Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

DIVORZIO BOLOGNA DIVORZIO BOLOGNA DIVORZIO BOLOGNA

Famiglia maternita’ ed infanzia – Divorzio – Obblighi – Mutamento degli obblighi – Revisione delle condizioni di divorzio -. Corte di Cassazione|Sezione U|Civile|Sentenza|26 aprile 2013| n. 10064

CHIAMA L’AVVOCATO DIVORZISTA ESPERTO SERGIO ARMAROLI DI BOLOGNA 051 6447838

ARMAROLI DI BOLOGNA

SEPARAZIONI GALLIERA, PIANORO, CAUSE EREDITARIE TESTAMENTARIE GALLIERA MINERBIO PIANORO AVVOCATO GALLIERA PIANORO
separazioni- avvocato a SEPARAZIONI GALLIERA, PIANORO, CAUSE EREDITARIE TESTAMENTARIE GALLIERA MINERBIO PIANORO AVVOCATO GALLIERA PIANORO
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AVVOCATO PER UNA SEPARAZIONE BOLOGNAdiritto di famiglia

DIVORZIO BOLOGNA DIVORZIO BOLOGNA DIVORZIO BOLOGNA Famiglia maternita’ ed infanzia – Divorzio – Obblighi – Mutamento degli obblighi – Revisione delle condizioni di divorzio -. Corte di Cassazione|Sezione U|Civile|Sentenza|26 aprile 2013| n. 10064

. Con ordinanza interlocutoria in data 15 giugno 2012, la prima sezione civile, alla quale il ricorso era stato assegnato, ha rilevato l’esistenza, sul punto decisivo della controversia, dell’esecutivita’ immediata dei decreti di modifica delle condizioni di divorzio, di un contrasto tra due precedenti della corte, per dirimere il quale e’ stato sollecitato l’intervento di queste sezioni unite.

La prima sentenza, 27 aprile 2011 n. 9373, ha affermato il principio che il provvedimento di modifica delle condizioni di separazione previsto dall’articolo 710 c.p.c. non e’ immediatamente esecutivo, ma lo e’ solo ove in tal senso sia disposto dal giudice ai sensi dell’articolo 741 c.p.c. Si e’ osservato a questo proposito che, mentre la novella 29 luglio 1988, n. 331, articolo 1 richiama espressamente la disciplina dei procedimenti in camera di consiglio, resta inapplicabile la Legge 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 4, comma 14, il quale dispone la provvisoria esecutivita’ della sentenza di primo grado pronunciata all’esito del giudizio di divorzio, regola estesa dalla Legge 6 marzo 1987, n. 74, articolo 23 ai giudizi di separazione personale, ma non a quelli di modifica del regime di separazione. Sebbene di fronte alla generalizzata esecutorieta’ delle sentenze di primo grado il carattere non esecutivo del decreto di primo grado di modifica delle condizioni di separazione appaia come una sorta di residuo affatto eccezionale in una materia come quella familiare, che richiede tempestivita’ e snellezza applicativa, la discrezionalita’ utilizzata dal legislatore renderebbe manifestamente infondata una questione di costituzionalita’.

La piu’ recente sentenza 20 marzo 2012 n. 4376 ha al contrario affermato che il provvedimento di modifica delle condizioni di separazione tra i coniugi, pronunciato ai sensi dell’articolo 710 cod. proc. civ., e’ immediatamente esecutivo, in quanto a esso non si applica il differimento dell’efficacia esecutiva previsto in via generale dall’articolo 741 c.p.c. per gli altri provvedimenti camerali. La conclusione, in consapevole contrasto con il precedente gia’ ricordato, e’ sorretta da un’approfondita analisi del testo dell’articolo 710 c.p.c., novellato dalla Legge 29 luglio 1988, n. 331. Si osserva che il comma 1 e’ espressamente ed esclusivamente riferito all’atto introduttivo del procedimento, e il rimando alle forme del procedimento in camera di consiglio potrebbe essere esteso a tutti gli altri aspetti del procedimento regolato solo se il contenuto della disposizione regolativa si fermasse a questa norma. I commi 2 e 3 dello stesso articolo, disciplinando alcuni aspetti del procedimento, dimostrerebbero invece che il rinvio alla disciplina dei procedimenti in camera di consiglio non e’ integrale, e che anzi l’autonoma disciplina dettata su aspetti importanti – quali il contraddittorio e l’istruttoria – e’ profondamente diversa da quella dettata dagli articoli 737-742 c.p.c.. In particolare, risulta decisiva – in questa ricostruzione – la previsione, nel comma 3, della possibilita’ di adottare, prima della definizione del procedimento, provvedimenti provvisori, e di modificarne il contenuto nel corso del procedimento. La possibilita’ di provvedimenti anticipatori della tutela che sara’ offerta dal provvedimento finale, infatti, e’ estranea alla tutela camerale com’e’ disciplinata negli articoli 737 – 742 c.p.c. Il potere di pronunciare simili provvedimenti, considerato secondo il canone dell’intentio legis, esigerebbe che anche il provvedimento finale, di la’ da un’espressa previsione, consenta una tutela immediata: il legislatore, infatti, non potrebbe attribuire efficacia esecutiva a provvedimenti provvisori, e negarne la permanenza degli effetti una volta che il loro contenuto fosse trasposto in un provvedimento definitivo; e sarebbe non meno contraddittorio permettere una tutela esecutiva immediata sulla base di un provvedimento provvisorio emesso all’esito di cognizione sommaria, e non di un provvedimento definitivo emesso all’esito di un’istruttoria svolta nella pienezza del contraddittorio. Infine si richiama il principio costituzionale desumibile dall’articolo 24 Cost., che implica una consequenzialita’ logica e giuridica tra espressa previsione di una tutela anticipatoria in corso di procedimento ed esecutivita’ immediata del provvedimento conclusivo, tale da non tollerare l’operativita’ della diversa regola dettata dall’articolo 741 c.p.c..

6. Si deve preliminarmente rilevare che sulla questione oggetto del presente giudizio, costituita dall’efficacia immediatamente esecutiva dei provvedimenti, emessi a norma della Legge 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 9, comma 1 come sostituito dalla Legge 6 marzo 1987, n. 74, articolo 13, comma 1 con i quali il tribunale provvede alla revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, e di quelle relative alla misura e alle modalita’ dei contributi da corrispondere ai sensi degli articoli 5 e 6 della stessa legge, non vi sono precedenti in termini nella giurisprudenza di legittimita’. Le due contrastanti pronunce, richiamate nell’ordinanza interlocutoria, vertono, infatti, sui provvedimenti pronunciati dal tribunale a norma dell’articolo 710 c.p.c., in tema di modifica delle condizioni di separazione, e non propriamente sui provvedimenti pronunciati a norma del novellato Legge n. 898 del 1970, articolo 9, comma 1 in tema di revisione delle condizioni di divorzio. Lo stesso apparato argomentativo svolto delle due sentenza, e in particolare in quella n. 4376 del 2012, per la definizione dell’efficacia esecutiva dei provvedimenti adottati ex articolo 710 c.p.c. non sarebbe direttamente utilizzabile, nonostante la generica affinita’ dei due procedimenti, per la soluzione del problema riguardo ai provvedimenti assunti Legge n. 898 del 1970, ex articolo 9, comma 1; e cio’ sebbene, come si dira’, esso offra spunti di riflessione che vanno al di la’ della fattispecie regolata.

Nonostante cio’, l’esame dello stato della giurisprudenza sollecitato dalla prima sezione appare ben giustificato dalla stretta connessione tra i problemi, che emerge sia dal comune richiamo – diretto o indiretto – alla disciplina dei procedimenti camerali, e sia dalla norma contenuta nella Legge n. 898 del 1970, articolo 23, (testo novellato) che estende “ai giudizi di separazione personale dei coniugi”, in quanto compatibili, le regole di cui alla Legge 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 4 istituendo un innegabile parallelismo tra i due diversi procedimenti.

Si deve aggiungere che il parallelismo e’ accentuato dal fatto che il problema dell’efficacia esecutiva del provvedimento emesso in primo grado ha assunto un carattere piu’ acuto dal momento in cui, con la novella dell’articolo 282 c.p.c. (Legge 26 novembre 1990 n. 353, articolo 33), la sentenza pronunciata in primo grado in tutti i giudizi ordinari e’ divenuta esecutiva ex lege, mentre il testo dell’articolo 741 c.p.c., che nega ai provvedimenti camerali efficacia esecutiva ex lege, e’ rimasto invariato. E’ opinione generalmente condivisa, in giurisprudenza come in dottrina, che il ricorso del legislatore alle forme del procedimento camerale fosse ispirato – sia nel caso della revisione delle condizioni del divorzio (Legge 6 marzo 1987, n. 74, che ha novellato la Legge n. 898 del 1970, articolo 9 senza estenderlo alla revisione delle condizioni di separazione) e sia nel caso della revisione delle condizioni della separazione (Legge 29 luglio 1988, n. 331, che detta una disciplina diversa e molto piu’ articolata che nel caso precedente), a esigenze di maggiore speditezza nel regolamento dei rapporti personali e patrimoniali fra i coniugi e in ordine alla prole. Il regime ordinario sarebbe invece, oggi, piu’ aderente alle esigenze particolari che il legislatore perseguiva con la novella n. 74 del 1987, del procedimento camerale che allora poteva apparire piu’ rapido ed efficace.

Occorre ancora osservare, prima di affrontare il punto in discussione, che problemi analoghi non si pongono con riguardo al regime esecutivo delle sentenze pronunciate in primo grado, nei giudizi di separazione e in quelli di scioglimento del matrimonio. Nei secondi il legislatore del 1987 era intervenuto con il nuovo testo della Legge n. 898 del 1970, articolo 4 a norma del quale, per la parte relativa ai provvedimenti di natura economica la sentenza di primo grado era provvisoriamente esecutiva. La stessa norma era poi ritenuta applicabile alla sentenza pronunciata nel giudizio di primo grado del processo di separazione, in forza della disposizione contenuta nella Legge n. 74 del 1987, articolo 23. La successiva novella dell’articolo 282 – con la gia’ ricordata Legge n. 353 del 1990 – ha poi disposto che, in generale, le sentenze pronunciate in primo grado sono immediatamente esecutive. In questo quadro, i procedimenti di revisione delle condizioni della separazione e del divorzio appaiono come un’anomalia nel sistema generale della tutela in questa materia.

7. Per un’adeguata trattazione del tema posto dal ricorso e’ indispensabile muovere dalla ricostruzione sistematica delle norme che disciplinano il procedimento di scioglimento o di cessazione degli effetti del matrimonio, che di quello di revisione costituisce il giudizio presupposto. In questo giudizio – come, del resto, in quello di separazionepersonale dei coniugi – la tutela interinale del regime di affidamento della prole e dei rapporti economici tra i coniugi assume un carattere particolare, nel senso che essa non si pone in posizione meramente strumentale e accidentale rispetto al giudizio di cognizione, ma costituisce una tutela normalmente concorrente con l’altra, potendo mancare solo laddove non vi siano figli minori, e i coniugi siano economicamente indipendenti. Fuori di questi casi, il procedimento prevede che, sin dalla fase preliminare della comparizione dei coniugi davanti al presidente del tribunale, i loro rapporti siano regolati da opportuni provvedimenti temporanei e urgenti, i quali garantiscono – nello stesso disegno del legislatore – che non vi siano lacune temporali nella disciplina giudiziaria dei loro rapporti. Il principio e’ consacrato da una norma che, per la sua specialita’, e’ sempre stata al centro dell’attenzione degli interpreti: l’articolo 189 disp. att. c.p.c. stabilisce non soltanto (al comma 1) che l’ordinanza con la quale il presidente del tribunale o il giudice istruttore da i provvedimenti di cui all’at. 708 (oggi anche articolo 709, a seguito delle modifiche apportate dal Decreto Legge 14 marzo 2005, n. 35, articolo 2 conv. in Legge con mod. dalla Legge 14 maggio 2005, n. 80) del codice costituisce titolo esecutivo; ma, inoltre, che (comma 2) essa conserva la sua efficacia anche dopo l’estinzione del processo, finche’ non sia sostituita con altro provvedimento emesso dal presidente o dal giudice istruttore a seguito di nuova presentazione della domanda. Nel disegno normativo, il ruolo di questi provvedimenti e’ dunque cosi’ rilevante, che non viene meno neppure nel caso che il processo si estingua, e che percio’ il provvedimento conclusivo, che dovrebbe costituirne il titolo, non sia emesso. Per l’argomento presente e’ rilevante il fatto che questa disposizione sia espressamente richiamata dalla Legge n. 898 del 1970, articolo 4, comma 8 nel testo novellato dalla Legge 14 maggio 2005, n. 80, il quale stabilisce che, nel processo di divorzio, si applica ai provvedimenti del presidente del tribunale e a quelli del giudice istruttore l’articolo 189 disp. att. c.p.c..

Il valore della norma citata deve essere apprezzato nel quadro della giurisprudenza consolidata di questa corte, per la quale i provvedimenti adottati dal presidente del tribunale e poi dal giudice istruttore hanno natura cautelare (Cass. 1 dicembre 1966 n. 2823; 22 maggio 1990 n. 4613; 1 aprile 1998 n. 3374). La forma camerale non e’ mai stata ritenuta di ostacolo al riconoscimento della loro natura contenziosa; al tempo stesso, la singolarita’ che essi possano sopravvivere all’estinzione del processo, in tal modo contraddicendo il loro carattere meramente strumentale e anticipatorio, non e’ mai stata di ostacolo alla loro qualificazione cautelare, anche prima che l’ordinamento conoscesse altri casi di provvedimenti cautelari ultrattivi (articolo 669 octies c.p.c.).

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Primo presidente f.f.

Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella – Presidente di sez.

Dott. SETTIMJ Giovanni – Consigliere

Dott. RORDORF Renato – Consigliere

Dott. PICCIALLI Luigi – Consigliere

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere

Dott. CECCHERINI Aldo – rel. Consigliere

Dott. DI PALMA Salvatore – Consigliere

Dott. NOBILE Vittorio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 25475-2008 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, 175 rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), per delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS), per delega a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1759/2007 del TRIBUNALE di BERGAMO, depositata il 27/07/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/03/2013 dal Consigliere Dott. ALDO CECCHERINI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. VELARDI Maurizio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La controversia ha per oggetto l’opposizione proposta dalla signora (OMISSIS) al precetto notificatole il 6 luglio 2005 dal signor (OMISSIS), gia’ coniuge dell’opponente, per il pagamento di somme dovute per il mantenimento del figlio. L’opponente contestava l’efficacia esecutiva del titolo posto a fondamento dell’esecuzione, trattandosi di decreto emesso dal tribunale in sede di modifica delle condizioni di divorzio, e gravato da reclamo davanti alla corte d’appello. Il tribunale ha respinto l’opposizione, ritenendo applicabile alla fattispecie la norma, interpretata estensivamente, contenuta nella Legge n. 74 del 1987, articolo 4 (comma 11 previgente) come modificato da ultimo dalla Legge n. 80 del 2005, laddove al comma quattordici afferma che, per la parte riguardante i provvedimenti di natura economica, la sentenza di primo grado e’ immediatamente esecutiva.

2. Per la cassazione di questa sentenza ricorre la signora (OMISSIS) con due mezzi d’impugnazione. Resiste il signor (OMISSIS).

3. Con ordinanza interlocutoria in data 15 giugno 2012, la prima sezione civile ha rimesso gli atti al Primo presidente della corte, per l’eventuale assegnazione della causa alle Sezioni Unite civili, rilevando l’esistenza di un contrasto tra le sezioni semplici della corte sulla questione dell’esecutivita’ immediata dei decreti di modifica delle condizioni di divorzio emessi dal tribunale, in pendenza di reclamo.

RAGIONI DELLA DECISIONE

4. Con i due mezzi d’impugnazione, entrambi proposti sotto il profilo dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la ricorrente denuncia rispettivamente la violazione dell’articolo 741 c.p.c., che stabilisce espressamente che i provvedimenti pronunciati in primo grado acquistano efficacia quando sono decorsi i termini di cui agli articoli precedenti senza che sia stato proposto reclamo; e la falsa applicazione della Legge n. 898 del 1970, articolo 4, comma 14 – come novellato dalla Legge n. 80 del 2005 – a norma del quale, per la parte riguardante i provvedimenti di natura economica la sentenza di primo grado e’ immediatamente esecutiva.

Il ricorso verte dunque sulla questione dell’immediata efficacia esecutiva dei provvedimenti di revisione delle condizioni del divorzio, emessi in primo grado dal tribunale “in camera di consiglio”, secondo quanto prevede la Legge 898 del 1970, articolo 9 nel testo novellato dalla Legge n. 74 del 1987.

5. Con ordinanza interlocutoria in data 15 giugno 2012, la prima sezione civile, alla quale il ricorso era stato assegnato, ha rilevato l’esistenza, sul punto decisivo della controversia, dell’esecutivita’ immediata dei decreti di modifica delle condizioni di divorzio, di un contrasto tra due precedenti della corte, per dirimere il quale e’ stato sollecitato l’intervento di queste sezioni unite.

La prima sentenza, 27 aprile 2011 n. 9373, ha affermato il principio che il provvedimento di modifica delle condizioni di separazione previsto dall’articolo 710 c.p.c. non e’ immediatamente esecutivo, ma lo e’ solo ove in tal senso sia disposto dal giudice ai sensi dell’articolo 741 c.p.c. Si e’ osservato a questo proposito che, mentre la novella 29 luglio 1988, n. 331, articolo 1 richiama espressamente la disciplina dei procedimenti in camera di consiglio, resta inapplicabile la Legge 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 4, comma 14, il quale dispone la provvisoria esecutivita’ della sentenza di primo grado pronunciata all’esito del giudizio di divorzio, regola estesa dalla Legge 6 marzo 1987, n. 74, articolo 23 ai giudizi di separazione personale, ma non a quelli di modifica del regime di separazione. Sebbene di fronte alla generalizzata esecutorieta’ delle sentenze di primo grado il carattere non esecutivo del decreto di primo grado di modifica delle condizioni di separazione appaia come una sorta di residuo affatto eccezionale in una materia come quella familiare, che richiede tempestivita’ e snellezza applicativa, la discrezionalita’ utilizzata dal legislatore renderebbe manifestamente infondata una questione di costituzionalita’.

