Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

RISOLVI SEPARAZIONE? COME ?CHIEDIMELO !! AVVOCATO BOLOGNA ESPERTO SEPARAZIONI BOLOGNA TRIBUNALE BOLOGNA SENTENZA  SU OBBLIGHI MATRIMONIO IMPORTANTE E MOLTO UTILE   Come noto, la costante giurisprudenza reputa che le violazioni dei doveri indicati nell’art. 143 c. II c.c. (fedeltà, assistenza morale e materiale, collaborazione nell’interesse della famiglia e coabitazione) possono essere sanzionati con l’addebito, purchè siano stati la causa della crisi coniugale. 

RISOLVI SEPARAZIONE? COME ?CHIEDIMELO !! AVVOCATO BOLOGNA ESPERTO SEPARAZIONI BOLOGNA TRIBUNALE BOLOGNA SENTENZA  SU OBBLIGHI MATRIMONIO IMPORTANTE E MOLTO UTILE

 

Come noto, la costante giurisprudenza reputa che le violazioni dei doveri indicati nell’art. 143 c. II c.c. (fedeltà, assistenza morale e materiale, collaborazione nell’interesse della famiglia e coabitazione) possono essere sanzionati con l’addebito, purchè siano stati la causa della crisi coniugale. [wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

In particolare, si è reiteratamente specificato che “ai fini dell’addebitabilità della separazione il Giudice di merito deve accertare se la frattura del rapporto coniugale sia stata provocata dal comportamento oggettivamente trasgressivo di uno o di entrambi i coniugi, e quindi se sussista un rapporto di causalità tra detto comportamento ed il verificarsi dell’intollerabilità dell’ulteriore convivenza, o se piuttosto la violazione dei doveri che l’art. 143 c.c. pone a carico dei coniugi sia avvenuta quando era già maturata una situazione di crisi del vincolo coniugale, o per effetto di essa” (cfr., tra le tante, Cass., Sez. I, n. 18074 del 20 agosto 2014). 

Con riferimento alla violazione dell’obbligo di fedeltà la Suprema Corte ha stabilito che, costituendo tale dovere oggetto di una norma di condotta imperativa, “la sua violazione, specie se attuata attraverso una stabile relazione extraconiugale, determina normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza e costituisce, di regola, causa della separazione personale, addebitabile al coniuge che ne è responsabile, sempre che non si constati la mancanza di un nesso di causalità tra l’infedeltà e la crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una rottura già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale” (cfr., Cass., Sez. 1, n. 13592 del 12 giugno 2006; nello stesso senso, vedasi, da ultimo, anche Cass., Sez. 6, ord. N. 3923 del 19 febbraio 2018). 

Con riferimento all’onere della prova, va puntualizzato che, secondo la costante giurisprudenza, “grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà” (cfr., da ultimo, per tutte, Cass., Sez. 6 – 1, ordinanza n. 3923 del 19 febbraio 2018). 

 

 

 

 

 

 

 DA BANCA DATI  ONLINE GIUREMILIA IL TESTO SENTENZA :

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

Prima Sezione Civile

composto dai magistrati: 

dr.ssa Matilde BETTI Presidente 

dr.ssa Silvia MIGLIORI Giudice rel. 

dr.ssa Carmen GIRALDI Giudice 

ha pronunciato la seguente 

SENTENZA

definitiva nella causa civile sopra emarginata posta in deliberazione all’udienza del 12 luglio 2018 e promossa da: 

, nata ad (omissis) (NA) il 15 maggio 1970, c. f. ***, 

assistita e difesa in giudizio dall’Avv. Paola IOVANE, presso il cui studio, in Bologna, via Nazario Sauro n. 28/G, è elettivamente domiciliata 

ATTRICE 

contro

Y  , nato ad (omissis) (NA) il 10 gennaio 1970, c. f. ***, 

assistito e difeso in giudizio dall’Avv. Mattia FINARELLI, presso il cui studio in Casalecchio di Reno (BO), via Mazzini n. 59, è elettivamente domiciliato 

CONVENUTO 

con l’intervento del

PUBBLICO MINISTERO 

* * *

CONCLUSIONI 

L’attrice ha concluso come da foglio di p.c. depositato il 19 ottobre 2017: 

Voglia l’adito Tribunale:

In via istruttoria rimettersi la causa in istruttoria, revocato ogni provvedimento contrario e ammettere i mezzi istruttori di cui alle memorie n. 2 e 3 ex art. 183 VI comma c.p.c., in particolare l’audizione della minore G. e ammettersi i testimoni; 

Nel merito 

1) Confermare la sentenza parziale sul vincolo, Accertata e dichiarata la separazione tra i coniugi X – Y, addebitarla al marito; 

2) Disporre l’affidamento delle figlie minori, Gulia e F., in modo esclusivo alla ricorrente in considerazione dell’abbandono morale e dal punto di vista educativo, affettivo e rispetto alle visite da parte del convenuto con collocamento presso la madre; 

3) Disporre a carico del sig. Y dal deposito del ricorso introduttivo per il mantenimento delle figlie un contributo ordinario di euro 600,00 mensili per entrambe ( in dettaglio euro 300,00 per ogni figlia), essendo l’importo stabilito in sede provvisoria (anno 2013) attesi i redditi personali, l’età delle minori, la situazione lavorativa attualmente instabile della ricorrente etc.. insufficiente, o nell’importo maggiore ritenuto e risultante dall’istruttoria, oltre il 70% delle spese straordinarie scolastiche, ludiche, sportive, sanitarie come da Protocollo del 9.3.2017 che si richiama integralmente, da pagare entro il giorno 5 di ogni mese. Si consideri ai fini della determinazione dell’assegno che solo la mensa scolastica per F. ammonta è di euro 130,00 mensili. Oltre rivalutazione ISTAT annuale sul contributo di mantenimento ordinario; 

4) Regolare il diritto di visita come da provvedimenti provvisori e cmq la sig.ra X non si oppone a che il padre veda le figlie più frequentemente pur se allo stato si disinteressa totalmente e non ha mai dato attuazione al diritto / dovere di visita; 

5) Rigettare le avverse domande proposte dal sig. Y perché infondate in fatto ed in diritto. 

6) Condannare il sig. Y al pagamento delle competenze compresi gli oneri di legge ( spese generali, iva e cpa) . La condanna al pagamento delle competenze legali trova anche la sua ragione nel rifiuto ingiustificato del sig. Y della proposta formulata dal Tribunale sia in sede di comparizione parti ( avvenuta nel lontano 2013) che successivamente ( in quella sede la sig.ra X si è sempre dichiarata disponibile a non richiedere un contributo di mantenimento per Lei a fronte dell’aumento necessitato di quello per le figlie)“. 

Il convenuto ha concluso come da foglio di p.c. datato 3 novembre 2017: 

“Voglia l’Ill.mo Tribunale adito, rigettata ogni contraria istanza, eccezione e conclusione: 

In via decisoria

1) Pronunciare la separazione dei coniugi X e Y, con addebito della stessa a carico della moglie, per gravi, reiterate e continue violazioni dei doveri coniugali da parte di quest’ultima. 

2) Disporre l’assegnazione della casa coniugale sita a Zola Predosa, Via Guicciardini n.9 a favore della moglie sig.ra X, essendosi trasferito altrove il Sig. Y. 

3) Disporre l’affidamento condiviso delle figlie minori G. a F. a favore di entrambi i genitori, con residenza principale presso l’abitazione della madre e con facoltà per il padre di vederle e di stare in loro compagnia ogniqualvolta lo desideri, compatibilmente con gli impegni scolastici delle figlie e con le esigenze lavorative del padre e comunque almeno due pomeriggi alla settimana, nel giorno di riposo (variabile) durante la settimana o, comunque, tutte le domeniche, a decorrere dal sabato sera (con pernottamento), accompagnando le figlie a scuola durante i giorni di riposo. 

4) Disporre che le figlie trascorrano 15 giorni consecutivi all’anno con il padre durante il periodo delle ferie estive e una settimana durante le festività Natalizie. 

5) Dichiarare tenuto il Sig. Y a corrispondere a favore della Sig.ra X, a titolo di contributo nel mantenimento mensile delle figlie, la somma di € 150,00 per ciascuna figlia, oltre Istat, e così per un totale di € 300,00 al mese, oltre al 50% delle spese straordinarie, tutte previamente concordate e documentate, di carattere medico, scolastico e sportivo che si renderanno necessarie nell’interesse delle figlie medesime.

6) Dichiarato ed accertato che la Sig.ra X è economicamente autosufficiente, essendo titolare di risparmi e di redditi autonomi, anche in virtù della convivenza con la madre, titolare di varie pensioni, non disporre alcun obbligo di carattere economico a carico di Y a titolo di contributo nel mantenimento della moglie, anche in virtù del richiesto addebito della separazione a carico di quest’ultima. 

7) In via istruttoria

Chiedendo che la causa venga rimessa in istruttoria, si insiste per l’accoglimento di tutte le istanze istruttorie formulate contenute nella memoria istruttoria autorizzata Y ex art. 183, VI° comma n.2 cpc datata 5/02/2015, relative alle prove testimoniali ed all’interrogatorio formale della ricorrente sui capitoli di prova contenuti al punto A), pagine 4-5-6-7 di detta memoria, nonché le istanze istruttorie relative agli ordini di esibizione contenuti al punto B) pag. 8 della suddetta memoria. 

Nella denegata ipotesi di ammissione delle prove testimoniali ex adverso richieste, si insiste altresì per l’ammissione delle prove testimoniali dedotte dal sottoscritto procuratore nella memoria istruttoria di replica Y ex art. 183, VI° Comma n.3 cpc datata 23/02/2015. 

8) Rigettare perché infondate in fatto ed in diritto tutte le domande, deduzioni e conclusioni formulate da controparte. 

9) Con vittoria di spese e compensi di causa, oltre accessori di legge. 

– Si dichiara di non accettare il contraddittorio su eventuali domande nuove avanzate da controparte“. 

Il P.M. ha concluso chiedendo l’accoglimento della domanda con rinuncia ai termini per conclusioni e repliche. 

MOTIVI DELLA DECISIONE

1a. Con ricorso depositato il 17 luglio 2013 X ha chiesto che sia dichiarata la separazione personale dal marito Y con addebito a carico di quest’ultimo; che la casa coniugale le sia assegnata; che le figlie minori siano affidate in via condivisa a entrambi i genitori con collocazione presso di lei e ampio diritto del visita del padre; che sia posto a carico di quest’ultimo l’obbligo di corrisponderle la somma mensile complessiva di € 700,00 per il mantenimento ordinario della prole e l’importo di € 250,00 mensili per il suo mantenimento. 

A sostegno delle sue domande ha osservato che: 

– le parti si erano sposate il *** 2003 ad (omissis) (NA) e dall’unione erano nate, il 4 settembre 2001, G., e il 17 luglio 2007, F.; 

– il marito le aveva sempre delegato ogni incombenza familiare e domestica, tant’è vero che le aveva imposto di lavorare part time perché così potesse occuparsi delle minori e della casa familiare; 

– nel 2011 il signor Y, dopo che lei aveva scoperto nel suo cellulare messaggi affettuosi verso un’altra donna, aveva ammesso di averla tradita e di aver terminato la relativa relazione extraconiugale; 

– da tale momento ella non aveva più fiducia nel marito e gli aveva chiesto più volte di separarsi consensualmente;

– il signor Y di fronte a tali richieste era diventato sempre più aggressivo e irascibile nei confronti di lei e dei suoi anziani genitori, trasferitisi con il consenso di lui nell’abitazione coniugale per motivi di salute; 

– il marito era assunto come guardia giurata con porto d’arma da fuoco con stipendio retribuito di circa € 1.600,00 mensili, era titolare di due terreni e tre immobili, di cui i primi tre in comproprietà e gli ultimi due di proprietà esclusiva, ed era inoltre intestatario di un buono fruttifero postale del valore di circa € 25.000,00, nonché di 1/3 del buono di risparmio del conto cointestato con lei e la suocera per € 9.000,00; 

– ella invece lavorava a tempo parziale nel settore delle pulizie con stipendio mensile di € 495,00. 

Il convenuto si è costituito in giudizio associandosi alla domanda di separazione, ma contestando la versione dei fatti presentata da controparte. 

Ha in particolare rilevato che: 

– non rispondeva al vero che avesse obbligato la moglie a lavorare a tempo parziale, che l’avesse tradita e che avesse prestato il consenso al trasferimento dei suoceri nella casa coniugale; al contrario era stata lei a decidere autonomamente di non impiegarsi a tempo pieno e comunque egli non si detto contrario a che la signora X avesse orari di lavoro più estesi, considerate l’età delle figlie e la costante presenza in casa, senza il suo consenso, della badante dei suoceri, C.; l’assunto del tradimento era stata una scusa della moglie per allontanarlo dalla residenza coniugale e in ogni caso egli era contrario a ogni rottura matrimoniale, soprattutto perché le figlie erano molto legate a lui e avrebbero sofferto la separazione; il trasferimento, dapprima di entrambi i suoceri e successivamente solo della suocera, S., era stato anch’esso deciso unilateralmente dalla ricorrente e aveva comportato che egli fosse costretto a dormire da solo sul divano-letto, viste le piccole dimensioni dell’abitazione coniugale (composta da solo due camere da letto); 

– la moglie era venuta meno a tutti gli obblighi matrimoniali: lo considerava come un estraneo, si comportava come se fosse da tempo separata e lo aveva lasciato senza alcun risparmio, dato che aveva prelevato dal conto familiare senza la sua autorizzazione l’importo complessivo di circa € 30.000,00, di cui € 20.000,00 per contrarre una polizza assicurativa intestata a lei e alle figlie; la situazione economica provocata dalla signora X non gli permetteva di reperire una nuova locazione; 

– era titolare di solo quattro degli immobili indicati da controparte, specificamente di un terreno di scarso valore in comproprietà con i fratelli, di un frutteto (con pochi alberi) senza rendita in comproprietà con i fratelli, di un appartamento di cui la madre aveva l’usufrutto e di una piccola stanza ad uso rimessa per attrezzi da contadino vicino al mare senza rendita in comproprietà con i fratelli; da tutti questi beni egli non traeva alcuna rendita; 

– i buoni fruttiferi per un valore di € 25.000,00 gli erano stati donati dalla madre e dalla nonna e non erano esigibili poiché non ancora scaduti; 

– la sua unica fonte di reddito derivava dall’attività lavorativa di guardia giurata per la quale percepiva € 1.200,00 mensili; 

– a causa dei turni di lavoro e di riposo aveva solo un giorno libero alla settimana, pertanto gli risultava impossibile vedere le figlie due volte infrasettimanali come richiesto da controparte; 

– la signora X era economicamente autosufficiente, in quanto poteva contare sul suo stipendio comprensivo di assegni familiari di € 750,00 mensili e sulle pensioni della madre d’invalidità di guerra e di accompagnamento per un totale di circa € 1.300,00 mensili; 

Ha domandato che sia dichiarata la separazione tra i coniugi con addebito a carico della moglie; che sia disposto l’affidamento condiviso delle figlie con collocazione presso la madre con conseguente assegnazione alla stessa della casa coniugale; che egli le possa vedere ogni volta che lo desideri compatibilmente con gli impegni scolastici delle stesse e con le esigenze lavorative di lui e comunque almeno una volta alla settimana durante il suo giorno di riposo settimanale, 15 giorni consecutivi durante le ferie estive e una settimana durante le festività natalizie; che sia posto a suo carico l’obbligo di corrispondere alla moglie l’importo complessivo di € 300,00 mensili per il mantenimento della prole, oltre al 50% delle spese straordinarie, nonché di non essere tenuto a versare alcun assegno di mantenimento a favore della signora X. 

1b. Nell’udienza presidenziale, tenuta il 19 novembre 2013, è stato esperito tentativo di conciliazione con esito negativo. 

I coniugi hanno concordato che il padre tenga con sé le figlie nel suo giorno di riposo, variabile a seconda della settimana, con l’obbligo di portarle a scuola e con la possibilità di pernottare presso di lui la sera prima, 15 giorni durante le ferie estive e negli eventuali giorni di ferie nel periodo natalizio. 

Con provvedimento depositato il 27 dicembre 2013 il Presidente ha autorizzato i coniugi a vivere separati; ha affidato le figlie a entrambi i genitori con collocazione presso la madre; per l’effetto ha assegnato a quest’ultima la casa coniugale; ha previsto che il padre veda e tenga con sè le minori come da accordi presi in udienza e dunque nel suo giorno di riposo, variabile a seconda della settimana, con l’obbligo di portarle a scuola e con la possibilità di pernottare presso di lui la sera prima, 15 giorni durante le ferie estive e negli eventuali giorni di ferie nel periodo natalizio; ha stabilito a carico del signor Y l’obbligo di corrispondere alla moglie l’importo mensile complessivo di € 400,00, annualmente rivalutabile, per il mantenimento della prole, oltre al 70% delle spese straordinarie. 

1c. Con la sentenza n. 2491/14, pubblicata il 1° agosto 2014, il Tribunale ha pronunciato la separazione tra i coniugi e ha rimesso la causa in istruttoria per le ulteriori determinazioni. 

Con provvedimenti del 4 marzo e del 15 aprile 2015 il Giudice Istruttore ha respinto le istanze istruttorie formulate dalle parti. 

Nell’udienza del 9 novembre 2017 le parti hanno precisato le conclusioni e il Giudice ha rimesso la causa al Collegio per la decisione. 

Con provvedimento datato 20 febbraio 2018 il Collegio ha rimesso la causa in istruttoria, demandando ai Servizi Sociali competenti l’incarico di redigere una relazione in ordine alla situazione personale, familiare e sociale di G. e F., ai rapporti delle stesse con i genitori, alla capacità genitoriale del padre e della madre, nonché di sentire la primogenita in ordine a tali circostanze. 

Con atto depositato il 22 giugno 2018 i Servizi Sociali competenti hanno evidenziato che: 

– le minori avvertono un clima familiare più sereno da quando i genitori si sono separati; in particolare G. ha riferito che prima il padre e la madre litigavano molto e si picchiavano, anche davanti alle ragazze; 

– il signor Y telefona alle figlie quotidianamente, ma riferisce i suoi problemi economici e quelli con la nuova compagna, argomenti giudicati fastidiosi e di poco interesse da G. e F.; 

– le ragazze vedono il padre solo una o due volte al mese e hanno dichiarato di non essere desiderose di incontrarlo perché quando vanno da lui si annoiano molto; 

– i coniugi hanno riferito che le visite tra padre e figlie non sono pienamente rispettate per gli impegni lavorativi del signor Y e per quelli scolastici ed extrascolastici delle minori. 

Nell’udienza del 12 luglio 2018 le parti hanno precisato le conclusioni come da verbale e il Giudice Istruttore ha rimesso la causa al Collegio per la decisione, concedendo i termini massimi di cui all’art. 190 c.p.c.. 

  1. Va respinta la richiesta formulata da entrambe le parti di rimessione in istruttoria. 

Invero, le figlie sono state sentite dai Servizi Sociali all’uopo delegati dal Giudice Istruttore e dunque un’ulteriore audizione non è necessaria. 

Deve inoltre essere rigettata la richiesta della signora X di assunzione di informazioni dai Carabinieri di Casalecchio di Reno, Bologna Borgo Panigale e Sasso Marconi in ordine agli interventi effettuati nell’abitazione delle parti, poiché l’attrice avrebbe potuto e dovuto richiedere e ottenere copia di tali atti. 

Va infine essere ribadita l’ordinanza del 4 marzo 2015, che ha respinto le istanze istruttorie sul presupposto “i capitoli di prova dedotti da entrambi i coniugi vertono in parte su circostanze pacifiche, in parte sono inammissibili perché generici e non circostanziati o perché non vertono sul fatti, ma su opinioni, e in altra parte sono irrilevanti perché provati documentalmente“. 

In particolare, non possono essere ammessi i capitoli formulati dall’attrice nella seconda memoria ex art. 183 c. VI c.p.c., poiché generici (1, 7, 9, 10, 13, 15), irrilevanti (2, dato che la circostanza dedotta è comunque inidonea a provare il necessario nesso di causalità tra la violazione e la crisi coniugale, come meglio si preciserà nel capo seguente; 5, 6, 11, 12 [per eventuali episodi avvenuti prima del deposito del ricorso], 17), valutativi (3, 4, 14), successivi al deposito del ricorso (8, 11, 12 [per gli episodi del 2014], 16). 

Sono altresì inammissibili i capitoli contenuti nella memoria ex art. 183 c. VI n. 2 c.p.c. di parte convenuta, in quanto incontestati (1, 8, 9, 14, 16, 24), valutativi (2, 5, 10, 11, 12, 13, 17, 18, 19, 20, 21, 27, 29, 30, 31), da provarsi documentalmente (3, 6, 7, 15), generici (4, 25, 32), irrilevanti (22, 23, 26, 28, 33). 

Non essendo stati ammessi i capitoli a prova diretta addotti da entrambe le parti, non possono esserlo neppure quelli a prova contraria. 

  1. Ciò premesso si può passare alla disamina delle domande proposte dalle parti nel merito. 

3a. Essendo già stata emessa sentenza parziale sul vincolo, nulla deve essere disposto in questa sede in ordine alla separazione personale tra i coniugi. 

3b. Non può essere accolta la domanda di addebito proposta da entrambi i coniugi. 

Come noto, la costante giurisprudenza reputa che le violazioni dei doveri indicati nell’art. 143 c. II c.c. (fedeltà, assistenza morale e materiale, collaborazione nell’interesse della famiglia e coabitazione) possono essere sanzionati con l’addebito, purchè siano stati la causa della crisi coniugale. 

In particolare, si è reiteratamente specificato che “ai fini dell’addebitabilità della separazione il Giudice di merito deve accertare se la frattura del rapporto coniugale sia stata provocata dal comportamento oggettivamente trasgressivo di uno o di entrambi i coniugi, e quindi se sussista un rapporto di causalità tra detto comportamento ed il verificarsi dell’intollerabilità dell’ulteriore convivenza, o se piuttosto la violazione dei doveri che l’art. 143 c.c. pone a carico dei coniugi sia avvenuta quando era già maturata una situazione di crisi del vincolo coniugale, o per effetto di essa” (cfr., tra le tante, Cass., Sez. I, n. 18074 del 20 agosto 2014). 

Con riferimento alla violazione dell’obbligo di fedeltà la Suprema Corte ha stabilito che, costituendo tale dovere oggetto di una norma di condotta imperativa, “la sua violazione, specie se attuata attraverso una stabile relazione extraconiugale, determina normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza e costituisce, di regola, causa della separazione personale, addebitabile al coniuge che ne è responsabile, sempre che non si constati la mancanza di un nesso di causalità tra l’infedeltà e la crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una rottura già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale” (cfr., Cass., Sez. 1, n. 13592 del 12 giugno 2006; nello stesso senso, vedasi, da ultimo, anche Cass., Sez. 6, ord. N. 3923 del 19 febbraio 2018). 

Con riferimento all’onere della prova, va puntualizzato che, secondo la costante giurisprudenza, “grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà” (cfr., da ultimo, per tutte, Cass., Sez. 6 – 1, ordinanza n. 3923 del 19 febbraio 2018). 

Tutto ciò premesso, ciascuna parte ha contestato la sussistenza delle circostanze poste dall’altra a fondamento della richiesta di addebito e né l’attrice, né il convenuto hanno dimostrato la veridicità della propria prospettazione. Invero, la signora X non ha provato il tradimento del marito e il signor Y le violazioni dell’obbligo di assistenza morale e materiale da parte della moglie. 

In ogni caso, e soprattutto, non vi è la prova che tali condotte, se anche si fossero verificate, siano state la causa della crisi coniugale tra le parti. 

Invero, nel corso della sua audizione da parte delle assistenti sociali G. ha riferito che durante la convivenza i genitori litigavano spesso e arrivavano anche a picchiarsi in presenza della figlie. Tuttavia non è noto -né alcuna delle parti ha domandato di dimostrare- quando sia iniziata questa tensione, né se la stessa sia stata originata dal presunto tradimento del signor Y e/o dalla convivenza con gli anziani genitori della signora X e con altre persone. 

Ne consegue che le domande di addebito formulate da entrambi i coniugi debbono essere respinte.

3c. Passando ora alla regolamentazione dei rapporti personali e patrimoniali tra le parti e le figlie G. e F., nate rispettivamente il 4 settembre 2001 e il 17 luglio 2007, va innanzitutto precisato che non vi sono ragioni che giustifichino la deroga al diritto delle minori alla cd. bigenitorialità. 

Non sono infatti emersi elementi da cui possa inferirsi l’abbandono morale e materiale della prole da parte del padre, nè che l’affido condiviso possa essere pregiudizievole per le figlie. 

Invero dalla relazione dei Servizi Sociali competenti depositata il 22 giugno 2018 risulta che, sebbene il signor Y non rispetti il regime di visita stabilito dal Tribunale, egli mostra un reale interesse per la vita e alle attività di G. e F., a cui telefona e invia messaggi quotidianamente. 

Inoltre contribuisce al loro mantenimento ordinario e straordinario. 

Pertanto, ai sensi dell’art. 337 c. II c.c., va disposto che G. e F. siano affidate congiuntamente a entrambi i genitori, i quali assumeranno di comune accordo le decisioni relative alle scelte educative, scolastiche, di cura e comunque di maggiore interesse per la prole. 

Le minori devono inoltre essere collocate presso la madre, atteso che tale allocazione -del resto richiesta concordemente dalle parti- ha finora avuto esiti positivi per le stesse. 

Nulla va disposto in ordine alla richiesta del convenuto di assegnazione alla moglie della ex casa coniugale, atteso che da tempo la signora X e le figlie si sono trasferite nella nuova abitazione sita in Zola Predosa (BO), via *** n. 9. 

Il diritto di visita del padre deve essere regolato come in dispositivo, in modo da garantire l’interesse dalla prole al mantenimento e al rafforzamento di un rapporto adeguato e costante con entrambi i genitori. Va peraltro precisato che i signori X e Y saranno tenuti a rispettare i desideri, la volontà e gli impegni della prole, ivi compreso quello, eventuale, di non fermarsi a dormire dal padre. 

Per quanto riguarda il contributo da porre a carico del signor Y per il mantenimento ordinario e straordinario di G. e F. va preliminarmente osservato che: 

– la signora X ha denunciato redditi imponibili pari a € 6.959,00 nel 2014, a € 8.461,00 nel 2015, a € 8.579,00 nel 2016, a € 6.239,00 nel 2017; negli ultimi tre periodi d’imposta ha altresì percepito bonus annuali di € 960,00 negli anni 2015 e 2016 e di € 542,00 nel 2017; da dicembre 2017 è stata assunta con contratto a tempo indeterminato da un nuovo datore di lavoro, la società “La Veneta Servizi srl” con stipendio retribuito di € 850,00 mensili; 

– il signor Y, dal canto suo, ha denunciato redditi imponibili da lavoro dipendente ammontanti nel 2014 a € 23.310,00, nel 2015 a € 23.310,00, nel 2016 a € 23.056,00 e nel 2017 a € 22.228,00 (corrispondenti rispettivamente a € 19.840,00, a € 19.701,00, a € 19.691,00 e a € 19.241,00); a tali introiti vanno aggiunti i bonus annuali di € 960 per tutti i periodi d’imposta; pertanto, i redditi netti del resistente sono stati complessivamente di € 20.800,00 nel 2014, di € 20.661,00 nel 2015, di € 20.651 nel 2016 e di € 20.201,42 nel 2017; 

– il convenuto inoltre non percepisce alcun provento dal compendio immobiliare di cui è titolare: l’immobile di sua esclusiva proprietà di via *** n. 26 in Acerra (NA) è in usufrutto alla madre, mentre il terreno di Castelvolturno (CE), l’immobile di via *** n. 12 in Acerra (NA) e il frutteto di Acerra (NA) sono tutti e tre in comproprietà con i fratelli e non sono sottoposti ad alcuna rendita; 

– i buoni fruttiferi del valore di circa € 25.000,00 non sono esigibili e pertanto il resistente non può contare sulla liquidità degli stessi; 

– entrambe le parti vivono in appartamenti affittati; la signora X paga un canone di locazione di € 650,00 mensili mentre il signor Y € 430,00 mensili; 

– il padre -come del resto all’epoca dell’adozione dell’ordinanza presidenziale- contribuisce in modo modesto al mantenimento diretto delle minori. 

Va altresì sottolineato che nella determinazione del contributo mensile a carico del resistente si deve tenere altresì conto del periodo di tempo di ben 5 anni trascorso dall’adozione dell’ordinanza presidenziale e del fatto che per tale ragione le necessità ed esigenze di G. e F. (nate rispettivamente nel 2001 e nel 2007) sono sensibilmente aumentate. 

Alla luce delle sopra esposte considerazioni appare congruo stabilire a carico del resistente un contributo complessivo di € 500,00 mensili (€ 250,00 per ciascuna figlia), oltre al 70% delle spese straordinarie. 

Essendo l’aumento dell’importo posto a carico del signor Y stato determinato dalla crescita delle figlie, lo stesso decorre dalla pubblicazione della presente sentenza. 

3d. Da ultimo, è appena il caso di precisare che in corso di causa la signora X ha rinunciato alla domanda di un assegno di mantenimento a suo favore. 

Tale richiesta, proposta in ricorso, non è stata ribadita in sede di precisazione delle conclusioni, laddove è stato precisato al punto 6 che la condanna del signor Y al pagamento delle spese processuali trova la sua ragione nel rifiuto ingiustificato del medesimo ad accettare la proposta conciliativa formulata dal Tribunale sia in sede di comparazione parti che successivamente, ove ella “si è sempre dichiarata disponibile a non richiedere un contributo di mantenimento per Lei a fronte dell’aumento necessitato di quello per le figlie“.

  1. Data la soccombenza reciproca, le spese di lite debbono essere integralmente compensate. 

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente decidendo, ogni altra questione disattesa e respinta, 

– rigetta le istanze di addebito proposte dalla signora X e dal signor Y contro l’altro coniuge; 

– affida le minori G. e F., nate rispettivamente il 4 settembre 2001 e il 17 luglio 2007, a entrambi i genitori che eserciteranno in modo condiviso la responsabilità genitoriale; la signora X e il signor Y assumeranno di comune accordo le decisioni di maggiore interesse relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale, tenuto conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni della prole, mentre ciascuno di loro potrà assumere le decisioni di ordinaria amministrazione nei periodi in cui avrà le figlie con sè; 

– colloca le figlie G. e F. nell’abitazione materna, sita in Zola Predosa (BO), via Guicciardini n. 9; 

– dispone che -salvi diversi accordi tra i genitori- il padre possa vedere e tenere con sé le figlie ogni volta che lo vorrà, previo accordo con la signora X, e sempre tenendo conto dei desideri, della volontà e degli impegni delle minori e comunque; 

* a fine settimana alternati dal sabato all’uscita da scuola alla domenica sera con l’obbligo di riportarle a casa della madre entro le ore 20,00; 

* un pomeriggio alla settimana, da individuarsi in quello in cui il signor Y è libero dal lavoro, dall’uscita da scuola fino alle ore 21,00, quando le riporterà a casa della madre dopo cena; 

* almeno 4 giorni consecutivi durante le vacanze natalizie, comprendenti ad anni alterni i giorni di Natale o di Capodanno; 

* ad anni alterni, la domenica il Pasqua o il lunedì di Pasquetta; 

* due settimane anche non consecutive nel periodo estivo, da concordare tra i genitori entro il 30 aprile di ogni anno; 

– con decorrenza dalla data di pubblicazione della presente sentenza, pone a carico del padre l’obbligo di corrispondere in favore della madre, a titolo di contributo al mantenimento della prole, la somma mensile complessiva di € 500,00= annualmente rivalutabile secondo gli indici ISTAT, da versarsi anticipatamente entro il giorno 5 di ogni mese; tra le spese in oggetto vanno incluse quelle necessarie alla soddisfazione delle esigenze primarie dì vita delle figlie (vitto, alloggio, abbigliamento ordinario, mensa scolastica e spese per l’ordinaria cura della persona); 

– con decorrenza dalla data di pubblicazione della presente sentenza, pone a carico del signor Y l’obbligo di corrispondere, in misura pari al 70%, le spese straordinarie come stabilite nel Protocollo del Tribunale di Bologna, firmato il 9 agosto 2017, e in particolare: 

spese straordinarie da non concordare preventivamente in quanto ritenute in via generale nell’interesse dei figli

  1. a) spese corrispondenti a scelte già condivise dei genitori e dotate della caratteristica della continuità, a meno che non intervengano tra i genitori -a causa o dopo lo scioglimento dell’unione- documentati mutamenti connessi a primarie esigenze di vita tali da rendere la spesa eccessivamente gravosa. A titolo esemplificativo: spese mediche precedute dalla scelta concordata dello specialista, comprese le spese per i trattamenti e i farmaci prescritti; spese scolastiche costituenti conseguenza delle scelte concordate dai genitori in ordine alla frequenza dell’istituto scolastico; spese sportive, precedute dalla scelta concordata dello sport (incluse le spese per l’acquisto delle relative attrezzature e del corredo sportivo); spese ludico-ricreativo-culturali, precedute dalla scelta concordata dell’attività (incluse le spese per l’acquisto delle relative attrezzature); 
  2. b) OMISSIS 
  3. c) spese necessarie per il conseguimento della patente di guida; 
  4. d) abbonamento ai mezzi di trasporto pubblici; 
  5. e) spese scolastiche di iscrizione e dotazione scolastica iniziale, come da indicazione dell’istituto scolastico frequentato; uscite scolastiche senza pernottamento; 
  6. f) visite specialistiche prescritte dal medico di base; ticket sanitari e apparecchi dentistici o oculistici, comprese le lenti a contatto, se prescritti; spese mediche aventi carattere d’urgenza. 

Spese straordinarie da concordare preventivamente

tutte le altre spese straordinarie vanno concordate tra i genitori, con le seguenti modalità: il genitore che propone la spesa dovrà informarne l’altro per iscritto (con raccomandata, fax o e-mail), anche in relazione all’entità della spesa. Il tacito consenso dell’altro genitore sarà presunto decorsi trenta giorni dalla richiesta formale, se quest’ultimo non abbia manifestato il proprio dissenso per iscritto (con raccomandata, fax o e-mail) motivandolo adeguatamente, salvi diversi accordi: 

Rimborso delle spese straordinarie

Il rimborso delle spese straordinarie a favore del genitore anticipatario avverrà dietro esibizione di adeguata documentazione comprovante la spesa. 

La richiesta di rimborso dovrà avvenire in prossimità dell’esborso.

Il rimborso dovrà avvenire tempestivamente dalla esibizione del documento di spesa e non oltre venti giorni dalla richiesta, salvi diversi accordi. 

La documentazione fiscale deve essere intestata alle figlie ai fini della corretta deducibilità della stessa. 

Gli eventuali rimborsi e/o sussidi disposti dalla Stato e/o da altro ente pubblico o privato per spese scolastiche e/o sanitarie relative alla prole vanno a beneficio di entrambi i genitori nella stessa quota proporzionale di riparto delle spese straordinarie; 

– compensa integralmente le spese del presente procedimento. 

Così deciso in Bologna nella camera di consiglio della Sezione Prima Civile del Tribunale l’11 dicembre 2018 

Il Giudice estensore 

dr.ssa Silvia Migliori 

IMPUGNAZIONE  TESTAMENTO TREVISO BOLOGNA RAVENNA

 

IMPUGNAZIONE  TESTAMENTO TREVISO BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA  MILANO VICENZA PADOVA, UN AVVOCATO ESPERTO CON STUDIO A BOLOGNA IMPUGNAZIONE  TESTAMENTO 

IMPUGNAZIONE  TESTAMENTO pensate che impugnare un testamento volonta’ del testatore sa una cosa facile vi sbagliate!!

IMPUGNARE UN TESTAMENTO NON E’ UNA COSA FACILE, CI VOGLIONO ELEMENTI SOLIDI MOLTO SOLIDI

L’INCAPACITA’ VA DIMOSTRATA ESISTENTE AL MOMENTO DEL COMPIMENTO DELL’ATTO!!!

Conviene premettere che, per consolidata giurisprudenza della Suprema Corte, ai fini dell’annullamento del testamento per incapacità di intendere e di volere, ai sensi dell’art. 591, comma 2 n. 3, l’incapacità naturale del testatore postula l’esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche o intellettive del de cuius, bensì la prova che, a cagione di un’infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti o della capacità di autodeterminarsi. Peraltro, poiché lo stato di capacità costituisce la regola e quello d’incapacità l’eccezione, spetta a chi impugni il testamento dimostrare la dedotta incapacità, salvo che il testatore non risulti affetto da incapacità totale e permanente, nel qual caso grava, invece, su chi voglia avvalersene provarne la corrispondente redazione in un momento di lucido intervallo (così Cass. civ. n.12691/2017, cfr., ex plurimis, Cass. civ. 14746/2016, Cass. civ. n. 2239/2016, Cass. civ. n. 19767/2015, Cass. civ. n. 27351/2014, Cass. civ. n. 5527/2014, Cass. civ. n. 24881/20103, Cass. civ. n. 15480/2011, Cass. civ. n. 9081/2010, Cass. civ. n. 8079/2005).

  • Ne deriva che non vale ad integrare incapacità invalidante il testamento, ex art. 591 c.c., un mero generico stato di decadimento cognitivo e/o di alterazione del processo di formazione e di estrinsecazione della volontà, per quanto implicante anomalie comportamentali, non essendo una condizione di tal genere sufficiente a compromettere integralmente la capacità volitiva e critica del testatore. L’incapacità deve avere caratteristiche tali da determinare, ove fosse abituale, la pronuncia di interdizione (Cass. civ. 27351/2014; Cass. civ. 1444/2003) e la prova della stessa, seppur possa essere data con ogni mezzo, e quindi anche per presunzioni, dev’essere fornita in modo preciso e rigoroso.
  • nche a voler prescindere dalle discordanze circa le date in cui i pareri di Urbani sono stati redatti (il primo parere porta la data del 2.11.2009, laddove la visita era stata prenotata per una data posteriore, il 5.11.2009; uno degli altri pareri porta la data del 21.2.2010, che era però una domenica), si ritiene comunque che i pareri stessi non siano decisivi. Anzitutto, si parla di una generica riduzione della capacità di discernere “nettamente” il significato di atti e fatti, ma da ciò non può discendere una declaratoria di assoluta incapacità, potendo solo evincersi un decadimento delle facoltà cognitive, di per sé irrilevante in questa sede.
  • Soprattutto, lo stesso urbani parla di “andamento a scalini caratterizzato da momenti di lucidità alternati allo scadimento fatalmente evolutivo delle funzioni cognitive” (doc. 7 attore): l’attrice stessa ammette quindi che la de cuius non fosse costantemente incapace, ma avesse anche ampi momenti di lucidità; tuttavia, non ha poi fornito la prova puntuale del fatto che il testamento fosse stato redatto in uno dei momenti di incapacità. Dato che la de cuius non era interdetta, deve operare la regola generale per cui si presume lo stato di capacità e deve essere chi impugna il testamento a dimostrare che, nel preciso momento in cui lo stesso fu scritto, l’autore era incapace di comprenderne il significato morale e sociale.
  • Si precisa a tal proposito che la valutazione circa la capacità di comprendere il significato delle proprie azioni va compiuta anche in rapporto al contenuto ed alla complessità dell’atto che viene in considerazione: il testamento è un atto il cui significato di base è particolarmente semplice ed intuitivo, trattandosi di stabilire chi beneficerà delle proprie sostanze dopo la propria morte. Non si richiede, quindi, né un’elevata scolarizzazione, né una piena lucidità mentale, essendo possibile anche per un soggetto con un certo grado di decadimento cognitivo comprendere del tutto il significato dell’atto. Ciò è tanto più vero laddove il testamento impugnato abbia un contenuto minimo e non presenti particolari tecnicismi, come nel caso di specie, in cui la de cuius si è limitata alle seguenti espressioni: “revoco ogni mio precedente testamento e lascio tutti i miei beni in parti uguali a …”.
  • A sostegno della domanda di annullamento per dolo parte attrice afferma che “le odierne convenute … hanno fatto tutto il possibile per accaparrarsi la fiducia della signora An.Am. e far si che revocasse il testamento redatto a favore della nipote Fr.Am.” (v. pagg. 12 e s. comparsa conclusionale); oltre a ciò, l’attrice nota che nel testamento gli eredi istituiti sono elencati uno per riga e che successivamente vi sono quattro righe vuote; vi sarebbe poi “coincidenza numerica tra i soggetti intervenuti nella procedura per la nomina di AdS solo per opporsi alla nomina della signora Fr.Am. e i “buchi” rinvenibili nella scheda testamentaria”; infine, “nella valutazione sulla capacità di autodeterminazione della testatrice” dovrebbero essere valutati “il rapporto tra la signora Fr.Am. e la signora An.Am., il particolare carattere di quest’ultima ed i problemi di salute mentale che la hanno interessata”.
  • La domanda non può trovare accoglimento, non fosse altro perché le stesse allegazioni di parte attrice sono talmente vaghe ed hanno un contenuto talmente generico da non consentire neppure di comprendere in cosa consisterebbero in concreto gli “artifizi e raggiri” asseritamente usati dagli eredi istituiti.
  • Occorre poi ricordare che, per poter ritenere provato il dolo, “non è sufficiente qualsiasi influenza di ordine psicologico esercitata sul testatore mediante blandizie, richieste, suggerimenti o sollecitazioni, ma occorre la presenza di altri mezzi fraudolenti che – avuto riguardo all’età, allo stato di salute, alle condizioni di spirito dello stesso – siano idonei a trarlo in inganno, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volontà in un senso in cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata. La relativa prova, pur potendo essere presuntiva, deve fondarsi su fatti certi che consentano di identificare e ricostruire l’attività captatoria e la conseguente influenza determinante sul processo formativo della volontà del testatore” (Cass. 4653/2018).
  • Nel caso di specie detta prova è mancata. Le richieste di prova testimoniale sono state integralmente rigettate in quanto riguardanti circostanze irrilevanti ai fini del thema decidendum, nonché a causa del contenuto valutativo di molti dei capitoli formulati. Irrilevanti sono le considerazioni fatte dall’attrice a riguardo della struttura del testamento, contenente delle righe vuote e l’istituzione di eredi che poi sono intervenuti in successivi giudizi (si noti che non viene neppure allegata la violenza fisica nella redazione della scheda). Il fatto di “accaparrarsi la fiducia” di una persona non si può considerare attività corrispondente al dolo contrattuale.

Testamento – Revoca del testamento – Vizio della volontà del testatore – Prova del dolo Tribunale|Treviso|Sezione 3|Civile|Sentenza|2 ottobre 2018| n. 1903 IMPUGNAZIONE  TESTAMENTO 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI TREVISO

TERZA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale di Treviso, Terza Sezione civile, in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Deli Luca presidente

dott.ssa Susanna Menegazzi giudice

dott. Carlo Baggio giudice relatore

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di primo grado iscritta in data 16.10.2015 al R.G. n. 9485/2015, promossa

da

FR.AM., con il patrocinio dell’avv. IA.TI., con domicilio eletto presso lo studio del difensore in VIA (…) – 31100 TREVISO

attrice

contro

GR.BR., ed altri, tutte con il patrocinio dell’avv. MO.LO., con domicilio eletto presso lo studio del difensore in VIA (…) – 31010 FARRA DI SOLIGO

convenute

Avente per oggetto: Cause di impugnazione dei testamenti e di riduzione per lesione di legittima.

RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

Fr.Am. ha col presente giudizio impugnato il testamento olografo della defunta zia An.Am. (datato 3.11.2010, pubblicato dal Notaio G.Ba. in Cornuda (TV) il 12.9.2014), sulla base dei seguenti motivi, gradatamente subordinati:

– incapacità naturale della de cuius;

– difetto di olografia;

– altri difetti di forma;

– dolo degli eredi istituiti.

Le convenute, uniche eredi del testamento a seguito della rinuncia all’eredità da parte del chiamato Lo.Mo., si sono costituite chiedendo il rigetto delle domande attoree.

La causa viene ora in decisione senza l’espletamento di attività istruttoria.

Le domande attoree sono infondate.

Sul difetto di olografia e sui vizi di forma

La censura è palesemente infondata, dato che l’attrice si limita sul punto a dedurre che il testamento contiene quattro righe vuote e che lo stesso sarebbe stato redatto “in momenti diversi”, senza però minimamente mettere in dubbio che l’intero documento sia stato scritto interamente di pugno dalla de cuius.

Non si può quindi ritenere sussistente alcun difetto di olografia.

Non si rilevano neppure vizi di forma di altro tipo, che peraltro neppure l’attrice è stata in grado di individuare con precisione, pur dopo che il giudice aveva rilevato la nullità della domanda ed assegnato termine per l’integrazione della stessa ex art. 164 co. 5 c.p.c.

Sull’incapacità naturale

Giova anzitutto ricordare che “l’incapacità naturaledel testatore postula la esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del “de cuius”, bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti o della capacità di autodeterminarsi; peraltro, poiché lo stato di capacità costituisce la regola e quello di incapacità l’eccezione, spetta a chi impugni il testamento dimostrare la dedotta incapacità” (Cass. ord. 3934/2018). Inoltre, l’incapacità naturale va esclusa nel caso di un minimo decadimento delle facoltà mentali (Cass. 8728/2007) e deve essere stata tale da comportare, se fosse stata abituale, la pronunzia di interdizione (Cass. 1444/2003). Spetta pertanto all’attrice dare prova dell’incapacità della de cuius, secondo il criterio del “più probabile che no”; laddove tale standard probatorio non venga raggiunto (e rimangano quindi dei rilevanti dubbi circa lo presenza di uno stato di incapacità), si dovrà ritenere l’onere non assolto e non si potrà pronunciare l’annullamento del testamento.

Si ritiene che nel presente caso non si sia raggiunta la prova dell’incapacità naturale di An.Am., secondo i criteri appena illustrati.

Gli unici elementi valorizzati dall’attrice sono: i pareri del dott. Urbani, il provvedimento del 13.11.2009 del giudice tutelare (doc. 2 convenuti), la qualità della grafia del testamento, talune incongruenze contenute nelle lettere inviate dalla de cuius, in particolare in quella del 25.10.2009 (doc. 4 convenute).

Anche a voler prescindere dalle discordanze circa le date in cui i pareri di Urbani sono stati redatti (il primo parere porta la data del 2.11.2009, laddove la visita era stata prenotata per una data posteriore, il 5.11.2009; uno degli altri pareri porta la data del 21.2.2010, che era però una domenica), si ritiene comunque che i pareri stessi non siano decisivi. Anzitutto, si parla di una generica riduzione della capacità di discernere “nettamente” il significato di atti e fatti, ma da ciò non può discendere una declaratoria di assoluta incapacità, potendo solo evincersi un decadimento delle facoltà cognitive, di per sé irrilevante in questa sede.

Soprattutto, lo stesso urbani parla di “andamento a scalini caratterizzato da momenti di lucidità alternati allo scadimento fatalmente evolutivo delle funzioni cognitive” (doc. 7 attore): l’attrice stessa ammette quindi che la de cuius non fosse costantemente incapace, ma avesse anche ampi momenti di lucidità; tuttavia, non ha poi fornito la prova puntuale del fatto che il testamento fosse stato redatto in uno dei momenti di incapacità. Dato che la de cuius non era interdetta, deve operare la regola generale per cui si presume lo stato di capacità e deve essere chi impugna il testamento a dimostrare che, nel preciso momento in cui lo stesso fu scritto, l’autore era incapace di comprenderne il significato morale e sociale.

Si precisa a tal proposito che la valutazione circa la capacità di comprendere il significato delle proprie azioni va compiuta anche in rapporto al contenuto ed alla complessità dell’atto che viene in considerazione: il testamento è un atto il cui significato di base è particolarmente semplice ed intuitivo, trattandosi di stabilire chi beneficerà delle proprie sostanze dopo la propria morte. Non si richiede, quindi, né un’elevata scolarizzazione, né una piena lucidità mentale, essendo possibile anche per un soggetto con un certo grado di decadimento cognitivo comprendere del tutto il significato dell’atto. Ciò è tanto più vero laddove il testamento impugnato abbia un contenuto minimo e non presenti particolari tecnicismi, come nel caso di specie, in cui la de cuius si è limitata alle seguenti espressioni: “revoco ogni mio precedente testamento e lascio tutti i miei beni in parti uguali a …”.

È irrilevante il contenuto del provvedimento del 13.11.2009 del giudice tutelare (doc. 2 convenuti): in quella sede il giudice si era limitato a prendere atto di quanto risultante da taluni documenti prodotti dall’allora ricorrente (odierna attrice), ma senza compiere in quel momento alcuna valutazione sulla capacità di An.Am.; il giudice aveva parlato genericamente di “incapacità”, senza tuttavia specificare quale fosse il grado della compromissione delle facoltà mentali della Am.; il fatto che il giudice non avesse ritenuto sussistenti particolari ragioni di urgenza è elemento indicativo di una valutazione in termini di non gravità; il giudice in quel momento non aveva ancora potuto esaminare personalmente la beneficiaria e si era dovuto basare sui soli certificati prodotti dalla ricorrente (gli stessi, redatti da Urbani, di cui si è detto sopra); a conclusione del procedimento per nomina di AdS il medesimo giudice, acquisita ulteriore documentazione e sentita personalmente la beneficiaria, aveva invece ritenuto che An.Am. fosse capace di intendere e volere, come si vedrà meglio infra (v. doc. 6 attori).

Altresì irrilevanti sono le considerazioni, peraltro sviluppate per la prima volta dall’attrice solo con la memoria di replica ex art. 190 c.p.c., circa la qualità della grafia della de cuius, che parte attrice assume essere stata ordinata e chiara nei casi dettatura e confusa ed illeggibile nei casi di scrittura libera. Anzitutto, la questione è irrilevante in tema di accertamento dell’incapacità naturale. Ad ogni buon conto, confrontando il testamento impugnato con le altre scritture (docc. 4 e dal 29 al 33 convenuti) non si rinvengono sostanziali differenze: tutti i documenti sono ordinati, chiari e precisi, soprattutto se si considera l’avanzata età della scrivente. Si deve poi considerare che il testamento è un atto di importanza tale da far presumere che il testatore presti particolare attenzione alla sua redazione e quindi si impegni anche maggiormente ad adottare una grafia quanto più possibile chiara ed ordinata (come d’altronde tutti fanno quando scrivono a mano, variando il livello di attenzione e di cura a seconda delle circostanze, quali destinatario, tipo di documento, lunghezza dello stesso ecc.).

Già le osservazioni appena svolte sarebbero sufficienti al rigetto della domanda. Per di più, vi sono i documenti prodotti in giudizio dai convenuti a smentire l’assunto dell’incapacità naturale della testatrice.

Vi è anzitutto la documentazione medica:

– la scheda di valutazione infermieristica redatta al momento dell’accoglienza in casa di riposo riporta, alla voce “sensorio e comunicazione”, “LINGUAGGIO NORMALE” e “DISORIENTAMENTO NO” (doc. 14);

– la dr.ssa Br.Da., nel compiere la valutazione neuropsicologica in data 26.4.2011 (doc. 15), ha ritenuto che il “decadimento delle funzioni cognitive” fosse solamente “moderato”, non quindi grave.

Si consideri poi la lettera del 25.10.2009 (doc. 4), scritta di pugno dalla de cuius: tale testo manifesta una certa lucidità della stessa nell’analisi dei propri rapporti familiari, delle problematiche legate alla convivenza con Fr., dei propri desideri: il che è sicuramente incompatibile con un totale stato di infermità psichica. Le incongruenze contenute nella lettera, soprattutto quanto alla data della morte delle sorelle, non sono decisive: come si è detto sopra, un certo grado di decadimento mnemonico e cognitivo (del tutto plausibile in una persona di quell’età) non esclude infatti la capacità di comprendere il significato giuridico e sociale dell’atto che si va a compiere, ossia del testamento. Si noti, per completezza, che l’attrice pone in essere delle affermazioni estremamente contraddittorie quanto alla missiva in esame: da un lato sostiene che la stessa sarebbe addirittura indice dell’incapacità di An. (stanti le incongruenze e gli errori di cui si è detto), dall’altro afferma però che la missiva sarebbe stata “eterodiretta”” dai soggetti poi indicati come eredi nel testamento; non si vede tuttavia come le due affermazioni possano conciliarsi.

È infine estremamente rilevante la circostanza per cui già in sede giudiziaria, nell’ambito del procedimento per la nomina di amministratore di sostegno, è stata valutata ed esclusa l’incapacità di intendere e di volere della de cuius:

– all’udienza del 26.1.2010 il giudice aveva esaminato An.Am. e aveva rilevato che: “risponde correttamente alle domande, è orientata nel tempo e nello spazio … dichiara di non voler più stare con la nipote Am.Fr., di voler o tornare a Milano o andare in casa di riposo, in quanto attualmente non va più d’accordo con Fr., per contrasti caratteriali, essendo entrambe con una forte personalità” (doc. 5 convenuti);

– col decreto del 2.2.2010 (doc. 6) il giudice tutelare, “viste le certificazioni mediche prodotte, sentito il beneficiario, vista la documentazione allegata, visti i verbali”, aveva ritenuto sussistente la “sostanziale capacità di intendere e di volere” di An.Am., specificando anzi che si doveva escludere la necessità di ricorrere ad una misura più restrittiva; la nomina dell’AdS è stata infatti disposta non perché la de cuius fosse totalmente incapace, ma in considerazione della consistenza del di lei patrimonio e della semplice necessità, condivisa peraltro dalla stessa beneficiaria, “di essere assistita e/o rappresentata nella gestione” dei propri beni;

– lo stesso AdS non aveva a segnalare alcun rilevante decadimento cognitivo; anzi, dalla relazione da questi depositata il 23.7.2010 (doc. 8) sembra desumersi semmai il contrario: “in data 30.3.2010 la scrivente incontrava la signora Am.An. presso l’abitazione della nipote Fr.Am.: la beneficiaria appariva nel complesso assai vivace e loquace, tranne quando entrava la predetta nipote (…) In data 16.4.2010 l’AdS ha rivisto la signora An.Am. presso l’abitazione di Ce.Mo., sita in Susegana (TV), Via (…), ove la signora adesso vive, trovandola più serena”.

Tutti questi elementi sono tali da far ritenere provato esattamente il contrario di quanto affermato dall’attrice, ossia una sostanziale capacità di intendere e di volere della de cuius. Tali prove devono considerarsi maggiormente attendibili rispetto a quelle valorizzate dall’attrice, in quanto provenienti da fonti diversificate e sicuramente disinteressate (in particolare quanto ai documenti di formazione giudiziale). Soprattutto, appare decisiva la valutazione compiuta dal giudice tutelare dopo aver finanche esaminato personalmente An.Am.

Peraltro, quand’anche non si ritenessero decisive tali prove, comunque l’attrice sarebbe destinata a soccombere, dato che la contraddittorietà della prova non consentirebbe di ritenere dimostrata l’incapacità naturale della de cuius al momento della redazione del testamento (si ricordi che l’onere della prova grava sull’attrice). Neppure potrebbe sul punto supplire un’eventuale CTU (richiesta dall’attrice), dato che il perito dovrebbe pur sempre basarsi su documentazione contraddittoria e non decisiva, senza poter esaminare direttamente la persona (cosa invece fatta dal giudice tutelare).

Per completezza di sottolinea che sono invece assolutamente irrilevanti tutte le altre circostanze, su cui parte attrice si è molto dilungata, relativamente ai rapporti personali e familiari della de cuius e ai soggetti che le hanno prestato assistenza, trattandosi all’evidenza di considerazioni che esulano dalla valutazione circa la sua capacità di intendere e di volere.

Sul vizio della volontà

A sostegno della domanda di annullamento per dolo parte attrice afferma che “le odierne convenute … hanno fatto tutto il possibile per accaparrarsi la fiducia della signora An.Am. e far si che revocasse il testamento redatto a favore della nipote Fr.Am.” (v. pagg. 12 e s. comparsa conclusionale); oltre a ciò, l’attrice nota che nel testamento gli eredi istituiti sono elencati uno per riga e che successivamente vi sono quattro righe vuote; vi sarebbe poi “coincidenza numerica tra i soggetti intervenuti nella procedura per la nomina di AdS solo per opporsi alla nomina della signora Fr.Am. e i “buchi” rinvenibili nella scheda testamentaria”; infine, “nella valutazione sulla capacità di autodeterminazione della testatrice” dovrebbero essere valutati “il rapporto tra la signora Fr.Am. e la signora An.Am., il particolare carattere di quest’ultima ed i problemi di salute mentale che la hanno interessata”.

La domanda non può trovare accoglimento, non fosse altro perché le stesse allegazioni di parte attrice sono talmente vaghe ed hanno un contenuto talmente generico da non consentire neppure di comprendere in cosa consisterebbero in concreto gli “artifizi e raggiri” asseritamente usati dagli eredi istituiti.

Occorre poi ricordare che, per poter ritenere provato il dolo, “non è sufficiente qualsiasi influenza di ordine psicologico esercitata sul testatore mediante blandizie, richieste, suggerimenti o sollecitazioni, ma occorre la presenza di altri mezzi fraudolenti che – avuto riguardo all’età, allo stato di salute, alle condizioni di spirito dello stesso – siano idonei a trarlo in inganno, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volontà in un senso in cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata. La relativa prova, pur potendo essere presuntiva, deve fondarsi su fatti certi che consentano di identificare e ricostruire l’attività captatoria e la conseguente influenza determinante sul processo formativo della volontà del testatore” (Cass. 4653/2018).

Nel caso di specie detta prova è mancata. Le richieste di prova testimoniale sono state integralmente rigettate in quanto riguardanti circostanze irrilevanti ai fini del thema decidendum, nonché a causa del contenuto valutativo di molti dei capitoli formulati. Irrilevanti sono le considerazioni fatte dall’attrice a riguardo della struttura del testamento, contenente delle righe vuote e l’istituzione di eredi che poi sono intervenuti in successivi giudizi (si noti che non viene neppure allegata la violenza fisica nella redazione della scheda). Il fatto di “accaparrarsi la fiducia” di una persona non si può considerare attività corrispondente al dolo contrattuale.

Infine, proprio la considerazione del deteriorarsi dei rapporti con la nipote Fr. nel corso dell’anno precedente la redazione del testamento (fatto dimostrato dalla lettera del 25.10.2009 e comunque nella sostanza non negato dall’attrice) ed il “particolare carattere della de cuius” (descritto come non facile), lungi dal dimostrare il dolo, rendono anzi plausibile la volontà di An.Am. di revocare il precedente testamento e di nominare dei diversi eredi.

Sulle spese

Le spese, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale, ogni diversa domanda ed eccezione reiette ed ogni ulteriore deduzione disattesa, definitivamente pronunciando,

  1. Rigetta tutte le domande attoree in quanto infondate;
  2. Condanna l’attrice FR.AM. a rifondere alle convenute GR.BR., BE.AM., LE.SA., SO.SA. e NE.SA. le spese legali del presente procedimento, che si liquidano in Euro 8.500,00 per compenso, oltre ad IVA, CPA e rimborso delle spese forfetarie pari al 15% sul compenso ex DM 55/2014.

Così deciso in Treviso l’11 settembre 2018.

Depositata in Cancelleria il 2 ottobre 2018.

BOLOGNA SEPARAZIONE CONSENSUALE ,SEPARAZIONE CONSENSUALE BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO

BOLOGNA SEPARAZIONE CONSENSUALE, SEPARAZIONE CONSENSUALE BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO ,E LA CASA CONIUGALE?

Casa dolce casa.a quando ci si separa a chi va?

Famiglia – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Giudiziale – Con addebito

Parlando del  Diritto di famiglia occore  considerare che il diritto di famiglia  è uno degli ambiti che maggiormente influisce sulla qualità di vita dei nostri assistiti. In questo campo è più che mai necessaria la capacità di mediazione dell’avvocato. 

 

Quando si hanno delle soluzioni che soddisfano le esigenze dei separandi spesso si riesce  ad attenuare il trauma di una famiglia che si divide.

 

  1. I principali servizi che offre l’avvocato Sergio Armaroli nel settore sono i seguenti:
  2. Negoziazione assistita per la separazione personale dei coniugi;
  3. Separazione personale dei coniugi giudiziale (consensuale e non);
  4. Divorzio giudiziario;
  5. Divorzio breve;
  6. Modifica della condizioni di separazione;
  7. Modifica delle condizioni di divorzio;
  8. Modifica delle condizioni di affidamento di figli minori;
  9. Determinazione delle condizioni di affidamento e mantenimento di figli nati da coppie di fatto;
  • Accordi di convivenza;
  • Dichiarazioni di successione;
  • Rivendicazioni ereditarie;
  • Riconoscimento giudiziale della paternità o maternità;
  • Cambio sesso: rettificazione di attribuzione di sesso;
  • Modifica del cognome.
  • Ci si può separare o si può divorziare in modo consensuale se i coniugi raggiungono un accordo riguardo le condizioni relative all’affidamento dei figli e gli aspetti economici, altrimenti occorre che uno di essi presenti autonomamente un ricorso al Tribunale di competenza instaurando un Giudizio.

MA PERCHE’ SI CHIAMA SEPARAZIONE CONSENSUALE

 

Il termine consensuale deriva proprio dal fatto perché prevede il consenso espresso di entrambi i coniugi che giungono ad un accordo sulla spartizione dei loro beni in comunione e sull’affidamento dei figli nonché su tutte le possibili questioni connesse alla vita matrimoniale.

allontanamento del coniuge dalla casa coniugale – Mancanza di giusta causa – Violazione dell’obbligo di convivenza – Configurabilità – Ripartizione dell’onere della prova. FAMIGLIA – MATRIMONIO – SEPARAZIONE PERSONALE DEI CONIUGI – EFFETTI – ASSEGNO DI MANTENIMENTO – IN GENERE – Assegnazione della casa coniugale – Successiva revoca dell’assegnazione – Svantaggio economico conseguente – Rideterminazione della misura dell’assegno di mantenimento – Criteri – Fattispecie.

In tema di separazione personale,

allorché il giudice del merito abbia revocato il diritto di abitazione nella casa coniugale (nella specie, per raggiunta autosufficienza economica del figlio della coppia), la modifica dell’ammontare dell’assegno di mantenimento originariamente disposto a favore del coniuge economicamente più debole, rimasto privo di casa, pur dovendo considerare lo svantaggio economico conseguente, non deve essere, sempre e comunque, direttamente proporzionale al canone di mercato dell’immobile che il coniuge deve lasciare, potendo ipotizzarsi una diversa sistemazione, in abitazione eventualmente più modesta, ancorché decorosa.

 

L’allontanamento di uno dei coniugi dalla casa familiare 

costituisce, in difetto di giusta causa, violazione dell’obbligo di convivenza e la parte che, conseguentemente, richieda la pronuncia di addebito della separazione ha l’onere di provare il rapporto di causalità tra la violazione e l’intollerabilità della convivenza, gravando, invece, sulla controparte la prova della giusta causa.

La casa familiare deve essere assegnata tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli minorenni e dei figli maggiorenni non autosufficienti a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, per garantire il mantenimento delle loro consuetudini di vita e delle relazioni sociali che in tale ambiente si sono radicate, sicchè è estranea a tale decisione ogni valutazione relativa alla ponderazione tra interessi di natura solo economica dei coniugi o dei figli, ove in tali valutazioni non entrino in gioco le esigenze della prole di rimanere nel quotidiano ambiente domestico, e ciò sia ai sensi del previgente articolo 155 quater c.c., che dell’attuale art. 337 sexies c.c.

ome il previdente articolo 155 c.c., comma 4 (e, per il divorzio, la L. n. 898 del 1970, articolo 6), l’articolo 155 quater (introdotto dalla L. 8 febbraio 2006, n. 54) e l’articolo 337 sexies c.c. (introdotto dal Decreto Legislativo n. 154 del 2013, in vigore dal 7 febbraio 2014), nella parte in cui prevedeva (l’articolo 155 quater) e prevede (l’attuale articolo 337 sexies) che “il godimento della casa familiare e’ attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli”, hanno una ratio di protezione nei confronti di questi ultimi, tutelandone l’interesse a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, per mantenere le consuetudini di vita e le relazioni sociali che in esso si radicano (Cass. 6979/2007, 16398/2007, 14553/2011, 21334/2013).

L’assegnazione della casa coniugale non rappresenta, infatti, una componente delle obbligazioni patrimoniali conseguenti alla separazione o al divorzio o un modo per realizzare il mantenimento del coniuge piu’ debole e, nel nuovo regime, introdotto gia’ con la 1.54/2006, e’ espressamente condizionata soltanto all’interesse dei figli, essendo scomparso il “criterio preferenziale” costituito dall’affidamento della prole, a fronte del superamento, in linea di principio, dell’affidamento monogenitoriale in favore della scelta, di regola, dell’affido condiviso (C. Cost. 308/2008).

Questa Corte (Cass. 23591/2010) ha infatti ribadito che “la scelta cui il giudice e’ chiamato non puo’ prescindere dall’affidamento dei figli minori o dalla convivenza con i figli maggiorenni non ancora autosufficienti che funge da presupposto inderogabile dell’assegnazione” e che “suddetta scelta, inoltre, neppure puo’ essere condizionata dalla ponderazione tra gli interessi di natura solo economica dei coniugi o tanto meno degli stessi figli, in cui non entrino in gioco le esigenze della permanenza di questi ultimi nel quotidiano loro habitat domestico”; l’assegnazione della casa familiare in conclusione e’ “uno strumento di protezione della prole e non puo’ conseguire altre e diverse finalita’” (conf. Cass., da ultimo, l’articolo 6 15367/2015).

Igiene e sanità – Ospedali – BOLOGNA RAvenna forli cesena

Igiene e sanità – Ospedali – Responsabilità oggettiva della struttura sanitaria – Per infezione nosocomiale provocata da un’ingiustificata lunga degenza

e somministrazione farmacologica Igiene e sanità – Ospedali – BOLOGNA RAvenna forli cesena Igiene e sanità – Ospedali – BOLOGNA RAvenna forli cesena

PURTROPPO OGNI ANNO VI OSNO MOLTI DECESSI PER INFEZIONI NOSOCOMIALI

Igiene e sanità - Ospedali - Responsabilità oggettiva della struttura sanitaria infezioni nosocomiali risarcimento danni , infezioni nosocomiali
Igiene e sanità – Ospedali – Responsabilità oggettiva della struttura sanitaria infezioni nosocomiali risarcimento danni , infezioni nosocomiali

  1. Igiene e sanità – Ospedali – BOLOGNA RAvenna forli cesena : ambito civilistico ciò che rileva, in materia di causalità, è che l’evento sia prevedibile come conseguenza della condotta, non da parte dell’agente, ma come applicazione di regole statistiche e/o scientifiche, per cui il principio della regolarità causale diviene la misura della relazione probabilistica, in astratto, tra comportamento ed evento dannoso (nesso causale).
  2. Tale responsabilità del Ministero della salute, relativamente al contagio verificatosi negli anni tra il 1979 e il 1989, si presume (data la prevedibilità delle infezioni, scoperta nel 1978), e la presunzione può essere vinta solo se il Ministero fornisce la prova dell’adozione di condotte e misure necessarie per evitare la contagiosità, a prescindere dalla conoscenza di strumenti di prevenzione scientifica.Corte appello Roma sez. I, 06/04/2017

Il nesso di causalità materiale in materia di infezioniLa Corte di Cassazione ha stabilito che “ove sia dedotta la responsabilità contrattuale del sanitario per l’inadempimento della prestazione di diligenza professionale e la lesione del diritto alla salute, è onere del danneggiato provare, anche a mezzo di presunzioni, il nesso di causalità fra l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie) e la condotta del sanitario, mentre è onere della parte debitrice provare, ove il creditore abbia assolto il proprio onere probatorio, la causa imprevedibile ed inevitabile dell’impossibilità dell’esatta esecuzione della prestazione.”

MALASANITA-RISARICMENTO-VELOCE-
OTTENERE RISARICMENTO MALASANITA’

Secondo la Cassazione, la decisione è conforme al principio di diritto recentemente riaffermato in una delle sentenze del cosiddetto “decalogo di San Martino 2019”, sulla base della quale

“In tema di inadempimento di obbligazioni di diligenza professionale sanitaria, il danno-evento consta della lesione non dell’interesse strumentale alla cui soddisfazione è preposta l’obbligazione (perseguimento delle “leges artis” nella cura dell’interesse del creditore) ma del diritto alla salute (interesse primario presupposto a quello contrattualmente regolato); sicché, ove sia dedotta la responsabilità contrattuale del sanitario per l’inadempimento della prestazione di diligenza professionale e la lesione del diritto alla salute, è onere del danneggiato provare, anche a mezzo di presunzioni, il nesso di causalità fra l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie) e la condotta del sanitario, mentre è onere della parte debitrice provare, ove il creditore abbia assolto il proprio onere probatorio, la causa imprevedibile ed inevitabile dell’impossibilità dell’esatta esecuzione della prestazione”

(così Cass. Civ., Sez. III, n. 28991 dell’11 novembre 2019).

, il danno-evento nelle cause di responsabilità sanitaria non consiste nella violazione delle leges artis in sé considerate, bensì nella violazione del diritto alla salute del paziente; ne consegue che, ove sia dedotta una responsabilità di natura contrattuale del sanitario,

 

 

Infezioni nosocomiali Igiene e sanità – Ospedali – BOLOGNA RAvenna forli cesena

Nell’ipotesi di infezione contratta in ambito ospedaliero – cd. infezione nosocomiale – graverà sul soggetto danneggiato, oltre alla prova dell’esistenza del contratto e dell’aggravamento della patologia ovvero dell’insorgenza di nuove patologie, anche la prova del nesso causale tra il pregiudizio lamentato e l’infezione, secondo un criterio di “probabilità logica”, mentre graverà sulla struttura sanitaria – una volta accertata la sussistenza di tale nesso causale – l’onere di dimostrare di avere diligentemente operato, sia sotto il profilo dell’adozione, ai fini della salvaguardia delle condizioni igieniche dei locali e della profilassi della strumentazione chirurgica eventualmente adoperata, di tutte le cautele prescritte dalle vigenti normative e dalle leges artis, onde scongiurare l’insorgenza di patologie infettive a carattere batterico, sia sotto il profilo del trattamento terapeutico prescritto e somministrato al paziente dal personale medico, successivamente alla contrazione dell’infezione.

