOSTE IMMOBILIARI, DANNO CAPARRE  NON CAPENDO BENE LE CLAUSOLE DEL CONTRATTO PRELIMINARE
Vogliamo scommettere che non conosci bene la portata della caparra confirmatoria quando compri una casa, cioè quando davanti a una proposta in agenzia ti chiedono di lasciare un assegno a garanzia della tua proposta?
 

LA CAPARRA CONFIRMATORIA QUANDO COMPRI CASA ,ATTENDO A NON PERDERE SOLDI!!

 

Sembra tutto facile, magari ti fanno credere o credi di poter annullare il tutto quando vuoi ?
avvocato AVVOCATO A BOLOGNA
avvocato Sergio Pensaci bene ,valuta bene il tuo acquisto non avere fretta ma anche se l’agenzia ti racconta di avere altri interessati (molto spesso non è vero lo fa solo per  farti fretta). Se devi chiedere un mutuo subordina la proposta alla concessione del mutuo, ma non basta dirlo devi scriverlo!!
Sogni la tua casa ideale, non pensi ad altro e ti sbilanci. Fai una proposta e lasci magari diecimila euro in assegno, come caparra  confirmatoria o a  volte caparra penale ?
 
 

Non scherzare , hai firmato una

proposta di acquisto  di

un immobile che appena accettata avraì’ il valore di un preliminare di acquisto immobiliare!!

 
O a cosa pensi che servano tutte quelle clausole, tutti quei dati che inserisci?
 
La giurisprudenza afferma che  una proposta immobiliare una volta accettata è un preliminare di vendita concluso !
 
 
  1. Consigli :
  • Pensaci bene ,valuta bene il tuo acquisto non avere fretta ma anche se l’agenzia ti racconta di avere altri interessati (molto spesso non è vero lo fa solo per  farti fretta).
  • Se devi chiedere un mutuo subordina la proposta alla concessione del mutuo, ma non basta dirlo devi scriverlo!!
  1. 3)indica che l’immobile deve essere libero da ipoteche, scrivilo!
  2. 4)accertati che la planimetria che ti devono dare è conforme allo statoi dell’immobile
  3.  
  4. 5)intesta l’eventuale assegno solo al venditore, e non all’agenzia
  5. 6)lascia poche migliaia di euro riservandoti un compromesso dal notaio dopo che avra’ fatto le visure
    Pensaci bene ,valuta bene il tuo acquisto non avere fretta ma anche se l’agenzia ti racconta di avere altri interessati (molto spesso non è vero lo fa solo per  farti fretta). Se devi chiedere un mutuo subordina la proposta alla concessione del mutuo, ma non basta dirlo devi scriverlo!!
    Pensaci bene ,valuta bene il tuo acquisto non avere fretta ma anche se l’agenzia ti racconta di avere altri interessati (molto spesso non è vero lo fa solo per  farti fretta). Se devi chiedere un mutuo subordina la proposta alla concessione del mutuo, ma non basta dirlo devi scriverlo!!
  6.  
  7. 7) tratta il prezzo soprattutto in questo periodo
  8. 8) fatti mettere per iscritto la mediazione e il suo costo
  9. )) fatti esibire l’atto di provenienza in modo che sei sicuro che chi vende sia il proprietario
  10. Se hai dei dubbi, se non si cosa è una caparra o un contratto rivolgiti a un avvocato esperto di diritto immobiliare chiama l’avvocato Sergio Armaroli , non rischiare inutilmente i soldi di una consulenza legale in questo campo, anzi in maggior modo in questo campo sono spesi bene!!
  11.  
  1. Del resto una controversia giudiziale su questioni di contratti immobiliari dura anni e costa molto in ansia e danaro ricordatelo!! Evitala!!

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