La piu’ recente sentenza 20 marzo 2012 n. 4376 ha al contrario affermato che il provvedimento di modifica delle condizioni di separazione tra i coniugi, pronunciato ai sensi dell’articolo 710 cod. proc. civ., e’ immediatamente esecutivo, in quanto a esso non si applica il differimento dell’efficacia esecutiva previsto in via generale dall’articolo 741 c.p.c. per gli altri provvedimenti camerali. La conclusione, in consapevole contrasto con il precedente gia’ ricordato, e’ sorretta da un’approfondita analisi del testo dell’articolo 710 c.p.c., novellato dalla Legge 29 luglio 1988, n. 331. Si osserva che il comma 1 e’ espressamente ed esclusivamente riferito all’atto introduttivo del procedimento, e il rimando alle forme del procedimento in camera di consiglio potrebbe essere esteso a tutti gli altri aspetti del procedimento regolato solo se il contenuto della disposizione regolativa si fermasse a questa norma. I commi 2 e 3 dello stesso articolo, disciplinando alcuni aspetti del procedimento, dimostrerebbero invece che il rinvio alla disciplina dei procedimenti in camera di consiglio non e’ integrale, e che anzi l’autonoma disciplina dettata su aspetti importanti – quali il contraddittorio e l’istruttoria – e’ profondamente diversa da quella dettata dagli articoli 737-742 c.p.c.. In particolare, risulta decisiva – in questa ricostruzione – la previsione, nel comma 3, della possibilita’ di adottare, prima della definizione del procedimento, provvedimenti provvisori, e di modificarne il contenuto nel corso del procedimento. La possibilita’ di provvedimenti anticipatori della tutela che sara’ offerta dal provvedimento finale, infatti, e’ estranea alla tutela camerale com’e’ disciplinata negli articoli 737 – 742 c.p.c. Il potere di pronunciare simili provvedimenti, considerato secondo il canone dell’intentio legis, esigerebbe che anche il provvedimento finale, di la’ da un’espressa previsione, consenta una tutela immediata: il legislatore, infatti, non potrebbe attribuire efficacia esecutiva a provvedimenti provvisori, e negarne la permanenza degli effetti una volta che il loro contenuto fosse trasposto in un provvedimento definitivo; e sarebbe non meno contraddittorio permettere una tutela esecutiva immediata sulla base di un provvedimento provvisorio emesso all’esito di cognizione sommaria, e non di un provvedimento definitivo emesso all’esito di un’istruttoria svolta nella pienezza del contraddittorio. Infine si richiama il principio costituzionale desumibile dall’articolo 24 Cost., che implica una consequenzialita’ logica e giuridica tra espressa previsione di una tutela anticipatoria in corso di procedimento ed esecutivita’ immediata del provvedimento conclusivo, tale da non tollerare l’operativita’ della diversa regola dettata dall’articolo 741 c.p.c..

6. Si deve preliminarmente rilevare che sulla questione oggetto del presente giudizio, costituita dall’efficacia immediatamente esecutiva dei provvedimenti, emessi a norma della Legge 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 9, comma 1 come sostituito dalla Legge 6 marzo 1987, n. 74, articolo 13, comma 1 con i quali il tribunale provvede alla revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, e di quelle relative alla misura e alle modalita’ dei contributi da corrispondere ai sensi degli articoli 5 e 6 della stessa legge, non vi sono precedenti in termini nella giurisprudenza di legittimita’. Le due contrastanti pronunce, richiamate nell’ordinanza interlocutoria, vertono, infatti, sui provvedimenti pronunciati dal tribunale a norma dell’articolo 710 c.p.c., in tema di modifica delle condizioni di separazione, e non propriamente sui provvedimenti pronunciati a norma del novellato Legge n. 898 del 1970, articolo 9, comma 1 in tema di revisione delle condizioni di divorzio. Lo stesso apparato argomentativo svolto delle due sentenza, e in particolare in quella n. 4376 del 2012, per la definizione dell’efficacia esecutiva dei provvedimenti adottati ex articolo 710 c.p.c. non sarebbe direttamente utilizzabile, nonostante la generica affinita’ dei due procedimenti, per la soluzione del problema riguardo ai provvedimenti assunti Legge n. 898 del 1970, ex articolo 9, comma 1; e cio’ sebbene, come si dira’, esso offra spunti di riflessione che vanno al di la’ della fattispecie regolata.

Nonostante cio’, l’esame dello stato della giurisprudenza sollecitato dalla prima sezione appare ben giustificato dalla stretta connessione tra i problemi, che emerge sia dal comune richiamo – diretto o indiretto – alla disciplina dei procedimenti camerali, e sia dalla norma contenuta nella Legge n. 898 del 1970, articolo 23, (testo novellato) che estende “ai giudizi di separazione personale dei coniugi”, in quanto compatibili, le regole di cui alla Legge 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 4 istituendo un innegabile parallelismo tra i due diversi procedimenti.

Si deve aggiungere che il parallelismo e’ accentuato dal fatto che il problema dell’efficacia esecutiva del provvedimento emesso in primo grado ha assunto un carattere piu’ acuto dal momento in cui, con la novella dell’articolo 282 c.p.c. (Legge 26 novembre 1990 n. 353, articolo 33), la sentenza pronunciata in primo grado in tutti i giudizi ordinari e’ divenuta esecutiva ex lege, mentre il testo dell’articolo 741 c.p.c., che nega ai provvedimenti camerali efficacia esecutiva ex lege, e’ rimasto invariato. E’ opinione generalmente condivisa, in giurisprudenza come in dottrina, che il ricorso del legislatore alle forme del procedimento camerale fosse ispirato – sia nel caso della revisione delle condizioni del divorzio (Legge 6 marzo 1987, n. 74, che ha novellato la Legge n. 898 del 1970, articolo 9 senza estenderlo alla revisione delle condizioni di separazione) e sia nel caso della revisione delle condizioni della separazione (Legge 29 luglio 1988, n. 331, che detta una disciplina diversa e molto piu’ articolata che nel caso precedente), a esigenze di maggiore speditezza nel regolamento dei rapporti personali e patrimoniali fra i coniugi e in ordine alla prole. Il regime ordinario sarebbe invece, oggi, piu’ aderente alle esigenze particolari che il legislatore perseguiva con la novella n. 74 del 1987, del procedimento camerale che allora poteva apparire piu’ rapido ed efficace.

Occorre ancora osservare, prima di affrontare il punto in discussione, che problemi analoghi non si pongono con riguardo al regime esecutivo delle sentenze pronunciate in primo grado, nei giudizi di separazione e in quelli di scioglimento del matrimonio. Nei secondi il legislatore del 1987 era intervenuto con il nuovo testo della Legge n. 898 del 1970, articolo 4 a norma del quale, per la parte relativa ai provvedimenti di natura economica la sentenza di primo grado era provvisoriamente esecutiva. La stessa norma era poi ritenuta applicabile alla sentenza pronunciata nel giudizio di primo grado del processo di separazione, in forza della disposizione contenuta nella Legge n. 74 del 1987, articolo 23. La successiva novella dell’articolo 282 – con la gia’ ricordata Legge n. 353 del 1990 – ha poi disposto che, in generale, le sentenze pronunciate in primo grado sono immediatamente esecutive. In questo quadro, i procedimenti di revisione delle condizioni della separazione e del divorzio appaiono come un’anomalia nel sistema generale della tutela in questa materia.

7. Per un’adeguata trattazione del tema posto dal ricorso e’ indispensabile muovere dalla ricostruzione sistematica delle norme che disciplinano il procedimento di scioglimento o di cessazione degli effetti del matrimonio, che di quello di revisione costituisce il giudizio presupposto. In questo giudizio – come, del resto, in quello di separazionepersonale dei coniugi – la tutela interinale del regime di affidamento della prole e dei rapporti economici tra i coniugi assume un carattere particolare, nel senso che essa non si pone in posizione meramente strumentale e accidentale rispetto al giudizio di cognizione, ma costituisce una tutela normalmente concorrente con l’altra, potendo mancare solo laddove non vi siano figli minori, e i coniugi siano economicamente indipendenti. Fuori di questi casi, il procedimento prevede che, sin dalla fase preliminare della comparizione dei coniugi davanti al presidente del tribunale, i loro rapporti siano regolati da opportuni provvedimenti temporanei e urgenti, i quali garantiscono – nello stesso disegno del legislatore – che non vi siano lacune temporali nella disciplina giudiziaria dei loro rapporti. Il principio e’ consacrato da una norma che, per la sua specialita’, e’ sempre stata al centro dell’attenzione degli interpreti: l’articolo 189 disp. att. c.p.c. stabilisce non soltanto (al comma 1) che l’ordinanza con la quale il presidente del tribunale o il giudice istruttore da i provvedimenti di cui all’at. 708 (oggi anche articolo 709, a seguito delle modifiche apportate dal Decreto Legge 14 marzo 2005, n. 35, articolo 2 conv. in Legge con mod. dalla Legge 14 maggio 2005, n. 80) del codice costituisce titolo esecutivo; ma, inoltre, che (comma 2) essa conserva la sua efficacia anche dopo l’estinzione del processo, finche’ non sia sostituita con altro provvedimento emesso dal presidente o dal giudice istruttore a seguito di nuova presentazione della domanda. Nel disegno normativo, il ruolo di questi provvedimenti e’ dunque cosi’ rilevante, che non viene meno neppure nel caso che il processo si estingua, e che percio’ il provvedimento conclusivo, che dovrebbe costituirne il titolo, non sia emesso. Per l’argomento presente e’ rilevante il fatto che questa disposizione sia espressamente richiamata dalla Legge n. 898 del 1970, articolo 4, comma 8 nel testo novellato dalla Legge 14 maggio 2005, n. 80, il quale stabilisce che, nel processo di divorzio, si applica ai provvedimenti del presidente del tribunale e a quelli del giudice istruttore l’articolo 189 disp. att. c.p.c..

Il valore della norma citata deve essere apprezzato nel quadro della giurisprudenza consolidata di questa corte, per la quale i provvedimenti adottati dal presidente del tribunale e poi dal giudice istruttore hanno natura cautelare (Cass. 1 dicembre 1966 n. 2823; 22 maggio 1990 n. 4613; 1 aprile 1998 n. 3374). La forma camerale non e’ mai stata ritenuta di ostacolo al riconoscimento della loro natura contenziosa; al tempo stesso, la singolarita’ che essi possano sopravvivere all’estinzione del processo, in tal modo contraddicendo il loro carattere meramente strumentale e anticipatorio, non e’ mai stata di ostacolo alla loro qualificazione cautelare, anche prima che l’ordinamento conoscesse altri casi di provvedimenti cautelari ultrattivi (articolo 669 octies c.p.c.).

Nel giudizio di scioglimento o cassazione degli effetti del matrimonio, il provvedimento pronunciato nella fase preliminare dal presidente del tribunale e’ poi sostituito dalla sentenza pronunciata all’esito del giudizio di primo grado, che ha immediata efficacia esecutiva (Legge n. 898 del 1970, articolo 4 come modificato gia’ dalla Legge 6 marzo 1987, n. 74, articolo 8). La limitazione di questa efficacia ai provvedimenti di natura economica e’ oggi superata dal nuovo testo dell’articolo 282 c.p.c. (Legge 26 novembre 1990, n. 353, articolo 33), e conserva il significato di escludere solo gli effetti propriamente costitutivi della sentenza in ordine allo status personale dei coniugi.

La differenza essenziale tra il regolamento contenuto nei provvedimenti provvisori e urgenti e quello dettato dalla sentenza che conclude il giudizio di primo grado e’ costituita dal fatto che, diversamente dal primo, quello contenuto nella sentenza del tribunale – e cio’ vale altresi’ per il provvedimento che sia emesso a conclusione dell’eventuale giudizio di secondo grado – e’ idoneo ad acquistare l’efficacia del giudicato. Nella materia in oggetto, tuttavia, questa differenza e’ attenuata dal fatto che il giudicato e’ da intendere sempre sottoposto alla clausola rebus sic stantibus. La possibilita’ della revisione delle condizioni stabilite al termine di quel giudizio e’ appunto espressione della predetta clausola: il relativo giudizio assume pertanto il carattere di una prosecuzione – evidentemente circoscritta al tema delle condizioni regolatrici dei rapporti tra gli ex coniugi – di quel primo giudizio, del quale necessariamente condivide gli aspetti legati all’oggetto comune. Nel sistema normativo, quale emerge dall’esame della Legge n. 898 del 1970 e delle sue successive modificazioni, il regime dettato dalla sentenza conclusiva del processo di scioglimento o di cessazione della sentenza di divorzio presenta, per gli aspetti qui considerati, un carattere non dissimile – quanto alla sua efficacia – da quello contenuto nel provvedimento iniziale del presidente del tribunale, e che regolerebbe ancora il rapporto qualora per qualsiasi ragione il giudizio di cognizione non fosse giunto alla sua conclusione: l’efficacia “definitiva”, derivante dalla formazione del giudicato, non assume rilievo, perche’ non esclude la sua modificabilita’ in ragione delle circostanze sopravvenute, che siano state accertate all’esito del giudizio di revisione. Rispetto a tali circostanze, appunto, sopravvenute, il giudicato e’ per definizione inidoneo a giustificare una minore efficacia del nuovo accertamento.

Lo stretto collegamento che deve ravvisarsi tra il giudizio di scioglimento o di cessazione degli effetti del matrimonio e quello successivo, di revisione, e che impone per il problema qui esaminato, dell’efficacia esecutiva del provvedimento emesso al termine del giudizio di primo grado, una soluzione uniforme, appare dunque dettato da ragioni immanenti alla materia trattata. A cio’ non varrebbe opporre il rilievo formale che nel primo giudizio si ha a che fare con una sentenza, provvisoriamente esecutiva per una regola piu’ generale, specificamente ribadita in materia, mentre nel secondo caso si ha a che fare con un provvedimento camerale, soggetto alla disciplina dell’articolo 741 c.p.c.. Non soltanto, infatti, in questo caso il procedimento camerale e’ applicabile non in ragione della natura propria della materia trattata – che non e’ di giurisdizione volontaria ma contenziosa – bensi’ di una scelta del legislatore, in funzione di semplificazione e accelerazione del processo, sostanzialmente contrastante con la conclusione alla quale si perverrebbe altrimenti; per l’altro, a giustificare una diversa efficacia della sentenza di primo grado pronunciata a norma dell’articolo 4 e del “decreto” emesso a norma della Legge n. 898 del 1970, articolo 9 non varrebbe, come s’e’ visto, l’efficacia di giudicato del provvedimento che si tratta di modificare. La soluzione qui contrastata si porrebbe in termini di evidente e ingiustificabile irragionevolezza, risultante non gia’ dall’intendo legis ricostruibile da un attento esame delle norme vigenti – che appare orientata in senso opposto a quella conclusione – bensi’ come l’effetto del tutto accidentale e indesiderato della stratificazione del tessuto normativo, conseguente a una serie diacronica di interventi frazionati e privi di coordinamento. A un tale esito interpretativo, che porrebbe questioni non manifestamente infondate di costituzionalita’ sotto il profilo della regola del giusto processo, ritiene la corte di dover preferire una ricostruzione sistematica della volonta’ del legislatore, tale da contemperare la specialita’ del processo, regolato in funzione della materia, con i principi della ragionevolezza. In sintesi, la soluzione deve essere ricercata all’interno della disciplina processuale, disegnata dalla Legge n. 898 del 1970, articoli 4 e 9 con speciale riguardo alla natura della controversia che ne costituisce l’oggetto, rimanendo l’implicito rimando alle regole del processo camerale confinato a un ruolo meramente residuale, per quei casi nei quali la specialita’ del procedimento non offra indicazioni pertinenti.

8. In conclusione deve affermarsi il principio di diritto che, in materia di revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli e di quelle relative alla misura e alle modalita’ dei contributi da corrispondere a seguito dello scioglimento e della cessazione degli effetti del matrimonio, a norma della Legge n. 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 9 e successive modificazioni, il decreto pronunciato dal tribunale e’ immediatamente esecutivo, in conformita’ di una regola piu’ generale, desumibile dall’articolo 4 della citata legge regolativa della materia e incompatibile con l’articolo 741 c.p.c., che subordina l’efficacia esecutiva al decorso del termine utile per la proposizione del reclamo.

9. In conclusione il ricorso e’ respinto. L’assenza di precedenti puntuali in termini giustifica la compensazione delle spese del giudizio tra le parti.

P.Q.M.

La corte rigetta il ricorso e compensa le spese.

 

il principio di diritto che, in materia di revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli e di quelle relative alla misura e alle modalita’ dei contributi da corrispondere a seguito dello scioglimento e della cessazione degli effetti del matrimonio, a norma della Legge n. 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 9 e successive modificazioni, il decreto pronunciato dal tribunale e’ immediatamente esecutivo, in conformita’ di una regola piu’ generale, desumibile dall’articolo 4 della citata legge regolativa della materia e incompatibile con l’articolo 741 c.p.c., che subordina l’efficacia esecutiva al decorso del termine utile per la proposizione del reclamo.

affidoi-figli

giudizi ordinari e’ divenuta esecutiva ex lege, mentre il testo dell’articolo 741 c.p.c., che nega ai provvedimenti camerali efficacia esecutiva ex lege, e’ rimasto invariato. E’ opinione generalmente condivisa, in giurisprudenza come in dottrina, che il ricorso del legislatore alle forme del procedimento camerale fosse ispirato – sia nel caso della revisione delle condizioni del divorzio (Legge 6 marzo 1987, n. 74, che ha novellato la Legge n. 898 del 1970, articolo 9 senza estenderlo alla revisione delle condizioni di separazione)

Donne, separazioni e avvocato matrimonialista: cosa c’è da sapere SOLUZIONI SEPARAZIONI BOLOGNA ADESSO

Donne, separazioni e avvocato matrimonialista: cosa c’è da sapere SOLUZIONI SEPARAZIONI BOLOGNA ADESSO

Continuazione tra reati –AVVOCATO penalista BOLOGNA Determinazione della pena da parte del giudice dell’esecuzione – Rispetto del limite stabilito dall’art. 671, co 2 c.p.p. – Somma delle pene inflitte con ciascuna decisione irrevocabile – Applicabilità anche in sede esecutiva del limite del triplo della pena inflitta per la violazione più grave previsto dall’art. 81 c.p. – Esclusione di una disciplina differenziata del reato continuato in sede di cognizione e di esecuzione – Rideterminazione della pena – Annullamento senza rinvio Corte di Cassazione|Sezione U|Penale|Sentenza|8 giugno 2017| n. 28659 La questione di diritto per la quale il ricorso e’ stato rimesso alle Sezioni Unite e’ la seguente: “Se il giudice dell’esecuzione, in caso di riconoscimento della continuazione – ex articolo 671 cod. proc. pen. – tra piu’ violazioni di legge giudicate in distinte decisioni irrevocabili, sia tenuto, in sede di determinazione della pena, al rispetto del limite del triplo della pena inflitta per la violazione piu’ grave (articolo 81 c.p., commi 1 e 2) o se in tale sede trovi applicazione esclusivamente la disposizione di cui all’articolo 671 c.p.p., comma 2, (limite rappresentato dalla somma delle pena inflitte in ciascuna decisione irrevocabile)”.

  1. Le Sezioni Unite ritengono condivisibile la soluzione prospettata dalla Sezione rimettente.
  2. Il primo argomento a favore di essa si trae dall’introduzione nel codice di procedura penale vigente dell’articolo 671c.p.p., introduzione preceduta dalla sentenza della Corte cost. n. 115 del 1987. Tale decisione, ritenendo non praticabile la strada di una pronuncia additiva di incostituzionalita’, in assenza di un’unica soluzione costituzionalmente obbligata e in presenza di un’ampia alternativa di possibili soluzioni adeguatrici, aveva dichiarato l’inammissibilita’ della questione di legittimita’ dell’articolo 81 c.p. (e dell’articolo 90 dell’allora vigente codice di procedura penale del 1930), nella parte in cui non prevedevano l’applicabilita’ dell’istituto della continuazione tra reati meno gravi gia’ giudicati con sentenza irrevocabile e reati piu’ gravi per i quali fosse ancora in corso il giudizio. Non aveva tuttavia mancato di evidenziare come il campo di applicazione del reato continuato fosse indifferente alla fase processuale in cui viene in rilievo, con la conseguenza che la mancata previsione di strumenti per applicare la relativa disciplina, nella ricorrenza delle condizioni in essa previste vale a dire l’aver agito in esecuzione di un unico disegno criminoso -, costituiva violazione del principio di legalita’ della pena (articolo 25 Cost.).