Il mancato raggiungimento della prova in ordine agli enunciati profili da parte della struttura sanitaria, ne comporta la responsabilità diretta nella causazione dell’infezione, per non aver messo a disposizione del paziente le attrezzature idonee ad evitare l’insorgenza della complicanza infettiva.

Tribunale Agrigento, 02/03/2016, n.370

Infezione e risarcimento Igiene e sanità – Ospedali – BOLOGNA RAvenna forli cesena

In tema di danno da infezione trasfusionale, è onere della struttura ospedaliera dimostrare che al momento della trasfusione il paziente avesse già contratto l’infezione per la quale domanda il risarcimento.

Cassazione civile sez. III, 24/09/2015, n.18895

Responsabilità per l’infezione contratta nella struttura ospedaliera

In tema di responsabilità contrattuale di struttura sanitaria e di responsabilità professionale del medico, il paziente ha il solo onere di dedurre qualificate inadempienze, idonee a porsi come causa o concausa del danno, restando poi a carico del debitore convenuto l’onere di dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso o che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno.

(Nella specie, il giudice ha affermato la responsabilità dei sanitari per l’infezione contratta all’interno di struttura ospedaliera da pedone ricoverato in seguito ad investimento, essendo stati pienamente assolti solo gli oneri probatori gravanti sull’investito).

  1. In via generale, è opportuno richiamare il consolidato orientamento della Corte di Cassazione secondo il quale “in tema di responsabilità civile nell’attività medico-chirurgica, ove sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, secondo il criterio, ispirato alla regola della normalità causale, del “più probabile che non”, restando a carico dell’obbligato – sia esso il sanitario o la struttura – la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinali da un evento imprevisto e imprevedibile” (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 975 del 16/0 1/2009). Più di recente, la Suprema Corte ha rilevato come “In tema di responsabilità contrattuale del medico nei confronti del paziente per danni derivanti dall’esercizio di attività di carattere sanitario, il paziente ha il solo onere di dedurre qualificate inadempienze, in tesi idonee a porsi come causa o concausa del danno, restando poi a carico del debitore convenuto l’onere di dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possaTribunale Milano sez. I, 16/04/2015, n.4841
  2. Ciò che, dunque, varia tra il processo penale e quello civile è la regola probatoria, in quanto nel primo vige la regola della prova oltre ogni ragionevole dubbio, mentre nel secondo vige la regola della preponderanza dell’evidenza o del più probabile che non, attesa la diversità dei valori in gioco nel processo penale tra accusa e difesa e la equivalenza di quelli in gioco nel processo civile tra le due parti.
  3. Nell’ipotesi in cui si deduca l’avvenuto contagio del paziente da virus HCV in seguito a trasfusioni o altre terapie con emoderivati, pertanto, nonostante la storia clinica travagliata del medesimo e, dunque, la plurima sottoposizione a procedure in grado di trasmettere il virus predetto, ma ad un’unica trasfusione, non può affatto escludersi la cosiddetta infezionenosocomiale, in quanto l’ipotesi della trasmissione del virus attraverso la trasfusione appare essere, da punto di vista delle conoscenze scientifiche e delle verifiche statistiche, il più probabile veicolo di contagio. Nella fattispecie concreta, pertanto, verificatasi la descritta ipotesi, appare evidente che la prova della sussistenza del nesso causale tra la condotta (trasfusione) e l’evento dannoso (contagio) sulla base della regola della preponderanza dell’evidenza o del più probabile del non, appare pienamente integrata, in quanto l’evento appariva pienamente prevedibile proprio sulla base delle regole statistiche e/o scientifiche in presenza di sangue infetto. Nel caso concreto deve, altresì, ritenersi sussistente l’elemento soggettivo in capo all’azienda sanitaria e, di conseguenza, in riforma della gravata pronuncia, concludersi per l’accoglimento della domanda risarcitoria formulata dal paziente per il ristoro dei pregiudizi subiti in seguito al contagio predetto.
Igiene e sanità - Ospedali - BOLOGNA RAvenna forli cesena
Igiene e sanità – Ospedali – BOLOGNA RAvenna forli cesena
  1. Come emerge dalla richiamata sentenza della Corte di Cassazione sez. III n. 21619/07  Igiene e sanità – Ospedali – BOLOGNA RAvenna forli cesena
  2. confermata sul punto anche dalle Sezioni Unite n. 581/08, il nesso di causalità in sede civile si deve distinguere da quello in sede penale.
  3. In primo luogo il baricentro della disciplina penale, con riferimento al profilo causale, è sempre e comunque rivolto verso l’autore del reato, mentre in quello civile l’istituto del nesso di causalità ruota intorno alla figura del danneggiato. Inoltre alla tipicità della violazione della norma penale si contrappone la atipicità dell’illecito civile. I principi che regolano la causalità sono anche in sede civile quelli dettati dagli articoli 40 e 41 del codice penale(regolarità causale o condicio sine qua non), in assenza di altre norme sul nesso causale nell’ordinamento civilistico.
  4. Ciascuno è quindi responsabile soltanto delle conseguenze della sua condotta, attiva od omissiva, che appaiano sufficientemente prevedibili ai momento nei quale ha agito, escludendosi in tal modo la responsabilità per tutte le conseguenze assolutamente atipiche o imprevedibili, secondo un giudizio di adeguatezza con valutazione ex ante, vale a dire al momento della condotta, nel senso di accertare se al momento in cui è avvenuta l’azione era del tutto imprevedibile che ne sarebbe potuta discendere una data conseguenza.
  5. In altri termini ciò che rileva è che l’evento sia prevedibile come conseguenza della condotta, non da parte dell’agente, ma come applicazione di regole statistiche e/o scientifiche, per cui il principio della regolarità causale diviene la misura della relazione probabilistica, in astratto, tra comportamento e l’evento dannoso (nesso causale).
  6. L’infezione nosocomiale,
  7. con conseguente decesso del paziente, provocata da un’ingiustificata lunga degenza post-operatoria e da una altrettanto ingiustificata somministrazione farmacologica durante la degenza è fonte di responsabilità a carico della struttura ospedaliera, a prescindere dalla presenza di errori od omissioni da parte del personale sanitario. 
  8. Igiene e sanità – Ospedali – BOLOGNA RAvenna forli cesena : emerge dalla richiamata sentenza della Corte di Cassazione sez. III n. 21619/07, confermata sul punto anche dalle Sezioni Unite n. 581/08, il nesso di causalità in sede civile si deve distinguere da quello in sede penale.
  9. In primo luogo il baricentro della disciplina penale, con riferimento al profilo causale, è sempre e comunque rivolto verso l’autore del reato, mentre in quello civile l’istituto del nesso di causalità ruota intorno alla figura del danneggiato. Inoltre alla tipicità della violazione della norma penale si contrappone la atipicità dell’illecito civile. I principi che regolano la causalità sono anche in sede civile quelli dettati dagli articoli 40 e 41 del codice penale(regolarità causale o condicio sine qua non), in assenza di altre norme sul nesso causale nell’ordinamento civilistico.
  10. Ciascuno è quindi responsabile soltanto delle conseguenze della sua condotta, attiva od omissiva, che appaiano sufficientemente prevedibili ai momento nei quale ha agito, escludendosi in tal modo la responsabilità per tutte le conseguenze assolutamente atipiche o imprevedibili, secondo un giudizio di adeguatezza con valutazione ex ante, vale a dire al momento della condotta, nel senso di accertare se al momento in cui è avvenuta l’azione era del tutto imprevedibile che ne sarebbe potuta discendere una data conseguenza.
  11. In altri termini ciò che rileva è che l’evento sia prevedibile come conseguenza della condotta, non da parte dell’agente, ma come applicazione di regole statistiche e/o scientifiche, per cui il principio della regolarità causale diviene la misura della relazione probabilistica, in astratto, tra comportamento e l’evento dannoso (nesso causale).
  12. Quello che cambia nella ricostruzione del nesso causale
  13. tra il processo penale e quello civile è la regola probatoria, in quanto nel primo vige la regola della prova “oltre il ragionevole dubbio” (Cassazione Penale S.U. n. 30328/02 Fr.), mentre nel secondo vige la regola della preponderanza dell’evidenza o “del più probabile che non”, attesa la diversità dei valori in gioco nel processo penale tra accusa e difesa e l’equivalenza di quelli in gioco nel processo civile tra le due parti.
  14. Anche la Corte di Giustizia C E è indirizzata ad accettare che la causalità nel processo civile non possa che appoggiarsi sul logiche di tipo probabilistico, al punto che in alcune decisioni in merito alla violazione delle norme sulla concorrenza in danno del consumatore ha ritenuto il nesso eziologico sussistente qualora il danno “appaia sufficientemente probabile”, come conseguenza di determinate condotte del soggetto agente.
  15. Da quanto si è sin qui osservato si deve quindi concludere che si deve concordare con l’appellante laddove sostiene che le conclusioni della c.t.u. debbano essere disattese, in quanto nel caso che occupa, se deve rilevarsi per un verso che il (…) ha avuto una storia clinica travagliata, che lo ha costretto a diversi ricoveri e anche ad indagini invasive, è pur vero che non risulta che il predetto sia stato sottoposto ad altre trasfusioni ovvero ad ulteriori terapie con emoderivati, ulteriori rispetto alla unica trasfusione eseguita al Ni., ed altrettanto certo, e sul punto è concorde anche lo stesso consulente, in soggetti come il non tossicodipendenti, la somministrazione di sangue e di emoderivati resta il veicolo più comune di trasmissione virale negli anni 70 – 80 (pagina 14 della relazione peritale).
  16. Quindi se il periziato, per le sue diverse patologie, fu in più occasioni sottoposto a procedure in grado di trasmettere l’HCV, e quindi la cosiddetta infezione nosocomiale non può essere esclusa, d’altro canto l’ipotesi della trasmissione attraverso la trasfusione appare essere, dal punto di vista delle conoscenze scientifiche e delle verifiche statistiche, il più probabile veicolo di contagio. In proposito va segnalato ancora una volta un passaggio della relazione peritale laddove il consulente rimarca che “l’aumento delle transaminasi, segnale più sensibile dell’avvenuto contagio, in precedenza assente, comparve solo dopo l’emotrasfusione erogata dai Ni.”.
  17. Appare allora evidente che la prova della sussistenza del nesso causale tra la condotta (trasfusione) e l’evento dannoso (contagio) sulla base della regola della preponderanza dell’evidenza o “del più probabile che non” appare pienamente integrata nella fattispecie in esame, in quanto l’evento appariva pienamente prevedibile proprio sulla base delle regole statistiche e/o scientifiche di cui sopra si è detto in presenza di sangue Infetto.

Passando all’esame della sussistenza dell’elemento soggettivo in capo alla appellata Azienda ospedaliera, si deve disattendere la decisione del giudice di primo grado e le valutazioni sulla base delle quali la deliberazione è stata adottata.

Se è noto come all’epoca della trasfusione non esistesse ancora uno specifico marker per II virus HCV, tuttavia esistevano analisi sierologiche (alterazioni delle transaminasi, per esempio), ma anche marcatori per la epatite B (dal 1978) o per l’HIV (1985), che costituivano segnali Indicatori sicuramente molto importanti al fine di verificare le condizioni di salute del donatore e l’eventuale sussistenza di rilevatori di infezioni di carattere epatico. Difatti già a partire dagli anni 60 era noto in ambito medico scientifico un terzo tipo di epatite, chiamato dalla comunità internazionale “NANB”, ossia non A non B, per indicare le differenze rispetto ai virus epatici degli altri tipi.

In quegli anni si era già riconosciuto che la via privilegiata del contatto con tale virus erano le trasfusioni di sangue.

Se la ricerca scientifica non aveva ancora individuato il modo di isolare il virus e un metodo per la sua individuazione nel sangue, come sostenuto dal giudice di primo grado, lo studio dei fattori di rischio consentiva la possibilità di individuare possibili donatori infetti mediante opportuni marcatori.

  1. L’eziologia del tipo di virus non A non B veniva identificato di fatto escludendo nei donatori coinvolti la presenza del HbsAg, cioè il marcatore diretto del virus 8, e la positività degli stessi alle indagini sierologiche del virus A.
  2. Altro fattore di rischio per la trasmissione del virus dell’epatite in parola era costituita dalla presenza di possibili infezioni da Citomegaiovirus o dai virus Ebstein – Barr e soprattutto dalla Ipertransaminasemia del donatore.
  3. Ulteriore criterio di selezione era costituito dalla esclusione dei donatori mercenari o cosiddetti commerciali.
  4. Alcuni autori ribadivano in particolare la validità dei criterio di esclusione dei donatori con transaminasi elevate, con una riduzione del 30 – 40% delle epatiti post – trasfusionali.
  5. Già all’epoca in cui è stata effettuata la trasfusione all’appellante, quindi, era ben viva l’attenzione del mondo trasfusionale e infettivologico per il rischio di contagio di questo nuovo tipo di virus di epatite.
  6. Le indicazioni emergenti già in quel momento storico consigliavano quindi cautela nella selezione dei donatori, con più restrittivi criteri per il valore delle transaminasi, come pure nell’utilizzo di marcatori virali del virus B, in quanto individuati come marcatori diretti e surrogati di un rischio biologico aumentato in relazione al contagio con il virus NANB.
  7. Non appare condivisibile (a sentenza di primo grado, inoltre, laddove sostiene che non esisteva un obbligo giuridico per l’Ospedale di effettuare tali controlli, in assenza di un marcatore del virus, test Introdotto come obbligatorio in Italia solo nel 1990, rilevandosi una eventuale responsabilità solo in capo al Ministero ma non anche della Azienda ospedaliera. La tesi appare da disattendere per due ordini di ragioni. Da un lato si deve osservare che rientra certamente negli obblighi legali ed istituzionali di un Ospedale procedere ad una raccolta di sangue che non comporti rischi di infezioni per il paziente e quindi attenersi a quelle linee giuda individuate dalla Comunità scientifica per escludere soggetti con alterazioni sierologiche o con eventi infettivi in atto o pregressi.
  8. Inoltre, se il virus HCV era totalmente sconosciuto, tuttavia il Ministero aveva imposto l’analisi delle transaminasi già nel 1966, in quanto come detto era stato individuato in ambito scientifico il terzo tipo di epatite NANB, associato a livelli elevati di transaminasi.
  9. Difatti il Ministero aveva emanato due circolari nel 1970 (n. 75) e nel 1974 (n. 103) sulla profilassi dell’epatite e sulla ricerca dell’Antigene Australia, che si aggiungevano alla circolare 28 marzo 1966, diretta ai medici provinciali, con la quale il Ministero imponeva l’obbligo della determinazione sistemica periodica delle transaminasi nei donatori di sangue in quanto, come detto, l’alterazione del valore delle stesse era indice di probabili infezioni; i d.m. del 18 giugno 1971 per la selezione del donatore e quello 15 settembre 1972 che imponeva rigorosi limiti all’importazione ed esportazione del sangue umano e dei suoi derivati. Ciò porta quindi ad affermare che esisteva già al tempo della trasfusione praticata al (…) un obbligo giuridicamente sancito a carico dell’Azienda ospedaliera di attenersi a criteri rigorosi di selezione del donatore.

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INFEZIONE  OSPEDALIERA DANNO BOLOGNA  PRATO VENEZIA  PADOVA MILANO BRESCIA Rapporto di causalità – Concorso di cause

INFEZIONE  OSPEDALIERA DANNO BOLOGNA  PRATO VENEZIA  PADOVA MILANO BRESCIA Rapporto di causalità – Concorso di cause – Interruzione del nesso di causalità – Causa sopravvenuta sufficiente a determinare l’evento – Infezione nosocomiale. (Cp, articoli 40, 41 e 589) Corte di Cassazione|Sezione 4|Penale|Sentenza|11 luglio 2017| n. 33770 infezione ospedaliera danno

  • AVVOCATO ESPERTO RISARCIMENTO DANNI INFEZIONI OSPEDALIERE CHE CAUSANO MORTE O GRAVI DANNI ANCHE CEREBRALI –infezione ospedaliera dannoAVVOCATO-RECUPERO-CREDITI-BOLOGNA-AZIENDE-BELLA

  • La cassazione ha già avuto modo di affermare che: ‘In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, incombe sul paziente che agisce per il risarcimento del danno l’onere di provare il nesso di causalità tra l’evento di danno (aggravamento della patologia preesistente ovvero insorgenza di una nuova patologia) e l’azione o l’omissione dei sanitari, non potendosi predicare, rispetto a tale elemento della fattispecie, il principio della maggiore vicinanza della prova al debitore, in virtù del quale, invece, incombe su quest’ultimo l’onere della prova contraria solo relativamente alla colpa ex art. 1218 c.c.’ (Cass., ord., 20/08/2018, n. 20812; Cass. 7/12/2017, n. 29315) e che ‘Nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere del paziente dimostrare l’esistenza del nesso causale, provando che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del ‘più probabile che non’, causa del danno, sicchè, ove la stessa sia rimasta assolutamente incerta, la domanda deve essere rigettata’ (Cass. 15/02/2018, n. 3704; Cass. 26/07/2017, n. 18392). infezione ospedaliera danno

  • Tali principi vanno ribaditi in questa sede; pertanto, va affermato che, nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere dell’attore, paziente danneggiato, provare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il danno di cui chiede il risarcimento, onere che va assolto dimostrando che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del ‘più probabile che non’, la causa del danno, con la conseguenza che, se, al termine dell’istruttoria, non risulti provato il suddetto nesso tra condotta ed evento, la domanda dev’essere rigettata.

  • Va evidenziato che questa conclusione non si pone in contrasto con quanto affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte (Cass., sez. un., 11/1/2008, n. 577, pure richiamata dalla ricorrente), secondo cui ‘in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante’.

MALASANITA-RISARICMENTO-VELOCE-
OTTENRE RISARICMENTO MALASANITA’

  • Questo principio venne, infatti, affermato a fronte di una situazione in cui l’inadempimento ‘qualificato’, allegato dall’attore (ossia l’effettuazione di un’emotrasfusione) era tale da comportare di per sè, in assenza di fattori alternativi ‘più probabili’, nel caso singolo di specie, la presunzione della derivazione del contagio dalla condotta. La prova della prestazione sanitaria conteneva già, in questa chiave di analisi, quella del nesso causale, sicchè non poteva che spettare al convenuto l’onere di fornire una prova idonea a superare tale presunzione secondo il criterio generale di cui all’art. 2697 c.c., comma 2, e non la prova liberatoria richiesta dall’art. 1218 c.c..

  • Si rileva, al riguardo che, in punto di nesso causale in tela di responsabilità medica sono stati affermati i seguenti principi: “In tema di responsabilità professionale del medico chirurgo, una accurata ricognizione del complesso rapporto intercorrente tra la fattispecie del nesso causale e quella della colpa, con specifico riferimento ai rispettivi, peculiari profili probatori, consente la enunciazione dei seguenti principi:

  • 1) il nesso di causalità è elemento strutturale dell’illecito, che corre – su di un piano strettamente oggettivo e secondo una ricostruzione logica di tipo sillogistico – tra un comportamento (dell’autore del fatto) astrattamente considerato (e non ancora utilmente qualificabile in termini di damnum iniuria datum) e l’evento;

  • 2) nell’individuazione di tale relazione primaria tra condotta ed evento, si prescinde, in prima istanza, da ogni valutazione di prevedibilità, tanto soggettiva quanto oggettivata, da parte dell’autore del fatto, essendo il concetto logico di previsione insito nella categoria giuridica della colpa (elemento qualificativo dell’aspetto soggettivo del torto, la cui analisi si colloca in una dimensione temporale successiva in seno alla ricostruzione della complessa fattispecie dell’illecito);

AVVOCATO-ESPERTO-MALASANITA-BOLOGNA-RAVENNA-FORLI-CESENA
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  • 3) il nesso di causalità materiale tra condotta ed evento è quello per cui ogni comportamento antecedente (prossimo, intermedio, remoto) che abbia generato, o anche solo contribuito a generare, tale obbiettiva relazione col fatto deve considerarsi causa dell’evento stesso;

  • 4) il nesso di causalità giuridica è, per converso, relazione eziologica per cui i fatti sopravvenuti, di per sé soli idonei a determinare l’evento, interrompono il nesso con il fatto di tutti gli antecedenti causali precedenti;

  • 5) la valutazione del nesso di causalità giuridica, tanto sotto il profilo della dipendenza dell’evento dai suoi antecedenti fattuali, quanto sotto l’aspetto della individuazione del novus actus interveniens, va compiuta secondo criteri a) di probabilità scientifica, ove questi risultino esaustivi; b) di logica, se appare non praticabile (o insufficientemente praticabile) il ricorso a leggi scientifiche di copertura; con l’ulteriore precisazione che, nell’illecito omissivo, l’analisi morfologica della fattispecie segue un percorso affatto speculare – quanto al profilo probabilistico – rispetto a quello commissivo, dovendosi, in altri termini, accertare il collegamento evento/comportamento omissivo in termini di probabilità inversa, onde inferire che l’incidenza del comportamento omesso si pone in relazione non/probabilistica con l’evento (che, dunque, si sarebbe probabilmente avverato anche se il comportamento fosse stato posto in essere), a prescindere, ancora, dall’esame di ogni profilo di colpa intesa nel senso di mancata previsione dell’evento e di inosservanza di precauzioni doverose da parte dell’agente”. (Cass. n. 7997 del 2005).

  • Nell’ambito della responsabilità civile medica il nesso causale in senso materiale suppone che rispetto all’evento dannoso la condotta commissiva od omissiva del sanitario (riferibile alla struttura, che opera attraverso di esso) si ponga come antecedente necessario, anche in concorso con altri, rispetto alla verificazione dell’evento.

  • Il problema del nesso causale, tuttavia, sotto il profilo probatorio, allorquando la responsabilità medica ha natura contrattuale (com’è pacifico nella vicenda di cui è processo), assume connotazioni particolari.

  • Si rileva, in proposito, che allorquando la responsabilità medica venga invocata a titolo contrattuale, cioè nel presupposto che fra il paziente ed il medico e/o la struttura sanitaria sia intercorso un rapporto contrattuale (o, come si dice, da ‘contatto’), l’individuazione dell’onere probatorio riguardo al nesso causale deve tenere conto della circostanza che la responsabilità è invocata in forza di un rapporto obbligatorio corrente fra le parti, nell’ambito del quale il medico e/o la struttura sanitaria si era impegnata ad intervenire sulla persona del paziente assumendo un obbligo di adoperarsi per prestare la cura rispetto ad una situazione lamentata dal paziente riguardo alla salute della propria persona.

  • Qualora l’impegno curativo sia stato assunto senza particolari limitazioni circa la sua funzionalizzazione a risolvere il problema presentato dal paziente, essendo la vicenda dello svolgimento del rapporto curativo oggetto di un rapporto obbligatorio e, dunque, connotandosi secondo lo schema per cui era dovuta una certa prestazione, quella curativa, che, sebbene non dovesse ex necesse portare ad un risultato risolutivo (non trattandosi, secondo un vecchio schema dottrinale di un’obbligazione di risultato, bensì di mezzi), imponeva la sua esecuzione secondo il meglio della lex artis e, quindi, in modo diligente, nel contempo implicava l’affidamento del paziente alla cura e, quindi, ad un’ingerenza sulla propria persona, si deve ritenere che, dal punto di vista del danneggiato la prova del nesso causale quale fatto costitutivo della domanda intesa a far valere la responsabilità per l’inadempimento del rapporto curativo si sostanzia nella dimostrazione che l’esecuzione del rapporto curativo, che si sarà articolata con comportamenti positivi ed eventualmente omissivi, si è inserita nella serie causale che ha condotto all’evento di preteso danno, che è rappresentato o dalla persistenza della patologia per cui si era richiesta la prestazione o dal suo aggravamento fino anche ad un esito finale come quello mortale o dall’insorgenza di una nuova patologia che non era quella con cui il rapporto era iniziato.

  • La dimostrazione di uno di tali eventi, connotandosi come inadempimento sul piano oggettivo, essendosi essi verificati a seguito dello svolgimento del rapporto curativo, e, quindi, necessariamente – sul piano della causalità materiale – quale conseguenza del suo svolgimento, è ciò che deve darsi dal danneggiato ai fini della dimostrazione del nesso causale.

  • Questi principi, che, in definitiva evidenziano la particolarità del problema del nesso causale nella responsabilità medica di natura contrattuale, si pongono in linea che quanto è stato affermato dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 577 del 2008, riguardo alla quale esattamente l’Ufficio del Ruolo e del Massimario ha correttamente individuato il seguente principio di diritto (che trova corrispondenza in quanto la sentenza ha affermato nei paragrafi 5.1. e seguenti della sua motivazione):

  • “In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante (nella specie la S.C. ha cassato la sentenza di merito che – in relazione ad una domanda risarcitoria avanzata da un paziente nei confronti di una casa di cura privata per aver contratto l’epatite C asseritamente a causa di trasfusioni con sangue infetto praticate a seguito di un intervento chirurgico – aveva posto a carico del paziente l’onere di provare che al momento del ricovero egli non fosse già affetto da epatite)”.

 

Le infezioni nosocomiali sono delle infezioni contratte durante un soggiorno in uno stabile ospedaliero (ospedale, clinica, ecc.). Più precisamente si parta di un’infezione nosocomiale quando tale infezione si presenta nel paziente nel momento dell’ingresso in ospedale, quando prima non sussisteva.

Le cause delle infezioni nosocomiali sono la presenza di germi o batteri nello stabile ospedaliero e possono essere trasmesse in diverse maniere: difese immunitarie fragili, per contatto cutaneo, trasmissione incrociata tra malati, il personale, contaminazione dell’ambiente ospedaliero (acqua, aria, materiale, alimenti ecc.).

 

In tema di responsabilità professionale del medico, in relazione al nesso causale tra la condotta colposa del medico e l’evento lesivo è da escludere che possano avere una efficacia interruttiva le infezioni sopraggiunte durante il ricovero ospedaliero. Non è infatti configurabile il sopravvenire di un rischio nuovo e incommensurabile, del tutto incongruo rispetto alla condotta originaria, cui possa annettersi valore interruttivo del rapporto di causalità: ciò perché l’”infezione nosocomiale” è uno dei rischi tipici e prevedibili da tener in conto nei casi di non breve permanenza nei raparti di terapia intensiva, ove lo sviluppo dei processi infettivi è tutt’altro che infrequente in ragione delle condizioni di grave defedazione fisica dei pazienti. 

RICORDO DI DECESSI PER INFEZIONI NOSOCOMIALI

In seguito al ricovero, la (OMISSIS), il (OMISSIS), veniva sottoposta presso il Policlinico ad un intervento chirurgico di riduzione chiusa di una frattura nasale non a cielo aperto; dopo l’operazione, la donna veniva trasferita nel reparto di rianimazione, dove pero’ decedeva il (OMISSIS) per insufficienza cardiorespiratoria. Secondo la ricostruzione operata dai consulenti del Pubblico ministero e accolta dai giudici di merito, al termine dell’intervento chirurgico si era manifestata nella (OMISSIS) un’encefalopatia ischemica, dalla quale era derivato lo stato comatoso, con progressivo peggioramento delle condizioni generali e conseguente decesso; l’ischemia cerebrale veniva collegato a una carenza d’ossigeno generalizzata a livello cerebrale, indotta dalla condotta della d.ssa (OMISSIS), che aveva determinato un’insufficienza respiratoria a causa della mala gestio delle vie aeree (ed in specie dell’apparato oro tracheale).

Piu’ precisamente la (OMISSIS), secondo le linee guida, avrebbe dovuto assicurare alla paziente una corretta ventilazione polmonare durante l’intervento, pur con il presidio della cannula di Guedel (in concreto utilizzata al posto della piu’ prudente intubazione oro tracheale), per evitare il pericolo, purtroppo verificatosi, di ostruzione delle alte vie respiratorie. La cattiva gestione delle vie aeree da parte della (OMISSIS) – proseguita pur a fronte di segni clinici strumentali della carenza di ossigeno nel sangue durante l’intervento determinava pero’, come detto, una condizione di prolungata ipossia, con conseguente danno cerebrale, in paziente che oltretutto era sottoposta ad operazione chirurgica in sede nasale.

La Corte di merito ha disatteso le doglianze dell’imputata appellante, rivolte contro le valutazioni dei consulenti e alcune dichiarazioni testimoniali delle infermiere (OMISSIS) e (OMISSIS).

Piu’ in particolare, veniva rigettata la richiesta di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale mediante confronto tra il consulente della difesa e quello del P.M., atteso che la ricostruzione operata da quest’ultimo risultava condivisibile, in quanto argomentata sulla base di dati certi, e che non si ravvisavano contraddizioni fra l’elaborato scritto del consulente prof. (OMISSIS) e le sue dichiarazioni in aula. La Corte d’appello ha poi effettuato una sintetica ricostruzione dei passaggi della vicenda, condividendo le valutazioni del consulente del P.M. a proposito delle manchevolezze della d.ssa (OMISSIS) e della loro rilevanza nel prodursi del corna cerebrale a carico della (OMISSIS). Infine, i giudici del collegio hanno escluso la rilevanza dei segnalati elementi di contraddizione fra le dichiarazioni rese dalle infermiere, ed hanno altresi’ escluso la decisivita’ della rilevanza causale (e la portata interruttiva del nesso di causalita’) delle infezioni contratte dalla vittima all’interno del reparto di rianimazione dopo l’intervento.

Infezioni nosocomiali

Nell’ipotesi di infezione contratta in ambito ospedaliero – cd. infezione nosocomiale – graverà sul soggetto danneggiato, oltre alla prova dell’esistenza del contratto e dell’aggravamento della patologia ovvero dell’insorgenza di nuove patologie, anche la prova del nesso causale tra il pregiudizio lamentato e l’infezione, secondo un criterio di “probabilità logica”, mentre graverà sulla struttura sanitaria – una volta accertata la sussistenza di tale nesso causale – l’onere di dimostrare di avere diligentemente operato, sia sotto il profilo dell’adozione, ai fini della salvaguardia delle condizioni igieniche dei locali e della profilassi della strumentazione chirurgica eventualmente adoperata, di tutte le cautele prescritte dalle vigenti normative e dalle leges artis, onde scongiurare l’insorgenza di patologie infettive a carattere batterico, sia sotto il profilo del trattamento terapeutico prescritto e somministrato al paziente dal personale medico, successivamente alla contrazione dell’infezione.

Il mancato raggiungimento della prova in ordine agli enunciati profili da parte della struttura sanitaria, ne comporta la responsabilità diretta nella causazione dell’infezione, per non aver messo a disposizione del paziente le attrezzature idonee ad evitare l’insorgenza della complicanza infettiva.

Tribunale Agrigento, 02/03/2016, n.370

Infezione e risarcimento

In tema di danno da infezione trasfusionale, è onere della struttura ospedaliera dimostrare che al momento della trasfusione il paziente avesse già contratto l’infezione per la quale domanda il risarcimento.

Cassazione civile sez. III, 24/09/2015, n.18895

Responsabilità per l’infezione contratta nella struttura ospedaliera

In tema di responsabilità contrattuale di struttura sanitaria e di responsabilità professionale del medico, il paziente ha il solo onere di dedurre qualificate inadempienze, idonee a porsi come causa o concausa del danno, restando poi a carico del debitore convenuto l’onere di dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso o che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno.

(Nella specie, il giudice ha affermato la responsabilità dei sanitari per l’infezione contratta all’interno di struttura ospedaliera da pedone ricoverato in seguito ad investimento, essendo stati pienamente assolti solo gli oneri probatori gravanti sull’investito).

Tribunale Milano sez. I, 16/04/2015, n.4841

avvocato a bologna
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Cassazione – Motivi di ricorso – Mancata assunzione di prova decisiva – Nozione di decisività – Fattispecie relativa a responsabilità medica per omicidio colposo

REPUBBLICA ITALIANA infezione ospedaliera danno

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO infezione ospedaliera danno

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BLAIOTTA Rocco Marco – Presidente

Dott. DI SALVO Emanuele – Consigliere

Dott. MONTAGNI Andrea – Consigliere

Dott. CAPPELLO Gabriella – Consigliere

Dott. PAVICH Giuseppe – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 14/10/2016 della CORTE APPELLO di ROMA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. GIUSEPPE PAVICH;

Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dr. Romano Giulio, che ha concluso per l’inammissibilita’ del ricorso.

Udito il difensore di Parte Civile avvocato (OMISSIS) del foro di Firenze conclude per l’inammissibilita’ del ricorso; deposita conclusioni scritte e nota spese.

L’avvocato (OMISSIS) del foro di SALERNO in difesa di (OMISSIS) si riporta ai motivi e ne chiede l’accoglimento.

RITENUTO IN FATTO

  1. La Corte d’appello di Roma, in data 14 ottobre 2016, ha confermato la sentenza di condanna alla pena di giustizia e alle statuizioni civili emessa dal Tribunale di Roma il 15 aprile 2015 nei confronti di (OMISSIS), imputata del delitto di omicidio colposo a lei contestato in rubrica.

1.1. L’addebito mosso alla (OMISSIS), medico anestesista presso il Policlinico (OMISSIS), riguarda le condotte dalla stessa poste in essere nei riguardi della paziente (OMISSIS), che era stata ricoverata presso il nosocomio in relazione agli esiti traumatici di un incidente stradale.

avvocato esperto bologna
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In seguito al ricovero, la (OMISSIS), il (OMISSIS), veniva sottoposta presso il Policlinico ad un intervento chirurgico di riduzione chiusa di una frattura nasale non a cielo aperto; dopo l’operazione, la donna veniva trasferita nel reparto di rianimazione, dove pero’ decedeva il (OMISSIS) per insufficienza cardiorespiratoria. Secondo la ricostruzione operata dai consulenti del Pubblico ministero e accolta dai giudici di merito, al termine dell’intervento chirurgico si era manifestata nella (OMISSIS) un’encefalopatia ischemica, dalla quale era derivato lo stato comatoso, con progressivo peggioramento delle condizioni generali e conseguente decesso; l’ischemia cerebrale veniva collegato a una carenza d’ossigeno generalizzata a livello cerebrale, indotta dalla condotta della d.ssa (OMISSIS), che aveva determinato un’insufficienza respiratoria a causa della mala gestio delle vie aeree (ed in specie dell’apparato oro tracheale).

Piu’ precisamente la (OMISSIS), secondo le linee guida, avrebbe dovuto assicurare alla paziente una corretta ventilazione polmonare durante l’intervento, pur con il presidio della cannula di Guedel (in concreto utilizzata al posto della piu’ prudente intubazione oro tracheale), per evitare il pericolo, purtroppo verificatosi, di ostruzione delle alte vie respiratorie. La cattiva gestione delle vie aeree da parte della (OMISSIS) – proseguita pur a fronte di segni clinici strumentali della carenza di ossigeno nel sangue durante l’intervento determinava pero’, come detto, una condizione di prolungata ipossia, con conseguente danno cerebrale, in paziente che oltretutto era sottoposta ad operazione chirurgica in sede nasale.

1.2. La Corte di merito ha disatteso le doglianze dell’imputata appellante, rivolte contro le valutazioni dei consulenti e alcune dichiarazioni testimoniali delle infermiere (OMISSIS) e (OMISSIS).

Piu’ in particolare, veniva rigettata la richiesta di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale mediante confronto tra il consulente della difesa e quello del P.M., atteso che la ricostruzione operata da quest’ultimo risultava condivisibile, in quanto argomentata sulla base di dati certi, e che non si ravvisavano contraddizioni fra l’elaborato scritto del consulente prof. (OMISSIS) e le sue dichiarazioni in aula. La Corte d’appello ha poi effettuato una sintetica ricostruzione dei passaggi della vicenda, condividendo le valutazioni del consulente del P.M. a proposito delle manchevolezze della d.ssa (OMISSIS) e della loro rilevanza nel prodursi del corna cerebrale a carico della (OMISSIS). Infine, i giudici del collegio hanno escluso la rilevanza dei segnalati elementi di contraddizione fra le dichiarazioni rese dalle infermiere, ed hanno altresi’ escluso la decisivita’ della rilevanza causale (e la portata interruttiva del nesso di causalita’) delle infezioni contratte dalla vittima all’interno del reparto di rianimazione dopo l’intervento.

  1. Avverso la prefata sentenza ricorre la (OMISSIS), per il tramite del suo difensore di fiducia.

2.1. Il ricorso consta di un unico motivo, con il quale la deducente lamenta vizio di motivazione e mancata assunzione di una prova decisiva: in specie, oggetto di lagnanza e’ il mancato accoglimento della richiesta difensiva di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale mediante confronto fra il consulente del P.M. e quello della difesa (confronto gia’ oggetto di richiesta in primo grado, rigettata dal Tribunale); tale acquisizione probatoria, che alla luce della motivazione della sentenza di primo grado avrebbe avuto portata decisiva, non e’ stata pero’ disposta, sebbene la Corte di merito potesse, dal confronto fra gli esperti, trarre motivi per giungere a un convincimento diverso da quello del primo giudice. Prosegue la ricorrente evidenziando la contraddittorieta’ dell’affermazione del consulente del P.M. il quale, nel corso del giudizio, ha dichiarato di non avere mai visionato il cartellino anestesiologico, pur avendolo criticato a pag. 47 dell’elaborato da lui scritto, e di poter solo supporre che tipo di anestesia fosse stata praticata, cosi’ ponendo a base delle sue conclusioni mere ipotesi interpretative in luogo di certezze. Cio’ a fronte delle diverse conclusioni cui e’ giunto il consulente della difesa.

Ed ancora, l’esponente osserva che l’uso della cannula di Guedel era stato ritenuto idoneo per il tipo d’intervento in corso; percio’ occorreva accertare che la desaturazione ritenuta decisiva ai fini del decesso fosse stata determinata dalla mancata ossigenazione segnalata dal macchinario d’allarme, e che tale segnalazione non fosse stato preso nella dovuta considerazione dalla d.ssa (OMISSIS).

Infine, la ricorrente ritiene che l’invocato supplemento istruttorio avrebbe consentito di fugare ogni dubbio circa la rilevanza causale delle infezioni insorte nel reparto di terapia intensiva, in rapporto all’accertamento della concausa preesistente ravvisata nella ridotta ossigenazione della paziente durante l’intervento, in realta’ durata non piu’ di cinque minuti; in alternativa, la mancata tempestiva maggiore ossigenazione attribuita alla (OMISSIS) potrebbe non essere stata la sola causa del decesso e, quindi, un suo eventuale profilo di colpa sarebbe ascrivibile alla colpa lieve di cui alla L. n. 189 del 2012, articolo 3.

  1. Va dato atto che all’odierna udienza il difensore delle costituite parti civili ha rassegnato conclusioni scritte e depositato nota spese.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ infondato.

1.1. Va in primo luogo ricordato che deve ritenersi “decisiva”, secondo la previsione dell’articolo 606 c.p.p., lettera d) la prova che, confrontata con le argomentazioni contenute nella motivazione, si riveli tale da dimostrare che, ove esperita, avrebbe sicuramente determinato una diversa pronuncia; ovvero quella che, non assunta o non valutata, vizia la sentenza intaccandone la struttura portante (per tutte vds. Sez. 4, n. 6783 del 23/01/2014, Di Meglio, Rv. 259323, nella quale si evidenzia che la “decisivita’” della prova suppletiva non puo’ riconoscersi laddove sia ravvisabile il carattere “meramente congetturale” delle conseguenze che la difesa intendeva trarre dall’assunzione di detta prova).

Deve poi aggiungersi che il carattere di “prova decisiva” e’ escluso, dalla giurisprudenza di legittimita’, sia con riguardo al confronto (cfr. Sez. 2, n. 35661 del 16/05/2014, D’Aponte e altri, Rv. 260343), sia con riguardo all’accertamento peritale (cfr. da ultimo Sez. 2, n. 52517 del 03/11/2016, Russo, Rv. 268815).

Nella specie, l’invocato confronto fra i due consulenti (del P.m. e della difesa) doveva vertere oltretutto, secondo la prospettazione della ricorrente, su circostanze la cui decisivita’ era tutta da dimostrare, non bastando all’uopo la semplice ipotesi – formulata nel ricorso – di un’eventuale acquisizione di elementi potenzialmente di segno diverso rispetto alla ricostruzione accolta dai giudici di merito, e tali da poter fugare i dubbi derivanti dalla diversita’ delle due ipotesi formulate dai consulenti di parte.

A fronte di cio’, la Corte distrettuale ha congruamente motivato il proprio convincimento, osservando che le conclusioni del consulente del P.M. si basavano su dati certi (esame necroscopico e autoptico) e pervenivano, con argomentazioni esenti da errori o vizi logici, all’accertamento della causa del decesso della (OMISSIS), riconducibile alla prolungata ipossia indotta nella paziente dalla condotta addebitata alla (OMISSIS) nel corso dell’intervento: condotta che i giudici di merito ricollegano non gia’ all’impiego della cannula di Guedel, ma all’omesso costante controllo che le vie aeree fossero libere (controllo che, se fosse stato eseguito, non avrebbe determinato l’insorgere dell’ipossia) e al fatto che la carente ossigenazione della paziente e’ intervenuta, per un tempo giudicato comunque eccessivamente lungo, pur a fronte della segnalazione di tale condizione proveniente dal segnale di allarme del macchinario che controllava il livello di ossigeno del sangue.

1.2. A fronte dell’andamento affatto congetturale delle lagnanze difensive sul punto, e’ altresi’ adeguato il percorso argomentativo della Corte di merito a proposito della non idoneita’ interruttiva, in relazione al nesso causale tra la condotta e l’evento, delle infezioni sopraggiunte sulla paziente nel reparto di terapia intensiva: non e’ in sostanza configurabile, nella specie, il sopravvenire di un rischio nuovo e incommensurabile, del tutto incongruo rispetto alla condotta originaria, cui la giurisprudenza annette valore interruttivo del rapporto di causalita’ (si veda per tutte Sez. 4, n. 25689 del 03/05/2016, Di Giambattista e altri, Rv. 267374, ove la Corte ha evidenziato come l'”infezione nosocomiale” sia uno dei rischi tipici e prevedibili da tener in conto nei casi di non breve permanenza nei raparti di terapia intensiva, ove lo sviluppo dei processi infettivi e’ tutt’altro che infrequente in ragione delle condizioni di grave defedazione fisica dei pazienti).

1.3. In tale quadro, appare evidente che non ha alcun pregio la prospettazione difensiva mirante all’inquadramento della condotta della (OMISSIS) nell’ambito della “colpa lieve”, ai fini di quanto stabilito dalla L. n. 189 del 2012, articolo 3, vigente all’epoca del fatto.

Va infatti osservato, in primo luogo, che, secondo quanto si legge alle pagine 6 e 8 della sentenza impugnata, la condotta dell’imputata e’ stata correttamente e motivatamente qualificata come caratterizzata da “grave negligenza”: ragione per la quale e’ stata disattesa la richiesta di applicazione dell’anzidetta disposizione di legge.

Ma pur volendosi prescindere da tale classificazione del grado di colpa e della tipologia di condotta colposa attribuita alla (OMISSIS), deve rilevarsi che essa non risulterebbe in ogni caso aderente alle linee guida e/o alle buone pratiche, non solo sulla base della ricostruzione peritale accolta dalla Corte di merito, ma neppure in base alla stessa prospettazione difensiva; e che, secondo la predetta disposizione, solo il sanitario che “si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunita’ scientifica non risponde penalmente per colpa lieve”. Di tal che in nessun caso potrebbe ricondursi il caso in esame nella fattispecie abrogativa de qua.

1.4. E’ infine appena il caso di evidenziare che, in ogni caso, l’inosservanza delle linee guida e, comunque, delle buone pratiche clinico assistenziali, nonche’ la (corretta) qualificazione della condotta della ricorrente come caratterizzata da “negligenza” piuttosto che da “imperizia” escluderebbero anche la configurabilita’ dell’ipotesi di non punibilita’ del fatto prevista dal nuovo articolo 590-sexies c.p. (introdotto dalla L. n. 24 del 2017, articolo 6), che oggi disciplina la responsabilita’ degli esercenti le professioni sanitarie in relazione alle fattispecie di omicidio colposo e lesioni personali colpose.

  1. Al rigetto del ricorso consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonche’ al rimborso, in favore delle parti civili costituite, delle spese di giudizio, che si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonche’ al rimborso delle spese di giudizio in favore delle parti civili, liquidate in Euro tremila oltre accessori di legge.

 

 

 

Secondo la Suprema Corte (v. Cass. n. 18163/2007 e Cass. n. 1877/2006) il danno terminale sebbene temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed è tale da sfociare nella morte. La stessa Corte ha evidenziato la necessità di tener conto di fattori di personalizzazione, escludendo pertanto che la liquidazione possa essere effettuata attraverso la meccanica applicazione di criteri contenuti in tabelle che, per quanto dettagliate, nella generalità dei casi sono predisposte per la liquidazione del danno biologico o delle invalidità, temporanee o permanenti, di soggetti che sopravvivono all’evento dannoso e non piuttosto in via equitativa tenendo conto delle circostanze del caso concreto.

Tenendo conto dell’insegnamento delle Sezioni Unite (sentenze gemelle Cass., Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26972-3-4-5 e n. 15350/2015) nella nozione di “danno terminale” deve essere ricompreso ogni aspetto biologico e sofferenziale connesso alla percezione della morte imminente.

 

Morte prossimo congiunto – Danno parentale – Privazione di un valore non economico ma personale – Irreversibile perdita del godimento del congiunto – Quantum – Determinazione – Criteri utili

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI RAVENNA

SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Alessandra Medi

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. R.G. 4841/2015 promossa da:

(…) (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. BE.ST., elettivamente domiciliata in VIA (…) (PRESSO AVV. MA.MA.) RAVENNA presso il difensore

(…) (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. BE.ST., elettivamente domiciliata in VIA (…) (PRESSO AVV. MA.MA.) RAVENNA presso il difensore

(…) (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. BE.ST., elettivamente domiciliata in VIA (…) (PRESSO AVV. MA.MA.) RAVENNA presso il difensore

(…) (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. BE.ST., elettivamente domiciliata in VIA (…) (PRESSO AVV. MA.MA.) RAVENNA presso il difensore

ATTORI

contro

(…) SPA (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. AS.AN. e dell’avv. SP.GI. ((…)) TORRE 18 RUSSI; DI.FR. ((…)) C/O AVV. SP.GI. VIA (…) SAN PANCRAZIO, elettivamente domiciliata in via torri,18 SAN PANCRAZIO – RU., presso il difensore avv. AS.AN.

CONVENUTA

MOTIVI IN FATTO E IN DIRITTO

Con atto di citazione ritualmente notificato, (…), (…), (…) e (…) convenivano in giudizio la (…) s.p.a. chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti iure proprio e iure hereditario, rispettivamente quali moglie e figlie di (…), deceduto in data 18 settembre 2013 in conseguenza di due infezioni cardiache di natura nosocomiale, a cui avevano fatto seguito errati ed inadeguati trattamenti sanitari.

Si costituiva la (…) s.p.a. chiedendo il rigetto della domanda attorea, non ritenendo sussistente alcuna responsabilità in ordine al decesso di (…).

La domanda è fondata e merita di essere accolta nei termini di seguito indicati.

Risulta dalla CTU medico legale svolta in corso di causa, che a (…), di anni 77, a seguito di un controllo cardiologico nel marzo 2013 veniva riscontrata una “stenosi aortica moderata/severa…” con successiva indicazione cardiochirurgica di sostituzione valvolare aortica con protesi biologica, intervento che veniva espletato in data 19/07/13 presso l’Unità Operativa di Cardiochirurgia della Casa di Cura Villa (…) di Cotignola. A parte la comparsa di una fibrillazione atriale recidivante, il decorso post-operatorio era inizialmente buono, ma in data 25/07/13 compariva una febbricola che perdurava nei giorni seguenti, con emocolutura positiva per pseudomonas aeruginosa ed apparentemente responsiva ad un trattamento antibiotico con ciproxin avviato in data 29/07/13. Nel frattempo venivano eseguiti vari controlli (fra cui TAC/PET in data 09/08/13 ed ecocardiogramma in data 19/08/13) e in data 10/08/13 risulta un trasferimento interno in ambito riabilitativo mentre in data 21/08/13 un altro trasferimento interno in ambito cardiologico, dove dal 22/08/13 ricompariva la febbre a carattere intermittente. Gli indici di flogosi venivano ripetutamente controllati con riscontro di un loro incremento ed elevazione e in data 24/08/13 perveniva il risultato di una emocoltura positiva per staphylococcus epidermidis, sul cui antibiogramma veniva adeguata la terapia antibiotica. A seguito di controlli ecocardiografici veniva ribadito il substrato endocarditico a livello della valvola trapiantata del processo setticemico con ipertermia e veniva privilegiata una strategia attendista con antibioticoterapia, finché in data 06/09/13 il paziente veniva sottoposto ad un nuovo intervento cardiochirurgico per la rimozione della protesi valvolare infetta. Seguivano esami colturali vari con antibiogrammi (sui fili di sutura della valvola cardiaca rimossa e sul broncoaspirato) e con modificazioni della terapia antibiotica, ma le condizioni del Sig. (…) rimanevano sempre critiche e al processo setticemico si sovrapponeva una instabilità emodinamica finché in data 18/09/13 si perveniva purtroppo al decesso.

Il CTU ha individuato la causa della morte in una endocardite infettiva nosocomiale con setticemia insorta dopo l’intervento cardiochirurgico del 19/07/2013, determinata da un duplice agente etiologico (inizialmente da pesudomonas aeruginosa e poi da staphilococcus epidermidis) e con conseguenziale insufficienza multi – organo.

Il CTU ha poi evidenziato che:

– l’intervento di sostituzione valvolare aortica effettuato il 19/07/2013 era indicato in quanto al Sig. B. nella primavera del 2013 era stata diagnostica una stenosi aortica di grado severo, ossia una patologia progressiva che se non trattata chirurgicamente ha un tasso di sopravvivenza del 50% a due anni e del 20% a cinque anni;

– il “consenso informato”, relativo all’intervento del 19/07/13, come appare di tutta evidenza per la sua assoluta incompletezza, non rispecchia assolutamente la acclarata necessità di doverose informazioni e di reale acquisizione del consenso vero e proprio; ben diverso è il “consenso informato” in data 05/09/13, riportato a pag. 10 e relativo all’intervento del 06/09/13 di sostituzione valvolare aortica per cercare di debellare chirurgicamente l’endocardite infettiva;

– l’endocardite batterica di cui è risultato affetto il Sig. B. è da considerarsi di natura nosocomiale in quanto non presente al momento del ricovero e sostenuta in sequenza da due microrganismi (prima pseudomonas aeruginosa, poi staphylococcus epidermidis) resistenti ad alcuni antibiotici, proprio come avviene per microrganismi presenti negli ambienti ospedalieri. La prima infezione è stata ricondotta tramite emocoltura allo pseudomonas aeruginosa, un batterio che frequentemente determina infezioni in ambito ospedaliero tanto che viene considerato la seconda causa più frequente di infezione nei reparti di terapia intensiva; inoltre, fra i microrganismi più frequentemente in causa nelle endocarditi infettive vengono certamente annoverati lo stafilococco, batterio responsabile della successiva infezione nel caso in oggetto. In ragione di tali riscontri microbiologici, il CTU ha affermato che l’origine nosocomiale dell’endocardite batterica può essere stata determinata con alta probabilità dallo scarso rispetto delle manovre di asepsi o in subordine da inappropriate manovre chirurgiche;

– la terapia farmacologica, dopo l’intervento di sostituzione valvolare aortica del 19/07/13, con l’utilizzo dal 29/07/13 di ciprofloxacina e meropenem e poi della sola ciprofloxacina appare adeguato in relazione alla risposta clinica con defervescenza emiglioramento degli indici di flogosi;

– i sanitari hanno sottovalutavano il reperto alla TAC/PET del 09/08/13 di “iperaccumulo a carico del Vsn in regione sottovalvolare e a carico della parete toracica ds…” che, in alternativa ad una aspetto riconducibile alle recenti manovre chirurgiche (così come sembra sia stato interpretato), doveva indurre il sospetto di una possibile espressione endocarditica e quindi suggerire una ravvicinata verifica tramite un ecocardiogramma, che invece è stato eseguito solo dopo 9 giorni. In sostanza, però, la diagnosi di endocardite veniva avanzata solo dopo ulteriori 15 giorni, e cioè con ritardo diagnostico in data 24/08/13, quando, oltre all’esame ecocardiografico del 19/08/13 che confermava le vegetazioni di tipo endocardiitico a livello della protesi valvolare (“un’immagine tondeggiante , peduncolata di 0,56 x 0,8 cm originante dalla base della cuspide protesica aortica in CS””), ed oltre alla ricomparsa della iperpiressia (dal 21/08/13) ed al riscontro dell’elevazione degli indici di flogosi (dal 16/08/13), giungeva l’antibiogramma sulla emocoltura del 21/08/13 positivo per staphylococcus epidermidis. Tuttavia, neppure in data 24/08/13, nonostante criteri già da diversi giorni di inoppugnabile rilevanza verso una complicanza endocarditica, i sanitari ricorrevano ad una reale consulenza infettivologica come invece doveroso in un tale contesto clinico: risulta infatti che lo specialista infettivologico veniva solo “contattato telefonicamente” e con il quale veniva “concordato”, in maniera incongruente e senza un ragionamento epicritico, una terapia antibiotica con ben due farmaci (rifampicina e gentamicina) verso i quali l’antibiogramma dimostrava resistenza e senza comprendere invece farmaci notoriamente più efficaci e con antibiogramma favorevole quali la daptomicina;

– risultano carenze in merito al timing del successivo intervento chirurgico di sostituzione valvolare protesica Infatti, nonostante il controllo ecocardiografico del 27/08/13 avesse chiaramente evidenziato delle formazioni periprotesiche compatibili con una franca evoluzione del processo endocarditico (cavità ascessuali e neoformazioni vegetative), peraltro in un contesto clinico ingravescente ed ormai non più affrontabile in direzione conservativa, cioè con l’antibioticoterapia, si indugiava probabilmente troppo con una strategia attendista. Pertanto, l’intervento di sostituzione valvolare protesica del 06/09/13 è avvenuto tardivamente affinché vi potesse essere una qualche concreta possibilità di successo in un ambito clinico comunque prognosticamente difficile come quello delle endocarditi che sono associate ad una elevata mortalità ospedaliera (10-26%); le successive infezioni, documentate con isolamento di batteri sui broncoaspirati (E. Coli il 09/09/13 e Proteus il 14/09/13) sono verosimilmente l’espressione di un quadro infettivo terminale con setticemia fino alla MOF, ma di cui la causa iniziale è da ricondurre all’endocardite da staphylococcus epidermidis sulla valvola protesica.

Il CTU, le cui conclusioni sono condivisibili in quanto adeguatamente motivate, ha quindi ritenuto, sulla base delle considerazioni esposte, che (…) abbia contratto un’infezione nosocomiale, che via sia stato un ritardo colpevole nella formulazione della diagnosi di endocardite batterica e che l’intervento di sostituzione valvolare protesica sia avvenuto tardivamente.

A seguito dell’arresto delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (cfr. 11.01.2008, n. 577), la giurisprudenza ha sempre ritenuto che l’accettazione del paziente in una struttura deputata a fornire assistenza sanitario – ospedaliera, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto di prestazione d’opera atipico di spedalità, in base al quale la stessa è tenuta a una prestazione complessa, che non si esaurisce nell’effettuazione delle cure mediche e di quelle chirurgiche, ma si estende a una serie di altre prestazioni, quali la messa a disposizione di personale medico ausiliario e di personale paramedico, di medicinali, e di tutte le attrezzature tecniche necessarie, nonché di quelle latu sensu alberghiere.

La responsabilità della casa di cura (o dell’ente) nei confronti del paziente, di conseguenza, ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell’art. 1228 cod. civ., all’inadempimento della prestazione medico – professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato; anche in tale caso, infatti, sussiste un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario al riguardo la circostanza che il sanitario risulti essere anche “di fiducia” dello stesso paziente, o comunque dal medesimo scelto (cfr. Cassazione civile, sez. III, 30/09/2015, n. 19541; Tribunale Milano, sez. I, 02/12/2014, n. 14320).

La giurisprudenza di legittimità ha chiarito – con orientamento oramai consolidato – come debba essere ripartito l’onere probatorio tra le parti: incombe infatti, in ossequio al principio di vicinanza della prova, sul danneggiato l’onere di prova del titolo dell’obbligazione, nonché l’allegazione dell’inadempimento delle stesse, ovvero dell’inesattezza dell’adempimento dovuta a negligenza o imperizia, e il danno che ne sia derivato, mentre grava sulle strutture provare il proprio esatto adempimento e dunque la mancanza di colpa nell’esercizio della prestazione (ex pluribus Cass. civ., n. 11488/2004).

In particolare il paziente deve provare l’esistenza del contatto e allegare l’inadempimento consistente nell’insorgenza della situazione patologica lamentata per l’effetto dell’intervento, ovvero l’infezione ed il decesso; mentre resta a carico del presidio sanitario la prova della diligenza della prestazione e che l’esito letale sia stato determinato da un evento imprevisto ed imprevedibile, non evitabile anche avendo osservato le regole tecniche e precauzionali del caso ovvero da concause preesistenti o sopravvenute idonee ex se alla determinazione dell’evento, tali da elidere ogni contributo causale dell’operato medico nell’evento occorso (Cass. civ., n. 10297/2004).

Orbene nel caso in esame gli attori hanno dimostrato per tabulas il titolo da cui emerge l’obbligazione della struttura sanitaria ovvero il ricovero di (…) presso la struttura convenuta a partire dal 18 luglio 2013; in via ulteriore è stato dimostrato che durante il ricovero il paziente ha contratto un’endocardite infettiva nosocomiale con setticemia determinata da un duplice agente etiologico (inizialmente da pesudomonas aeruginosa e poi sa staphilococcus epidermidis).

A fronte di ciò, il nosocomio avrebbe dovuto fornire la prova, rigorosa, di aver posto in essere tutto il possibile per evitare l’insorgenza dell’infezione stessa in quanto solo se avesse soddisfatto tale onere, si sarebbe potuto valutare l’eventuale rilevanza, in suo favore, del rappresentare, l’infezione in questione, una complicanza di intervento. In altri termini, l’ospedale avrebbe dovuto dimostrare, attraverso la prova “positiva” di aver fatto tutto quanto la scienza del settore ha, allo stato, escogitato, per evitare, o quanto meno ridurre, il rischio di contaminazione, che l’evento dannoso, cioè il contagio da batterio nosocomiale, era possibile e prevedibile, bensì non prevenibile, rientrando in quell’area di casi che la scienza medica ha enucleato quali eventi che possono sfuggire ai controlli di sicurezza apprestati dalle strutture sanitarie.

In realtà, la convenuta non ha assolto all’onere probatorio che le incombeva non avendo provato di avere posto in essere ogni cautela e precauzione, funzionale, strutturale e di metodo, al fine di realizzare e mantenere costante un’ottimale sanificazione della struttura, dei locali, degli ambienti, dei mezzi e del personale addetto in quanto ha prodotto unicamente un documento interno della casa di cura di procedure operative riguardante la “Bonifica dei dispositivi medici”, la “Pulizia degli ambienti” e la “Prevenzione e cura delle infezioni del sito chirurgico”, con riferimenti anche alle Linee Guida americane, e altro documento che riporta i cicli di sterilizzazione avvenuti su alcuni strumenti in data 18 luglio 2013, ossia il giorno prima del primo intervento (cfr. allegati n. 4 alla memoria ex art. 186 c.p.c. depositata in data 20.06.2016 e n. 3 alla comparsa di costituzione e risposta).

In primo luogo, tale documentazione, in mancanza di un report di effettivo adeguamento alle procedure indicate e di controllo della loro applicazione, ha un valore solo teorico essendo rappresentato da un protocollo astratto, nel senso di programmatico, e quindi deve ritenersi che sia mancata la prova di quali siano state, in concreto, le condotte poste in essere dalla convenuta per un’efficace e consapevole opera di sanificazione (che implica, da parte del management ospedaliero a ciò deputato, ad esempio del Comitato per le I. O., l’adozione di tutta una serie di attenzioni e misure organizzative, effettive e non meramente burocratiche). In secondo luogo, è riduttiva in quanto la convenuta ha prodotto solo i protocolli di sterilizzazione relativi alla sala operatoria, potendo essere stata diffusa l’infezione in altro momento (rispetto all’intervento chirurgico) e luogo dell’ospedale.

Accertata la responsabilità della convenuta, che non ha fornito la prova liberatoria a cui era tenuta, ed avendo tra l’altro il CTU riscontrato diversi profili di colpa dei sanitari che ebbero in cura (…), quanto al danno, le attrici hanno innanzitutto richiesto il risarcimento del danno non patrimoniale iure proprio derivante dalla perdita del rapporto parentale, nella misura massima prevista dalle Tabelle del Tribunale di Milano vigenti al momento dell’instaurazione del presente giudizio e quindi Euro 327.990,00 per ciascuna di loro.

Il danno parentale per la morte di un prossimo congiunto consiste nella privazione di un valore non economico ma personale costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo la varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare.

Eloquente, al riguardo, appare una nota sentenza della Cassazione (09/05/2011 n. 10107) la quale afferma testualmente che il danno da perdita del rapporto parentale è rappresentato “dal vuoto costituito dal non poter più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nella irreversibile distruzione di un sistema di vita basato sulla affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti fra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter fare più ciò che per anni si è fatto, nonché nella alterazione che una scomparsa del genere irreversibilmente produce anche nelle relazioni tra superstiti”.

Il danno parentale si colloca nell’area dell’art. 2059 c.c. e riguarda, in definitiva, la lesione di due beni della vita: 1) il bene della integrità familiare, riferito alla vita quotidiana della vittima con i suoi familiari, che trova il suo supporto costituzionale negli artt. 2, 3, 29, 301, 31, 36; b) il bene della solidarietà familiare riferito tanto alla vita matrimoniale quanto al rapporto parentale tra i componenti della famiglia.

I criteri che rilevano nella determinazione del quantum possono essere così riassunti:

1) il rapporto di parentela esistente tra la vittima ed il congiunto avente diritto al risarcimento, dovendosi presumere che, secondo l’id quod plaerunque accidit, il danno è tanto maggiore quanto più stretto è tale rapporto;

2) l’età del congiunto: il danno è tanto maggiore quanto minore è l’età del congiunto superstite; tale danno infatti è destinato a protrarsi per un tempo maggiore, soprattutto quando si tratta di minori di età, la cui perdita di un familiare può pregiudicare il loro sviluppo psicofisico;

3) l’età della vittima: anche in questo caso è ragionevole ritenere che il danno sia inversamente proporzionale all’età della vittima, in considerazione del progressivo avvicinarsi al naturale termine del ciclo della vita;

4) la convivenza tra la vittima ed il congiunto superstite, dovendosi presumere che il danno sarà tanto maggiore quanto più costante e assidua è stata la frequentazione tra la vittima ed il superstite.

5) la presenza all’interno del nucleo familiare di altri conviventi o di altri familiari non conviventi in quanto il danno derivante dalla perdita è sicuramente maggiore se il congiunto superstite rimane solo, privo di quell’assistenza morale e materiale che gli derivano dal convivere con un’altra persona o dalla presenza di altri familiari, anche se non conviventi.

Ciò premesso, tenuto conto dell’età del defunto al momento dell’intervento pari a 78 anni, dell’eguale età della moglie, dell’età delle figlie E., A. ed A., rispettivamente di anni 44 la prima e 41 le altre due, nonché del fatto che quest’ultime non convivessero con il padre, appare equo riconoscere alla moglie la somma di Euro 165.960,00, pari al minimo previsto dalle Tabelle del Tribunale di Milano pubblicate il 14.03.2018 e, a ciascuna delle figlie, la somma di Euro 200.000,00 (nella forbice da Euro 165.960,00 a Euro 331.920,00).

In secondo luogo, le attrici hanno chiesto il riconoscimento del danno biologico sofferto dal padre per i due mesi di sopravvivenza (il ricovero è avvenuto il 18 luglio 2013, l’intervento il giorno successivo ed il decesso il 18 settembre 2013), trasmissibile agli eredi.

Il danno che la giurisprudenza di legittimità riconosce risarcibile per il periodo di tempo intercorso tra il sinistro e il decesso deve ritenersi sussistente nel caso in esame in quanto nei predetti due mesi (…) è rimasto cosciente ed ha dunque ragionevolmente avuto consapevolezza della gravità delle proprie lesioni, essendo anche stato sottoposto ad ulteriore intervento chirurgico, e del progressivo peggioramento delle proprie condizioni di salute fino a giungere alla morte.

Secondo la Suprema Corte (v. Cass. n. 18163/2007 e Cass. n. 1877/2006) il danno terminale sebbene temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed è tale da sfociare nella morte. La stessa Corte ha evidenziato la necessità di tener conto di fattori di personalizzazione, escludendo pertanto che la liquidazione possa essere effettuata attraverso la meccanica applicazione di criteri contenuti in tabelle che, per quanto dettagliate, nella generalità dei casi sono predisposte per la liquidazione del danno biologico o delle invalidità, temporanee o permanenti, di soggetti che sopravvivono all’evento dannoso e non piuttosto in via equitativa tenendo conto delle circostanze del caso concreto.

Tenendo conto dell’insegnamento delle Sezioni Unite (sentenze gemelle Cass., Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26972-3-4-5 e n. 15350/2015) nella nozione di “danno terminale” deve essere ricompreso ogni aspetto biologico e sofferenziale connesso alla percezione della morte imminente.

Nel caso in esame, risulta che a partire dal 4 settembre 2013 vi sia stato un effettivo peggioramento delle condizioni del paziente, come emerge dal diario clinico dove viene evidenziato un “quadro nettamente scaduto…”, il quale poi in data 6 settembre 2013 veniva sottoposto ad un ulteriore intervento chirurgico, che, tuttavia, non era in grado di scongiurare l’evento morte. Alla luce di tali considerazioni si deve ritenere che, a partire da tale momento e fino al decesso del 18 settembre 2013, (…) sia stato consapevole dell’evolversi in senso peggiorativo delle proprie condizioni di salute temendo la morte e quindi si ritiene equo riconoscere, per ciascuno dei 14 giorni che lo hanno separato dal decesso, la somma di Euro 1.440,00, pervenendo così all’importo complessivo di Euro 20.160,00, già calcolato all’attualità, da suddividersi in parti uguali unicamente tra le tre figlie (per Euro 6.720,00), avendo la moglie dichiarato di avere rinunciato all’eredità.

Infine, alla sola (…) deve essere riconosciuto il risarcimento del danno patrimoniale dovuto al fatto che appare verosimile, stante il dovere di ciascun coniuge di contribuire al manage familiare, che il marito, che percepiva un reddito pari ad Euro 26.662,00 all’anno, destinasse 1/3 dello stesso al soddisfacimento dei vari bisogni della famiglia composta da lui e la moglie, per un importo complessivo, tenuto conto che la prospettiva media di vita di un soggetto maschile è pari a 80 anni, di Euro 17.774,66 (cfr. allegato n. 15 al fascicolo di parte attrice). Alla stessa inoltre devono essere rimborsate le spese funerarie, documentate per Euro 3.334,04 (cfr. allegati n. 17, 18, 19 e 20 al fascicolo di parte attrice).

In sintesi, quindi, a ciascuna delle figlie spetta al somma di Euro 200.000,00 a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale iure proprio ed Euro 6.720,00 quale risarcimento del danno patrimoniale iure ereditario conseguenti alla morte del padre (…), mentre alla moglie (…) deve essere riconosciuta la somma di Euro 165.960,00 a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale iure proprio e la somma di Euro 21.108,70 (Euro17.774,66 + Euro 3.334,04) a titolo di risarcimento del danno patrimoniale subito.

Le somme dovute quale risarcimento del pregiudizio non patrimoniale, già calcolate al valore attuale della moneta in applicazione delle Tabelle del Tribunale di Milano pubblicate il 14.03.2018, così come le somme riconosciute alle figlie iure ereditario, devono essere maggiorate unicamente degli interessi legali, da calcolarsi sulle somme riconosciute, devalutate all’epoca del fatto (18.09.2013) e rivalutate di anno in anno fino alla data di pubblicazione della presente sentenza. Sulla somme così ottenute dovranno poi essere calcolati gli interessi legali dalla data di pubblicazione della presente sentenza fino all’effettivo saldo.

La somma di Euro 21.108,70 riconosciuta alla moglie deve invece essere maggiorata sia della rivalutazione monetaria che degli interessi legali, quest’ultimi calcolarsi sulla somma devalutata all’epoca del fatto (18.09.2013) e rivalutata di anno in anno, entrambi fino alla data di pubblicazione della presente sentenza. Sulla somme così ottenute dovranno poi essere calcolati gli interessi legali dalla data di pubblicazione della presente sentenza fino all’effettivo saldo.

Nulla spetta agli attori con riguardo alla mancanza di un vero e proprio consenso informato, come argomentato dal CTU, non avendo gli stesi nulla dedotto in merito.

Le spese di lite, liquidate nella parte dispositiva, seguono la soccombenza e devono distrarsi a favore del difensore, che si è dichiarato antistatario, cui devono aggiungersi Euro 1.464,00 quale compenso del CTP dott. Sa., come da fattura prodotta unitamente al foglio di precisazione delle conclusioni.

Le spese della CTU, nella misura già liquidata in corso di causa, devo porsi definitivamente a carico della convenuta in quanto soccombente.

P.Q.M.