3.1. La Consulta aveva altresi’ affermato che tale mancata previsione era fonte di disomogeneita’ (rilevanti ex articolo 3 Cost.) laddove precludeva l’applicazione dell’istituto, ispirato al favor rei, nel caso, puramente accidentale ed estraneo alla volonta’ del condannato, della trattazione in separati procedimenti, taluni dei quali ancora in corso mentre altri gia’ definiti, di reati espressione di un’unica progettualita’, dovendo anche il principio di intangibilita’ del giudicato essere rettamente inteso come “tendenzialmente a favore dell’imputato”.

3.2. E’ pertanto innegabile che la ratio dell’introduzione dell’articolo 671 c.p.p. nel codice di procedura penale oggi vigente sia da rintracciare nell’esigenza di consentire l’applicazione dell’istituto a prescindere dalla sua “localizzazione processuale” (cosi’ l’ordinanza di rimessione della Prima Sezione), con l’ovvia conseguenza, anche solo per questo, dell’irragionevolezza – e quindi dell’incostituzionalita’ – dell’ipotesi della sottoposizione della disciplina del reato continuato in executivis a criteri di determinazione della pena diversi, e, in ipotesi, piu’ sfavorevoli di quelli previsti in sede di cognizione.

  1. Cio’ premesso, occorre osservare che, dopo le prime, risalenti decisioni di legittimita’ che, condividendo tale impostazione, avevano per cosi’ dire dato per scontato che l’aumento di pena per continuazione fosse soggetto, anche in fase esecutiva, al duplice limite, da un lato, del triplo della pena relativa alla violazione piu’ grave, dall’altro a quello del cumulo materiale delle pene inflitte per tutti i reati, e’ prevalso successivamente l’orientamento secondo il quale l’aumento di pena da effettuare a seguito del riconoscimento della continuazione in sede esecutiva e’ soggetto al solo limite previsto espressamente dall’articolo 671 c.p.p., comma 3, quello, cioe’, della somma delle pene inflitte con le sentenze irrevocabili.
  2. Sono espressione del piu’ risalente orientamento le seguenti pronunce: Sez. 1, n. 2884 del 11/05/1995, Togna, Rv. 201748; Sez. 1, n. 2565 del 08/04/1997, Ruga, Rv. 207702; Sez. 1, n. 1663 del 26/02/1997, Spinelli, Rv. 207692; Sez. 1, n. 5826 del 22/10/1999, dep. 2000, Buonanno, Rv. 214839; Sez. 1, n. 4862 del 06/07/2000, Basile, Rv. 216752 e Sez. 1, n. 32277 del 25/02/2003, Mazza, Rv. 225742.
  3. A partire dai primi anni 2000 si e’ affermato il secondo orientamento, inaugurato dalle sentenze Sez. 1, n. 5959 del 12/12/2001, dep. 2002, Franco, Rv. 221100 e Sez. 1, n. 5637 del 14/12/2001, dep. 2002, Iodice, Rv. 221101, il quale ha stabilito che, in tema di applicazione della continuazione in sede esecutiva, il giudice, nella determinazione della pena, e’ soggetto al limite di cui all’articolo 671 c.p.p., comma 2, (consistente nella somma delle pene inflitte con i provvedimenti considerati), ma non al limite del triplo della pena stabilita per il reato piu’ grave di cui all’articolo 81 c.p., comma 2, trovando applicazione solo la prima delle disposizioni citate, in forza del principio di specialita’ di cui all’articolo 15 c.p., e dovendosi evitare che, raggiunto il limite del triplo per una determinata fattispecie concreta, si determini impunita’ per ulteriori reati riconducibili, in fase esecutiva, al medesimo disegno criminoso.

Al nuovo indirizzo si sono tralaticiamente allineate, senza ulteriori approfondimenti, Sez. 3, n. 12850 del 22/01/2003, Leoncini, Rv. 224367, Sez. 1, n. 3367 del 14/01/2003, Mengoni, Rv. 222866, Sez. 1, n. 24823 del 31/03/2005, Tanzii, Rv. 232000, Sez. 1, n. 39306 del 24/09/2008, Cantori, Rv. 241145, Sez. 1, n. 45256 del 27/09/2013, Costantini, Rv. 257722 e Sez. 2, n. 22561 del 08/05/2014, Do Rosario Lopez, Rv. 259349.

  1. Come gia’ evidenziato, l’argomento su cui fa perno tale ultimo indirizzo e’ costituito dalla sussistenza di un rapporto di concorso apparente tra l’articolo 81 c.p. e l’articolo 671c.p.p., il cui elemento specializzante rispetto alla prima norma sarebbe da rintracciare nel diverso momento processuale di applicazione dell’istituto, la fase esecutiva in luogo di quella di cognizione. La scoperta finalita’ dell’impegno argomentativo e’ tuttavia quella di evitare che, raggiunto il limite del triplo per una determinata fattispecie concreta, si determini l’impunita’ per ulteriori reati riconducibili, in fase esecutiva, al medesimo disegno criminoso.
  2. Entrambi gli argomenti sono stati sottoposti a convincente critica da parte della Sezione rimettente, la quale ha ineccepibilmente osservato che il rapporto di specialita’ e’ configurabile, ai sensi dell’articolo 15 c.p., tra piu’ leggi penali o piu’ disposizioni della medesima legge penale che regolano la stessa materia, con evidente riferimento a fattispecie di diritto sostanziale, e – va aggiunto – tra norme che prevedono per lo stesso fatto una sanzione rispettivamente penale e amministrativa, oppure diverse sanzioni amministrative, ai sensi della L. n. 689 del 1981, articolo 9. Ne discende la difficolta’ concettuale di riconoscere un rapporto di quel tipo tra una norma che prevede un istituto penale sostanziale (l’articolo 81 c.p.) e una norma (l’articolo 671 c.p.p.) che ne prevede l’applicazione in una diversa fase processuale, esulandosi dalle ipotesi di specialita’ appena ricordate.
  3. Ne’ potrebbe ipotizzarsi la voluntas legis di regolare diversamente la continuazione in sede, rispettivamente, di cognizione e di esecuzione, cio’ non essendo in primo luogo autorizzato dall’esegesi dell’articolo 671 citato. Invero la stessa rubrica della norma (“Applicazione della disciplina del concorso formale e del reato continuato”) milita a favore della conclusione della volonta’ del legislatore di trasposizione integrale in executivis della disciplina della continuazione dettata dall’articolo 81, commi 1 e 2, a fronte della quale e’ irrilevante il mancato richiamo espresso al limite di pena del triplo di quella relativa alla violazione piu’ grave, essendo tale limite implicito nella previsione della possibilita’ del condannato – o del pubblico ministero – di chiedere al giudice dell’esecuzione l’applicazione di quella disciplina, sempreche’ non esclusa dal giudice della cognizione: condizione, quest’ultima, che ulteriormente convince che l’istituto e’ il medesimo, quale che sia il momento, antecedente o successivo al giudicato, della sua applicazione.
  4. Tale approdo non e’ contraddetto dalla previsione, nel comma 2 dell’articolo 671, del limite imposto al giudice dell’esecuzione – che, secondo la giurisprudenza finora maggioritaria, sarebbe l’unico in sede esecutiva – di determinare la pena in misura non superiore alla somma di quelle inflitte con le sentenze irrevocabili. Invano si pretenderebbe, infatti, di ravvisare in tale disposizione un’inutile replica dell’articolo 81 c.p., comma 3, a fronte, invece, dell’ovvia necessita’ di adattare la previsione di quest’ultima norma secondo cui la pena per il reato continuato, elevabile fino al triplo, non puo’ comunque essere superiore a quella che sarebbe applicabile a norma degli articoli precedenti (i quali regolano il cumulo materiale delle pene in caso di concorso di reati) – alle peculiarita’ della fase esecutiva mediante la previsione, non identica alla precedente e quindi non superfluamente ripetitiva della stessa, che la misura della pena non puo’ essere superiore alla somma di quelle inflitte con ciascuna sentenza o ciascun decreto.

Nel primo caso, dunque, la pena non deve superare il cumulo materiale delle pene applicabili ai vari reati ritenuti in continuazione, nel secondo non deve essere superiore alla somma delle pene gia’ inflitte; diversita’ di disciplina che tiene opportunamente conto come, da un lato, nel primo caso si tratti di una mera ipotesi di pena applicabile, nel secondo di pene gia’ concretamente applicate. Limite, nell’uno come nell’altro caso, destinato ad operare soltanto se quello del triplo della pena relativa alla violazione piu’ grave si riveli in concreto meno favorevole all’imputato/condannato.

  1. Ne’ contrasta con la tesi qui condivisa il richiamo, nel comma 2-bis dell’articolo 671, alle disposizioni dell’articolo 81, comma 4, che potrebbe ritenersi a sua volta superfluo se in sede esecutiva fosse in toto applicabile la disciplina ex articolo 81 c.p..

Come si e’ gia’ osservato, infatti, l’applicazione della disciplina del reato continuato in executivis comporta la trasposizione in quest’ultima sede dei primi due commi dell’articolo 81 (che prevedono il limite del triplo della pena da infliggere per la violazione piu’ grave), donde l’esigenza di richiamare, a conferma dell’indifferenza della fase processuale di applicazione dell’istituto, la deroga al tetto del triplo – quindi ex professo indicato come applicabile anche in executivis – quando i reati-satellite siano commessi da soggetti ai quali sia stata applicata la recidiva prevista dall’articolo 99 c.p., comma 4, caso nel quale l’aumento di pena – fermo il solo limite di cui, rispettivamente, all’articolo 81, comma 3 e all’articolo 671, comma 2 – non puo’ essere comunque inferiore ad un terzo della pena stabilita per il reato piu’ grave.

  1. Si impone un’ulteriore considerazione. Quella prospettata dall’ordinanza di rimessione e’ anche la sola interpretazione che non si espone a dubbi di costituzionalita’, come del resto avvertito dalla Consulta gia’ nel lontano 1987 osservando che il rispetto degli articoli 3 e 25 Cost.comporta che la disciplina legale della pena del reato continuato sia quella di cui all’articolo 81 cod. pen., tanto nel processo di cognizione che in sede esecutiva.
  2. Del pari ispirata all’esigenza di adattamento dell’istituto alle caratteristiche proprie dell’esecuzionee’ la previsione dell’articolo 187 disp. att. cod. proc. pen. (secondo cui il giudice dell’esecuzione deve considerare violazione piu’ grave quella per la quale e’ stata inflitta la pena piu’ grave), parallela a quella dell’articolo 81 c.p., commi 1 e 2, per la quale la violazione con piu’ azioni esecutive del medesimo disegno criminoso della stessa o di diverse violazioni di legge e’ punita con la pena che dovrebbe infliggersi per la violazione piu’ grave. Infatti, mentre nel processo di cognizione l’individuazione della violazione piu’ grave e’ affidata alla valutazione discrezionale, per quanto vincolata, del giudice, nella fase esecutiva essa, pur a fronte alla cedevolezza, pro reo, del giudicato, non puo’ che incontrare il limite della pena piu’ grave gia’ inflitta. Nell’uno come nell’altro caso, quindi, la pena-base e’ sempre quella per la violazione piu’ grave, rispettivamente da determinare o gia’ determinata.
  3. Passando all’esame dell’ulteriore elemento a sostegno dell’opposto indirizzo di legittimita’, e cioe’ lo scopo di evitare che, raggiunto il limite del triplo per una determinata fattispecie concreta, si determini l’impunita’ per ulteriori reati riconducibili, in fase esecutiva, al medesimo disegno criminoso, va osservato che anch’esso e’ stato sottoposto a puntuale verifica critica nell’ordinanza di rimessione per giungere alla condivisibile conclusione che i reati-satellite, individuati dopo il raggiungimento della soglia del triplo, non restano impuniti, dovendo il relativo aumento essere frutto della proporzionale riduzione degli aumenti precedentemente effettuati. Operazione che incombe ovviamente al giudice dell’esecuzione quando riconosca la continuazione di ulteriori reati con quelli per i quali il limite del triplo sia stato gia’ raggiunto, al fine di precisare le frazioni di pena imputabili ai singoli reati-satellite nell’eventualita’ di un successivo scorporo dal totale di talune di esse.

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  4. Peraltro, quello del rischio di sacche di sostanziale impunita’ e’ solo apparentemente un problema: da un lato, perche’ non e’ esclusivo dell’applicazione della continuazione in sede esecutiva, ponendosi anche nel caso del riconoscimento della continuazione nel giudizio di cognizione (dove e’ meno avvertibile solo perche’ non sempre vengono indicate le pene che sarebbero irrogabili per ciascun reato singolarmente considerato), in particolare laddove i reati-satellite siano numerosi e di una certa gravita’; dall’altro, perche’ il sistema prevede addirittura forme di correttivi per ovviare al pericolo opposto, quello cioe’ di pene eccessivamente elevate, in contrasto con le finalita’ di rieducazione e di reinserimento sociale.

Ci si riferisce, ad esempio, ai criteri moderatori previsti, rispettivamente, dall’articolo 78 c.p., inteso al temperamento del principio del cumulo materiale delle pene; dall’articolo 66 stesso codice finalizzato a limitare gli aumenti di pena nel caso di concorso di piu’ circostanze aggravanti; o ancora al limite di pena in caso di piu’ circostanze aggravanti tra cui quelle per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa o ad effetto speciale (articolo 63 c.p., comma 4). Finalita’ che ispira pure la previsione del limite degli aumenti in caso di conversione delle pene pecuniarie (L. n. 689 del 1981, articolo 103).

  1. Resta tuttavia da sottolineare come il riconoscimento della continuazione in executivis (non diversamente che nel processo di cognizione), debba necessariamente passare attraverso la rigorosa, approfondita verifica della sussistenza di concreti indicatori – quali l’omogeneita’ delle violazioni e del bene protetto, la contiguita’ spazio-temporale, le singole causali, le modalita’ della condotta, la sistematicita’ e le abitudini programmate di vita – del fatto che, al momento della commissione del primo reato della serie, i successivi fossero stati realmente gia’ programmati almeno nelle loro linee essenziali, non essendo sufficiente, a tal fine, valorizzare la presenza di taluno degli indici di cui sopra se i successivi reati risultino comunque frutto di determinazione estemporanea, di contingenze occasionali, di complicita’ imprevedibili, ovvero di bisogni e necessita’ di ordine contingente, o ancora della tendenza a porre in essere reati della stessa specie o indole in virtu’ di una scelta delinquenziale compatibile con plurime deliberazioni.
  2. Puo’ essere quindi enunciato il seguente principio di diritto:

“Il giudice dell’esecuzione, in caso di riconoscimento della continuazione tra piu’ reati oggetto di distinte sentenze irrevocabili, nel determinare la pena e’ tenuto anche al rispetto del limite del triplo della pena inflitta per la violazione piu’ grave, oltre che del criterio indicato dall’articolo 671 c.p.p., comma 2, rappresentato dalla somma delle pene inflitte con ciascuna decisione irrevocabile”.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CANZIO Giovanni – Presidente

Dott. ROMIS Vincenzo – Consigliere

Dott. CONTI Giovanni – Consigliere

Dott. LAPALORCIA Graz – rel. Consigliere

Dott. SAVANI Piero – Consigliere

Dott. DE CRESCIENZO Ugo – Consigliere

Dott. ZAZA Carlo – Consigliere

Dott. PICCIALLI Patrizia – Consigliere

Dott. ROCCHI Giacomo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso l’ordinanza del 6/05/2014 della Corte di appello di Napoli;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal componente Dott. Grazia Lapalorcia;

lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. SPINACI Sante, che ha chiesto il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. La Corte di appello di Napoli, su istanza di (OMISSIS), ha riconosciuto il vincolo della continuazione tra i reati di cui alla sentenza di quella stessa Corte in data 13 febbraio 2008 e la sentenza del Tribunale di Napoli, sezione distaccata di Pozzuoli, in data 25 settembre 2008, e, ritenuta violazione piu’ grave quella di cui al punto 6 del provvedimento di cumulo-pene 111/2008 della Procura generale della Corte di appello di Napoli (per la quale era stata inflitta la pena di anni uno e mesi sei di reclusione ed Euro 1031,91 di multa), elevata nello stesso provvedimento fino al triplo – e quindi ad anni quattro, mesi sei ed Euro 3098,73 – per continuazione con altri reati (undici le sentenze relative a reati ritenuti avvinti da tale vincolo), ha rideterminato la pena complessiva in anni quattro, mesi otto di reclusione ed Euro 3498,73 di multa (fissando l’aumento per continuazione in mesi due di reclusione ed Euro 400 di multa per i reati oggetto delle due sentenze di cui sopra).
  2. I reati oggetto delle tredici sentenze, commessi nell’arco temporale di circa un anno, attengono alla detenzione e vendita di supporti magnetici riproducenti opere dell’ingegno tutelate dal diritto di autore ex L. n. 633 del 1941.
  3. (OMISSIS), con ricorso per cassazione proposto tramite il difensore, evidenziato che il vincolo della continuazione era gia’ stato in precedenza riconosciuto, tra i reati di cui ad altre undici sentenze, con ordinanza del Tribunale di Napoli, sez. dist. di Pozzuoli, in data 16-26 luglio 2013, la quale aveva applicato l’aumento del triplo della pena irrogata per la violazione piu’ grave, deduce inosservanza o erronea applicazione dell’articolo 81 c.p., commi 1 e 2, per violazione del limite in esso stabilito, superato nel provvedimento impugnato per effetto dell’applicazione di un ulteriore aumento di pena per ciascuno dei reati di cui alle sentenze rispettivamente della Corte di appello di Napoli e del Tribunale di Napoli, sez. dist. di Pozzuoli, sopra citate.
  4. La Prima Sezione penale, con ordinanza del 17 gennaio 2017, depositata il 15 febbraio 2017, dato atto che la giurisprudenza di legittimita’ maggioritaria, da tempo consolidata, afferma che l’applicazione della disciplina della continuazione in fase esecutiva e’ soggetta al solo limite di pena di cui all’articolo 671 c.p.p., comma 2, e non anche al limite del triplo di cui all’articolo 81 c.p., commi 1 e 2 – sull’assunto che le due predette norme siano in concorso apparente, che la seconda sia speciale rispetto alla prima e che, a diversamente ritenere, si determinerebbero “sacche di impunita’” -, ha rimesso il ricorso alle Sezioni Unite ritenendo di dissentire da tale orientamento, e di condividere quello opposto, minoritario e piu’ risalente, secondo cui anche il giudice dell’esecuzione, nell’applicare la continuazione, e’ tenuto al rispetto del limite del triplo della pena relativa alla violazione piu’ grave.
  5. Con decreto del 21 febbraio 2017 il Primo Presidente ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite fissando per la trattazione l’odierna udienza camerale.
  6. Con requisitoria scritta il Procuratore generale ha chiesto il rigetto del ricorso richiamando le ragioni alla base dell’orientamento maggioritario.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. La questione di diritto per la quale il ricorso e’ stato rimesso alle Sezioni Unite e’ la seguente: “Se il giudice dell’esecuzione, in caso di riconoscimento della continuazione – ex articolo 671 cod. proc. pen. – tra piu’ violazioni di legge giudicate in distinte decisioni irrevocabili, sia tenuto, in sede di determinazione della pena, al rispetto del limite del triplo della pena inflitta per la violazione piu’ grave (articolo 81 c.p., commi 1 e 2) o se in tale sede trovi applicazione esclusivamente la disposizione di cui all’articolo 671 c.p.p., comma 2, (limite rappresentato dalla somma delle pena inflitte in ciascuna decisione irrevocabile)”.
  2. Le Sezioni Unite ritengono condivisibile la soluzione prospettata dalla Sezione rimettente.
  3. Il primo argomento a favore di essa si trae dall’introduzione nel codice di procedura penale vigente dell’articolo 671c.p.p., introduzione preceduta dalla sentenza della Corte cost. n. 115 del 1987. Tale decisione, ritenendo non praticabile la strada di una pronuncia additiva di incostituzionalita’, in assenza di un’unica soluzione costituzionalmente obbligata e in presenza di un’ampia alternativa di possibili soluzioni adeguatrici, aveva dichiarato l’inammissibilita’ della questione di legittimita’ dell’articolo 81 c.p. (e dell’articolo 90 dell’allora vigente codice di procedura penale del 1930), nella parte in cui non prevedevano l’applicabilita’ dell’istituto della continuazione tra reati meno gravi gia’ giudicati con sentenza irrevocabile e reati piu’ gravi per i quali fosse ancora in corso il giudizio. Non aveva tuttavia mancato di evidenziare come il campo di applicazione del reato continuato fosse indifferente alla fase processuale in cui viene in rilievo, con la conseguenza che la mancata previsione di strumenti per applicare la relativa disciplina, nella ricorrenza delle condizioni in essa previste vale a dire l’aver agito in esecuzione di un unico disegno criminoso -, costituiva violazione del principio di legalita’ della pena (articolo 25 Cost.).

3.1. La Consulta aveva altresi’ affermato che tale mancata previsione era fonte di disomogeneita’ (rilevanti ex articolo 3 Cost.) laddove precludeva l’applicazione dell’istituto, ispirato al favor rei, nel caso, puramente accidentale ed estraneo alla volonta’ del condannato, della trattazione in separati procedimenti, taluni dei quali ancora in corso mentre altri gia’ definiti, di reati espressione di un’unica progettualita’, dovendo anche il principio di intangibilita’ del giudicato essere rettamente inteso come “tendenzialmente a favore dell’imputato”.

3.2. E’ pertanto innegabile che la ratio dell’introduzione dell’articolo 671 c.p.p. nel codice di procedura penale oggi vigente sia da rintracciare nell’esigenza di consentire l’applicazione dell’istituto a prescindere dalla sua “localizzazione processuale” (cosi’ l’ordinanza di rimessione della Prima Sezione), con l’ovvia conseguenza, anche solo per questo, dell’irragionevolezza – e quindi dell’incostituzionalita’ – dell’ipotesi della sottoposizione della disciplina del reato continuato in executivis a criteri di determinazione della pena diversi, e, in ipotesi, piu’ sfavorevoli di quelli previsti in sede di cognizione.

  1. Cio’ premesso, occorre osservare che, dopo le prime, risalenti decisioni di legittimita’ che, condividendo tale impostazione, avevano per cosi’ dire dato per scontato che l’aumento di pena per continuazione fosse soggetto, anche in fase esecutiva, al duplice limite, da un lato, del triplo della pena relativa alla violazione piu’ grave, dall’altro a quello del cumulo materiale delle pene inflitte per tutti i reati, e’ prevalso successivamente l’orientamento secondo il quale l’aumento di pena da effettuare a seguito del riconoscimento della continuazione in sede esecutiva e’ soggetto al solo limite previsto espressamente dall’articolo 671 c.p.p., comma 3, quello, cioe’, della somma delle pene inflitte con le sentenze irrevocabili.
  2. Sono espressione del piu’ risalente orientamento le seguenti pronunce: Sez. 1, n. 2884 del 11/05/1995, Togna, Rv. 201748; Sez. 1, n. 2565 del 08/04/1997, Ruga, Rv. 207702; Sez. 1, n. 1663 del 26/02/1997, Spinelli, Rv. 207692; Sez. 1, n. 5826 del 22/10/1999, dep. 2000, Buonanno, Rv. 214839; Sez. 1, n. 4862 del 06/07/2000, Basile, Rv. 216752 e Sez. 1, n. 32277 del 25/02/2003, Mazza, Rv. 225742.
  3. A partire dai primi anni 2000 si e’ affermato il secondo orientamento, inaugurato dalle sentenze Sez. 1, n. 5959 del 12/12/2001, dep. 2002, Franco, Rv. 221100 e Sez. 1, n. 5637 del 14/12/2001, dep. 2002, Iodice, Rv. 221101, il quale ha stabilito che, in tema di applicazione della continuazione in sede esecutiva, il giudice, nella determinazione della pena, e’ soggetto al limite di cui all’articolo 671 c.p.p., comma 2, (consistente nella somma delle pene inflitte con i provvedimenti considerati), ma non al limite del triplo della pena stabilita per il reato piu’ grave di cui all’articolo 81 c.p., comma 2, trovando applicazione solo la prima delle disposizioni citate, in forza del principio di specialita’ di cui all’articolo 15 c.p., e dovendosi evitare che, raggiunto il limite del triplo per una determinata fattispecie concreta, si determini impunita’ per ulteriori reati riconducibili, in fase esecutiva, al medesimo disegno criminoso.

Al nuovo indirizzo si sono tralaticiamente allineate, senza ulteriori approfondimenti, Sez. 3, n. 12850 del 22/01/2003, Leoncini, Rv. 224367, Sez. 1, n. 3367 del 14/01/2003, Mengoni, Rv. 222866, Sez. 1, n. 24823 del 31/03/2005, Tanzii, Rv. 232000, Sez. 1, n. 39306 del 24/09/2008, Cantori, Rv. 241145, Sez. 1, n. 45256 del 27/09/2013, Costantini, Rv. 257722 e Sez. 2, n. 22561 del 08/05/2014, Do Rosario Lopez, Rv. 259349.

  1. Come gia’ evidenziato, l’argomento su cui fa perno tale ultimo indirizzo e’ costituito dalla sussistenza di un rapporto di concorso apparente tra l’articolo 81 c.p. e l’articolo 671c.p.p., il cui elemento specializzante rispetto alla prima norma sarebbe da rintracciare nel diverso momento processuale di applicazione dell’istituto, la fase esecutiva in luogo di quella di cognizione. La scoperta finalita’ dell’impegno argomentativo e’ tuttavia quella di evitare che, raggiunto il limite del triplo per una determinata fattispecie concreta, si determini l’impunita’ per ulteriori reati riconducibili, in fase esecutiva, al medesimo disegno criminoso.
  2. Entrambi gli argomenti sono stati sottoposti a convincente critica da parte della Sezione rimettente, la quale ha ineccepibilmente osservato che il rapporto di specialita’ e’ configurabile, ai sensi dell’articolo 15 c.p., tra piu’ leggi penali o piu’ disposizioni della medesima legge penale che regolano la stessa materia, con evidente riferimento a fattispecie di diritto sostanziale, e – va aggiunto – tra norme che prevedono per lo stesso fatto una sanzione rispettivamente penale e amministrativa, oppure diverse sanzioni amministrative, ai sensi della L. n. 689 del 1981, articolo 9. Ne discende la difficolta’ concettuale di riconoscere un rapporto di quel tipo tra una norma che prevede un istituto penale sostanziale (l’articolo 81 c.p.) e una norma (l’articolo 671 c.p.p.) che ne prevede l’applicazione in una diversa fase processuale, esulandosi dalle ipotesi di specialita’ appena ricordate.
  3. Ne’ potrebbe ipotizzarsi la voluntas legis di regolare diversamente la continuazione in sede, rispettivamente, di cognizione e di esecuzione, cio’ non essendo in primo luogo autorizzato dall’esegesi dell’articolo 671 citato. Invero la stessa rubrica della norma (“Applicazione della disciplina del concorso formale e del reato continuato”) milita a favore della conclusione della volonta’ del legislatore di trasposizione integrale in executivis della disciplina della continuazione dettata dall’articolo 81, commi 1 e 2, a fronte della quale e’ irrilevante il mancato richiamo espresso al limite di pena del triplo di quella relativa alla violazione piu’ grave, essendo tale limite implicito nella previsione della possibilita’ del condannato – o del pubblico ministero – di chiedere al giudice dell’esecuzione l’applicazione di quella disciplina, sempreche’ non esclusa dal giudice della cognizione: condizione, quest’ultima, che ulteriormente convince che l’istituto e’ il medesimo, quale che sia il momento, antecedente o successivo al giudicato, della sua applicazione.
  4. Tale approdo non e’ contraddetto dalla previsione, nel comma 2 dell’articolo 671, del limite imposto al giudice dell’esecuzione – che, secondo la giurisprudenza finora maggioritaria, sarebbe l’unico in sede esecutiva – di determinare la pena in misura non superiore alla somma di quelle inflitte con le sentenze irrevocabili. Invano si pretenderebbe, infatti, di ravvisare in tale disposizione un’inutile replica dell’articolo 81 c.p., comma 3, a fronte, invece, dell’ovvia necessita’ di adattare la previsione di quest’ultima norma secondo cui la pena per il reato continuato, elevabile fino al triplo, non puo’ comunque essere superiore a quella che sarebbe applicabile a norma degli articoli precedenti (i quali regolano il cumulo materiale delle pene in caso di concorso di reati) – alle peculiarita’ della fase esecutiva mediante la previsione, non identica alla precedente e quindi non superfluamente ripetitiva della stessa, che la misura della pena non puo’ essere superiore alla somma di quelle inflitte con ciascuna sentenza o ciascun decreto.

Nel primo caso, dunque, la pena non deve superare il cumulo materiale delle pene applicabili ai vari reati ritenuti in continuazione, nel secondo non deve essere superiore alla somma delle pene gia’ inflitte; diversita’ di disciplina che tiene opportunamente conto come, da un lato, nel primo caso si tratti di una mera ipotesi di pena applicabile, nel secondo di pene gia’ concretamente applicate. Limite, nell’uno come nell’altro caso, destinato ad operare soltanto se quello del triplo della pena relativa alla violazione piu’ grave si riveli in concreto meno favorevole all’imputato/condannato.

  1. Ne’ contrasta con la tesi qui condivisa il richiamo, nel comma 2-bis dell’articolo 671, alle disposizioni dell’articolo 81, comma 4, che potrebbe ritenersi a sua volta superfluo se in sede esecutiva fosse in toto applicabile la disciplina ex articolo 81 c.p..

Come si e’ gia’ osservato, infatti, l’applicazione della disciplina del reato continuato in executivis comporta la trasposizione in quest’ultima sede dei primi due commi dell’articolo 81 (che prevedono il limite del triplo della pena da infliggere per la violazione piu’ grave), donde l’esigenza di richiamare, a conferma dell’indifferenza della fase processuale di applicazione dell’istituto, la deroga al tetto del triplo – quindi ex professo indicato come applicabile anche in executivis – quando i reati-satellite siano commessi da soggetti ai quali sia stata applicata la recidiva prevista dall’articolo 99 c.p., comma 4, caso nel quale l’aumento di pena – fermo il solo limite di cui, rispettivamente, all’articolo 81, comma 3 e all’articolo 671, comma 2 – non puo’ essere comunque inferiore ad un terzo della pena stabilita per il reato piu’ grave.

  1. Si impone un’ulteriore considerazione. Quella prospettata dall’ordinanza di rimessione e’ anche la sola interpretazione che non si espone a dubbi di costituzionalita’, come del resto avvertito dalla Consulta gia’ nel lontano 1987 osservando che il rispetto degli articoli 3 e 25 Cost.comporta che la disciplina legale della pena del reato continuato sia quella di cui all’articolo 81 cod. pen., tanto nel processo di cognizione che in sede esecutiva.
  2. Del pari ispirata all’esigenza di adattamento dell’istituto alle caratteristiche proprie dell’esecuzione e’ la previsione dell’articolo 187 disp. att. cod. proc. pen. (secondo cui il giudice dell’esecuzione deve considerare violazione piu’ grave quella per la quale e’ stata inflitta la pena piu’ grave), parallela a quella dell’articolo 81 c.p., commi 1 e 2, per la quale la violazione con piu’ azioni esecutive del medesimo disegno criminoso della stessa o di diverse violazioni di legge e’ punita con la pena che dovrebbe infliggersi per la violazione piu’ grave. Infatti, mentre nel processo di cognizione l’individuazione della violazione piu’ grave e’ affidata alla valutazione discrezionale, per quanto vincolata, del giudice, nella fase esecutiva essa, pur a fronte alla cedevolezza, pro reo, del giudicato, non puo’ che incontrare il limite della pena piu’ grave gia’ inflitta. Nell’uno come nell’altro caso, quindi, la pena-base e’ sempre quella per la violazione piu’ grave, rispettivamente da determinare o gia’ determinata.
  3. Passando all’esame dell’ulteriore elemento a sostegno dell’opposto indirizzo di legittimita’, e cioe’ lo scopo di evitare che, raggiunto il limite del triplo per una determinata fattispecie concreta, si determini l’impunita’ per ulteriori reati riconducibili, in fase esecutiva, al medesimo disegno criminoso, va osservato che anch’esso e’ stato sottoposto a puntuale verifica critica nell’ordinanza di rimessione per giungere alla condivisibile conclusione che i reati-satellite, individuati dopo il raggiungimento della soglia del triplo, non restano impuniti, dovendo il relativo aumento essere frutto della proporzionale riduzione degli aumenti precedentemente effettuati. Operazione che incombe ovviamente al giudice dell’esecuzione quando riconosca la continuazione di ulteriori reati con quelli per i quali il limite del triplo sia stato gia’ raggiunto, al fine di precisare le frazioni di pena imputabili ai singoli reati-satellite nell’eventualita’ di un successivo scorporo dal totale di talune di esse.
  4. Peraltro, quello del rischio di sacche di sostanziale impunita’ e’ solo apparentemente un problema: da un lato, perche’ non e’ esclusivo dell’applicazione della continuazione in sede esecutiva, ponendosi anche nel caso del riconoscimento della continuazione nel giudizio di cognizione (dove e’ meno avvertibile solo perche’ non sempre vengono indicate le pene che sarebbero irrogabili per ciascun reato singolarmente considerato), in particolare laddove i reati-satellite siano numerosi e di una certa gravita’; dall’altro, perche’ il sistema prevede addirittura forme di correttivi per ovviare al pericolo opposto, quello cioe’ di pene eccessivamente elevate, in contrasto con le finalita’ di rieducazione e di reinserimento sociale.

Ci si riferisce, ad esempio, ai criteri moderatori previsti, rispettivamente, dall’articolo 78 c.p., inteso al temperamento del principio del cumulo materiale delle pene; dall’articolo 66 stesso codice finalizzato a limitare gli aumenti di pena nel caso di concorso di piu’ circostanze aggravanti; o ancora al limite di pena in caso di piu’ circostanze aggravanti tra cui quelle per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa o ad effetto speciale (articolo 63 c.p., comma 4). Finalita’ che ispira pure la previsione del limite degli aumenti in caso di conversione delle pene pecuniarie (L. n. 689 del 1981, articolo 103).

  1. Resta tuttavia da sottolineare come il riconoscimento della continuazione in executivis (non diversamente che nel processo di cognizione), debba necessariamente passare attraverso la rigorosa, approfondita verifica della sussistenza di concreti indicatori – quali l’omogeneita’ delle violazioni e del bene protetto, la contiguita’ spazio-temporale, le singole causali, le modalita’ della condotta, la sistematicita’ e le abitudini programmate di vita – del fatto che, al momento della commissione del primo reato della serie, i successivi fossero stati realmente gia’ programmati almeno nelle loro linee essenziali, non essendo sufficiente, a tal fine, valorizzare la presenza di taluno degli indici di cui sopra se i successivi reati risultino comunque frutto di determinazione estemporanea, di contingenze occasionali, di complicita’ imprevedibili, ovvero di bisogni e necessita’ di ordine contingente, o ancora della tendenza a porre in essere reati della stessa specie o indole in virtu’ di una scelta delinquenziale compatibile con plurime deliberazioni.
  2. Puo’ essere quindi enunciato il seguente principio di diritto:

“Il giudice dell’esecuzione, in caso di riconoscimento della continuazione tra piu’ reati oggetto di distinte sentenze irrevocabili, nel determinare la pena e’ tenuto anche al rispetto del limite del triplo della pena inflitta per la violazione piu’ grave, oltre che del criterio indicato dall’articolo 671 c.p.p., comma 2, rappresentato dalla somma delle pene inflitte con ciascuna decisione irrevocabile”.

  1. Venendo all’esame del ricorso proposto nell’interesse del (OMISSIS), va osservato che esso, alla stregua di quanto sopra, merita accoglimento.
  2. Occorre premettere che l’ordinanza impugnata, nel riconoscere la continuazione tra i reati di cui alla sentenza della Corte di appello di Napoli in data 13 febbraio 2008 e alla sentenza del Tribunale di Napoli, sez. dist. di Pozzuoli, in data 25 settembre 2008, e nel ritenere violazione piu’ grave quella di cui al punto 6 del provvedimento di cumulo pene 111/2008 della Procura generale di Napoli (pari ad anni uno e mesi sei di reclusione ed Euro 1031,91 di multa), ha implicitamente, e sostanzialmente, riconosciuto la continuazione dei reati oggetto delle due citate sentenze con quelli giudicati con altre undici sentenze, gia’ unificati nel vincolo della continuazione con provvedimento di determinazione pena del Tribunale di Napoli, sez. dist. di Pozzuoli, in data 16-26 luglio 2013, cui si riferisce il citato cumulo.
  3. Poiche’ tale ultimo provvedimento aveva gia’ elevato la pena per la violazione piu’ grave (pari ad anni uno, mesi sei di reclusione ed Euro 1031,91 di multa) fino al triplo, determinandola quindi in anni quattro, mesi sei ed Euro 3098,73, la pena comprensiva dell’aumento per i reati di cui alle ultime due sentenze non avrebbe potuto superare, per le considerazioni sopra svolte, tale tetto, mentre la Corte territoriale l’ha elevata di un mese di reclusione ed Euro 200 di multa per ciascuno di essi, cosi’ quantificandola in anni quattro, mesi otto ed Euro 3498,73.
  4. Alla rideterminazione della pena, conseguente all’annullamento in parte qua del provvedimento, puo’ provvedersi in questa sede ex articolo 620 c.p.p., comma 1, lettera l), fissandola nella misura di anni quattro, mesi sei di reclusione ed Euro 3098,73 di multa.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata limitatamente alla pena, che ridetermina in anni quattro, mesi sei di reclusione ed Euro 3098,73 di multa.

 


Parlando del  Diritto di famiglia occore  considerare che il diritto di famiglia  è uno degli ambiti che maggiormente influisce sulla qualità di vita dei nostri assistiti. In questo campo è più che mai necessaria la capacità di mediazione dell’avvocato. 

PROVA INFEDELTA’ E CRISI MATRIMONIO

La prova dell’infedeltà del marito è questione particolarmente importante nel processo di separazione, perché da questa dipende l’addebito a carico di questo della loro separazione.

Ma cosa è l’addebito della separazione? E cosa comporta?