Il Tribunale di Ravenna, definitivamente pronunciando nella causa distinta al n. 4841/2015, promossa da (…), (…), (…) e (…) nei confronti di (…) s.p.a., ogni ulteriore domanda ed eccezione disattesa:

– dichiara tenuta e, per l’effetto, condanna (…) S.p.A. al pagamento in favore di (…) della somma di Euro 165.960,00 a titolo di risarcimento del pregiudizio non patrimoniale e della somma di Euro 21.108,70 a titolo di risarcimento del danno patrimoniale subito in conseguenza della morte di (…), oltre rivalutazione monetaria ed interessi come indicati in parte motiva;

– dichiara tenuta e, per l’effetto, condanna (…) S.p.A. al pagamento in favore di ciascuna delle attrici (…), (…) e (…) della somma di Euro 200.00,00 a titolo di risarcimento del pregiudizio non patrimoniale e della somma di Euro 6.720,00 a titolo di risarcimento del danno patrimoniale subito in conseguenza della morte di (…), oltre rivalutazione monetaria ed interessi come indicati in parte motiva;

– condanna (…) s.p.a. al pagamento delle spese di lite, che liquida in Euro 1.730,00 per spese ed Euro 27.803,10 per compenso professionale, oltre 15% per spese generali, IVA e CPA come per legge, da distrarsi in favore dell’avv. St.Be., che si è dichiarato antistatario, oltre ad Euro 1.464,00 quale compenso del CTP dott. Sa.;

– pone le spese della CTU, nella misura già liquidata in corso di causa, definitivamente a carico di (…) S.p.A.

Così deciso in Ravenna il 14 maggio 2018.

Depositata in Cancelleria il 31 maggio 2018.

 

Responsabilità civile RAVENNA della struttura sanitaria

Tribunale|Ravenna|Civile|Sentenza|22 giugno 2018| n. 676

Responsabilità civileresponsabilità della struttura sanitaria – controversie – onere della prova

Responsabilità civile RAVENNA della struttura sanitaria
Responsabilità civile RAVENNA della struttura sanitaria

 

1)Danno biologico permanente differenziale di (…).

  • Premesso che la giurisprudenza da tempo si informa ai principi di integralità e personalizzazione nella liquidazione del danno non patrimoniale, senza duplicazioni risarcitorie, in punto ad invalidità accertata, non vi è motivo per discostarsi dalle valutazioni compiute dal CTU che stima il danno biologico permanente in 90 punti percentuali.
  • Nel caso di specie, a fronte di un danno biologico complessivo nella misura del 90%, si stima il danno biologico che si sarebbe comunque registrato a fronte di una corretta gestione della emergenza nella misura del 45%, derivandone a causa dell’inesatto adempimento della struttura un danno biologico differenziale del 45%.
  • Pertanto, questo Tribunale reputa equo e congruo liquidare il danno sulla scorta delle nuove Tabelle di Milano 2018, parametro di riferimento per la liquidazione dei danni da lesioni macropermanenti derivanti anche da attività medico chirurgica ed accolto da questo Tribunale.
  • La tecnica di liquidazione del danno differenziale consiste nella quantificazione dell’intero danno biologico rilevato e nella successiva sottrazione della entità di danno biologico non riconducibile alla responsabilità della struttura, ciò al fine di una determinazione congrua del danno in concreto risarcibile che tenga conto dell’impianto delle tabelle risarcitorie che prevedono aumenti progressivi del risarcimento per punto d’invalidità crescente.
  • Si avrà dunque, con applicazione della personalizzazione massima del 25%, avuto riguardo al caso di specie, relativo al danno patito da un neonato oggi invalido al 100% con conseguente impossibilità di attendere in autonomia alle ordinarie abitudini di vita, un danno biologico differenziale risarcibile all’attualità di Euro 877.747.
  • Tale importo è da reputarsi comprensivo del pretium doloris e dei disagi che la piccola (…) ha dovuto affrontare, da reputarsi afferenti alla vita quotidiana e di relazione per dover adeguarsi alla propria condizione di salute.
  • ”Il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura privata o ente ospedaliero ha fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi verso terzi da cui, a fronte del pagamento del corrispettivo (che può essere adempiuta dal paziente,  dall’assicuratore, dal ssn) insorgono a carico della casa di cura o dell’ente, accanto a quelli lato sensu alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario e paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie anche in vista di eventuali complicanze. Ne consegue che la responsabilità della casa di cura o dell’ente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 C. C., all’inadempimento delle obbligazioni a suo carico nonché,  ai sensi dell’art. 1228 C. C., all’inadempimento dell’obbligazione medico professionale svolta dal sanitario”.

    La Suprema Corte escogita con questa pronuncia un contratto atipico che non ha effetti obbligatori in senso proprio bensì ha effetti protettivi nei confronti di terzi, effetti che si concretizzano peraltro  in obblighi di svariata natura che vengono in capo alla struttura sanitaria. Possono venire riferiti a due ambiti molto diversi: quello in senso lato alberghiero, di ricezione, ospitalità e si può ritenere anche vigilanza; quello medico in senso stretto, in qualche modo sempre ausiliario o complementare rispetto alla prestazione di cura vera e propria, con la messa a disposizione del personale medico e paramedico in funzione ausiliaria al professionista direttamente protagonista della cura, nonché delle attrezzature richieste dalla cura in se considerata e da complicanze che possano seguire.

Responsabilità civile RAVENNA della struttura sanitaria
Responsabilità civile RAVENNA della struttura sanitaria

Trattandosi di debito di valore, con la sentenza cristallizzato in debito di valuta, sulla somma riconosciuta devono essere corrisposti, anziché interessi compensativi sulla somma devalutata e poi progressivamente rivalutata, come da indicazioni di Cass. S.U. n. 1712/1995, interessi compensativi in misura legale sulla somma già rivalutata a decorrere da una data intermedia tra quella del fatto e la decisione, che si fissa, equitativamente, nel 25.03.2011. La misura di tali interessi è di Euro 71.122, da sommare al capitale di Euro 877.747, per ottenere, infine, la somma di Euro 948.869, la liquidarsi a titolo di danno biologico differenziale, oltre interessi in misura legale dalla sentenza sino al saldo.

  1. b) Danno patrimoniale futuro per perdita della capacità lavorativa generica di (…)

  • Deve poi essere riconosciuto il danno patrimoniale, in termini di lucro cessante futuro, commisurato alla totale incapacità di produrre reddito, non compreso nel risarcimento del danno biologico che può essere liquidato, in assenza di elementi in ordine alla capacità ed attitudine al lavoro che il danneggiato avrebbe avuto, secondo criteri equitativi.
  • La perdita della capacità lavorativa generica, nel caso di specie, deve essere risarcita utilizzando il criterio della sommatoria di tutti i redditi che la danneggiata perderà tra il momento della liquidazione e il momento futuro in cui avrebbe comunque cessato il lavoro, e quindi applicando eventualmente al risultato un saggio di sconto poiché la danneggiata percepisce immediatamente redditi che, se fosse rimasta sana, avrebbe riscosso solo tra alcuni anni e trarrebbe vantaggio dal risarcimento immediato se non si eliminasse, attraverso lo sconto, il cd. “montante di anticipazione”.
  • Tenuto conto del danno biologico permanente che in ogni caso si sarebbe verificato in misura pari al 45%, si stima che la capacità lavorativa generica, in assenza di responsabilità medica, pur non suscettibile di azzeramento, tuttavia avrebbe subito una forte contrazione, rendendo la danneggiata abile a lavori costituenti sì fonte di reddito ma retribuiti in misura inferiore almeno della metà rispetto al reddito medio annuo pro capite di Euro 20.690 come individuato nei dati diffusi dal (…) per l’anno 2016, pertanto, si ritiene equo prendere a parametro per le successive operazioni di calcolo del danno patrimoniale futuro un reddito medio annuo di Euro 10.345.
  • Il danno risarcibile si otterrà, dunque, moltiplicando il reddito medio annuo di Euro 10.345 per i 15 anni in cui il reddito di lavoro sarà verosimilmente perduto, ovvero dai 20 anni di età della danneggiata (conseguimento del diploma di scuola superiore e presumibile inizio dell’attività lavorativa) ai 35 anni di età (aspettativa media di vita di persone nelle stesse condizioni di salute della danneggiata).
  • La somma che ne risulta è di Euro 155.175 la quale sarà corrisposta all’esito della presente sentenza nell’anno 2018, nel quale la danneggiata ha raggiunto l’età di 14 anni, pertanto, 6 anni prima del raggiungimento dei 20 anni di età, motivo per il quale viene operata la capitalizzazione anticipata, volta a compensare un danno futuro che si assume costante in un arco di tempo di 6 anni, sulla base di un tasso di sconto del 2,5% in ragione di anno al fine di attualizzare la somma come individuata.
  • Si avrà, all’esito di tale operazione, la quantificazione di un danno pari ad Euro 133.807, oltre interessi in misura legale dalla sentenza al saldo.
  1. c) Danno patrimoniale per spese mediche sostenute dei genitori (…) e (…).

    avvocato esperto bologna
    avvocato esperto bologna
  • Parti attrici quantificano e documentano le spese mediche sostenute in Euro 603,06 per l’anno 2007, Euro 5.595,08 per l’anno 2008, Euro 13.566,02 per l’anno 2009, Euro 37.949,26 per l’anno 2010, Euro 22.902,50 per l’anno 2011, Euro 22.712,02 per l’anno 2012, Euro 26.501,45 per l’anno 2013, Euro 23.846,39 per l’anno 2014 per un totale di Euro 208.718,53.
  • Parte convenuta si limita a contestare genericamente l’importo delle spese sanitarie delle quali viene chiesto il rimborso, non ritenendo sussistente alcuna responsabilità per l’evento di danno, né rileva dal punto di vista giuridico l’affermazione del C.T.U. secondo la quale talune spese relative agli anni 2007, 2008, 2009, 2010 per musicoterapia, psicomotricità, ippoterapia, cure presso il centro di neuroriabilitazione Ad.Me. (viaggi aerei inclusi), prezzo di acquisto dell’automezzo (…) attrezzato per disabili non sono riconducibili a livelli essenziali di assistenza e pertanto escludibili da rimborso.
  • Non è controverso che tali voci di spesa sostenute dai genitori costituiscano danno patrimoniale quale conseguenza immediata e diretta dell’inesatto adempimento della prestazione sanitaria ai sensi dell’art. 1223 c.c., dunque risarcibili, salva la considerazione che, escluso l’inadempimento, una invalidità vi sarebbe comunque stata e talune spese mediche sarebbero state in ogni caso sostenute, seppur in misura minore.
  • Appare equo e congro pertanto concedere il rimborso di tali spese nella misura del 50% del totale per l’ammontare di Euro 104.359. Trattandosi di condanna al pagamento di una somma di denaro, quale obbligazione di valuta, sulla stessa risultano dovuti interessi in misura legale decorrenti dalla domanda giudiziale sino al saldo.
  1. d) Danno patrimoniale per spese mediche da sostenersi in futuro dei genitori (…) e (…).
  • Deve poi essere riconosciuto il danno patrimoniale, in termini di danno emergente futuro, commisurato alla misura delle spese mediche che i genitori dovranno sostenere in futuro, da liquidare anche in questo caso secondo criteri equitativi.
  • Le spese mediche future, nel caso di specie, devono essere risarcite utilizzando il criterio della moltiplicazione della media annuale delle spese mediche sostenute sino all’anno 2014, pari ad Euro 26.000, per il numero di 25 anni avvenire, a decorrere dal 2015 e tenuto conto della menzionata aspettativa di vita di 35 anni, nei quali saranno necessarie altrettante spese mediche, essendo la condizione della danneggiata completamente stabilizzata e non suscettibile di miglioramenti.
  • Si avrà, dunque, il risarcimento nella misura di Euro 650.000, apparendo congruo concedere il risarcimento di tali spese nella misura del 50% del totale in ragione della preesistenza, somma ulteriormente ed equitativamente decurtata per l’anticipazione del rimborso della maggioranza delle spese per annualità future, risultando all’esito la cifra di Euro 300.000, oltre interessi in misura legale dalla sentenza al saldo.
  • Per inciso, si osserva che nella liquidazione del danno patrimoniale consistente nelle spese che la vittima di lesioni personali deve sostenere per l’assistenza domiciliare, il giudice deve detrarre d’ufficio dal credito risarcitorio i benefici spettanti alla vittima a titolo di indennità di accompagnamento ma solo se i presupposti di tale operazione risultino dagli atti (Cass. civ. n. 7774/2016). Nel caso di specie, oltre a non esservi domanda in tal senso di parte convenuta, l’indennità di accompagnamento percepita non risulta in alcun modo quantificata.
  1. e) Danno non patrimoniale in capo ai genitori (…) e (…) ed alle sorelle (…) e (…).

Venendo alla quantificazione del danno esistenziale patito dai genitori e dalle sorelle di (…) esso è suscettibile di risarcimento poiché la lesione del rapporto parentale attinge valori di indubbio rilievo costituzionale.

Tale danno non può che ritenersi presuntivamente provato in ragione della entità delle lesioni patite dalla minore e delle conseguenti difficoltà esistenziali che la presenza di un membro invalido al 100% comporta in un nucleo familiare.

Al fine di attuare la liquidazione equitativa di tale posta di danno vengono presi a riferimento i valori di risarcimento del danno parentale da perdita di congiunto secondo le Tabelle del Tribunale di Milano 2018, abbattuti del 50% sia perché (…) è in vita sia perché, come più volte ribadito, una porzione di invalidità è dovuta alla causa naturale preesistente.

  • Si avrà, pertanto, in favore dei genitori, la liquidazione di Euro 83.000 ciascuno, già comprensiva di rivalutazione ed interessi compensativi, oltre interessi in misura legale dalla sentenza al saldo.
  • In favore delle sorelle, invece, si otterrà la liquidazione di Euro 12.000 ciascuna, già comprensiva di rivalutazione ed interessi compensativi, oltre interessi in misura legale dalla sentenza al saldo.
  • Diritto di (…) ad essere tenuta indenne e manlevata da (…) LIMITED in forza di polizza assicurativa.
  • La struttura convenuta, responsabile del danno occorso, ha richiesto a sua volta di essere tenuta indenne e manlevata dalla sua personale assicurazione (…) LIMITED in forza di polizza n. (…) in corso di validità alla data del sinistro.
  • In primo luogo, si osserva che il sinistro ha ad oggetto danno alla salute arrecato da mala gestio del personale sanitario, chiaramente rientrante tra i rischi assicurati dalla polizza stipulata.
  • Restano da esaminare, dunque, le eccezioni sollevate da (…) LIMITED in ordine all’operatività esclusa o limitata della polizza stipulata.
  • Si ritiene, in primo luogo, pienamente operativa la polizza di assicurazione nonostante la circostanza prospettata di mancata adesione della assicurata alla definizione di accordo transattivo assicurazione/danneggiati mediante liquidazione di un danno di Euro 400.000 onnicomprensivo, infatti, non vi è prova che la transazione, oltretutto non formalizzata né versata in atti, avrebbe evitato la lite poiché tale somma avrebbe potuto essere trattenuta in acconto del maggior danno richiesto in risarcimento nell’odierno giudizio
  • REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI RAVENNA

SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Letizia De Maria

Ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 966/2015 promossa da:

(…) (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. GI.FR. e dell’avv. RI.CH. ((…)) VIA (…) BOLOGNA; elettivamente domiciliato in STRADA (…) C/O AVV. CH.RI. presso il difensore avv. GI.FR.

(…) (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. GI.FR. e dell’avv. RI.CH. ((…)) VIA (…) BOLOGNA; elettivamente domiciliato in STRADA (…) C/O AVV. CH.RI. BOLOGNA presso il difensore avv. GI.FR.

ATTORI

Contro

AZIENDA (…) DELLA ROMAGNA IN PERSONA DEL DIRETTORE P.T. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. GA.AL., elettivamente domiciliato in VIA (…) 48100 RAVENNA presso il difensore avv. GA.AL.

CONVENUTO

ESPOSIZIONE DELLE RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

Con atto di citazione ritualmente notificato (…) e (…), in proprio e quali esercenti la potestà genitoriale sulle minori (…), (…) e (…) convenivano in giudizio (…) al fine di sentirla condannare al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali patiti per effetto della grave lesione cerebrale riportata dalla minore (…) a causa della condotta negligente dei sanitari dell’Ospedale di Luogo nelle ultime fasi della gravidanza.

A fondamento della domanda parti attrice esponevano che la minore risultava affetta da una grave encefalopatia con irrimediabile compromissione cognitiva, tetraparesi spastica, cifoscoliosi, gravissimo deficit visivo, patologie tutte ascrivibili alla inadeguata gestione sanitaria della gravidanza della madre.

In particolare, lamentava parte attrice, si erano verificate alcune omissioni nella gestione della gravidanza gemellare monocoriale, le quali avevano determinato in via esclusiva il danno, tra le quali il mancato counselling con un centro di II o III livello fin dalla presa in carico della paziente al fine di programmare il parto nonché il mancato trasporto in ambulanza fino all’Ospedale di Ferrara (centro di II livello con reparto di Terapia Intensiva Neonatale) allorché in data 25.03.2004 veniva accertata la sofferenza di uno dei due feti.

Tali negligenti omissioni, in tesi, determinavano il danno cerebrale nella piccola (…), ragione per la quale veniva richiesto il risarcimento di tutti i danni patiti dai membri della famiglia nucleare, di seguito identificati e quantificati:

  1. a) Danno biologico permanente dalla stessa patito in percentuale prossima al 100% in capo ad (…) (Euro 1.451.103 con personalizzazione massima);
  2. b) Danno patrimoniale per perdita della capacità lavorativa in capo ad (…) (Euro 287.000);
  3. c) Danno patrimoniale dei genitori per spese di assistenza medica sostenute (Euro 420.000) e da sostenersi in futuro (Euro 208.718);
  4. d) Danno non patrimoniale esistenziale in capo ai genitori ed alle sorelle della piccola (…) a causa dell’inevitabile cambiamento delle abitudini di vita del nucleo familiare (Euro 150.000 ciascuno).

Nel giudizio, così radicato, si costituiva la convenuta (…), chiedendo respingersi la domanda attorea, data l’assenza di ogni profilo di negligenza, imprudenza, imperizia dei sanitari, in ogni caso, per mancanza di nesso di causalità tra eventuali omissioni ed evento di danno, la cui determinazione doveva imputarsi a causa esclusivamente naturale, per insulto ipossico inevitabile occorso alla neonata ancora nel grembo materno ed ipoteticamente correlato ad una chiusura anticipata del dotto arterioso di Bo.

Veniva altresì chiamata in causa l’assicurazione della convenuta (…) LIMITED che si costituiva aderendo alle difese svolte dalla convenuta in punto alla insussistenza di responsabilità medica ed eccependo, inoltre, la inoperatività della polizza per mala fede della propria assicurata, che non accettava di addivenire ad una composizione stragiudiziale della lite mediante versamento agli attori della somma di Euro 400.000 onnicomprensiva, infine, chiedendo, in caso di ritenuta operatività della manleva, l’applicazione della franchigia contrattuale di Euro 500.000, come previsto nella polizza assicurativa.

La causa veniva istruita mediante consulenza tecnica medico – legale eseguita dal dott. (…), con l’ausilio della dott.ssa (…), specialista in Ginecologia ed Ostetricia, che si ritiene di porre alla base della presente decisione poiché esaustiva e fondata su specifiche conoscenze medico – legali.

Il CTU, nel contraddittorio delle parti, rispondeva esaurientemente ai quesiti posti, valutando criticamente i documenti acquisiti e svolgendo un utile esame di fatti di causa, trattamento sanitario e conseguenze per la salute della paziente, raggiungendo conclusioni che vengono fatte proprie e valutate in termini giuridici.

Il fatto storico.

La madre (…), dopo una gravidanza condotta in assenza di complicazioni, accedeva all’Ospedale di Luogo in data 25.03.2004, trovandosi tra la 38 e la 39 settimana di gravidanza, per espletare una ecografia a seguito della quale si rendevano evidenti “versamento ascitico nel feto di sinistra, liquido amniotico ridotto in entrambi i sacchi (c.d. oligoidramnios), ed indice di pulsatilità del feto di destra 0,69 e del feto di sinistra di 1,46”.

L’ecografia, dunque, evidenziava una sofferenza fetale in atto, in particolare nel feto di sinistra, che avrebbe reso necessario un parto cesareo d’urgenza in un centro dotato di Terapia Intensiva Neonatale che l’Ospedale di Luogo non aveva, pertanto, previo contatto con l’Ospedale di Ferrara, la madre veniva inviata con mezzo proprio presso il centro specializzato al fine dell’espletamento del parto.

Le due gemelle nascevano presso l’Ospedale di Ferrara lo stesso giorno alle ore 13.33 e 13.34 tuttavia la prima nata (…) riportava diagnosi di “sindrome ipossico – ischemica da causa intrauterina” ed un connesso grave danno cerebrale comportante una invalidità permanente stimata in misura pari al 90 – 95%.

La C.T.U. evidenziava una serie di criticità nella gestione della gravidanza e del parto da parte dei sanitari dell’Ospedale di Lugo da porsi in correlazione causale con l’evento di danno hic et nunc considerato, in particolare (pag. 41 e 42 relazione peritale in atti):

  1. a) L’omessa richiesta di consulenza con un centro di 2 o 3 livello sin dal momento della presa in carico della paziente, riconducibile al settembre o dicembre 2003, mesi nei quali venivano eseguite ecografie di controllo, trattandosi di consulenza preventiva imposta in casi di gravidanza a rischio al fine di programmazione del timing del parto;
  2. b) L’omesso trasporto in ambulanza della madre allorché in data 25.03.2018 si presentavano le complicazioni della gravidanza.

Non ci si sofferma sulle omissioni documentali della cartella clinica e sul mancato invio della placenta al laboratorio per esame istologico, pur rilevate dal C.T.U., in quanto condotte ritenute non determinanti del danno al neonato.

  • Dunque la C.T.U. proseguiva escludendo che la causa dell’insulto ipossico potesse essere quella della chiusura anticipata del dotto di Botallo, come individuato dalla convenuta, poiché a tale patologica condizione era associata idrope fetale e non, come nel caso di specie, ascite fetale (pag. 37 relazione peritale in atti), ipotizzando, invece, quale causa probabile dell’ipossia perinatale, una variazione emodinamica a livello delle anastomosi arterovenose placentari che aveva provocato un sovraccarico cardiocircolatorio nella gemella prima nata – variazione avvenuta presumibilmente nel periodo di tempo dal 21.03.2004 al 25.03.2004, poiché la precedente ecografia a data 20.03.2004, colo cinque giorni prima del parto, non aveva presentato anomalie – (pag. 38 relazione peritale in atti).
  • La C.T.U., pertanto, concludeva che, pur non essendovi nel 2004 le linee guida e buone prassi attualmente vigenti, in base alle quali il parto in gravidanza gemellare monocoriale deve essere eseguito non oltre la 36-37 settimana, l’invio della paziente almeno in data 20.03.2004 al centro di 2 o 3 livello per la programmazione del parto avrebbe “attenuato il danno neurologico, evitando uno stress ipossico eccessivo”. Proseguiva la C.T.U. sostenendo che “certamente, sotto il profilo medico – legale ed applicando un criterio controfattuale come richiesto nel caso di specie, si può affermare che le criticità emerse sia nella fase della gestione della gravidanza sia nell’emergenza – urgenza del 25.03.2004 abbiano ridotto le chances di migliore evoluzione e gestione della complicanza che la gravidanza della signora (…) presentava e che quanto verificatosi in data 25.03.2004 abbia contribuito ad aggravare (fattore concausale) le severe lesioni cerebrali ipossico – ischemiche responsabili della gravissima disabilità di cui la paziente risulta attualmente affetta” (pag. 43 e 46 relazione peritale in atti).
  • Tali affermazioni saranno fatte proprie dal giudicante e precisata nel paragrafo che segue dedicato all’accertamento della responsabilità della struttura sanitaria nella causazione del danno.
  • L’accertamento della responsabilità della struttura sanitaria nella gestione della gravidanza.
  • La responsabilità della struttura sanitaria è ormai pacificamente di natura contrattuale ex art. 1218 c.c., come espressamente previsto dalla L. n. 24 del 2017, ed è soggetta pertanto ad un regime probatorio privilegiato ed al termine di prescrizione ordinario decennale.

Il contratto di spedalità è un contratto ad effetti protettivi di terzi, quali sono i neonati che la gestante porta in grembo ed il padre che, dunque, sono soggetti pienamente legittimati a chiedere il risarcimento dei danni che si siano determinati in conseguenza di un inadempimento imputabile alla struttura.

Quanto all’onere della prova, è sufficiente per il paziente danneggiato allegare di aver richiesto ed ottenuto un trattamento sanitario, comprovando il peggioramento, in esito ad esso, dello stato di salute, oltre al nesso di causalità tra fatto e danno, mentre incombe sulla parte convenuta, debitrice della prestazione di cura ed assistenza, dimostrare di aver diligentemente e correttamente eseguito la propria prestazione, con conseguente imputabilità dell’evento di danno a fattori esterni ed indipendenti dal proprio operato.

In mancanza di tale rigorosa dimostrazione, opera il criterio del “più probabile che non”, applicando il quale alla struttura ospedaliera possono essere ascritte le evenienze negative conseguite alla prestazione sanitaria incongrua, ove ragionevolmente e logicamente rapportabili ad un caso di malasanità.

La giurisprudenza, in punto di accertamento della responsabilità sotto il profilo della causalità materiale, ha ulteriormente chiarito, in casi del tutto analoghi a quello che occupa, che, ove sia accertata una coesistenza di fattori causativi dell’evento di danno, l’uno di origine naturale, l’altro dovuto ad errore umano, il nesso di causalità tra condotta ed evento di danno o non sussiste, poiché la causa naturale risulta da sola sufficiente a determinare il danno, ovvero, sussiste per intero, dovendo l’interprete tenere conto, in ogni caso, della concausalità naturale al fine della concreta determinazione del quantum del risarcimento.

Nel caso di specie, pertanto, spettava alla struttura sanitaria l’onere di dimostrare la diligenza con la quale la prestazione sanitaria veniva resa nei confronti della madre e delle neonate e la conseguente non imputabilità del danno, dovuto a diversa causa fortuita, tuttavia, sugli aspetti di negligenza individuati dalla C.T.U., la convenuta si limitava a replicare:

  1. a) L’inesistenza all’epoca di linee guida che raccomandassero il parto tra la 36 e la 37 settimana, pertanto, anche una consulenza con un centro specializzato non avrebbe determinato la programmazione del parto in epoca antecedente alla manifestazione della complicanza, momento nel quale il travaglio non era iniziato;
  2. b) La diligenza dei sanitari che, avvedutisi della sofferenza fetale in atto in data 25.03.2004, decidevano di inviare la paziente presso un centro specializzato per l’espletamento del parto, per il vantaggio rappresentato dalla presenza della terapia intensiva neonatale;
  3. c) Che il trasporto in ambulanza anziché con mezzo proprio avrebbe consentito un limitato quanto irrilevante risparmio di tempo ed il danno si sarebbe in ogni caso verificato.

La C.T.U., condotta secondo un giudizio prognostico, ex ante ed in concreto, evidenziava però che sarebbe stata opportuna la scelta di mettere in contatto la paziente per la programmazione del parto, se non dal momento della presa in carico mesi prima, almeno in data 20.03.2004, quando ancora l’ecografia non evidenziava anomalie ed in epoca ormai prossima al termine della gravidanza ed alla verificazione dell’insulto ipossico.

La complicanza ed il danno subito dalla neonata si sarebbe, infatti, probabilmente allo stesso modo verificato nei cinque giorni avvenire, ragionevolmente escludendo che, in assenza di linee guida che imponessero l’espletamento del parto in epoca antecedente la 37 settimana, anche il centro specializzato avrebbe programmato il parto entro cinque giorni dall’invio della paziente alla 38 settimana, tuttavia la paziente, presa in carico dal centro maggiormente specializzato, avrebbe beneficiato, in applicazione del medesimo criterio probabilistico, di una migliore gestione della emergenza e di un notevole risparmio di tempo nell’espletamento del parto.

In base a quanto rilevato dalla C.T.U. e sulla basi di nozioni di comune esperienza, può essere quantificato il probabile risparmio di tempo nell’espletamento del parto, in caso di pregressa consulenza e corretta gestione della emergenza, almeno di un’ora.

Considerato, infatti che l’ecografia del 25.03.2004, rivelatrice della anomalia, veniva eseguita alle 9,40 ed il parto espletato alle 13,40, dopo 4 ore; l’abbattimento dei tempi di consulenza con il centro specializzato, richiesta proprio in concomitanza della emergenza, lo spostamento in ambulanza anziché con mezzo proprio, il cesareo di urgenza eseguito entro 40 minuti dall’accesso, come prescritto nelle linee guida (anziché dopo quasi 60 minuti come avvenuto, dato che l’Ospedale di Ferrara non aveva mai avuto in carico prima (…)), sono tutte circostanze che avrebbero fatto risparmiare almeno 20 minuti di tempo ciascuna in modo tale da anticipare il parto di circa 1 ora con probabile attenuazione del danno neurologico della piccola (…).

Viene individuata, dunque, una negligenza causalmente rapportabile all’evento di danno, pur connotato da una genesi multifattoriale, considerato che la tempestività nella risoluzione delle emergenze ginecologiche è fattore essenziale al fine di limitare i danni alla salute della madre e dei feti, come è noto e come è stato apprezzato scientificamente dal C.T.U. secondo il quale “il ritardo nella esecuzione del taglio cesareo in urgenza può avere peggiorato le condizioni fetali neonatali” (pag. 28 relazione peritale in atti).

Ciò premesso, deve essere individuata con criteri equitativi la diversa efficienza delle varie concause sul piano della causalità giuridica al fine di ascrivere alla struttura sanitaria, responsabile sul piano della causalità materiale, un obbligo risarcitorio che non comprenda anche le conseguenze dannose non riconducibili alla mala gestio, bensì determinate dal caso fortuito, tale essendo la pregressa situazione patologica della neonata (…), esistente già prima della nascita.

I danni risarcibili

  1. a) Danno biologico permanente differenziale di (…).
  2. Premesso che la giurisprudenza da tempo si informa ai principi di integralità e personalizzazione nella liquidazione del danno non patrimoniale, senza duplicazioni risarcitorie, in punto ad invalidità accertata, non vi è motivo per discostarsi dalle valutazioni compiute dal CTU che stima il danno biologico permanente in 90 punti percentuali.
  3. Nel caso di specie, a fronte di un danno biologico complessivo nella misura del 90%, si stima il danno biologico che si sarebbe comunque registrato a fronte di una corretta gestione della emergenza nella misura del 45%, derivandone a causa dell’inesatto adempimento della struttura un danno biologico differenziale del 45%.
  4. Pertanto, questo Tribunale reputa equo e congruo liquidare il danno sulla scorta delle nuove Tabelle di Milano 2018, parametro di riferimento per la liquidazione dei danni da lesioni macropermanenti derivanti anche da attività medico chirurgica ed accolto da questo Tribunale.
  5. La tecnica di liquidazione del danno differenziale consiste nella quantificazione dell’intero danno biologico rilevato e nella successiva sottrazione della entità di danno biologico non riconducibile alla responsabilità della struttura, ciò al fine di una determinazione congrua del danno in concreto risarcibile che tenga conto dell’impianto delle tabelle risarcitorie che prevedono aumenti progressivi del risarcimento per punto d’invalidità crescente.
  6. Si avrà dunque, con applicazione della personalizzazione massima del 25%, avuto riguardo al caso di specie, relativo al danno patito da un neonato oggi invalido al 100% con conseguente impossibilità di attendere in autonomia alle ordinarie abitudini di vita, un danno biologico differenziale risarcibile all’attualità di Euro 877.747.
  7. Tale importo è da reputarsi comprensivo del pretium doloris e dei disagi che la piccola (…) ha dovuto affrontare, da reputarsi afferenti alla vita quotidiana e di relazione per dover adeguarsi alla propria condizione di salute.
  8. Trattandosi di debito di valore, con la sentenza cristallizzato in debito di valuta, sulla somma riconosciuta devono essere corrisposti, anziché interessi compensativi sulla somma devalutata e poi progressivamente rivalutata, come da indicazioni di Cass. S.U. n. 1712/1995, interessi compensativi in misura legale sulla somma già rivalutata a decorrere da una data intermedia tra quella del fatto e la decisione, che si fissa, equitativamente, nel 25.03.2011. La misura di tali interessi è di Euro 71.122, da sommare al capitale di Euro 877.747, per ottenere, infine, la somma di Euro 948.869, la liquidarsi a titolo di danno biologico differenziale, oltre interessi in misura legale dalla sentenza sino al saldo.
  9. chiama per separazioni e divorzi, cause ereditarie tra fratelli, responsabiita' medica diritto penale l'avvocato Sergio Armaroli
    chiama per separazioni e divorzi, cause ereditarie tra fratelli, responsabiita’ medica diritto penale l’avvocato Sergio Armaroli

    b) Danno patrimoniale futuro per perdita della capacità lavorativa generica di (…)

Deve poi essere riconosciuto il danno patrimoniale, in termini di lucro cessante futuro, commisurato alla totale incapacità di produrre reddito, non compreso nel risarcimento del danno biologico che può essere liquidato, in assenza di elementi in ordine alla capacità ed attitudine al lavoro che il danneggiato avrebbe avuto, secondo criteri equitativi.

La perdita della capacità lavorativa generica, nel caso di specie, deve essere risarcita utilizzando il criterio della sommatoria di tutti i redditi che la danneggiata perderà tra il momento della liquidazione e il momento futuro in cui avrebbe comunque cessato il lavoro, e quindi applicando eventualmente al risultato un saggio di sconto poiché la danneggiata percepisce immediatamente redditi che, se fosse rimasta sana, avrebbe riscosso solo tra alcuni anni e trarrebbe vantaggio dal risarcimento immediato se non si eliminasse, attraverso lo sconto, il cd. “montante di anticipazione”.

Tenuto conto del danno biologico permanente che in ogni caso si sarebbe verificato in misura pari al 45%, si stima che la capacità lavorativa generica, in assenza di responsabilità medica, pur non suscettibile di azzeramento, tuttavia avrebbe subito una forte contrazione, rendendo la danneggiata abile a lavori costituenti sì fonte di reddito ma retribuiti in misura inferiore almeno della metà rispetto al reddito medio annuo pro capite di Euro 20.690 come individuato nei dati diffusi dal (…) per l’anno 2016, pertanto, si ritiene equo prendere a parametro per le successive operazioni di calcolo del danno patrimoniale futuro un reddito medio annuo di Euro 10.345.

Il danno risarcibile si otterrà, dunque, moltiplicando il reddito medio annuo di Euro 10.345 per i 15 anni in cui il reddito di lavoro sarà verosimilmente perduto, ovvero dai 20 anni di età della danneggiata (conseguimento del diploma di scuola superiore e presumibile inizio dell’attività lavorativa) ai 35 anni di età (aspettativa media di vita di persone nelle stesse condizioni di salute della danneggiata).

La somma che ne risulta è di Euro 155.175 la quale sarà corrisposta all’esito della presente sentenza nell’anno 2018, nel quale la danneggiata ha raggiunto l’età di 14 anni, pertanto, 6 anni prima del raggiungimento dei 20 anni di età, motivo per il quale viene operata la capitalizzazione anticipata, volta a compensare un danno futuro che si assume costante in un arco di tempo di 6 anni, sulla base di un tasso di sconto del 2,5% in ragione di anno al fine di attualizzare la somma come individuata.

Si avrà, all’esito di tale operazione, la quantificazione di un danno pari ad Euro 133.807, oltre interessi in misura legale dalla sentenza al saldo.

  1. c) Danno patrimoniale per spese mediche sostenute dei genitori (…) e (…).

Parti attrici quantificano e documentano le spese mediche sostenute in Euro 603,06 per l’anno 2007, Euro 5.595,08 per l’anno 2008, Euro 13.566,02 per l’anno 2009, Euro 37.949,26 per l’anno 2010, Euro 22.902,50 per l’anno 2011, Euro 22.712,02 per l’anno 2012, Euro 26.501,45 per l’anno 2013, Euro 23.846,39 per l’anno 2014 per un totale di Euro 208.718,53.

Parte convenuta si limita a contestare genericamente l’importo delle spese sanitarie delle quali viene chiesto il rimborso, non ritenendo sussistente alcuna responsabilità per l’evento di danno, né rileva dal punto di vista giuridico l’affermazione del C.T.U. secondo la quale talune spese relative agli anni 2007, 2008, 2009, 2010 per musicoterapia, psicomotricità, ippoterapia, cure presso il centro di neuroriabilitazione Ad.Me. (viaggi aerei inclusi), prezzo di acquisto dell’automezzo (…) attrezzato per disabili non sono riconducibili a livelli essenziali di assistenza e pertanto escludibili da rimborso.

Non è controverso che tali voci di spesa sostenute dai genitori costituiscano danno patrimoniale quale conseguenza immediata e diretta dell’inesatto adempimento della prestazione sanitaria ai sensi dell’art. 1223 c.c., dunque risarcibili, salva la considerazione che, escluso l’inadempimento, una invalidità vi sarebbe comunque stata e talune spese mediche sarebbero state in ogni caso sostenute, seppur in misura minore.

Appare equo e congro pertanto concedere il rimborso di tali spese nella misura del 50% del totale per l’ammontare di Euro 104.359. Trattandosi di condanna al pagamento di una somma di denaro, quale obbligazione di valuta, sulla stessa risultano dovuti interessi in misura legale decorrenti dalla domanda giudiziale sino al saldo.

  1. d) Danno patrimoniale per spese mediche da sostenersi in futuro dei genitori (…) e (…).

Deve poi essere riconosciuto il danno patrimoniale, in termini di danno emergente futuro, commisurato alla misura delle spese mediche che i genitori dovranno sostenere in futuro, da liquidare anche in questo caso secondo criteri equitativi.

Le spese mediche future, nel caso di specie, devono essere risarcite utilizzando il criterio della moltiplicazione della media annuale delle spese mediche sostenute sino all’anno 2014, pari ad Euro 26.000, per il numero di 25 anni avvenire, a decorrere dal 2015 e tenuto conto della menzionata aspettativa di vita di 35 anni, nei quali saranno necessarie altrettante spese mediche, essendo la condizione della danneggiata completamente stabilizzata e non suscettibile di miglioramenti.

Si avrà, dunque, il risarcimento nella misura di Euro 650.000, apparendo congruo concedere il risarcimento di tali spese nella misura del 50% del totale in ragione della preesistenza, somma ulteriormente ed equitativamente decurtata per l’anticipazione del rimborso della maggioranza delle spese per annualità future, risultando all’esito la cifra di Euro 300.000, oltre interessi in misura legale dalla sentenza al saldo.

Per inciso, si osserva che nella liquidazione del danno patrimoniale consistente nelle spese che la vittima di lesioni personali deve sostenere per l’assistenza domiciliare, il giudice deve detrarre d’ufficio dal credito risarcitorio i benefici spettanti alla vittima a titolo di indennità di accompagnamento ma solo se i presupposti di tale operazione risultino dagli atti (Cass. civ. n. 7774/2016). Nel caso di specie, oltre a non esservi domanda in tal senso di parte convenuta, l’indennità di accompagnamento percepita non risulta in alcun modo quantificata.

  1. e) Danno non patrimoniale in capo ai genitori (…) e (…) ed alle sorelle (…) e (…).

Venendo alla quantificazione del danno esistenziale patito dai genitori e dalle sorelle di (…) esso è suscettibile di risarcimento poiché la lesione del rapporto parentale attinge valori di indubbio rilievo costituzionale.

Tale danno non può che ritenersi presuntivamente provato in ragione della entità delle lesioni patite dalla minore e delle conseguenti difficoltà esistenziali che la presenza di un membro invalido al 100% comporta in un nucleo familiare.

Al fine di attuare la liquidazione equitativa di tale posta di danno vengono presi a riferimento i valori di risarcimento del danno parentale da perdita di congiunto secondo le Tabelle del Tribunale di Milano 2018, abbattuti del 50% sia perché (…) è in vita sia perché, come più volte ribadito, una porzione di invalidità è dovuta alla causa naturale preesistente.

Si avrà, pertanto, in favore dei genitori, la liquidazione di Euro 83.000 ciascuno, già comprensiva di rivalutazione ed interessi compensativi, oltre interessi in misura legale dalla sentenza al saldo.

In favore delle sorelle, invece, si otterrà la liquidazione di Euro 12.000 ciascuna, già comprensiva di rivalutazione ed interessi compensativi, oltre interessi in misura legale dalla sentenza al saldo.

Diritto di (…) ad essere tenuta indenne e manlevata da (…) LIMITED in forza di polizza assicurativa.

La struttura convenuta, responsabile del danno occorso, ha richiesto a sua volta di essere tenuta indenne e manlevata dalla sua personale assicurazione (…) LIMITED in forza di polizza n. (…) in corso di validità alla data del sinistro.

In primo luogo, si osserva che il sinistro ha ad oggetto danno alla salute arrecato da mala gestio del personale sanitario, chiaramente rientrante tra i rischi assicurati dalla polizza stipulata.

Restano da esaminare, dunque, le eccezioni sollevate da (…) LIMITED in ordine all’operatività esclusa o limitata della polizza stipulata.

Si ritiene, in primo luogo, pienamente operativa la polizza di assicurazione nonostante la circostanza prospettata di mancata adesione della assicurata alla definizione di accordo transattivo assicurazione/danneggiati mediante liquidazione di un danno di Euro 400.000 onnicomprensivo, infatti, non vi è prova che la transazione, oltretutto non formalizzata né versata in atti, avrebbe evitato la lite poiché tale somma avrebbe potuto essere trattenuta in acconto del maggior danno richiesto in risarcimento nell’odierno giudizio di merito.

È, poi, certamente applicabile la franchigia contrattuale di Euro 500.000 per sinistro prevista nell’art. 1 della polizza assicurativa.

Le ragioni della decisione includono la già espressa valutazione di superfluità delle istanze istruttorie, che non avrebbero apportato, ove accolte, elementi utili alla decisione, alla quale si è potuti pervenire sulla scorta di quanto già presente e valutabile in atti. Risultano superflue le prove orali sul danno esistenziale, raggiunta in via presuntiva, e le istanze di chiarimenti e di rinnovazione della C.T.U., esaustiva con riferimento ai quesiti posti.

Le spese di lite seguono la regola della soccombenza e vengono liquidate in dispositivo secondo il (…) n. 55 del 2014, anche nei rapporti tra convenuto e terzo chiamato. Le spese di C.T.U. sono da porsi definitivamente a carico di parte convenuta.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando nella causa che reca n.r.g. 966/2015, ogni diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

– Accerta la responsabilità di (…) in merito al danno alla salute occorso ad (…) e per l’effetto

– Dichiara tenuta e condanna (…) al pagamento delle seguenti poste risarcitorie:

  1. a) A titolo di danno biologico differenziale la somma di Euro 948.869 in favore di (…); comprensiva di rivalutazione e di interessi legali decorrenti dal 25.03.2011 ad oggi, oltre interessi legali sulla predetta somma dalla pubblicazione della sentenza sino al saldo;
  2. b) A titolo di danno patrimoniale futuro per perdita della capacità lavorativa la somma di Euro 133.807 in favore di (…), oltre interessi legali sulla predetta somma dalla pubblicazione della sentenza sino al saldo;
  3. c) A titolo di danno patrimoniale per spese mediche sostenute la somma di Euro 104.359 in favore di (…) e (…), oltre interessi legali sulla predetta somma dalla domanda sino al saldo;
  4. d) A titolo di danno patrimoniale per spese mediche future la somma di Euro 300.000 in favore di (…) e (…), oltre interessi in misura legale dalla pubblicazione della sentenza al saldo;
  5. e) A titolo di danno non patrimoniale la somma di Euro 83.000 in favore di (…); di Euro 83.000 in favore di (…), di Euro 12.000 in favore di (…); di Euro 12.000 in favore di (…), somme già comprensive di interessi e rivalutazione, oltre interessi in misura legale su tutte le predette somme dalla pubblicazione della sentenza al saldo;

– Condanna (…) al pagamento delle spese di lite in favore di parte attrice che si liquidano in Euro 20.000 per compensi, oltre 15% per spese generali, i.v.a. e c.p.a. come per legge; spese di C.T.U. definitivamente a carico di parte convenuta;

– Condanna (…) LIMITED a tenere indenne (…) delle somme come sopra determinate e poste a suo carico, anche in via di regresso, per risarcimento danni e spese di lite, come da termini contrattuali;

– Condanna (…) LIMITED al pagamento in favore di (…) delle spese di lite, che si liquidano, per la chiamata, in Euro 10.000 per compensi, oltre 15% per spese generali, i.v.a. e c.p.a. come per legge.

Così deciso in Ravenna il 20 giugno 2018.

Depositata in Cancelleria il 22 giugno 2018.

SOLUZIONI SEPARAZIONE EVITANDO LUNGHE CAUSE BOLOGNA

 BOLOGNA 3 SOLUZIONI SEPARAZIONE EVITANDO LUNGHE CAUSE

 

  1. VI parlo come avvocato di trentennale esperienza ,
  2. le cause in materia di separazione nella maggior parte dei casi sono spesso non convenienti per i coniugi
  3. Separazione consensuale e giudiziale; l’addebito Bologna
    Effetto della riconciliazione dei coniugi Bologna
  4. Bologna condiviso ed esclusivo dei figli 
    Mantenimento dei figli e assegnazione della casa coniugale Bologna Garanzie relative al pagamento dell’assegno di mantenimento
    Trasferimento dei beni mobiliari e immobiliariBolognaModifica delle condizioni di separazioni Bologna
  5. non convenienti perché i coniugi parlo della normalita’ dei casi nel momento della separazione devono fare economia, cioè considerare i costi che vivere separati e garantire pero’ alla prole un quieto vivere comporta.
  6. Avvocato Separazioni Bologna Quando i coniugi non trovano una soluzione concordata per la separazione o per la cessazione degli effetti civili del matrimonio , è necessario procedere giudizialmente.

La separazione consensuale prevede l’assistenza legale dei coniugi che non intendano, per ragioni varie, iniziare un procedimento giudiziale.

Sono i casi in cui i coniugi hanno entrambi la volontà di separarsi ovvero si sono resi conto che non risulta possibile continuare nel rapporto matrimoniale anche per il bene dei figli, oltre che delle parti stesse.

In questi casi le parti possono rivolgersi entrambi ad un unico avvocato che provvederà a stimolare la riflessione su quegli elementi da risolvere prima di predisporre il ricorso per separazione, ovvero a puntualizzare in una scrittura privata gli accordi raggiunti o a suggerire accordi opportuni caso per caso.

Ovviamente un ricorso per separazione consensuale congiunto riduce i costi per le parti e i tempi di raggiungimento dell’accordo.

E’ possibile, e in alcuni casi preferibile, che i coniugi si rivolgano a due avvocati diversi che provvederanno a redigere il ricorso per separazione consensuale secondo i desiderata dei propri clienti dopo attenta analisi delle reciproche richieste e mediazione tra le varie pretese.

AVVOCATO-P-CIVILE-

  • La fine di un rapporto di coniugio o di una convivenza è sempre momento delicato per chi si accinge a terminare definitamente un progetto di vita comune soprattutto in presenza di figli minori o maggiori di età conviventi coi genitori.
  • Determinarsi alla disgregazione del nucleo familiare è scelta gravida di importanti conseguenze dal punto di vista sia psicologico sia economico. Per tale motivo, è bene affidarsi ad avvocati specializzati in diritto di famiglia in grado di assistere i coniugi o i conviventi in ogni aspetto della vicenda.
  • Avvocato Separazioni Bologna si compone di professionisti che coniugano competenza, esperienza e sensibilità offrendo assistenza legale ai coniugi o conviventi anche di differente nazionalità per le problematiche attinenti agli aspetti relativi all’affidamento dei minori nonché alle condizioni economiche accessorie (mantenimento del coniuge più debole e della prole, assegnazione della casa familiare, trasferimenti immobiliari fra i coniugi, divisioni di beni comuni) ed altresì, se del caso, indirizzando le parti ad un supporto esterno di tipo psicologico tramite la c.d. mediazione familiare.
  • avvocato-p-affido-figli-1
  • Potete chiedere informazioni su separazioni e divorzi consensuali o giudiziali, ottenere consulenze legali anche nell’ambito del diritto di famiglia, richieste di convenzioni e preventivi sui servizi legali offerti.
  • Lo studio legale avvocato separazioni Bologna Sergio Armaroli  presta la propria assistenza per orientarvi nella soluzione legale migliore. L’avvocato separazioni Bologna  mostrerà la strada giusta per affrontare con rapidità un procedimento di Divorzio o di Separazione presso il Tribunale di Bologna
  • Chiedendo una consulenza legale dell’avvocato matrimonialista separazioni Bologna  potrete superare le controversie di diritto di famiglia in modo chiaro ed efficace, attraverso un percorso che mette fine all’unione matrimoniale mediante la separazione e il divorzio.
  • La separazione o il divorzio più veloci sono quelli in cui coniugi raggiungono un accordo, così da poter intraprendere una procedura di scioglimento del legame consensuale o con la procedura di negoziazione assistita. Ma spesso questo non è possibile per la diversità delle posizioni, per cui è necessario procedere alla domanda di separazione o divorzio in via giudiziale.

 

 

Attraverso i procedimenti giudiziali, si chiede al Tribunale competente di pronunciare una sentenza che regola i rapporti tra i coniugi, i  rapporti circa l’affidamento dei figli, l’assegnazione della casa coniugale e le questioni economiche e patrimoniali

L’art. 150  2 comma c.c. prevede due tipi di separazione: “giudiziale” o “consensuale”.

La separazione consensuale (art.158 c.c.) è un rimedio volontario di definizione della crisi coniugale. Ai coniugi viene infatti riconosciuta ampia autonomia nello stabilire le condizioni della separazione in ordine alla regolamentazione degli aspetti economici, personali e patrimoniali dei medesimi. Il legislatore, si preoccupa principalmente di garantire la tutela degli interessi della prole, è infatti previsto il controllo da parte del Tribunale delle condizioni della separazione concordate, al fine di assicurare che gli accordi presi  non ledano gli interessi dei minori e comunque siano conformi alla legge.SOLUZIONE-INCIDENTI

Separazione (consensuale o contenzioso)

Divorzio (consensuale o contenzioso)

Modifica delle condizioni di separazione o divorzio

Separazioni e divorzi tramite negoziazione assistita

Nullità del matrimonio

Mediazione familiare

Affidamento dei figli

Assegnazione della casa familiare

Ammontare dell’assegno di mantenimento

Coppie di fatto

 

Presupposto fondamentale per questo tipo di separazione è l’accordo dei coniugi, che insieme dovranno stabilire le condizioni della separazione e cioè regolare gli aspetti relativi alla misura dell’assegno di mantenimento dei figli e del coniuge ecomicamente più debole, alla assegnazione della casa famigliare, all’affidamento dei figli, dei tempi e i modi di visita e permanenza dei figli minori presso entrambi i genitori.

Il matrimonio è una scelta molto importante, ricca non solo di suggestioni sociali e personali, ma anche di grande valenza giuridica. Con il matrimonio l’amore della coppia si estende alle rispettive famiglie originarie, creando di conseguenza anche nuovi e significativi legami giuridici. In materia familiare appare essenziale affidarsi a professionisti preparati e competenti, oltreché dotati della giusta dose di sensibilità ed umanità, al fine di gestire con la maggiore serenità e fiducia possibile la fine di una relazione coniugale.

Lo studio Il matrimonio è una scelta molto importante, ricca non solo di suggestioni sociali e personali, ma anche di grande valenza giuridica. Con il matrimonio l’amore della coppia si estende alle rispettive famiglie originarie, creando di conseguenza anche nuovi e significativi legami giuridici. In materia familiare appare essenziale affidarsi a professionisti preparati e competenti, oltreché dotati della giusta dose di sensibilità ed umanità, al fine di gestire con la maggiore serenità e fiducia possibile la fine di una relazione coniugale. Lo studio nel corso degli anni ha acquisito specifiche competenze ed esperienza nel diritto di famiglia, con particolare riferimento ai seguenti procedimenti:

ricorsi per la separazione consensuale dei coniugi;

separazione con negoziazione assistita (c.d. separazione davanti all’Avvocato, senza ricorso in Tribunale)

ricorsi per la separazione giudiziale dei coniugi.

ricorsi per l’ottenimento del divorzio congiunto (scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario);

divorzio con negoziazione assistita (c.d. divorzio davanti all’Avvocato, senza ricorso in Tribunale

ricorsi per l’ottenimento del divorzio giudiziale (scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario);

 nel corso degli anni ha acquisito specifiche competenze ed esperienza nel diritto di famiglia, con particolare riferimento ai seguenti procedimenti:

ricorsi per la separazione consensuale dei coniugi;

separazione con negoziazione assistita (c.d. separazione davanti all’Avvocato, senza ricorso in Tribunale)

ricorsi per la separazione giudiziale dei coniugi.

ricorsi per l’ottenimento del divorzio congiunto (scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario);

divorzio con negoziazione assistita (c.d. divorzio davanti all’Avvocato, senza ricorso in Tribunale

ricorsi per l’ottenimento del divorzio giudiziale (scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario);

 

La separazione per aver efficacia deve essere omologata dal Tribunale.

 

 

Le condizioni della sentenza di separazione o di un provvedimento di omologazione della separazione consensuale o della sentenza di divorzio o ancora, contenute in un provvedimento che già in precedenza aveva modificato le condizioni di una separazione o di un divorzio, possono essere,  per giustificati motivi, revocate o modificate dal Tribunale su istanza di uno solo dei coniugi o di entrambi.

Possono essere richiesti cambiamenti di  natura economica, riguardo all’assegno di mantenimento o riguardo all’affidamento dei figli.

avvocato separazione bologna
avvocato separazione bologna

Ci vuole tranquillita’ e pretese coerenti nella separazione.

 

Non si puo’ ad esempio chiedere  a un marito che guadagna milletrecento euro mensili mille euro per se e i figli, perché il marito non puo’ pagarle, nemmeno se vuole perché il reddito non glielo permette.

Separazione consensuale e giudiziale; l’addebito Bologna
Effetto della riconciliazione dei coniugi Bologna

Bologna condiviso ed esclusivo dei figli 
Mantenimento dei figli e assegnazione della casa coniugale Bologna Garanzie relative al pagamento dell’assegno di mantenimento
Trasferimento dei beni mobiliari e immobiliariBolognaModifica delle condizioni di separazioni Bologna

Per fare una buona separazione  bisogna pensare esattamente quello che si puo’ e quello che è giusto ottenere !!

 

Facciamo un calcolo , una separazione consensuale  ha un costo ridotto rispetto a una giudiziale che richiede ricorso, memorie difensive, udienze ,prove, e poi pe r parlare del solo primo grado di giudizio, memorie conclusionali per un avvocato

Tempi dai due ai quattro anni, a volte di piu’ !

I costi possono variare dagli otto ai quindicimila euro a coniuge ,a volte di piu’ se vi sono questioni patrimoniali importanti, ma in quel caso ovviamente la spesa diventa un problema minore, anche se i costi possono lievitare e di molto!!

 

Poniamo il caso di una separazione giudiziale normale, ogni coniuge puo’ spendere tranquillamente  dieci dodici mila euro.

Ergo venti venticinquemila euro per due avvocati e due parti! Per un nucleo famigliare normale un bella spesa, !!

 

Parlo di tariffe  e compensi normali medi, secondo le tariffe professionali medie per valore indetemrinabile medio.

 

Ecco perché io consiglio sempre una separazione  consensuale e provo a volte fino all’ultimo affinchè i coniugi raggiungano un accordo!!

avvocato separazione bologna
avvocato separazione bologna

 

Oltre ai vantaggi economici su illustrati la separazione consensuale conviene perché sicuramente è meno conflittiva, e provoca  minori scontri tra i coniugi ,scontri poi che rischiano i innervosir ei coniugi e questo poi si riflette inevitabilmente sulla prole, che vedono i genitori tesi preoccupati e nervosi, e magari che nemmeno si parlano.

 

Mi è capitato spesso di parlare con coniugi o assisterne  che dopo anni di separazione giudiziale  mi hanno confessato che avrebbero fatto meglio a fare una consensuale, spendendo molto meno e sofffrendo molto meno

Certo se  uno dei due coniugi non vuole la separazione e non vuole contribuire e o contribuire in maniera inadeguata al mantenimento del coniuge piu’ debole o dei figli in modo inadeguato, allora purtroppo la separazione giudiziale si rende necessaria, inevitabile.

 

Infatti per la separazione consensuale occorre che i coniugi si accordino sulla casa, sulle spese sul mantenimento e sull’affido figli anche se oggi vi è la prassi dell’affido condiviso.

 

In questo articolo tralascio la citazione di sentenze e precedenti giurisprudenziali, parlo con massima apertura  affinchè le persone  capiscano e comprendano la neccessita’ di un accordo per una consensuale .

Separazione consensuale e giudiziale; l’addebito Bologna
Effetto della riconciliazione dei coniugi Bolognaavvocato separazione bologna 

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Avvocato Sergio Armaroli

BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE

BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE E MODIFICA ASSE EREDITARIO BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE

BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE E MODIFICA ASSE EREDITARIO BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE CHE EFFETTI HA ? TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE ha l’effetto di modificare la successione legittima, cioè quella successione stabilita per legge, lasciando la quota legittima a uno o piu’ eredi, mentre la quota necessaria è devoluta per legge  agli eredi titolari del diritto  . TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE molto spesso pone delle problematiche tra gli eredi
BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE E MODIFICA ASSE EREDITARIO BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE CHE EFFETTI HA ? TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE ha l’effetto di modificare la successione legittima, cioè quella successione stabilita per legge, lasciando la quota legittima a uno o piu’ eredi, mentre la quota necessaria è devoluta per legge  agli eredi titolari del diritto  . TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE molto spesso pone delle problematiche tra gli eredi

TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE CHE EFFETTI HA ?

TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE l’effetto di modificare la successione legittima, cioè quella successione stabilita per legge, lasciando la quota legittima a uno o piu’ eredi, mentre la quota necessaria è devoluta per legge  agli eredi titolari del diritto  .

TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE molto spesso pone delle problematiche tra gli eredi-BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE

Poniamo il caso oramai non infrequente che  un padre con un figlio lasci la quota disponibile alla badante.

 

Se il padre era  lucido e capace di intendere poteva farlo, ognuno di noi ha il diritto di lasciare la quota disponibile a chi vuole, infatti tale quota è nella disponibilita’ del testatore .

La specifica competenza della teste nel percepire la condizione del paziente e la sua assoluta indifferenza rispetto ai fatti di causa, nonché la conferma puntuale che la deposizione ha trovato nella documentazione medica acquisita, rendono ragionevolmente certa e pienamente condivisibile la convinzione a cui è pervenuto il giudice di primo grado, avendo reputando assolto l’onere probatorio incombente sull’attrice in ordine all’incapacità naturale del testatore.

Ma ulteriori elementi di carattere indiziario contribuiscono vieppiù a rafforzare tale conclusione.

Si allude, m primo luogo, al fatto che il (…) trovandosi ad affrontare una malattia che metteva seriamente in pericolo la sua esistenza, non può non essersi posto il problema della successione nel suo patrimonio delle persone che aveva più care. Per quanto sia stata urgente la decisione dell’intervento chirurgico, egli aveva avuto l’opportunità dimeditare sulla questione ed appare dunque assai poco verosimile che, proprio quanto era moribondo, possa avere consapevolmente rivoluzionato la decisione, assunta molti anni addietro e sempre costantemente mantenuta fino a quel momento, di devolvere l’intero patrimonio alla convivente (…).

In secondo luogo, nessuna accadimento esteriore, in capo al testatore o all’erede in precedenza designata, poteva far presagire mutamenti d’indirizzo, anzi la (…) aveva acquistato altri meriti di riconoscenza verso (…) standogli vicino e prestandogli assistenza nella fase della malattia, tanto che anche il 26 febbraio ella si trovava al suo fianco, come hanno confermato i testi (…) affermando che soltanto, nel pomeriggio la donna si era allontana (insieme alla badante) contando sulla presenza dei parenti al capezzale del moribondo.

In terzo luogo, si ritiene clinicamente inspiegabile e smaccatamente rocambolesca l’eventualità che un paziente in fin di vita, ormai immobilizzato a letto, esausto e disorientato, abbia riacquistato un solo ed unico momento di lucidità BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE

– guarda caso proprio in assenza della compagna, dell’infermiera e dellabadante – e lo abbia prontamente speso, riemergendo dagli abissi dell’incoscienza, per redigere testamento a favore del nipote e della sorella, la quale – guarda caso – era anch’essa lì presente insieme ai cugini Ma., i quali – guarda caso – senza indugi si prestarono a reperire l’agenda che fece da supporto cartaceo alle nuove disposizioni testamentarie, a sorreggere il moribondo mentre scriveva, a strappare e conservare i figli dell’agenda (tacendo l’episodio al rientro delle altre persone), nonché a telefonare quella sera stessa ad un amico avvocato “per sapere cosa fare”, in modo che rivela palese allineamento agli interessi delle parti appellanti.

Orbene, le considerazioni sopra svolte, integrando limpide prove dirette e seri elementi indiziari, dimostrano univocamente l’incapacità del testatore, mentre gli elementi istruttori offerti in segno contrario dalle difese appellanti si rivelano inattendibili o inconsistenti.

Va anzitutto sottolineato che le plurime contraddizioni in cui sono cadute le deposizioni dei (…), puntualmente elencate nella sentenza di primo grado e intrinsecamente non smentire, ma soltanto arbitrariamente minimizzate dalle difese appellanti, non vertono su elementi secondari o di contorno, ma attengono ai tratti essenziali della vicenda (i tempi e i modi, la descrizione delle persone presenti, la concatenazione degli eventi, la condotta del testatore), e pertanto fanno ritenere inattendibili le deposizioni testimoniali in commento, perché evidentemente compiacenti agli interessi dei (…) danno della (…).

Nel quadro probatorio delineato, appare poi quasi risibile la tesi difensiva secondo cui l’impiego di locuzioni del tipo “ritorni tutto ai (…)”, oppure “domani lo scrivo meglio”, rivelerebbe la serena consapevolezza del testatore. Se infatti (…) era incapace d’intendere e di volere quando scrisse di suo pugno quelle parole (ammesso che le abbia scritte, giacché l’ipotesi non è stata processualmente verificata), questo significherebbe semplicemente che esse furono il frutto, come non manca di rilevare il Tribunale, “di una inconsapevole e meccanica redazione sotto dettatura, in un contesto in cui il disponente non aveva comunque affatto contezza di quanto scriveva”, potendosi facilmente presumere che (…) avendo saputo del testamento in precedenza redatto dal fratello a favore della (…) avesse appunto interesse a stimolare dichiarazioni di quel genere approfittando della debolezza e dalla prostrazione psicofisica del congiunto. E appena il caso di ricordare che, in assenza di testamento, (…) sarebbe stata erede legittima del fratello, sicché, in tanto può concepirsi una spinta a dirottare le ultime volontà del medesimo nella direzione controversa, in quanto ciò servisse a revocare precedenti disposizioni testamentarie divergenti. Ecco dunque che, le frasi menzionate dalla difesa possono in realtà intendersi ad attestare, non tanto la consapevolezza di (…), quanto la consapevolezza di (…) del fatto che, senza la redazione di un nuovo testamento, tutto il patrimonio del fratello sarebbe finito alla (…).

La chiarezza delle risultanze istruttorie rende superfluo ogni ulteriore approfondimento del tema ed impone il rigetto integrale dei motivi d’impugnazioni concernenti la nullità del testamento olografo del 26 febbraio 2004.

Restano a questo punto da esaminare i motivi concernenti la nullità del testamento del 3 aprile 2002 a favore della (…) che sottendono un problema giuridico di non poco momento, oggetto di contrasto e fraintendimenti anche nella giurisprudenza della Corte di Cassazione. Si allude alla spinosa questione del disconoscimento del testamento olografo da parte dell’erede legittimo e della distribuzione dell’onere probatorio relativo. Il giudice di primo grado ha ritenuto che l’azione dei convenuti (oggi appellanti), in quanto diretta a far valere un interesse proprio e non un interesse del de cuius, non potesse limitarsi al disconoscimento nel senso previsto dall’art. 214 c.p.c., ma richiedesse la proposizione di una vera e propria domanda riconvenzionale diretta a far valere l’invalidità del testamento olografo redatto a favore altrui.

Ogni riflessione sul tema non può che muovere dalla considerazione per cui la procedura di disconoscimento e di verificazione a norma degli artt. 214 e 216 c.p.c. riguarda le scritture private provenienti dai soggetti del processo, ossia presuppone che sia negata l’autenticità della scrittura o della firma proprie dal soggetto contro il quale il documento è prodotto. Per le scritture provenienti da terzi, com’è indubbiamente il testamento olografo, la contestazione deve venire invece sollevata nelle forme dell’art. 221 e seguenti c.p.c., risolvendosi in una eccezione difalso (in tal senso Cass. 30 ottobre 2003 n. 16362).

Quando il secondo comma dell’art. 214 c.p.c. dispone che gli eredi o aventi causa possono limitarsi a dichiarare di non conoscere la scrittura o la sottoscrizione del loro autore, non introduce un’eccezione al principio sopra affermato, ma lo adatta all’ipotesi del successore nel rapporto giuridico controverso, il quale, pur subentrando nella stessa posizione del dante causa, ovviamente non ha personalmente redatto la scrittura. Ne segue che, come esattamente ritenuto dal Tribunale, il secondo comma dell’art. 214 c.p.c. è applicabile alle sole scritture che avrebbero prodotto effetti nei confronti del de cuius, non alle scritture, come il testamento, che manifestano la volontà negoziale del de cuius.

A ciò si aggiunga l’osservazione per cui la dichiarazione testamentaria è tipicamente suscettibile di produrre effetti erga omnes e non soltanto tra le parti del processo, basti pensare al trasferimento di diritti reali immobiliari in cui abitualmente si esprime la volontà testamentaria. A ben vedere, il testamento olografo è l’unica scrittura non pubblica e non autenticata in grado di produrre effetti di questo tipo nel sistema, il che vieppiù denuncia l’insufficienza di un mero disconoscimento effettuato ai sensi dell’art. 214 c.p.c. per paralizzarne gli effetti sostanziali. Una volta che il testamento olografo sia pubblicato, qualunque terzo è autorizzato a ritenere eredi coloro che vi sono designati e può validamente negoziare con essi i diritti concernenti la massa ereditaria, sicché sembra fin troppo evidente che il mero disconoscimento effettuato in giudizio dal potenziale successore legittimo pretermesso contro l’erede testamentario designato non può valere a rimuovere nei confronti della collettività la posizione di quest’ultimo, fin quando non si esprima in un’azione d’invalidità opponibile erga omnes.

 

BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE

Impugnazione di testamento – Successioni ed eredità – Impugnazione del testamento olografo – Disconoscimento della veridicità e dell’autenticità del testamento – Onere del disconoscimento – Onere dell’erede testamentario di proporre l’istanza di verificazione e provare la propria qualità

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE D’APPELLO DI FIRENZE

PRIMA SEZIONE CIVILE

composta dai magistrati:

– dott. Antonio Chini – Presidente –

– dott. Pietro Mascagni – Consigliere –

– dott. Edoardo Monti – Consigliere rel. –

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Sull’impugnazione proposta

da

(…), non in proprio ma quale esercente la potestà genitoriale sul figlio minore Be.Sa., rappresentata e difesa dall’avv. St.Ar. per delega in atti, con domicilio eletto in Empoli via (…) presso lo studio del medesimo

– appellante –

(…) rappresentata e difesa dagli avv.ti Fr.Be. e Cl.Ne. per delega in atti, con domicilio eletto in Fucecchio (Firenze) via (…) presso lo studio dei medesimi

– appellante –

contro

(…) rappresentata e difesa dagli avv.ti Re.Bi. e Ca.Bi. per delega in arti, con domicilio eletto in Empoli via (…) presso lo studio dei medesimi

– appellata –

avverso la sentenza del Tribunale di Firenze in data 5 dicembre 2007 n. 114/08

Avente ad oggetto: impugnazione di testamento.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il 20 luglio 2004, (…) conveniva davanti al Tribunale di Firenze (…) e (…), quest’ultima non in proprio, bensì quale esercente la potestà genitoriale sul figlio minore (…), per sentir dichiarare la nullità del testamento olografo di (…), che aveva istituito eredi le controparti revocando il precedente testamento olografo a favore di essa attrice. A sostegno dell’azione, questa deduceva la nullità della seconda scheda testamentaria, per mancanza di data e di autografia e comunque per incapacità naturale del testatore.

Le convenute si costituivano separatamente in giudizio contestando la fondatezza della domanda avversa e chiedendo in via riconvenzionale l’accertamento della qualità di eredi di (…).

All’esito dell’istruttoria, con sentenza del 5 dicembre 2007, il giudice adito dichiarava nullo ex art. 591 comma 3 c.c.il testamento olografo del 26 febbraio 2004 a favore di (…) mentre dichiarava la (…) erede universale di (…) in forza del testamento olografo del 3 aprile 2002, ordinando la restituzione alla medesima di tutta la massa ereditaria e condannando le parti convenute al pagamento delle spese processuali. Nella motivazione, il Tribunale ravvisava in via preliminare assorbente l’incapacità naturale del testatore, affetto da una grave malattia che il 3 marzo 2004 lo aveva portato alla morte compromettendo, la facoltà d’intendere e di volere, così da determinare la nullità del testamento olografo in data 26 febbraio 2004 a favore dei (…). D’altro lato, il giudice riteneva non proposte domande riconvenzionali volte a far valere la nullità del testamento olografo a favore della (…) in data 3 aprile 2004, apparendo in tale prospettiva insufficiente la mera eccezione di disconoscimento ex art. 214 comma 2 c.p.c.sollevata in giudizio dalle parti convenute e necessaria invece una vera e propria domanda di nullità.

Con atti di citazione notificati in data 8 e 10 marzo 2008 (…) (sorella del de cuius) e il nipote minorenne (…) per mezzo della madre (…) interponevano separatamente appello, svolgendo analoghi motivi di gravame, riassumibili come segue:

– l’incapacità del testatore, in quanto costituisce l’eccezione rispetto alla regola, deve essere provata con estremo rigore;

– nella specie, non solo l’incapacità non era stata provata, ma era stata smentita da una serie di risultanze istruttorie;

– anzitutto, la malattia che aveva colpito (…) non intaccava le facoltà intellettive e cognitive, trattandosi di un tumore laringo – faringeo che aveva reso necessario con un intervento di tracheotomia, all’esito della quale il paziente era indubbiamente sofferente e ostacolato nella comunicazione verbale, ma era comunque rimasto in grado di scrivere e mentalmente integro;

– le deposizioni di (…) (cugini dei (…) i quali avevano personalmente assistito alla redazione del testamento annullato, erano chiare ed univoche nell’escludere che il testatore fosse incapace d’intendere e di volere, in quanto li aveva riconosciuti e risposto ai saluti, poi aveva chiesto di scrivere ed indicato in (…) persona che avrebbe dovuto conservare il documento;

– le deposizioni dei due cugini (…) non presentavano contraddizioni, ma tutt’al più inesattezze marginali e secondarie;

– al contrario, la testimonianza maggiormente accreditata dal giudice, quella della (…) l’infermiera che aveva assistito il moribondo, era infarcita di valutazioni soggettive e comunque, quando riferiva che il paziente non era “vigile ed orientato”, faceva riferimento a momenti anteriori o successivi alla redazione della scheda testamentaria, sicché non escludeva la, possibilità del lucido intervallo percepito da (…);

– la contorta ed incerta elaborazione grafica del testamento era dipesa dalle condizioni fisiche del paziente e non poteva ritenersi sintomatica di una redazione inconsapevole e meccanica sotto dettatura;

– alcuni passaggi nel testo confermavano del resto la consapevolezza del testatore, in particolare le espressioni “ritorni tutto ai (…) oppure “domani lo scrivo meglio”, manifestavano la preoccupazione di rimuovere le disposizioni contenute nel testamento precedente; quanto sopra elencato doveva ritenersi sufficiente a dimostrare la capacità del testatore, ma, in caso di dubbio, il Tribunale avrebbe dovuto ammettere le ulteriori istanze istruttorie avanzate dalla difesa, ascoltando i testi (…) (medico curante);

– erano infondate le eccezioni sollevate ex adverso circa l’autografia e la data del testamento annullato (sebbene non esaminate dal giudice perché assorbite dalla ritenuta incapacità del testatore), in ogni caso, nel dubbio, sarebbe stato necessario disporre una consulenza tecnica grafologica;

– il testamento in data 3 aprile 2002 a favore della (…) era comunque invalido ed inefficace a fronte del disconoscimento operato dai convenuti ex art. 214 c.p.c., sicché il Tribunale, anche ritenendo invalido il testamento olografo successivo, avrebbe dovuto rigettare la petizione di eredità della (…); dare ingresso alla successione legittima a favore dei (…);

– anche in assenza di domanda riconvenzionale dei (…) la (…) aveva l’onere di provare l’autografia della scrittura e della sottoscrizione del testamento in data 3 aprile 2002, davanti alla contestazione specifica mossa al riguardo dalle parti convenute.

(…) si costituiva in ambedue i giudizi originati dalle impugnazioni avverse, negando la fondatezza dei motivi digravame addotti e chiedendo conferma della decisione di primo grado, con vittoria di spese.

Previa riunione delle due cause, senza svolgimento di alcuna attività istruttoria, sulle conclusioni precisate all’udienza del 4 maggio 2010, così come trascritte in epigrafe, decorsi i termini di legge per il deposito delle difese conclusionali, la causa veniva trattenuta in decisione e discussa all’odierna camera di consiglio.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Le risultanze istruttorie giustificano pienamente la decisione di primo grado. Se è vero, infatti, che (…) non venne colpito da una malattia mentale, o comunque del sistema nervoso, bensì da una malattia lesiva del sistema organico e, in particolare, dell’apparato respiratorio, è altrettanto vero che nella fase degenerativa terminale questa malattia lo condusse a perdere ogni controllo delle facoltà mentali.

Giova ricordare che il paziente venne ricoverato il 13 febbraio 2004 presso l’ospedale di (…) e, dopo essere stato sottoposto ad intervento di tracheotomia nel vano tentativo di arrestare il decorso nefasto del tumore laringo – faringeo da cui era affetto, venne dimesso il 19 febbraio 2004, peraltro con prescrizione di assistenza domiciliare continua, in concreto demandata all’Unità Sanitaria di Empoli. Dall’esame del diario infermieristico traspare nitidamente il progressivo decadimento delle condizioni psicofisiche del paziente. In data 23 febbraio, questi si presenta meno reattivo e non riesce più a scrivere, né a camminare. In data 24 febbraio la situazione precipita, nel diario si legge: “condizioni generali peggiorate, non è orientato e non reagisce ai vari stimoli verbali”. Il “25 febbraio si annota: “paziente disorientato”. Il 26 febbraio: “condizioni generali peggiorate, paziente disorientato”. Il 27 febbraio: “condizioni generali invariate, disorientato non reagisce ai vari stimoli verbali”. Il 28 febbraio: “paziente disorientato”. Il primo di marzo le. condizioni rimangono invariate. Il 2 marzo: “ulteriore peggioramento delle condizioni generali”. Il 3 marzo (…) viene portato in ospedale, dove rimane dalle ore 10,48 alle ore 12,11, per poi essere dimesso su richiesta dei parenti e riportato a casa dove muore.

L’infermiera (…) sentita in qualità di teste, narra che al mattino del 26 febbraio (la data del testamento dichiarato nullo dal Tribunale), il (…) era molto ‘agitato, tanto da causare problemi con l’ago della flebo, che andò fuori vena. Siccome il paziente non era vigile e incapace di autocontrollo, fu necessario immobilizzare il braccio con un fazzoletto per assicurare che l’inconveniente non si ripetesse. Al mattino, all’arrivo dell’infermiera, il paziente non aveva nemmeno risposto al saluto e quando, verso mezzogiorno, l’infermiera se ne andò, le condizioni cliniche erano stazionarie. Nel racconto della teste, mentre nei pruni giorni dopo le dimissioni dall’ospedale, il (…) riusciva ancora a comunicare mettendo per iscritto qualche semplice parola, a partire dal 23 egli non fu più in grado di scrivere e le sue condizioni continuarono inesorabilmente a peggiorare, senza riprese neppure momentanee.

La specifica competenza della teste nel percepire la condizione del paziente e la sua assoluta indifferenza rispetto ai fatti di causa, nonché la conferma puntuale che la deposizione ha trovato nella documentazione medica acquisita, rendono ragionevolmente certa e pienamente condivisibile la convinzione a cui è pervenuto il giudice di primo grado, avendo reputando assolto l’onere probatorio incombente sull’attrice in ordine all’incapacità naturale del testatore.

Ma ulteriori elementi di carattere indiziario contribuiscono vieppiù a rafforzare tale conclusione.

Si allude, m primo luogo, al fatto che il (…) trovandosi ad affrontare una malattia che metteva seriamente in pericolo la sua esistenza, non può non essersi posto il problema della successione nel suo patrimonio delle persone che aveva più care. Per quanto sia stata urgente la decisione dell’intervento chirurgico, egli aveva avuto l’opportunità dimeditare sulla questione ed appare dunque assai poco verosimile che, proprio quanto era moribondo, possa avere consapevolmente rivoluzionato la decisione, assunta molti anni addietro e sempre costantemente mantenuta fino a quel momento, di devolvere l’intero patrimonio alla convivente (…).

In secondo luogo, nessuna accadimento esteriore, in capo al testatore o all’erede in precedenza designata, poteva far presagire mutamenti d’indirizzo, anzi la (…) aveva acquistato altri meriti di riconoscenza verso (…) standogli vicino e prestandogli assistenza nella fase della malattia, tanto che anche il 26 febbraio ella si trovava al suo fianco, come hanno confermato i testi (…) affermando che soltanto, nel pomeriggio la donna si era allontana (insieme alla badante) contando sulla presenza dei parenti al capezzale del moribondo.

In terzo luogo, si ritiene clinicamente inspiegabile e smaccatamente rocambolesca l’eventualità che un paziente in fin di vita, ormai immobilizzato a letto, esausto e disorientato, abbia riacquistato un solo ed unico momento di lucidità – guarda caso proprio in assenza della compagna, dell’infermiera e della badante – e lo abbia prontamente speso, riemergendo dagli abissi dell’incoscienza, per redigere testamento a favore del nipote e della sorella, la quale – guarda caso – era anch’essa lì presente insieme ai cugini Ma., i quali – guarda caso – senza indugi si prestarono a reperire l’agenda che fece da supporto cartaceo alle nuove disposizioni testamentarie, a sorreggere il moribondo mentre scriveva, a strappare e conservare i figli dell’agenda (tacendo l’episodio al rientro delle altre persone), nonché a telefonare quella sera stessa ad un amico avvocato “per sapere cosa fare”, in modo che rivela palese allineamento agli interessi delle parti appellanti.

Orbene, le considerazioni sopra svolte, integrando limpide prove dirette e seri elementi indiziari, dimostrano univocamente l’incapacità del testatore, mentre gli elementi istruttori offerti in segno contrario dalle difese appellanti si rivelano inattendibili o inconsistenti.

Va anzitutto sottolineato che le plurime contraddizioni in cui sono cadute le deposizioni dei (…), puntualmente elencate nella sentenza di primo grado e intrinsecamente non smentire, ma soltanto arbitrariamente minimizzate dalle difese appellanti, non vertono su elementi secondari o di contorno, ma attengono ai tratti essenziali della vicenda (i tempi e i modi, la descrizione delle persone presenti, la concatenazione degli eventi, la condotta del testatore), e pertanto fanno ritenere inattendibili le deposizioni testimoniali in commento, perché evidentemente compiacenti agli interessi dei (…) danno della (…).

Nel quadro probatorio delineato, appare poi quasi risibile la tesi difensiva secondo cui l’impiego di locuzioni del tipo “ritorni tutto ai (…)”, oppure “domani lo scrivo meglio”, rivelerebbe la serena consapevolezza del testatore. Se infatti (…) era incapace d’intendere e di volere quando scrisse di suo pugno quelle parole (ammesso che le abbia scritte, giacché l’ipotesi non è stata processualmente verificata), questo significherebbe semplicemente che esse furono il frutto, come non manca di rilevare il Tribunale, “di una inconsapevole e meccanica redazione sotto dettatura, in un contesto in cui il disponente non aveva comunque affatto contezza di quanto scriveva”, potendosi facilmente presumere che (…) avendo saputo del testamento in precedenza redatto dal fratello a favore della (…) avesse appunto interesse a stimolare dichiarazioni di quel genere approfittando della debolezza e dalla prostrazione psicofisica del congiunto. E appena il caso di ricordare che, in assenza di testamento, (…) sarebbe stata erede legittima del fratello, sicché, in tanto può concepirsi una spinta a dirottare le ultime volontà del medesimo nella direzione controversa, in quanto ciò servisse a revocare precedenti disposizioni testamentarie divergenti. Ecco dunque che, le frasi menzionate dalla difesa possono in realtà intendersi ad attestare, non tanto la consapevolezza di (…), quanto la consapevolezza di (…) del fatto che, senza la redazione di un nuovo testamento, tutto il patrimonio del fratello sarebbe finito alla (…).

La chiarezza delle risultanze istruttorie rende superfluo ogni ulteriore approfondimento del tema ed impone il rigetto integrale dei motivi d’impugnazioni concernenti la nullità del testamento olografo del 26 febbraio 2004.

Restano a questo punto da esaminare i motivi concernenti la nullità del testamento del 3 aprile 2002 a favore della (…) che sottendono un problema giuridico di non poco momento, oggetto di contrasto e fraintendimenti anche nella giurisprudenza della Corte di Cassazione. Si allude alla spinosa questione del disconoscimento del testamento olografo da parte dell’erede legittimo e della distribuzione dell’onere probatorio relativo. Il giudice di primo grado ha ritenuto che l’azione dei convenuti (oggi appellanti), in quanto diretta a far valere un interesse proprio e non un interesse del de cuius, non potesse limitarsi al disconoscimento nel senso previsto dall’art. 214 c.p.c., ma richiedesse la proposizione di una vera e propria domanda riconvenzionale diretta a far valere l’invalidità del testamento olografo redatto a favore altrui.

Ogni riflessione sul tema non può che muovere dalla considerazione per cui la procedura di disconoscimento e di verificazione a norma degli artt. 214 e 216 c.p.c. riguarda le scritture private provenienti dai soggetti del processo, ossia presuppone che sia negata l’autenticità della scrittura o della firma proprie dal soggetto contro il quale il documento è prodotto. Per le scritture provenienti da terzi, com’è indubbiamente il testamento olografo, la contestazione deve venire invece sollevata nelle forme dell’art. 221 e seguenti c.p.c., risolvendosi in una eccezione difalso (in tal senso Cass. 30 ottobre 2003 n. 16362).

Quando il secondo comma dell’art. 214 c.p.c. dispone che gli eredi o aventi causa possono limitarsi a dichiarare di non conoscere la scrittura o la sottoscrizione del loro autore, non introduce un’eccezione al principio sopra affermato, ma lo adatta all’ipotesi del successore nel rapporto giuridico controverso, il quale, pur subentrando nella stessa posizione del dante causa, ovviamente non ha personalmente redatto la scrittura. Ne segue che, come esattamente ritenuto dal Tribunale, il secondo comma dell’art. 214 c.p.c. è applicabile alle sole scritture che avrebbero prodotto effetti nei confronti del de cuius, non alle scritture, come il testamento, che manifestano la volontà negoziale del de cuius.

A ciò si aggiunga l’osservazione per cui la dichiarazione testamentaria è tipicamente suscettibile di produrre effetti erga omnes e non soltanto tra le parti del processo, basti pensare al trasferimento di diritti reali immobiliari in cui abitualmente si esprime la volontà testamentaria. A ben vedere, il testamento olografo è l’unica scrittura non pubblica e non autenticata in grado di produrre effetti di questo tipo nel sistema, il che vieppiù denuncia l’insufficienza di un mero disconoscimento effettuato ai sensi dell’art. 214 c.p.c. per paralizzarne gli effetti sostanziali. Una volta che il testamento olografo sia pubblicato, qualunque terzo è autorizzato a ritenere eredi coloro che vi sono designati e può validamente negoziare con essi i diritti concernenti la massa ereditaria, sicché sembra fin troppo evidente che il mero disconoscimento effettuato in giudizio dal potenziale successore legittimo pretermesso contro l’erede testamentario designato non può valere a rimuovere nei confronti della collettività la posizione di quest’ultimo, fin quando non si esprima in un’azione d’invalidità opponibile erga omnes.

Problema concettualmente diverso è quello dell’onere della prova ricollegabile all’azione d’invalidità del testamento. Sul punto, la Suprema Corte ha avuto modo di osservare quanto segue: “qualora sia fatta valere la falsità del testamento (nella specie olografo), l’azione – che ha ad oggetto l’accertamento dell’inesistenza dell’atto – soggiace allo stesso regime probatorio stabilito nel caso di nullità prevista dall’art. 606 cod. civ. per la mancanza dei requisiti estrinseci del testamento, sicché – avuto riguardo agli interessi dedotti in giudizio dalle parti – nell’ipotesi diconflitto tra l’erede legittimo che disconosca l’autenticità del testamento e chi vanti diritti in forza di esso, l’onere della proposizione dell’istanza di verificazione del documento contestato incombe sul secondo, cui spetta la dimostrazione della qualità di erede, mentre nessun onere, oltre quello del disconoscimento, grava sull’erede legittimo. Pertanto sulla ripartizione dell’onere probatorio non ha alcuna influenza la posizione processuale assunta dalle parti, essendo irrilevante se l’azione sia stata esperita dall’erede legittimo (per fare valere, in via principale, la falsità del documento) ovvero dall’erede testamentario che, agendo per il riconoscimento dei diritti ereditari, abbia visto contestata l’autenticità del testamento da parte dell’erede legittimo” (massima tratta da Cass. 12 aprile.2005 n. 7475, conforme Cass. 11 novembre 2008 n. 26943). La questione non è semplice, ma in realtà esula dal thema decidendum e può dunque restare impregiudicata in questa sede, laddove non ci si può interrogare sull’onere della prova senza che l’azione sia stata introdotta, essendosi i convenuti ora appellanti limitati al disconoscimento della scrittura fatta valere dalla controparte.

Tutti i motivi d’impugnazione vanno conseguentemente respinti. Ogni altra questione resta assorbita o superata. La condanna degli appellanti al pagamento in solido delle spese processuali del grado segue il criterio della soccombenza sostanziale, in misura che, tenuto conto della difficoltà e del valore della causa, si liquida in Euro 11.795,00 (di cui Euro 9.978,00 per onorari ed Euro 1.817,00 per diritti) oltre alle spese forfetarie, nonché al trattamento fiscale e previdenziale di legge.

P.Q.M.

La Corte d’Appello di Firenze, sezione prima civile, definitivamente pronunciando nella causa in oggetto, ogni altra domanda, eccezione e deduzione disattesa,

Conferma

la sentenza del Tribunale di Firenze in data 5 dicembre 2007 n. 114/08 e condanna gli appellanti (…) in proprio ma quale esercente la potestà genitoriale sul figlio minore (…) al pagamento in solido delle spese processuali del grado d’appello, liquidate in complessivi Euro 11.795,00 oltre accessori, a favore di (…).

Così deciso in Firenze il 24 settembre 2010.

Depositata in Cancelleria il 7 dicembre 2010. BOLOGNA TESTAMENTO OLOGRAFO NELLA SUCCESSIONE 

 

 

 

PENALE ALIMENTARE BOLOGNA VENEZIA VICENZA TREVISO

PENALE ALIMENTARE-RECUPERO-CREDITI-BOLOGNA-AZIENDE-
PENALE ALIMENTARE

Reati contro l’incolumità pubblica – Delitti – Avvelenamento di acque o di sostanze alimentari – Natura del reato – Pericolo per la salute pubblica – Necessità. PENALE ALIMENTARE

PENALE ALIMENTARE
PENALE ALIMENTARE

Per la configurabilità del reato di avvelenamento di acque o sostanze destinate all’alimentazione, avente natura di reato di pericolo presunto, è comunque necessario che un “avvelenamento”, di per sé produttivo, come tale, di pericolo per la salute pubblica, vi sia comunque stato; il che richiede che vi sia stata immissione di sostanze inquinanti di qualità ed in quantità tali da determinare il pericolo, scientificamente accertato, di effetti tossico-nocivi per la salute. (In motivazione la Corte ha precisato che non è sufficiente il mero superamento dei “limiti soglia” di carattere precauzionale, che costituiscono una prudenziale indicazione sulla quantità di sostanza, presente in alimenti, che l’uomo può assumere senza rischio, quotidianamente e sul lungo periodo).

accoglimento.

PENALE ALIMENTARE
PENALE ALIMENTARE

La Corte di Appello ha rilevato che anche rispetto al reato di cui al capo C era decorso il termine massimo di prescrizione, individuano il dies a quo nel momento in cui vennero effettuate le analisi sugli ortaggi risultati contaminati. Non di meno, ai sensi dell’articolo 129 c.p.p., stante la costituzione della parte civile, ha proceduto ad un esame approfondito della regiudicanda, pervenendo alla adozione di sentenza assolutoria di merito, nei confronti di entrambi gli imputati. E bene, questa Suprema Corte ha stabilito che il proscioglimento nel merito non prevale rispetto alla immediata dichiarazione di una causa di non punibilita’, salvo che in sede di appello, sopravvenuta una causa estintiva del reato, il giudice sia chiamato a valutare, per la presenza della parte civile, il compendio probatorio ai fini delle statuizioni civili (Sez. U, sentenza n. 35490 del 28.5.2009, dep. 15.09.2009, Tettamanti, Rv. 244273; in termini, da ultimo, Sez. 2, sentenza n. 29499 del 23.05.2017, n.m., ove si e’ ribadito che l’appello proposto dall’imputato avverso la sentenza di condanna alla quale acceda anche la statuizione al risarcimento del danno, impone al giudice di secondo grado di procedere ad esaminare funditus i motivi di doglianza, senza limitarsi al criterio di economia processuale ex articolo 129 c.p.p., con la precisazione che ove le censure vengano ritenute fondate, la Corte territoriale, in riforma della sentenza di primo grado, deve anche revocare le statuizioni civili).

In conformita’ al richiamato insegnamento, la Corte di Appello di Torino ha scrutinato la materia dedotta dagli imputati non gia’ secondo il criterio di economicita’ processuale dettato dall’articolo 129 c.p.p., in caso di sussistenza di una causa estintiva, ma secondo un pieno giudizio di merito, come richiesto dal diritto vivente, qualora nel giudizio vi sia la presenza della parte civile.avvocato-per-recupero-crediti-bologna-6

Tanto chiarito, e’ poi appena il caso di rilevare che la valutazione espressa dalla Corte di Appello, sul momento di decorrenza della prescrizione, non ha alcun pregio, posto che il reato di avvelenamento e’ un reato istantaneo ad effetti permanenti che si realizza nel momento in cui le condotte inquinanti, per la qualita’ e la quantita’ della polluzione, divengono pericolose per la salute pubblica, cioe’ a dire potenzialmente idonee a produrre effetti tossico-nocivi per la salute, come subito si vedra’ analizzando la struttura della fattispecie. Deve rilevarsi che nei cosiddetti reati ad effetti permanenti non si ha il protrarsi dell’offesa dovuta alla persistente condotta del soggetto agente, ma cio’ che perdura nel tempo sono le sole conseguenze dannose del reato. Diversamente, nel reato istantaneo a condotta perdurante – come nel caso di protratto inquinamento, che occupa – si determina uno spostamento in avanti della consumazione rispetto al momento di iniziata realizzazione del reato, in quanto, e fino a quando, la condotta dell’agente “sostenga” concretamente la causazione dell’evento. Non di meno, la consumazione del reato, cioe’ a dire il momento in cui si chiude l’iter criminis, coincide con la cessazione della condotta, che puo’ dipendere dal sequestro del sito inquinante (nel caso di specie risalente al 29.06.2009) o da altre evenienze che escludono la reiterazione delle polluzioni. Pertanto, anche computando il periodo di prescrizione dalla data del sequestro, il termine risulta certamente spirato dopo la sentenza di primo grado e prima della sentenza oggi impugnata.

Detta circostanza conduce a rilevare la stessa carenza di un concreto interesse in capo alle parti civili, a censurare la valutazione della Corte territoriale rispetto alla individuazione della data di maturazione del termine di prescrizione, posto che il termine risulta comunque spirato nelle more del giudizio di appello e che legittimamente la Corte territoriale ha esaminato funditus i motivi affidati agli atti di appello degli imputati, in considerazione delle statuizioni civili contenute nella sentenza di primo grado e della presenza delle parti civili nel giudizio, come chiarito.

  1. Tanto premesso, si vengono ora ad esaminare i motivi di ricorso che attengono al ragionamento probatorio sviluppato dalla Corte territoriale, che risulta effettivamente carente e vulnerato dalle evidenziate aporie di ordine logico.

3.1. Il primo motivo e’ fondato.

Invero, la Corte di Appello, dopo aver rilevato che la difesa delle parti civili aveva depositato memoria, ha del tutto omesso di soffermarsi sui temi che erano stati diffusamente sviluppati nella predetta memoria. Sussiste, pertanto, le denunziata carenza motivazionale.

3.2. In tali termini si introduce l’esame del terzo motivo di ricorso, che e’ del pari fondato.

La Suprema Corte ha chiarito che le acque considerate dall’articolo 439 c.p. sono quelle destinate all’alimentazione umana, abbiano o non abbiano i caratteri biochimici della potabilita’ secondo la legge e la scienza. Con la conseguenza che e’ configurabile la fattispecie criminosa prevista dall’indicata norma anche se l’avvelenamento delle acque sia stato operato in acque batteriologicamente non pure dal punto di vista delle leggi sanitarie ma comunque idonee e potenzialmente destinabili all’uso alimentare. Il principio e’ stato affermato in riferimento allo sversamento nel terreno di sostanze inquinanti di origine industriale, penetranti in falde acquifere, con conseguente avvelenamento dell’acqua di vari pozzi della zona (Sez. 4, Sentenza n. 6651 del 08/03/1984, dep. 29/06/1985, Rv. 169989).

Cio’ posto, deve rilevarsi che la giurisprudenza di legittimita’ ha osservato che ai fini della configurabilita’ del delitto di avvelenamento di acque o di sostanze alimentari non e’ sufficiente – neppure ai limitati fini dell’apprezzamento del fumus del reato – l’esistenza di rilevamenti attestanti il superamento dei determinati livelli di contaminazione, trattandosi di indicazioni di carattere meramente precauzionale, il cui superamento non e’ sufficiente ad integrare nemmeno la fattispecie prevista dal Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, articolo 257, la quale sanziona condotte di “inquinamento”, ossia causative di un evento che costituisce evidentemente un “minus” rispetto all’ipotesi di “avvelenamento” (Sez. 1, n. 45001 del 19/09/2014 – dep. 29/10/2014, Capasso, Rv. 26113501). Cio’ in quanto, per la configurabilita’ del reato di avvelenamento di acque o sostanze destinate all’alimentazione, pur potendosi ritenere giustificato l’orientamento secondo cui che il reato e’ di pericolo presunto, e’ tuttavia necessario che un “avvelenamento”, vi sia comunque stato. Sul punto, nella sentenza citata si ribadisce che il termine “avvelenamento” ha pregnanza semantica tale da renderne deducibile in via normale il pericolo per la salute pubblica; e che deve essere riferito a condotte che, per la qualita’ e la quantita’ dell’inquinante, siano pericolose per la salute pubblica, vale a dire potenzialmente idonee a produrre effetti tossico-nocivi per la salute.

La norma incriminatrice di cui all’articolo 439 c.p., non richiede che dal fatto sia derivato un pericolo per la salute pubblica e la considerazione giustifica l’orientamento giurisprudenziale che considera il reato in esame come fattispecie di pericolo presunto.

Cio’ non di meno, il giudice di merito, come ripetuto dalla giurisprudenza di legittimita’, e’ tenuto ad accertare che si sia verificato l’avvelenamento (con pericolo per la salute pubblica) quale evento del reato. L’avvelenamento deve riferirsi a condotte che, per la qualita’ e la quantita’ dell’inquinante, siano pericolose per la salute pubblica (vale a dire potenzialmente idonee a produrre effetti tossico-nocivi per la salute), pericolosita’ che va scientificamente accertata. Pericolosa per il bene giuridico tutelato e’, in altre parole, quella dose di sostanza contaminante alla quale le indagini scientifiche hanno associato effetti avversi per la salute. E, a tale riguardo, si e’ precisato che non e’ corretto il riferimento a schemi presuntivi; ne’ il mero superamento di “limiti soglia”, di valenza precauzionale, che costituiscono una prudenziale indicazione sulla quantita’ di sostanza, presente in alimenti, che l’uomo puo’ assumere senza rischio, quotidianamente e sul lungo periodo. Detta pericolosita’ deve dunque potersi ritenere scientificamente accertata, nel senso che deve essere riferita a “dose di sostanza contaminante alla quale le indagini scientifiche hanno associato effetti avversi per la salute” (Sez. 4, sentenza n. 15216 del 13/02/2007, Della Torre, Rv. 236168).

A questo punto della trattazione, giova allora richiamare i principi che, secondo diritto vivente, governano l’apprezzamento giudiziale della prova scientifica da parte del giudice di merito e che presiedono al controllo che, su tale valutazione, puo’ essere svolto in sede di legittimita’, questione specificamente devoluta dal ricorrente, anche sotto il profilo del vizio motivazionale. Al riguardo, si e’ chiarito che alla Corte regolatrice e’ rimessa la verifica sulla ragionevolezza delle conclusioni alle quali e’ giunto il giudice di merito, che ha il governo degli apporti scientifici forniti dagli specialisti. La Suprema Corte ha evidenziato, sul piano metodologico, che qualsiasi lettura della rilevanza dei saperi di scienze diverse da quella giuridica, utilizzabili nel processo penale, non puo’ avere l’esito di accreditare l’esistenza, nella regolazione processuale vigente, di un sistema di prova legale, che limiti la libera formazione del convincimento del giudice; che il ricorso a competenze specialistiche con l’obiettivo di integrare i saperi del giudice, rispetto a fatti che impongono metodologie di individuazione, qualificazione e ricognizione eccedenti i saperi dell’uomo comune, si sviluppa mediante una procedimentalizzazione di atti (conferimento dell’incarico a periti e consulenti, formulazione dei relativi quesiti, escussione degli esperti in dibattimento) ad impulso del giudicante e a formazione progressiva; e che la valutazione di legittimita’, sulla soluzione degli interrogativi causali imposti dalla concretezza del caso giudicato, riguarda la correttezza e conformita’ alle regole della logica dimostrativa dell’opinione espressa dal giudice di merito, quale approdo della sintesi critica del giudizio (Sez. 4, sentenza n. 80 del 17.01.2012, dep. 25.05.2012, n.m.).

Chiarito che il sapere scientifico costituisce un indispensabile strumento, posto al servizio del giudice di merito, deve rilevarsi che, non di rado, la soluzione del caso posto all’attenzione del giudicante, nei processi ove assume rilievo l’impiego della prova scientifica, viene a dipendere dall’affidabilita’ delle informazioni che, attraverso l’indagine di periti e consulenti, penetrano nel processo. Si tratta di questione di centrale rilevanza nell’indagine fattuale, giacche’ costituisce parte integrante del giudizio critico che il giudice di merito e’ chiamato ad esprimere sulle valutazioni di ordine extragiuridico emerse nel processo. Il giudice deve, pertanto, dar conto del controllo esercitato sull’affidabilita’ delle basi scientifiche del proprio ragionamento, soppesando l’imparzialita’ e l’autorevolezza scientifica dell’esperto che trasferisce nel processo conoscenze tecniche e saperi esperienziali.

E, come sopra chiarito, il controllo che la Corte Suprema e’ chiamata ad esercitare, attiene alla razionalita’ delle valutazioni che a tale riguardo il giudice di merito ha espresso nella sentenza impugnata.

Del resto, la Corte regolatrice ha anche recentemente ribadito il principio in base al quale il giudice di legittimita’ non e’ giudice del sapere scientifico e non detiene proprie conoscenze privilegiate.

La Suprema Corte e’ cioe’ chiamata a valutare la correttezza metodologica dell’approccio del giudice di merito al sapere tecnico-scientifico, che riguarda la preliminare, indispensabile verifica critica in ordine all’affidabilita’ delle informazioni che utilizza ai fini della spiegazione del fatto (cfr. Sez. 4, Sentenza n. 43786 del 17/09/2010, dep. 13/12/2010, Cozzini, Rv. 248944; Sez. 4, sentenza n. 42128 del 30.09.2008, dep. 12.11.2008, n.m.). E si e’ pure chiarito che il giudice di merito puo’ fare legittimamente propria, allorche’ gli sia richiesto dalla natura della questione, l’una piuttosto che l’altra tesi scientifica, purche’ dia congrua ragione della scelta e dimostri di essersi soffermato sulla tesi o sulle tesi che ha creduto di non dover seguire. Entro questi limiti, e’ del pari certo, in sintonia con il consolidato indirizzo interpretativo di questa Suprema Corte, che non rappresenta vizio della motivazione, di per se’, l’omesso esame critico di ogni piu’ minuto passaggio della perizia (o della consulenza), poiche’ la valutazione delle emergenze processuali e’ affidata al potere discrezionale del giudice di merito, il quale, per adempiere compiutamente all’onere della motivazione, non deve prendere in esame espressamente tutte le argomentazioni critiche dedotte o deducibili, ma e’ sufficiente che enunci con adeguatezza e logicita’ gli argomenti che si sono resi determinanti per la formazione del suo convincimento (vedi, da ultimo, Sez. 4, sentenza n. 492 del 14.11.2013, dep. 10.01.2014, n.m.).

Avvelenamento di acque o di sostanze alimentari – Sopravvenuta estinzione del reato ascritto per prescrizione – Annullamento senza rinvio PENALE ALIMENTARE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PICCIALLI Patrizia – Presidente

Dott. MENICHETTI Carla – Consigliere

Dott. DI SALVO Emanuele – Consigliere

Dott. MONTAGNI Andrea – rel. Consigliere

Dott. NARDIN Maura – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

COMUNE DI CARISIO – parte civile;

(OMISSIS), nato il (OMISSIS) – parte civile;

nel procedimento a carico di:

(OMISSIS), nato il (OMISSIS);

(OMISSIS), nato il (OMISSIS);

inoltre:

(OMISSIS) SPA;

MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE;

PARTI CIVILI;

avverso la sentenza del 12/09/2017 della CORTE APPELLO di TORINO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. ANDREA MONTAGNI;

Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. FODARONI MARIA GIUSEPPINA che ha concluso per l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata, agli effetti civili.

E’ presente l’avvocato (OMISSIS) del foro di VERCELLI in difesa di COMUNE DI CARISIO, (OMISSIS) e delle PARTI CIVILI, che deposita conclusioni scritte unitamente alla nota spese alle quali si riporta chiedendo l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata.

E’ presente l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO del foro di ROMA in difesa di MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE, che deposita conclusioni scritte e nota spese, alle quali si riporta associandosi alle conclusioni del procuratore generale e alle richieste dell’avvocato (OMISSIS) difensore dei ricorrenti.

E’ presente l’avvocato (OMISSIS) del foro di TORINO in difesa di (OMISSIS), che insiste per l’inammissibilita’ dei ricorsi.

E’ presente l’avvocato (OMISSIS) del foro di TORINO in difesa di (OMISSIS) e della (OMISSIS) SPA, che insiste per la conferma della sentenza impugnata.

RITENUTO IN FATTO

  1. Il Tribunale di Vercelli, con sentenza in data 11.07.2016, dichiarava non doversi procedere nei confronti di (OMISSIS) e (OMISSIS) in riferimento ai reati di cui ai capi A (articolo 674 c.p.) e B (Decreto Legislativo n. 152 del 2006, articolo 256, comma 4), in quanto estinti per intervenuta prescrizione. Il Tribunale affermava la penale responsabilita’ dei predetti imputati in riferimento al reato di cui al capo C (articoli 439 e 452 c.p.), con condanna alle pene di giustizia ed al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili. A (OMISSIS), in qualita’ di amministratore delegato e a (OMISSIS) in qualita’ di delegato in materia di sicurezza ed ecologica della (OMISSIS) spa, che svolge attivita’ di fonderia di seconda fusione di rottami di alluminio – con riguardo al capo C dell’imputazione, per il quale il Tribunale ha pronunciato condanna – si contesta di avere avvelenato la falda idrica e le sostanze alimentari indicate in rubrica. Cio’ in quanto, nello svolgimento della predetta attivita’ produttiva, utilizzando trucioli di alluminio contaminati da diossina e violando l’autorizzazione ad effettuare operazioni di recupero dei trucioli, provocavano emissioni di polveri nell’ambiente interno dello stabilimento, dotato di un sistema di abbattimento non adeguato; e provocavano dispersione eolica di diossina e la trasmissione degli inquinanti su basi non impermeabilizzate della falda idrica e nel sottosuolo.
  2. La Corte di Appello di Torino, con la sentenza indicata in epigrafe, in parziale riforma della sentenza di condanna resa dal Tribunale di Vercelli in data 11.07.2016, assolveva (OMISSIS) e (OMISSIS) dal reato loro ascritto al capo C perche’ il fatto non sussiste. Il Collegio si soffermava sulla nozione di avvelenamento, come individuata dal diritto vivente, osservando che la stessa e’ riferibile a condotte che, per la qualita’ e quantita’ dell’inquinante, siano pericolose per la salute pubblica, vale a dire potenzialmente idonee a produrre effetti tossico-nocivi per la salute. Rilevava che la predetta pericolosita’ deve essere riferita a specifici quantitativi (dosi) di sostanza contaminante, cui siano scientificamente associabili effetti avversi per la salute. La Corte territoriale osservava che le diossine e i policlorobifenili sono sostanze non genotossiche; che non vi e’ prova che una quantita’ contenuta delle predette sostanze abbia effetto cancerogeno; e che per tale ragione si tratta di sostanze non tassativamente vietate dalla legge, come avviene per l’amianto.
  3. Avverso la sentenza della Corte di Appello di Torino, ai soli fini della responsabilita’ civile, hanno proposto ricorso per Cassazione le parti civili Comune di Carisio e (OMISSIS), a mezzo del difensore.

Con il primo motivo viene dedotta la violazione di legge: cio’ in quanto la Corte di Appello ha ignorato le argomentazioni affidate alla memoria depositata all’udienza del 12.09.2017 dalle parti civili, a confutazione delle censure dedotte dagli appellanti. Gli esponenti denunciano la nullita’ della decisione, per lesione dei diritti di intervento e assistenza.

Con il secondo motivo le parti civili deducono la violazione di legge. Osservano che la Corte di Appello ha osservato che il reato di cui al capo C risultava prescritto, facendo erroneamente decorrere il relativo termine dalla data di effettuazione delle analisi eseguite sugli ortaggi contaminati. Considerano che l’avvelenamento e’ un reato istantaneo la cui consumazione si verifica con la condotta idonea a determinare l’avvelenamento. Rilevano che la prescrizione maturata medio tempore consentirebbe al giudice di appello di confermare le statuizioni civili ex articolo 578 c.p.p..

Con il terzo motivo viene dedotto il vizio motivazionale ed il travisamento della prova. Le parti civili osservano che non e’ condivisibile il ragionamento sviluppato dalla Corte di Appello di Torino che ha condotto alla assoluzione degli imputati.

Le parti civili, dopo essersi soffermate sulle diverse valutazioni che erano state effettuate dal Tribunale di Vercelli, richiamano arresti della giurisprudenza di merito, in ordine alla struttura del reato di avvelenamento e, in particolare, sulla rilevanza della contaminazione di acque anche solo destinabili al consumo umano, se pure non concretamente destinate a tale consumo. Cio’ posto, le ricorrenti evidenziano che il tema di prova, esaminato dal Tribunale, involge apprezzamenti di natura scientifica sui profili tossicologici delle diossine e dei policlorobifenili – e sulla valutazione dei rischi per la salute umana derivanti dalla esposizione a determinati agenti – che dipendono anche dalla scelta dei diversi metodi di analisi che, in materia, si contengono il campo nella comunita’ scientifica. Al riguardo, nel ricorso si evidenzia che alcuni consulenti avevano adottato il metodo statunitense Slope Factor, basato sulla valutazione del rischio, mentre altri tecnici hanno utilizzato il metodo Europeo con soglia, in base al quale anche per le diossine, sussiste una dose di assunzione giornaliera tollerabile.

Le parti civili rilevano che il principio di precauzione deve ritenersi applicabile in materia di danno ambientale, anche da parte del giudice penale. Le deducenti sostengono che la Corte di Appello, con motivazione sbrigativa, ha liquidato come non condivisibili le valutazioni espresse dal Tribunale. Le parti civili osservano che la Corte distrettuale non ha spiegato per quale ragione ha disatteso il lavoro peritale fondato sulla analisi di rischio sanitario-ambientale sito-specifica che viene utilizzato per valutare l’efficacia di interventi di messa in sicurezza, nonche’ i rischi per l’uomo associati a situazioni di contaminazione diffusa, anche da parte del Ministero dell’Ambiente.

Le ricorrenti rilevano che il reato contestato risulta configurabile ove l’avvelenamento abbia la potenzialita’ di nuocere alla salute; sottolineano che il

Tribunale ha fatto buon governo del richiamato principio di precauzione; e ritengono non conferente l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata, circa la natura non genotossica delle diossine.

Le esponenti contestano la valutazione espressa dalla Corte di Appello, rilevando che i giudici di secondo grado hanno omesso di verificare la stessa riconducibilita’ della contaminazione all’attivita’ della (OMISSIS) ed hanno considerato che la pratica del lavaggio-pelatura degli ortaggi e la loro stagionalita’ integravano un fattore di sicurezza. Le parti civili sottolineano che l’inquadramento, o meno, delle diossine come sostanze genotossiche e’ tema dibattuto dagli scienziati; e rilevano che la Corte di Appello, nel discostarsi dalla perizia, ha travisato i presupposti decisivi della questione, sulla base di meri luoghi comuni, avendo affermato che se fossero tossiche sarebbero vietate dalla legge. Nel ricorso si evidenzia che la Corte territoriale ha disatteso i principi espressi dalla giurisprudenza di legittimita’, sul governo della prova scientifica.

CONISDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso impone i rilievi che seguono.
  2. Ci si sofferma primieramente sul secondo motivo di ricorso che non puo’ trovare accoglimento.

La Corte di Appello ha rilevato che anche rispetto al reato di cui al capo C era decorso il termine massimo di prescrizione, individuano il dies a quo nel momento in cui vennero effettuate le analisi sugli ortaggi risultati contaminati. Non di meno, ai sensi dell’articolo 129 c.p.p., stante la costituzione della parte civile, ha proceduto ad un esame approfondito della regiudicanda, pervenendo alla adozione di sentenza assolutoria di merito, nei confronti di entrambi gli imputati. E bene, questa Suprema Corte ha stabilito che il proscioglimento nel merito non prevale rispetto alla immediata dichiarazione di una causa di non punibilita’, salvo che in sede di appello, sopravvenuta una causa estintiva del reato, il giudice sia chiamato a valutare, per la presenza della parte civile, il compendio probatorio ai fini delle statuizioni civili (Sez. U, sentenza n. 35490 del 28.5.2009, dep. 15.09.2009, Tettamanti, Rv. 244273; in termini, da ultimo, Sez. 2, sentenza n. 29499 del 23.05.2017, n.m., ove si e’ ribadito che l’appello proposto dall’imputato avverso la sentenza di condanna alla quale acceda anche la statuizione al risarcimento del danno, impone al giudice di secondo grado di procedere ad esaminare funditus i motivi di doglianza, senza limitarsi al criterio di economia processuale ex articolo 129 c.p.p., con la precisazione che ove le censure vengano ritenute fondate, la Corte territoriale, in riforma della sentenza di primo grado, deve anche revocare le statuizioni civili).

In conformita’ al richiamato insegnamento, la Corte di Appello di Torino ha scrutinato la materia dedotta dagli imputati non gia’ secondo il criterio di economicita’ processuale dettato dall’articolo 129 c.p.p., in caso di sussistenza di una causa estintiva, ma secondo un pieno giudizio di merito, come richiesto dal diritto vivente, qualora nel giudizio vi sia la presenza della parte civile.

Tanto chiarito, e’ poi appena il caso di rilevare che la valutazione espressa dalla Corte di Appello, sul momento di decorrenza della prescrizione, non ha alcun pregio, posto che il reato di avvelenamento e’ un reato istantaneo ad effetti permanenti che si realizza nel momento in cui le condotte inquinanti, per la qualita’ e la quantita’ della polluzione, divengono pericolose per la salute pubblica, cioe’ a dire potenzialmente idonee a produrre effetti tossico-nocivi per la salute, come subito si vedra’ analizzando la struttura della fattispecie. Deve rilevarsi che nei cosiddetti reati ad effetti permanenti non si ha il protrarsi dell’offesa dovuta alla persistente condotta del soggetto agente, ma cio’ che perdura nel tempo sono le sole conseguenze dannose del reato. Diversamente, nel reato istantaneo a condotta perdurante – come nel caso di protratto inquinamento, che occupa – si determina uno spostamento in avanti della consumazione rispetto al momento di iniziata realizzazione del reato, in quanto, e fino a quando, la condotta dell’agente “sostenga” concretamente la causazione dell’evento. Non di meno, la consumazione del reato, cioe’ a dire il momento in cui si chiude l’iter criminis, coincide con la cessazione della condotta, che puo’ dipendere dal sequestro del sito inquinante (nel caso di specie risalente al 29.06.2009) o da altre evenienze che escludono la reiterazione delle polluzioni. Pertanto, anche computando il periodo di prescrizione dalla data del sequestro, il termine risulta certamente spirato dopo la sentenza di primo grado e prima della sentenza oggi impugnata.

Detta circostanza conduce a rilevare la stessa carenza di un concreto interesse in capo alle parti civili, a censurare la valutazione della Corte territoriale rispetto alla individuazione della data di maturazione del termine di prescrizione, posto che il termine risulta comunque spirato nelle more del giudizio di appello e che legittimamente la Corte territoriale ha esaminato funditus i motivi affidati agli atti di appello degli imputati, in considerazione delle statuizioni civili contenute nella sentenza di primo grado e della presenza delle parti civili nel giudizio, come chiarito.

  1. Tanto premesso, si vengono ora ad esaminare i motivi di ricorso che attengono al ragionamento probatorio sviluppato dalla Corte territoriale, che risulta effettivamente carente e vulnerato dalle evidenziate aporie di ordine logico.

3.1. Il primo motivo e’ fondato.

Invero, la Corte di Appello, dopo aver rilevato che la difesa delle parti civili aveva depositato memoria, ha del tutto omesso di soffermarsi sui temi che erano stati diffusamente sviluppati nella predetta memoria. Sussiste, pertanto, le denunziata carenza motivazionale.

3.2. In tali termini si introduce l’esame del terzo motivo di ricorso, che e’ del pari fondato.

La Suprema Corte ha chiarito che le acque considerate dall’articolo 439 c.p. sono quelle destinate all’alimentazione umana, abbiano o non abbiano i caratteri biochimici della potabilita’ secondo la legge e la scienza. Con la conseguenza che e’ configurabile la fattispecie criminosa prevista dall’indicata norma anche se l’avvelenamento delle acque sia stato operato in acque batteriologicamente non pure dal punto di vista delle leggi sanitarie ma comunque idonee e potenzialmente destinabili all’uso alimentare. Il principio e’ stato affermato in riferimento allo sversamento nel terreno di sostanze inquinanti di origine industriale, penetranti in falde acquifere, con conseguente avvelenamento dell’acqua di vari pozzi della zona (Sez. 4, Sentenza n. 6651 del 08/03/1984, dep. 29/06/1985, Rv. 169989).

Cio’ posto, deve rilevarsi che la giurisprudenza di legittimita’ ha osservato che ai fini della configurabilita’ del delitto di avvelenamento di acque o di sostanze alimentari non e’ sufficiente – neppure ai limitati fini dell’apprezzamento del fumus del reato – l’esistenza di rilevamenti attestanti il superamento dei determinati livelli di contaminazione, trattandosi di indicazioni di carattere meramente precauzionale, il cui superamento non e’ sufficiente ad integrare nemmeno la fattispecie prevista dal Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, articolo 257, la quale sanziona condotte di “inquinamento”, ossia causative di un evento che costituisce evidentemente un “minus” rispetto all’ipotesi di “avvelenamento” (Sez. 1, n. 45001 del 19/09/2014 – dep. 29/10/2014, Capasso, Rv. 26113501). Cio’ in quanto, per la configurabilita’ del reato di avvelenamento di acque o sostanze destinate all’alimentazione, pur potendosi ritenere giustificato l’orientamento secondo cui che il reato e’ di pericolo presunto, e’ tuttavia necessario che un “avvelenamento”, vi sia comunque stato. Sul punto, nella sentenza citata si ribadisce che il termine “avvelenamento” ha pregnanza semantica tale da renderne deducibile in via normale il pericolo per la salute pubblica; e che deve essere riferito a condotte che, per la qualita’ e la quantita’ dell’inquinante, siano pericolose per la salute pubblica, vale a dire potenzialmente idonee a produrre effetti tossico-nocivi per la salute.

La norma incriminatrice di cui all’articolo 439 c.p., non richiede che dal fatto sia derivato un pericolo per la salute pubblica e la considerazione giustifica l’orientamento giurisprudenziale che considera il reato in esame come fattispecie di pericolo presunto.

Cio’ non di meno, il giudice di merito, come ripetuto dalla giurisprudenza di legittimita’, e’ tenuto ad accertare che si sia verificato l’avvelenamento (con pericolo per la salute pubblica) quale evento del reato. L’avvelenamento deve riferirsi a condotte che, per la qualita’ e la quantita’ dell’inquinante, siano pericolose per la salute pubblica (vale a dire potenzialmente idonee a produrre effetti tossico-nocivi per la salute), pericolosita’ che va scientificamente accertata. Pericolosa per il bene giuridico tutelato e’, in altre parole, quella dose di sostanza contaminante alla quale le indagini scientifiche hanno associato effetti avversi per la salute. E, a tale riguardo, si e’ precisato che non e’ corretto il riferimento a schemi presuntivi; ne’ il mero superamento di “limiti soglia”, di valenza precauzionale, che costituiscono una prudenziale indicazione sulla quantita’ di sostanza, presente in alimenti, che l’uomo puo’ assumere senza rischio, quotidianamente e sul lungo periodo. Detta pericolosita’ deve dunque potersi ritenere scientificamente accertata, nel senso che deve essere riferita a “dose di sostanza contaminante alla quale le indagini scientifiche hanno associato effetti avversi per la salute” (Sez. 4, sentenza n. 15216 del 13/02/2007, Della Torre, Rv. 236168).

A questo punto della trattazione, giova allora richiamare i principi che, secondo diritto vivente, governano l’apprezzamento giudiziale della prova scientifica da parte del giudice di merito e che presiedono al controllo che, su tale valutazione, puo’ essere svolto in sede di legittimita’, questione specificamente devoluta dal ricorrente, anche sotto il profilo del vizio motivazionale. Al riguardo, si e’ chiarito che alla Corte regolatrice e’ rimessa la verifica sulla ragionevolezza delle conclusioni alle quali e’ giunto il giudice di merito, che ha il governo degli apporti scientifici forniti dagli specialisti. La Suprema Corte ha evidenziato, sul piano metodologico, che qualsiasi lettura della rilevanza dei saperi di scienze diverse da quella giuridica, utilizzabili nel processo penale, non puo’ avere l’esito di accreditare l’esistenza, nella regolazione processuale vigente, di un sistema di prova legale, che limiti la libera formazione del convincimento del giudice; che il ricorso a competenze specialistiche con l’obiettivo di integrare i saperi del giudice, rispetto a fatti che impongono metodologie di individuazione, qualificazione e ricognizione eccedenti i saperi dell’uomo comune, si sviluppa mediante una procedimentalizzazione di atti (conferimento dell’incarico a periti e consulenti, formulazione dei relativi quesiti, escussione degli esperti in dibattimento) ad impulso del giudicante e a formazione progressiva; e che la valutazione di legittimita’, sulla soluzione degli interrogativi causali imposti dalla concretezza del caso giudicato, riguarda la correttezza e conformita’ alle regole della logica dimostrativa dell’opinione espressa dal giudice di merito, quale approdo della sintesi critica del giudizio (Sez. 4, sentenza n. 80 del 17.01.2012, dep. 25.05.2012, n.m.).

Chiarito che il sapere scientifico costituisce un indispensabile strumento, posto al servizio del giudice di merito, deve rilevarsi che, non di rado, la soluzione del caso posto all’attenzione del giudicante, nei processi ove assume rilievo l’impiego della prova scientifica, viene a dipendere dall’affidabilita’ delle informazioni che, attraverso l’indagine di periti e consulenti, penetrano nel processo. Si tratta di questione di centrale rilevanza nell’indagine fattuale, giacche’ costituisce parte integrante del giudizio critico che il giudice di merito e’ chiamato ad esprimere sulle valutazioni di ordine extragiuridico emerse nel processo. Il giudice deve, pertanto, dar conto del controllo esercitato sull’affidabilita’ delle basi scientifiche del proprio ragionamento, soppesando l’imparzialita’ e l’autorevolezza scientifica dell’esperto che trasferisce nel processo conoscenze tecniche e saperi esperienziali.

E, come sopra chiarito, il controllo che la Corte Suprema e’ chiamata ad esercitare, attiene alla razionalita’ delle valutazioni che a tale riguardo il giudice di merito ha espresso nella sentenza impugnata.

Del resto, la Corte regolatrice ha anche recentemente ribadito il principio in base al quale il giudice di legittimita’ non e’ giudice del sapere scientifico e non detiene proprie conoscenze privilegiate.

La Suprema Corte e’ cioe’ chiamata a valutare la correttezza metodologica dell’approccio del giudice di merito al sapere tecnico-scientifico, che riguarda la preliminare, indispensabile verifica critica in ordine all’affidabilita’ delle informazioni che utilizza ai fini della spiegazione del fatto (cfr. Sez. 4, Sentenza n. 43786 del 17/09/2010, dep. 13/12/2010, Cozzini, Rv. 248944; Sez. 4, sentenza n. 42128 del 30.09.2008, dep. 12.11.2008, n.m.). E si e’ pure chiarito che il giudice di merito puo’ fare legittimamente propria, allorche’ gli sia richiesto dalla natura della questione, l’una piuttosto che l’altra tesi scientifica, purche’ dia congrua ragione della scelta e dimostri di essersi soffermato sulla tesi o sulle tesi che ha creduto di non dover seguire. Entro questi limiti, e’ del pari certo, in sintonia con il consolidato indirizzo interpretativo di questa Suprema Corte, che non rappresenta vizio della motivazione, di per se’, l’omesso esame critico di ogni piu’ minuto passaggio della perizia (o della consulenza), poiche’ la valutazione delle emergenze processuali e’ affidata al potere discrezionale del giudice di merito, il quale, per adempiere compiutamente all’onere della motivazione, non deve prendere in esame espressamente tutte le argomentazioni critiche dedotte o deducibili, ma e’ sufficiente che enunci con adeguatezza e logicita’ gli argomenti che si sono resi determinanti per la formazione del suo convincimento (vedi, da ultimo, Sez. 4, sentenza n. 492 del 14.11.2013, dep. 10.01.2014, n.m.).

Il giudizio di merito risulta di particolare complessita’ qualora si registrino difformi opinioni, espresse dai diversi esperti intervenuti nel processo, di talche’ al giudice e’ chiesto di effettuare una valutazione ponderata che involge la stessa validita’ dei diversi metodi scientifici in campo. Suole affermarsi che al giudice e’ attribuito il ruolo di peritus peritorum. In realta’, detta locuzione, secondo le indicazioni di ordine metodologico espresse dalla giurisprudenza sopra richiamata, non autorizza affatto il giudicante ad intraprendere un percorso avulso dal sapere scientifico, ne’ a sostituirsi agli esperti ignorando ogni i contributi conoscitivi di matrice tecnico-scientifica. Il ruolo di peritus peritorum impone, di converso, al giudice a individuare, con l’aiuto dell’esperto, il sapere accreditato che puo’ orientare la decisione. Il giudice, cioe’, deve esaminare le basi fattuali sulle quali le argomentazioni del perito sono state condotte; l’ampiezza, la rigorosita’ e l’oggettivita’ della ricerca; l’attitudine esplicativa dell’elaborazione teorica nonche’ il grado di consenso che le tesi sostenute dall’esperto raccolgono nell’ambito della comunita’ scientifica (Sez. 4, n. 18678 del 14-3-2012, Rv. 252621).

E di tale indagine il giudice e’ chiamato a dar conto in motivazione.

In particolare, nei casi caratterizzati da contrapposte teorie scientifiche, con antagoniste ricadute sulla interpretazione dei dati fattuali disponibili, il giudice deve fornire una razionale giustificazione dell’apprezzamento compiuto e delle ragioni per le quali ha opinato per la maggiore affidabilita’ di una determinata scuola di pensiero, rispetto ad un’altra.

Applicando i richiamati principi al caso di specie, deve rilevarsi che la valutazione espressa dalla Corte territoriale non risulta conducente, giacche’ i giudici hanno privilegiato la teorica della dose giornaliera tollerabile, senza confrontarsi con il postulato scientifico che sta alla base della opposta teoria fondata sulla valutazione del rischio.

Il Tribunale di Vercelli, al par. 6.4 della sentenza, ha effettuato una analitica disamina della questione relativa alla riconducibilita’ della diossina agli agenti cancerogeni genotossici, valorizzando i pareri espressi da un gruppo di esperti nel corso dell’incidente probatorio. Rispetto ai rischi derivanti dalla ingestione di coste e carote, il Tribunale era giunto alla conclusione che anche assumendo un consumo settimanale di tali alimenti doveva ritenersi superata la soglia di rilevanza penale delle condotte in addebito. In particolare, il primo giudice aveva considerato che le tesi dei consulenti tecnici della difesa, basate sui fattori di sicurezza costituiti dalla stagionalita’ degli ortaggi e dalle attivita’ di pelatura e lavaggio che precedono il consumo umano, non potevano essere condivise, tenuto conto degli accertati superamenti delle soglie di rischio previste con riguardo ai consumatori assidui.

A fronte della evidenziata contrapposizione di due criteri scientifici, sull’esame degli inquinanti, la Corte di Appello ha apoditticamente privilegiato le teorie sostenute dai consulenti delle difese, senza sviluppare il ragionamento critico/comparativo, imposto dalla natura dei temi tecnici all’esame. In tali termini, sono state disattese le coordinate interpretative indicate dal diritto vivente, rispetto all’apprezzamento della prova scientifica, che implichi l’impiego di saperi extragiuridici, rilevanti al fine di delineare l’oggettivita’ giuridica del reato in contestazione.

Si impone, per quanto detto, l’annullamento della sentenza impugnata, vulnerata dalle evidenziate lacune argomentative, con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello. Come sopra rilevato, infatti, in riferimento al reato per il quale si procede risulta inutilmente decorso il termine prescrizionale massimo prima della pronuncia della sentenza di secondo grado; e, in riferimento alla statuizioni civili della decisione che viene annullata, il giudice del rinvio deve essere individuato in quello civile competente per valore in grado di appello, ai sensi dell’articolo 622 c.p.p.. Al giudice del rinvio viene pure demandata la regolamentazione delle spese tra le parti per questo giudizio di legittimita’.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia al giudice civile competente per valore in grado di appello al quale demanda altresi’ la regolamentazione delle spese tra le parti per questo giudizio di legittimita’.

RISARCIMENTO OSPEDALE INFEZIONI FORLI CESENA RAVENNA

RISARCIMENTO OSPEDALE’ INFEZIONI NOSOCOMIALI MORTE’ RAVENNA BOLOGNA CESENA FORLI PRATO PISA COME OTTENERLO CHIAMA
RISARCIMENTO OSPEDALE’ INFEZIONI NOSOCOMIALI MORTE’ RAVENNA BOLOGNA CESENA FORLI PRATO PISA COME OTTENERLO CHIAMA

RISARCIMENTO OSPEDALE’ INFEZIONI NOSOCOMIALI MORTE’ RAVENNA BOLOGNA CESENA FORLI PRATO PISA COME OTTENERLO CHIAMA

  • A fronte di ciò, deve essere rammentato che l’Ospedale convenuto era gravato dell’onere probatorio di aver compiutamente adempiuto le obbligazioni cui era tenuto, dimostrando

  • l’insussistenza degli esiti peggiorativi lamentati o la riconducibilità causale degli stessi ad un’autonoma serie causale o, comunque, l’inevitabilità degli esiti medesimi.

    In forza di quanto sopra, occorre evidenziare che è stata disposta CTU medico legale , come da elaborato 28.1.2016 a firma del CTU Dott. C. Z., il quale, sulla base di articolate argomentazioni, ha evidenziato, in forza di dettagliata disamina dei documenti prodotti ed effettuata la visita del P.:

  • – che quest’ultimo, alla data di ricovero del 13-14.7.2012 era affetto da svariate patologie, in particolare sindrome metabolica, asma, insufficienza renale cronica risalente al 2007, sindrome trombo flebitica, emocromatosi, iperparatiroidismo primitivo, calcolosi renale, sindrome bipolare atipica, encefalopatia multi lacunare, steatosi epatica non alcoolica, malattia da reflusso gastro esofageo, insufficienza venosa profonda agli arti inferiori, discopatie cervicale e lombari, neuroma di Morton piede sinistro e polineuropatia motoria;

– che l’attore , dunque, ricoverato presso la clinica urologica dell’Ospedale S. M. ,era stato sottoposto a trattamenti terapeutici invasivi a causa di coliche renali , su diagnosi di recidiva calcolosi, nell’ambito di tali trattamenti contraendo l’infezione nosocomiale da Klebsiella pneumoniae;

– che , in merito, a fronte di procedure standardizzate circa il trattamento della calcolosi di cui sopra, costituisce elemento prioritario l’igiene e la pulizia degli ambienti, la sterilizzazione degli strumenti e la messa in atto di tutte le prassi ospedaliere di prevenzione delle infezioni;

– che, con particolare riferimento all’infezione de qua, ben nota in ambito ospedaliero anche per la sua pericolosità, devesi ritenere riconosciuta come doverosa una particolare attenzione, in termini di prevenzione, diagnosi e terapia, anche per le interconnessioni esistenti fra detti profili con riferimento alla diffusione dell’infezione stessa, costituendo, inoltre, un elemento di rischio particolare la condizione dei pazienti urologici, in rapporto alle criticità connesse alle infezioni urinarie;

– che, a fronte di ciò, nel caso di specie, vi erano stati deficit diagnostici, in termini di mancanza di urinocoltura con antibiogramma, previsto, invece, come necessario ai fini dell’inquadramento diagnostico del paziente affetto dal calcolosi renale, risultando, altresì, generica la scheda infermieristica del blocco operatorio, circa la sterilità degli strumenti, così come la somministrazione, di prassi, di copertura antibiotica, in relazione alla mancata indicazione delle prassi di sterilizzazione e disinfezione generale, mancando, inoltre, linee guida della Direzione Sanitaria e del Comitato infezioni ospedaliere circa l’infezione de qua, di particolare gravità;

– che la connessione fra il ricovero e l’insorgenza dell’infezione era, d’altra parte, confortata dalla negatività dell’urinocoltura, documentata alla data del 16.5.2012;

– che i trattamenti invasivi in cui era stata contratta l’infezione erano routinari e che, peraltro, la stessa aveva origine in una carenza di standard essenziali per ogni nosocomio;

– che, inoltre, anche a fronte della presenza di sintomi dell’infezione, vi erano state carenze in termini di diagnosi tempestiva e terapia adeguata, al P. essendo stata somministrata una terapia antibiotica del tutto empirica, senza esecuzione di urinocoltura, terapia inefficace e

foriera di resistenze da parte del germe, come dimostrato dai successivi interventi, i trattamenti di cura essendo stati carenti , nel senso indicato, anche dopo financo l’esame effettuato l’8.8.2012, con diagnosi di Klebsiella pneumoniae;

– che, pertanto, evidente era la responsabilità del nosocomio convenuto, dall’infezione de qua essendo, peraltro, derivate complicanze in particolare con riferimento all’emuntorio renale ed all’apparato respiratorio;

– che la valutazione del danno conseguente alla malpractice doveva tenere conto della condizione pregressa del paziente e del fatto che alcune patologie, come tali, erano destinate ad un peggioramento progressivo a prescindere dall’infezione de qua, neppure, peraltro, potendosi omettere di considerare come l’infezione medesima si fosse ormai cronicizzata , il germe essendo sempre presente;

– che, per quanto afferente all’apparato urinario, su una preesistenza del 10%, l’infezione de qua aveva determinato un aggravamento del 15%, sì da essere pari , oggi, al 25%, mentre i danni all’apparato respiratorio erano stimabili nel 25%, a fronte dell’assenza di preesistenze apprezzabili ( emergendo, in precedenza , asma allergica).

Il Dott. Z., dunque, evidenziando la necessità di inquadrare nella complessiva valutazione dell’integrità psico-fisica del P., detti esiti , ha stimato l’invalidità attuale nel 70%, dovendo essere ricondotta all’infezione de qua la differenza esistente fra il punto 41° e quello 70°, tale quantità differenziale essendo causalmente collegabile all’infezione citata ed ai suoi postumi.

Il CTU , inoltre, ha sottolineato come l’infezione in questione avesse determinato una maggiore invalidità temporanea pari a 33 gg. al 100%, seguita da ulteriori 30gg, al 75%, il tutto con ricovero connesso all’infezione per gg.18, il peggioramento descritto sopra , , in ultimo, rispetto alla condizione generale del paziente, avendo, inoltre, inciso significativamente sull’espletamento delle attività ludico-relazionali, in rapporto alla presenza di un marcato stato astenico ed alla facile comparsa di dispnea da sforzo moderato.

Da tali ampie ed articolate conclusioni reputa lo scrivente Giudice di non doversi discostare, atteso che le osservazioni dei CC.TT.PP., risultano, ove non contraddittorie, schiettamente partigiane, frutto di una lettura acritica delle risultanze fattuali emergenti dai documenti, la pretesa, poi, di imprevedibilità dell’infezione da parte dell’Ospedale S. M., a fronte di quanto evidenziato dal Dott. Z. rispetto alle diffuse conoscenze scientifiche, consentendo , financo, di valutare , allora, la sussistenza di carenze organizzative e preventive ancor più radicali e gravi di quelle esposte dal CTU.

Devesi, pertanto, ritenere sussistente la responsabilità di parte convenuta, sia in termini contrattuali, che extracontrattuali, manifesti essendo risultati gli elementi di colpa in capo all’Ospedale S. M..
Le deduzioni di parte convenuta ( vedasi verbale 26.2.2016), reiterate in sede di difese finali, per cui , di fatto, i danni da infezioni nosocomiali non sarebbero imputabili ad errore dei Sanitari, non tiene in alcun conto , nel caso concreto, quanto ben evidenziato dal Dott. Z., circa le intrinseche carenze dell’Ospedale de quo, in termini di idonea prevenzione, all’esito ed in rapporto ai documenti prodotti, oltre che le mancanze diagnostiche e terapeutiche sottolineate nella perizia, che certo hanno, comunque, aggravato gli effetti dell’infezione e che , allo stesso tempo, anzi, confermano , ancora una volta, l’incapacità dell’Ospedale di isolare i focolai infettivi ( il che, va detto, è ben lontano da qualsivoglia pretesa di rischio zero).

  1. 9924/2014 RG RISARCIMENTO OSPEDALE

Il Giudice designato Dott. L. F.

REPUBBLICA ITALIANA TRIBUNALE DI GENOVA seconda sezione civile
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

nella causa promossa da:

  1. F., (omissis), rappresentato e difeso dall’Avv. Luca Di Lauro, presso il cui studio in (omissis), ha eletto domicilio;

-ATTORE-

contro

IRCCS AZIENDA OSPEDALIERA UNIVERSITARIA “S. M.” – IST- (omissis), in persona del Direttore Generale pro tempore, Dott. M. B., con sede in (omissis), rappresentato e difeso dall’Avv. Daniela Picasso, presso il cui studio in (omissis), ha eletto domicilio;

avente ad oggetto: risarcimento danni da responsabilità medica ha pronunciato la seguente

SENTENZA

precisate all’udienza del 10.02.2017 le seguenti conclusioni:
per l’attore, come da conclusioni allegate al verbale nonché come da citazione: “Piaccia all’Ill.mo Tribunale di Genova, ogni contraria istanza disattesa, per le ragioni tutte di cui alla parte espositiva, accertare, e dichiarare che l’attore Sig. F. P. ha contratto l’infezione da Klebsiella Pneumoniae Multiresistente, da cui risulta tutt’ora affetto, in occasione del ricovero dallo stesso subito nel periodo dal 13 al 20.07.2012 presso la Cinica Urologica dell’IRCSS AOU S. M. –IST di G. ovvero in occasione del successivo ricovero presso la medesima Clinica Urologica nel periodo dal 21.07 al 02.08.2012.
Accertare e dichiarare che l’infezione da Klebsiella Pneumoniae Multiresistente contratta dal Sig. F. P. in occasione del suo ricovero presso la Clinica Urologica dell’IRCSS AOU S. M. –IST di G. è stata causata dalle modalità erronee e/o negligenti e/o imprudenti e/o imperite comunque colpose con cui sono stati eseguiti i trattamenti sanitari per cui è causa presso la medesima Clinica Urologica e conseguentemente accertare e dichiarare la responsabilità del convenuto IRCSS AOU S. M. –IST di Genova nella causazione dei danni fisici permanenti e temporanei residuati all’attore F. P. in conseguenza dei trattamenti chirurgici medici e sanitari a cui lo stesso è stato sottoposto presso l’azienda ospedaliera convenuta.

-CONVENUTO-

Accertare e dichiarare che il Sig. F. P. ha residuato, in conseguenza delle modalità erronee e/o negligenti e/o imprudenti e/o imperite e comunque colpose con cui sono stati eseguiti i trattamenti sanitari per cui è causa, un’invalidità temporanea totale in ragione del 100% per giorni 33, un’invalidità temporanea parziale in ragione del 75% per giorni 30, un’invalidità temporanea parziale in ragione del 50% ulteriori giorni 60 ed un’invalidità permanente in misura pari al 40% della totale o nella diversa misura meglio vista in corso di causa e conseguentemente dichiarare tenuto a condannare l’IRCSS AOU S. M. –IST di G., in persona del suo legale rappresentante in carica pro-tempore, a corrispondere all’attore la somma di euro 3.168,00 o quella diversa maggiore o minore meglio vista in corso di causa a titolo di risarcimento del danno da invalidità temporanea totale in ragione del 100% prolungatesi per 33 giorni, la somma di euro 2.160,00 o quella diversa maggiore o minore meglio vista in corso di causa a titolo di risarcimento del danno da invalidità temporanea parziale in ragione del 75% prolungatasi per 30 giorni, la somma di euro 2.880,00 o quella maggiore o minore meglio vista in corsa di causa a titolo di risarcimento del danno da invalidità temporanea parziale in ragione del 50%, la somma di euro 86.122,00 o quella maggiore o minora meglio vista in corso di causa a titolo di danno morale da invalidità permanente e/o personalizzazione del danno e così per complessivi euro 430.609,00 o per quella diversa somma maggiore o minore meglio vista in corso di causa, importo in ogni caso da maggiorarsi di rivalutazione monetaria ed interessi legali sulle somme rivalutate dalla data dell’evento e fino al saldo.