  • la separazione viene addebitata ad uno dei due coniugi quando si accerta che questo ha violato uno dei doveri del matrimonio (in questo caso del dovere di fedeltà) e che tale violazione è stata causa della crisi matrimoniale;
  • il coniuge “responsabile” del fallimento del matrimonio è “punito” con la perdita dell’assegno di mantenimento che altrimenti gli sarebbe spettato e con la perdita dei suoi diritti ereditari nei confronti dell’altro.
  • IMPORTANTE SENTENZA  TRIB MELANO
  • Milano, sez. IX civ., sentenza 1 luglio 2015 (Pres. est. Gloria Servetti)
  • RAPPORTO INVESTIGATIVO – OMESSA CONTESTAZIONE SPECIFICA – VALORE DI PROVA NEL PROCESSO – SUSSISTE – PRINCIPIO DI NON CONTESTAZIONE – ART. 115 C.P.C. (art. 115 cpc)
  • la non contestazione specifica costituisce un comportamento univocamente rilevante, con effetti vincolanti per il giudice, il quale deve astenersi da qualsivoglia controllo probatorio del fatto non contestato acquisito al materiale processuale (nella specie: mancata divisione del compendio ereditario prima della proposizione della domanda di condanna degli eredi da parte di chi ritenga di vantare un credito nei confronti del defunto) e deve, perciò, ritenere la circostanza in questione sussistente, in quanto l’atteggiamento difensivo in concreto spiegato espunge il fatto stesso dall’ambito degli accertamenti richiesti» (Cass. civ., sez. VI, ordinanza 21 agosto 2012 n. 14594, Pres. Goldoni, est. Giusti); interpretazione cui ha aderito, peraltro, anche il giudice superiore (v. Corte Appello Milano, sez. IV civ., sentenza 29 giugno 2011, Pres. Fabrizi, est. Marini);
  • OSSERVA IL TRIBUNALE
  • le specifiche cause della crisi relazionale sono state sin dall’atto introduttivo individuate dalla Costagliola nell’inopinata instaurazione da parte del marito di una relazione con persona in seguito precisamente identificata grazie alle espletate indagini investigative e individuata in una giovane straniera con la quale lo stesso si sarebbe, in assenza della moglie, anche intrattenuto nella casa familiare, nonché nella circostanza di avere ella subito percosse ad opera del coniuge nel dicembre 2012;
  • – tale ultimo evento può dirsi adeguatamente documentato alla stregua del prodotto referto del Pronto Soccorso, attestante una prognosi di gg. 6 per “traumatismo della testa, traumatismo lombare, traumatismo di faccia e naso” a seguito di percosse subite da persona nota, nonché dalla pressoché contestuale denuncia presentata dalla Costagliola alla Stazione dei C.C. di .., densa di particolari quanto alla ricostruzione dei fatti e, pertanto, nel suo complesso altamente attendibile
  • FATTO E MOTIVI DELLA DECISIONE
  • PREMESSO, IN FATTO, CHE:
  • – con ricorso depositato in data 17 marzo 2014 … conveniva innanzi al Tribunale il marito .., con il quale aveva contratto matrimonio in … il .. 1979 avendo, quindi, nel 1981 l’unico figlio .., oggi economicamente indipendente, assumendo che la prosecuzione della convivenza coniugale era divenuta impossibile a causa della relazione adulterina instaurata dal coniuge con altra donna, peraltro con modalità altamente offensive perché consumata anche all’interno della casa coniugale, e delle conseguenti violenze cui era stata sottoposta non appena scoperto il tradimento e chieste le dovute spiegazioni, tanto da avere dovuto ricorrere a prestazioni sanitarie presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale … di . per “trauma cranico non commotivo, policontusione mandibolare, contusione lombare”;
  • – chiedeva la ricorrente che la pronunzianda separazione fosse addebitata in via esclusiva al convenuto e che il medesimo fosse condannato al risarcimento dei danni dalla stessa patiti in conseguenza della descritta violazione dell’obbligo di fedeltà;
  • – ritualmente notificato l’atto introduttivo e dal … depositata memoria difensiva, all’udienza tenutasi ex art. 708 c.p.c. in data 19 giugno 2014 comparivano personalmente entrambi i coniugi e il Presidente, senza positivo esito esperito il preliminare tentativo di conciliazione, li autorizzava a vivere separati con obbligo di mutuo rispetto e non assumeva alcun ulteriore provvedimento provvisorio, in difetto di (ammissibili) domande di contenuto economico e dell’incontroversa autonomia raggiunta dall’unico figlio della coppia;
  • – rimessa la causa innanzi al designato Istruttore, le parti provvedevano a depositare i
  • rispettivi atti integrativi e di costituzione e all’udienza dell’11 novembre 2014 instavano
  • per la concessione dei termini di cui all’art. 183, sesto comma, c.p.c.;
  • – concessi i termini in parola, la causa era senz’altro rinviata ad altra data per la precisazione delle conclusioni sia di merito che istruttorie e, a tale ultimo incombente dalle stesse adempiutosi con i contenuti in epigrafe riportati, della decisione è stato infine investito il Tribunale in camera di consiglio alla scadenza dei termini di cui
  • all’art. 190 c.p.c. –
  • RITENUTO, IN DIRITTO, CHE:
  • – la domanda principale proposta dalla ricorrente è fondata e, pertanto, meritevole di positivo apprezzamento;
  • – i coniugi, che hanno contratto matrimonio in … nel .. 1979, hanno ormai da diverso tempo visto tra loro cessare ogni vincolo affettivo e, al tempo stesso, aumentare il livello della conflittualità interpersonale, tanto da avere interrotto la convivenza ancor prima dell’instaurazione del presente giudizio, tentato infruttuosamente una ripresa della vita in comune e, infine, entrambi riconosciuto il fallimento della loro unione;
  • – il negativo esito del tentativo di conciliazione esperito dal Presidente, l’indisponibilità delle parti verso qualsiasi soluzione transattiva della controversia o definizione in termini consensuali nonché il contenuto degli scritti difensivi attestano, al di là di ogni ragionevole dubbio, la produzione di una grave e irreversibile frattura nel loro sodalizio di coppia per essere venuti meno quei presupposti di affetto e condivisione del progetto di vita che rappresentano l’essenza stessa dell’unione matrimoniale;
  • – entrambe le parti hanno in atti del resto riconosciuto di avere verificato la sopravvenuta intollerabilità della loro convivenza e l’insussistenza di margini per una sua ripresa, di guisa che sussistono i presupposti di fatto e di diritto per far luogo a una pronuncia di separazione personale ai sensi e per gli effetti dell’art. 151, primo comma, c.c.;
  • – le specifiche cause della crisi relazionale sono state sin dall’atto introduttivo individuate dalla Costagliola nell’inopinata instaurazione da parte del marito di una relazione con persona in seguito precisamente identificata grazie alle espletate indagini investigative e individuata in una giovane straniera con la quale lo stesso si sarebbe, in assenza della moglie, anche intrattenuto nella casa familiare, nonché nella circostanza di avere ella subito percosse ad opera del coniuge nel dicembre 2012;
  • – tale ultimo evento può dirsi adeguatamente documentato alla stregua del prodotto referto del Pronto Soccorso, attestante una prognosi di gg. 6 per “traumatismo della testa, traumatismo lombare, traumatismo di faccia e naso” a seguito di percosse subite da persona nota, nonché dalla pressoché contestuale denuncia presentata dalla Costagliola alla Stazione dei C.C. di .., densa di particolari quanto alla ricostruzione dei fatti e, pertanto, nel suo complesso altamente attendibile;
  • – che, inoltre, la ricorrente da tale data abbia registrato una profonda alterazione del proprio personale equilibrio risulta dal certificato rilasciato il 13.01.2014 dal medico curante dott. … il quale riporta una diagnosi di depressione reattiva a seguito di problemi familiari e una terapia (in atto proprio dal gennaio 2013) con antidepressivi (…) e ansiolitici (..), supporti farmacologici notoriamente utilizzati per compensare disturbi dell’umore, ansia ed eccessiva emotività;
  • – le risultanze dettagliate delle relazioni investigative effettuate su incarico dell’attrice vedono l’allegazione di cospicuo materiale fotografico nel quale il convenuto compare in compagnia di una figura femminile che, dai tratti somatici, ben potrebbe essere la persona che sin dall’atto introduttivo la … ha indicato come amante del marito;
  • – ben vero quanto da controparte sostenuto, e cioè che le investigazioni in esame debbono ascriversi al novero delle prove atipiche e scritti provenienti da terzi, sì da valere unicamente come presunzioni o argomenti di prova ma altrettanto vero che al riguardo ha la ricorrente formulato capitoli di prova a conferma, senz’altro ammissibili laddove in concreto rilevanti;
  • – tale rilevanza nella specie non sussiste, dal momento che nulla di preciso ha il convenuto contestato in punto di fatto e si è limitato ad osservare che “le relazioni sono state eseguite da Agenzie che non è stato provato siano munite delle necessarie autorizzazioni prefettizie”, con ciò all’evidenza intendendo “spostare” l’attendibilità delle risultanze investigative da un piano sostanziale, cioè di loro aderenza alla realtà fattuale, a un piano meramente formale, quanto a dire di regolarità amministrativa dell’operato svolto;
  • – e proprio in ragione di tale del tutto peculiare rilievo è il Collegio dell’avviso che non abbia il …. affatto contestato in senso tecnico giuridico le produzioni di controparte, con ciò rendendole utilizzabili ai fini della complessiva valutazione del materiale probatorio senza necessità alcuna di conferma testimoniale;
  • – come questo Tribunale ha, infatti, già osservato, «in tanto il rapporto investigativo deve essere oggetto di conferma probatoria mediante escussione testimoniale dei testi di riferimento, in quanto sia stato specificamente contestato dalla controparte (art. 115 c.p.c.), assumendo, altrimenti, un valore pieno di prova documentale» (ex multis: Trib. Milano, 13 maggio 2015, est. Servetti; Trib. Milano, 17 luglio 2013, est. Muscio; Trib. Milano, 8 aprile 2013, est. Buffone);
  • – così pronunciandosi il Tribunale ha inteso aderire all’ormai consolidato orientamento della Suprema Corte la quale è dell’avviso che, «ai sensi dell’art. 115 cod. proc. civ., «la non contestazione specifica costituisce un comportamento univocamente rilevante, con effetti vincolanti per il giudice, il quale deve astenersi da qualsivoglia controllo probatorio del fatto non contestato acquisito al materiale processuale (nella specie: mancata divisione del compendio ereditario prima della proposizione della domanda di condanna degli eredi da parte di chi ritenga di vantare un credito nei confronti del defunto) e deve, perciò, ritenere la circostanza in questione sussistente, in quanto l’atteggiamento difensivo in concreto spiegato espunge il fatto stesso dall’ambito degli accertamenti richiesti» (Cass. civ., sez. VI, ordinanza 21 agosto 2012 n. 14594, Pres. Goldoni, est. Giusti); interpretazione cui ha aderito, peraltro, anche il giudice superiore (v. Corte Appello Milano, sez. IV civ., sentenza 29 giugno 2011, Pres. Fabrizi, est. Marini);
  • – beninteso che, come noto, il principio di non contestazione, enucleato nell’art. 115 c.p.c., ha vocazione generale e si applica a ogni fatto introdotto specificamente nel processo, pure là dove sia contenuto in una prova documentale: in altri termini, il documento che sia prodotto in modo completo deve essere contestato specificamente oppure assume il valore di prova (arg. Cass. Civ., 28 maggio 2013 n. 13206);
  • – d’altro canto, il principio di contestazione non incorre in particolari limitazioni nel procedimento civile, poiché «trova fondamento nel carattere dispositivo del processo, che comporta una struttura dialettica a catena, nella generale organizzazione per preclusioni successive, che caratterizza in misura maggiore o minore ogni sistema processuale, nel dovere di lealtà e di probità previsto dall’art.88 c.p.c., e nel generale principio di economia che deve sempre informare il processo, soprattutto alla luce del novellato art. 111 Cost.» (Cass. Civ. n. 25136 del 2009);
  • – a ciò in via ulteriore si aggiunga che l’uniformità cronologica tra le lesioni riportate dalla moglie (rispetto alle quali neppure è stata adombrata l’ipotesi che sia stato un soggetto terzo a produrle) e quanto riferito in sede di denuncia / querela risulta di concludente conforto alla versione prospettata sin dall’atto introduttivo;
  • – la linea difensiva seguita dal …. è volta a sostenere che, indipendentemente dalla sua (pur contestata) violazione dell’obbligo di fedeltà, l’unione coniugale era già da lungo tempo compromessa e ogni positiva comunicazione era tra loro cessata, ma sul punto i capitoli di prova dedotti non appaiono idonei a confortare l’assunto di un matrimonio “già finito” e caratterizzato da reciproca indifferenza e autonomia, bensì solo una realtà, invero assai comune, di una convivenza un po’ appassita e di una crisi che li aveva portati in qualche occasione a stare lontani, per un viaggio o una vacanza, forse proprio allo scopo di verificare la bontà della propria unione;
  • – è, dunque, da escludere che l’eventuale espletamento delle prove orali invocate dal convenuto possano in ipotesi portare al superamento dell’omogeneo materiale probatorio offerto dalla ricorrente, dotato di ben maggiore attendibilità;
  • – la separazione dovrà, di conseguenza, essere in via esclusiva addebitata al marito, ai sensi e per gli effetti dell’art. 151, primo e secondo comma, c.c.;
  • – per quanto attiene alle questioni accessorie è anzitutto opportuno sottolineare come la …. abbia nel proprio atto di costituzione con nuovo difensore in via espressa rinunciato all’originariamente formulata domanda di risarcimento del danno non patrimoniale procuratole dall’indebita condotta maritale, per l’effetto aderendo al consolidato orientamento in più occasioni espresso da questo Tribunale, in sintonia con le indicazioni della giurisprudenza di legittimità;
  • – resta, dunque, il solo profilo dell’assegno di mantenimento rivendicato in via riconvenzionale dal convenuto nell’ammontare di € 2.000,00= mensili, assegno che, in ragione dell’addebito riconosciuto a suo carico, non potrà ai sensi di legge che essere invece qualificato come alimentare:
  • – ciò premesso, non ne ricorrono i presupposti alla luce delle disposizioni di cui agli artt. 433 e ss. c.c., dal momento che non solo il …. risulta avere anche nell’anno 2012 (ultima dichiarazione prodotta, PF 2013) percepito redditi da partecipazione, per la quota del 24%, nell’ammontare di € 13.614,00= ma, anche, è pacifico come i coniugi abbiano in essere rapporti societari, anche se non ben chiariti, relativi a un esercizio commerciale da sempre congiuntamente gestito, sì che ogni eventuale “stato di bisogno” del richiedente potrebbe agevolmente trovare soddisfazione e ristoro in altra e diversa sede, a definizione dei complessi rapporti economici familiari;
  • – le esposte ragioni della decisione e la soccombenza del convenuto comportano la di lui condanna alla rifusione in favore dell’attrice delle spese processuali che, avuto riguardo alla modestia della controversia, al celere sviluppo processuale e all’assenza di attività istruttoria, si liquidano in € 3.000,00= per compensi, oltre a C.U. e accessori tutti nella percentuale di legge.
  • Q. M.
  • Il Tribunale, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta, con ricorso deposito il
  • 17 marzo avanzata, 1
  • 2014, da … nei confronti di …., nonché sulla riconvenzionale da quest’ultima nel contraddittorio delle parti e con l’intervento del P.M. così provvede:
  • dichiara la separazione personale dei coniugi … e …, sposatisi in … il .. 1979 (atto trascritto nei Registri dello Stato Civile del Comune di …
  • dichiara la separazione in via esclusiva addebitabile al marito, ex art. 151, secondo comma, c.c.;
  • respinge la domanda di assegno periodico proposta dal convenuto;
  • manda alla Cancelleria di trasmettere, all’avvenuto passaggio in giudicato del capo 1), copia del dispositivo della presente sentenza all’ufficiale dello Stato Civile del Comune di … per le trascrizioni e annotazioni di rito;
  • condanna il convenuto …. .. a rifondere la ricorrente delle spese di lite, liquidate in € 3.000,00= per compensi, oltre C.U., rimborso forfetario, Iva e Cpa nelle percentuali di legge;
  • Così deciso in Milano, in camera di consiglio, il 1° luglio 2015.
  • sentenza provvisoriamente esecutiva ex lege, ad eccezione dei capi 1) e 2).
  • Il presidente rel. dott. G. Servetti

 

Quando si hanno delle soluzioni che soddisfano le esigenze dei separandi spesso si riesce  ad attenuare il trauma di una famiglia che si divide.

  1. I principali servizi che offre l’avvocato Sergio Armaroli nel settore sono i seguenti:
  2. Negoziazione assistita per la separazione personale dei coniugi;
  3. Separazione personale dei coniugi giudiziale (consensuale e non);
  4. Divorzio giudiziario;
  5. Divorzio breve;
  6. Modifica della condizioni di separazione;
  7. Modifica delle condizioni di divorzio;
  8. Modifica delle condizioni di affidamento di figli minori;
  9. Determinazione delle condizioni di affidamento e mantenimento di figli nati da coppie di fatto;
  10. Accordi di convivenza;
  11. Dichiarazioni di successione;
  12. Rivendicazioni ereditarie;
  13. Riconoscimento giudiziale della paternità o maternità;
  14. Cambio sesso: rettificazione di attribuzione di sesso;
  15. Modifica del cognome.
  • Ci si può separare o si può divorziare in modo consensuale se i coniugi raggiungono un accordo riguardo le condizioni relative all’affidamento dei figli e gli aspetti economici, altrimenti occorre che uno di essi presenti autonomamente un ricorso al Tribunale di competenza instaurando un Giudizio.

MA PERCHE’ SI CHIAMA SEPARAZIONE CONSENSUALE

Il termine consensuale deriva proprio dal fatto perché prevede il consenso espresso di entrambi i coniugi che giungono ad un accordo sulla spartizione dei loro beni in comunione e sull’affidamento dei figli nonché su tutte le possibili questioni connesse alla vita matrimoniale.

Un consenso delle parti che può essere originario se il ricorso è presentato da tutte e due le parti ma può anche essere successivo, nel senso che la separazione può partire come giudiziale (istanza di una sola parte) e poi divenire consensuale successivamente.

Sia la separazione, sia il divorzio iniziati giudizialmente potranno sempre trasformarsi in procedure consensuali ove le parti trovassero un accordo prima dell’emissione della sentenza.

  • Da anni con impegno e risultato mi occupo di diritto di famigliae di tutte le problematiche sottese alla separazione e al divorzio (rapporti patrimoniali tra coniugi, assegnazione della casa coniugale, affidamento e mantenimento dei minori, ecc.).
  • Con grande esperienza ho maturato competenze , che al di là delle mere conoscenze giuridiche, comprendono anche tatto e capacità di ascolto, necessarie per supportare la parte assistita.

Da tenere presente che la separazione non fa venir meno lo status di coniuge ma incide su alcuni obblighi tipici del matrimonio: decade l’obbligo di convivenza e di fedeltà così come la comunione dei beni (se quello era il regime patrimoniale prescelto dai coniugi).
Permangono invece gli obblighi di mantenimento del coniuge, di partecipazione alla gestione della famiglia e di educazione della prole.

 

 

La separazione giudiziale, secondo il codice civile italiano, si può avere su istanza di parte o perché ci sono state delle violazioni degli obblighi matrimoniali da parte di uno dei coniugi o perché ci sono delle circostanze oggettive che rendono non più sostenibile la prosecuzione del rapporto.