Dichiarare tenuta e condannare l’IRCSS AOU S. M. – IST di G., in persona del suo legale rappresentante in carica pro-tempore a rimborsare al Sig. P. F. la somma di euro 48,80 dallo stesso corrisposta all’Organismo di Mediazione dell’Ordine degli Avvocati di Genova a titolo di costo per l’attivazione della procedura di mediazione obbligatoria.

Dichiarare tenuto e conseguentemente condannare il convenuto l’IRCSS AOU S. M. – IST di G., in persona del suo legale rappresentante pro-tempore, a corrispondere al Sig. P. F. la somma di euro 7.447,86 o quella diversa maggiore o minore meglio vista in corso di causa, a titolo di rimborso per diritti ed onorari di avvocato in relazione all’attività di difesa tecnica obbligatoria prestata in proprio favore nella fase di mediazione obbligatoria promossa nanti l’Organismo di Mediazione dell’Ordine degli Avvocati di G.

Vinte le spese, diritti ed onorari della presente procedura e della fase di mediazione obbligatoria.” per il convenuto, come da conclusioni allegate a verbale nonché come da comparsa: “Piaccia all’Ill.mo Giudice adito, contrariis rejectis,
– Respingere tutte le domande svolte nei confronti dell’IRCCS Azienda Ospedaliera Universitaria “S. M.” – IST (omissis), in quanto inammissibili e/o infondate in fatto e in diritto e comunque indimostrate e inaccoglibili;

– Con vittoria di spese, diritti ed onorari di causa”.
MOTIVAZIONE IN FATTO ED IN DIRITTO

  1. F. adiva il Tribunale di Genova, con atto di citazione del 12.06.2014, deducendo, in particolare:

– che, in data 13.07.2012, essendo affetto da diversi anni da insufficienza renale cronica e calcolosi urinaria, accedeva al Pronto Soccorso dell’Ospedale S. M. di G. per una colica renale;

– che, data la gravità delle condizioni, il P. veniva ricoverato presso la Clinica Urologica dove veniva sottoposto, a seguito di TC dell’addome, a numerosi interventi chirurgici tra i quali quello di ureterorenoscopia;

– che, esso attore, veniva successivamente dimesso in data 20.07.2012 con diagnosi di “colica renale destra”;

– che, in data 21.07.2012, esso esponente veniva nuovamente ricoverato presso la Clinica Urologica dell’Ospedale S. M. di G. e veniva sottoposto ad una massiccia terapia antibiotica a largo spettro, senza che fossero stati effettuati specifici esami diagnostici;

– che, in data 08.08.2012, il P., a causa del perdurante malessere, si rivolgeva all’Ospedale E., Presidio di V., per effettuare degli esami di laboratorio dai quali si accertava l’esistenza di infezione da Klebsiella Pneumoniae Multiresistente;

– che, dal 10.08.2012 al 14.08.2012, esso attore veniva ricoverato d’urgenza presso la clinica Nefrologica del DIMI di G. per pielonefrite acuta;

– che, nei successivi mesi, l’infezione causava all’esponente frequenti episodi di febbre urinaria in concomitanza a stati di estrema debolezza e di malessere generale;

– che esso P. si sottoponeva a visita medico-legale presso il Dott. F. M. M. il quale, con relazione del 31.07.2013, attestava che l’esponente era affetto da infezione urinaria cronica da Klebsiella Pneumoniae Multiresistente contratta nel corso del ricovero ospedaliero presso l’Ospedale S. M. di G. e che detta infezione era stata causata dei comportamenti negligenti, imprudenti ed imperiti, posti in essere dai Sanitari;

– che l’esponente, ritenendo la responsabilità dell’Ospedale S. M. di G. nella causazione del sinistro a quo, formulava la richiesta di risarcimento e azionava la procedura di mediazione obbligatoria, conclusasi con esito negativo per la decisione dell’Ente convenuto di non prendere parte all’incontro;

– che, a seguito di quanto esposto, in capo all’Azienda convenuta si configurava oltre alla responsabilità contrattuale – instauratasi tra il paziente e la struttura incaricata a fornire prestazioni di tipo sanitario- anche una diversa ed ulteriore responsabilità avente natura extracontrattuale;

– che, nel caso in esame, l’inadempimento contrattuale di controparte risultava evidente dato che, a seguito di interventi medici di facile e routinaria esecuzione, si giungeva ad un risultato peggiorativo delle condizioni iniziali del paziente;

– che le manovre di tipo urologico operate nel corso del primo ricovero dal 14.07.2012 al 20.07.2012, esaminate in concomitanza della successione dei fatti, la natura e la localizzazione dell’infezione, consentivano di ritenere che l’infezione medesima fosse insorta proprio in tale occasione durante la quale, peraltro, le operazioni mediche erano state attuate senza le richieste e prescritte misure di prevenzione;

– che l’imperizia del personale sanitario si riscontrava anche in occasione del ricovero dal 21.07.2012 al 02.08.2012 in occasione del quale, a fronte di un’evidente stato di infezione acuta, venivano omesse una serie di condotte dovute mentre venivano colpevolmente tenute altre senza effettuare, in ogni caso, un’idonea valutazione diagnostica;

– che esso esponente, aveva quindi subito lesioni fisiche e psichiche tali da determinare l’insorgenza di un danno biologico permanente in misura pari al 40%,al quale bisognava aggiungere la consapevolezza del P. di essere affetto da una patologia – potenzialmente letale- che gli induceva quindi uno stato ansioso-depressivo;

– che esso attore risultava inoltre affetto da episodi ripetuti di gonartrite recidivante imputabile all’infezione summenzionata.

Sulla base di tali premesse, il P. concludeva domandando di accertare la responsabilità del convenuto IRCSS AOU S. M.- IST di G. nella causazione dei danni fisici permanenti e temporanei a suo carico e per l’effetto di condannare tale Ente alla corresponsione della somma come dedotta segnatamente in citazione, vinte le spese, diritti ed onorari.

Si costituiva IRCSS AOU S. M.- IST di G., con comparsa depositata il 25.11.2014, contestando la domanda attorea ed evidenziando:

– che l’intera prospettazione avversaria si fondava su valutazioni del tutto semplicistiche, sfornite di supporti probatori;

– che tanto la diagnosi iniziale, quanto i trattamenti sanitari risultavano correttamente eseguiti nel rispetto delle linee guida e delle prassi accreditate;

– che, pertanto, le condizioni lamentate dal P. derivavano dallo stato del paziente precedente al ricovero oppure dai numerosi ricoveri presso altre strutture sanitarie;

– che, in ogni caso, era da escludere la responsabilità dell’IRCCS S. M. IST posto che l’obbligazione medica non è un’obbligazione di risultato;

– che contestata era la perizia medico legale di parte attrice e la rilevanza e la valenza probatoria degli articoli prodotti;

– che la quantificazione dell’asserito danno risultava, comunque, evidentemente eccessiva e sproporzionata;

– che il danno biologico permanente non prendeva in considerazione, né l’invalidità base del P. riferita alle preesistenze – in relazione alle quali i trattamenti sanitari erano stati effettuati- né l’invalidità indipendente concernente le numerose ed autonome patologie dell’attore;

– che esso Ente convenuto contestava tanto il danno biologico temporaneo, quanto il rimborso delle spese legali, sottolineando che la somma che la parte attrice asseriva di aver corrisposto al proprio difensore era esclusivamente frutto di una negoziazione privata e pertanto risultava assurda la pretesa di addebito a carico di esso esponente.

Chiedeva dunque parte convenuta il rigetto delle pretese attoree, con vittoria di spese, diritti e onorari.
Concessi i termini ex art. 183 comma 6 c.p.c. alla prima udienza del 16.12.2014, non ammesse le prove orali, questo Giudice disponeva consulenza medico-legale con fissazione delle operazioni peritali in data 18.06.2015.

Esitata la perizia, il Giudice , dopo aver invitato le Parti a valutare l’opportunità di una conciliazione, non essendo possibile addivenire ad un accordo , fissava udienza di precisazione delle conclusioni per il 10.2.2017, allorquando le Parti concludevano come in epigrafe e la causa veniva trattenuta in decisione, con assegnazione di termini ex art. 190 c.p.c.

Ciò detto, va osservato che, per ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, la responsabilità della struttura sanitaria verso il paziente, a prescindere dalla natura pubblica o privata della struttura medesima, va ricondotta a un rapporto contrattuale atipico o “da contatto sociale”, in forza del quale insorgono, a carico del soggetto presso cui viene effettuato il

trattamento, sia in termini di ricovero, che di visita ambulatoriale, obblighi non solo “alberghieri”, ma anche di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, rispondendo, altresì, il luogo di cura, in forza di tale vincolo, anche ex art.1228 c.c., rispetto all’inadempimento della prestazione, sia essa medico-professionale, o tecnico-infermieristica, svolta direttamente da un Sanitario ivi operante, qualora sussista comunque un collegamento tra la prestazione de qua e l’organizzazione aziendale della struttura (vedasi ex plurimis Trib. Milano, sez. V, 5.3.2009, n.3047; Cass. sez. III, 28.11.2008, n.24742, Cass. , sez. III, 26.1.2006, n. 1698; vedasi anche Cass. SS.UU. 11.1.2008, n. 577 e, in ultimo, Corte di Cass., sez.III, 3.2.2012, n. 1620, Cass., sez. III, 30.9.2014 n. 20547, Trib.Monza , sez. I, 23.6.2015).

Con riferimento a tale ricostruzione del rapporto paziente/medico/struttura sanitaria, la giurisprudenza ha, altresì, riaffermato l’applicazione dei noti principi in tema di onere della prova di cui alla sentenza n.13533/01 delle SS.UU. della Corte di Cassazione, principi che, calati nella specifica fattispecie negoziale che occupa, hanno consentito di pervenire, del tutto condivisibilmente, a precisare che il paziente/creditore ha l’onere di provare l’esistenza del rapporto fonte delle obbligazioni e l’aggravamento o l’insorgenza di una patologia, allegando, poi, l’inadempimento oggetto di doglianza, inadempimento che deve essere qualificato eziologicamente, nel senso di essere potenzialmente idoneo a procurare il danno lamentato (così la citata Cass. SS.UU.n.577/08, oltre che Trib. Varese 10.2.2010, n.16, Trib. Bologna, sez. III, 6.10.2010 e, ancora, Cass., sez. III, 3.2.2012, n. 1620 che richiama la citata pronuncia del 2008 ed ancora, ex plurimis, Cass., sez. III, 12.12.2013, n. 27855 e le recenti Cass., sez. III, 20.2.2015, n. 3390, Cass., sez.III, 30.6.2015, n. 13328, Cass., sez.III, 20.10.2015, n.21177).

Va sottolineato, in merito, che tali considerazioni non vengono in alcun modo poste in discussione dal cosiddetto decreto Balduzzi, come da D.L. 158/2012, convertito con legge 189/2012, l’art.3 di tale testo normativo non riguardando affatto, in primo luogo, il rapporto fra ospedale e paziente, ciò a prescindere da ogni altra considerazione circa l’epoca del fatto che occupa e del perfezionamento della fattispecie, in termini di “an”, in rapporto all’irretroattività della novella (vedasi a riguardo Cass., sez. III, 19.2.2013, n.4030; vedasi, ancora, sulla portata di tale normativa Cass., sez.6, ord. 8940 del 17.4.2014, oltre che Trib. Milano, sez. V, 18.11.2014 n. 13574; , Trib. Brindisi 18.7.2014).

  1. Parimenti la novella di cui alla legge 24/2017 nulla rileva ai fini de quibus, dovendo, inoltre, porre in evidenza che, per quanto occorrente, l’attore ha, comunque, inteso agire anche ex art. 2043 c.c., con riferimento alla condotta colposa del personale dell’ospedale, rispetto all’ insorgenza ed alla prevenzione e cura dell’infezione nosocomiale dedotta.
  2. Muovendo, dunque, da tali premesse, deve essere posto in risalto che sine dubio acquisito al processo è il rapporto di spedalità e, più specificatamente, di cura e diagnosi, sorto in occasione degli interventi, visite e ricoveri di cui alla citazione, nonché il collegamento, necessario ed imprescindibile, esistente fra l’attività dell’Ente convenuto e l’attività del personale che ebbe ad effettuare tali prestazioni sanitarie, in termini fattuali non contestate da parte convenuta, oltre che , peraltro, documentate; analogamente parte attrice ha dedotto gli esiti , in termini peggiorativi , dei trattamenti e cure ricevute , frutto di inadeguata attività preventiva , oltre che di ritardata diagnosi e cura specifica, il tutto prospettando, pertanto, un inadempimento , di tipo essenzialmente omissivo, a fronte della produzione di ampia documentazione medica circa l’evolversi della situazione di esso P..
  • A fronte di ciò, deve essere rammentato che l’Ospedale convenuto era gravato dell’onere probatorio di aver compiutamente adempiuto le obbligazioni cui era tenuto, dimostrando
  • l’insussistenza degli esiti peggiorativi lamentati o la riconducibilità causale degli stessi ad un’autonoma serie causale o, comunque, l’inevitabilità degli esiti medesimi.
    In forza di quanto sopra, occorre evidenziare che è stata disposta CTU medico legale , come da elaborato 28.1.2016 a firma del CTU Dott. C. Z., il quale, sulla base di articolate argomentazioni, ha evidenziato, in forza di dettagliata disamina dei documenti prodotti ed effettuata la visita del P.:
  • – che quest’ultimo, alla data di ricovero del 13-14.7.2012 era affetto da svariate patologie, in particolare sindrome metabolica, asma, insufficienza renale cronica risalente al 2007, sindrome trombo flebitica, emocromatosi, iperparatiroidismo primitivo, calcolosi renale, sindrome bipolare atipica, encefalopatia multi lacunare, steatosi epatica non alcoolica, malattia da reflusso gastro esofageo, insufficienza venosa profonda agli arti inferiori, discopatie cervicale e lombari, neuroma di Morton piede sinistro e polineuropatia motoria;
  • – che l’attore , dunque, ricoverato presso la clinica urologica dell’Ospedale S. M. ,era stato sottoposto a trattamenti terapeutici invasivi a causa di coliche renali , su diagnosi di recidiva calcolosi, nell’ambito di tali trattamenti contraendo l’infezione nosocomiale da Klebsiella pneumoniae;
  • – che , in merito, a fronte di procedure standardizzate circa il trattamento della calcolosi di cui sopra, costituisce elemento prioritario l’igiene e la pulizia degli ambienti, la sterilizzazione degli strumenti e la messa in atto di tutte le prassi ospedaliere di prevenzione delle infezioni;
  • – che, con particolare riferimento all’infezione de qua, ben nota in ambito ospedaliero anche per la sua pericolosità, devesi ritenere riconosciuta come doverosa una particolare attenzione, in termini di prevenzione, diagnosi e terapia, anche per le interconnessioni esistenti fra detti profili con riferimento alla diffusione dell’infezione stessa, costituendo, inoltre, un elemento di rischio particolare la condizione dei pazienti urologici, in rapporto alle criticità connesse alle infezioni urinarie;
  • – che, a fronte di ciò, nel caso di specie, vi erano stati deficit diagnostici, in termini di mancanza di urinocoltura con antibiogramma, previsto, invece, come necessario ai fini dell’inquadramento diagnostico del paziente affetto dal calcolosi renale, risultando, altresì, generica la scheda infermieristica del blocco operatorio, circa la sterilità degli strumenti, così come la somministrazione, di prassi, di copertura antibiotica, in relazione alla mancata indicazione delle prassi di sterilizzazione e disinfezione generale, mancando, inoltre, linee guida della Direzione Sanitaria e del Comitato infezioni ospedaliere circa l’infezione de qua, di particolare gravità;

– che la connessione fra il ricovero e l’insorgenza dell’infezione era, d’altra parte, confortata dalla negatività dell’urinocoltura, documentata alla data del 16.5.2012;

– che i trattamenti invasivi in cui era stata contratta l’infezione erano routinari e che, peraltro, la stessa aveva origine in una carenza di standard essenziali per ogni nosocomio;

– che, inoltre, anche a fronte della presenza di sintomi dell’infezione, vi erano state carenze in termini di diagnosi tempestiva e terapia adeguata, al P. essendo stata somministrata una terapia antibiotica del tutto empirica, senza esecuzione di urinocoltura, terapia inefficace e

  1. foriera di resistenze da parte del germe, come dimostrato dai successivi interventi, i trattamenti di cura essendo stati carenti , nel senso indicato, anche dopo financo l’esame effettuato l’8.8.2012, con diagnosi di Klebsiella pneumoniae;
  2. – che, pertanto, evidente era la responsabilità del nosocomio convenuto, dall’infezione de qua essendo, peraltro, derivate complicanze in particolare con riferimento all’emuntorio renale ed all’apparato respiratorio;
  3. – che la valutazione del danno conseguente alla malpractice doveva tenere conto della condizione pregressa del paziente e del fatto che alcune patologie, come tali, erano destinate ad un peggioramento progressivo a prescindere dall’infezione de qua, neppure, peraltro, potendosi omettere di considerare come l’infezione medesima si fosse ormai cronicizzata , il germe essendo sempre presente;
  4. – che, per quanto afferente all’apparato urinario, su una preesistenza del 10%, l’infezione de qua aveva determinato un aggravamento del 15%, sì da essere pari , oggi, al 25%, mentre i danni all’apparato respiratorio erano stimabili nel 25%, a fronte dell’assenza di preesistenze apprezzabili ( emergendo, in precedenza , asma allergica).
  5. Il Dott. Z., dunque, evidenziando la necessità di inquadrare nella complessiva valutazione dell’integrità psico-fisica del P., detti esiti , ha stimato l’invalidità attuale nel 70%, dovendo essere ricondotta all’infezione de qua la differenza esistente fra il punto 41° e quello 70°, tale quantità differenziale essendo causalmente collegabile all’infezione citata ed ai suoi postumi.
  6. Il CTU , inoltre, ha sottolineato come l’infezione in questione avesse determinato una maggiore invalidità temporanea pari a 33 gg. al 100%, seguita da ulteriori 30gg, al 75%, il tutto con ricovero connesso all’infezione per gg.18, il peggioramento descritto sopra , , in ultimo, rispetto alla condizione generale del paziente, avendo, inoltre, inciso significativamente sull’espletamento delle attività ludico-relazionali, in rapporto alla presenza di un marcato stato astenico ed alla facile comparsa di dispnea da sforzo moderato.
  7. Da tali ampie ed articolate conclusioni reputa lo scrivente Giudice di non doversi discostare, atteso che le osservazioni dei CC.TT.PP., risultano, ove non contraddittorie, schiettamente partigiane, frutto di una lettura acritica delle risultanze fattuali emergenti dai documenti, la pretesa, poi, di imprevedibilità dell’infezione da parte dell’Ospedale S. M., a fronte di quanto evidenziato dal Dott. Z. rispetto alle diffuse conoscenze scientifiche, consentendo , financo, di valutare , allora, la sussistenza di carenze organizzative e preventive ancor più radicali e gravi di quelle esposte dal CTU.
  8. Devesi, pertanto, ritenere sussistente la responsabilità di parte convenuta, sia in termini contrattuali, che extracontrattuali, manifesti essendo risultati gli elementi di colpa in capo all’Ospedale S. M..
    Le deduzioni di parte convenuta ( vedasi verbale 26.2.2016), reiterate in sede di difese finali, per cui , di fatto, i danni da infezioni nosocomiali non sarebbero imputabili ad errore dei Sanitari, non tiene in alcun conto , nel caso concreto, quanto ben evidenziato dal Dott. Z., circa le intrinseche carenze dell’Ospedale de quo, in termini di idonea prevenzione, all’esito ed in rapporto ai documenti prodotti, oltre che le mancanze diagnostiche e terapeutiche sottolineate nella perizia, che certo hanno, comunque, aggravato gli effetti dell’infezione e che , allo stesso tempo, anzi, confermano , ancora una volta, l’incapacità dell’Ospedale di isolare i focolai infettivi ( il che, va detto, è ben lontano da qualsivoglia pretesa di rischio zero).
  9. Non è, d’altra parte, affatto condivisibile la volontà dell’Ospedale S. M. di affermare, di fatto, che sugli utenti di una struttura ospedaliera deve ricadere il rischio di infezioni, dagli effetti gravissimi, infezioni strettamente connesse alla gestione della struttura e dei pazienti, oltre che, peraltro, evitabili e prevenibili, così da prospettare , in concreto, una sorta di “roulette russa” cui dovrebbe andrebbe incontro chiunque si rechi in ospedale ( va ,forse rammentato ancora, per curarsi e non per ammalarsi più di prima).
  10. Le argomentazioni difensive del nosocomio, inoltre, in punto determinazione del danno sono inconsistenti, poiché artificiosamente mirano a smentire quanto il Dott. Z. ha valutato e stimato, sul presupposto di un preteso concetto diverso di danno differenziale, diversità che, al contrario, non si riscontra affatto, al di là del tendenzioso, quanto fumoso tenore delle deduzioni, in relazione a pretesi paradossi ad effetto privi di concreto significato rispetto alla fattispecie.
  11. Il richiamo, ancora, dell’ospedale convenuto ,in sede di conclusionale, alla legge 24/2017, oltre ad essere del tutto non pertinente, come tale, non tiene in considerazione che nessuna richiesta di nomina di specialista infettivologo l’Ospedale ha formulato, prima dell’esito della CTU, fino a quel momento, guarda caso, il Dott. Z., noto consulente del Tribunale, essendo stato ritenuto pienamente competente.
  12. La fattispecie, d’altra parte, a fronte delle stesse argomentazioni del CTP dott. R., ben consente di apprezzare come il contributo di uno specialista , a prescindere dai sopravvenuti obblighi legali, sarebbe stato superfluo, atteso che qualsivoglia impossibilità teorica di rischio zero, in ordine all’infezione de qua, non avrebbe comunque mandato esente, nel caso di specie, l’Ospedale dalla responsabilità come sopra accertata in concreto.
  13. La reiterazione degli argomenti difensivi di parte convenuta , come da note di replica, non rende gli stessi più convincenti.
    Passando, allora, alla liquidazione del danno non patrimoniale, dovendo individuare un idoneo criterio di liquidazione del danno in questione, correlato , in primo luogo, alla lesione dell’integrità psico-fisica, reputa lo scrivente Giudice , nell’ambito di una stima comunque necessariamente equitativa, di dover fare riferimento alle tabelle vigenti in uso presso il Tribunale di Milano , aggiornate ,in ultimo, al 2014, sia perché i criteri di liquidazione contenuti nelle elaborazioni dell’A.G. meneghina sono stati costantemente ritenuti presso questo Tribunale coerenti con l’obiettivo di meglio soddisfare le esigenze di integrale risarcimento dei danneggiati, sia perché i parametri de quibus sono stati, altresì, adattati e resi pienamente compatibili , in termini quantitativi, con i principi desumibili dalle note sentenze dalla Corte di Cass. a SS.UU., nn. 11.11.08, nn. 26972 e 26973 (con modificazione del valore del cosiddetto “punto” , così da ricomprendere nello stesso una percentuale ponderata per il danno non patrimoniale relativo alla sofferenza soggettiva, sia in relazione all’invalidità permanente, che temporanea), individuando, comunque, ambiti di personalizzazione che consentono , al di fuori di rigidi automatismi, di tenere in considerazione le peculiarità delle singole fattispecie ( ciò ancor più alla luce del fatto che il “danno morale” ha comunque mantenuto una specifica rilevanza – vedasi Cass. , sez. III, 20.5.2009, n. 11701; Cass. sez. III, n.16448, 15.7.09; Cass., sez.III, 12.9.2011, n. 18641; vedasi anche Cass. sez.III, 8.5.2012, n.6930, in tema di danno esistenziale, sempre, peraltro, al di fuori della configurabilità di un’ autonoma voce di danno, come da Cass. , sez.III, n.23778, 7.11.2014 ed ancora Cass.. sez.III, n.336 ,13.1.2016).
  14. Il fatto, in ultimo, che detti criteri siano stati condivisi dalla stessa Suprema Corte, per essere apparsi i più idonei ad uniformare la quantificazione del danno a livello nazionale, ferme le personalizzazioni del caso, anche oltre i limiti previsti , qualora ricorrano specifiche e comprovate ragioni, induce ancor più all’applicazione degli stessi ( vedasi Cass. sez.III,
  15. 7.6.2011, n.12408, e , più recentemente, Cass., sez.VI, 14.1.2013, n. 134, Cass. , sez.III, 6.3.2014, n. 5243, Cass., sez.III, n.20895, 15.10.2015 e Cass. sez.III , n. 3505, 23.2.2016).
    A fronte di ciò, tenuto conto dell’età dell’attore al momento del fatto (di anni 53), deve essere determinato un danno da invalidità permanente pari ad € 356.807,00 ( € 587.816,00 – 231.009,00).
  16. Tale importo deve essere personalizzato, in termini di particolare incidenza sull’ attività ed abitudini di vita di un uomo già precocemente affetto da varie patologie, che , a fronte di coliche renali, vede irrimediabilmente aggravato, in modo rilevante l’apparato urinario e, soprattutto, a fronte della pregressa assenza di apprezzabili patologie, quello respiratorio, con una specifica incidenza in termini di autonomia oggettiva e di percezione della stessa, il tutto, ai fini del patimento, per la sostanziale incuria nella gestione ordinaria dei pazienti e degli ambienti nosocomiali, sì da cagionare , con evidenza, un aggravato , oltre che permanente, senso di rabbia e di sfiducia.
  17. Dette considerazioni, valutato il range previsto nelle tabelle de quibus, induce ad un aumento pari al 10%, così da determinare l’importo di € 392.487,70, a titolo di invalidità permanente.
    In ordine , poi , ai danni da invalidità temporanea, a fronte di un parametro compreso fra € 96,00 ed € 145,00 , tenuto conto, anche in questo caso, delle considerazioni di cui sopra, ancor più valide nella fase acuta della malattia, con prolungato ricovero, ritiene chi scrive di dover applicare l’importo prossimo al massimo , pari ad € 130,00 al giorno, ferma la gradualità di cui alla relazione del CTU, con l’effetto di determinare un credito ,a tale titolo, pari ad € 7.215,00
  18. Discende , pertanto, in favore della P. un importo complessivo per danno non patrimoniale pari ad € 399.702,70.
    Trattandosi di debito di valore, tale importo va aumentato degli interessi legali, di tipo compensativo, dalla data del fatto, calcolati, previa devalutazione del citato importo, secondo l’indice ISTAT FOI, alla data del fatto stesso ( al 18.7.2012, data del trattamento punto 4 della citazione, € 390.334,67), anno per anno, sulla somma via via rivalutata annualmente, come da noto orientamento della Suprema Corte di cui alla sentenza a SS.UU. n.1712/95, idoneo, nel caso di specie, a garantire il pieno ristoro, senza indebite locupletazioni.
  19. Il calcolo così effettuato porta ad un importo complessivo finale alla data odierna di € 420.955,56, importo che, integrante la liquidazione totale del danno, dovrà essere maggiorato di interessi legali dalla data della presente sentenza al saldo.
    Passando alle spese di lite , va osservato che le stesse devono seguire la soccombenza, l’offerta effettuata dall’Ospedale S. M., peraltro, all’esito sostanziale della causa, come da verbale 15.6.2016, risultando ampiamente insufficiente, anche in un’ottica transattiva.
  20. Devono essere, altresì, rimborsate le spese afferenti alla mediazione obbligatoria , quanto richiesto, a tale titolo, dal P., essendo, peraltro, ingiustificato ed esorbitante, occorrendo tenere conto , comunque, dell’immediato fallimento della mediazione e del fatto che è seguita una causa, ciò con riferimento alla fase di studio in parte sovrapponibile.
  21. Valutato, dunque, l’impegno richiesto, in ragione del DM 55/2014, vanno liquidate, vista la nota attorea. le spese giudiziali in complessivi € 19.251,97 di cui € 19.000,00 per compenso ( considerata la limitata attività di tipo istruttorio e ritenuta l’attività ulteriore non necessitante di alcun aumento rispetto alla media) ed € 251,97 per esborsi, oltre a quelle afferenti alla necessaria mediazione, in complessivi € 2.048,80 , di cui € 2000,00 per compenso, oltre ad € 48,80 per esborsi ( vedasi docc.ti 19,20, 21 e 22 attorei).
  22. L’Ospedale convenuto, pertanto, deve essere condannato, a tale titolo, al pagamento di complessivi € 21.300,77 , di cui € 21.000,00 per compensi ed € 300,77 per esborsi, oltre al 15% ex art.2 citato DM sui compensi, CPA ed IVA come per legge.
    Le spese di CTU devono, certamente, seguire la soccombenza, sì da dover essere poste a carico esclusivo di parte convenuta, con condanna al rimborso delle somme eventualmente anticipate a tale titolo.
  23. Con riferimento, in ultimo, al fatto, documentato ( vedasi l’allegato 21 attoreo), che parte convenuta non ha inteso partecipare alla mediazione ex D.L.vo 28/2010 senza motivo alcuno, nulla emergendo a riguardo dal verbale, discende , necessariamente, la condanna dell’Ospedale convenuto al pagamento di quanto previsto dall’art.8, comma 4bis, del citato D.L.vo, come modificato dal D.L. 69/2013, convertito con L.98/2013.
  24. Va chiarito che non elide la condotta sanzionata come sopra il fatto che , preso in carico il sinistro da parte di terzo incaricato dal nosocomio, come da doc. 20 attoreo, il nosocomio medesimo abbia deciso di sottrarsi ad ogni confronto di mediazione, come da verbale 6.5.2014, sul presupposto di essere esente da addebiti, assunto ,implicito, in modo diverso, in ogni controversia e che l’obbligatorietà della mediazione ha inteso cercare, comunque, di far superare alle Parti , attraverso l’attività del mediatore ( il che risulta ancor più convincente in rapporto al rifiuto di partecipazione , financo, al primo incontro su presupposti apodittici, oltre che connotati da imprudenza rispetto, ancor più, alla gestione di un Ente ospedaliero pubblico).
  25. P.Q.M.

Il Tribunale di Genova, definitivamente pronunciando, respinta ogni altra domanda, istanza, deduzione ed eccezione,

DICHIARA TENUTO E CONDANNA IRCCS AZIENDA OSPEDALIERA UNIVERSITARIA “S. M.” – IST- (omissis), accertata la responsabilità di detto Ente per i fatti di cui alla citazione, al pagamento in favore di P. F. di € 420.955,56, oltre interessi legali dalla data della presente sentenza al saldo;

CONDANNA IRCCS AZIENDA OSPEDALIERA UNIVERSITARIA “S. M.” – IST- (omissis) al pagamento delle spese di lite in favore di P. F., spese che liquida, come in parte motiva, in complessivi € 21.300,77 , di cui € 21.000,00 per compensi ed € 300,77, oltre al 15% ex art.2 DM 55/2014 sui compensi, CPA ed IVA come per legge;

PONE definitivamente le spese di CTU a carico esclusivo di IRCCS AZIENDA OSPEDALIERA UNIVERSITARIA “S. M.” – IST- (omissis), condannando detto Ente al rimborso a parte attrice delle somme eventualmente anticipate a tale titolo;

CONDANNA IRCCS AZIENDA OSPEDALIERA UNIVERSITARIA “S. M.” – IST- (omissis), ex art.8, comma 4bis, D.L.vo 28/2010, come modificato con D.L.69/13, convertito in L.98/13, al versamento all’entrata del bilancio dello Stato di una somma pari al contributo unificato dovuto per il giudizio, mandando alla Cancelleria per quanto di competenza;

Genova, lì 25.5.2017

RISARCIMENTO OSPEDALE

BOLOGNA RISOLVI BOLOGNA DIVORZIO Famiglia – Matrimonio

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Famiglia – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – Assegnazione della casa coniugale in sede di divorzio – Successiva divisione giudiziale dell’immobile in comproprietà dei coniugi – Incidenza del provvedimento di assegnazione sul valore di mercato – Sussistenza – Fondamento.

L’assegnazione della casa familiare ad uno dei coniugi in sede di divorzio è atto che, quando sia opponibile ai terzi, incide sul valore di mercato dell’immobile; ne consegue che, ove si proceda alla divisione giudiziale del medesimo, di proprietà di entrambi i coniugi, si dovrà tener conto, ai fini della determinazione del prezzo di vendita, dell’esistenza di tale provvedimento di assegnazione, che pregiudica il godimento e l’utilità economica del bene rispetto al terzo acquirente.

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BOLOGNA RISOLVI BOLOGNA DIVORZIO Famiglia – Matrimonio


Parlando del  Diritto di famiglia occore  considerare che il diritto di famiglia  è uno degli ambiti che maggiormente influisce sulla qualità di vita dei nostri assistiti. In questo campo è più che mai necessaria la capacità di mediazione dell’avvocato. 

 

Quando si hanno delle soluzioni che soddisfano le esigenze dei separandi spesso si riesce  ad attenuare il trauma di una famiglia che si divide.

  • Accordi di convivenza;
  • Dichiarazioni di successione;
  • Rivendicazioni ereditarie;
  • Riconoscimento giudiziale della paternità o maternità;
  • Cambio sesso: rettificazione di attribuzione di sesso;
  • Modifica del cognome.
  • Ci si può separare o si può divorziare in modo consensuale se i coniugi raggiungono un accordo riguardo le condizioni relative all’affidamento dei figli e gli aspetti economici, altrimenti occorre che uno di essi presenti autonomamente un ricorso al Tribunale di competenza instaurando un Giudizio.
  1. I principali servizi che offre l’avvocato Sergio Armaroli nel settore sono i seguenti:
  2. Negoziazione assistita per la separazione personale dei coniugi;
  3. Separazione personale dei coniugi giudiziale (consensuale e non);
  4. Divorzio giudiziario;
  5. Divorzio breve;
  6. Modifica della condizioni di separazione;
  7. Modifica delle condizioni di divorzio;
  8. Modifica delle condizioni di affidamento di figli minori;
  9. Determinazione delle condizioni di affidamento e mantenimento di figli nati da coppie di fatto;

MA PERCHE’ SI CHIAMA SEPARAZIONE CONSENSUALE -BOLOGNA RISOLVI BOLOGNA DIVORZIO Famiglia

 

Il termine consensuale deriva proprio dal fatto perché prevede il consenso espresso di entrambi i coniugi che giungono ad un accordo sulla spartizione dei loro beni in comunione e sull’affidamento dei figli nonché su tutte le possibili questioni connesse alla vita matrimoniale.

 

Un consenso delle parti che può essere originario se il ricorso è presentato da tutte e due le parti ma può anche essere successivo, nel senso che la separazione può partire come giudiziale (istanza di una sola parte) e poi divenire consensuale successivamente.

Sia la separazione, sia il divorzio iniziati giudizialmente potranno sempre trasformarsi in procedure consensuali ove le parti trovassero un accordo prima dell’emissione della sentenza.

 

  • Da anni con impegno e risultato mi occupo di diritto di famigliae di tutte le problematiche sottese alla separazione e al divorzio (rapporti patrimoniali tra coniugi, assegnazione della casa coniugale, affidamento e mantenimento dei minori, ecc.).

 

  • Con grande esperienza ho maturato competenze , che al di là delle mere conoscenze giuridiche, comprendono anche tatto e capacità di ascolto, necessarie per supportare la parte assistita.

Da tenere presente che la separazione non fa venir meno lo status di coniuge ma incide su alcuni obblighi tipici del matrimonio: decade l’obbligo di convivenza e di fedeltà così come la comunione dei beni (se quello era il regime patrimoniale prescelto dai coniugi).
Permangono invece gli obblighi di mantenimento del coniuge, di partecipazione alla gestione della famiglia e di educazione della prole.

 

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BOLOGNA RISOLVI BOLOGNA DIVORZIO Famiglia – Matrimonio

 

 

La separazione giudiziale, secondo il codice civile italiano, si può avere su istanza di parte o perché ci sono state delle violazioni degli obblighi matrimoniali da parte di uno dei coniugi o perché ci sono delle circostanze oggettive che rendono non più sostenibile la prosecuzione del rapporto.

  1. Il processo inizia con ricorso al presidente del tribunale, di norma, nel luogo in cui è individuata l’ultima residenza della coppia .

  2. Nel ricorso dovranno essere indicati gli elementi sui quali si fonda la richiesta e la dichiarazione sull’esistenza di prole.

  3. Il Presidente del Tribunale accogliendo il ricorso fissa con decreto la data della udienza di comparizione dei coniugi.

  4. Chi ha presentato il ricorso dovrà provvedere a notificare il decreto all’altro coniuge.

  5. L’udienza di comparizione si svolge dinanzi al solo presidente del tribunale.

All’’udienza di comparizione devono comparire obbligatoriamente e personalmente i coniugi;

Quando all’udienza di comparizione non si presenta il coniuge attore (colui che ha promosso il processo) il presidente dichiara estinto il processo.

Avendo sempre in primo piano gli interessi e la tutela dei miei assistiti, il mio approccio mira, ove possibile, alla risoluzione della crisi e al raggiungimento di un accordo tra le parti, al fine di giungere alla separazione consensuale o al divorzio congiunto.

Tale metodo permette di ottenere una soluzione più rapida senza dover ricorrere all’intervento del tribunale e risulta particolarmente indicato nell’ottica di tutela dei minori coinvolti.

  1. A quale coniuge viene assegnata la casa coniugale in caso di separazione?

  1. Secondo la normativa di riferimento, sia nell’ambito della separazione sia del divorzio, il diritto di abitazione della casa familiare spetta di preferenza al coniuge cui sono affidati i figli o con i quali i figli convivono ed il giudice deve tenere conto dell’assegnazione nei rapporti economici tra i genitori.In tema di assegnazione della casa coniugale, dunque, il titolo per il coniuge ad abitare la casa coniugale è funzionale alla conservazione dell’ambiente domestico e giustificato dall’interesse morale e materiale della prole affidatagli.Nel caso non vi siano figli minori o maggiorenni non economicamente autosufficienti la casa coniugale non potrà essere assegnata (salvo diversi accordi tra le parti).

UNIONI CIVILI AVVOCATO A BOLOGNA SERGIO ARMAROLI

AVVOCATO A BOLOGNA SERGIO ARMAROLI

presta assistenza anche relativamente alle nuove forme di famiglia riconosciute dall’ordinamento, quali le unioni civili, le coppie di fatto e le coppie conviventi.

L’avvocato Sergio Armaroli le parti sia nel momento della costituzione che dell’eventuale scioglimento del rapporto.

BOLOGNA RISOLVI BOLOGNA DIVORZIO Famiglia - Matrimonio
BOLOGNA RISOLVI BOLOGNA DIVORZIO Famiglia – Matrimonio

Il Giudice di Appello, premesso che l’orientamento giurisprudenziale piu’ recente aveva ritenuto che l’assegnazione della casa coniugale conferisce al beneficiario un diritto di natura personale, opponibile ai terzi, se avente data certa, entro il novennio ai sensi dell’articolo 1599 c.c., o anche dopo i nove anni se il titolo sia stato in precedenza trascritto, ha affermato che la natura atipica del diritto di assegnazione, non compreso tra i diritti reali, non determina una riduzione del valore di mercato del bene gia’ destinato a casa coniugale.

Tale convincimento e’ erroneo sul piano logico-giuridico in quanto intrinsecamente contraddittorio; se infatti il provvedimento di assegnazione della casa coniugale e’ opponibile ai terzi nei termini sopra enunciati, e’ evidente che il terzo che acquista il bene gia’ destinato a casa coniugale diviene titolare di un diritto di proprieta’ gravemente compromesso quanto al godimento ed all’utilita’ economica che ne puo’ trarre, come appunto nella specie, dove la trascrizione (se effettivamente eseguita) della sentenza divorzile che aveva assegnato alla Ca. G. la casa coniugale ha comportato l’opponibilita’ di tale provvedimento al terzo acquirente del bene per un periodo indeterminato fino alla cancellazione della suddetta trascrizione

BOLOGNA RISOLVI BOLOGNA DIVORZIO Famiglia - Matrimonio
BOLOGNA RISOLVI BOLOGNA DIVORZIO Famiglia – Matrimonio
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 REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROVELLI Luigi Antonio – Presidente

Dott. SCHERILLO Giovanna – Consigliere

Dott. BUCCIANTE Ettore – Consigliere

Dott. MAZZACANE Vincenzo – rel. Consigliere

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18278/2004 proposto da:

CA. GA. , elettivamente domiciliata in ROMA, VIA XXIV MAGGIO 43, presso lo studio dell’avvocato GRILLO Corrado, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato BURCHI GIOVANNANGELO;

– ricorrente –

e contro

CA. VI. ;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1018/2003 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 14/06/2003;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del 13/02/2009 dal Consigliere Dott. VINCENZO MAZZACANE;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. PRATIS Pierfelice, che ha concluso per inammissibilita’ del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il 7.3.1989 Ca. Ga. conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Prato l’ex marito Ca. Vi. assumendo di essere comproprietaria con quest’ultimo di una casa di civile abitazione sita in (OMESSO), con annessi soffitta e ripostiglio a piano terreno, nonche’ autorimessa al piano terreno.

Premesso altresi’ che con sentenza del 30.10.1987 il Tribunale di Prato aveva pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio, assegnando alla esponente l’uso della casa coniugale, l’attrice chiedeva disporsi la divisione giudiziale dell’immobile.

Costituendosi in giudizio il convenuto non si opponeva alla divisione.

Con sentenza n. 138/1998 il Tribunale adito disponeva procedersi alla vendita della piena proprieta’ del bene suddetto senza tener conto quindi del provvedimento di assegnazione di esso alla Ca. G. .

Proposta impugnazione da parte di quest’ultima cui resisteva il Ca. V. la Corte di Appello di Firenze con sentenza del 14.6.2003 ha rigettato il gravame.

Per la cassazione di tale sentenza la Ca. G. ha proposto un ricorso affidato a due motivi, la parte intimata non ha svolto attivita’ difensiva in questa sede; la ricorrente ha successivamente depositato una memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la ricorrente, denunciando violazione dell’articolo 115 c.p.c., comma 2 – articolo 568 c.p.c., ultima parte, Legge n. 898 del 1970, articolo 6, comma 2 e articoli 2644 c.c., nonche’ omessa o insufficiente motivazione, censura la sentenza impugnata per non aver considerato che l’assegnazione della ex casa coniugale alla esponente incideva sul valore di mercato del bene e quindi sulla determinazione del relativo prezzo di vendita; invero il diritto di assegnazione della casa coniugale e’ opponibile al terzo che ne acquista la proprieta’ successivamente al provvedimento di assegnazione stesso per nove anni se non trascritto e senza limiti temporali ove detto provvedimento sia stato trascritto (come sembra nella fattispecie, dove, secondo le deduzioni della ricorrente, la sentenza divorzile che aveva assegnato alla Ca. G. la ex casa coniugale era stata regolarmente trascritta).

La ricorrente assume che dalla opponibilita’ del diritto di assegnazione della ex casa coniugale in favore di uno dei coniugi “erga omnes” e senza limitazione di tempo, qualora il provvedimento giudiziale sia stato trascritto, consegue che il terzo acquirente per un tempo indeterminato non potra’ godere del bene acquistato ne’ trame alcuna utilita’ economica; pertanto indicare il prezzo di vendita di un bene trascurando le limitazioni al suo uso viola i principi e la finalita’ della vendita giudiziaria degli immobili perche’ renderebbe quel bene sostanzialmente invendibile.

La censura e’ fondata.

Il Giudice di Appello, premesso che l’orientamento giurisprudenziale piu’ recente aveva ritenuto che l’assegnazione della casa coniugale conferisce al beneficiario un diritto di natura personale, opponibile ai terzi, se avente data certa, entro il novennio ai sensi dell’articolo 1599 c.c., o anche dopo i nove anni se il titolo sia stato in precedenza trascritto, ha affermato che la natura atipica del diritto di assegnazione, non compreso tra i diritti reali, non determina una riduzione del valore di mercato del bene gia’ destinato a casa coniugale.

Tale convincimento e’ erroneo sul piano logico-giuridico in quanto intrinsecamente contraddittorio; se infatti il provvedimento di assegnazione della casa coniugale e’ opponibile ai terzi nei termini sopra enunciati, e’ evidente che il terzo che acquista il bene gia’ destinato a casa coniugale diviene titolare di un diritto di proprieta’ gravemente compromesso quanto al godimento ed all’utilita’ economica che ne puo’ trarre, come appunto nella specie, dove la trascrizione (se effettivamente eseguita) della sentenza divorzile che aveva assegnato alla Ca. G. la casa coniugale ha comportato l’opponibilita’ di tale provvedimento al terzo acquirente del bene per un periodo indeterminato fino alla cancellazione della suddetta trascrizione.

Pertanto ai fini della determinazione del valore dell’immobile per cui e’ causa per procedere alla sua vendita giudiziale occorrera’ tener conto anche della sussistenza del suddetto provvedimento di assegnazione di esso alla Ca. G. e della relativa trascrizione.

Con il secondo motivo la ricorrente, deducendo violazione dell’articolo 112 c.p.c., ed omessa motivazione, censura la sentenza impugnata per non essersi pronunciata sulle eccezioni di rito e di merito sollevate dalla appellante sia in relazione alla incompetenza funzionale del Giudice di primo grado a decidere, neppure in via incidentale, sulla modifica o estinzione del diritto di uso e abitazione, sia in relazione alla erroneita’ della sentenza del Tribunale di Prato che aveva valutato come provati e rilevanti i fatti addotti dal Ca. V. .

La censura e’ fondata.

La Corte territoriale ha dato atto che l’appellante aveva contestato l’accertamento effettuato dal giudice di primo grado – secondo cui la Ca. G. non viveva piu’ nella ex casa coniugale oltre che nel merito, sotto il preliminare profilo di rito secondo cui tale accertamento aveva travolto la statuizione della sentenza divorzile inerente alla assegnazione della casa coniugale, nonostante il riconoscimento, da parte del Tribunale, della propria incompetenza funzionale al riguardo; nondimeno, nonostante l’avvenuta cognizione di tale motivo di appello, la sentenza impugnata ha omesso ogni pronuncia in proposito.

In definitiva in accoglimento del ricorso la sentenza impugnata deve essere cassata, e la causa deve essere rinviata anche per la pronuncia sulle spese del presente giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Firenze.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa anche per la pronuncia sulle spese del presente giudizio ad altra Sezione della Corte di Appello di Firenze.

 

 

 

calcolo danno da morte tribunale milano  Risarcimento del danno per responsabilità medica – Responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e/o del medico – Inesatto adempimento della prestazione sanitaria – Prova a carico del danneggiato – Prova a carico della struttura sanitaria e del medico – Fattispecie – Risarcimento dei danni subiti a causa della morte di un proprio congiunto – Mancata prova della sussistenza del nesso causale tra l’omissione dei sanitari e la morte del loro congiunto – Concetto della causalità civile ordinaria – Regola del più probabile che non – Impossibilità di curare il tumore di cui era affetto il paziente – Asserita perdita delle chances di vita e di guarigione – Mancanza di prove adeguate – Rigetto della domanda risarcitoria

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calcolo danno da morte tribunale milano

 Risarcimento del danno per responsabilità medica

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il collegio peritale,

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accertato l’errore diagnostico e l’errore nel follow-up, ha affrontato il problema della sussistenza del nesso causale e lo ha escluso sulla base delle seguenti considerazioni: in primo luogo ha chiarito che, trattandosi di un tumore molto raro, la casistica presente in letteratura è scarsa e poco significativa; i dati da essa emergenti, a differenza di quanto accade in presenza di patologie tumorali diffusissime, quali i tumori alla mammella o al collo dell’utero, non possono essere considerati statisticamente probanti; dai dati a disposizione emerge che la mortalità, nelle varie casistiche in riferimento alle patologie di carcinoma sebaceo della palpebra, oscilla tra il 6% e il 30%, aumentando drasticamente quando compare la malattia metastatica, che presenta tassi di mortalità a 5 anni approssimativamente del 50-67%; si deve correlare una prognosi peggiore alla presenza di determinati fattori, alcuni dei quali riscontrati nel caso del sig. Gu. già nel marzo 2001 presso il nosocomio di Empoli, tra i quali la scarsa differenziazione e l’isotopo particolarmente aggressivo, la diffusione pagetoide, la crescita infiltrante, il diametro del tumore e una sintomatologia presente da diversi mesi; hanno quindi concluso nel senso che “si può sostenere che non vi è alcun elemento probatorio dal lato scientifico che deponga per una prospettiva diversa di prognosi in relazione alle possibilità di sopravvivenza del signor Gu., qualora la diagnosi istopatologica fosse stata corretta e il follow-up successivo adeguato”,

hanno inoltre accertato che, in occasione del ricovero del 2004. quando si è evidenziata la diffusione metastatica linfonodale, è stato adottato l’iter diagnostico – terapeutico adeguato, consistente nello svuotamento laterocervicale e sottomandibolare, risultato completo e in una radioterapia complementare, oltre ad una serie di controlli clinici e strumentali adeguati; nonostante l’adozione di queste terapie, l’evoluzione è stata ugualmente fatale, con la comparsa di metastasi cerebrali e polmonari ed il conseguente decesso avvenuto nel novembre del 2007,

la dott.ssa Pa., nella sua qualità di consulente di parte attrice, nelle osservazioni critiche alla ctu depositate, ha concordato con il collegio peritale in ordine all’errore diagnostico e di follow up, ma ha contestato le ulteriori conclusioni asserendo che la radioterapia adiuvante si è dimostrata essere un trattamento efficace anche per il carcinoma sebaceo, registrandosi un aumento della sopravvivenza in pazienti trattati con radioterapia; il follow-up del paziente è risultato di natura esclusivamente clinica, mentre un’ecografia dei linfonodi laterocervicali sarebbe stata sufficiente per diagnosticare la presenza di metastasi in fase iniziale e ciò avrebbe comportato una tempestiva asportazione chirurgica dei linfonodi interessati ed una successiva radioterapia locale che avrebbero impedito o reso altamente improbabile la diffusione ad altri linfonodi o ad organi distanti e comunque, seppure le metastasi fossero ineluttabili, quantomeno sarebbero sopraggiunte in tempi decisamente successivi posticipando l’exitus,

i ctu hanno adeguatamente risposto alle osservazioni critiche del et degli attori ribadendo, quanto alla radioterapia adiuvante, che la letteratura ha considerato il carcinoma della palpebra radio resistente a fronte di segnalazioni di aumento del tasso di recidiva e di mortalità dopo la radioterapia; se effettivamente alcuni autori, anche nella letteratura dell’epoca, hanno segnalato casi di carcinoma sebaceo della palpebra trattati con radioterapia locale, si tratta di pochissimi casi che hanno dato risultati positivi ma anche negativi, tanto che gli autori sono giunti a diverse conclusioni in merito alla effettiva utilità della radioterapia; inoltre stante la rarità del tumore, i casi esaminati non erano omogenei dal punto di vista clinico ed istologico e queste eterogeneità dei pochi casi trattati ha inficiato l’attendibilità statistica delle conclusioni; i ctu, inoltre, hanno dato conto di uno studio del 2005 e quindi successivo ai fatti di causa, che cerca di fare il punto sull’efficacia del trattamento radiante evidenziando che la maggior parte degli autori ritiene il trattamento chirurgico come il più appropriato, considerando la terapia radiante come una alternativa all’intervento (e quindi non una terapia adiuvante) solo in caso di pazienti anziani e in casi particolari di recidiva, mentre altri autori (specificatamente indicati nella ctu) ritengono il trattamento radiante una terapia palliativa perché questo tipo di carcinoma è relativamente radio resistente; hanno pertanto escluso che la terapia radiante avrebbe potuto modificare il corso della malattia; hanno anche ritenuto arbitrario sostenere che certamente o con grande probabilità in caso di corretto follow up e di precoce diagnosi delle metastasi linfonodali l’evoluzione della malattia sarebbe stata diversa da quella effettivamente verificatasi, atteso che la prognosi non dipende solo dalle dimensioni delle linfoadenopatie ma anche dalla istologia e dalla clinica del tumore che nel caso di specie erano già molto sfavorevoli al momento della diagnosi fatta ad Empoli,

sentiti i ctu a chiarimenti alla udienza del 27.5.2014, la dott.ssa Pa. ribadiva che l’errore diagnostico aveva comportato un decorso post – opratorio inadeguato, in quanto il paziente avrebbe dovuto essere controllato con frequenza di almeno 3 mesi e sottoposto ad indagini strumentali e che, se fosse stato controllato, sarebbe stato possibile verificare se qualche linfonodo fosse stato aggredito dal tumore e in caso affermativo asportarlo chirurgicamente, se non altro ritardando il decorso della malattia, in quanto, se si tolgono le prime metastasi precocemente e si fa la radioterapia, si da al paziente la possibilità di allontanare nel tempo il più possibile l’eventuale passaggio ad organi vitali delle cellule metastatiche,

i ctu hanno ribadito le loro conclusioni concordando che una corretta diagnosi avrebbe consentito un controllo più ravvicinato ed eseguito anche con indagini strumentali, ma confermando che non vi erano dati scientifici che potevano avvalorare la tesi che il paziente avrebbe potuto vivere più a lungo e comunque essendo impossibile quantificare un eventuale periodo di sopravvivenza,

giova ricordare che in tema di responsabilità professionale, anche per colpa medica, il consolidato orientamento della Corte di Cassazione, quanto all’onere della prova, è nel senso che: “In tema di responsabilità civile nell’attività medico – chirurgica, ove sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e/o del medico per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto (o del “contatto”) e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, secondo il criterio, ispirato alla regola della normalità causale, del “più probabile che non”, restando a carico dell’obbligato – sia esso il sanitario o la struttura – la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinali da un evento imprevisto e imprevedibile” (Cass. 975/2009; .si vedano anche exmultis Cass. 15993/2011, 12274/2011, 17143/2012; 27855/2013),

nel caso di specie si ritiene che gli attori non abbiano fornito la prova della sussistenza del nesso causale tra l’omissione dei sanitari e la morte del Gu. o comunque che l’assenza della riscontrata colpa avrebbe consentito un prolungamento della vita del paziente, neppure in termine di perdita di chance,

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE CIVILE E PENALE DI MILANO

IN COMPOSIZIONE MONOCRATICA

SEZIONE PRIMA CIVILE

Dott.ssa Anna Cattaneo

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta al numero di ruolo generale sopra indicato, promossa con atto di citazione regolarmente notificato in data 14.9.2010, assunta in decisione alla udienza di precisazione delle conclusioni del 26.11.2014,

DA

PA.CH. (…)

GU.LU. (…),

GU.SE. nata il (…) (legalmente rappresentata dalla madre PA.CH.)

in proprio ed anche quali eredi di GU.GI.

elettivamente domiciliati in Milano in via (…), presso lo studio degli avv. Lu.Ma. e Gi.Gr. che li rappresentano e difendono unitamente all’avv. So.Ma. del foro di Catanzaro, come da procura a margine dell’atto di citazione,

ATTORI

CONTRO

FO.IR. (…) elettivamente domiciliato in Milano in Via (…), presso lo studio dell’avv. Ro.No. che io rappresenta e difende come da procura in calce alla copia notificata dell’atto di citazione,

CONVENUTO

Oggetto: risarcimento danno per colpa medica,

CONCISA ESPOSIZIONE DELLE RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

Rilevato in fatto:

Pa.Ch., Lu.Gu. e Se.Gu. (rappresentata dalla madre in quanto minore) rispettivamente coniuge e figli del deceduto sig. Gi.Gu., anche nella qualità di eredi, hanno convenuto in giudizio la Fo.Ir. – Is.Na. perché, accertata la responsabilità del nosocomio per la morte del congiunto, venisse condannato al risarcimento dei danni iure hereditatis, pari ad Euro 787 mila per il danno biologico permanente al 100%, ad Euro 113 mila per danno da invalidità temporanea e Euro 12.500 per danno patrimoniale e iure proprio per perdita del rapporto parentale, quantificato in Euro 250.000 in favore della moglie, Euro 200.000 per il figlio Lu. e Euro 150.000 per la figlia Serena, o in quelle somme maggiori o minori ritenute di giustizia, oltre interessi e rivalutazione monetaria, allegavano in fatto che: – dopo una serie di interventi di asportazione di piccole neoformazioni in regione del canto esterno dell’occhio sinistro, nei marzo 2001 il Gu. veniva operato pressò l’ospedale di Empoli per l’asportazione di una neoplasia maligna della palpebra inferiore sinistra corrispondente ad un “carcinoma sebaceo”, – nell’aprile dello stesso anno, affetto da recidiva del carcinoma, si rivolgeva all’Is.Na. (FO.IR.) dove venivano eseguiti due interventi mirati all’escissione della neoplasia e veniva formulata la diagnosi di “carcinoma basocellulare a scarsa aggressività”, – nel 2004 il sig. Gu., notando un linfonodo ingrossato sul collo, si rivolgeva all’ospedale di Lamezia Terme, presso il quale, a seguito di esame istologico del linfonodo asportato, si evidenziava una “metastasi sub – massiva linfoghiandolare di carcinoma solido scarsamente differenziato”, – nel marzo 2004 accedeva nuovamente all’FO.IR. di Milano e veniva operato con exeresi del tessuto, dei linfonodi e delle ghiandole malati, – solo allora l’Ospedale milanese chiedeva di riesaminare i vetrini preparati nel 2001 dal Nosocomio di Empoli e, a seguito di tale esame e dall’esame istologico effettuato sui frammenti operatori, veniva accertato che il Gu. era affetto da “carcinoma scarsamente differenziato compatibile con carcinoma sebaceo metastatico”, – dopo vari trattamenti radioterapici e chemioterapici, il Gu. decedeva in data 14.11.07,

deducevano che l’Ospedale convenuto aveva errato nella formulazione della diagnosi e nel trattamento terapeutico: i sanitari non solo avrebbero dovuto adottare maggiori cautele nell’analisi dei risultati dell’esame istologico da loro effettuato nel 2001, ma avrebbero dovuto anche vagliare gli altri dati di cui erano in possesso, in particolare le risultanze degli esami istologici effettuati presso il Nosocomio di Empoli, tenendo in considerazione le difformità diagnostiche rilevate; inoltre, con una corretta diagnosi, le terapie conseguenti sarebbero state differenti e dato che nel 2001 la neoplasia era ancora limitata alla sede locale e non interessava le strutture linfonodali, un più appropriato intervento terapeutico in questa fase avrebbe sicuramente modificato la prognosi quad vitam e comunque avrebbe offerto al paziente delle chances di vita e di guarigione che sarebbero state alla sua portata soprattutto per essersi rivolto ad un istituto di eccellenza come l’FO.IR. di Milano,

il convenuto si costituiva chiedendo il rigetto delle domande di parte attrice in quanto infondate in fatto e in diritto, con condanna al pagamento delle spese di lite,

evidenziava che, – in seguito all’intervento del maggio dal 2001, l’esame istopatologico effettuato segnalava non evidenza di neoplasia, – i controlli ambulatoriali a cui il paziente è stato sottoposto nel 2002 e nel 2003 rilevavano esito negativo per ripresa della malattia, ed ancora nel 2004, malgrado la neoplasia ai linfonodi, in sede palpebrale veniva constatata l’assenza di ripresa della malattia, – il Gu. aveva ricevuto tutte le cure e gli interventi necessari per la neoplasia alla palpebra dell’occhio sinistro, anche qualora fin dall’inizio fosse stato diagnosticato un carcinoma sebaceo, invero l’errore diagnostico non aveva influito sulla correttezza della terapia effettuata, consistente per entrambi i tumori in una “radicalizzazione” (ovvero nella asportazione totale del tumore e del tessuto circostante) e nei successivi controlli ambulatoriali, – nel 2001, presso l’Istituto dei Tumori, e per i successivi tre anni fino al 2004, non erano state rilevate evidenze metastatiche suscettibili di eventuale trattamento radioterapico,

contestava anche l’ammontare delle pretese risarcitorie di parte attrice rilevando che l’eventuale errore diagnostico avrebbe inciso solo in minima parte sulle conseguenze della neoplasia e sulla durata del già compromesso periodo di sopravvivenza,

concessi i termini di cui all’articolo 183 sesto comma c.p.c., rigettate le prove articolate dalle parti, disposta alla udienza del 29.1.2011 una consulenza medico legale, iniziate le operazioni peritali in data 14.05.2012, assegnata la causa a questo giudice con provvedimento del presidente della sezione dei 27.2.2013, depositato l’elaborato, dopo una lunga serie di proroghe solo in data 5.3.2014, sentiti i CTU a chiarimenti alla udienza del 27.5.2014, alla udienza del 26.11.2014, sulle conclusioni come precisate dalle parti su fogli che, datati e siglati dal giudice venivano inseriti nel fascicolo di ufficio, la causa veniva assunta in decisione con concessione dei termini di legge per il deposito della comparsa conclusionale e per le eventuali repliche,

Considerato in diritto:

la domanda è infondata e deve essere respinta,

la c.t.u. espletata dai consulenti di ufficio, Ma.Za. medico legale e Fe.Bi. dermatologo, con l’ausilio dello specialista in anatomia ed istologia patologica dr.ssa Ba.Ru. e dello specialista in oncologia dr. Cl.Ve., alla presenza dei c.t. di entrambe le parti, dottoressa Be.Pa. per parte attrice e Lo.Po. per il convenuto, è pienamente condivisibile per l’approfondimento, la completezza e la serietà della indagine espletata, la coerenza, la logicità e la conformità alle risultanze delle conclusioni raggiunte,

i consulenti hanno analizzato i preparati istologici provenienti dall’Azienda Usl di Empoli e dall’Istituto Nazionale dei Tumori (1NT) di Milano con l’ausilio della dott.ssa Rubino: quanto ai preparati provenienti da Empoli, tutti i consulenti si sono mostrati concordi nel diagnosticare un carcinoma sebaceo; quanto ai preparati provenienti da Milano, la dr. Rubino ha escluso che si potesse trattare di carcinoma basocellulare, riconoscendo invece una “neoplasia maligna epiteliale (carcinoma) che, pur essendo scarsamente differenziata, mostra aspetti focali di differenziazione sebacea che, unitamente alla sede assolutamente caratteristica, consentono di esprimere una diagnosi di carcinoma sebaceo”,

i ctu hanno, condivisibilmente, ritenuto che l’errore diagnostico dei sanitari dell’INT nella lettura dei preparati istologici è stato, senza dubbio, colposo, ciò in quanto nel caso specifico – nonostante la frequenza con la quale il carcinoma sebaceo, secondo la letteratura, può essere confuso con altra neoplasia, basalioma compreso – gli aspetti descritti nella rilettura dei preparati istologici non erano tali da giustificare l’errore degli anatomo – patologi, sussistendo “numerose atipie miotiche, necrosi e un aspetto pagetoide” che consentivano di escludere la diagnosi di carcinoma basocellulare; inoltre i sanitari di Milano avevano a disposizione una diagnosi istologica di ingresso ben precisa, contrastante ed assai più grave, pertanto le comuni regole di prudenza avrebbero imposto l’acquisizione del preparato di Empoli e la sua rilettura,

i ctu, coadiuvati dall’esperto oncologo dr. Ve., hanno descritto di due tipi di neoplasia della pelle: il carcinoma basocellulare o basalioma ha una aggressività e invasività locale variabile con rarissima potenzialità metastatica a distanza e un’altissima probabilità di guarigione, l’approccio terapeutico consiste in una asportazione chirurgica radicale locale con margini liberi di alcuni millimetri (4 o più) e in un follow up a cadenza semestrale, senza necessità di indagini strumentali; il carcinoma sebaceo, invece, è un tumore maligno che origina dalla ghiandola sebacea e interessa prevalentemente la regione oculare generalmente localizzato nella palpebra, e fra tutti i tumori della cute ha una incidenza molto modesta presentandosi solo nel 5% dei casi (il basalioma nel 90%, nel restante 4% il carcinoma spinocellulare e nell’1% dei casi il melanoma), ha un comportamento localmente aggressivo e può metastatizzare ai linfonodi loco – regionali nel 30% dei casi e agli organi distanti nell’8/25% dei casi, il trattamento di elezione anche del carcinoma sebaceo, nel 2001, era quello chirurgico che doveva essere radicale localmente con margini di sicurezza tra i 4 e i 5 mm,

i ctu hanno accertato che l’intervento chirurgico del 2001 di radicalizzazione è stato effettuato correttamente, in modo tempestivo, ampio e radicale, e quindi l’errore diagnostico non si è tradotto in un errore nell’intervento praticato che sarebbe stato lo stesso anche a seguito dell’esatta diagnosi e la riprova è che successivamente non si sono mai verificate recidive o diffusioni a livello locale,

hanno inoltre segnalato che in letteratura non risultano indicazioni a trattamenti adiuvanti di provata efficacia, risultando il carcinoma sebaceo una malattia radio e chemio resistente.

hanno spiegato che un follow up corretto, desunto da una consolidata esperienza oncologica del trattamento più in generale delle neoplasie maligne ad alto rischio metastatico, non esistendo protocolli standardizzati per il carcinoma sebaceo, né oggi né nel 2001, stante la sua rarità, avrebbe comportato ?visite specialistiche con frequenza trimestrale ed eventuali esami strumentali quali ad esempio l’ecografia del collo, la TAC, la radiografia convenzionale con cadenza stabilita di volta in volta dagli oncologi a seconda dell’esigenza specifica. Se i sanitari dell’INT avessero adottato il follow-up idoneo, avrebbero avuto la possibilità di evidenziare metastasi linfonodali in fase più precoce, rispetto a quanto effettivamente avvenuto, nel marzo 2004,

il collegio peritale, accertato l’errore diagnostico e l’errore nel follow-up, ha affrontato il problema della sussistenza del nesso causale e lo ha escluso sulla base delle seguenti considerazioni: in primo luogo ha chiarito che, trattandosi di un tumore molto raro, la casistica presente in letteratura è scarsa e poco significativa; i dati da essa emergenti, a differenza di quanto accade in presenza di patologie tumorali diffusissime, quali i tumori alla mammella o al collo dell’utero, non possono essere considerati statisticamente probanti; dai dati a disposizione emerge che la mortalità, nelle varie casistiche in riferimento alle patologie di carcinoma sebaceo della palpebra, oscilla tra il 6% e il 30%, aumentando drasticamente quando compare la malattia metastatica, che presenta tassi di mortalità a 5 anni approssimativamente del 50-67%; si deve correlare una prognosi peggiore alla presenza di determinati fattori, alcuni dei quali riscontrati nel caso del sig. Gu. già nel marzo 2001 presso il nosocomio di Empoli, tra i quali la scarsa differenziazione e l’isotopo particolarmente aggressivo, la diffusione pagetoide, la crescita infiltrante, il diametro del tumore e una sintomatologia presente da diversi mesi; hanno quindi concluso nel senso che “si può sostenere che non vi è alcun elemento probatorio dal lato scientifico che deponga per una prospettiva diversa di prognosi in relazione alle possibilità di sopravvivenza del signor Gu., qualora la diagnosi istopatologica fosse stata corretta e il follow-up successivo adeguato”,

hanno inoltre accertato che, in occasione del ricovero del 2004. quando si è evidenziata la diffusione metastatica linfonodale, è stato adottato l’iter diagnostico – terapeutico adeguato, consistente nello svuotamento laterocervicale e sottomandibolare, risultato completo e in una radioterapia complementare, oltre ad una serie di controlli clinici e strumentali adeguati; nonostante l’adozione di queste terapie, l’evoluzione è stata ugualmente fatale, con la comparsa di metastasi cerebrali e polmonari ed il conseguente decesso avvenuto nel novembre del 2007,

la dott.ssa Pa., nella sua qualità di consulente di parte attrice, nelle osservazioni critiche alla ctu depositate, ha concordato con il collegio peritale in ordine all’errore diagnostico e di follow up, ma ha contestato le ulteriori conclusioni asserendo che la radioterapia adiuvante si è dimostrata essere un trattamento efficace anche per il carcinoma sebaceo, registrandosi un aumento della sopravvivenza in pazienti trattati con radioterapia; il follow-up del paziente è risultato di natura esclusivamente clinica, mentre un’ecografia dei linfonodi laterocervicali sarebbe stata sufficiente per diagnosticare la presenza di metastasi in fase iniziale e ciò avrebbe comportato una tempestiva asportazione chirurgica dei linfonodi interessati ed una successiva radioterapia locale che avrebbero impedito o reso altamente improbabile la diffusione ad altri linfonodi o ad organi distanti e comunque, seppure le metastasi fossero ineluttabili, quantomeno sarebbero sopraggiunte in tempi decisamente successivi posticipando l’exitus,

i ctu hanno adeguatamente risposto alle osservazioni critiche del et degli attori ribadendo, quanto alla radioterapia adiuvante, che la letteratura ha considerato il carcinoma della palpebra radio resistente a fronte di segnalazioni di aumento del tasso di recidiva e di mortalità dopo la radioterapia; se effettivamente alcuni autori, anche nella letteratura dell’epoca, hanno segnalato casi di carcinoma sebaceo della palpebra trattati con radioterapia locale, si tratta di pochissimi casi che hanno dato risultati positivi ma anche negativi, tanto che gli autori sono giunti a diverse conclusioni in merito alla effettiva utilità della radioterapia; inoltre stante la rarità del tumore, i casi esaminati non erano omogenei dal punto di vista clinico ed istologico e queste eterogeneità dei pochi casi trattati ha inficiato l’attendibilità statistica delle conclusioni; i ctu, inoltre, hanno dato conto di uno studio del 2005 e quindi successivo ai fatti di causa, che cerca di fare il punto sull’efficacia del trattamento radiante evidenziando che la maggior parte degli autori ritiene il trattamento chirurgico come il più appropriato, considerando la terapia radiante come una alternativa all’intervento (e quindi non una terapia adiuvante) solo in caso di pazienti anziani e in casi particolari di recidiva, mentre altri autori (specificatamente indicati nella ctu) ritengono il trattamento radiante una terapia palliativa perché questo tipo di carcinoma è relativamente radio resistente; hanno pertanto escluso che la terapia radiante avrebbe potuto modificare il corso della malattia; hanno anche ritenuto arbitrario sostenere che certamente o con grande probabilità in caso di corretto follow up e di precoce diagnosi delle metastasi linfonodali l’evoluzione della malattia sarebbe stata diversa da quella effettivamente verificatasi, atteso che la prognosi non dipende solo dalle dimensioni delle linfoadenopatie ma anche dalla istologia e dalla clinica del tumore che nel caso di specie erano già molto sfavorevoli al momento della diagnosi fatta ad Empoli,

sentiti i ctu a chiarimenti alla udienza del 27.5.2014, la dott.ssa Pa. ribadiva che l’errore diagnostico aveva comportato un decorso post – opratorio inadeguato, in quanto il paziente avrebbe dovuto essere controllato con frequenza di almeno 3 mesi e sottoposto ad indagini strumentali e che, se fosse stato controllato, sarebbe stato possibile verificare se qualche linfonodo fosse stato aggredito dal tumore e in caso affermativo asportarlo chirurgicamente, se non altro ritardando il decorso della malattia, in quanto, se si tolgono le prime metastasi precocemente e si fa la radioterapia, si da al paziente la possibilità di allontanare nel tempo il più possibile l’eventuale passaggio ad organi vitali delle cellule metastatiche,

i ctu hanno ribadito le loro conclusioni concordando che una corretta diagnosi avrebbe consentito un controllo più ravvicinato ed eseguito anche con indagini strumentali, ma confermando che non vi erano dati scientifici che potevano avvalorare la tesi che il paziente avrebbe potuto vivere più a lungo e comunque essendo impossibile quantificare un eventuale periodo di sopravvivenza,

giova ricordare che in tema di responsabilità professionale, anche per colpa medica, il consolidato orientamento della Corte di Cassazione, quanto all’onere della prova, è nel senso che: “In tema di responsabilità civile nell’attività medico – chirurgica, ove sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e/o del medico per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto (o del “contatto”) e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, secondo il criterio, ispirato alla regola della normalità causale, del “più probabile che non”, restando a carico dell’obbligato – sia esso il sanitario o la struttura – la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinali da un evento imprevisto e imprevedibile” (Cass. 975/2009; .si vedano anche exmultis Cass. 15993/2011, 12274/2011, 17143/2012; 27855/2013),

nel caso di specie si ritiene che gli attori non abbiano fornito la prova della sussistenza del nesso causale tra l’omissione dei sanitari e la morte del Gu. o comunque che l’assenza della riscontrata colpa avrebbe consentito un prolungamento della vita del paziente, neppure in termine di perdita di chance,

come chiarito dalla Suprema Corte, la causalità civile ordinaria è attestata sul versante della probabilità relativa, caratterizzata dall’accedere ad una soglia meno elevata di probabilità rispetto a quella penale, secondo modalità semantiche che, specie in sede di perizia medico – legale, possono assumere molteplici forme espressive (serie ed apprezzabili possibilità, ragionevole probabilità) senza che questo debba vincolare il giudice ad una formula peritale e senza trasformare il processo civile in una in una questione di verifica solo scientifica demandabile tout court al consulente tecnico: la causalità civile, in definitiva, obbedisce alla regola del “più probabile che non” (Cass. 21619/07),

i ctu hanno escluso, non solo in termini di probabilità, ma con sicurezza che il tumore che ha portato a morte il Gu. avrebbe potuto essere curato e guarito. Questa conclusione, che si ritiene del tutto condivisibile alla luce delle evidenze scientifiche descritte nell’elaborato peritale, appare essere sostanzialmente condivisa anche dalla parte attrice nei cui atti e documenti più volte ha richiamato l’estrema malignità del tumore e, soprattutto, dal et di parte attrice sia nelle osservazioni critiche alla ctu (cfr. pag. 17 punto 4 e pag. 18 punto 6), sia alla udienza di chiarimenti laddove si è espresso nei seguenti termini: “se fosse stato controllato sarebbe stato possibile verificare se qualche linfonodo fosse stato aggredito dal tumore e in caso affermativo asportarlo chirurgicamente e quindi, se non altro,

ritardare il decorso della malattia. Se si tolgono le prime metastasi precocemente e si fa radioterapia si dà al paziente la possibilità di allontanare nel tempo il più possibile l’eventuale passaggio agli organi vitali di cellule metastiche”,

pertanto, il punto nodale della presente valutazione, deve individuarsi nella possibilità o meno di individuare un collegamento non tra condotta omissiva ed evento morte, certamente escluso, ma tra condotta omissiva e possibilità di prolungamento della vita, quantomeno in termini della diversa dimensione, rispetto ai principi della causalità ordinaria, della perdita di chance che si attesta sul versante della mera possibilità di conseguimento di un diverso risultato terapeutico,

si evidenzia, preliminarmente, che la contestazione dell’Istituto convenuto circa la novità della domanda è certamente infondata atteso che già nell’atto introduttivo gli attori hanno chiesto il risarcimento in relazione alla perdita delle chances di vita e di guarigione del Gu. che sarebbero state alla sua portata soprattutto per essersi rivolto ad un istituto di eccellenza come l’FO.IR. di Milano,

la giurisprudenza ha più volte affrontato il relativamente nuovo e complesso argomento della perdita di chance come domanda autonoma che consente il risarcimento di un danno collegato ad una mera possibilità di ottenimento di un risultato utile evidenziando che “In tema di risarcimento del danno da lesioni, il danno derivante da perdita di chance costituisce una voce del danno patrimoniale risarcibile, in quanto diretta conseguenza delle lesioni riportate, qualora il danneggiato riesca a provare, pur solo in modo presuntivo o secondo un calcolo di probabilità, la realizzazione in concreto di alcuni dei presupposti per il raggiungimento del risultato sperato e impedito dalla condotta illecita della quale il danno risarcibile dev’essere conseguenza immediata e diretta” (Cass. n. 10840 del 2007); “L’attore ha l’onere di provare, pur se solo in modo presuntivo o secondo un calcolo di probabilità, la realizzazione in concreto di alcuni dei presupposti per il raggiungimento del risultato sperato e impedito dalla condotta illecita della quale il danno risarcibile dev’essere conseguenza immediata e diretta” (Cass. n. 1752 del 2005; in senso conforme Cass. n. 17176 del 2007; in precedenza, Case. n. 18945 del 2003). La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso alle presunzioni ed al calcolo di probabilità non attiene alla idoneità della chance una volta individuata a determinare l’effetto sperato, nel senso che la chance non diventa risarcibile soltanto se, una volta che la si è individuata, appare di tale consistenza che si può presumere che la sua concreta utilizzazione avrebbe realizzato la consecuzione del risultato oppure se appare probabile che la sua utilizzazione avrebbe determinato quella consecuzione. Il ragionamento presuntivo o probabilistico è effettuato in funzione della stessa individuazione della chance, nel senso cioè che la situazione fattuale che si vuole determinativa della chance dev’essere tale che si possa presumere che essa l’avrebbe determinata o che appaia probabile che l’avrebbe determinata. In altri termini il ragionamento presuntivo non riguarda l’attitudine della chance a provocare l’effetto favorevole che il danneggiato non ha conseguito, bensì l’attitudine della situazione di fatto in senso lato in presenza della quale la chance può essere riconosciuta esistente. Il modo di essere della chance in termini di probabilità di determinare un certo evento sarà semmai incidente soltanto sulla liquidazione del danno, ben potendo questo essere addirittura inesistente qualora, pur ritenuta sussistente la chance, si debba ritenere che si trattava di chance con scarse o nulle possibilità di provocare l’effetto favorevole (Cass. 23846/2008),

nel caso di specie gli attori non hanno provato, pur solo in modo presuntivo o secondo un calcolo di probabilità, la sussistenza della chance; si evidenzia che la chance è una concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene e quindi un’entità patrimoniale a sè stante, un bene della vita, giuridicamente ed economicamente suscettibile d’autonoma valutazione, onde la sua perdita, cioè la perdita della possibilità di conseguire un qualsivoglia risultato utile del quale risulti provata la sussistenza, configura una lesione all’integrità del patrimonio la cui risarcibilità è, quindi, conseguenza immediata e diretta del verificarsi d’un danno concreto ed attuale (Cass. 15759/2001, 852/2006, 13241/2006, 14820/2007, 2581/2009); si sottolinea che gli attori hanno descritto e rappresentato la chance asseritamente negata al Gu. solo come possibilità di maggiore sopravvivenza, pertanto non può che essere valutata sotto questo profilo, non potendo il giudice, per il principio di cui all’art. 112 c.p.c. dare alla domanda ed al bene della vita richiesto una consistenza diversa ed ulteriore rispetto a quanto chiesto ed allegato dalla parte,

all’esito delle conclusioni

cui è pervenuto il collegio peritale, integrato dallo specialista oncologo: grave malignità del tumore, presenza di indici precisi che fin dal 2001 deponevano per un suo inesorabile procedere, elevata percentuale di morte riconosciuta allorché si presenta la metastasi.

evidenze della letteratura scientifica che nel 2001, ma anche successivamente, ha escluso una favorevole risposta del carcinoma sebaceo alla radioterapia, parte attrice, negli atti finali del giudizio, si è limitata a riproporre le stesse considerazioni contenute nell’atto introduttivo e nel parere medico allegato alla citazione (doc. 18 dr.ssa Ma. specialista, peraltro, in medicina legale) ed a proporre il rilievo che una precoce diagnosi favorisce una migliore prognosi; tale argomentazione, atecnica e generica, che sembra espressione di sapere comune piuttosto che suffragata da studi scientifici, si scontra non solo con i rilievi approfonditi e documentati del collegio peritale ma anche con la considerazione di analogo generico tenore, ma anch’essa di conoscenza comune, che molti tumori sono maligni e incurabili; parte attrice non ha controreplicato alle conclusioni del collegio peritale con osservazioni puntuali, basate su rilievi scientifici, studi, statistiche, non ha fornito diverse e documentate argomentazioni sulla efficacia della radioterapia, sulla possibilità di fermare la neoplasia, non ha offerto un quadro di possibilità di sopravvivenza in termini temporali, seppur possibilistici, non ha fornito alcun elemento che possa essere utilizzato per contrastare motivatamente le lucide conclusioni del collegio peritale; né parte attrice ha costruito la asserita perdita di chance come perdita della possibilità di alleviare le sofferenze, di godere di una qualità della vita migliore, tanto che questo profilo non è stato, correttamente, approfondito dal collegio peritale, né arato negli scritti difensivi delle parti, neppure è stato sottolineato dal et di parte attrice e ciò si evidenzia per maggiore completezza motivazionale, ed anche al fine di farsi carico dell’accenno alle c.d. cure palliative cui ha fatto un veloce riferimento il et dermatologo in sede di chiarimenti allorché, dopo aver ribadito che il trattamento radioterapico che si fa dopo l’asportazione delle metastasi di questo particolare tumore non è ancora codificato perché il tumore è relativamente radioresistente, ha evidenziato che la radioterapia può avere effetti palliativi nel senso che migliora le condizioni di salute ed i sintomi del paziente senza guarire né far retrocedere il tumore,

in conclusione,

dalla istruttoria condotta è emersa l’assenza di prove scientifiche che consentono di ritenere sussistente un collegamento causale, neppure in termini di possibilità, tra l’errore diagnostico e terapeutico dell’Istituto convenuto e il decesso del Gu. dovendosi escludere, altresì, che un comportamento corretto avrebbe consentito una maggiore sopravvivenza, essendosi trattato di un tumore che non poteva essere fermato o rallentato con alcuna cura, specificatamente con la radioterapia,

quanto alle spese di lite, si ritiene che sussistano gravi motivi per procedere ad una integrale compensazione, alla luce della comunque accertata colpa medica dell’Istituto convenuto sul quale si ritiene di far ricadere anche l’onere delle spese della espletata ctu.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, reietta o assorbita ogni altra domanda, eccezione o conclusione,

  1. Rigetta la domanda svolta dagli attori,
  2. Compensa integralmente tra le parti le spese di lite,
  3. Pone le spese di ctu, come già liquidate nel corso del giudizio, a carico dell’Is.Na.
  4. Sentenza esecutiva ex lege.

Così deciso in Milano il 12 aprile 2015.

Depositata in Cancelleria il 14 aprile 2015.

Sinistro stradale  Danno non patrimoniale BIOLOGICO FISICO

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Sinistro stradale – Sinistro stradale  Danno non patrimoniale BIOLOGICO FISICO non patrimoniale – Valutazione equitativa – Compensazione economica socialmente adeguata del pregiudizio subito – Congruità del risarcimento – Personalizzazione della liquidazione – Danno biologico – Valutazione degli aspetti relazionali – Necessità di evitare duplicazioni risarcitorie – Danno alla salute – Adeguamento della liquidazione alla menomazione subita – – D.Lgs. n. 209/2005 – Utilizzo delle tabelle di Milano per le lesioni di non lieve entità – Danno da riduzione della capacità lavorativa specifica – Danno patrimoniale – Dimostrazione della diminuzione del reddito da parte del soggetto leso – Riduzione della capacità lavorativa generica – Impossibilità di svolgere anche lavori diversi – Perdita di chance – Danno patrimoniale attuale in proiezione futura – Risarcibilità

Sinistro stradale  Danno non patrimoniale BIOLOGICO FISICO
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Per essere congruo, il ristoro deve tendere, in considerazione della particolarita’ del caso concreto e della reale entita’ del danno, alla maggiore approssimazione possibile all’integrale risarcimento (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., 29/3/2007, n. 7740. Nel senso che il risarcimento deve essere senz’altro “integrale” v. peraltro Cass., 17/4/2013, n. 9231)Sinistro stradale  Danno non patrimoniale BIOLOGICO FISICO

BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI
BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

Alla stessa stregua di quanto si verifica relativamente al danno patrimoniale il quale com’ e’ noto si scandisce in danno emergente e lucro cessante, e ciascuna di queste “categorie” o “sottocategorie” e’ a sua volta compendiata da una pluralita’ di voci o aspetti o sintagmi, quali ad esempio, avuto riguardo al danno emergente, il mancato conseguimento del bene dovuto o la perdita di beni integranti il proprio patrimonio, il cd. fermo tecnico, le spese (di querela per l’avvocato difensore, per il C.T., funerarie, ecc.); ovvero, con riferimento al lucro cessante, la perdita della clientela, la irrealizzazione di rapporti contrattuali con terzi, il discredito professionale, la perdita di prestazioni alimentari o lavorative, la perdita della capacita’ lavorativa specifica, aspetti (o voci)che ovviamente non ricorrono tutti sempre e comunque in ogni ipotesi di illecito o di i inadempimento, e il cui ristoro dipende dalla verifica della loro sussistenza, con conseguente differente entita’ del quantum da liquidarsi al danneggiato/creditore nel singolo caso concreto, attesa la diversita’ ontologica degli aspetti (o voci) di cui si compendia la categoria generale del danno non patrimoniale e’ necessario che essi, in quanto sussistenti e provati, vengano tutti risarciti, e nessuno sia lasciato privo di ristoro (v., da ultimo, Cass., 23/4/2013, n. 9770; Cass., 17/4/2013, n. 9231; Cass., 7/6/2011, n. 12273; Cass., 9/5/2011, n. 10108).

Al di la’ di affermazioni di principio secondo cui il carattere unitario della liquidazione del danno non patrimoniale ex articolo 2059 c.c. precluderebbe la possibilita’ di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona (v. Cass., 12/2/2013, n. 3290; Cass., 14/5/2013, n. 11514), viene poi generalmente (anche in tali decisioni) a darsi comunque rilievo alla circostanza che nel liquidare l’ammontare dovuto a titolo di danno non patrimoniale il giudice abbia invero tenuto conto di tutte le peculiari modalita’ di atteggiarsi dello stesso nel singolo caso concreto, facendo luogo alla cd. personalizzazione della liquidazione (cfr., da ultimo, Cass., 23/9/2013, n. 21716).

Emerge evidente come rimanga a tale stregua invero sostanzialmente osservato il principio dell’integralita’ del ristoro, sotto il suindicato profilo della necessaria considerazione di tutti gli aspetti o voci in cui la categoria del danno non patrimoniale si scandisce nel singolo caso concreto, non “essendovi in realta’ differenza tra la determinazione dell’ammontare a tale titolo complessivamente dovuto mediante la somma dei vari “addendi”, e l’imputazione di somme parziali o percentuali del complessivo determinato ammontare a ciascuno di tali aspetti o voci” (v. Cass., 23/1/2014, n. 1361).

Nella giurisprudenza di legittimita’ si e’ per altro verso sottolineato che il principio della integralita’ del ristoro subito da quest’ultimo non si pone invero in termini antitetici bensi’ trova correlazione con il principio in base al quale il danneggiante/debitore e’ tenuto al ristoro solamente dei danni arrecati con il fatto illecito o l’inadempimento a lui causalmente ascrivibile, l’esigenza della cui tutela impone anche di evitarsi duplicazioni risarcitorie (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., 14/9/2010, n. 19517), che si configurano (solo) allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o piu’ volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, laddove non sussistono in presenza della liquidazione dei molteplici e diversi aspetti negativi causalmente derivanti dal fatto illecito o dall’inadempimento e incidenti sulla persona del danneggiato/creditore.

Sinistro stradale  Danno non patrimoniale BIOLOGICO FISICO
Sinistro stradale  Danno non patrimoniale BIOLOGICO FISICO

Duplicazioni risarcitorie si hanno pertanto solo allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o piu’ volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, laddove non sussistono in presenza della liquidazione dei molteplici e diversi aspetti negativi causalmente derivanti dal fatto illecito o dall’inadempimento e incidenti sulla persona del o’ danneggiato/creditore.

In tema di liquidazione del danno non patrimoniale, al fine di stabilire se il risarcimento sia stato duplicato ovvero sia stato erroneamente sottostimato, rileva non gia’ il “nome” assegnato dal giudicante al pregiudizio lamentato dall’attore (“biologico”, “morale”, “esistenziale”), ma unicamente il concreto pregiudizio preso in esame dal giudice.

Si ha, pertanto, duplicazione di risarcimento solo quando il medesimo pregiudizio sia liquidato due volte, sebbene con l’uso di nomi diversi (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., 6/4/2011, n. 7844. In tal senso deve intendersi invero anche quanto affermato anche da Cass., Sez. Un., 16/2/2009, n. 3677: “Il cd. danno esistenziale … costituisce solo un ordinario danno non patrimoniale, che non puo’ essere liquidato separatamente sol perche’ diversamente denominato”).

E’ invero compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore persona si siano verificate, e provvedendo alla relativa integrale riparazione (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972).

Le Sezioni Unite del 2008 avvertono che i patemi d’animo e la mera sofferenza psichica interiore sono normalmente assorbiti in caso di liquidazione del danno biologico, cui viene riconosciuta “portata tendenzialmente onnicomprensiva”.

In tal senso e’ da intendersi la statuizione secondo cui la sofferenza morale non puo’ risarcirsi piu’ volte, allorquando essa non rimanga allo stadio interiore o intimo ma si obiettivizzi, degenerando in danno biologico o in danno esistenziale.

Non condivisibile e’ invece l’assunto secondo cui, allorquando vengano presi in considerazione gli aspetti relazionali, il danno biologico assorbe sempre e comunque il cd. danno esistenziale (in tal senso v. invece Cass., 10/2/2010, n. 3906; Cass., 30/11/2009, n. 25236).

E’ infatti necessario verificare quali aspetti relazionali siano stati valutati dal giudice, e se sia stato in particolare assegnato rilievo anche al (radicale) cambiamento di vita, all’alterazione/cambiamento della personalita’ del soggetto, in cui di detto aspetto (o voce) del danno non patrimoniale si coglie il significato pregnante per un’ipotesi di ritenuta esaustivita’ della liquidazione operata dal giudice di merito del danno non patrimoniale (subito da gestante non posta in condizione, per errore diagnostico, di decidere se interrompere la gravidanza), utilizzando come parametro di riferimento quello di calcolo del danno biologico, espressamente al riguardo indicando in motivazione che “la fattispecie costituiva un caso paradigmatico di lesione di un diritto della persona, di rilievo costituzionale, che indipendentemente da un danno morale o biologico, peraltro sempre possibile, impone comunque al danneggiato di condurre giorno per giorno, nelle occasioni piu’ minute come in quelle piu’ importanti, una vita diversa e peggiore, di quella che avrebbe “altrimenti condotto”, v. Cass., 4 gennaio 2010, n. 13.

In presenza di una liquidazione del danno biologico che contempli in effetti anche siffatta negativa incidenza sugli aspetti dinamico-relazionali del danneggiato, e’ correttamente da escludersi la possibilita’ che, in aggiunta a quanto a tale titolo gia’ determinato, venga attribuito un ulteriore ammontare a titolo (anche) di danno esistenziale.

Sinistro stradale  Danno non patrimoniale BIOLOGICO FISICO
Sinistro stradale  Danno non patrimoniale BIOLOGICO FISICO

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETTI Giovanni B. – Presidente

Dott. SCARANO Luigi A. – rel. Consigliere

Dott. CARLUCCIO Giuseppa – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18538-2011 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), domiciliato ex lege in ROMA presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) S.P.A. (OMISSIS) impresa designata per il Fondo di Garanzia Vittime della Strada, che si costituisce a mezzo della societa’ consortile per azioni (OMISSIS) soggetta alla direzione ed al coordinamento di (OMISSIS) S.P.A. congiuntamente rappresentata dall’amministratore delegato Sig. (OMISSIS) e dal Direttore Generale e legale rappresentante Sig. (OMISSIS), nella qualita’ di procuratrice delle societa’ mandanti del (OMISSIS), tra cui (OMISSIS) elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende giusta procura speciale del Dott. Notaio (OMISSIS) in MILANO il 29/1/2010, rep. n. 6352; r.g.n. 18538/2011;

– controricorrente –

e contro

(OMISSIS) SPA, (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) tutti in proprio e in qualita’ di eredi di (OMISSIS), (OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 414/2010 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO, depositata il 19/05/2010, R.G.N. 924/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 13/02/2015 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. PRATIS Pierfelice che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 19/5/2010 la Corte d’Appello di Catanzaro, in parziale accoglimento dei gravami interposti dalla societa’ (OMISSIS) s.p.a. (in via principale) nonche’ dal sig. (OMISSIS) e dalla societa’ (OMISSIS) s.p.a. (in via incidentale), e in conseguente parziale riforma della pronunzia Trib. Cosenza n. 636/05, ha dichiarato la concorrente responsabilita’ del sig. (OMISSIS) e del conducente di altra autovettura rimasta ignota nella causazione del sinistro stradale avvenuto il (OMISSIS), per l’effetto ponendo solidalmente a carico degli eredi del (OMISSIS) e delle compagnie assicuratrici (OMISSIS) s.p.a., quale impresa designata per il F.G.V.S., e (OMISSIS) s.p.a. l’ammontare della somma dal giudice di prime cure liquidata in favore del (OMISSIS), trasportato nell’autovettura condotta dal (OMISSIS), rideterminatolo in diminuzione.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito il (OMISSIS) propone ora ricorso per cassazione, affidato a 2 motivi.

Resiste con controricorso la societa’ (OMISSIS) s.p.a. (a mezzo della (OMISSIS) s.c.a.r.l., soggetta alla direzione e al coordinamento della societa’ (OMISSIS) s.p.a., procuratrice delle societa’ mandanti del (OMISSIS), tra cui la (OMISSIS) s.p.a., gia’ (OMISSIS) s.p.a.), nella qualita’.

Gli altri intimati non hanno svolto attivita’ difensiva.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il 1 motivo il ricorrente denunzia “violazione e falsa applicazione” degli articoli 1226 e 2056 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Lamenta che “le menomazioni subite dal (OMISSIS) hanno irrimediabilmente compromesso il possibile esercizio di attivita’ confacenti le sue attitudini, per cui pare giusta e doverosa la liquidazione del relativo danno riconosciuto dal giudice di prime cure ed irragionevole l’accorpamento nell’unica voce di danno biologico effettuato dal giudice d’appello”.

Si duole che “a parte l’incomprensibile motivo per cui nel danno da lucro cessante non sia contemplata la voce relativa all’invalidita’ generica del 25% per i motivi di cui sopra, il giudice d’appello tralascia la necessaria analisi dei rapporti tra lucro cessante e danno futuro, il cosiddetto danno da perdita di chance”.

Lamenta non essersi dalla corte di merito considerato l’orientamento interpretativo maturato anche nella giurisprudenza di legittimita’ in base al quale la “perdita di chance” integra “lesione del diritto all’integrita’ del proprio patrimonio, un danno certo (anche se non tale nel suo ammontare) consistente non in un lucro cessante bensi’ nel danno emergente da perdita di una possibilita’ attuale, e non di un futuro risultato”, da valutarsi “assumendo come parametro di valutazione l’utile economico realizzabile diminuito di un coefficiente di riduzione proporzionato al grado di possibilita’ di conseguirlo”, ovvero equitativamente ex articolo 1226 c.c..

Con il 2 motivo il ricorrente denunzia “violazione e falsa applicazione dell’articolo 2729 c.c. in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (recte: n. 3)”.

Si duole non essersi dalla corte di merito considerato che essendo “il danno patrimoniale futuro” da valutarsi “su base prognostica”, il “danneggiato, tra le prove, puo’ avvalersi anche delle presunzioni semplici, sicche’ provata la riduzione della capacita’ di lavoro specifica, se essa e’ di una certa entita’ e non rientra tra i postumi permanenti di piccola entita’ (cd. micropermanenti, le quali non producono danno patrimoniale, ma costituiscono mere componenti del danno biologico), e’ possibile presumersi che anche la capacita’ di guadagno risulti ridotta nella sua proiezione futura (non necessariamente in modo proporzionale), qualora la vittima gia’ svolga un’attivita’ o presumibilmente la svolgera’”.

I motivi, che possono congiuntamente esaminarsi in quanto connessi, sono in parte fondati, e vanno accolti nei termini e limiti di seguito indicati.

Come questa Corte ha avuto piu’ volte modo di affermare, diversamente che per quello patrimoniale, del danno non patrimoniale il ristoro pecuniario non puo’ mai corrispondere alla relativa esatta commisurazione, imponendosene pertanto la valutazione equitativa (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972, cit.; Cass., 31/5/2003, n. 8828. E gia’ Cass., 5/4/1963, n. 872. Cfr. altresi’ Cass., 10/6/1987, n. 5063; Cass., l/4/1980, n. 2112; Cass., 11/7/1977, n. 3106).

Valutazione equitativa che e’ diretta a determinare “la compensazione economica socialmente adeguata” del pregiudizio, “quella che “l’ambiente sociale accetta come compensazione equa” (in ordine al significato che nel caso assume l’equita’ v. Cass., 7/6/2011, n. 12408).

Subordinata alla dimostrata esistenza di un danno risarcibile certo (e non meramente eventuale o ipotetico) (cfr., da ultimo, Cass., 8/7/2014, n. 15478. E gia’ Cass., 19/6/1962, n. 1536) e alla circostanza dell’impossibilita’ o estrema difficolta’ (v. Cass., 24/5/2010, n. 12613. E gia’ Cass., 6/10/1972, n. 2904) di prova nel suo preciso ammontare, attenendo pertanto alla quantificazione e non gia’ all’individuazione del danno (non potendo valere a surrogare il mancato assolvimento dell’onere probatorio imposto all’articolo 2697 c.c.: v. Cass., 11/5/2010, n. 11368; Cass., 6/5/2010, n. 10957; Cass., 10/12/2009, n. 25820; e, da ultimo, Cass., 4/11/2014, n. 23425), la valutazione equitativa deve essere condotta con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, considerandosi in particolare la rilevanza economica del danno alla stregua della coscienza sociale e i vari fattori incidenti sulla gravita’ della lesione.

Come avvertito anche in dottrina, l’esigenza di una tendenziale uniformita’ della valutazione di base della lesione non puo’ d’altro canto tradursi in una preventiva tariffazione della persona, rilevando aspetti personalistici che rendono necessariamente individuale e specifica la relativa quantificazione nel singolo caso concreto (cfr. Cass., 31/5/2003, n. 8828).

Avvocato matrimonialista Bologna, ma il figlio che non lavora va mantenuto? Pare di si secondo la cassazione Civile, sentenza 6 marzo – 9 maggio 2013, n. 11020
Avvocato matrimonialista Bologna, ma il figlio che non lavora va mantenuto? Pare di si secondo la cassazione Civile, sentenza 6 marzo – 9 maggio 2013, n. 11020

Il danno non patrimoniale non puo’ comunque essere liquidato in termini puramente simbolici o irrisori o comunque non correlati all’effettiva natura o entita’ del danno (v. Cass., 12/5/2006, n. 11039; Cass., 11/1/2007, n. 392; Cass., 11/1/2007, n. 394), ma deve essere congrue

Per essere congruo, il ristoro deve tendere, in considerazione della particolarita’ del caso concreto e della reale entita’ del danno, alla maggiore approssimazione possibile all’integrale risarcimento (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., 29/3/2007, n. 7740. Nel senso che il risarcimento deve essere senz’altro “integrale” v. peraltro Cass., 17/4/2013, n. 9231).

Alla stessa stregua di quanto si verifica relativamente al danno patrimoniale il quale com’ e’ noto si scandisce in danno emergente e lucro cessante, e ciascuna di queste “categorie” o “sottocategorie” e’ a sua volta compendiata da una pluralita’ di voci o aspetti o sintagmi, quali ad esempio, avuto riguardo al danno emergente, il mancato conseguimento del bene dovuto o la perdita di beni integranti il proprio patrimonio, il cd. fermo tecnico, le spese (di querela per l’avvocato difensore, per il C.T., funerarie, ecc.); ovvero, con riferimento al lucro cessante, la perdita della clientela, la irrealizzazione di rapporti contrattuali con terzi, il discredito professionale, la perdita di prestazioni alimentari o lavorative, la perdita della capacita’ lavorativa specifica, aspetti (o voci)che ovviamente non ricorrono tutti sempre e comunque in ogni ipotesi di illecito o di i inadempimento, e il cui ristoro dipende dalla verifica della loro sussistenza, con conseguente differente entita’ del quantum da liquidarsi al danneggiato/creditore nel singolo caso concreto, attesa la diversita’ ontologica degli aspetti (o voci) di cui si compendia la categoria generale del danno non patrimoniale e’ necessario che essi, in quanto sussistenti e provati, vengano tutti risarciti, e nessuno sia lasciato privo di ristoro (v., da ultimo, Cass., 23/4/2013, n. 9770; Cass., 17/4/2013, n. 9231; Cass., 7/6/2011, n. 12273; Cass., 9/5/2011, n. 10108).

Al di la’ di affermazioni di principio secondo cui il carattere unitario della liquidazione del danno non patrimoniale ex articolo 2059 c.c. precluderebbe la possibilita’ di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona (v. Cass., 12/2/2013, n. 3290; Cass., 14/5/2013, n. 11514), viene poi generalmente (anche in tali decisioni) a darsi comunque rilievo alla circostanza che nel liquidare l’ammontare dovuto a titolo di danno non patrimoniale il giudice abbia invero tenuto conto di tutte le peculiari modalita’ di atteggiarsi dello stesso nel singolo caso concreto, facendo luogo alla cd. personalizzazione della liquidazione (cfr., da ultimo, Cass., 23/9/2013, n. 21716).

Emerge evidente come rimanga a tale stregua invero sostanzialmente osservato il principio dell’integralita’ del ristoro, sotto il suindicato profilo della necessaria considerazione di tutti gli aspetti o voci in cui la categoria del danno non patrimoniale si scandisce nel singolo caso concreto, non “essendovi in realta’ differenza tra la determinazione dell’ammontare a tale titolo complessivamente dovuto mediante la somma dei vari “addendi”, e l’imputazione di somme parziali o percentuali del complessivo determinato ammontare a ciascuno di tali aspetti o voci” (v. Cass., 23/1/2014, n. 1361).

Nella giurisprudenza di legittimita’ si e’ per altro verso sottolineato che il principio della integralita’ del ristoro subito da quest’ultimo non si pone invero in termini antitetici bensi’ trova correlazione con il principio in base al quale il danneggiante/debitore e’ tenuto al ristoro solamente dei danni arrecati con il fatto illecito o l’inadempimento a lui causalmente ascrivibile, l’esigenza della cui tutela impone anche di evitarsi duplicazioni risarcitorie (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., 14/9/2010, n. 19517), che si configurano (solo) allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o piu’ volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, laddove non sussistono in presenza della liquidazione dei molteplici e diversi aspetti negativi causalmente derivanti dal fatto illecito o dall’inadempimento e incidenti sulla persona del danneggiato/creditore.

Duplicazioni risarcitorie si hanno pertanto solo allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o piu’ volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, laddove non sussistono in presenza della liquidazione dei molteplici e diversi aspetti negativi causalmente derivanti dal fatto illecito o dall’inadempimento e incidenti sulla persona del o’ danneggiato/creditore.

In tema di liquidazione del danno non patrimoniale, al fine di stabilire se il risarcimento sia stato duplicato ovvero sia stato erroneamente sottostimato, rileva non gia’ il “nome” assegnato dal giudicante al pregiudizio lamentato dall’attore (“biologico”, “morale”, “esistenziale”), ma unicamente il concreto pregiudizio preso in esame dal giudice.

Si ha, pertanto, duplicazione di risarcimento solo quando il medesimo pregiudizio sia liquidato due volte, sebbene con l’uso di nomi diversi (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., 6/4/2011, n. 7844. In tal senso deve intendersi invero anche quanto affermato anche da Cass., Sez. Un., 16/2/2009, n. 3677: “Il cd. danno esistenziale … costituisce solo un ordinario danno non patrimoniale, che non puo’ essere liquidato separatamente sol perche’ diversamente denominato”).

E’ invero compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore persona si siano verificate, e provvedendo alla relativa integrale riparazione (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972).

Le Sezioni Unite del 2008 avvertono che i patemi d’animo e la mera sofferenza psichica interiore sono normalmente assorbiti in caso di liquidazione del danno biologico, cui viene riconosciuta “portata tendenzialmente onnicomprensiva”.

In tal senso e’ da intendersi la statuizione secondo cui la sofferenza morale non puo’ risarcirsi piu’ volte, allorquando essa non rimanga allo stadio interiore o intimo ma si obiettivizzi, degenerando in danno biologico o in danno esistenziale.

Non condivisibile e’ invece l’assunto secondo cui, allorquando vengano presi in considerazione gli aspetti relazionali, il danno biologico assorbe sempre e comunque il cd. danno esistenziale (in tal senso v. invece Cass., 10/2/2010, n. 3906; Cass., 30/11/2009, n. 25236).

E’ infatti necessario verificare quali aspetti relazionali siano stati valutati dal giudice, e se sia stato in particolare assegnato rilievo anche al (radicale) cambiamento di vita, all’alterazione/cambiamento della personalita’ del soggetto, in cui di detto aspetto (o voce) del danno non patrimoniale si coglie il significato pregnante per un’ipotesi di ritenuta esaustivita’ della liquidazione operata dal giudice di merito del danno non patrimoniale (subito da gestante non posta in condizione, per errore diagnostico, di decidere se interrompere la gravidanza), utilizzando come parametro di riferimento quello di calcolo del danno biologico, espressamente al riguardo indicando in motivazione che “la fattispecie costituiva un caso paradigmatico di lesione di un diritto della persona, di rilievo costituzionale, che indipendentemente da un danno morale o biologico, peraltro sempre possibile, impone comunque al danneggiato di condurre giorno per giorno, nelle occasioni piu’ minute come in quelle piu’ importanti, una vita diversa e peggiore, di quella che avrebbe “altrimenti condotto”, v. Cass., 4 gennaio 2010, n. 13.

In presenza di una liquidazione del danno biologico che contempli in effetti anche siffatta negativa incidenza sugli aspetti dinamico-relazionali del danneggiato, e’ correttamente da escludersi la possibilita’ che, in aggiunta a quanto a tale titolo gia’ determinato, venga attribuito un ulteriore ammontare a titolo (anche) di danno esistenziale.

Analogamente deve dirsi allorquando la liquidazione del danno morale sia stata espressamente estesa anche ai profili relazionali nei termini propri del danno esistenziale (cfr. Cass., 15/4/2010, n. 9040, ove si e’ ravvisato essere indubbio che il giudice del merito, nel liquidare il “danno morale” dei genitori per la morte del figlio all’esito di sinistro stradale, avesse nel caso tenuto in considerazione anche la “perdita del rapporto parentale”, sottolineando non assumere al riguardo “rilievo il nomen iuris adottato dal giudice e dalle parti” bensi’ “i tipi di pregiudizio che vengono complessivamente risarciti nella liquidazione del danno non patrimoniale da fatto configurabile come reato”; Cass., 16/9/2008, n. 23275).

Laddove siffatti aspetti relazionali non siano stati invece presi in considerazione (del tutto ovvero secondo i profili peculiarmente connotanti il cd. danno esistenziale), dal relativo ristoro non puo’ invero prescindersi corretta appare l’affermazione, nel caso peraltro riferita al “comportamento illecito che oggettivamente presenti gli estremi del reato”, secondo cui i danni ex articolo 2059 c.c. debbono essere liquidati “in unica somma, da determinarsi tenendo conto di tutti gli aspetti che il danno non patrimoniale assume nel caso concreto (sofferenze fisiche e psichiche; danno alla salute, alla vita di relazione, ai rapporti affettivi e familiari, ecc.)”, che si rinviene in Cass., 17 settembre 2010, n. 19816.

Come gia’ piu’ sopra osservato, il ristoro del danno non patrimoniale e’ imprescindibilmente rimesso alla relativa valutazione equitativa.

Con particolare riferimento alla liquidazione del danno alla salute, si e’ in giurisprudenza costantemente affermata la necessita’ per il giudice di fare luogo ad una valutazione che, movendo da una “uniformita’ pecuniaria di base”, la quale assicuri che lo stesso tipo di lesione non sia valutato in maniera del tutto diversa da soggetto a soggetto, risponda altresi’ a criteri di elasticita’ e flessibilita’, per adeguare la liquidazione all’effettiva incidenza della menomazione subita dal danneggiato a tutte le circostanze del caso concreto (cfr. in particolare Cass., 7/6/2011, n. 12408; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. E gia’ Corte Cost., 14/7/1986, n. 184).

E’ invero compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore persona si siano verificate, e provvedendo al relativo integrale ristoro (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972).

A tale stregua e’ allora esclusa la possibilita’ di applicarsi in modo “puro” parametri rigidamente fissati in astratto, giacche’ non essendo in tal caso consentito discostarsene, risulta garantita la prevedibilita’ delle decisioni ma assicurata invero una uguaglianza meramente formale, e non gia’ sostanziale (cfr. Cass., 23/1/2014, n. 1361).

Del pari inidonea e’ una valutazione rimessa alla mera intuizione soggettiva del giudice, e quindi, in assenza di qualsiasi criterio generale valido per tutti i danneggiati a parita’ di lesioni, sostanzialmente al suo mero arbitrio (cfr. Cass., 23/1/2014, n. 1361).

Se una siffatta valutazione vale a teoricamente assicurare un’adeguata personalizzazione del risarcimento, non altrettanto puo’ infatti dirsi circa la parita’ di trattamento e la prevedibilita’ della decisione (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408, ove si sottolinea come la circostanza che lesioni della stessa entita’, patite da persone della stessa eta’ e con conseguenze identiche, siano liquidate in modo fortemente difforme non possa ritenersi una mera circostanza di fatto ma integra una vera e propria “violazione della regola di equita’”).

I criteri di valutazione equitativa, la cui scelta ed adozione e’ rimessa alla prudente discrezionalita’ del giudice, devono essere dunque idonei a consentire la cd. personalizzazione del danno (v. Cass., 16/2/2012, n. 2228; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., 29/3/2007, n. 7740; Cass., 12/6/2006, n. 13546), al fine di addivenirsi ad una liquidazione congrua, sia sul piano, dell’effettivita’ del ristoro del pregiudizio che di quello della relativa perequazione – nel rispetto delle diversita’ proprie dei singoli casi concreti – sul territorio nazionale (v. Cass., 13/5/2011, n. 10528; Cass., 28/11/2008, n. 28423; Cass., 29/3/2007, n. 7740; Cass., 12/7/2006, n. 15760).

In tema di liquidazione del danno, e di quello non patrimoniale in particolare, l’equita’ si e’ da questa Corte intesa nel significato di “adeguatezza” e di “proporzione”, assolvendo alla fondamentale funzione di “garantire l’intima coerenza dell’ordinamento, assicurando che casi uguali non siano trattati in modo diseguale”, con eliminazione delle “disparita’ di trattamento” e delle “ingiustizie” (cosi’ Cass., 7/6/2011, n. 12408).

I criteri da adottarsi al riguardo debbono consentire pertanto una valutazione che sia equa, e cioe’ adeguata e proporzionata. (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408), in considerazione di tutte le circostanze concrete del caso specifico, al fine di ristorare il pregiudizio effettivamente subito dal danneggiato, a tale stregua pertanto del pari aliena da duplicazioni risarcitorie (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., 6/4/2011, n. 7844), in ossequio al principio per il quale il danneggiante e il debitore sono tenuti al ristoro solamente dei danni arrecati con il fatto illecito o l’inadempimento ad essi causalmente ascrivibile (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., 6/4/2011, n. 7844).

Ne consegue che la liquidazione di un ammontare che si prospetti non congruo rispetto al caso concreto, in quanto irragionevole e sproporzionato per difetto o per eccesso (v. Cass., 31/8/2011, n. 17879), e pertanto sotto tale profilo non integrale, il sistema di quantificazione verrebbe per cio’ stesso a palesarsi inidoneo a consentire al giudice di pervenire ad una valutazione informata ad equita’, legittimando i dubbi in ordine alla sua legittimita’.

Com’e’ noto, in tema di risarcimento del danno non patrimoniale da sinistro stradale valida soluzione si e’ ravvisata essere invero quella costituita dal sistema delle tabelle (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. V. altresi’ Cass., 13/5/2011, n. 10527).

Le tabelle, siano esse giudiziali o normative, sono uno strumento idoneo a consentire al giudice di dare attuazione alla clausola generale posta all’articolo 1226 c.c. (v. Cass., 19/5/1999, n. 4852).

Tale sistema costituisce peraltro solo una modalita’ di calcolo tra le molteplici utilizzabili (per l’adozione, quanto al danno morale da reato, del criterio della odiosita’ della condotta lesiva, e quanto al cd. danno esistenziale, del criterio al clima di intimidazione creato nell’ambiente lavorativo dal comportamento del datore di lavoro e al peggioramento delle relazioni interne al nucleo familiare in conseguenza di esso, v. Cass., 19/5/2010, n. 12318).

Fondamentale e’ che, qualunque sia il sistema di quantificazione prescelto, esso si prospetti idoneo a consentire di pervenire ad una valutazione informata ad equita’, e che il giudice dia adeguatamente conto in motivazione del processo logico al riguardo seguito, indicando i criteri assunti a base del procedimento valutativo adottato (v.r da ultimo, Cass., 30/5/2014, n. 12265; Cass., 19/2/2013, n. 4047; Cass., 6/5/2009, n. 10401), al fine di consentire il controllo di relativa logicita’, coerenza e congruita’.

Lo stesso legislatore, oltre alla giurisprudenza, ha fatto ad esse espressamente riferimento.

In tema di responsabilita’ civile da circolazione stradale, il Decreto Legislativo n. 209 del 2005 ha introdotto la tabella unica nazionale per la liquidazione delle invalidita’ cd. micropermanenti.

Gia’ anteriormente era stato previsto (con Decreto Ministeriale 3 luglio 2003, e a far data dall’11 settembre 2003) un regime speciale per il danno biologico lieve o da micropermanente (fino a 9 punti).

In assenza di tabelle normativamente determinate, come ad esempio per le cd. macropermanenti e per le ipotesi diverse da quelle oggetto del suindicato decreto legislativo, il giudice fa normalmente ricorso a tabelle elaborate in base alle prassi seguite nei diversi tribunali (per l’affermazione che tali tabelle costituiscono il cd. “notorio locale” v. in particolare Cass., 1 giugno 2010, n. 13431), la cui utilizzazione e’ stata dalle Sezioni Unite avallata nei limiti in cui, nell’avvalersene, il giudice proceda ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno non patrimoniale, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, al fine “di pervenire al ristoro del danno nella sua interezza” (v. Cass., Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26972).

Preso atto che le Tabelle di (OMISSIS) sono andate nel tempo assumendo e palesando una “vocazione nazionale”, in quanto recanti i parametri maggiormente idonei a consentire di tradurre il concetto dell’equita’ valutativa, e ad evitare (o quantomeno ridurre) – al di la’ delle diversita’ delle condizioni economiche e sociali dei diversi contesti territoriali – ingiustificate disparita’ di trattamento che finiscano per profilarsi in termini di violazione dell’articolo 3 Cost., comma 2, questa Corte e’ pervenuta a ritenerle valido criterio di valutazione equitativa ex articolo 1226 c.c.delle lesioni di non lieve entita’ (dal 10% al 100%) conseguenti alla circolazione (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408; Cass., 30/6/2011, n. 14402).

Essendo l’equita’ il contrario dell’arbitrio, la liquidazione equitativa operata dal giudice di merito e’ sindacabile in sede di legittimita’ (solamente) laddove risulti non congruamente motivata, dovendo di essa “darsi una giustificazione razionale a posteriori” (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408).

Si e’ al riguardo per lungo tempo esclusa la necessita’ per il giudice di motivare in ordine all’applicazione delle tabelle in uso presso il proprio ufficio giudiziario, essendo esse fondate sulla media dei precedenti del medesimo, e avendo la relativa adozione la finalita’ di uniformare, quantomeno nell’ambito territoriale, i criteri di liquidazione del danno (v. Cass., 2/3/2004, n. 418), dovendo per converso adeguatamente motivarsi la scelta di avvalersi di tabelle in uso presso altri uffici (v. Cass., 21/10/2009, n. 22287; Cass., 1/6/2006, n. 13130; Cass., 20/10/2005, n. 20323; Cass., 3/8/2005, n. 16237).

Essendo la liquidazione del quantum dovuto per il ristoro del danno non patrimoniale inevitabilmente caratterizzata da un certo grado di approssimazione, si escludeva altresi’ che l’attivita’ di quantificazione del dannofosse di per se’ soggetta a controllo in sede di legittimita’, se non sotto l’esclusivo profilo del vizio di motivazione, in presenza di totale mancanza di giustificazione sorreggente la statuizione o di macroscopico scostamento da dati di comune esperienza o di radicale contraddittorieta’ delle argomentazioni (cfr., da ultimo, Cass., 19/5/2010, n. 12918; Cass., 26/1/2010, n. 1529). In particolare laddove la liquidazione del danno si palesasse manifestamente fittizia o irrisoria o simbolica o per nulla correlata con le premesse in fatto in ordine alla natura e all’entita’ del danno dal medesimo giudice accertate (v. Cass., 16/9/2008, n. 23725; Cass., 2/3/2004, n. 4186; Cass., 2/3/1998, n. 2272; Cass., 21/5/1996, n. 4671).

La Corte Suprema di Cassazione e’ peraltro recentemente pervenuta a radicalmente mutare tale orientamento.

La mancata adozione da parte del giudice di merito delle Tabelle di (OMISSIS) in favore di altre, ivi ricomprese quelle in precedenza adottate presso la diversa autorita’ giudiziaria cui appartiene, si e’ ravvisato integrare violazione di norma di diritto censurabile con ricorso per cassazione ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408, ove si e’ altresi’ precisato che al fine di evitarsi la declaratoria di inammissibilita’ del ricorso per la novita’ della questione non e’ sufficiente che in appello sia stata prospettata l’inadeguatezza della liquidazione operata dal primo giudice, ma occorre che il ricorrente si sia specificamente doluto, sotto il profilo della violazione di legge, della mancata liquidazione del danno in base ai valori delle tabelle elaborate a (OMISSIS); e che, inoltre, nei giudizi svoltisi in luoghi diversi da quelli nei quali le tabelle milanesi sono comunemente adottate, quelle tabelle abbia anche versato in atti. In tanto, dunque, la violazione della regola iuris puo’ essere fatta valere in sede di legittimita’ ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto la questione sia gia’ stata specificamente posta nel giudizio di merito. Conformemente v. Cass., 22/12/2011, n. 28290).

Si e’ quindi al riguardo ulteriormente precisato che i parametri delle Tabelle di (OMISSIS) sono da prendersi a riferimento da parte del giudice di merito ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale, ovvero quale criterio di riscontro e verifica di quella di inferiore ammontare cui sia diversamente pervenuto, sottolineandosi che incongrua e’ la motivazione che non dia conto delle ragioni della preferenza assegnata ad una quantificazione che, avuto riguardo alle circostanze del caso concreto, risulti sproporzionata rispetto a quella cui l’adozione dei parametri esibiti dalle dette Tabelle di (OMISSIS) consente di pervenire (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402).

Va per altro profilo sottolineato come risponda ad orientamento consolidato nella giurisprudenza di legittimita’ che all’interno del risarcimento del danno alla persona, il danno da riduzione della capacita’ lavorativa generica non attiene alla produzione del reddito, ma si sostanzia (in quanto lesione di un’attitudine o di un modo d’essere del soggetto) in una menomazione dell’integrita’ psico-fisica risarcibile quale danno biologico (v. Cass., 25/8/2014, n. 18161; Cass., 6/8/2004, n. 15187).

Il danno da riduzione della capacita’ lavorativa specifica e’ viceversa generalmente ricondotta nell’ambito non gia’ del danno biologico bensi’ del danno patrimoniale (cfr. in particolare Cass., 9/8/2007, n. 17464 e Cass., 27/1/2011, n. 1879), precisandosi peraltro al riguardo che l’accertamento dell’esistenza di postumi permanenti incidenti sulla capacita’ lavorativa specifica non comporta l’automatico obbligo di risarcimento del danno patrimoniale da parte del danneggiante, dovendo comunque il soggetto leso dimostrare, in concreto, lo svolgimento di un’attivita’ produttiva di reddito e la diminuzione o il mancato conseguimento di questo in conseguenza del fatto dannoso (v. Cass., 25/8/2006, n. 18489, Cass., 8/8/2007, n. 17397, e Cass., 21/4/2010, n. 9444).

Recentemente si e’ da questa Corte prospettato che allorquando trattisi di postumi di lieve entita’, o comunque manchino elementi concreti dai quali desumere una incidenza della lesione sulla attivita’ di lavoro attuale o futura del soggetto leso, vanno escluse l’esistenza e la risarcibilita’ di qualsiasi danno da riduzione della capacita’ lavorativa, mentre va privilegiato un meccanismo di liquidazione (quello del danno alla salute) idoneo a cogliere, nella sua totalita’, il pregiudizio subito dal soggetto nella sua integrita’ psico-fisica (v. Cass., 24/2/2011, n. 4493).

Si al riguardo peraltro sottolineato come la circostanza che i postumi permanenti di lieve entita’, non essendo idonei ad incidere sulla capacita’ di guadagno, non pregiudichino la capacita’ lavorativa e rientrino nel dannobiologico come menomazione della salute psicofisica della persona, non significa che il danno biologico “assorba” anche la menomazione della generale attitudine al lavoro, giacche’ al danno alla salute resta pur sempre estranea la considerazione di esiti pregiudizievoli sotto il profilo dell’attitudine a produrre guadagni attraverso l’impiego di attivita’ lavorativa.

Gli effetti pregiudizievoli della lesione della salute del soggetto leso possono pertanto consistere in un dannopatrimoniale da lucro cessante laddove vengano ad eliminare o a ridurre la capacita’ di produrre reddito (cfr. Cass., 24/2/2011, n. 4493).

A tale stregua vanno al danneggiato risarciti non solo i danni patrimoniali subiti in ragione della derivata incapacita’ di continuare ad esercitare l’attivita’ lavorativa prestata all’epoca del verificarsi del medesimo (danni da incapacita’ lavorativa specifica) ma anche i danni gli eventuali danni patrimoniali ulteriori, derivanti dalla perdita o dalla riduzione della capacita’ lavorativa generica, allorquando il grado di invalidita’ affettante il danneggiato non consenta al medesimo la possibilita’ di attendere (anche) ad altri lavori, confacenti alle attitudini e condizioni personali ed ambientali dell’infortunato, idonei alla produzione di fonti di reddito.

In tale ipotesi l’invalidita’ subita dal danneggiato in conseguenza del danno evento lesivo si riflette infatti comunque in una riduzione o perdita della sua capacita’ di guadagno, da risarcirsi sotto il profilo del lucro cessante.

Va a tale stregua escluso che il danno da incapacita’ lavorativa generica non attenga mai alla produzione del reddito e si sostanzi sempre e comunque in una menomazione dell’integrita’ psicofisica risarcibile quale danno biologico, costituendo una lesione di un’attitudine o di un modo di essere del soggetto (cfr. Cass., 16/1/2013, n. 908).

La lesione della capacita’ lavorativa generica, consistente nella idoneita’ a svolgere un lavoro anche diverso dal proprio ma confacente alle proprie attitudini, puo’ invero costituire anche un danno patrimoniale, non ricompreso nel danno biologico, la cui sussistenza va accertata caso per caso dal giudice di merito, il quale non puo’ escluderlo per il solo fatto che le lesioni patite dalla vittima abbiano inciso o meno sulla sua capacita’ lavorativa specifica (cfr. Cass., 16/1/2013, n. 908).

Orbene, la corte di merito ha nell’impugnata sentenza invero disatteso i suindicati principi.

In particolare laddove ha ravvisato “la fondatezza dell’appello principale con riferimento alle modalita’ di computodel danno patrimoniale adottate dal Tribunale”, affermando che esso “porta, incomprensibilmente, alla duplicazione delle poste risarcitorie”, giacche’ la sentenza di primo grado oggetto di gravame “aggiunge … la liquidazione del danno patrimoniale relativo alla incidenza sulle sue attitudini (la cd. semispecifica”, categoria infine negata nella sua configurabilita’) nella misura del 25%; quella legata alla riduzione della capacita’ lavorativa specifica (50%) si aggiunge invece al danno patrimoniale da lucro cessante”, sicche’ “non v’e’ dubbio alcuno che “il riflesso sulle attivita’ confacenti alle sue attitudini” (cosi’ lapidariamente definita dalla ctu ed altrettanto enigmaticamente fissata nel 25%), se inteso come generica attitudine della persona al lavoro, rientra gia’ nella liquidazione del danno biologico, mentre se riferito ad un riflesso sull’attivita’ in concreto svolta dal soggetto, rientra nella riduzione della capacita’ lavorativa specifica, che e’ specifico danno da lucro cessante. E’ chiaro allora che, a titolo di danno patrimoniale, al (OMISSIS) spetta il danno da lucro cessante costituito dalla riduzione della capacita’ lavorativa specifica, e questa riduzione si traduce in un pregiudizio patrimoniale legato alla minor capacita’ di produrre reddito”.

Ancora, laddove ha precisato: “Dunque, le voci che il primo giudice ha singolarmente liquidato quale “riflesso sulle attivita’ confacenti alle sue attitudini” altro non e’ che un aspetto gia’ considerato nella valutazione del dannobiologico; mentre le liquidazioni del “riflesso sull’attivita’ lavorativa specifica” e, del “danno da lucro cessante” sono altrettante ripetizioni dello stesso pregiudizio patrimoniale, si’ che deve necessariamente pervenirsi alla liquidazione dei due tipi di danno con l’accorpamento delle duplicazioni considerate in un’unica voce per ciascuno di essi”.

Vale al riguardo osservare che, trattandosi di invalidita’ generica del 25%, nella specie si verte invero in ipotesi di cd. macropermanente, sicche’ rimane certamente escluso il profilo della lesione di un’attitudine o di un modo di essere del soggetto danneggiato rientrante nell’aspetto (o voce) del danno non patrimoniale costituito dal danno biologico, e la relativa liquidazione non puo’ essere pertanto in questo ricompreso.

Trattasi di danno che viene per converso in rilievo sotto il (differente) profilo dell’eventuale ulteriore dannopatrimoniale derivante dalla riduzione della capacita’ lavorativa generica, in quanto per la sua entita’ l’invalidita’ non consente al danneggiato la possibilita’ di attendere (anche) ad altri lavori confacenti alle sue attitudini e condizioni personali ed ambientali ed idonei alla produzione di fonti di reddito, oltre a quello specificamente prestato al momento del sinistro.

A tale stregua, si tratta allora di un aspetto del danno da lucro cessante (cfr., da ultimo Cass., 13/7/2011, n. 15385) di cui si compendia la categoria generale del danno patrimoniale, concernente la capacita’ di produzione di reddito futuro, o, piu’ precisamente, della perdita di chance, da questa Corte intesa quale entita’ patrimoniale giuridicamente ed economicamente valutabile, la cui perdita produce (come sostenuto anche dalla migliore dottrina) un risarcibile danno da considerarsi non gia’ futuro (nel qual senso v. peraltro, da ultimo, Cass., 12/2/2015, n. 2737; Cass., 17/4/2008, n. 10111) bensi’ danno certo ed attuale in proiezione futura (nella specie, ad esempio la perdita di un’occasione favorevole di prestare altro e diverso lavoro confacente alle attitudini e condizioni personali ed ambientali del danneggiato idoneo alla produzione di fonte di reddito).

Danno che, ove dal giudice di merito individuato ed accertato, con adeguata verifica dell’assolvimento del relativo onere probatorio incombente sul danneggiato il quale puo’ al riguardo avvalersi anche della prova presuntiva (v. Cass., 13/7/2011, n. 15385; Cass., 11/5/2010, n. 11353; Cass., 19/2/2009, n. 4052; Cass., 30/1/2003, n. 1443), va stimato con valutazione necessariamente equitativa ex articolo 1226 c.c. (cfr. Cass., 17/4/2008, n. 10111, e, da ultimo, Cass., 12/2/2015, n. 2737).

La sua attribuzione, se dal giudice del merito riconosciuta come dovuta, diversamente da quanto dalla corte di merito affermato nell’impugnata sentenza non realizza pertanto, alla stregua di quanto sopra rilevato ed esposto, alcuna duplicazione nemmeno in presenza del riconoscimento e della liquidazione del danno da incapacita’ lavorativa specifica, il quale attiene invero al risarcimento del diverso pregiudizio che al danneggiato consegua in relazione al differente aspetto dell’impossibilita’ di attendere alla specifica attivita’ lavorativa in essere al momento del sinistro, nella specie “l’attivita’ di ambulante” dall’odierno ricorrente all’epoca “svolta alle dipendenze del (OMISSIS)”.

Dell’impugnata sentenza, assorbita ogni ulteriore e diversa questione, va pertanto disposta la cassazione in relazione, con rinvio ad altra corte di merito, che si indica nella Corte d’Appello di Reggio Calabria, la quale procedera’ a nuovo esame, facendo applicazione del seguente principio:

In tema di danni alla persona, l’invalidita’ di gravita’ tale da non consentire, per la sua entita’ (nella specie del 25%), la possibilita’ di attendere (anche) a lavori altri e diversi da quello specificamente prestato al momento del sinistro confacenti alle attitudini e alle condizioni personali ed ambientali del danneggiato integra non gia’ lesione di un’attitudine o di un modo di essere del medesimo, rientrante nell’aspetto (o voce) del danno non patrimoniale costituito dal danno biologico, bensi’ un danno patrimoniale attuale in proiezione futura da perdita di chance (il cui accertamento spetta al giudice di merito e va dal medesimo stimato con valutazione necessariamente equitativa ex articolo 1226 c.c.), derivante dalla riduzione della capacita’ lavorativa generica.

Trattasi di danno patrimoniale che, se e in quanto dal giudice di merito riconosciuto sussistente, va considerato ulteriore rispetto al danno patrimoniale da incapacita’ lavorativa specifica, concernente il diverso aspetto dell’impossibilita’ per il danneggiato di (continuare ad) attendere ali’attivita’ lavorativa prestata al momento del sinistro (nella specie, di venditore ambulante dipendente), dovendo (anche) da questo essere pertanto tenuto distinto, con autonoma valutazione ai fini della relativa quantificazione.

Il giudice di rinvio provvedera’ anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie p.q.r. il ricorso. Cassa in relazione l’impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte d’Appello di Reggio Calabria.

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Secondo la giurisprudenza, in tema di assegno di mantenimento a favore del coniuge, in giudizio di separazione, non ci si può limitare a considerare soltanto il reddito emergente dalla documentazione fiscale prodotta, ma si “… deve tenere conto anche degli altri elementi di ordine economico, o comunque apprezzabili in termini economici, diversi dal reddito dell’onerato, suscettibili di incidere sulle condizioni delle parti (quali la disponibilità di un consistente patrimonio, anche mobiliare, e la conduzione di uno stile di vita particolarmente agiato e lussuoso), dovendo, in caso di specifica contestazione della parte, effettuare i dovuti approfondimenti – anche, se del caso, attraverso indagini di polizia tributaria – rivolti ad un pieno accertamento delle risorse economiche dell’onerato (incluse le disponibilità monetarie e gli investimenti in titoli obbligazionari ed azionari ed in beni mobili), avuto riguardo a tutte le potenzialità derivanti dalla titolarità del patrimonio in termini di redditività, di capacità di spesa, di garanzie di elevato benessere e di fondate aspettative per il futuro …” (cfr. Cass.Sez.VI, 24/06/2019 n.16809).

Si tratta di parametri ben diversi dalle circostanze valorizzate dalla difesa ricorrente.

Per completezza, rilevanza non può attribuirsi alla condotta processuale del Y di avere, per tutta la durata del procedimento, sostanzialmente non contestato la domanda di assegno in favore della moglie, trattandosi di modus operandi certamente non preclusivo di una successiva contestazione, provocata da sopravvenienze negative sulle capacità reddituali, rispetto a quelle iniziali.

Ciò chiarito, com’è noto, “il diritto all’assegno di mantenimento, nella separazione personale, ha come suoi presupposti la non addebitabilità della separazione al coniuge richiedente, la non titolarità, a parte del medesimo, di adeguati redditi propri, ossia di redditi che consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio e la sussistenza di una disparità economica tra le parti …” (cfr. Cass. Sez. I, 15/01/2018 n.770).

Ebbene, mentre la natura indisponibile del diritto del minore al mantenimento consente al giudice di procedere ex officio alla determinazione del contributo parentale, anche indipendentemente dalle specifiche richieste dei genitori e anche superando i limiti delle medesime, analogo ragionamento non può esser fatto con riguardo alla posizione del figlio maggiorenne non autosufficiente.

Quanto ai poteri officiosi del giudice in materia di diritti dei minori, si veda sez. 1^, Ordinanza n. 21178 del 24/08/2018: «..In tema di contributo al mantenimento dei figli minori nel giudizio di separazione o divorzio, è legittima l’acquisizione, da parte della corte d’appello, di una relazione investigativa sulle condizioni reddituali di una parte, prodotta per la prima volta insieme con la comparsa conclusionale del secondo grado del giudizio, poiché la tutela degli interessi morali e materiali della prole è sottratta all’iniziativa ed alla disponibilità delle parti, ed è sempre riconosciuto al giudice il potere di adottare d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio di merito, tutti i provvedimenti necessari per la migliore protezione dei figli, e di esercitare, in deroga alle regole generali sull’onere della prova, i poteri istruttori officiosi necessari alla conoscenza della condizione economica e reddituale delle parti.».

Il diritto, azionato nella presente sede dalla madre collocataria, è un diritto proprio della medesima, del tutto autonomo rispetto a quello del figlio maggiorenne: non si verte, quindi, in tema di diritti indisponibili e non esiste un potere officioso di determinazione di un contributo superiore a quello richiesto dal genitore convivente col figlio maggiorenne.

In tal senso si veda Sez. 1^, Sentenza n. 25300 del 11/11/2013: «..Il genitore separato o divorziato tenuto al mantenimento del figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente e convivente con l’altro genitore, non può pretendere, in mancanza di una specifica domanda del figlio, di assolvere la propria prestazione nei confronti di quest’ultimo anziché del genitore istante. Invero, anche a seguito dell’introduzione dell’art. 155 quinquies cod. civ. ad opera della legge 8 febbraio 2006, n. 54, sia il figlio, in quanto titolare del diritto al mantenimento, sia il genitore con lui convivente, in quanto titolare del diritto a ricevere il contributo dell’altro genitore alle spese necessarie per tale mantenimento, cui materialmente provvede, sono titolari di diritti autonomi, ancorché concorrenti, sicché sono entrambi legittimati a percepire l’assegno dall’obbligato.».

Come affermato dalla Suprema Corte, il diritto del genitore convivente con figlio maggiorenne, non ancora autosufficiente, è autonomo, ancorché concorrente, con quello del figlio medesimo. Si tratta del diritto a ricevere il contributo dell’altro genitore alle spese necessarie per tale mantenimento, cui materialmente provvede. È un diritto di cui il genitore ha la piena titolarità e dunque anche disponibilità.

ASSEGNAZIONE CASA CONIUGALE

Costituisce principio consolidato quello secondo cui “qualora il comodato sia stato convenuto, o si sia successivamente consolidato per il soddisfacimento delle esigenze abitative della famiglia, dovendosi contemperare le ragioni del proprietario comodante con quelle del comodatario, il rilascio dell’immobile è possibile esclusivamente nell’ipotesi in cui ricorra un urgente e imprevisto bisogno del comodante secondo quanto previsto dalla norma di cui all’art. 1809, comma 2, c.c.” (Cassazione Civile sez. III, 30/10/2018, n.27437).

La Suprema Corte in detta ordinanza ha ribadito i principi già affermati in materia dalle Sezioni Unite.

In particolare in un’importante sentenza del 2004 (S.U., 21 luglio 2004, n. 13603) la Cassazione, soffermandosi sull’utilizzo del bene come casa familiare, sottolineava che il soggetto che formalmente assume la qualità di comodatario riceve il bene non solo o non tanto a titolo personale, quanto piuttosto quale esponente della comunità familiare. Per tale motivo l’abitazione resta al coniuge al quale è stata assegnata anche se concessa in comodato da un terzo, ciò in quanto il provvedimento di assegnazione, non modifica la natura e il contenuto del titolo di godimento sull’immobile, ma determina una concentrazione, nella persona dell’assegnatario, di detto titolo di godimento, che resta regolato dalla disciplina del comodato.

In tal senso pertanto l’assegnatario può contrastare il recesso del comodante in quanto non è ancora cessato l’uso al quale l’abitazione era stata destinata.

In altre parole fino al momento in cui nella residenza familiare vi saranno figli minorenni o maggiorenni non autosufficienti il comodante non potrà riavere il possesso dell’appartamento, tranne nel caso di sopravvenienza di un bisogno urgente e imprevedibile.

Ulteriori delucidazioni sono poi state fornite da un ulteriore intervento a Sezioni Unite, dovuto alla permanenza di un contrasto giurisprudenziale in materia.

La Cassazione, in particolare in quell’occasione ha evidenziato come nel nostro ordinamento siano previste due differenti forme di comodato: quello propriamente detto, regolato dagli artt. 1803 e 1809 c.c., e quello cosiddetto precario “senza determinazione di durata” (di cui all’art. 1810 c.c.).

Nel primo caso il comodante può recedere solo in ipotesi di sopravvenienza di un urgente e imprevisto bisogno, nel caso di comodato precario invece il comodante può richiedere la restituzione del bene ad nutum, con una semplice richiesta, in qualunque momento.

Fatta questa precisazione la Cassazione ha stabilito che il comodato di immobile concesso al fine di soddisfare le esigenze abitative della famiglia del comodatario rientra nella fattispecie di comodato sorto per un uso determinato di cui all’art. 1803 c.c. Pertanto, specifica la giurisprudenza, anche se le parti non hanno fissato un termine esplicito di durata non può affermarsi che si tratti di contratto “senza determinazione di durata”.

Il termine infatti esiste anche se non è stato stabilito ma è ricavabile dalla finalità del comodato che è quella della soddisfazione delle esigenze della famiglia, intesa”anche nelle sue potenzialità di espansione” (Cass. n. 20448/2014).

Quando si ravvisa quest’ipotesi pertanto il comodante può richiedere la restituzione dell’immobile solamente qualora sopravvenga un urgente e imprevisto bisogno, così come stabilito dall’art. 1809 c.c.

NON FARTI SCAPPARE L’OCCASIONE DI UN BUON AVVOCATO MATRIMONIALISTA

VEDRAI CHE INSIEME TROVIAMO UNA SOLUZIONE E SARAI CONTENTO  

La separazione è traumatica di per se , spesso i coniugi o almeno uno dei coniugi soffre parecchio per la separazione, occorre pero’ affrontarla con determinazione e ragionamento anche se poi vi sono i sentimenti 

SEPARAZIONE MARITO MOGLIE NON TRAUMATICA BOLOGNA  MALALBERGO CASTELMAGGIORE  ARGELATO CASTELLO D’ARGILE CENTO

Se cerchi un avvocato divorzista Bologna, che sappia consigliarti al meglio per la tua separazione o il tuo divorzio chiama l’avvocato Sergio Armaroli,  un avvocato divorzista  è un avvocato che da anni ha esperienza con il diritto delle separazioni dei divorzi, materia sempre in costante aggiornamento legislativo e giurisprudenziale .

Le fondamentali capacita’ di un avvocato divorzista devono essere quelle di consigliare al meglio il proprio cliente sui suoi diritti e su quello che realmente puo’ ottenere da  una separazione o da  un divorzio.

Quindi occorre chiedere il giusto né troppo poco né troppo , chiedendo troppo poco si perde una parte dei propri diritti, chiedendo troppo si rischia di vedersi respinta  la pretesa.

Esempio , la signora Giovanna  si separa da un marito con due figli minori, il marito ha uno stipendio di euro duemila, la signora Giovanna di euro millecinquecento.

La casa  viene assegnata alla signora Giovanna che avra’ la collocazione dei figli presso casa sua, la stessa  potra’ chiedere  600 euro per i figli ,chiedere di piu’ sarebbe  eccessivo di meno sarebbe poco !!