  1. Il processo inizia con ricorso al presidente del tribunale, di norma, nel luogo in cui è individuata l’ultima residenza della coppia .
  2. Nel ricorso dovranno essere indicati gli elementi sui quali si fonda la richiesta e la dichiarazione sull’esistenza di prole.
  3. Il Presidente del Tribunale accogliendo il ricorso fissa con decreto la data della udienza di comparizione dei coniugi.
  4. Chi ha presentato il ricorso dovrà provvedere a notificare il decreto all’altro coniuge.
  5. L’udienza di comparizione si svolge dinanzi al solo presidente del tribunale.

All’’udienza di comparizione devono comparire obbligatoriamente e personalmente i coniugi;

Quando all’udienza di comparizione non si presenta il coniuge attore (colui che ha promosso il processo) il presidente dichiara estinto il processo.

Avendo sempre in primo piano gli interessi e la tutela dei miei assistiti, il mio approccio mira, ove possibile, alla risoluzione della crisi e al raggiungimento di un accordo tra le parti, al fine di giungere alla separazione consensuale o al divorzio congiunto.

Tale metodo permette di ottenere una soluzione più rapida senza dover ricorrere all’intervento del tribunale e risulta particolarmente indicato nell’ottica di tutela dei minori coinvolti.

  1. A quale coniuge viene assegnata la casa coniugale in caso di separazione?
  1. Secondo la normativa di riferimento, sia nell’ambito della separazione sia del divorzio, il diritto di abitazione della casa familiare spetta di preferenza al coniuge cui sono affidati i figli o con i quali i figli convivono ed il giudice deve tenere conto dell’assegnazione nei rapporti economici tra i genitori.In tema di assegnazione della casa coniugale, dunque, il titolo per il coniuge ad abitare la casa coniugale è funzionale alla conservazione dell’ambiente domestico e giustificato dall’interesse morale e materiale della prole affidatagli.

    Nel caso non vi siano figli minori o maggiorenni non economicamente autosufficienti la casa coniugale non potrà essere assegnata (salvo diversi accordi tra le parti).

UNIONI CIVILI AVVOCATO A BOLOGNA SERGIO ARMAROLI

AVVOCATO A BOLOGNA SERGIO ARMAROLI

presta assistenza anche relativamente alle nuove forme di famiglia riconosciute dall’ordinamento, quali le unioni civili, le coppie di fatto e le coppie conviventi.

L’avvocato Sergio Armaroli le parti sia nel momento della costituzione che dell’eventuale scioglimento del rapporto.

ETILOMETRO Violazioni al codice della strada – Rifiuto di sottoposizione all’accertamento alcoolimetrico – Applicazione diretta dell’art. 620 cpp – Condizioni – Causa di non punibilità – Ricorrenza dei presupposti oggettivi e soggettivi – Apprezzamento del giudice di merito – Riconducibilità alla previsione ex art. 131 bis cp Corte di Cassazione|Sezione U|Penale|Sentenza|6 aprile 2016| n. 13682

Rifiuto di sottoposizione all’accertamento alcoolimetrico – Applicazione diretta dell’art. 620 cpp – Condizioni – Causa di non punibilità – Ricorrenza dei presupposti oggettivi e soggettivi – Apprezzamento del giudice di merito – Riconducibilità alla previsione ex art. 131 bis cp Corte di Cassazione|Sezione U|Penale|Sentenza|6 aprile 2016| n. 13682

 

ETILOMETRO Violazioni al codice della strada – Rifiuto di sottoposizione all’accertamento alcoolimetrico – Applicazione diretta dell’art. 620 cpp – Condizioni – Causa di non punibilità – Ricorrenza dei presupposti oggettivi e soggettivi – Apprezzamento del giudice di merito – Riconducibilità alla previsione ex art. 131 bis cp Corte di Cassazione|Sezione U|Penale|Sentenza|6 aprile 2016| n. 13682

 

Se la causa di non punibilita’ per particolare tenuita’ del fatto, di cui all’articolo 131-bis cod. pen., sia compatibile con il reato di rifiuto di sottoporsi all’accertamento alcoolimetrico, previsto dall’articolo 186 C.d.S., comma 7.Occorre considerare che l’articolo 131-bis cod. pen. e’ stato introdotto con il Decreto Legislativo 16 marzo 2015, n. 28, articolo 1, comma 2, e quindi in epoca successiva alla pronunzia d’appello emessa il 10 febbraio 2015 e relativa a fatto commesso il

Questa Corte ha in numerose occasioni condivisibilmente ritenuto che, se non e’ stato possibile proporlo in grado di appello, il tema afferente all’applicazione del nuovo istituto puo’ essere dedotto davanti alla Corte di cassazione e puo’ essere altresi’ rilevato d’ufficio ai sensi dell’articolo 609 c.p.p., comma 2, (da ultimo Sez. 3, n. 24358 del 14/05/2015, Ferretti, Rv. 264109; Sez. 4, n. 22381 del 17/04/2015, Mauri, Rv. 263496; Sez. 3, n. 15449 del 08/04/2015, Mazzarotto, Rv. 263308).

Si e’ infatti in presenza, come sara’ meglio esposto nel prosieguo, di innovazione di diritto penale sostanziale che disciplina l’esclusione della punibilita’ e che reca senza dubbio una disciplina piu’ favorevole. Il novum trova quindi applicazione retroattiva ai sensi dell’articolo 2 c.p., comma 4. L’elevato rango del principio espresso da tale ultima norma impone la sua applicazione ex officio, anche in caso di ricorso inammissibile, come ritenuto recentemente dalle Sezioni unite. Si e’ infatti condivisibilmente affermato il diritto dell’imputato, desumibile dal principio in questione, ad essere giudicato in base al trattamento piu’ favorevole tra quelli succedutisi nel tempo; ed il dovere del giudice di applicare la lex mitior, anche nel caso in cui il ricorso sia inammissibile (Sez. U, n. 46653 del 26/06/2015, Della Fazia, Rv. 265110).

Naturalmente, quando non sia in questione l’applicazione della sopravvenuta legge piu’ favorevole ai sensi dell’articolo 609 c.p.p., comma 2, la inammissibilita’ del ricorso per cassazione preclude la deducibilita’ e la rilevabilita’ di ufficio della causa di non punibilita’.

Appurata la rilevanza della nuova disciplina, resta da intendere quale sia il ruolo della Corte di cassazione. In proposito si e’ ripetutamente ritenuto che vada compiuta una preliminare delibazione in ordine all’applicabilita’ in astratto del nuovo istituto sulla base degli elementi di giudizio disponibili alla stregua delle risultanze processuali e della motivazione della decisione impugnata; e che, in caso di valutazione positiva, la sentenza impugnata debba essere annullata con rinvio al giudice di merito per le pertinenti valutazioni e statuizioni (oltre alle sentenze sub 1, da ultimo, Sez. 3, n. 21474 del 22/04/2015, Fantoni, Rv. 263693; Sez. 4, n. 33821 del 01/07/2015, Pasolini, Rv. 264357).

In qualche pronunzia, peraltro, e’ stata pure ritenuta la possibilita’ di applicare direttamente, ai sensi dell’articolo 620 c.p.p., comma 1, lettera l), la causa di non punibilita’ quando risulti palese dalla sentenza impugnata la ricorrenza dei presupposti oggettivi e soggettivi formali della stessa, e un apprezzamento del giudice di merito che consenta di ritenere coerente la conclusione che il caso di specie debba essere ricondotto alla previsione di cui all’articolo 131-bis cod. pen. (Sez. 6, n. 45073 del 16/09/2015, Barrara, Rv. 265224; Sez. 5, n. 48020 del 07/10/2015, V., Rv. 265467).

Il tema di cui si discute chiama effettivamente in campo l’articolo 620 c.p.p., comma 1, lettera l), che consente alla Corte di cassazione di adottare pronunzia di annullamento senza rinvio quando la restituzione del giudizio nella sede di merito e’ “superflua”; quando, cioe’, per quel che qui interessa, non e’ richiesta una valutazione sul fatto estranea al sindacato di legittimita’.

Tale norma e’ stata ripetutamente ritenuta dalle Sezioni Unite fonte per l’adozione di pronunzie assolutorie nella sede di legittimita’ (Sez. U, n. 22327 del 30/10/2003, Andreotti, Rv. 226100; Sez. U, n. 22327 del 21/05/2003, Carnevale, Rv. 224181); oltre che dalle sezioni semplici (ad es. Sez. 2, 11/11/2010, n. 41461, Franzi, Rv. 248927). Essa ha costituito pure la base normativa per applicare una causa di non punibilita’ sopravvenuta (ad es. Sez. 6, n. 9727 del 18/02/2014, Grieco, Rv 259110; Sez. 6, n. 17065 del 26/04/2012, Cirillo, Rv. 252506).

In tali situazioni la pronunzia e’ adottata ai sensi dell’articolo 129 cod. proc. pen.. Ne’ un ostacolo puo’ essere rinvenuto nel fatto che tale articolo, pur dedicato nella rubrica all’obbligo della immediata declaratoria di determinate cause di non punibilita’, non fa menzione dell’ipotesi in cui ricorra una causa di non punibilita’. Invero la norma ha portata generale, sistemica. Essa, come gia’ ritenuto dalle Sezioni Unite (Sez. U, n. 12283 del 25/01/2005, De Rosa, Rv. 230529), non attribuisce al giudice un potere di giudizio ulteriore ed autonomo rispetto a quello gia’ riconosciutogli dalle specifiche norme che regolano l’epilogo proscioglitivo nelle varie fasi e nei diversi gradi del processo, ma enuncia una regola di condotta rivolta al giudice che, operando in ogni stato e grado del processo, presuppone l’esercizio della giurisdizione con effettiva pienezza del contraddittorio. In breve, atteso l’indicato ruolo sistemico, l’articolo citato consente l’adozione di tutte le formule di proscioglimento.

Occorre infine aggiungere che l’applicazione del meccanismo processuale di cui si discute non e’ preclusa nell’ambito del nuovo istituto, a causa del diritto dell’imputato all’interlocuzione. Invero, il giudizio di legittimita’ e’ caratterizzato da ampio contraddittorio scritto ed orale su ogni aspetto della regiudicanda. E d’altra parte, naturalmente, la Corte non potrebbe comunque prosciogliere l’imputato con una formula meno favorevole di quella enunciata nella sentenza di merito; ma dovrebbe semmai addivenire ad esito piu’ favorevole, come nel caso di sopravvenuta prescrizione, pure se il fatto e’ specialmente tenue.

 Resta da intendere quale sia la natura e la conformazione del giudizio demandato alla Corte di cassazione.

Anticipando quanto sara’ esposto piu’ avanti, va considerato che la valutazione sulla particolare tenuita’ del fatto richiede l’analisi e la considerazione della condotta, delle conseguenze del reato e del grado della colpevolezza. Si tratta di ponderazioni che sono parte ineliminabile del giudizio di merito e che sono conseguentemente espresse in motivazione, magari in guisa implicita. Sulla base del fatto accertato e valutato dalla sentenza impugnata, dunque, il giudice di legittimita’ e’ nella condizione di esperire il giudizio che gli e’ proprio, afferente all’applicazione della legge; di accertare, cioe’, se la fattispecie concreta e’ collocata entro il modello legale espresso dal nuovo istituto.

Conclusivamente, quando la sentenza impugnata sia anteriore alla novella, l’applicazione dell’istituto nel giudizio di legittimita’ va ritenuta o esclusa senza che si debba rinviare il processo nella sede di merito. Ove esistano le condizioni di legge, l’epilogo decisorio e’ costituito, alla luce di quanto si e’ prima esposto ed alla stregua dell’articolo 620 c.p.p., comma 1, lettera l), e articolo 129 c.p.p., da pronunzia di annullamento senza rinvio perche’ l’imputato non e’ punibile a causa della particolare tenuita’ del fatto.

 Chiarito il contenuto del giudizio di legittimita’, occorre intendere se l’articolo 131-bis cod. pen. sia applicabile al reato oggetto del giudizio.

La sentenza Pasolini evocata nell’ordinanza di rimessione, ha dato risposta positiva. E’ stata annullata con rinvio la pronunzia di merito a seguito della sopravvenuta disciplina piu’ favorevole.

Si e’ considerato che alla stregua della sentenza impugnata non emerge una condotta di guida concretamente pericolosa, e che la pena e’ stata irrogata in misura pari al minimo edittale, sicche’ esistono indici significativi nel senso della possibile sussunzione del fatto nell’ipotesi di particolare tenuita’, che dovranno essere valutati dal giudice del rinvio.

Questo approccio non presenta aspetti critici per cio’ che attiene all’applicabilita’ del nuovo istituto al caso in esame; e le obiezioni esposte nell’ordinanza di rimessione non colgono nel segno.

Il tema, peraltro, non puo’ essere esaminato in astratto, ma richiede di partire dal dato testuale. Occorre considerare che il legislatore ha limitato il campo d’applicazione del nuovo istituto in relazione alla gravita’ del reato, desunta dalla pena edittale massima; ed alla non abitualita’ del comportamento.

In tale ambito, come sara’ meglio esplicitato piu’ avanti, il fatto particolarmente tenue va individuato alla stregua di caratteri riconducibili a tre categorie di indicatori: le modalita’ della condotta, l’esiguita’ del danno o del pericolo, il grado della colpevolezza.

L’ordinanza di rimessione, dunque, non coglie nel segno e pecca di astrattezza quando lega il nuovo istituto al principio di offensivita’.

Le Sezioni Unite hanno gia’ avuto occasione, recentemente, di evocare le radici e le inespresse potenzialita’ ermeneutiche del principio di offensivita’ (Sez. U, n. 40354 del 18/07/2013, Sciuscio, Rv. 255974). Si e’ rammentata la sua costituzionalizzazione, conseguita attraverso la lettura integrata di diverse norme della legge fondamentale. Si e’ pure posto in luce (e lo si ribadisce nella presente sede) che l’interprete delle norme penali ha l’obbligo di adattarle alla Costituzione in via ermeneutica, rendendole applicabili solo ai fatti concretamente offensivi; offensivi in misura apprezzabile. I beni giuridici e la loro offesa costituiscono la chiave per una interpretazione teleologica dei fatti che renda visibile la specifica offesa gia’ contenuta nel tipo legale del fatto. Sul piano ermeneutico viene cosi’ superato lo stacco tra tipicita’ ed offensivita’. I singoli tipi di reato vanno ricostruiti in conformita’ al principio di offensivita’, sicche’ tra i molteplici significati eventualmente compatibili con la lettera della legge si dovra’ operare una scelta con l’aiuto del criterio del bene giuridico, considerando fuori del tipo di fatto incriminato i comportamenti non offensivi dell’interesse protetto. In breve, e’ proprio il parametro valutativo di offensivita’ che consente di individuare gli elementi fattuali dotati di tipicita’; e di dare contenuto tangibile alle espressioni vaghe che spesso compaiono nelle formule legali.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CANZIO Giovanni – Presidente

Dott. CONTI Giovanni – Consigliere

Dott. VECCHIO Massimo – Consigliere

Dott. FIANDANESE Franco – Consigliere

Dott. PAOLONI Giacomo – Consigliere

Dott. BRUNO Paolo Antonio – Consigliere

Dott. DAVIGO Piercamillo – Consigliere

Dott. BLAIOTTA Rocco Mar – rel. Consigliere

Dott. RAMACCI Luca – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato ad (OMISSIS);

avverso la sentenza del 05/03/2015 della Corte di appello di Catanzaro;

visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;

udita la relazione svolta dal componente Dott. Rocco Marco Blaiotta;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Dott. STABILE Carmine, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;

udito il difensore dell’imputato, avv. (OMISSIS) che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Il Tribunale di Cosenza ha affermato la responsabilita’ dell’imputato indicato in epigrafe in ordine al reato di cui all’articolo 186 C.d.S., comma 7, commesso il (OMISSIS). La pronunzia e’ stata confermata dalla Corte di appello di Catanzaro.
  2. L’imputato ha presentato ricorso per cassazione, chiedendo che sia ritenuta la non punibilita’ per particolare tenuita’ del fatto ai sensi dell’articolo 13-bis. cod. pen. introdotto in epoca successiva alla sentenza d’appello.
  3. La Quarta Sezione penale, cui il giudizio era stato assegnato, ha rimesso alle Sezioni Unite la questione relativa alla compatibilita’ della causa di non punibilita’ per particolare tenuita’ del fatto di cui all’articolo 131-bis cod. pen. con il reato previsto dall’articolo 186C.d.S., comma 7.

L’ordinanza rammenta che il quesito ha trovato risposta affermativa in una pronunzia di legittimita’ (Sez. 4, n. 33821 del 01/07/2015, Pasolini, Rv. 264357); ma ritiene non condivisibile tale soluzione.

Si considera che l’illecito in questione, costituito dal rifiuto di sottoporsi all’esame alcoolimetrico da parte del conducente di un veicolo, si risolve in una condotta di dissenso che e’ sempre uguale a se stessa e delinea un reato istantaneo; sicche’ sarebbe impossibile una graduazione dell’offensivita’ nel senso richiesto dall’articolo 131-bis cod. pen..

D’altra parte, il nuovo istituto richiede di valutare la sola condotta e non consente di apprezzare se essa abbia dato luogo ad una situazione concretamente pericolosa. Conseguentemente, non e’ condivisibile l’approccio al problema proposto dalla citata sentenza Pasolini, che ha ritenuto la possibilita’ di ritenere la particolare tenuita’ del fatto proprio in considerazione del mancato riscontro di concreta pericolosita’.

A cio’ si aggiunge che il bene tutelato dalla norma incriminatrice e’ costituito dal regolare andamento dei controlli di polizia attinenti alla sicurezza della circolazione; e che al riguardo non puo’ ipotizzarsi la graduazione dell’offesa.

  1. Con decreto del 21 dicembre 2015 il Primo Presidente ha assegnato il ricorso alle Sezioni unite e ne ha disposto la trattazione nell’udienza odierna.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. La questione sottoposta all’esame delle Sezioni Unite attiene al seguente quesito:

“Se la causa di non punibilita’ per particolare tenuita’ del fatto, di cui all’articolo 131-bis cod. pen., sia compatibile con il reato di rifiuto di sottoporsi all’accertamento alcoolimetrico, previsto dall’articolo 186 C.d.S., comma 7.

  1. Occorre considerare che l’articolo 131-bis cod. pen. e’ stato introdotto con il Decreto Legislativo 16 marzo 2015, n. 28, articolo 1, comma 2, e quindi in epoca successiva alla pronunzia d’appello emessa il 10 febbraio 2015 e relativa a fatto commesso il (OMISSIS).

Questa Corte ha in numerose occasioni condivisibilmente ritenuto che, se non e’ stato possibile proporlo in grado di appello, il tema afferente all’applicazione del nuovo istituto puo’ essere dedotto davanti alla Corte di cassazione e puo’ essere altresi’ rilevato d’ufficio ai sensi dell’articolo 609 c.p.p., comma 2, (da ultimo Sez. 3, n. 24358 del 14/05/2015, Ferretti, Rv. 264109; Sez. 4, n. 22381 del 17/04/2015, Mauri, Rv. 263496; Sez. 3, n. 15449 del 08/04/2015, Mazzarotto, Rv. 263308).

Si e’ infatti in presenza, come sara’ meglio esposto nel prosieguo, di innovazione di diritto penale sostanziale che disciplina l’esclusione della punibilita’ e che reca senza dubbio una disciplina piu’ favorevole. Il novum trova quindi applicazione retroattiva ai sensi dell’articolo 2 c.p., comma 4. L’elevato rango del principio espresso da tale ultima norma impone la sua applicazione ex officio, anche in caso di ricorso inammissibile, come ritenuto recentemente dalle Sezioni unite. Si e’ infatti condivisibilmente affermato il diritto dell’imputato, desumibile dal principio in questione, ad essere giudicato in base al trattamento piu’ favorevole tra quelli succedutisi nel tempo; ed il dovere del giudice di applicare la lex mitior, anche nel caso in cui il ricorso sia inammissibile (Sez. U, n. 46653 del 26/06/2015, Della Fazia, Rv. 265110).

Naturalmente, quando non sia in questione l’applicazione della sopravvenuta legge piu’ favorevole ai sensi dell’articolo 609 c.p.p., comma 2, la inammissibilita’ del ricorso per cassazione preclude la deducibilita’ e la rilevabilita’ di ufficio della causa di non punibilita’.

  1. Appurata la rilevanza della nuova disciplina, resta da intendere quale sia il ruolo della Corte di cassazione. In proposito si e’ ripetutamente ritenuto che vada compiuta una preliminare delibazione in ordine all’applicabilita’ in astratto del nuovo istituto sulla base degli elementi di giudizio disponibili alla stregua delle risultanze processuali e della motivazione della decisione impugnata; e che, in caso di valutazione positiva, la sentenza impugnata debba essere annullata con rinvio al giudice di merito per le pertinenti valutazioni e statuizioni (oltre alle sentenze sub 1, da ultimo, Sez. 3, n. 21474 del 22/04/2015, Fantoni, Rv. 263693; Sez. 4, n. 33821 del 01/07/2015, Pasolini, Rv. 264357).

In qualche pronunzia, peraltro, e’ stata pure ritenuta la possibilita’ di applicare direttamente, ai sensi dell’articolo 620 c.p.p., comma 1, lettera l), la causa di non punibilita’ quando risulti palese dalla sentenza impugnata la ricorrenza dei presupposti oggettivi e soggettivi formali della stessa, e un apprezzamento del giudice di merito che consenta di ritenere coerente la conclusione che il caso di specie debba essere ricondotto alla previsione di cui all’articolo 131-bis cod. pen. (Sez. 6, n. 45073 del 16/09/2015, Barrara, Rv. 265224; Sez. 5, n. 48020 del 07/10/2015, V., Rv. 265467).

Il tema di cui si discute chiama effettivamente in campo l’articolo 620 c.p.p., comma 1, lettera l), che consente alla Corte di cassazione di adottare pronunzia di annullamento senza rinvio quando la restituzione del giudizio nella sede di merito e’ “superflua”; quando, cioe’, per quel che qui interessa, non e’ richiesta una valutazione sul fatto estranea al sindacato di legittimita’.

Tale norma e’ stata ripetutamente ritenuta dalle Sezioni Unite fonte per l’adozione di pronunzie assolutorie nella sede di legittimita’ (Sez. U, n. 22327 del 30/10/2003, Andreotti, Rv. 226100; Sez. U, n. 22327 del 21/05/2003, Carnevale, Rv. 224181); oltre che dalle sezioni semplici (ad es. Sez. 2, 11/11/2010, n. 41461, Franzi, Rv. 248927). Essa ha costituito pure la base normativa per applicare una causa di non punibilita’ sopravvenuta (ad es. Sez. 6, n. 9727 del 18/02/2014, Grieco, Rv 259110; Sez. 6, n. 17065 del 26/04/2012, Cirillo, Rv. 252506).

In tali situazioni la pronunzia e’ adottata ai sensi dell’articolo 129 cod. proc. pen.. Ne’ un ostacolo puo’ essere rinvenuto nel fatto che tale articolo, pur dedicato nella rubrica all’obbligo della immediata declaratoria di determinate cause di non punibilita’, non fa menzione dell’ipotesi in cui ricorra una causa di non punibilita’. Invero la norma ha portata generale, sistemica. Essa, come gia’ ritenuto dalle Sezioni Unite (Sez. U, n. 12283 del 25/01/2005, De Rosa, Rv. 230529), non attribuisce al giudice un potere di giudizio ulteriore ed autonomo rispetto a quello gia’ riconosciutogli dalle specifiche norme che regolano l’epilogo proscioglitivo nelle varie fasi e nei diversi gradi del processo, ma enuncia una regola di condotta rivolta al giudice che, operando in ogni stato e grado del processo, presuppone l’esercizio della giurisdizione con effettiva pienezza del contraddittorio. In breve, atteso l’indicato ruolo sistemico, l’articolo citato consente l’adozione di tutte le formule di proscioglimento.

Occorre infine aggiungere che l’applicazione del meccanismo processuale di cui si discute non e’ preclusa nell’ambito del nuovo istituto, a causa del diritto dell’imputato all’interlocuzione. Invero, il giudizio di legittimita’ e’ caratterizzato da ampio contraddittorio scritto ed orale su ogni aspetto della regiudicanda. E d’altra parte, naturalmente, la Corte non potrebbe comunque prosciogliere l’imputato con una formula meno favorevole di quella enunciata nella sentenza di merito; ma dovrebbe semmai addivenire ad esito piu’ favorevole, come nel caso di sopravvenuta prescrizione, pure se il fatto e’ specialmente tenue.

  1. Resta da intendere quale sia la natura e la conformazione del giudizio demandato alla Corte di cassazione.

Anticipando quanto sara’ esposto piu’ avanti, va considerato che la valutazione sulla particolare tenuita’ del fatto richiede l’analisi e la considerazione della condotta, delle conseguenze del reato e del grado della colpevolezza. Si tratta di ponderazioni che sono parte ineliminabile del giudizio di merito e che sono conseguentemente espresse in motivazione, magari in guisa implicita. Sulla base del fatto accertato e valutato dalla sentenza impugnata, dunque, il giudice di legittimita’ e’ nella condizione di esperire il giudizio che gli e’ proprio, afferente all’applicazione della legge; di accertare, cioe’, se la fattispecie concreta e’ collocata entro il modello legale espresso dal nuovo istituto.

Conclusivamente, quando la sentenza impugnata sia anteriore alla novella, l’applicazione dell’istituto nel giudizio di legittimita’ va ritenuta o esclusa senza che si debba rinviare il processo nella sede di merito. Ove esistano le condizioni di legge, l’epilogo decisorio e’ costituito, alla luce di quanto si e’ prima esposto ed alla stregua dell’articolo 620 c.p.p., comma 1, lettera l), e articolo 129 c.p.p., da pronunzia di annullamento senza rinvio perche’ l’imputato non e’ punibile a causa della particolare tenuita’ del fatto.

  1. Chiarito il contenuto del giudizio di legittimita’, occorre intendere se l’articolo 131-bis cod. pen.sia applicabile al reato oggetto del giudizio.

5.1. La sentenza Pasolini evocata nell’ordinanza di rimessione, ha dato risposta positiva. E’ stata annullata con rinvio la pronunzia di merito a seguito della sopravvenuta disciplina piu’ favorevole.

Si e’ considerato che alla stregua della sentenza impugnata non emerge una condotta di guida concretamente pericolosa, e che la pena e’ stata irrogata in misura pari al minimo edittale, sicche’ esistono indici significativi nel senso della possibile sussunzione del fatto nell’ipotesi di particolare tenuita’, che dovranno essere valutati dal giudice del rinvio.

5.2. Questo approccio non presenta aspetti critici per cio’ che attiene all’applicabilita’ del nuovo istituto al caso in esame; e le obiezioni esposte nell’ordinanza di rimessione non colgono nel segno.

Il tema, peraltro, non puo’ essere esaminato in astratto, ma richiede di partire dal dato testuale. Occorre considerare che il legislatore ha limitato il campo d’applicazione del nuovo istituto in relazione alla gravita’ del reato, desunta dalla pena edittale massima; ed alla non abitualita’ del comportamento.

In tale ambito, come sara’ meglio esplicitato piu’ avanti, il fatto particolarmente tenue va individuato alla stregua di caratteri riconducibili a tre categorie di indicatori: le modalita’ della condotta, l’esiguita’ del danno o del pericolo, il grado della colpevolezza.

L’ordinanza di rimessione, dunque, non coglie nel segno e pecca di astrattezza quando lega il nuovo istituto al principio di offensivita’.

Le Sezioni Unite hanno gia’ avuto occasione, recentemente, di evocare le radici e le inespresse potenzialita’ ermeneutiche del principio di offensivita’ (Sez. U, n. 40354 del 18/07/2013, Sciuscio, Rv. 255974). Si e’ rammentata la sua costituzionalizzazione, conseguita attraverso la lettura integrata di diverse norme della legge fondamentale. Si e’ pure posto in luce (e lo si ribadisce nella presente sede) che l’interprete delle norme penali ha l’obbligo di adattarle alla Costituzione in via ermeneutica, rendendole applicabili solo ai fatti concretamente offensivi; offensivi in misura apprezzabile. I beni giuridici e la loro offesa costituiscono la chiave per una interpretazione teleologica dei fatti che renda visibile la specifica offesa gia’ contenuta nel tipo legale del fatto. Sul piano ermeneutico viene cosi’ superato lo stacco tra tipicita’ ed offensivita’. I singoli tipi di reato vanno ricostruiti in conformita’ al principio di offensivita’, sicche’ tra i molteplici significati eventualmente compatibili con la lettera della legge si dovra’ operare una scelta con l’aiuto del criterio del bene giuridico, considerando fuori del tipo di fatto incriminato i comportamenti non offensivi dell’interesse protetto. In breve, e’ proprio il parametro valutativo di offensivita’ che consente di individuare gli elementi fattuali dotati di tipicita’; e di dare contenuto tangibile alle espressioni vaghe che spesso compaiono nelle formule legali.

Da quanto precede emerge che il principio di offensivita’ attiene all’essere o non essere di un reato o di una sua circostanza; e non e’ invece implicato nell’ambito di cui ci si occupa, che riguarda per definizione fatti senza incertezze pienamente riconducibili alla fattispecie legale.

La distinzione va sottolineata, anche per rispondere alle preoccupazioni espresse da chi teme che la nuova figura, consentendo di devitalizzare vicende marginali, finisca con il depotenziare il principio di offensivita’ quale chiave per la congrua restrizione dell’area del penalmente rilevante.

  1. In realta’ il nuovo istituto e’ esplicitamente, indiscutibilmente definito e disciplinato come causa di non punibilita’ e costituisce dunque figura di diritto penale sostanziale. Esso persegue finalita’ connesse ai principi di proporzione ed extrema ratio; con effetti anche in tema di deflazione. Lo scopo primario e’ quello di espungere dal circuito penale fatti marginali, che non mostrano bisogno di pena e, dunque, neppure la necessita’ di impegnare i complessi meccanismi del processo. Proporzione e deflazione s’intrecciano coerentemente.

Il dato normativo conduce senza dubbi di sorta a tale esito interpretativo. Il giudizio sulla tenuita’ del fatto richiede, infatti, una valutazione complessa che ha ad oggetto le modalita’ della condotta e l’esiguita’ del danno o del pericolo valutate ai sensi dell’articolo 133 c.p., comma 1. Si richiede, in breve, una equilibrata considerazione di tutte le peculiarita’ della fattispecie concreta; e non solo di quelle che attengono all’entita’ dell’aggressione del bene giuridico protetto.

Per cio’ che qui interessa, non esiste un’offesa tenue o grave in chiave archetipica. E’ la concreta manifestazione del reato che ne segna il disvalore. Come e’ stato persuasivamente considerato, qualunque reato, anche l’omicidio, puo’ essere tenue, come quando la condotta illecita conduce ad abbreviare la vita solo di poco.

  1. Di particolare ed illuminante rilievo e’ il riferimento testuale alle modalita’ della condotta, al comportamento. La nuova normativa non si interessa della condotta tipica, bensi’ ha riguardo alle forme di estrinsecazione del comportamento, al fine di valutarne complessivamente la gravita’, l’entita’ del contrasto rispetto alla legge e conseguentemente il bisogno di pena.

Insomma, si e’ qui entro la distinzione tra fatto legale, tipico, e fatto storico, situazione reale ed irripetibile costituita da tutti gli elementi di fatto concretamente realizzati dall’agente; secondo l’insegnamento espresso nella pagina fondativa del fatto nella teoria generale del reato. Ed e’ chiaro che la novella intende per l’appunto riferirsi alla connotazione storica della condotta, essendo in questione non la conformita’ al tipo, bensi’ l’entita’ del suo complessivo disvalore.

Allora, essendo in considerazione la caratterizzazione del fatto storico nella sua interezza, non si da’ tipologia di reato per la quale non sia possibile la considerazione della modalita’ della condotta; ed in cui sia quindi inibita ontologicamente l’applicazione del nuovo istituto. L’opinione contraria manifestata dall’ordinanza di rimessione e’ deviata dalla impropria sovrapposizione tra il fatto tipico ed il fatto storico; tra l’offesa e la sua entita’.

Dunque, pure nei reati senza offesa, di disobbedienza, o comunque poveri di tratti descrittivi, contrassegnati magari da una mera omissione o da un rifiuto, la valutazione richiesta dalla legge e’ possibile e doverosa, dovendosi considerare la concreta manifestazione del fatto illecito.

Del resto, l’esperienza giuridica mostra esempi eloquenti: non e’ certo indifferente, nella ponderazione del disvalore del fatto e del bisogno di pena, se un comportamento che si estrinseca in un mero rifiuto sia accompagnato da manifestazioni di irriguardosa e violenta opposizione o sia invece dovuto ad una non completa comprensione del contesto, ovvero a concomitanti esigenze personali socialmente apprezzabili. Ne’, sempre per restare alla fattispecie di cui si discute, e’ indifferente il contesto fattuale che fa da sfondo al rifiuto stesso e che afferisce alle circostanze della guida.

Per di piu’, la tesi espressa dall’ordinanza di rimessione condurrebbe a conseguenze paradossali: l’inapplicabilita’ dell’istituto ai reati bagatellari, caratterizzati di solito dall’omissione di una prescrizione, con conseguente frustrazione delle finalita’ deflative sottese alla novella. Pure per tali reati, invece, occorre considerare il contesto: l’entita’, l’oggetto, gli effetti della condotta ed ogni altro elemento significativo.

  1. Tale ricostruzione dell’istituto trova ulteriore conferma nella necessita’ di compiere le valutazioni di cui si discute alla luce dell’articolo 133 c.p., comma 1.

Il richiamo mette in campo, oltre alle caratteristiche dell’azione e alla gravita’ del danno o del pericolo, anche l’intensita’ del dolo e il grado della colpa. A tale riguardo sono state manifestate perplessita’, alimentate dal timore che vengano richieste indagini complesse sulla sfera interiore, incompatibili con la spedita applicazione del nuovo istituto, e possibili cause di derive incontrollabili nell’esercizio della discrezionalita’.

Si tratta di dubbi che non sono fondati. La pertinenza del richiamo emerge icasticamente dalla stessa intitolazione dell’articolo 133, dedicato alla valutazione della gravita’ del reato agli effetti della pena; atteso che il nuovo istituto e’ stato configurato proprio come una causa di esclusione della punibilita’.

D’altra parte, occorre considerare che se e’ vero che lo sviluppo del progetto normativo ha in piu’ occasioni mostrato di preferire la considerazione dei tratti piu’ obiettivabili rifuggendo dai profili interiori, tuttavia, come ormai comunemente ritenuto, anche l’elemento soggettivo del reato penetra nella tipicita’ oggettiva. Cio’ e’ particolarmente chiaro nell’ambito della colpa, ove rileva il tratto obiettivo della violazione della regola cautelare. Ma anche nell’ambito del dolo condotta e colpevolezza s’intrecciano.

Soprattutto, infine, la dottrina della colpevolezza e’ troppo profondamente legata al tema della pena e della sua commisurazione perche’ se ne possa prescindere del tutto nell’ambito della valutazione sulla sua meritevolezza richiesta dalla novella. Si vuol dire che razionalmente, nel disciplinare la graduazione dell’illecito, si e’ fatto riferimento non solo al disvalore di azione e di evento ma anche al grado della colpevolezza.

La rilevanza del profilo soggettivo emerge, del resto, dal parere espresso dalla Camera sullo schema di decreto legislativo. Si e’ considerato che il parametro della modalita’ della condotta consente valutazioni anche di natura soggettiva sul grado della colpa e sull’intensita’ del dolo; e si e’ quindi proposto di introdurre il richiamo esplicito all’articolo 133 c.p., comma 1, che compare nell’atto normativo.

Tali brevi considerazioni corroborano la prospettata ricostruzione della nuova figura giuridica. Essendo richiesta la ponderazione della colpevolezza in termini di esiguita’ e quindi la sua graduazione, e’ del tutto naturale che il giudice sia chiamato ad un apprezzamento di tutte le rilevanti contingenze che caratterizzano ciascuna vicenda concreta ed in specie di quelle afferenti alla condotta; ed e’ quindi escluso che una preclusione possa derivare dalla modesta caratterizzazione, sul piano descrittivo, della fattispecie tipica.

  1. L’approccio proposto puo’ essere ripetuto in guisa non molto dissimile per cio’ che riguarda la ponderazione dell’entita’ del danno o del pericolo. Anche qui nessuna precostituita preclusione categoriale e’ consentita, dovendosi invece compiere una valutazione mirata sulla manifestazione del reato, sulle sue conseguenze.

L’ordinanza di rimessione sembra dubitare che siffatta valutazione possa esser fatta con riguardo a illeciti nei quali sia impossibile o difficile compiere un apprezzamento gradualistico rapportato all’entita’ della lesione od esposizione a pericolo di un bene giuridico; o nei quali la misurazione sia stata espressa direttamente dal legislatore attraverso l’individuazione di soglie, fasce di rilevanza penale odi graduazione dell’entita’ dell’illecito.

Pure tale dubbio e’ ingiustificato. Esso e’ ancora una volta determinato dall’idea che la valutazione afferente all’esiguita’ del fatto o dell’offesa debba essere articolata nel rispetto della tradizione che lega il principio di offensivita’ alla lesione od esposizione a pericolo del bene giuridico. Si tratta di un approccio che non tiene conto della disciplina legale.

Il legislatore, come si e’ accennato, ha esplicato una complessa elaborazione per definire l’ambito dell’istituto. Da un lato ha compiuto una graduazione qualitativa, astratta, basata sull’entita’ e sulla natura della pena; e vi ha aggiunto un elemento d’impronta personale, pure esso tipizzato, tassativo, relativo alla abitualita’ o meno del comportamento. Dall’altro lato ha demandato al giudice una ponderazione quantitativa rapportata al disvalore di azione, a quello di evento, nonche’ al grado della colpevolezza. Ha infine limitato la discrezionalita’ del giudizio escludendo alcune contingenze ritenute incompatibili con l’idea di speciale tenuita’: motivi abietti o futili, crudelta’, minorata difesa della vittima ecc..

Da tale connotazione dell’istituto emerge un dato di cruciale rilievo, che deve essere con forza rimarcato: l’esiguita’ del disvalore e’ frutto di una valutazione congiunta degli indicatori afferenti alla condotta, al danno ed alla colpevolezza. E potra’ ben accadere che si sia in presenza di elementi di giudizio di segno opposto da soppesare e bilanciare prudentemente.

Da quanto precede discende che la valutazione inerente all’entita’ del danno o del pericolo non e’ da sola sufficiente a fondare o escludere il giudizio di marginalita’ del fatto. Tale conclusione e’ desunta non solo dalla complessiva articolazione della disciplina cui si e’ sopra fatto cenno, ma anche da due argomenti specifici.