 

 

  • Con la separazione legale i coniugi non pongono fine al rapporto matrimoniale, ma ne sospendono gli effetti nell’attesa o di una riconciliazione o di un provvedimento di divorzio. La separazione legale (consensuale o giudiziale) rappresenta una delle condizioni (la più frequente) per poter addivenire al divorzio.
    • GIULIA UNA STORIA CHE TOCCAGiulia, donna di 45 anni, sposata da 20 ha due figli oramai maggiorenni, un marito di 55 anni, dirigente di azienda.Giulia ama la scultura  ha fatto alcune mostre , ha una bella casa che le comprarono e genitori per il matrimonio!!Trascorre  un mese  in estate in riviera, insieme al marito e i figli quando vogliono andare con lei.Il marito Giorgio, ha  l’abitudine e ii vizio del gioco, e porta a casa sempre meno soldi, creando ansie e preoccupazioni in famiglia.Giulia conosce  un uomo, anche lui scultore e s ene innamora perdutamente.Prova a parlare con il marito raccontando e spiegando che la loro relazione è in forte crisi e che ha bisogno di altro, che  è stanca di vedere  il marito perdere delle fortune al gioco.Il nuovo interesse di Giulia è Andrea, suo coetaneo, scultore del marmo, e  insieme  iniziano una relazione, relazione che presto diventa pubblica  ,creando imbarazzo nel piccolo paese della provincia di Bologna dove Giulia abita.Il marito viene a sapere della relazione della moglie e mi contatta  insieme alla moglie per discutere di una separazione consensuale, senza che vi siano traumi o liti.Anche Giorgio considera la relazione matrimoniale arrivata alla fine e d è d’accordo per  un separazione consensuale  ove  provvedera’  a un mensile per Giulia e i figli, ,  lasciando la casa coniugale che è di Giulia.Viene  preparato n ricorso per separazione consensuale  e i coniugi in pochi mesi arrivano alla separazione.
    • Giulia vive con il nuovo compagno e  il marito continua a giocare  perdendo tutti i giorni,
  • ORESTE E MICHELA  UNA STORIA  COMUNEOreste e Michela  sono sposati da tre anni, non hanno figli  e Oreste passa le  giornate e parte delle sere  nella sua officina, che  con sacrifici da’ da vivere alla Famiglia.Michela è commessa  in un supermercato della provincia di Bologna.VORREBBERO FIGLI MA NON ARRIVANO!!Michela ama i cani ne hanno tre  e insieme  al marito quando libero fanno lunghe passeggiate  nella campagna, con i loro cani, che pe rloro fanno parte della famiglia.Michela e Oreste hanno 38 anni e si sentono annoiati di un rapporto matrimoniale che pare non funzionare piu’ ,Gli interessi in comune vanno via via  diradandosi, la coppia non comunica piu’ parla poco.avvocato specializzato cause-eredtarie-eredtarieOreste si innamora di una ragazza Polacca conosciuta su Internet,Si rivolgono al mio studio pe runa separazione consensuale.Non riescono a trovare un accordo sulla casa coniugale e sull’assegno di mantenimento alla moglie che ha un reddito molto inferiore al marito.Vendono fatti sei incontri  ella fine si arriva  a un accordo per una consensuale, Oresta versera’ alla moglie 800 euro mensili , e la casa restera’ ad oreste che sta pagando il mutuo.Il conto in comune  contiene trentamila euro  e vengono divisi al 50%.
    spese straordinarie nella separazione Bologna
    spese straordinarie nella separazione Bologna

    Dopo sette mesi dall’udienza di separazione consensuale  presso Tribunale  ,la coppia mi contatta per il divorzio che avviene congiuntamente,

    Tre anni dopo entrambi si sono risposati e sono felici

     

     

     

    Con il divorzio vengono a cessare definitivamente gli effetti del matrimonio, sia sul piano personale (uso del cognome del marito, presunzione di concepimento, etc.), sia sul piano patrimoniale. Anche il divorzio può essere consensuale o giudiziale.

  • Ove la convivenza fra i coniugi divenga difficile o insostenibile nel corso del tempo, il nostro ordinamento consente ai coniugi il diritto alla separazione personale.
    Esattamente, l’art. 150, comma 1, c.c. prevede che “E’ ammessa la separazione personale dei coniugi”. Il secondo comma del medesimo articolo aggiunge che “la separazione può essere giudiziale o consensuale”.

COSA E’ LA SEPARAZIONE CONSENSUALE

Trattasi di un istituto giuridico che non comporta la cessazione del vincolo matrimoniale ma solo la modificazione di taluni diritti e doveri conseguenti al matrimonio, come meglio si preciserà nel prosieguo. Infatti, le parti non perdono lo stato di coniugi, che perdura fino alla morte di uno di essi o fino alla pronuncia di divorzio.
Questo primo articolo

tratterà esclusivamente della separazione consensuale dei coniugi,

  •  tralasciando volutamente quella giudiziale avente presupposti, condizioni, procedura ed effetti diversi dalla prima, e limitandosi ai punti essenziali e di maggiare interesse per gli utenti della Giustizia.In un successivo articolo, invece, si tratterà la separazione personale tramite negoziazione assistita di cui all’art. 6 del II capo introdotto dal D. l. 132/2014 poi convertito nella L. 162/2014 e della separazione personale innanzi all’ufficiale di stato civile di cui al III capo del citato D.L., attraverso i quali i coniugi che intendono separarsi possono raggiungere una soluzione consensuale in tempi rapidi e senza necessità di introdurre un procedimento giudiziale.
  • Chi sta pensando di fare una causa di separazione consensuale o di divorzio consensuale, deve sapere che da qualche tempo è stata introdotta (con D.L. 132 del 2014) una nuova procedura consensuale che permette di evitare il ricorso in tribunale, riducendo tempi e i costi rispetto al giudizio (è notorio che le cause in tribunale siano piuttosto costose e i tempi di svolgimento siano piuttosto lunghi).
  • Alla consensuale si ricorre quando è possibile trovare un accordo sulle condizioni di separazione. In casi del genere spesso sono i coniugi a trovare direttamente l’accordo, oppure lo raggiungono con l’aiuto dell’avvocato matrimonialista.La separazione dei coniugi in cosa consiste?consiste  nella interruzione  effettiva e stabile della convivenza coniugale e non fa venir meno il vincolo matrimoniale. Essa determina la cessazione per entrambi i coniugi dell’obbligo di assistenza relativamente a quelle forme che presuppongono la convivenza. 

    Gli obblighi di collaborazione?

     Non cessa l’obbligo di collaborazione specie riguardo ai figli.

     diritto di famiglia: affidamento della prole, adozioni, successioni, riconoscimento e disconoscimento della paternità, gestione degli strumenti di protezione durante la crisi della coppia e tutela del minore.

    – separazione personale dei coniugi – consensuale: valutazione ed eventuale adeguamento dell’accordo tra coniugi in conformità delle disposizioni di legge, assistenza – anche attraverso le tecniche di negoziazione e di mediazione familiare – alla definizione del contenuto del ricorso con particolare riguardo alla tutela delle posizioni inerenti la prole, redazione e proposizione del ricorso, assistenza e partecipazione in udienza, espletamento degli adempimenti successivi all’omologazione.

    MARITO MOGLIE NON TRAUMATICA BOLOGNA 
    MARITO MOGLIE NON TRAUMATICA BOLOGNA

     

     

     

     

     

    La legge disciplina principalmente la separazione legale,

     

     quella sanzionata da un provvedimento giurisdizionale; non determina invece conseguenze giuridiche la separazione di fatto, che consiste nella interruzione della convivenza coniugale non sanzionata da alcun provvedimento giudiziale, ma attuata sulla base di un mero accordo informale tra i coniugi o sul rifiuto di uno di essi di proseguire la vita in comune.

    Quando il rapporto tra coniugi entra in crisi in maniera irreversibile, l’ordinamento giuridico dà la possibilità di incidere sul legame matrimoniale allentandone il vincolo o addirittura recidendolo.

    Il primo passo per interrompere il rapporto è la separazione legale.

    Dopo la separazione è necessario che trascorra un apprezzabile lasso di tempo prima che sia possibile chiedere il divorzio.

    Con la separazione i coniugi vengono autorizzati a vivere in separate residenze, ma gli altri vincoli matrimoniali persistono: viene eliminato l’obbligo di coabitazione, ma non il dovere di assistenza morale e materiale e l’obbligo di fedeltà.

    Invece col divorzio l’istituto matrimoniale viene reciso e i coniugi riacquistano la libertà. Cessa il diritto successorio, per cui i coniugi non saranno più eredi l’uno dell’altro.

  •  

Quali i Presupposti della separazione consensuale ?

La separazione consensuale è disciplinata sostanzialmente dagli artt. 150 e 158 c.c. e proceduralmente dall’art. 711 c.p.c.

Essa rappresenta in modo inequivocabile un istituto che consente di attribuire giuridica rilevanza alla volontà dei coniugi di separarsi personalmente, nonché di stabilire concordemente le condizioni e le modalità degli spetti personali e patrimoniali della loro vita futura.

Il diritto attribuito ai coniugi (che sotto questo profilo non diverge dalla separazione giudiziale) è personalissimo, poiché spetta esclusivamente ai coniugi, è indisponibile, non trasmissibile agli eredi, imprescrittibile ed è pacifico che non può essere oggetto di arbitrato.

Anche nella seprazione consensuale, così come in quella giudiziale, non è necessario che la causa della crisi coniugale sia imputabile ad entrambi i coniugi, poiché quest’ultima ben può essere rapresentata dalla perdita di affetto, disaffezione e distacco di uno solo dei coniugi, tanto è vero che ai sensi dell’art. 711, comma 2, c.p.c. il ricorso per separazione consensuale può essere proposto anche da uno solo dei coniugi.

Separazioni consensuali

I coniugi possono decidere autonomamente e di comune accordo le condizioni sia economiche e relative al patrimonio, sia riguardanti l’affidamento e il diritto di visita dei figli minori nei casi di separazione coniugale.

In questo caso si parla di una separazione consensuale, e, se lo desiderano, i due coniugi possono essere rappresentati anche dallo stesso avvocato, che assisterà entrambi in tutto il procedimento legale.

L’avvocato divorzista ha qui il compito di ricercare una composta risoluzione delle controversie giudiziali ricorrendo alla presidenza del Tribunale competente. I tempi sono senza dubbio più lunghi rispetto a quelli di un procedimento consensuale attraverso la negoziazione assistita.

L’iter è quello di una causa civile, e quindi un procedimento contensioso, con tutto ciò che ne consegue in termine di tempo e impugnabilità della decisione del giudice. L’avvocato divorzista Bologna Sergio Armaroli mette a disposizione la propria competenza per l’assistenza giudiziale di un coniuge nell’ambito di un processo di questo tipo.

  1. Le condizioni della separazione sono sempre modificabili su richiesta di parte qualora intervengano nuove circostanze di fatto e di diritto pertanto, assiste la coppia anche dopo la conclusione della fase di separazione. l’avvocato divorzista Bologna Sergio Armaroli con sede in via Solferino n.30 a Bologna studia e tratta  da svariati anni del diritto di famiglia.
  2. VI parlo come avvocato di trentennale esperienza ,le cause in materia di separazione nella maggior parte dei casi sono spesso non convenienti per i coniugi non convenienti perché i coniugi parlo della normalita’ dei casi nel momento della separazione devono fare economia, cioè considerare i costi che vivere separati e garantire pero’ alla prole un quieto vivere comporta. Ci vuole tranquillita’ e pretese coerenti nella separazione. Non si puo’ ad esempio chiedere  a un marito che guadagna milletrecento euro mensili mille euro per se e i figli, perché il marito non puo’ pagarle, nemmeno se vuole perché il reddito non glielo permette. Per fare una buona separazione  bisogna pensare esattamente quello che si puo’ e quello che è giusto ottenere !! Facciamo un calcolo , una separazione consensuale  ha un costo ridotto rispetto a una giudiziale che richiede ricorso, memorie difensive, udienze ,prove, e poi pe r parlare del solo primo grado di giudizio, memorie conclusionali per un avvocatoTempi dai due ai quattro anni, a volte di piu’ !I costi possono variare dagli otto ai quindicimila euro a coniuge ,a volte di piu’ se vi sono questioni patrimoniali importanti, ma in quel caso ovviamente la spesa diventa un problema minore, anche se i costi possono lievitare e di molto!! 
  3. L’Avvocato offre assistenza per tutte le problematiche relative a: divorzi congiunti e non, separazioni, affido di minori (condiviso o esclusivo), assegni di mantenimento e certificazione di paternità. L’esperienza pluriennale dell’avvocato divorzista Bologna Sergio Armaroli permette di individuare, di volta in volta, le strategie più adeguate e funzionali per il raggiungimento di una soluzione soddisfacente.
  4. Obiettivo dello Studio è fornire informazioni chiare e trasparenti su diritti e doveri, nonché sulla legislazione che regola i divorzi congiunti e le separazioni (consensuali e non), mettendo a disposizione del cliente uno spazio libero di dialogo e confronto
  5. A titolo esemplificativo lo Studio si occupa di:
  6. separazione consensuale e giudiziale
  7. separazione dei beni
  8. assegno di mantenimento
  9. mediazione familiare
  10. divorzio consensuale e giudiziale
  11. affidamento condiviso
  12. tutela dei minori
  13. amministrazione di sostegno ed interdizione
  14. successione ereditaria e donazioni

Separazioni giudiziali

Se (per fortuna non molto spesso )non vi è accordo tra i coniugi sulle questioni relative alla sospensione del loro vincolo matrimoniale, sulle condizioni economiche o sull’affidamento dei figli, anche da uno solo dei coniugi può essere richiesta la separazione giudiziale.

In questo caso ciascuno dei due coniugi è rappresentato da un proprio avvocato,

  • non essendovi accordo sulle condizioni economiche o sull’affidamento dei figli. Pertanto tali questioni saranno decise in Tribunale. Nella separazione di natura giudiziale, invece, ciascun coniuge viene rappresentato da un proprio avvocato e, poiché non vi è accordo sulle condizioni economiche o sull’affidamento dei figli, la decisione viene adottata dal Tribunale.
  • È importante sapere che la Legge 162/2014 ha introdotto la possibilità di raggiungere un accordo negoziale in materia di separazione personale dei coniugi e divorzio nonché in materia di modifica delle condizioni raggiunte nelle rispettive procedure.
  • La procedura di negoziazione assistita (è richiesta l’assistenza di uno o più avvocati) è possibile sia in presenza sia in assenza di figli minori o maggiorenni incapaci, non economicamente autosufficienti o portatori di handicap grave.
  • In tale ipotesi, è il giudice
  • che disciplina e regolamenta ogni aspetto inerente la gestione dei rapporti patrimoniali e personali tra coniugi, anche con riferimento ai figli e che, in presenza di determinati presupposti, pronuncia l’addebito.

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BOLOGNA Separazione giudiziale dei coniugi si risolve? Avvocato divorzista matrimonialista Bologna esperto –

SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA ARGELATO MOLINELLA ALTEDO

Ne discende che se deve ritenersi di norma preclusa alla parte ricorrente la facoltà di formulare istanza di addebito oltre il ricorso introduttivo, è riconosciuto il potere di proporla, con la memoria integrativa con la quale soltanto nel passaggio dalla fase processuale sommaria a quella di cognizione ordinaria si ristabilisce appieno la simmetria del contraddittorio e la conseguente pienezza dei diritti di difesa del resistente nel momento in cui si cristallizza il definitivo thema decidendum.

BOLOGNA Separazione giudiziale dei coniugi si risolve
BOLOGNA Separazione giudiziale dei coniugi si risolve

In tema di separazione giudiziale,

la domanda di addebito costituisce, ove fondata sulla pretesa violazione dei doveri coniugali, richiesta autonoma rispetto a quella di separazione sic et simpliciter, la cui causa petendi è invece costituita dall’intollerabilità della convivenza, tanto da averla qualificata sin da epoca risalente, allorquando fosse stata proposta dopo quella di separazione, come “domanda nuova” e non già come emendatio libelli. Ne discende che se deve ritenersi di norma preclusa alla parte ricorrente la facoltà di formulare istanza di addebito oltre il ricorso introduttivo, è riconosciuto il potere di proporla, con la memoria integrativa con la quale soltanto nel passaggio dalla fase processuale sommaria a quella di cognizione ordinaria si ristabilisce appieno la simmetria del contraddittorio e la conseguente pienezza dei diritti di difesa del resistente nel momento in cui si cristallizza il definitivo thema decidendum.

BOLOGNA Separazione giudiziale dei coniugi si risolve? Avvocato esperto – Separazionegiudiziale dei coniugi – Intollerabilità della convivenza – Causa della separazione – Relazione extraconiugale della moglie ed allontanamento dalla casa familiare – Causa di addebito

chiama per separazioni e divorzi, cause ereditarie tra fratelli, responsabiita' medica diritto penale l'avvocato Sergio Armaroli
chiama per separazioni e divorzi, cause ereditarie tra fratelli, responsabiita’ medica diritto penale l’avvocato Sergio Armaroli

Merita accoglimento

la domanda di separazione giudiziale dei coniugi, con addebito alla moglie laddove, dall’ampia ed articolata istruttoria compiuta e dalla documentazione acquisita, risulti provato che la convivenza tra i coniugi sia divenuta intollerabile per la condotta contraria ai doveri coniugali serbata dalla stessa che abbia intrattenuto in costanza di matrimonio una relazione extraconiugale con un altro uomo. Infatti, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza, l’obbligo di fedeltà coniugale costituisce oggetto di una norma di condotta imperativa, la cui violazione, specie se attuata attraverso una stabile relazione extraconiugale, determina normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza e costituisce, di regola, causa della separazione personale addebitabile al coniuge che ne è responsabile, sempre che non si constati la mancanza del nesso di causalità tra l’infedeltà e la crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso e complessivo del comportamento dei coniugi, da cui risulti una preesistente ed irrimediabile rottura tra gli stessi. 

BOLOGNA Separazione giudiziale dei coniugi si risolve? Avvocato esperto - Separazionegiudiziale dei coniugi - Intollerabilità della convivenza - Causa della separazione - Relazione extraconiugale della moglie ed allontanamento dalla casa familiare - Causa di addebito
BOLOGNA Separazione giudiziale dei coniugi si risolve? Avvocato esperto – Separazionegiudiziale dei coniugi – Intollerabilità della convivenza – Causa della separazione – Relazione extraconiugale della moglie ed allontanamento dalla casa familiare – Causa di addebito

In tema di separazione giudiziale,

la domanda di addebito costituisce, ove fondata sulla pretesa violazione dei doveri coniugali, richiesta autonoma rispetto a quella di separazione sic et simpliciter, la cui causa petendi è invece costituita dall’intollerabilità della convivenza, tanto da averla qualificata sin da epoca risalente, allorquando fosse stata proposta dopo quella di separazione, come “domanda nuova” e non già come emendatio libelli.

Ne discende che se deve ritenersi di norma preclusa alla parte ricorrente la facoltà di formulare istanza di addebito oltre il ricorso introduttivo, è riconosciuto il potere di proporla, con la memoria integrativa con la quale soltanto nel passaggio dalla fase processuale sommaria a quella di cognizione ordinaria si ristabilisce appieno la simmetria del contraddittorio e la conseguente pienezza dei diritti di difesa del resistente nel momento in cui si cristallizza il definitivo thema decidendum.

In tema di separazione giudiziale,

la domanda di addebito costituisce, ove fondata sulla pretesa violazione dei doveri coniugali, richiesta autonoma rispetto a quella di separazione sic et simpliciter, la cui causa petendi è invece costituita dall’intollerabilità della convivenza, tanto da averla qualificata sin da epoca risalente, allorquando fosse stata proposta dopo quella di separazione, come “domanda nuova” e non già come emendatio libelli. Ne discende che se deve ritenersi di norma preclusa alla parte ricorrente la facoltà di formulare istanza di addebito oltre il ricorso introduttivo, è riconosciuto il potere di proporla, con la memoria integrativa con la quale soltanto nel passaggio dalla fase processuale sommaria a quella di cognizione ordinaria si ristabilisce appieno la simmetria del contraddittorio e la conseguente pienezza dei diritti di difesa del resistente nel momento in cui si cristallizza il definitivo thema decidendum.

 

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Reati ambientali AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA VICENZA  MILANO TREVISO – Mancata bonifica dei siti – Ricorso fondato sulle stesse ragioni già discusse e ritenute infondate in appello – Carenza di specificità – Inammissibilità – Reato di evento a condotta libera – Inquinamento – Omessa bonifica intesa come condizione obiettiva di punibilità – Zone di interesse ambientale – Reati ambientali – Natura – Reati istantanei con effetti permanenti – Conseguenze reati ambientali
Nelle zone paesisticamente vincolate e’ inibita – in assenza dell’autorizzazione gia’ prevista dalla Legge n. 1497 del 1939, articolo 7, le cui procedure di rilascio sono state innovate dalla Legge n. 431 del 1985, e sono attualmente disciplinate dal Decreto Legislativo n. 42 del 2004, articolo 146 – ogni modificazione dell’assetto del territorio, attuata attraverso qualsiasi opera non soltanto edilizia ma “di qualunque genere” (ad eccezione degli interventi consistenti: nella manutenzione, ordinaria e straordinaria, nel consolidamento statico o restauro conservativo, purche’ non alterino lo stato dei luoghi e l’aspetto esteriore degli edifici; nell’esercizio dell’attivita’ agro-silvo-pastorale, che non comporti alterazione permanente dello stato dei luoghi con costruzioni edilizie od altre opere civili e sempre che si tratti di attivita’ ed opere che non alterino l’assetto idrogeologico; nel taglio colturale, forestazione, riforestazione, opere di bonifica, antincendio e di conservazione da eseguirsi nei boschi e nelle foreste, purche’ previsti ed autorizzati in base alle norme vigenti in materia).

Il principio di offensivita’ deve essere inteso, al riguardo, in termini di apprezzamento non di un danno ambientale, bensi’ dell’attitudine della condotta a porre in pericolo il bene protetto.

reati ambientali

I reati di cui agli articoli 181 e 181, comma 1°-bis , del decreto legislativo 22 gennaio 2004 n. 42 hanno natura di reatidi pericolo sicché, per la loro configurabilità, non è necessario un effettivo pregiudizio per l’ambiente, potendo escludersi dal novero delle condotte penalmente rilevanti soltanto quelle che si prospettano inidonee, pure in astratto, a compromettere i valori del paesaggio e l’aspetto esteriore degli edifici. Ne deriva che nelle zone paesisticamente vincolate è inibita, in assenza di autorizzazione, ogni modificazione dell’assetto del territorio, attuata attraverso qualsiasi opera non soltanto edilizia ma di qualunque genere, a eccezione degli interventi consistenti: nella manutenzione, ordinaria e straordinaria, nel consolidamento statico o restauro conservativo, purché non alterino lo stato dei luoghi e l’aspetto esteriore degli edifici; nell’esercizio dell’attività agrosilvo- pastorale, che non comporti alterazione permanente dello stato dei luoghi con costruzioni edilizie o altre opere civili e sempre che si tratti di attività e opere che non alterino l’assetto idrogeologico; nel taglio colturale, forestazione, riforestazione, opere di bonifica, antincendio e di conservazione da eseguirsi nei boschi e nelle foreste, purché previsti e autorizzati in base alle norme vigenti in materia. (Fattispecie, di integrazione del reato, caratterizzata dalla demolizione e ricostruzione dei muri perimetrali di un fabbricato, con modifiche dei prospetti e della quota del tetto, e dalla costruzione e ricostruzione di muretti nell’area esterna dell’edificio).
Zone di interesse ambientale – Reati ambientali – Natura – Reati istantanei con effetti permanenti – Conseguenze
Il reato di cui all’articolo 1-sexies della legge 8 agosto 1985 n. 431 è “eventualmente permanente”, essendo invece di norma “istantaneo con effetti permanenti”: infatti, si compie normalmente con la modificazione senza la prescritta autorizzazione dell’assetto del territorio tutelato; tuttavia la modificazione, che di norma appunto si compie con un unico atto, può realizzarsi anche mediante una condotta che si protrae nel tempo (come nel caso di una costruzione edilizia) e allora il reato diviene permanente e si consuma con l’esaurimento della condotta incriminata ovvero con la cessazione di questa per altro motivo. 
In tema di reati ambientali l’imputabilita’ dell’inquinamento puo’ avvenire per condotte attive, ma anche per condotte omissive, integrando  l’ipotesi di reato omissivo e la prova puo’ essere data in via diretta o indiretta; in quest’ultimo caso, l’Amministrazione pubblica preposta alla tutela ambientale si puo’ avvalere anche di presunzioni semplici di cui all’articolo 2727 c.c.,
prendendo in considerazione elementi di fatto dai quali possano trarsi indizi gravi precisi e concordanti, che inducano a ritenere verosimile, secondo l’id quod plerumque accidit che si sia verificato un inquinamento e che questo sia attribuibile a determinati autori. In tema di tutela del paesaggio, l’ordine di rimessione in pristino dello stato dei luoghi a spese del condannato può essere impartito dal giudice solo con la sentenza di condanna, onde in caso di dichiarazione di estinzione del reatoper prescrizione, se è stato emesso tale ordine, il giudice dell’impugnazione deve revocarlo, trattandosi di una sanzione amministrativa di tipo ablatorio che trova la propria giustificazione giuridica nella accessorietà alla sentenza di condanna, per cui, se il reato si estingue, tale giustificazione viene meno, fermo restando l’autonomo potere-dovere dell’autorità amministrativa (ex multis, con riferimento all’ordine di remissione in pristino di cui all’art. 181 D.Igs. n. 42/2004, Cass. Sez. 3, n. 51010 del 24/10/2013). (Amb.dir.)
 
 

remissione tacita querela – denuncia querela Bologna

 

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA:"Integra remissione tacita di querela la mancata comparizione alla udienza dibattimentale del querelante previamente ed espressamente avvertito dal giudice che l'eventuale sua assenza sara' interpretata come fatto incompatibile con la volonta' di persistere nella querela
AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA:”Integra remissione tacita di querela la mancata comparizione alla udienza dibattimentale del querelante previamente ed espressamente avvertito dal giudice che l’eventuale sua assenza sara’ interpretata come fatto incompatibile con la volonta’ di persistere nella querela

 

 

  • AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA: , “Integra remissione tacita di querela la mancata comparizione alla udienza dibattimentale del querelante previamente ed espressamente avvertito dal giudice che l’eventuale sua assenza sara’ interpretata come fatto incompatibile con la volonta’ di persistere nella querela- remissione tacita querela
  • La questione rimessa alle Sezioni Unite puo’ essere cosi’ enunciata:
  • “Se nel procedimento davanti al giudice di pace, instaurato a seguito di citazione disposta dal pubblico ministero, configura remissione tacita di querela la mancata comparizione del querelante, previamente ed espressamente avvisato che l’eventuale sua assenza sarebbe stata interpretata come volontà di non insistere nell’istanza di punizione”.
  1. E’ opportuno preliminarmente ricordare che il procedimento davanti al giudice di pace ( D.Lgs. 28 agosto 2000, n. 274 ) puo’ essere instaurato con citazione a giudizio emessa dal pubblico ministero (art. 20) ovvero, per i soli reati perseguibili a querela, con ricorso immediato al giudice della persona offesa (art. 21). Solo nel caso di ricorso immediato è previsto che la mancata comparizione della persona offesa ricorrente, non dipendente da caso fortuito o forza maggiore, determina la improcedibilita’ del ricorso (art. 30, comma 1); mentre, per la eventualita’ che vi siano altre persone offese oltre il ricorrente, è previsto che la mancata comparizione di esse equivale a rinuncia al diritto di querela o alla remissione della querela, se gia’ presentata (art. 29, comma 3).
  • Ai fini della risoluzione della questione oggetto della ordinanza di rimessione, conviene partire dalla osservazione “di chiusura”, espressa, in linea con la giurisprudenza maggioritaria, dalla sentenza Sez. U, n. 46088 del 30/10/2008, Viele, secondo cui la mancata comparizione in udienza del querelante, previamente avvisato che tale condotta sarebbe stata interpretata come volontà di rimettere la querela, configurerebbe una sorta di remissione tacita processuale, non contemplata dalla legge, posto che l’ art. 152 c.p., comma 2, prevede soltanto per la remissione extraprocessuale la forma tacita.
  • 3.1. Va al riguardo considerato che né il codice penale né quello processuale specificano gli atti o i comportamenti, indefinibili a priori, dai quali ricavare una volonta’ di remissione tacita, limitandosi l’ art. 152 c.p. , comma 2, terzo periodo, ad attribuire valore di remissione al compimento da parte del querelante di “fatti incompatibili con la volontà di persistere nella querela”.
  • Invece, le modalita’ della remissione di querela espressa sono definite dall’ art. 340 c.p.p. , che, nel distinguere (comma 1) il caso di dichiarazione ricevuta dall’autorita’ giudiziaria procedente da quello di dichiarazione ricevuta da un ufficiale di polizia giudiziaria, e nel rinviare (comma 2) alle forme piu’ dettagliatamente previste per la rinuncia espressa alla querela ( art. 339 c.p.p. ), implicitamente contempla, nell’ambito della remissione espressa, sia una forma di remissione processuale sia una forma di remissione extraprocessuale.
  • Ne discende che, in base alla disciplina codicistica, deve intendersi remissione processuale solo quella ricevuta dall’autorità giudiziaria procedente a norma dell’ art. 340 c.p.p. , comma 1, e che non sono ammesse modalità di espressione di una volonta’ di rimettere la querela in sede processuale se non quella esternata attraverso una formale dichiarazione ricevuta dall’autorita’ procedente.
  • Va d’altro canto considerato che la remissione della querela presuppone che un procedimento penale sia gia’ avviato, sicché le condotte indicative di una volonta’ di rimettere la querela devono necessariamente essere veicolate verso l’autorita’ giudiziaria, e da questa apprezzate, non importa in quale stato e grado del procedimento.
  • Manifestazioni formali di una volontà di rimettere la querela o fatti “incompatibili con la volonta’ di persistere nella querela” possono dunque pervenire nelle forme più varie all’autorita’ giudiziaria procedente che, al di fuori dei casi di remissione formalmente processuale, potra’ valutare se la condotta o l’atto ricollegabile al querelante possa valere come remissione extraprocessuale espressa o tacita.
  • Riassumendo, la remissione processuale va identificata in una formale espressione della volonta’ della parte querelante che interviene nel processo, direttamente o a mezzo di procuratore speciale, ricevuta dall’autorità giudiziaria che procede. In ogni altro caso la condotta significativa di una volonta’ di rimettere la querela va valutata come extraprocessuale, dovendosi distinguere il luogo della manifestazione della volonta’-comportamento dal luogo di apprezzamento della efficacia dello stesso, essendo quest’ultimo invariabilmente “processuale”.
  • Una tale conclusione è in linea con l’insegnamento di un sommo studioso del diritto penale dello scorso secolo, secondo cui la remissione è di natura extraprocessuale qualora avvenga “con atti compiuti fuori del processo o con fatti che non costituiscono atti processuali”, pur dovendo l’effetto estintivo del reato “essere riconosciuto e dichiarato nel processo”.
  • . Deve dunque ritenersi che la condotta considerata nel presente processo, costituita dal non essere il querelante comparso in udienza a seguito dell’avvertimento che ciò sarebbe stato considerato volonta’ implicita di rimessione della querela, può bene essere inquadrata nel concetto di fatto di natura extraprocessuale incompatibile con la volonta’ di persistere nella querela, a norma dell’ art. 152 c.p., comma 2, terzo periodo.
  • Occorre pero’ stabilire se legittimamente puo’ essere attribuito un simile valore di remissione tacita della querela alla mancata comparizione in dibattimento del querelante, previamente avvertito dal giudice (di pace) che tale condotta sarebbe stata considerata in tal senso. Un significato, dunque, non collegato alla mera mancata comparizione del querelante davanti al giudice ma alla combinazione di tale condotta omissiva con il previo formale avvertimento del significato che ad essa sarebbe stato attribuito.
  • Parte della giurisprudenza, e in primo luogo la citata Sez. U, Viele – a prescindere dalla notazione secondo cui si tratterebbe di una inammissibile remissione tacita processuale (argomento, per quello che si e’ detto, non condivisibile) -, osserva che la mancata comparizione del querelante potrebbe rilevare esclusivamente nel caso di ricorso immediato al giudice, D.Lgs. n. 274 del 2000 , ex art. 21, perche’ solo ad esso si riferisce la disposizione dell’art. 30, comma 1, Decr. cit., che ricollega alla mancata comparizione della persona offesa un effetto di improcedibilità del ricorso (e ciò senza necessita’ di alcun previo avviso circa tale conseguenza).
  • La sentenza Viele aggiunge che, comunque, un siffatto avvertimento del giudice dovrebbe considerarsi tamquam non esset, poiché, pur costituendo prerogativa e dovere del giudice di pace il tentativo di conciliazione, non sarebbe “dato al giudice, in mancanza di espressa previsione normativa, di fissare e predeterminare egli stesso una specifica condotta che debba poi essere ineluttabilmente (…) interpretata come sicura accettazione di quel tentativo, ne’ le conseguenze sanzionatorie che scaturirebbero dall’inottemperanza all’invito conciliativo”.
  • Anche questo rilievo non può essere condiviso.
  •  E’ ben vero che un simile avvertimento alla persona offesa querelante non è contemplato espressamente nel procedimento davanti al giudice di pace nei casi di citazione a giudizio emessa dal pubblico ministero (D. Lgs. n. 274 del 2000, art. 20); ma tale iniziativa non è dissonante rispetto alla generale fisionomia del procedimento, che prevede, all’art. 2, comma 2, l’impegno del giudice di pace di “favorire, per quanto possibile, la conciliazione tra le parti”, ed è in linea con la specifica previsione dell’art. 29, comma 4 (che vale per entrambi i riti di introduzione della udienza) secondo cui il giudice, proprio con riferimento al caso di reato perseguibile a querela, “promuove la conciliazione tra le parti”.
  • Nella finalita’ di promuovere la conciliazione tra le parti, nei casi di reati perseguibili a querela (che costituisce un preciso dovere del giudice di pace: cfr. Legge-Delega 24 novembre 1999, n. 468, art. 17, comma 1, lett. g), è attribuita al giudice un’ampia scelta di iniziative: tra l’altro, egli “può rinviare l’udienza per un periodo non superiore a due mesi e, ove occorra, può avvalersi anche dell’attivita’ di mediazione di centri e strutture pubbliche e private presenti sul territorio” (art. 29, comma 4, cit.).
  • In tali casi, l’attività di conciliazione, se fruttuosa, può sfociare (art. 29, comma 5) nella formale remissione della querela e nella formale “accettazione” di questa (più propriamente, ex art. 155 c.p. , “mancanza di ricusa” della remissione), per le quali, evidentemente, si richiede necessariamente la presenza del querelante e del querelato che non si siano già attivati in tal senso.
  • Ma, proprio in considerazione della previsione di un inderogabile dovere del giudice di pace di favorire la conciliazione tra le parti nei casi di reati perseguibili a querela, ben puo’ essere riconosciuta al giudice stesso la scelta delle modalità più opportune per perseguire tale obiettivo, se del caso rendendo avvertite le parti della valutazione che potrebbe essere attribuita a una loro condotta passiva: volontà tacita del querelante di rimessione e mancanza di volontà di ricusa del querelato.
  • Una analoga iniziativa giudiziale, proprio in una fattispecie di procedimento davanti al giudice di pace, è stata del resto riconosciuta dalle Sezioni Unite (sent. n. 27610 del 25/05/2011, Marano, Rv. 250201) come legittima e idonea a rendere avvertito il querelato che la sua mancata comparizione sarebbe stata interpretata come assenza di volonta’ di ricusa della remissione; e, al di là delle differenze sul piano psicologico e strutturale che caratterizzano la volonta’ di remissione della querela e la mancanza di ricusa della remissione, efficacemente evidenziate nella citata sentenza, non vi sono ragioni per non estendere una simile conclusione anche alla posizione del querelante.
  • Deve dunque ritenersi che non contrasta con il tenore formale della disciplina ed è anzi in linea con la sua complessiva ratio la conclusione secondo cui nell’ambito del procedimento davanti al giudice di pace per reati perseguibili a querela, anche nel caso di procedimento instaurato su citazione del p.m., stante il dovere del giudice di promuovere la conciliazione tra le parti, dalla mancata comparizione della persona offesa che sia stata previamente e specificamente avvertita delle relative conseguenze deriva l’effetto di una tacita volonta’ di remissione di querela.
  • Resta naturalmente fermo che, nel caso in cui il procedimento sia stato instaurato dal p.m. D. Lgs. n. 274 del 2000 , ex art. 20, la mancata comparizione della persona offesa alla udienza di comparizione, in difetto di un previo e specifico avvertimento del giudice, non può di per sé essere interpretata come tacita volontà di remissione della querela.
  • La mancata comparizione della persona offesa in caso di reati perseguibili a querela deve però ricevere una disciplina che va al di là dei procedimenti davanti al giudice di pace.
  • Già l’ art. 555 c.p.p. , comma 3, con riferimento ai reati a citazione diretta, prevede che nella udienza di comparizione il giudice, “quando il reato e’ perseguibile a querela, verifica se il querelante è disposto a rimettere la querela e il querelato ad accettare la remissione”.
  • Da ultimo, con l’introduzione dell’art. 90 bis c.p.p., ad opera del d.lgs. 15 dicembre 2015, n. 212 (attuativo della direttiva 2012/29/UE in tema di norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato), il legislatore, nel quadro della valorizzazione delle esigenze informative della persona offesa, ha previsto al comma 1, lett. n), che ad essa, sin dal primo contatto con l’autorità procedente, sia data informazione in merito “alla possibilità che il procedimento sia definito con remissione di querela di cui all’ art. 152 c.p., ove possibile, o attraverso la mediazione”.
  • In tale contesto normativo, teso a rafforzare le esigenze informative delle vittime dei reati, alle quali vanno peraltro specularmente assegnati altrettanti oneri di partecipazione al processo, va certamente considerata come legittima ed anzi auspicabile – una prassi alla stregua della quale il giudice, nel disporre la citazione delle parti, abbia cura di inserire un avvertimento alla persona offesa e al querelato circa la valutazione in termini di remissione della querela della mancata comparizione del querelante e di mancanza di ricusa della remissione della mancata comparizione del querelato.
  • Una simile opportuna iniziativa appare anche in sintonia con il rispetto del principio della ragionevole durata del processo, di cui all’ art. 111, secondo comma, Cost. , favorendo definizioni del procedimento che passino attraverso la verifica dell’assenza di un perdurante interesse della persona offesa all’accertamento delle responsabilità penali e precludano sin dalle prime battute lo svolgimento di sterili attivita’ processuali destinate a concludersi comunque con un esito di improcedibilita’ dell’azione penale o di estinzione del reato.
  • Deve dunque essere enunciato il seguente principio di diritto:
  • “Integra remissione tacita di querela la mancata comparizione alla udienza dibattimentale del querelante previamente ed espressamente avvertito dal giudice che l’eventuale sua assenza sarà interpretata come fatto incompatibile con la volontà di persistere nella querela”.

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BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

 

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso il Procuratore generale presso la Corte di appello di Lecce, sez. dist. di Taranto, deducendo violazione di legge, in forza del principio affermato da Sez. U, n. 46088 del 30/10/2008, Viele, Rv. 241357, secondo cui nel procedimento davanti al giudice di pace instaurato a seguito di citazione disposta dal pubblico ministero, Decreto Legislativo n. 274 del 2000, ex articolo 20, la mancata comparizione del querelante – pur previamente avvisato che la sua assenza sarebbe stata ritenuta concludente nel senso della remissione tacita della querela – non costituisce fatto incompatibile con la volonta’ di persistere nella stessa si’ da integrare la remissione tacita, ai sensi dell’articolo 152 c.p., comma 2.

– nel procedimento davanti al giudice di pace, l’effetto di improcedibilita’ dell’azione penale, collegato dal Decreto Legislativo n. 274 del 2000, articolo 30, comma 1, alla mancata comparizione del querelante che abbia regolarmente ricevuto il decreto di convocazione in udienza, si produce, per chiara indicazione normativa, solo nel caso in cui si proceda a seguito di ricorso immediato della persona offesa ex articolo 21;

– nella ipotesi di processo instaurato con citazione a giudizio emessa dal p.m., ex articolo 20, nulla di simile e’ previsto dalla legge, e dalla mancata comparizione della persona offesa, pur se informata del significato che a tale assenza il giudice potrebbe conferire, non puo’ desumersi la tacita volonta’ del querelante di rimettere la querela, trattandosi di un comportamento compatibile con la determinazione di insistere nella originaria istanza punitiva;

 

 

 

Corte di Cassazione|Sezione U|Penale|Sentenza|21 luglio 2016| n. 31668

AZIONE PENALE – QUERELA 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CANZIO Giovanni – Presidente

Dott. IPPOLITO Francesco – Consigliere

Dott. CONTI Giovanni – rel. Consigliere

Dott. PAOLONI Giacomo – Consigliere

Dott. BRUNO Paolo Antonio – Consigliere

Dott. BLAIOTTA Rocco Marco – Consigliere

Dott. DIOTALLEVI Giovanni – Consigliere

Dott. PICCIALLI Patrizia – Consigliere

Dott. RAMACCI Luca – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Lecce, sez. dist. di Taranto;

nel procedimento a carico di:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 07/03/2014 del Giudice di pace di Taranto;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal componente Giovanni Conti;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Dott. STABILE Carmine, che ha concluso chiedendo l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata limitatamente al reato di ingiuria perche’ il fatto non e’ previsto dalla legge come reato e l’annullamento con rinvio limitatamente al reato di minaccia.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza del 7 marzo 2014, il Giudice di pace di Taranto ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di (OMISSIS) in ordine ai delitti di ingiuria e minaccia in danno di (OMISSIS) perche’ estinti per remissione di querela, sul presupposto in diritto che l’assenza in udienza, tanto della persona offesa (previamente avvertita dal giudice che la sua mancata comparizione sarebbe stata considerata come volonta’ di conciliare la lite e, quindi, di rimettere la querela) quanto dell’imputato (parimenti avvertito che la sua assenza sarebbe stata considerata come accettazione della remissione della querela), significasse tacita espressione, rispettivamente, di remissione della querela e di accettazione della medesima.
  2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso il Procuratore generale presso la Corte di appello di Lecce, sez. dist. di Taranto, deducendo violazione di legge, in forza del principio affermato da Sez. U, n. 46088 del 30/10/2008, Viele, Rv. 241357, secondo cui nel procedimento davanti al giudice di pace instaurato a seguito di citazione disposta dal pubblico ministero, Decreto Legislativo n. 274 del 2000, ex articolo 20, la mancata comparizione del querelante – pur previamente avvisato che la sua assenza sarebbe stata ritenuta concludente nel senso della remissione tacita della querela – non costituisce fatto incompatibile con la volonta’ di persistere nella stessa si’ da integrare la remissione tacita, ai sensi dell’articolo 152 c.p., comma 2.
  3. Con ordinanza del 21 marzo – 6 maggio 2016, la Quinta Sezione penale ne ha disposto la rimessione alle Sezioni Unite, in ragione del riprodursi di un contrasto giurisprudenziale sulla questione esaminata dalla sentenza Viele.

3.1. L’ordinanza di rimessione cosi’ riassume gli argomenti su cui si era fondata la predetta sentenza:

– nel procedimento davanti al giudice di pace, l’effetto di improcedibilita’ dell’azione penale, collegato dal Decreto Legislativo n. 274 del 2000, articolo 30, comma 1, alla mancata comparizione del querelante che abbia regolarmente ricevuto il decreto di convocazione in udienza, si produce, per chiara indicazione normativa, solo nel caso in cui si proceda a seguito di ricorso immediato della persona offesa ex articolo 21;

– nella ipotesi di processo instaurato con citazione a giudizio emessa dal p.m., ex articolo 20, nulla di simile e’ previsto dalla legge, e dalla mancata comparizione della persona offesa, pur se informata del significato che a tale assenza il giudice potrebbe conferire, non puo’ desumersi la tacita volonta’ del querelante di rimettere la querela, trattandosi di un comportamento compatibile con la determinazione di insistere nella originaria istanza punitiva;

– in ogni caso, il comportamento omissivo del querelante configurerebbe una sorta di remissione tacita processuale, non contemplata dalla legge, posto che l’articolo 152 c.p., comma 2, prevede soltanto per la remissione extraprocessuale la forma tacita, da individuare in comportamenti del querelante incompatibili con la volonta’ di persistere nella querela.

3.2. Tale impostazione, si osserva, e’ stata seguita per lungo tempo dalla giurisprudenza di legittimita’; ma in epoca piu’ recente, anche traendosi spunto da Sez. U, n. 43264 del 16/07/2015, Steger, Rv. 264547, in tema di dichiarazione di particolare tenuita’ del fatto, ritenuta consentita in caso di mancata comparizione della persona offesa ritualmente citata, si e’ venuta a formare una linea interpretativa tesa a superare le conclusioni delle Sezioni Unite Viele.

3.3. Si ascrivono a tale nuovo indirizzo tre sentenze, tutte della Quinta Sezione: le coeve sentenze n. 8638 del 22/12/2015, dep. 2016, Pepkola, Rv. 265972, e n. 12186 del 22/12/2015, dep. 2016, D’Orazio, Rv. 266374; la sentenza n. 12417 del 01/02/2016, Onorato, non mass.

3.4. L’ordinanza di rimessione, a conferma di un contrasto non sopito, da’ peraltro conto di una ancor piu’ recente sentenza della Quinta Sezione (n. 12187 del 08/03/2016, Miranda, Rv. 266331), che si e’ rifatta ai principi enunciati dalle Sezioni Unite Viele e ha confutato la validita’ degli argomenti espressi nelle decisioni sopra indicate.

  1. Con decreto in data 9 maggio 2016 il Primo Presidente ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza pubblica.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. La questione rimessa alle Sezioni Unite puo’ essere cosi’ enunciata:

“Se nel procedimento davanti al giudice di pace, instaurato a seguito di citazione disposta dal pubblico ministero, configura remissione tacita di querela la mancata comparizione del querelante, previamente ed espressamente avvisato che l’eventuale sua assenza sarebbe stata interpretata come volonta’ di non insistere nell’istanza di punizione”.

  1. E’ opportuno preliminarmente ricordare che il procedimento davanti al giudice di pace (Decreto Legislativo 28 agosto 2000, n. 274) puo’ essere instaurato con citazione a giudizio emessa dal pubblico ministero (articolo 20) ovvero, per i soli reati perseguibili a querela, con ricorso immediato al giudice della persona offesa (articolo 21). Solo nel caso di ricorso immediato e’ previsto che la mancata comparizione della persona offesa ricorrente, non dipendente da caso fortuito o forza maggiore, determina la improcedibilita’ del ricorso (articolo 30, comma 1); mentre, per la eventualita’ che vi siano altre persone offese oltre il ricorrente, e’ previsto che la mancata comparizione di esse equivale a rinuncia al diritto di querela o alla remissione della querela, se gia’ presentata (articolo 29, comma 3).
  2. Ai fini della risoluzione della questione oggetto della ordinanza di rimessione, conviene partire dalla osservazione “di chiusura”, espressa, in linea con la giurisprudenza maggioritaria, dalla sentenza Sez. U, n. 46088 del 30/10/2008, Viele, secondo cui la mancata comparizione in udienza del querelante, previamente avvisato che tale condotta sarebbe stata interpretata come volonta’ di rimettere la querela, configurerebbe una sorta di remissione tacita processuale, non contemplata dalla legge, posto che l’articolo 152 c.p., comma 2, prevede soltanto per la remissione extraprocessuale la forma tacita.

3.1. Va al riguardo considerato che ne’ il codice penale ne’ quello processuale specificano gli atti o i comportamenti, indefinibili a priori, dai quali ricavare una volonta’ di remissione tacita, limitandosi l’articolo 152 c.p., comma 2, terzo periodo, ad attribuire valore di remissione al compimento da parte del querelante di “fatti incompatibili con la volonta’ di persistere nella querela”.

Invece, le modalita’ della remissione di querela espressa sono definite dall’articolo 340 c.p.p., che, nel distinguere (comma 1) il caso di dichiarazione ricevuta dall’autorita’ giudiziaria procedente da quello di dichiarazione ricevuta da un ufficiale di polizia giudiziaria, e nel rinviare (comma 2) alle forme piu’ dettagliatamente previste per la rinuncia espressa alla querela (articolo 339 c.p.p.), implicitamente contempla, nell’ambito della remissione espressa, sia una forma di remissione processuale sia una forma di remissione extraprocessuale.

Ne discende che, in base alla disciplina codicistica, deve intendersi remissione processuale solo quella ricevuta dall’autorita’ giudiziaria procedente a norma dell’articolo 340 c.p.p., comma 1, e che non sono ammesse modalita’ di espressione di una volonta’ di rimettere la querela in sede processuale se non quella esternata attraverso una formale dichiarazione ricevuta dall’autorita’ procedente.

3.2. Va d’altro canto considerato che la remissione della querela presuppone che un procedimento penale sia gia’ avviato, sicche’ le condotte indicative di una volonta’ di rimettere la querela devono necessariamente essere veicolate verso l’autorita’ giudiziaria, e da questa apprezzate, non importa in quale stato e grado del procedimento.

Manifestazioni formali di una volonta’ di rimettere la querela o fatti “incompatibili con la volonta’ di persistere nella querela” possono dunque pervenire nelle forme piu’ varie all’autorita’ giudiziaria procedente che, al di fuori dei casi di remissione formalmente processuale, potra’ valutare se la condotta o l’atto ricollegabile al querelante possa valere come remissione extraprocessuale espressa o tacita.

3.3. Riassumendo, la remissione processuale va identificata in una formale espressione della volonta’ della parte querelante che interviene nel processo, direttamente o a mezzo di procuratore speciale, ricevuta dall’autorita’ giudiziaria che procede. In ogni altro caso la condotta significativa di una volonta’ di rimettere la querela va valutata come extraprocessuale, dovendosi distinguere il luogo della manifestazione della volonta’-comportamento dal luogo di apprezzamento della efficacia dello stesso, essendo quest’ultimo invariabilmente “processuale”.

Una tale conclusione e’ in linea con l’insegnamento di un sommo studioso del diritto penale dello scorso secolo, secondo cui la remissione e’ di natura extraprocessuale qualora avvenga “con atti compiuti fuori del processo o con fatti che non costituiscono atti processuali”, pur dovendo l’effetto estintivo del reato “essere riconosciuto e dichiarato nel processo”.

3.4. Deve dunque ritenersi che la condotta considerata nel presente processo, costituita dal non essere il querelante comparso in udienza a seguito dell’avvertimento che cio’ sarebbe stato considerato volonta’ implicita di rimessione della querela, puo’ bene essere inquadrata nel concetto di fatto di natura extraprocessuale incompatibile con la volonta’ di persistere nella querela, a norma dell’articolo 152 c.p., comma 2, terzo periodo.

  1. Occorre pero’ stabilire se legittimamente puo’ essere attribuito un simile valore di remissione tacita della querela alla mancata comparizione in dibattimento del querelante, previamente avvertito dal giudice (di pace) che tale condotta sarebbe stata considerata in tal senso. Un significato, dunque, non collegato alla mera mancata comparizione del querelante davanti al giudice ma alla combinazione di tale condotta omissiva con il previo formale avvertimento del significato che ad essa sarebbe stato attribuito.

4.1. Parte della giurisprudenza, e in primo luogo la citata Sez. U, Viele – a prescindere dalla notazione secondo cui si tratterebbe di una inammissibile remissione tacita processuale (argomento, per quello che si e’ detto, non condivisibile) -, osserva che la mancata comparizione del querelante potrebbe rilevare esclusivamente nel caso di ricorso immediato al giudice, Decreto Legislativo n. 274 del 2000, ex articolo 21, perche’ solo ad esso si riferisce la disposizione dell’articolo 30, comma 1, Decr. cit., che ricollega alla mancata comparizione della persona offesa un effetto di improcedibilita’ del ricorso (e cio’ senza necessita’ di alcun previo avviso circa tale conseguenza).

La sentenza Viele aggiunge che, comunque, un siffatto avvertimento del giudice dovrebbe considerarsi tamquam non esset, poiche’, pur costituendo prerogativa e dovere del giudice di pace il tentativo di conciliazione, non sarebbe “dato al giudice, in mancanza di espressa previsione normativa, di fissare e predeterminare egli stesso una specifica condotta che debba poi essere ineluttabilmente (…) interpretata come sicura accettazione di quel tentativo, ne’ le conseguenze sanzionatorie che scaturirebbero dall’inottemperanza all’invito conciliativo”.

Anche questo rilievo non puo’ essere condiviso.

4.2. E’ ben vero che un simile avvertimento alla persona offesa querelante non e’ contemplato espressamente nel procedimento davanti al giudice di pace nei casi di citazione a giudizio emessa dal pubblico ministero (Decreto Legislativo n. 274 del 2000, articolo 20); ma tale iniziativa non e’ dissonante rispetto alla generale fisionomia del procedimento, che prevede, all’articolo 2, comma 2, l’impegno del giudice di pace di “favorire, per quanto possibile, la conciliazione tra le parti”, ed e’ in linea con la specifica previsione dell’articolo 29, comma 4 (che vale per entrambi i riti di introduzione della udienza) secondo cui il giudice, proprio con riferimento al caso di reato perseguibile a querela, “promuove la conciliazione tra le parti”.

Nella finalita’ di promuovere la conciliazione tra le parti, nei casi di reati perseguibili a querela (che costituisce un preciso dovere del giudice di pace: cfr. Legge-Delega 24 novembre 1999, n. 468, articolo 17, comma 1, lettera g), e’ attribuita al giudice un’ampia scelta di iniziative: tra l’altro, egli “puo’ rinviare l’udienza per un periodo non superiore a due mesi e, ove occorra, puo’ avvalersi anche dell’attivita’ di mediazione di centri e strutture pubbliche e private presenti sul territorio” (articolo 29, comma 4, cit.).

In tali casi, l’attivita’ di conciliazione, se fruttuosa, puo’ sfociare (articolo 29, comma 5) nella formale remissione della querela e nella formale “accettazione” di questa (piu’ propriamente, ex articolo 155 c.p., “mancanza di ricusa” della remissione), per le quali, evidentemente, si richiede necessariamente la presenza del querelante e del querelato che non si siano gia’ attivati in tal senso.

Ma, proprio in considerazione della previsione di un inderogabile dovere del giudice di pace di favorire la conciliazione tra le parti nei casi di reati perseguibili a querela, ben puo’ essere riconosciuta al giudice stesso la scelta delle modalita’ piu’ opportune per perseguire tale obiettivo, se del caso rendendo avvertite le parti della valutazione che potrebbe essere attribuita a una loro condotta passiva: volonta’ tacita del querelante di rimessione e mancanza di volonta’ di ricusa del querelato.

Una analoga iniziativa giudiziale, proprio in una fattispecie di procedimento davanti al giudice di pace, e’ stata del resto riconosciuta dalle Sezioni Unite (sent. n. 27610 del 25/05/2011, Marano, Rv. 250201) come legittima e idonea a rendere avvertito il querelato che la sua mancata comparizione sarebbe stata interpretata come assenza di volonta’ di ricusa della remissione; e, al di la’ delle differenze sul piano psicologico e strutturale che caratterizzano la volonta’ di remissione della querela e la mancanza di ricusa della remissione, efficacemente evidenziate nella citata sentenza, non vi sono ragioni per non estendere una simile conclusione anche alla posizione del querelante.

Deve dunque ritenersi che non contrasta con il tenore formale della disciplina ed e’ anzi in linea con la sua complessiva ratio la conclusione secondo cui nell’ambito del procedimento davanti al giudice di pace per reati perseguibili a querela, anche nel caso di procedimento instaurato su citazione del p.m., stante il dovere del giudice di promuovere la conciliazione tra le parti, dalla mancata comparizione della persona offesa che sia stata previamente e specificamente avvertita delle relative conseguenze deriva l’effetto di una tacita volonta’ di remissione di querela.

Resta naturalmente fermo che, nel caso in cui il procedimento sia stato instaurato dal p.m. Decreto Legislativo n. 274 del 2000, ex articolo 20, la mancata comparizione della persona offesa alla udienza di comparizione, in difetto di un previo e specifico avvertimento del giudice, non puo’ di per se’ essere interpretata come tacita volonta’ di remissione della querela.

  1. La mancata comparizione della persona offesa in caso di reati perseguibili a querela deve pero’ ricevere una disciplina che va al di la’ dei procedimenti davanti al giudice di pace.

Gia’ l’articolo 555 c.p.p., comma 3, con riferimento ai reati a citazione diretta, prevede che nella udienza di comparizione il giudice, “quando il reato e’ perseguibile a querela, verifica se il querelante e’ disposto a rimettere la querela e il querelato ad accettare la remissione”.

Da ultimo, con l’introduzione dell’articolo 90 bis c.p.p., ad opera del d.lgs. 15 dicembre 2015, n. 212 (attuativo della direttiva 2012/29/UE in tema di norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato), il legislatore, nel quadro della valorizzazione delle esigenze informative della persona offesa, ha previsto al comma 1, lettera n), che ad essa, sin dal primo contatto con l’autorita’ procedente, sia data informazione in merito “alla possibilita’ che il procedimento sia definito con remissione di querela di cui all’articolo 152 c.p., ove possibile, o attraverso la mediazione”.

In tale contesto normativo, teso a rafforzare le esigenze informative delle vittime dei reati, alle quali vanno peraltro specularmente assegnati altrettanti oneri di partecipazione al processo, va certamente considerata come legittima ed anzi auspicabile – una prassi alla stregua della quale il giudice, nel disporre la citazione delle parti, abbia cura di inserire un avvertimento alla persona offesa e al querelato circa la valutazione in termini di remissione della querela della mancata comparizione del querelante e di mancanza di ricusa della remissione della mancata comparizione del querelato.

Una simile opportuna iniziativa appare anche in sintonia con il rispetto del principio della ragionevole durata del processo, di cui all’articolo 111, secondo comma, Cost., favorendo definizioni del procedimento che passino attraverso la verifica dell’assenza di un perdurante interesse della persona offesa all’accertamento delle responsabilita’ penali e precludano sin dalle prime battute lo svolgimento di sterili attivita’ processuali destinate a concludersi comunque con un esito di improcedibilita’ dell’azione penale o di estinzione del reato.

  1. Deve dunque essere enunciato il seguente principio di diritto:

“Integra remissione tacita di querela la mancata comparizione alla udienza dibattimentale del querelante previamente ed espressamente avvertito dal giudice che l’eventuale sua assenza sara’ interpretata come fatto incompatibile con la volonta’ di persistere nella querela”.

  1. Nel caso in esame, come gia’ precisato, risulta dagli atti che nel corso del procedimento davanti al Giudice di pace di Taranto, relativo a reati perseguibili a querela, sia la persona offesa (OMISSIS) sia l’imputato (OMISSIS) non comparirono in udienza, dopo essere stati avvertiti dal Giudice che la loro mancata comparizione sarebbe stata interpretata rispettivamente come volonta’ di remissione della querela e di accettazione di essa.

Correttamente, dunque, e’ stata pronunciata sentenza di non doversi procedere per intervenuta estinzione dei reati per remissione della querela.

Consegue il rigetto del ricorso proposto dal Pubblico ministero.

P.Q.M.

bancarotta fraudolenta patrimoniale

 

 

SOLUZIONE MILANO VICENZA PAVIA BERGAMO MONZA della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale :non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento elementi costitutivi del reato (Sez. U., 25/01/1958, Mezzo; Sez. U, n. 24468 del 26/02/2009, Rizzoli; Sez. U, n. 36551 del 15/07/2010, Carelli; Sez. U, n. 21039 del 27/01/2011, P.M. in proc. Loy, nonchè, ex plurimis, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014,

Secondo l’indirizzo giurisprudenziale del tutto consolidato, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento (Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793/14 del 05/12/2013, Marafioti, Rv. 260199; Sez. 5, n. 232 del 09/10/2012, Sistro, Rv. 254061) e, d’altro canto, il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato di pericolo a dolo generico per la cui sussistenza, pertanto, non è necessario che l’agente abbia consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè che abbia agito allo scopo di recare pregiudizio ai creditori (Sez. 5, n. 3229/13 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 21846 del 13/02/2014, Bergamaschi, Rv. 260407; Sez. 5, n. 44933 del 26/09/2011, Pisani, Rv. 251214). bancarotta fraudolenta patrimoniale

Le pronunce appena richiamate hanno ribadito il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, dal quale, in modo del tutto isolato, si era discostata Sez. 5, n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta, Rv. 253493, affermando che, nel reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento, in qualità di evento del reato, deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e deve essere, altresì, sorretto dall’elemento soggettivo del dolo. Come questa Corte ha avuto modo più volte di osservare, molteplici sono gli argomenti che confermano l’orientamento consolidato, mettendo in luce i vari profili di infondatezza della ricostruzione offerta dalla sentenza Corvetta, argomenti che, in questa sede, è sufficiente ripercorrere in parte e in estrema sintesi (tanto più che, come si vedrà, l’impostazione della sentenza Corvetta ha trovato, di recente, nuova smentita in Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli): il dato normativo, per il quale la rilevanza del rapporto causale tra condotta e dissesto è previsto per le sole fattispecie di bancarotta impropria L. Fall. , ex art. 223, comma 2; il carattere di mero paralogismo dell’affermazione che il fallimento è l’evento del reato; la del tutto problematica ipotizzabilità di un rapporto causale tra dissesto e fatti di bancarotta documentale (cfr., tra le altre, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi; Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò; Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi).

4.2. Ribadito, dunque, il consolidato assetto del rapporto tra fatto di bancarotta fraudolenta patrimoniale e sentenza dichiarativa di fallimento delineato dalla giurisprudenza di legittimità, esso, nei termini di seguito meglio precisati, non determina, nè sotto il profilo oggettivo del reato, nè sotto quello soggettivo, alcun vulnus ai principi costituzionali dell’illecito penale.

Confermando indirizzo che disattende la ricostruzione di detto rapporto accolta dalla sentenza Corvetta, le Sezioni unite di questa Corte hanno di recente ribadito che, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività, sicchè, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, i fatti di distrazione assumono rilievo in qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804). La rilevanza sub specie di bancarotta fraudolenta patrimoniale del fatto di distrazione indipendentemente dalla distanza temporale che lo separa dalla sentenza dichiarativa di fallimento non comporta, peraltro, nè l’indifferenza tout court di tale dato temporale, nè la ricostruzione della fattispecie in esame in termini, sostanzialmente, di reato di pericolo presunto.

Per un verso, infatti, “la disciplina relativa alla bancarotta fraudolenta patrimoniale è in grado, nella sua concreta applicazione, di selezionare i comportamenti in ragione del tempo che li separa dalla pronuncia giudiziale, dovendo il giudice pur sempre dar conto dell’effettiva offesa alla massa dei creditori (oggetto della tutela penale), quale portato del comportamento illecito (anche mediato e consequenziale, derivato dalla perdita di ricchezza e non compensato medio tempore da alcun riequilibrio economico)” (così, in motivazione, Sez. 5, n. 523/07 del 22/11/2006, Cito, Rv. 235694, in una fattispecie in cui “pur cronologicamente lontana dalla sentenza dichiarativa di fallimento, la sottrazione di ricchezza si ripercosse nel tempo direttamente sull’impoverimento dell’asse patrimoniale, con diretto danno per la massa creditoria”).

Per altro verso, è la concreta messa in pericolo della “conservazione dell’integrità del patrimonio dell’impresa, costituente la garanzia per i creditori della medesima” (Corte Cost., ord. n. 268 del 1989) che funge da parametro dell’applicazione della norma incriminatrice; invero, “l’offesa provocata dal reato non può ridursi al mero impoverimento dell’asse patrimoniale dell’impresa, ma si restringe alla diminuzione della consistenza patrimoniale idonea a danneggiare le aspettative dei creditori” (Sez. 5, n. 16388 del 23/03/2011, Barbato, Rv. 250108, in motivazione). Un’offesa che, nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, è configurata secondo il paradigma del pericolo concreto: invero, la natura di reato di pericolo concreto “comporta che ogni condotta idonea concretamente – a pregiudicare la garanzia dei creditori rientra nel fuoco della norma” (Sez. 5, n. 18210 del 03/03/2015, Borella; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 13590 del 24/02/2015, Nardelli). Infatti, come messo in luce, all’esito di un’approfondita disamina della giurisprudenza di questa Corte e sulla base di coordinate interpretative condivise dal Collegio, da Sez. 5, n. 17819 del 24/03/2017, Palitta, “l’offensività della condotta è limitata ai fatti che creano un pericolo concreto”, ossia allorquando possa affermarsi che “la diminuzione della consistenza patrimoniale comporta uno squilibrio tra attività e passività”, risultando, pertanto, l’atto depauperativo idoneo a “creare un vulnus all’integrità della garanzia dei creditori in caso di apertura della procedura concorsuale“. Nella medesima linea interpretativa, si è affermato che la bancarotta fraudolenta patrimoniale è reato di pericolo concreto (Sez. 5, n. 38325 del 03/10/2013, Ferro, Rv. 260378, in motivazione; conf. Sez. 5, n. 33181 del 13/03/2014, Gatti Kraus; Sez. 5, n. 33527 del 19/02/2015, Giacomini; Sez. 5, n. 19548 del 09/01/2015, Merodi), rispetto al quale l’esito concorsuale va inteso come “come prospettiva nella quale deve essere valutata l’effettiva offensività della condotta” (Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi, in motivazione): prospettiva, questa, che, per non svilire la capacità selettiva della configurazione della fattispecie come reato di pericolo concreto, non può prescindere dalla valutazione dell’attitudine del fatto distrattivo ad incidere sulla garanzia dei creditori alla luce della specifica, complessiva condizione in cui versa l’impresa.

Espressione del riconoscimento alla bancarotta fraudolenta patrimoniale della natura di reato di pericolo concreto è, del resto, il costante indirizzo di questa Corte in tema di bancarotta “riparata”, che si configura, determinando l’insussistenza dell’elemento materiale del reato, quando la sottrazione dei beni venga annullata da un’attività di segno contrario, che reintegri il patrimonio dell’impresa prima della soglia cronologica costituita dalla dichiarazione di fallimento, così annullando il pregiudizio per i creditori o anche solo la potenzialità di un danno (Sez. 5, n. 52077 del 04/11/2014, Lelli, Rv. 261347), sicchè l’attività di segno contrario che annulli la sottrazione deve reintegrare il patrimonio dell’impresa prima della dichiarazione di fallimento, evitando che il pericolo per la garanzia dei creditori acquisisca effettiva concretezza (Sez. 5, n. 50289 del 07/07/2015, P.M. in proc. Mollica, Rv. 265903).

 

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Sentenza 23 giugno – 1 agosto 2017, n. 38396

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VESSICHELLI Maria – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. SETTEMBRE Antonio – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CAPUTO Angelo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso presentato da:

S.S., nata a (OMISSIS);

F.A., nato a (OMISSIS);

avverso fa sentenza della Corte 1i appello di Bari del 08/10/2015;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita nella pubblica udienza del 23/06/2017 la relazione svolta dal Cons. Angelo Caputo;

udito altresì nella medesima udienza il Sostituto Procuratore generale della Repubblica presso questa Corte di cassazione dott. G. Di Leo, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi.

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza deliberata in data 08/10/2015, la Corte di appello di Bari ha confermato la sentenza del 30/05/2012 con la quale il Tribunale di Trani aveva dichiarato S.S. e F.A. responsabili – la prima quale amministratore, il secondo quale amministratore di fatto di (OMISSIS) s.r.l., dichiarata fallita il 21/12/2006 – dei reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale, per avere distratto alcuni beni della società (un software, due PC, un fax, due stampanti, un modem, un motocompressore, una bilancia elettronica e dei condizionatori), e di bancarotta fraudolenta documentale, per avere tenuto – in particolare, dopo il 31/08/2006 – le scritture contabili in modo da impedire la ricostruzione degli affari e del patrimonio aziendale (e, in particolare, dei movimenti in denaro liquido inerenti alla società), e, con l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche, li aveva condannati alla pena di giustizia.

  2. Avverso l’indicata sentenza della Corte di appello di Bari ha proposto ricorso per cassazione S.S., attraverso il difensore avv. G. De Pascalis, articolando due motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.

2.1. Il primo motivo denuncia vizi di motivazione in relazione ai reati contestati.

Con riferimento all’elemento materiale della bancarotta fraudolenta per distrazione, la consulenza della difesa aveva evidenziato l’assoluta marginalità delle anomalie contestate e che il valore contabile dei beni presuntivamente distratti era pari all’1,63% dell’attivo di bilancio al 31/12/2005, mentre lo stesso consulente del pubblico ministero ha riferito che i beni non erano più utilizzati nel ciclo produttivo per obsolescenza e, quindi, fisicamente accantonati o distrutti, laddove la motivazione della sentenza impugnata fa discendere la prova della distrazione da una presunzione. In ordine all’elemento psicologico, è necessaria la prova del dolo specifico, ossia della coscienza e volontà di utilizzare il patrimonio sociale per uno scopo diverso rispetto alle finalità di impresa e di causare, in tal modo, un pregiudizio per i creditori inteso come riduzione della garanzia patrimoniale rappresentata dal patrimonio sociale.

Con riferimento alla bancarotta documentale, sia il consulente della difesa, sia quello del P.M. hanno ravvisato la regolare tenuta dei libri e delle scritture contabili fino al 31/08/2006, mancando solo l’aggiornamento dal 01/09/2006 al 21/12/2006, data della sentenza di fallimento, e non essendo risultata l’impossibilità di ricostruire comunque il patrimonio e il movimento degli affari.

mentre la sentenza impugnata non ha in alcun modo motivato circa l’effettivo pregiudizio subito dai creditori.

2.2. Il secondo motivo denuncia inosservanza della legge penale e vizi di motivazione in relazione alla mancata riqualificazione dell’imputazione di bancarotta patrimoniale nel reato di bancarotta semplice per fatti colposi di aggravamento del dissesto ( L. Fall., art. 217, comma 1, n. 4), nonchè dell’imputazione di bancarotta documentale nel reato di bancarotta semplice per omessa tenuta ovvero per tenuta irregolare dei libri e delle scritture contabili.

  1. Avverso l’indicata sentenza della Corte di appello di Bari ha proposto ricorso per cassazione F.A., attraverso il difensore avv. G. De Pascalis, articolando tre motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.

Mentre il secondo e il terzo motivo articolano censure dal contenuto argomentativo analogo a quello dei due motivi del ricorso proposto nell’interesse di S.S., il primo motivo denuncia inosservanza della legge penale e vizi di motivazione in ordine all’attribuzione al ricorrente della qualifica di amministratore di fatto della fallita. Al riguardo, illogicamente la sentenza impugnata richiama il rapporto personale tra F. e S. e la qualità di socio accomandatario di (OMISSIS) s.r.l., in rapporti commerciali con la fallita, rivestita dal primo, laddove le dichiarazioni dei dipendenti riportate nella relazione L. Fall. , ex art. 33, non hanno formato oggetto di contraddittorio, con conseguente indebolimento della loro portata probatoria. Il conferimento della procura ad operare sul conto deve ritenersi sintomatico della mancata ingerenza della gestione generale della società, così come i riferimenti al ricorrente nella documentazione presentata da alcuni fornitori e nell’accordo commerciale allegato al passivo.

Motivi della decisione

  1. I ricorsi devono essere accolti limitatamente all’imputazione di bancarotta fraudolenta patrimoniale.

  2. Muovendo, per una più agevole disamina delle censure proposte dai ricorrenti, da quelle articolate con il primo motivo del ricorso nell’interesse di F.A., esse sono manifestamente infondate. La sentenza impugnata e quella di primo grado, che si integra con quella conforme di appello (Sez. 2, n. 11220 del 13/11/1997 – dep. 05/12/1997, Ambrosino, Rv. 209145), hanno compiutamente delineato i plurimi elementi in base ai quali è stata riconosciuta a F. la qualifica di amministratore di fatto della fallita. Lungi dal far leva sul solo legame personale tra lo stesso F. e S.S., amministratore di diritto della fallita, i giudici di merito hanno valorizzato, in primo luogo, le dichiarazioni di due dipendenti della società, V.R., addetta alla contabilità, e P.G., responsabile delle vendite, i quali hanno concordemente riferito che F. gestiva sotto il profilo amministrativo e commerciale (OMISSIS) s.r.l.: sul punto, il ricorrente lamenta il difetto di contraddittorio e, di conseguenza, la ridotta valenza probatoria delle dichiarazioni in quanto acquisite attraverso la relazione ex art. 33 l. fall.nella quale erano confluite; la doglianza, tuttavia, è manifestamente infondata, posto che, come risulta dalla sentenza di primo grado con rilievo non contestato dal ricorrente, la relazione del curatore è stata acquisita su accordo della parti. A ciò si aggiunga, che le sentenze di merito hanno valorizzato ulteriori dati probatori, quali la procura conferita a favore di F. da S. ad operare su uno dei conti della fallita, elemento, questo, al quale è stata riconosciuta, nell’ambito del più ampio compendio probatorio (che valorizzava, ad esempio, anche il “collegamento” con un’altra società gestita dal ricorrente), valenza dimostrativa del ruolo gestorio svolto in seno a (OMISSIS) s.r.l., con motivazione in linea con il dato probatorio stesso e immune da cadute di conseguenzialità logica, il che rende ragione dell’inammissibilità della censura articolata al riguardo dal ricorso, volta a sollecitare a questa Corte un’inammissibile rivisitazione di merito del quadro probatorio.

  3. Le censure in ordine all’imputazione di bancarotta fraudolenta documentale articolare con il primo e con il secondo motivo del ricorso nell’interesse di S. e con il secondo e con il terzo motivo del ricorso nell’interesse di F. non meritano accoglimento.

La motivazione della sentenza impugnata richiama plurime incongruenze e carenze nelle scritture e nei libri contabili, quali, in sintesi, l’assenza dei mastrini contabili relativi all’esercizio del 2004, la completa mancanza dell’inventario per l’ultimo esercizio, una serie di incongruenze nelle iscrizioni relative a immobilizzazioni di crediti, fondi imposte e debiti verso banche, l’irregolare iscrizione di crediti verso clienti per significativi importi (diversi nella proposta di concordato e nel bilancio al 31/08/2003), le discrasie dei conti di mastro: la constatata tenuta di registri e scritture in modo del tutto inidoneo alla ricostruzione del movimento degli affari e del patrimonio della fallita rende ragione, nel percorso argomentativo della sentenza impugnata, della sussistenza della fattispecie di bancarotta fraudolenta documentale (e, segnatamente, del relativo elemento psicologico), il che esclude l’invocata riqualificazione del fatto in termini di bancarotta semplice.

A fronte della motivazione della sentenza impugnata, i ricorrenti ripropongono la tesi della limitazione temporale delle irregolarità contabili e del mancato accertamento della possibilità di ricostruire comunque il patrimonio e il movimento degli affari, ma sotto entrambi i profili, le censure risultano carenti della necessaria correlazione tra le argomentazioni riportate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione (Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012 – dep. 16/05/2012, Pezzo, Rv. 253849). Rilievo, questo, valido anche con riguardo all’elemento soggettivo del reato (e alla mancata riqualificazione del fatto quale bancarotta semplice), avendo congruamente la Corte di merito dato conto della ravvisabilità del dolo generico, ossia della consapevolezza, in capo agli imputati, dell’impossibilità di ricostruire le vicende del patrimonio della fallita per le rilevate incongruenze e carenze nelle scritture e nei libri contabili.

  1. Le censure relative al capo concernente l’imputazione di bancarotta fraudolenta patrimoniale e articolate con il primo motivo del ricorso nell’interesse di S. e con il secondo motivo del ricorso nell’interesse di F. devono, invece, essere accolte, nei termini di seguito indicati (restando assorbite le ulteriori doglianze relative alla configurabilità della bancarotta semplice). Il loro esame deve muovere dalla ricognizione degli orientamenti della giurisprudenza di questa Corte in ordine alla fattispecie di bancarotta fraudolenta patrimoniale sotto il profilo oggettivo e sotto quello del relativo elemento psicologico.

4.1 Secondo l’indirizzo giurisprudenziale del tutto consolidato, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento (Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793/14 del 05/12/2013, Marafioti, Rv. 260199; Sez. 5, n. 232 del 09/10/2012, Sistro, Rv. 254061) e, d’altro canto, il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato di pericolo a dolo generico per la cui sussistenza, pertanto, non è necessario che l’agente abbia consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè che abbia agito allo scopo di recare pregiudizio ai creditori (Sez. 5, n. 3229/13 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 21846 del 13/02/2014, Bergamaschi, Rv. 260407; Sez. 5, n. 44933 del 26/09/2011, Pisani, Rv. 251214).

Le pronunce appena richiamate hanno ribadito il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, dal quale, in modo del tutto isolato, si era discostata Sez. 5, n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta, Rv. 253493, affermando che, nel reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento, in qualità di evento del reato, deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e deve essere, altresì, sorretto dall’elemento soggettivo del dolo. Come questa Corte ha avuto modo più volte di osservare, molteplici sono gli argomenti che confermano l’orientamento consolidato, mettendo in luce i vari profili di infondatezza della ricostruzione offerta dalla sentenza Corvetta, argomenti che, in questa sede, è sufficiente ripercorrere in parte e in estrema sintesi (tanto più che, come si vedrà, l’impostazione della sentenza Corvetta ha trovato, di recente, nuova smentita in Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli): il dato normativo, per il quale la rilevanza del rapporto causale tra condotta e dissesto è previsto per le sole fattispecie di bancarotta impropria L. Fall. , ex art. 223, comma 2; il carattere di mero paralogismo dell’affermazione che il fallimento è l’evento del reato; la del tutto problematica ipotizzabilità di un rapporto causale tra dissesto e fatti di bancarotta documentale (cfr., tra le altre, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi; Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò; Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi).

4.2. Ribadito, dunque, il consolidato assetto del rapporto tra fatto di bancarotta fraudolenta patrimoniale e sentenza dichiarativa di fallimento delineato dalla giurisprudenza di legittimità, esso, nei termini di seguito meglio precisati, non determina, nè sotto il profilo oggettivo del reato, nè sotto quello soggettivo, alcun vulnus ai principi costituzionali dell’illecito penale.

Confermando indirizzo che disattende la ricostruzione di detto rapporto accolta dalla sentenza Corvetta, le Sezioni unite di questa Corte hanno di recente ribadito che, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività, sicchè, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, i fatti di distrazione assumono rilievo in qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804). La rilevanza sub specie di bancarotta fraudolenta patrimoniale del fatto di distrazione indipendentemente dalla distanza temporale che lo separa dalla sentenza dichiarativa di fallimento non comporta, peraltro, nè l’indifferenza tout court di tale dato temporale, nè la ricostruzione della fattispecie in esame in termini, sostanzialmente, di reato di pericolo presunto.

Per un verso, infatti, “la disciplina relativa alla bancarotta fraudolenta patrimoniale è in grado, nella sua concreta applicazione, di selezionare i comportamenti in ragione del tempo che li separa dalla pronuncia giudiziale, dovendo il giudice pur sempre dar conto dell’effettiva offesa alla massa dei creditori (oggetto della tutela penale), quale portato del comportamento illecito (anche mediato e consequenziale, derivato dalla perdita di ricchezza e non compensato medio tempore da alcun riequilibrio economico)” (così, in motivazione, Sez. 5, n. 523/07 del 22/11/2006, Cito, Rv. 235694, in una fattispecie in cui “pur cronologicamente lontana dalla sentenza dichiarativa di fallimento, la sottrazione di ricchezza si ripercosse nel tempo direttamente sull’impoverimento dell’asse patrimoniale, con diretto danno per la massa creditoria”).

Per altro verso, è la concreta messa in pericolo della “conservazione dell’integrità del patrimonio dell’impresa, costituente la garanzia per i creditori della medesima” (Corte Cost., ord. n. 268 del 1989) che funge da parametro dell’applicazione della norma incriminatrice; invero, “l’offesa provocata dal reato non può ridursi al mero impoverimento dell’asse patrimoniale dell’impresa, ma si restringe alla diminuzione della consistenza patrimoniale idonea a danneggiare le aspettative dei creditori” (Sez. 5, n. 16388 del 23/03/2011, Barbato, Rv. 250108, in motivazione). Un’offesa che, nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, è configurata secondo il paradigma del pericolo concreto: invero, la natura di reato di pericolo concreto “comporta che ogni condotta idonea concretamente – a pregiudicare la garanzia dei creditori rientra nel fuoco della norma” (Sez. 5, n. 18210 del 03/03/2015, Borella; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 13590 del 24/02/2015, Nardelli). Infatti, come messo in luce, all’esito di un’approfondita disamina della giurisprudenza di questa Corte e sulla base di coordinate interpretative condivise dal Collegio, da Sez. 5, n. 17819 del 24/03/2017, Palitta, “l’offensività della condotta è limitata ai fatti che creano un pericolo concreto”, ossia allorquando possa affermarsi che “la diminuzione della consistenza patrimoniale comporta uno squilibrio tra attività e passività”, risultando, pertanto, l’atto depauperativo idoneo a “creare un vulnus all’integrità della garanzia dei creditori in caso di apertura della procedura concorsuale”. Nella medesima linea interpretativa, si è affermato che la bancarotta fraudolenta patrimoniale è reato di pericolo concreto (Sez. 5, n. 38325 del 03/10/2013, Ferro, Rv. 260378, in motivazione; conf. Sez. 5, n. 33181 del 13/03/2014, Gatti Kraus; Sez. 5, n. 33527 del 19/02/2015, Giacomini; Sez. 5, n. 19548 del 09/01/2015, Merodi), rispetto al quale l’esito concorsuale va inteso come “come prospettiva nella quale deve essere valutata l’effettiva offensività della condotta” (Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi, in motivazione): prospettiva, questa, che, per non svilire la capacità selettiva della configurazione della fattispecie come reato di pericolo concreto, non può prescindere dalla valutazione dell’attitudine del fatto distrattivo ad incidere sulla garanzia dei creditori alla luce della specifica, complessiva condizione in cui versa l’impresa.

Espressione del riconoscimento alla bancarotta fraudolenta patrimoniale della natura di reato di pericolo concreto è, del resto, il costante indirizzo di questa Corte in tema di bancarotta “riparata”, che si configura, determinando l’insussistenza dell’elemento materiale del reato, quando la sottrazione dei beni venga annullata da un’attività di segno contrario, che reintegri il patrimonio dell’impresa prima della soglia cronologica costituita dalla dichiarazione di fallimento, così annullando il pregiudizio per i creditori o anche solo la potenzialità di un danno (Sez. 5, n. 52077 del 04/11/2014, Lelli, Rv. 261347), sicchè l’attività di segno contrario che annulli la sottrazione deve reintegrare il patrimonio dell’impresa prima della dichiarazione di fallimento, evitando che il pericolo per la garanzia dei creditori acquisisca effettiva concretezza (Sez. 5, n. 50289 del 07/07/2015, P.M. in proc. Mollica, Rv. 265903).

4.3. La natura di reato di pericolo concreto rivestita dalla fattispecie di bancarotta fraudolenta patrimoniale assume poi un particolare rilievo con riguardo alla configurazione dell’elemento psicologico del reato, nonchè, come si vedrà, alla definizione dei corrispondenti oneri motivazionali in capo al giudice di merito: profilo, quest’ultimo, che contribuisce, per un verso, a delineare ulteriormente l’approccio alla questione della distanza temporale tra fatti di bancarotta e sentenza dichiarativa di fallimento e, per altro verso, conferma la rispondenza della norma incriminatrice, così come interpretata dal diritto vivente, ai principi costituzionali in tema, segnatamente, di colpevolezza.

Al riguardo, in disparte le fattispecie di bancarotta fraudolenta mediante esposizione o riconoscimento di passività inesistenti, per le quali è richiesta la sussistenza del dolo specifico rappresentato dallo scopo di recare pregiudizio ai creditori (Sez. 5, n. 45431 del 26/10/2004, Di Trapani, Rv. 230353), l’orientamento del tutto consolidato della giurisprudenza di questa Corte ancora una volta capace di render ragione dell’erroneità della prospettiva ricostruttiva accolta dalla sentenza Corvetta – è stato di recente ribadito dalle Sezioni unite, attraverso il principio di diritto in forza del quale l’elemento soggettivo del delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è costituito dal dolo generico, per la cui sussistenza non è necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè lo scopo di recare pregiudizio ai creditori, essendo sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266805): su un piano generale, infatti, “per integrare l’elemento psicologico del delitto in questione non occorre che l’impresa sia in stato di dissesto e che di tale stato sia consapevole l’agente” (Sez. 5, n. 29896 del 01/07/2002, Arienti, Rv. 222388; conf. Sez. 5, n. 16579 del 24/03/2010, Fiume, Rv. 246879). Fuori dall’ipotesi di esposizione o riconoscimento di passività inesistenti, dunque, l’elemento psicologico della bancarotta fraudolenta patrimoniale va ravvisato nel “dolo generico, cioè nella consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa e di compiere atti che possano cagionare o cagionino danno ai creditori”, consapevolezza che “deve essere desunta da tutti gli elementi che caratterizzano la condotta dell’imputato con una analisi puntuale degli stessi” (Sez. 5, n. 12897 del 06/10/1999, Tassan Din, Rv. 214863).

Ricostruito l’elemento psicologico della bancarotta fraudolenta patrimoniale in termini di dolo generico, i suoi specifici contenuti sono delineati dalla giurisprudenza di legittimità valorizzando la riconducibilità della fattispecie nel genus dei reati di pericolo concreto: il progressivo approfondimento della portata di tali contenuti ha condotto infatti questa Corte a ritenere che, per la sussistenza del dolo di bancarotta patrimoniale, sia necessaria “la rappresentazione da parte dell’agente della pericolosità della condotta distrattiva, da intendersi come probabilità dell’effetto depressivo sulla garanzia patrimoniale che la stessa è in grado di determinare e, dunque, la rappresentazione del rischio di lesione degli interessi creditori tutelati dalla norma incriminatrice” (Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi, cit.). Lungi dall’esaurirsi nella rappresentazione e nella volizione del fatto distrattivo, dissipativo, etc., il dolo di bancarotta investe anche la pericolosità di tali fatti rispetto alla preservazione della garanzia patrimoniale dei creditori: in questa prospettiva, “la “fraudolenza”, intesa come connotato interno alla distrazione, implica, dal punto di vista soggettivo, che la condotta di tutti coloro che si predica concorrono nella attività distrattiva risulti perlomeno assistita dalla consapevolezza che si stanno compiendo operazioni sul patrimonio sociale, o su talune attività, idonee a cagionare danno ai creditori” (Sez. 5, n. 9807 del 13/02/2006, Caimmi, Rv. 234232, in motivazione). Consapevolezza, questa integrante il dolo di bancarotta in correlazione alla necessaria “fraudolenza” del fatto distrattivo, che non può comunque essere confusa con un dolo specifico, estraneo alla fattispecie in esame: invero, l’elemento psicologico del reato di bancarotta fraudolenta per distrazione o per occultamento è il dolo generico e consiste nella “coscienza e volontà di compiere gli atti di distrazione o di occultamento, per i quali, sebbene abbiano la sostanza della frode, non è richiesto il fine specifico di recare pregiudizio ai creditori” (Sez. 5, n. 14905 del 25/02/1977, Marzollo, Rv. 137341). La pericolosità concreta del fatto di bancarotta patrimoniale, declinata in correlazione con la sua intrinseca “fraudolenza”, richiede che la relativa condotta “risulti assistita dalla consapevolezza di dare al patrimonio sociale o a talune attività una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa e di compiere atti che cagionino, o possano cagionare, danno ai creditori”, occorrendo, in altri termini, che l’agente, pur non perseguendo direttamente il danno dei creditori, “sia quantomeno in condizione di prefigurarsi una situazione di pericolo (…), anche remoto ma concreto” (Sez. 5, n. 7555 del 30/01/2006, De Rosa, Rv. 233413, in motivazione).

4.4. In questa prospettiva, anche le questioni che ruotano intorno, da un lato, alla distanza temporale, nella vicenda complessiva dell’imprenditore o dell’impresa falliti, tra fatto – astrattamente – di bancarotta e sentenza dichiarativa di fallimento e, dall’altro, alla concreta pericolosità del fatto distrattivo non possono essere distolte dal piano della prova del reato di pericolo concreto e, segnatamente, del correlato elemento psicologico, nonchè dei relativi oneri motivazionali del giudice di merito. Invero, “la definizione del dolo generico del reato in termini di consapevolezza e volontà di determinare, col proprio comportamento distrattivo o dissipativo, un “pericolo di danno per i creditori” si traduce nel riconoscimento che “il reato in esame punisce non già, indifferentemente e sempre, qualsiasi atto in diminuzione del patrimonio della società ma soltanto e tutti quelli che quell’effetto sono idonei a produrre in concreto, con esclusione, pertanto, di tutte le operazioni o iniziative di entità minima o comunque particolarmente ridotta e tali, soprattutto se isolate o realizzate quando la società era in bonis, da non essere capaci di comportare una alterazione sensibile della funzione di garanzia del patrimonio” (Sez. 5, n. 35093 del 04/06/2014, P.G. in proc. Sistro, Rv. 261446); fatti, questi ultimi, che si rivelano in radice – già sotto il profilo dell’elemento oggettivo – insuscettibili di essere ascritti al paradigma della fraudolenza. All’estremo opposto, la casistica giurisprudenziale consegna, non sporadicamente, casi in cui la fattispecie concreta dà conto, in termini di immediata evidenza dimostrativa (e al di fuori di qualsiasi logica presuntiva), della “fraudolenza” del fatto di bancarotta patrimoniale e, dunque, non solo dell’elemento materiale, ma anche del dolo del reato in esame: ciò in ragione dei più vari fattori, quali, ad esempio, il collocarsi del singolo fatto in una sequenza di condotte di spoliazione dell’impresa poi fallita ovvero in una fase di già conclamata decozione della stessa.

Fuori dei casi “estremi” cui si è fatto cenno, la motivazione della decisione di merito deve dar conto – oltre che della connotazione del fatto in termini di pericolo concreto, secondo quanto già rilevato – della riconoscibilità del dolo generico sulla base di una puntuale analisi (Sez. 5, n. 12897 del 06/10/1999, Tassan Din, cit.) della fattispecie concreta in tutte le sue peculiarità, rifuggendo da qualsiasi approccio astrattizzante e ricercando appunto nel caso di specie i possibili (positivi o negativi) “indici di fraudolenza” necessari a dar corpo, da un lato, alla prognosi postuma di concreta messa in pericolo dell’integrità del patrimonio dell’impresa funzionale ad assicurare la garanzia dei suoi creditori e, dall’altro, alla proiezione soggettiva di tale concreta messa in pericolo: “indici di fraudolenza” rinvenibili, ad esempio, nella disamina del fatto distrattivo, dissipativo, etc. alla luce della condizione patrimoniale e finanziaria dell’impresa e della congiuntura economica in cui la condotta pericolosa per le ragioni del ceto creditorio si è realizzata; nel contesto in cui l’impresa ha operato, avuto riguardo a cointeressenze dell’imprenditore o dell’amministratore rispetto ad altre imprese coinvolte nei fatti depauperativi; nella “distanza” (e, segnatamente, nell’irriducibile estraneità) del fatto generatore di uno squilibrio tra attività e passività rispetto a qualsiasi canone di ragionevolezza imprenditoriale: con la precisazione, in merito a quest’ultimo, possibile, “indice di fraudolenza”, che la riconducibilità della condotta ad una anomala gestione dei beni dell’impresa (cfr. Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi, cit.) viene in rilievo al solo fine dell’accertamento del dolo secondo i consueti canoni utilizzati, come subito si vedrà, dalla giurisprudenza e non certo per operare un sindacato sull’opportunità delle scelte discrezionali dell’imprenditore, sindacato precluso anche al giudice civile, come costantemente affermato in sede civile da questa Corte (Sez. 1, Sentenza n. 3409 del 12/02/2013, Rv. 625022; conf. Sez. 1, Sentenza n. 1783 del 02/02/2015, Rv. 634421; Sez. 1, Sentenza n. 3652 del 28/04/1997, Rv. 503948).

In ogni caso, mette conto sottolineare che, al di là di qualsiasi esemplicazione casistica (inevitabilmente esposta al rischio di accreditare, come si è detto, impropri approcci astrattizzanti), l’onere motivazionale relativo alla sussistenza del dolo generico di bancarotta fraudolenta patrimoniale è, nella sua essenza, del tutto analogo a quello che, in generale, è imposto al giudice penale nell’accertamento del dolo, accertamento che, per sua natura, deve far leva su dati esteriori e obiettivi, valutati, nella loro valenza dimostrativa, sulla base di massime di esperienza: ossia, su un modus procedendi, che “consiste nell’inferire da circostanze esteriori significative di un atteggiamento psichico l’esistenza di una rappresentazione e di una volizione, sulla base di regole di esperienza” (Sez. 6, n. 2800 del 08/02/1995, Rv. 200809, in motivazione), del quale la motivazione deve render ragione restando “saldamente ancorata, nel rispetto delle regole della logica e delle massime di comune esperienza, al nucleo fondamentale delle risultanze del complessivo quadro probatorio” (Sez. U, n. 16 del 21/06/2000, Tammaro, in motivazione). Al richiamo ai consolidati canoni argomentativi e motivazionali in tema di accertamento del dolo, deve solo aggiungersi l’ulteriore puntualizzazione che, con riferimento alla bancarotta fraudolenta patrimoniale, la base conoscitiva costituita dai dati esteriori sui quali deve incentrarsi l’indicato modus procedendi deve essere orientata, come si è detto, alla ricerca dei possibili “indici di fraudolenza” espressivi della consapevolezza della concreta pericolosità, rispetto alle ragioni creditorie, del fatto di bancarotta, sicchè l’ampiezza di tale base deve essere inevitabilmente commisurata al grado di significatività di detti indici.

4.5. Riassumendo le conclusioni fin qui raggiunte, le fattispecie di bancarotta fraudolenta patrimoniale hanno natura di reato di pericolo concreto, sicchè, per il loro perfezionamento, è esclusa la necessità di un nesso causale tra i fatti di bancarotta ed il successivo fallimento, laddove i fatti di bancarotta possono assumere rilievo in qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si è realizzata quando l’impresa non versava ancora in condizioni di insolvenza, come da ultimo ribadito da Sez. U Passarelli: in quanto reato di pericolo concreto è comunque necessario, da un lato, che il fatto di bancarotta abbia determinato un depauperamento dell’impresa e un effettivo pericolo per la conservazione dell’integrità del patrimonio dell’impresa da valutare nella prospettiva dell’esito concorsuale e sulla base dell’idoneità del fatto distrattivo ad incidere sulla garanzia dei creditori alla luce delle specifiche condizioni dell’impresa e, dall’altro, che tale effettivo pericolo non sia stato neutralizzato da una successiva attività “riparatoria” di segno contrario, che reintegri il patrimonio dell’impresa prima della soglia cronologica costituita dalla dichiarazione di fallimento.

Fuori dall’ipotesi di esposizione o riconoscimento di passività inesistenti, l’elemento psicologico della bancarotta fraudolenta patrimoniale è costituito dal dolo generico, per la cui sussistenza non è necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè lo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ma è sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa e di compiere atti che possano cagionare o cagionino danno ai creditori; in quanto afferente a un reato di pericolo concreto, caratterizzato dalla “fraudolenza” come connotato interno del fatto, il dolo generico della bancarotta fraudolenta patrimoniale richiede comunque la rappresentazione da parte dell’agente della pericolosità della condotta distrattiva, dissipativa, etc., da intendersi come probabilità dell’effetto depressivo sulla garanzia patrimoniale che la stessa è in grado di determinare e, dunque, la consapevole volontà del compimento di operazioni sul patrimonio sociale, o su talune attività, idonee a cagionare un danno ai creditori. L’accertamento dell’elemento oggettivo del reato di pericolo concreto e del dolo generico deve basarsi sugli ordinari criteri, valorizzando, in particolare, la ricerca di “indici di fraudolenza” necessari a dar corpo alla prognosi postuma di concreta messa in pericolo dell’integrità del patrimonio dell’impresa funzionale ad assicurare la garanzia dei suoi creditori e alla relativa proiezione soggettiva, ossia all’accertamento, in capo all’agente, della consapevolezza e della volontà della condotta in concreto pericolosa. Indici della cui valenza dimostrativa il giudice penale – fuori dei casi di immediata evidenza dell’estraneità o, viceversa, della riconducibilità del fatto al paradigma della fraudolenza – deve dar conto con motivazione che renda ragione della puntuale analisi della fattispecie concreta in tutte le sue peculiarità e delle massime di esperienza utilizzate nel procedimento valutativo.

4.6. Così ricostruita la natura giuridica della fattispecie di bancarotta fraudolenta patrimoniale, la conseguente individuazione, tra i requisiti della fattispecie, in particolare, del concreto pericolo per la conservazione dell’integrità del patrimonio dell’impresa, sotto il profilo oggettivo, e, sotto quello soggettivo, del dolo generico, consistente nella consapevolezza della pericolosità della condotta intesa come probabilità dell’effetto depressivo sulla garanzia patrimoniale, delinea gli elementi significativi della fattispecie tipica che concorrono a contrassegnarne il disvalore in termini del tutto in linea con il principio di offensività e con quello di colpevolezza. Quanto al primo, infatti, deve ribadirsi che “reputare sufficiente – in sede di interpretazione ed applicazione della fattispecie – la constatazione in sè dell’atto distrattivo equivale ad aderire ad una ricostruzione di quella in termini di “pericolo presunto”” (Sez. 5, n. 17819 del 24/03/2017, Palitta, cit.): al contrario, la necessaria valorizzazione – sul piano dell’interpretazione della norma incriminatrice e dell’applicazione della stessa attraverso la definizione degli oneri motivazionali del giudice di merito della pregnanza offensiva implicata dalla natura di reato di pericolo concreto (oltre che dallo stesso profilo di disvalore insito nelle definizioni normative delle condotte di distrazione, dissipazione, etc.) assicura al principio di offensività il suo necessario dispiegarsi anche quale “criterio interpretativo-applicativo affidato al giudice, tenuto ad accertare che il fatto di reato abbia effettivamente leso o messo in pericolo il bene o l’interesse tutelato” (Corte cost., sent. n. 265 del 2005; conf., ex plurimis, Corte cost., sent. n. 225 del 2008; nella stessa prospettiva, cfr. Sez. U, n. 28605 del 24/04/2008, Di Salvia): esigenza, questa della valorizzazione del principio di offensività quale criterio-guida dell’interpretazione, all’evidenza imprescindibile con riferimento ad un reato di pericolo concreto quale quello in esame. Quanto al secondo, il principio di colpevolezza è salvaguardato dalla ricostruzione della fattispecie nei termini prospettati, posto che, come la giurisprudenza di questa Corte, ha avuto modo di osservare, “oggetto dell’addebito è l’atto lesivo del patrimonio posto a garanzia dei creditori, ritenuto tale per il suo carattere ingiustificato (nell’ottica della finalità assegnata al patrimonio societario) e destinato ad essere l’oggetto sul quale si parametra la consapevolezza e volontà dell’agente e la sua rimproverabilità” (Sez. 5, n. 35093 del 04/06/2014, P.G. in proc. Sistro, cit.).

Nè la configurazione della sentenza dichiarativa di fallimento in termini di condizione obiettiva di punibilità, proposta da una recente pronuncia di questa Corte (Sez. 5, n. 13910 del 08/02/17, Santoro, Rv. 269388, che richiama Sez. U. Passarelli) in contrasto con l’orientamento consolidato che la riconduce, sia pure in termini non in toto sovrapponibili, nel novero degli elementi costitutivi del reato (Sez. U., 25/01/1958, Mezzo; Sez. U, n. 24468 del 26/02/2009, Rizzoli; Sez. U, n. 36551 del 15/07/2010, Carelli; Sez. U, n. 21039 del 27/01/2011, P.M. in proc. Loy, nonchè, ex plurimis, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi; Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò; Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi), può sterilizzare “l’esigenza di una indagine sulla imputabilità soggettiva del pericolo concreto per la massa dei creditori”, non potendosi comunque “negare rilevanza all’indagine sulle implicazioni soggettive della qualificazione della bancarotta fraudolenta pre-fallimentare come reato di pericolo concreto” (Sez. 5, n. 17819 del 24/03/2017, Palitta, cit.). Invero, come si è accennato, gli “elementi che concorrono a contrassegnare il disvalore della fattispecie”, per i quali è necessario un collegamento soggettivo all’agente (Corte cost., sent. n. 1085 del 1988) devono essere individuati nei connotati, nei termini indicati, della bancarotta fraudolenta per distrazione quale reato di pericolo concreto e nella correlata configurazione dei contenuti del dolo: connotati dell’elemento oggettivo e contenuti di quello soggettivo che, con la definizione dei corrispondenti oneri motivazionali del giudice di merito, rappresentano approdi interpretativi imprescindibili ai fini della piena aderenza del “diritto vivente” ai principi di offensività e di colpevolezza. Tali approdi, può aggiungersi, rendono ragione della posizione espressa dal giudice delle leggi in ordine alla natura e al ruolo della sentenza dichiarativa di fallimento quando pronunciandosi sulla questione di legittimità costituzionale del combinato disposto del D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385, art. 82, comma 2, (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia) e L. Fall., art. 202, nella parte in cui prevede che la dichiarazione giudiziale dello stato d’insolvenza successiva al decreto di sottoposizione a liquidazione coatta amministrativa di una banca possa essere pronunciata anche dopo il decorso di un anno dalla data di emissione di tale decreto – ha rilevato, con riguardo alla possibile divaricazione temporale tra momento di realizzazione della condotta materiale dei reati di bancarotta e momento consumativo di tali reati posta a fondamento di una delle eccezioni, che “si tratta di situazione consequenziale alla scelta discrezionale del legislatore di configurare la sentenza di fallimento (o di accertamento dello stato di insolvenza di impresa) o come elemento costitutivo del reato (secondo la prevalente giurisprudenza), o come condizione obiettiva del reato, ovvero come condizione per la produzione dell’evento costituito dalla lesione o messa in pericolo dell’interesse tutelato dalla norma penale (secondo diverse impostazioni della dottrina)” (Corte cost., sent. n. 301 del 2005).

  1. Alla luce dei principi di diritto richiamati, le doglianze relative all’imputazione di bancarotta fraudolenta patrimoniale devono essere accolte, nei termini di seguito indicati.

In limine, è necessario rimarcare che i fatti distrattivi contestati agli imputati riguardano esclusivamente i beni strumentali indicati nell’imputazione (la cui esistenza prima del mancato rinvenimento da parte degli organi fallimentari, peraltro, non è contestata dagli imputati): solo tali beni, del resto, sono stati presi in considerazione dalla sentenza di primo grado nell’affermare la responsabilità degli imputati per il capo in esame. Pertanto, al di là delle incongruenze e delle carenze nelle scritture e nei libri contabili correttamente valorizzate, come si è visto, dalla Corte distrettuale con riguardo all’imputazione di bancarotta fraudolenta documentale, restano privi di rilevanza i vari riferimenti della sentenza di appello a fatti distrattivi diversi da quelli contestati e ritenuti sussistenti dal Tribunale di Trani.

In ordine ai beni aziendali di cui all’imputazione, la Corte di appello, da un lato, ha richiamato quanto riferito da S. secondo cui detti beni erano stati ceduti in permuta ad un’azienda di cui non ricordava il nome, mentre, dall’altro, ha condiviso la valutazione difensiva circa il modesto valore dei beni distratti, rilevando, tuttavia, che non può presumersi una condotta di “leggerezza” in virtù dell’obsolescenza dei beni (peraltro di difficile comprensione in relazione a beni quali il climatizzatore), in quanto sarebbe stato interesse della società far risultare la permuta.

Nei termini indicati, la sentenza impugnata non è immune dal vizio motivazionale denunciato. A fronte dell’impugnazione della sentenza di primo grado che deduceva la totale assenza di frode richiamando, da una parte, un punto specifico della relazione del consulente tecnico del pubblico ministero in cui si evidenziava come i beni in questione non fossero più utilizzati nel ciclo produttivo per obsolescenza e, dall’altra, il modesto valore anche contabile degli stessi, la sentenza impugnata si sottrae alla necessaria valutazione del dato probatorio richiamato dagli appellanti e, più in generale, all’apprezzamento della riconoscibilità, nel fatto di cui all’imputazione, dei connotati del pericolo concreto: la motivazione resa dalla Corte distrettuale, dunque, è del tutto carente sul piano dell’accertamento di un vulnus all’integrità della garanzia dei creditori riconducibile allo squilibrio patrimoniale determinato dalla diminuzione patrimoniale relativa ai beni aziendali di cui all’imputazione (Sez. 5, n. 17819 del 24/03/2017, Palitta). Analoga carenza si registra con riguardo all’elemento psicologico: pur dovendosi escludere, alla luce dei rilievi svolti, che ai fini dell’integrazione della fattispecie di bancarotta fraudolenta per distrazione sia necessario, come sostenuto dai ricorrenti, il dolo specifico, manca, comunque, nella motivazione del giudice di appello – al quale era stato devoluto l’esame del punto in questione – qualsiasi rilievo circa la riconoscibilità, in capo agli imputati, di una consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa e, soprattutto, di compiere atti idonei a cagionare danno ai creditori (Sez. 5, n. 12897 del 06/10/1999, Tassan Din, cit.).

  1. Di conseguenza, per le ragioni indicate, la sentenza impugnata deve essere annullata limitatamente al capo relativo al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, con rinvio per nuovo esame ad altra Sezione della Corte di appello di Bari, che, nel quadro dei principi di diritto richiamati supra, conserva nel merito piena autonomia di giudizio nella ricostruzione dei dati di fatto e nella valutazione di essi (Sez. 1, n. 803 del 10/02/1998, dep. 10/03/1998, Scuotto, Rv. 210016), potendo procedere ad un nuovo esame del compendio probatorio con il solo limite di non ripetere i vizi motivazionali del provvedimento annullato (Sez. 3, n. 7882 del 10/01/2012, dep. 29/02/2012, Montali, Rv. 252333); nel resto, i ricorsi devono invece essere rigettati.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale con rinvio per nuovo esame sul punto ad altra sezione della Corte di appello di Bari. Rigetta nel resto i ricorsi.

Così deciso in Roma, il 23 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 1 agosto 2017

BOLOGNA CENTO Regime patrimoniale dei coniugi – Comunione legale

Caratteri e differenze dalla comunione ordinaria – Assenza di quote – BOLOGNA CENTO Nullità degli atti di disposizione della quota di un bene in comunioneCessazione comunione legale – Divisione beni – Restituzione somme prelevate dal patrimonio personale – Interpretazione restrittiva – Esclusione restituzione – IpotesiFamiglia maternita’ ed infanzia – Regime patrimoniale – Contratti bancari – Regime anteriore alla entrata in vigore della disciplina dettata dalla legge sulla trasparenza bancaria – Legge n. 154 del 1992 – Legge poi trasfusa nel t.u. n. 385 del 1993 – Pattuizione di interessi dovuti dalla clientela in misura superiore a quella legale –

Ciò determina evidentemente che, in diritto, il regime di comunione legale tra i coniugi, sussistente al momento dell’acquisto del fondo, e mantenuto (per il pregresso) nonostante la successiva separazione dei beni, fa sì che la questione della edificazione del fondo medesimo debba essere affrontata e risolta sula base delle disposizioni speciali di cui agli artt. 180 e ss. c.p.c. e non già di quelle disciplinanti la comunione ordinaria. In particolare, l’art. 180 c.c. dispone che «L’amministrazione dei beni della comunione e la rappresentanza in giudizio per gli atti ad essa relativi spettano disgiuntamente ad entrambi i coniugi» (primo comma). «Il compimento degli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione, nonché la stipula dei contratti con i quali si concedono o si acquistano diritti personali di godimento e la rappresentanza in giudizio per le relative azioni spettano congiuntamente ad entrambi i coniugi» (secondo comma). Il successivo art. 181 c.c. prevede che «Se uno dei coniugi rifiuta il consenso per la stipulazione di un atto di straordinaria 17 amministrazione o per gli altri atti per cui il consenso é richiesto, l’altro coniuge può rivolgersi al giudice per ottenere l’autorizzazione nel caso in cui la stipulazione dell’atto é necessaria nell’interesse della famiglia o dell’azienda che a norma della lettera d) dell’articolo 177 fa parte della comunione»

BOLOGNA CENTO Regime patrimoniale dei coniugi – Comunione legale – Caratteri e differenze dalla comunione ordinaria – Assenza di quote – BOLOGNA CENTO Nullità degli atti di disposizione della quota di un bene in comunioneCessazione comunione legale – Divisione beni – Restituzione somme prelevate dal patrimonio personale –

BOLOGNA CENTO Regime patrimoniale dei coniugi - Comunione legale - Caratteri e differenze dalla comunione ordinaria - Assenza di quote – BOLOGNA CENTO Nullità degli atti di disposizione della quota di un bene in comunioneCessazione comunione legale - Divisione beni - Restituzione somme prelevate dal patrimonio personale - Interpretazione restrittiva - Esclusione restituzione - IpotesiFamiglia maternita' ed infanzia - Regime patrimoniale - Contratti bancari - Regime anteriore alla entrata in vigore della disciplina dettata dalla legge sulla trasparenza bancaria - Legge n. 154 del 1992 - Legge poi trasfusa nel t.u. n. 385 del 1993 - Pattuizione di interessi dovuti dalla clientela in misura superiore a quella legale –
BOLOGNA CENTO Regime patrimoniale dei coniugi – Comunione legale – Caratteri e differenze dalla comunione ordinaria – Assenza di quote – BOLOGNA CENTO Nullità degli atti di disposizione della quota di un bene in comunioneCessazione comunione legale – Divisione beni – Restituzione somme prelevate dal patrimonio personale – Interpretazione restrittiva – Esclusione restituzione – IpotesiFamiglia maternita’ ed infanzia – Regime patrimoniale – Contratti bancari – Regime anteriore alla entrata in vigore della disciplina dettata dalla legge sulla trasparenza bancaria – Legge n. 154 del 1992 – Legge poi trasfusa nel t.u. n. 385 del 1993 – Pattuizione di interessi dovuti dalla clientela in misura superiore a quella legale –

Interpretazione restrittiva – Esclusione restituzione – IpotesiFamiglia maternita’ ed infanzia – Regime patrimoniale – Contratti bancari – Regime anteriore alla entrata in vigore della disciplina dettata dalla legge sulla trasparenza bancaria – Legge n. 154 del 1992 – Legge poi trasfusa nel t.u. n. 385 del 1993 – Pattuizione di interessi dovuti dalla clientela in misura superiore a quella legale –

 

 Clausola che faccia riferimento alle condizioni praticate usualmente dalle aziende di credito sulla piazza – Clausola priva del carattere della sufficiente univocità – Difetto di univoca determinabilità dell’ammontare del tasso sulla base del documento contrattuale – Clausola inidonea a giustificare la pretesa dell’istituto bancario al pagamento di interessi in misura superiore a quella legale – Riferimento a parametri locali, mutevoli e non riscontrabili con criteri di certezza – Principio non valido laddove si rimandi ad una disciplina stabilita su scala nazionale in termini chiari e vincolanti – Disciplina che non deve essere a sua volta nulla in quanto integrante accordi di cartello – Accordi vietati dalla l. n. 287 del 1990 – FattispecieNella disciplina del diritto di famiglia, introdotta dalla legge 19 maggio 1975 n. 151 l’obbligazione assunta da un coniuge, per soddisfare bisogni familiari, non pone l’altro coniuge nella veste di debitore solidale, difettando una deroga rispetto alla regola generale secondo cui il contratto non produce effetti rispetto ai terzi. Il suddetto principio opera indipendentemente dal fatto che i coniugi si trovino in regime di comunione dei beni, essendo la circostanza rilevante solo sotto il diverso profilo dell’invocabilità da parte del creditore della garanzia dei beni della comunione o del coniuge non stipulante, nei casi e nei limiti di cui agli artt. 189 e 190 (nuovo testo) cod. civ.

 

In tema di contratti bancari, nel regime anteriore alla entrata in vigore della disciplina dettata dalla legge sulla trasparenza bancaria del 17 febbraio 1992, n. 154, poi trasfusa nel T.U. n. 385 del 1993, si rileva come la clausola che, per la pattuizione di interessi dovuti dalla clientela in misura superiore a quella legale, si limiti a fare riferimento alle condizioni praticate usualmente dalle aziende di credito sulla piazza, è priva del carattere della sufficiente univocità, per difetto di univoca determinabilità dell’ammontare del tasso sulla base del documento contrattuale. Di talché, una siffatta clausola non può di certo giustificare la pretesa dell’istituto bancario al pagamento di interessi in misura superiore a quella legale quando faccia riferimento a parametri locali, mutevoli e non riscontrabili con criteri di certezza. Ciò non vale laddove si rimandi ad una disciplina stabilita su scala nazionale in termini chiari e vincolanti, sempre che questa non sia a sua volta nulla in quanto integrante accordi di cartello, vietati dalla L. n. 287 del 1990. (Nella fattispecie, alla luce dei predetti principi, si è ritenuto fondato l’appello in ordine alle censure sollevate in riferimento al rinvio alle condizioni usualmente praticate dagli istituti di credito su piazza, stante il palese difetto di determinabilità del tasso da applicarsi; questione riguardante solo uno dei conti corrente oggetto di causa per il quale le parti non avevano stabilito il tasso di interesse, con la conseguenza che, ai fini della determinazione del saldo, si è disposta l’applicazione degli interessi legali per tutta la durata del rapporto).

 

In materia di divisione dei beni in seguito alla cessazione della comunione legale, ove il coniuge invochi il diritto alla restituzione delle somme prelevate dal patrimonio personale ed impiegate in spese ed investimenti del patrimonio, si impone un’interpretazione restrittiva dell’espressione “patrimonio personale”. In ipotesi siffatte, invero, al fine di non vanificare la portata degli automatismi previsti dagli artt. 177, lett. a) e 179, lett. f), c.c., occorre escludere il diritto alla restituzione in seguito ad acquisti effettuati con frutti e proventi individuali, nonché con somme ricavate dalla vendita di beni personali. Ne deriva, in linea generale, che solo l’utilizzo di somme che costituiscono beni personali in base ad una delle altre lettere dell’art. 179 c.c. consente di richiederne la restituzione. In tal caso, in forza della presunzione di comunione posta dall’art. 195 c.c., il relativo onere probatorio è a carico di chi agisce per la restituzione. (Nel caso concreto, ove l’azione è prospettata dall’attrice allegando che si tratterebbe di beni pervenuti alla stessa in forza di donazione da parte dei genitori, dunque ai sensi dell’art. 179 lett. b) c.c., l’anzidetto onere non può ritenersi assolto, di talché la domanda va rigettata.)

 

La comunione legale tra coniugi, a differenza della comunione ordinaria, è caratterizzata dall’assenza di quote, ed è per tale ragione anche denominata di tipo “germanico” o “a mani riunite”. Nella comunione legale ciascun coniuge è titolare del diritto avente ciascuno e tutti i beni di essa, e ciò in ragione del fatto che l’interesse individuale del singolo partecipe è subordinato all’interesse sociale del gruppo (famiglia). Per tali ragioni non è ammessa la cedibilità della quota e dunque la partecipazione di estranei, in quanto la quota, a differenza della comunione ordinaria, non rileva nella fase fisiologica, bensì in quella patologica di scioglimento. Ne deriva che gli atti di disposizione della quota di un bene in comunione legale sono affetti da nullità per impossibilità dell’oggetto, in quanto i diritti sui beni acquistati in comunione legale non sono giuridicamente disponibili in quote indivise, appartenenti a ciascuno dei coniugi, come nella comunione ordinaria. L’amministrazione dei beni oggetto della comunione legale è esercitata in comune da parte dei coniugi e gli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione, devono essere compiuti congiuntamente dagli stessi.

La Cassazione ha affermato che il passaggio dal vecchio al nuovo regime patrimoniale tra i coniugi (art. 228, legge n. 151 del 1975), che individua nella comunione il sistema legale preferenziale, in assenza di un diverso regime convenzionale, non prevede automatismi volti a modificare il regime dei beni acquistati prima della data del 15 gennaio 1978 (termine così modificato dall’art. 1 del d.l. n. 688 del 1977), ma subordina alla concorde volontà delle parti il nuovo assetto. Pertanto, la precedente comunione convenzionale, che sussista tra i coniugi al riguardo di un bene, non si trasforma in comunione legale, ma continua ad essere disciplinata dagli artt. 1100 e ss. cod. civ. ove non venga posta in essere la convenzione prevista dall’art. 228 cit. e così manifestata una specifica volontà dei coniugi (Cass. n. 2183 del 1991, che precisa, altresì, come il legislatore con tale disposizione abbia contemperato l’esigenza di estendere per il futuro il criterio preferenziale anche alle famiglie già costituite, salva la difforme volontà di uno solo dei coniugi, con il rispetto dell’autonomia e degli assetti dei medesimi realizzati in un tempo in cui esisteva nell’ordinamento la comunione quale regime legale dei rapporti patrimoniali, subordinando alla concorde volontà delle parti la sottoposizione di detti assetti al nuovo sistema). Quello che rileva dalla decisione (al di là della già evidenziata diversità della fattispecie) è il principio generale secondo cui, ai beni acquistati in un previgente regime patrimoniale, continuino ad applicarsi (salva diversa volontà dei coniugi) le norme proprie di siffatto regime e non quelle del successivo e sopravvenuto regime 16 coniugale. Il che significa che, nel caso in oggetto, il fondo acquistato dai coniugi in comunione legale dei beni continua a mantenere il suo specifico assetto giuridico, fino allo scioglimento della comunione, anche se successivamente detto regime muti, per volontà dei medesimi, in quello di separazione dei beni. In particolare, questa Corte osserva che la natura di comunione senza quote della comunione legale dei coniugi permane sino al momento del suo scioglimento, per le cause di cui all’art. 191 c.c., allorquando i beni cadono in comunione ordinaria e ciascun coniuge, che abbia conservato il potere di disporre della propria quota, può liberamente e separatamente alienarla, essendo venuta meno l’esigenza di tutela del coniuge a non entrare in rapporto di comunione con estranei (Cass. n. 8803 del 2017). 3.4. –

 

 

Ciò determina evidentemente che, in diritto, il regime di comunione legale tra i coniugi, sussistente al momento dell’acquisto del fondo, e mantenuto (per il pregresso) nonostante la successiva separazione dei beni, fa sì che la questione della edificazione del fondo medesimo debba essere affrontata e risolta sula base delle disposizioni speciali di cui agli artt. 180 e ss. c.p.c. e non già di quelle disciplinanti la comunione ordinaria. In particolare, l’art. 180 c.c. dispone che «L’amministrazione dei beni della comunione e la rappresentanza in giudizio per gli atti ad essa relativi spettano disgiuntamente ad entrambi i coniugi» (primo comma). «Il compimento degli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione, nonché la stipula dei contratti con i quali si concedono o si acquistano diritti personali di godimento e la rappresentanza in giudizio per le relative azioni spettano congiuntamente ad entrambi i coniugi» (secondo comma). Il successivo art. 181 c.c. prevede che «Se uno dei coniugi rifiuta il consenso per la stipulazione di un atto di straordinaria 17 amministrazione o per gli altri atti per cui il consenso é richiesto, l’altro coniuge può rivolgersi al giudice per ottenere l’autorizzazione nel caso in cui la stipulazione dell’atto é necessaria nell’interesse della famiglia o dell’azienda che a norma della lettera d) dell’articolo 177 fa parte della comunione». Infine, l’art. 184 c.c. sancisce che «Gli atti compiuti da un coniuge senza il necessario consenso dell’altro coniuge e da questo non convalidati sono annullabili se riguardano beni immobili o beni mobili elencati nell’articolo 2683» (primo comma). «L’azione può essere proposta dal coniuge il cui consenso era necessario entro un anno dalla data in cui ha avuto conoscenza dell’atto e in ogni caso entro un anno dalla data di trascrizione.

 

 

Se l’atto non sia stato trascritto e quando il coniuge non ne abbia avuto conoscenza prima dello scioglimento della comunione l’azione non può essere proposta oltre l’anno dallo scioglimento stesso» (secondo comma). «Se gli atti riguardano beni mobili diversi da quelli indicati nel primo comma, il coniuge che li ha compiuti senza il consenso dell’altro è obbligato su istanza di quest’ultimo a ricostituire la comunione nello stato in cui era prima del compimento dell’atto o, qualora ciò non sia possibile, al pagamento dell’equivalente secondo i valori correnti all’epoca della ricostituzione della comunione» (terzo comma). 3.5. – E’ del tutto evidente che, nella specie, la realizzazione da parte di uno solo dei coniugi dei tre fabbricati sul fondo in comunione legale, debba essere configurato quale atto eccedente l’ordinaria amministrazione, il compimento del quale spetta congiuntamente ad entrambi i coniugi (ai sensi del secondo comma dell’art. 180 c.c.); e che l’eventuale mancanza di necessario consenso dell’altro coniuge si traduce in vizio di annullabilità dell’atto (art. 184, primo comma, c.c.), da farsi valere in giudizio entro un anno dalla data in cui questo è venuto a conoscenza 18 dell’atto (ovvero da quando l’atto sia stato trascritto, o da quando si sia sciolta la comunione: art. 184, secondo comma, c.c.). Orbene, nella specie, non solo non risulta esser stata azionata, nel termine annuale, la domanda di annullamento dell’atto eccedente l’ordinaria amministrazione del fondo in comunione, ma soprattutto non si rinviene in alcun modo che la controricorrente, nei circa 13 anni intercorsi tra l’inizio dei lavori di costruzione e la separazione personale, abbia in qualche modo appalesato (neppure implicitamente ovvero per fatti concludenti) il proprio dissenso rispetto alla edificazione del fondo. Laddove – in virtù del principio di libertà delle forme ed in mancanza di espressa previsione normativa, tanto più in considerazione dell’ambito di incidenza degli effetti, tutti interni rispetto allo svolgimento del rapporto di comunione legale, esclusivo dei coniugi – il consenso di cui all’art. 181 c.c. non necessita di forma scritta. In una comunione legale tra i coniugi, costituente una comunione senza quote, nella quale i coniugi stessi sono solidalmente titolari di un diritto avente ad oggetto i beni di essa (e rispetto alla quale non è ammessa la partecipazione di estranei) il consenso dell’altro coniuge, quale negozio unilaterale autorizzativo (senza vincolo di forma) che rimuove un limite all’esercizio del potere dispositivo sul bene, rappresenta dunque un requisito di regolarità del procedimento di formazione dell’atto di disposizione (non solo nei confronti dei terzi, ma) innanzitutto nei riguardi dei coniugi stessi (Cass. n. 14093 del 2010; cfr. altresì Cass. n. 284 del 1997; e n. 16177 del 2001)

 

 

Ne deriva che gli atti di disposizione della quota di un bene in comunione legale sono affetti da nullità per impossibilità dell’oggetto, in quanto i diritti sui beni acquistati in comunione legale non sono giuridicamente disponibili in quote indivise, appartenenti a ciascuno dei coniugi, come nella comunione ordinaria. L’amministrazione dei beni oggetto della comunione legale è esercitata in comune da parte dei coniugi e gli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione, devono essere compiuti congiuntamente dagli stessi.

In materia di divisione dei beni in seguito alla cessazione della comunione legale, ove il coniuge invochi il diritto alla restituzione delle somme prelevate dal patrimonio personale ed impiegate in spese ed investimenti del patrimonio, si impone un’interpretazione restrittiva dell’espressione “patrimonio personale”. In ipotesi siffatte, invero, al fine di non vanificare la portata degli automatismi previsti dagli artt. 177, lett. a) e 179, lett. f), c.c., occorre escludere il diritto alla restituzione in seguito ad acquisti effettuati con frutti e proventi individuali, nonché con somme ricavate dalla vendita di beni personali

PENALE ALIMENTARE MILANO BERGAMO ALESSANDRIA BOLOGNA

PENALE ALIMENTARE MILANO BERGAMO ALESSANDRIA BOLOGNA
PENALE ALIMENTARE MILANO BERGAMO ALESSANDRIA BOLOGNA

FRODE TOSSICA ALIMENTARE PENALE ALIMENTARE MILANO BERGAMO ALESSANDRIA BOLOGNA Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|31 gennaio 2019| n. 4878

ALIMENTI E BEVANDE – SICUREZZA ED IGIENE ALIMENTARE

Questa Corte di legittimita’ ha ripetutamente affermato che per “frode tossica” deve intendersi qualsiasi fatto contravvenzionale previsto nella L. n. 283 del 1962, articoli 5 e 6, insidioso per se’ stesso o produttivo di effetti insidiosi, da cui derivi un’attitudine della sostanza a produrre effetti intossicanti o comunque un pericolo di danno per la salute del consumatore da accertarsi in concreto (Sez. 3, n. 9792 del 19/12/2014, De Santis, Rv. 262751; Sez. 3, n. 16452 del 17/10/2012, Conti, Rv. 255394 non mass. sul punto, Sez. 3, n. 13535 del 05/02/2009, Mascagni, Rv. 243388; Sez. 3, n. 7311 del 03/06/1994, Cardaci, Rv. 198208).

PENALE ALIMENTARE MILANO BERGAMO ALESSANDRIA BOLOGNA

Quanto poi alla configurazione della “frode tossica”, deve osservarsi che nell’interpretazione data dalla Corte costituzionale (sent. n. 85 del 1997), che ha dichiarato non fondata la questione di legittimita’ costituzionale della L. n. 283 del 1962, articolo 6, comma 5, sollevata con riferimento agli articoli 3 e 27 Cost., essa richiede che al requisito dell’esistenza del pericolo per la collettivita’ si accompagni anche quello della “frode”, cio’ che presuppone la sussistenza di una volonta’ dolosa (intesa come fraudolenta) di immissione sul mercato di un prodotto pericoloso- PENALE ALIMENTARE MILANO BERGAMO ALESSANDRIA BOLOGNA 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LIBERATI Giovanni – Presidente

Dott. DI STASI Antonella – Consigliere

Dott. CORBETTA Stefano – Consigliere

Dott. GAI Emanuela – rel. Consigliere

Dott. ANDRONIO Alessandro M. – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nata a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 16/03/2018 del Tribunale di Forli’;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Emanuela Gai;

avvocato a bologna
avvocato a bologna

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale, Dott. Spinaci Sante che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;

udito per l’imputato l’avv. (OMISSIS) che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con l’impugnata sentenza, emessa il 16 marzo 2018, il Tribunale di Forli’ ha condannato (OMISSIS), alla pena di Euro 5.000,00 di ammenda, per il reato di cui all’articolo 6) in relazione alla L. n. 283 del 1962, articolo 5, lettera d), per avere, quale legale rappresentante della societa’ (OMISSIS) srl, posto in vendita il prodotto alimentare, denominato “murice spinoso”, contenente metallo pesante Cadmio in quantita’ superiore ai limiti consentiti/e precisamente nella misura di 4,31 mg/kg, oltrepassando il limite di 1,0mg/kg previsto dalla normativa comunitaria di cui al Regolamento CE 1881/2006. Fatto accertato il (OMISSIS).
  2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputata, a mezzo del difensore, e ne ha chiesto l’annullamento, deducendo tre motivi di ricorso.

2.1. Con il primo motivo deduce la violazione di cui all’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera b) per l’erronea applicazione dell’articolo 6, in relazione alla L. n. 283 del 1962, articolo 5, lettera d).

Secondo la ricorrente, non sussisterebbe la condotta di reato, e cio’ in quanto i limiti massimi stabiliti per il Cadmio sono fissati, dal Regolamento CE 1881/2006, per i “molluschi bivalvi” e per i “cefalopodi senza viscere”, ma non per i “gasteropodi; cui appartengono di murici spinosi. Il Tribunale di Forli’, in carenza di normativa specifica, avrebbe fornito un’interpretazione secondo la quale i gasteropodi marini sarebbero da ricomprendere nella categoria dei molluschi e, conseguentemente, avrebbe ritenuto di applicare a questi ultimi i limiti di cadmio stabiliti per i molluschi bivalvi. Inoltre, avrebbe ritenuto il superamento di tali limiti nonostante questo fosse stato accertato nei visceri, che non sarebbero destinati al consumo umano, e non sulla parte commestibile del mollusco. Infatti, dagli accertamenti compiuti dai NAS il superamento dei limiti del Cadmio sarebbe stato accertato solo nei visceri.

2.2. Con il secondo motivo deduce la violazione di cui all’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e).

Secondo la ricorrente la motivazione sarebbe manifestamente illogica circa il pericolo concreto che le sostanze nocive arrechino danno alla salute. Il Tribunale avrebbe illogicamente ritenuto sussistente il siffatto pericolo perche’ la parte non edibile del mollusco sarebbe parte integrante dello stesso da cui il permanere della pericolosita’ per la salute umana. In definitiva sarebbe assente la valutazione del pericolo concreto.

2.3. Con il terzo motivo deduce la violazione di cui all’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera b) per (l’erronea applicazione dell’articolo 6 in relazione all’articolo 5 lettera d) della legge n. 283/1962 ed erronea applicazione della pena accessoria della pubblicazione della sentenza di condanna, ex articolo 36 c.p., in assenza del presupposto della condanna per frode tossica che non e’ stata specificatamente contestata nel capo di imputazione e in assenza di una volonta’ dolosa.

  1. Il Procuratore generale ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ fondato limitatamente al terzo motivo di ricorso, non sono fondati il primo e secondo motivo di ricorso.
  2. Il primo motivo di ricorso, con cui il ricorrente denuncia la violazione dell’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera b) in relazione alla inosservanza e erronea applicazione della L. n. 283 del 1962, articolo 5, lettera d), non e’ fondato per le ragioni qui di seguito esposte.

Deve, in primo luogo, osservarsi che la L. n. 283 del 1962, articolo 5, comma 1, lettera d) punisce il fatto di colui il quale viola il divieto di “impiegare nella preparazione di alimenti o bevande, vendere, detenere per vendere o somministrare come mercede ai propri dipendenti, o comunque distribuire per il consumo sostanze alimentari” le quali siano “insudiciate, invase da parassiti, in stato di alterazione o comunque nocive, ovvero sottoposte a lavorazioni o trattamenti diretti a mascherare un preesistente stato di alterazione”.

Con specifico riferimento alle sostanze “nocive” la giurisprudenza di legittimita’ ha ritenuto che in tale nozione rientrino “quelle che possono arrecare concreto pericolo alla salute dei consumatori” e che “tale pericolosita’, quindi, non sia data dalla ipotetica ed astratta possibilita’ di nocumento della sostanza alimentare, ma dalla attitudine concreta di essa a provocare danno alla salute pubblica” (Sez. 3, n. 51591 del 28/09/2017, Marota, Rv. 271817 – 01; Sez. 3, n. 14483 del 07/12/2016, Seno, Rv. 269553 – 01; Sez. 3, n. 4743 del 7/03/2000, Melloni, Rv. 215960). Tale attitudine concreta, peraltro, puo’ essere desunta dal giudice da una serie di elementi, purche’ il relativo apprezzamento sia, sul punto, adeguatamente e logicamente motivato, senza che debba necessariamente farsi riferimento al superamento del parametro previsto dalla legge, costituito dal punto 3.2.17 e 3.2.18 dell’allegato al Regolamento (CE) n. 1881/2006 della Commissione del 19 dicembre 2006 – che definisce i limiti massimi del cadmio per i “molluschi bivalvi” e per i “cefalopodi senza viscere”, ma non prevede limiti per i gasteropodi specie cui appartengono i murici spinosi. Fermo restando, come chiarito dalla giurisprudenza di Questa Sezione, che il superamento di tale limite costituisce un solidissimo elemento indiziario in ordine alla idoneita’ della sostanza chimica rinvenuta a determinare un vulnus alla salute dei potenziali consumatori degli alimenti (Sez. 3, n. 14483 del 07/12/2016, Seno, Rv. 269553 – 01; Sez. 3, n. 4743 del 7/03/2000, dep. 18/04/2000, Melloni, Rv. 215960).

Dunque, secondo gli approdi interpretativi citati, la giurisprudenza ha ritenuto sussistente il reato de quo sulla base della riscontrata presenza, nel pesce sottoposto a controllo, di una percentuale di mercurio quasi doppia rispetto a quella consentita dal Decreto Ministeriale 9 dicembre 1993, all’epoca applicabile (Sez. 3, n. 4743 del 7/03/2000, dep. 18/04/2000, Melloni, Rv. 215960), evidentemente sulla presunzione che il superamento del “tetto” stabilito dalla normativa amministrativa in una misura cosi’ significativa, fondasse una piu’ che ragionevole probabilita’ che la sostanza rinvenuta potesse provocare danni agli eventuali fruitori del prodotto e, dunque, alla salute pubblica.

Secondo questa linea interpretativa, non e’ fondata la violazione di legge penale dedotta dal ricorrente.

6.- La sentenza impugnata, sulla scorta dell’accertamento in punto di fatto che nei murici spinosi, detenuti per la vendita nell’esercizio commerciale della ricorrente di Cesenatico, era stata riscontrata una presenza di Cadmio nella misura di 0,203 mg per chilo nel “piede” e nella misura di 4,31 mg per chilo negli “organi, superiore al limite previsto nella normativa comunitaria disciplinata dal Reg. CE 1881 del 2006, e che nell’etichetta sulle confezioni non vi erano indicazioni sulle modalita’ di utilizzo nel consumo e, in particolare, non si faceva menzione circa il rischio per la salute del consumo degli organi interni (del resto la tipologia dei murici spinosi non consente la separazione della parte edibile dal resto, conchiglia a parte), ha ritenuto la nocivita’ del prodotto alimentare e la pericolosita’ per il consumo in condizioni d’uso normali, e l’ha congruamente argomentato sul solido indizio del superamento dei limiti previsti per il Cadmio in alcuni prodotti alimentari appartenenti a categorie equiparabili a quelle in oggetto (vedi infra) e tenuto conto che il metallo pesante in oggetto e’ altamente tossico) stante la sua notevole capacita’ di penetrazione nella cellula e il suo lento smaltimento da parte dell’organismo, e dall’essere privo, il prodotto, di informazioni per il consumatore in condizioni di sicurezza per la salute del prodotto destinato al consumo umano. La sentenza impugnata ha fatto buon governo dell’orientamento seguito dalla giurisprudenza di legittimita’ nel definire i parametri per la qualificazione in termini di nocivita’ delle sostanze alimentari contaminate dal Cadmio e l’ha congruamente argomentata.

A tale proposito deve rilevarsi che la tesi difensiva muove da un errato punto di partenza ovvero dell’assenza di normativa specifica sui limiti di Cadmio ammessi nei gasteropodi, a cui appartengono i murici spinosi, non contenendo il Reg. Ce alcuna indicazione per tali tipi di molluschi, sicche’ in assenza di normativa integrativa della fattispecie penale non sarebbe integrata la fattispecie, non potendo trovare applicazione la circolare del Ministero della Salute del 2007 che, per quanto riguarda il profilo qui in discussione, equipara i limiti di cui si e’ detto sopra anche ai gasteropodi.

Deve ribadirsi che la fattispecie contestata ha natura di reato di pericolo, sicche’ cio’ che rileva ai fini della qualificazione della condotta come penalmente rilevante e’ l’idoneita’, ovvero la probabilita’, che la sostanza produca effetti di tossicita’ sulla salute degli eventuali consumatori e che per sostanze alimentari “comunque nocive” ai sensi della L. n. 283 del 1962, articolo 5, lettera d), devono intendersi quelle che possono arrecare un concreto pericolo alla salute dei consumatori, desumibile dal giudice non soltanto nell’ipotesi di superamento dei limiti massimi di concentrazione dei contaminanti alimentari stabiliti dalla legge – che, si ribadisce, costituisce un solido elemento indiziario in ordine alla idoneita’ della sostanza rinvenuta a determinare un “vulnus” alla salute degli eventuali fruitori del prodotto ma anche da altri elementi, purche’ il relativo apprezzamento sia sul punto adeguatamente e logicamente motivato.

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In tale chiave deve essere letto il riferimento, operato dal Tribunale di Forli’, alla nota dell’ottobre 2007 del Ministero della Salute, che ha chiarito che i gasteropodi marini sono da ricomprendere tra i prodotti alimentari denominati “molluschi bivalvi e prodotti da pesca” con conseguente applicazione dei limiti di cadmio come indicati citato Reg. Ce del 2006. In questo senso va letto il riferimento alla circolare del Ministero della Salute come indicativa di elementi per la valutazione da parte del giudice della nocivita’ del mollusco per la salutate, dunque, per l’integrazione della fattispecie di reato che non punisce il superamento di limiti di sostanze nocive (come intende la ricorrente), bensi’ la condotta di porre in commercio sostanze “comunque nocive” laddove la nocivita’ puo’ essere tratta da una pluralita’ di elementi (vedi supra) sulla scorta dei quali il Giudice tragga il convincimento, e lo argomenti, di tale carattere e del pericolo per la salute.

In forza di tali considerazioni e’ parimenti infondato il secondo motivo di ricorso con cui la ricorrente censura la motivazione in punto pericolo concreto per la salute, pericolo, al contrario, argomentato con motivazione adeguata e non manifestamente illogica.

7.- Il terzo motivo di ricorso e’ fondato e il suo accoglimento comporta l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata)nella parte in cui ha disposto la pena accessoria della pubblicazione della sentenza di condanna ai sensi dell’articolo 36 cod. pen..

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Questa Corte di legittimita’ ha ripetutamente affermato che per “frode tossica” deve intendersi qualsiasi fatto contravvenzionale previsto nella L. n. 283 del 1962, articoli 5 e 6, insidioso per se’ stesso o produttivo di effetti insidiosi, da cui derivi un’attitudine della sostanza a produrre effetti intossicanti o comunque un pericolo di danno per la salute del consumatore da accertarsi in concreto (Sez. 3, n. 9792 del 19/12/2014, De Santis, Rv. 262751; Sez. 3, n. 16452 del 17/10/2012, Conti, Rv. 255394 non mass. sul punto, Sez. 3, n. 13535 del 05/02/2009, Mascagni, Rv. 243388; Sez. 3, n. 7311 del 03/06/1994, Cardaci, Rv. 198208).

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Quanto poi alla configurazione della “frode tossica”, deve osservarsi che nell’interpretazione data dalla Corte costituzionale (sent. n. 85 del 1997), che ha dichiarato non fondata la questione di legittimita’ costituzionale della L. n. 283 del 1962, articolo 6, comma 5, sollevata con riferimento agli articoli 3 e 27 Cost., essa richiede che al requisito dell’esistenza del pericolo per la collettivita’ si accompagni anche quello della “frode”, cio’ che presuppone la sussistenza di una volonta’ dolosa (intesa come fraudolenta) di immissione sul mercato di un prodotto pericoloso.

La frode tossica, nell’interpretazione fornita dal giudice della legge e dalla giurisprudenza di legittimita’, presuppone una volonta’ di immissione nel mercato di un prodotto pericoloso o dannoso per la salute pubblica che non abbia gia’ in se’ l’evidenza della pericolosita’, perche’ diversamente non si giustificherebbe il connotato fraudolento della condotta di colui che immette nel mercato che implica, per sua natura, un comportamento connotato da “frode”.

Non di meno deve essere oggetto di contestazione, anche meramente di fatto, nel capo di imputazione (in motivazione Sez. 3, n. 13535 del 05/02/2009, Mascagni, Rv. 243388 – 01; Sez. 3, n. 8628 del 27/01/1975, Forzoni, Rv. 130746 – 01).

Nel caso in scrutinio, non risulta contestata in fatto la frode tossica e non risulta neppure sussistente, sulla scorta degli accertamenti fattuali, la condotta volontaria fraudolenta.

  1. – Erroneamente il giudice del merito ha applicato la pena accessoria della pubblicazione della sentenza ex articolo 36 cod. pen.e pertanto la sentenza va annullata senza rinvio e va disposta l’eliminazione della pena accessoria ex articolo 36 cod. pen.. Nel resto il ricorso va rigettato.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla pena accessoria della pubblicazione della sentenza, pena che elimina. Rigetta nel resto il ricorso.