In primo luogo, il legislatore ha espressamente previsto che la nuova disciplina trova applicazione anche quando la legge prevede la particolare tenuita’ del danno o del pericolo come circostanza attenuante. Dunque, anche in presenza di un danno di speciale tenuita’ l’applicazione dell’articolo 131-bis e’ pur sempre legata anche alla considerazione dei gia’ evocati indicatori afferenti alla condotta ed alla colpevolezza.

D’altra parte, quando si e’ voluto evitare che la graduazione del reato espressa in una circostanza aggravante ragguagliata all’entita’ della lesione sia travolta da elementi di giudizio di segno opposto afferenti agli altri indicatori previsti dalla legge lo si e’ ha fatto esplicitamente: l’offesa non puo’ essere ritenuta tenue quando la condotta ha cagionato, quale conseguenza non voluta, lesioni gravissime.

In breve, e’ stata accolta in tutto e per tutto la concezione gradualistica del reato gia’ nitidamente scolpita nell’insegnamento Carrariano: “nella ricerca sul grado si esamina un fatto nelle eccezionali accidentalita’ del suo concreto modo di essere nella individualita’ criminosa nella quale si estrinseca”; e, nel rispetto della legge, tale giudizio non puo’ che essere rimesso al magistrato “perche’ l’uomo deve essere condannato secondo la verita’ e non secondo le presunzioni”. Si tratta, d’altra parte, di approccio non solo tradizionale ma anche moderno, ripreso dagli studiosi che hanno analizzato i mutevoli pesi dell’esperienza giuridica proprio per cogliervi criteri di selezione di comportamenti per l’appunto minori, meritevoli di trattamento differenziato.

  1. Alla luce di tali considerazioni e’ possibile rispondere agli interrogativi che riguardano la fattispecie in esame. Come si e’ accennato, l’ordinanza di rimessione ritiene che la valutazione sulla tenuita’ del fatto sia preclusa nell’ambito delle fattispecie in cui non e’ richiesto l’accertamento della concreta pericolosita’ della condotta tipica.

A tale riguardo occorre considerare che l’illecito di cui all’articolo 186 C.d.S., comma 7, sanziona il rifiuto di sottoporsi all’indagine alcoolimetrica volta all’accertamento della guida in stato di ebbrezza sanzionata dal comma 2 dello stesso articolo. In conseguenza, la lettura della ratio e dello sfondo di tutela che presiedono alla contravvenzione in esame sarebbe fallace ed astratta se non si confrontasse con l’intimo intreccio tra i due reati, enfatizzato dal fatto che uno e’ punito con le sanzioni previste dall’altro. In breve, il comma 7 non punisce una mera, astratta disobbedienza ma un rifiuto connesso a condotte di guida indiziate di essere gravemente irregolari e tipicamente pericolose, il cui accertamento e’ disciplinato da procedure di cui il sanzionato rifiuto costituisce solitamente la deliberata elusione.

Dunque, non puo’ farsi a meno di esaminare la collaterale contravvenzione di cui al richiamato comma 2 dell’articolo 186. Essa si inscrive nella categoria di illeciti in cui la pericolosita’ della condotta tipica e’ tratteggiata in guisa categoriale: e’ ritenuta una volta per tutte dal legislatore, che individua comportamenti contrassegnati, alla stregua di informazioni scientifiche o di comune esperienza, dall’attitudine ad aggredire il bene oggetto di protezione. Si tratta, in breve, dei reati di pericolo presunto: nessuna indagine e’ richiesta sulla fattispecie concreta e sulla concreta pericolosita’ in relazione al bene giuridico oggetto di tutela. Si tratta, e’ bene rammentarlo, di una categoria di illeciti che trova frequente espressione in reati contravvenzionali connotati proprio dal superamento di valori soglia ritenuti per l’appunto tipicamente pericolosi.

Orbene, non e’ da credere che tale conformazione della fattispecie faccia perdere il suo ancoraggio all’idea di pericolo ed ai beni giuridici che si trovano sullo sfondo. Al contrario, come ormai diffusamente ritenuto, si tratta di illeciti che presentano un forte legame con l’archetipo della pericolosita’ e garantiscono, anzi, il rispetto del principio di tassativita’, assicurando la definita conformazione della fattispecie alla stregua di accreditate informazioni scientifiche e di razionale ponderazione degli interessi in gioco; ed eliminando gli spazi di vaghezza e discrezionalita’ connessi alla necessita’ di accertare in concreto l’offensivita’ del fatto.

Da tale ricostruzione della categoria discende che, accertata la situazione pericolosa tipica e dunque l’offesa, resta pur sempre spazio per apprezzare in concreto, alla stregua della manifestazione del reato, ed al solo fine della ponderazione in ordine alla gravita’ dell’illecito, quale sia lo sfondo fattuale nel quale la condotta si inscrive e quale sia, in conseguenza, il concreto possibile impatto pregiudizievole rispetto al bene tutelato.

E’ agevole, a questo punto, tradurre le indicate enunciazioni di principio nell’ambito di cui ci si occupa, non prima, pero’, di aver posto un’ultima preliminare precisazione. Non puo’ ritenersi che lo sfondo di tutela del reato di cui all’articolo 186, comma 2, sia quello della regolarita’ della circolazione. Istanze di sicurezza e regolarita’ della circolazione permeano, nel complesso, il codice della strada. Tuttavia la nostra contravvenzione ha una evidente e ben poco mediata correlazione con i beni della vita e dell’integrita’ personale. Tale conclusione non si trae solo da diretta, vivida e comune fonte esperienziale. E’ la stessa disciplina legale a fornire univoca indicazione in tal senso. Il comma 2-bis prevede che se il conducente in stato di ebbrezza provoca un incidente stradale, il reato e’ aggravato. Piu’ in generale, l’articolo 222 prevede severe sanzioni amministrative accessorie quando dalla violazione di norme del Codice derivano danni alle persone.

Dunque, il doveroso apprezzamento in ordine alla gravita’ dell’illecito connesso all’applicazione dell’articolo 131-bis consente ed anzi impone di considerare se il fatto illecito abbia generato un contesto concretamente e significativamente pericoloso con riguardo ai beni indicati. Per esemplificare: non e’ indifferente che il veicolo sia stato guidato per pochi metri in un solitario parcheggio o ad elevata velocita’ in una strada affollata, magari generando un incidente. E l’indicato intreccio tra le due contravvenzioni impone di considerare, ai fini che qui interessano, pure con riguardo a quella di mero rifiuto lo sfondo fattuale, la rischiosita’ del contesto nel quale l’illecito s’inscrive.

  1. Va conclusivamente enunciato il seguente principio di diritto:

“La causa di non punibilita’ per particolare tenuita’ del fatto, di cui all’articolo 131-bis cod. pen., e’ compatibile con il reato di rifiuto di sottoporsi all’accertamento alcoolimetrico, previsto dall’articolo 186 C.d.S., comma 7”.

  1. Alla luce dei principi sin qui posti e’ infine possibile rispondere alla richiesta, posta dal ricorso, di applicazione del nuovo istituto.

Si tratta di prendere in esame i fatti e le valutazioni espresse nella pronunzia di merito e di verificare se possa ritenersi concretata la fattispecie legale di speciale tenuita’.

Orbene, dalla sentenza emerge che l’imputato, fermato dai Carabinieri, mostro’ immediatamente i sintomi di un grave stato di alterazione alcoolica: forte alito vinoso, difficolta’ di espressione, eloquio sconnesso, difficolta’ di coordinamento dei movimenti, stato confusionale, equilibrio precario, andatura barcollante. Egli venne sottoposto al test qualitativo preliminare che ebbe esito positivo e rifiuto’ di sottoporsi all’alcoltest.

Tali dati, valutati alla stregua dei criteri previsti dalla legge, consentono di escludere che sia ravvisabile un fatto specialmente tenue: il rifiuto e’ stato deliberato e motivato dall’esito dell’indagine preliminare; e d’altra parte lo stato d’alterazione era tanto marcato da consentire agevoli deduzioni sulla pericolosita’ della condotta di guida.

Il ricorso deve essere conseguentemente rigettato. Segue per legge la condanna al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

Appurata la rilevanza della nuova disciplina, resta da intendere quale sia il ruolo della Corte di cassazione. In proposito si e’ ripetutamente ritenuto che vada compiuta una preliminare delibazione in ordine all’applicabilita’ in astratto del nuovo istituto sulla base degli elementi di giudizio disponibili alla stregua delle risultanze processuali e della motivazione della decisione impugnata; e che, in caso di valutazione positiva, la sentenza impugnata debba essere annullata con rinvio al giudice di merito per le pertinenti valutazioni e statuizioni (oltre alle sentenze sub 1, da ultimo, Sez. 3, n. 21474 del 22/04/2015, Fantoni, Rv. 263693; Sez. 4, n. 33821 del 01/07/2015, Pasolini, Rv. 26435

La causa di non punibilita’ per particolare tenuita’ del fatto, di cui all’articolo 131-bis cod. pen., e’ compatibile con il reato di rifiuto di sottoporsi all’accertamento alcoolimetrico, previsto dall’articolo 186 C.d.S., comma 7″.

Alla luce dei principi sin qui posti e’ infine possibile rispondere alla richiesta, posta dal ricorso, di applicazione del nuovo istituto.

Si tratta di prendere in esame i fatti e le valutazioni espresse nella pronunzia di merito e di verificare se possa ritenersi concretata la fattispecie legale di speciale tenuita’.

Orbene, dalla sentenza emerge che l’imputato, fermato dai Carabinieri, mostro’ immediatamente i sintomi di un grave stato di alterazione alcoolica: forte alito vinoso, difficolta’ di espressione, eloquio sconnesso, difficolta’ di coordinamento dei movimenti, stato confusionale, equilibrio precario, andatura barcollante. Egli venne sottoposto al test qualitativo preliminare che ebbe esito positivo e rifiuto’ di sottoporsi all’alcoltest.

AVVOCATO-PEDONE-INVESTITO-DANNO-RISARICMENTO-

PEDONE RiSaRCiMeNtO CoMe FarE Tempi, modalita’ avvocato esperto

CHIAMA SUBITO PER IL TUO GRAVE DANNO

0516447838

a Cassazione – con ordinanza n. 2241/19 – ha puntualizzato che non ha i poteri per rivedere le percentuali di responsabilità fissate in appello ossia il 60% a carico del pedone e il restante 40% per il conducente.

incidente-incidente-PEDONE RiSaRCiMeNtO CoMe FarE Tempi, modalita’ avvocato esperto
PEDONE RiSaRCiMeNtO CoMe FarE Tempi, modalita’ avvocato esperto

RESPONSABILITA’ CONCORSO

ì scontro tra veicoli responsabilita’

 l’accertamento in concreto di responsabilità di uno dei conducenti non comporta il superamento della presunzione di colpa concorrente sancito dall’art. 2054 c.c. essendo a tal fine necessario accertare in pari tempo che l’altro conducente si sia pienamente uniformato alle norme sulla circolazione e a quelle di comune prudenza ed abbia fatto tutto il possibile per evitare l’incidente. Conseguentemente, l’infrazione, anche grave, come l’inosservanza del diritto di precedenza, commessa da uno dei conducenti non dispensa il giudice dal verificare anche il comportamento dell’altro conducente al fine di stabilire se, in rapporto alla situazione di fatto accertata, sussista un concorso di colpa nella determinazione dell’evento dannoso.

Il danneggiamento di un immobile a causa

Nel caso di scontro tra veicoli, l’accertamento della colpa esclusiva di uno dei conducenti e della regolare condotta di guida dell’altro, libera quest’ultimo dalla presunzione di concorrente responsabilità fissata in via sussidiaria dall’art. 2054, secondo comma c.c., nonché dall’onere di provare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Tra i soggetti la cui responsabilità è coperta dall’assicurazione obbligatoria, ai sensi dell’art. 1 della L. n. 990 del 1969, rientra anche l’istruttore del conducente munito del cosiddetto “foglio rosa”, giacché l’istruttore ha il potere ed il dovere di assistere l’allievo — conducente non solo con consigli e direttive verbali, ma anche con interventi diretti sui comandi di guida (volante, freno a mano), partecipando al complesso di attività che concorrono a far sì che il veicolo si muova seguendo un determinato percorso, con l’osservanza delle norme di comune prudenza e delle regole di comportamento previste dal Codice della strada. Nell’assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile derivante dalla circolazione di veicoli l’istruttore di guida non può, quindi, considerarsi terzo trasportato.

In materia di responsabilità derivante dalla circolazione di veicoli, l’art. 2054 c.c. esprime, in ciascuno dei commi che lo compongono, principi di carattere generale, applicabili a tutti i soggetti che da tale circolazione, comunque, ricevano danni, e quindi anche ai trasportati, quale che sia il titolo del trasporto, di cortesia ovvero contrattuale (oneroso o gratuito). Ove il trasporto sia avvenuto in base a titolo contrattuale, con l’azione prevista dall’art. 1681 c.c. – che stabilisce la responsabilità contrattuale del (solo) vettore per i sinistri che colpiscono il viaggiatore durante il viaggio – può infatti concorrere quella extracontrattuale di cui all’art. 2054 c.c. Pertanto, il trasportato, indipendentemente dal titolo del trasporto, può invocare i primi due commi della disposizione citata per far valere la responsabilità extracontrattuale del conducente ed il terzo comma per far valere quella solidale del proprietario, che può liberarsi solo provando che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua volontà ovvero che il conducente aveva fatto tutto il possibile per evitare il danno. Ai fmi dell’affermazione della re-sponsabilità solidale del proprietario ai sensi del terzo comma dell’art. 2054 è, in particolare, irrilevante che quella del conducente sia riconosciuta in via presuntiva ai sensi dei primi due commi di cui all’art. 2054; ovvero sulla base di un accertamento in concreto della colpa (ex art. 2043 c.c.), giacché l’estensione della responsabilità al proprietario mira a soddisfare la generale, fondamentale esigenza di garantire il risarcimento al danneggiato.

la presunzione di cui al secondo comma dell’art. 2054 c.c

 trova applicazione anche nel caso in cui vengano a collisione un’autovettura ed una bicicletta, in quanto nella categoria dei veicoli sono ricompresi, anche per il nuovo codice della strada, gli stessi velocipedi — risulta superata quando, all’esito della valutazione delle prove, risulti individuato il comportamento colposo esclusivo di uno solo dei conducenti, e risulti, altresì, che l’altro conducente si sia, per converso, esattamente uniformato alle norme della circolazione ed a quelle di comune prudenza.

Una volta assolto, in sede penale, il presunto responsabile di un sinistro stradale, imputato di omicidio colposo, con la formula «perché il fatto non costituisce reato», il giudice civile adito con la domanda di risarcimento del danno è tenuto ad effettuare una nuova ed autonoma valutazione degli elementi di fatto già valutati dal giudice penale, e può fare applicazione della presunzione di cui all’art. 2054, comma secondo, c.c., soltanto ove tale indagine non consenta di accertare il nesso eziologico tra condotta ed evento.

In tema di circolazione stradale, i conducenti dei veicoli antagonisti sono tenuti ad effettuare una manovra di emergenza per evitare il sinistro. Infatti, in applicazione del principio di solidarietà desumibile dagli artt. 2 Cost. e 1175 c.c., il conducente del veicolo antagonista deve cooperare ad evitare che il sinistro si verifichi, non potendo trincerarsi dietro la circostanza che egli non versa in una violazione delle norme comportamentali. L’unico caso in cui detto soggetto non è tenuto alla manovra di emergenza si verifica allorché, attese le circostanze del caso concreto, una qualche manovra astrattamente idonea di emergenza risulta impossibile.

responsabilità concorrente dei conducenti, di cui all’art. 2054, comma secondo c.c.,

opera solamente nel caso di scontro tra veicoli, e la estensione del concetto di «scontro» a tutte le ipotesi in cui si riscontra un nesso eziologico tra le reciproche manovre e l’evento lesivo contrasta sia con la inequivoca lettera della legge – dato che l’espressione «scontro» indica soltanto la collisione fisica – sia con la sistematica e la ratio della fattispecie.

La responsabilità del conducente coinvolto nell’investimento del pedone pur essendo presunta, può tuttavia essere esclusa non solo quando l’investitore abbia fornito la prova di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno, ma anche quando risulti con certezza dalle modalità del fatto che non vi era alcuna reale possibilità di evitare da parte sua l’incidente, come nel caso in cui il pedone abbia compiuto un movimento inatteso e repentino sì da non consentire al conducente del veicolo, data la imprevedibilità e anormalità di esso, di porre in atto la manovra che avrebbe potuto impedirne l’investimento.

Una corretta lettura della norma di cui all’art. 2054 c.c. conduce a ritenere del tutto indifferente, affinché lo si possa considerare «in circolazione», che un veicolo sia in marcia ovvero in sosta in luoghi ove si svolga il traffico veicolare, dovendosi qualificare come «scontro» qualsiasi urto tra due (o più) veicoli in marcia ovvero tra uno in moto ed uno fermo.

In caso di investimento di pedone la responsabilità del conducente è esclusa quando risulti provato che non vi era da parte di quest’ultimo alcuna possibilità di prevenire l’evento, situazione questa ricorrente allorché il pedone tenga una condotta imprevedibile ed anormale, sicché l’automobilista si trovi nell’oggettiva impossibilità di avvistarlo e comunque di osservarne tempestivamente i movimenti. Tanto si verifica quando il pedone appare all’improvviso sulla traiettoria del veicolo che procede regolarmente sulla strada, rispettando tutte le norme della circolazione stradale e quelle di comune prudenza e diligenza incidenti con nesso di causalità sul sinistro.

La presunzione di colpa posta, ex art. 2054 comma secondo, a carico dei conducenti di veicoli per la ipotesi di scontro tra i medesimi ha funzione meramente sussidiaria,

La prova liberatoria di cui all’art. 2054 c.c. da parte del conducente, nel caso di danni prodotti a persone o cose dalla circolazione di un veicolo, non deve essere necessariamente data in modo diretto, cioè dimostrando di avere tenuto un comportamento esente da colpa e perfettamente conforme alle regole del codice della strada, ma può risultare anche dall’accertamento che il comportamento della vittima sia stato il fattore causale esclusivo dell’evento dannoso, comunque non evitabile da parte del conducente, attese le circostanze del caso concreto e la conseguente impossibilità di attuare una qualche idonea ma¬novra di emergenza.

La responsabilità del proprietario di un autoveicolo coinvolto in un incidente stradale è esclusa, a norma dell’art. 2054, terzo comma, c.c., nel caso in cui il mezzo sia stato affidato, per riparazioni, ad un esercizio che pubblicamente e notoriamente svolga attività di autofficina e che presenti garanzie di serietà, da valutarsi ex ante e, cioè, con riguardo alle circostanze esistenti al momento dell’affidamento della vettura.

Poiché la responsabilità presunta del conducente del veicolo può essere esclusa, ai sensi dell’art. 2054 c.c., solo se risulti provato che quest’ultimo ha fatto tutto il possibile per evitare l’incidente e che non avrebbe potuto, quindi, in alcun modo prevenirlo, nel caso di investimento di un pedone, che abbia attraversato la strada senza rispettare il segnale del semaforo, il conducente del veicolo non può limitarsi a provare che il pedone ha attraversato con il semaforo «rosso» mentre il veicolo giungeva da una distanza che non consentiva manovre di emergenza, ma deve anche dimostrare che il pedone, benché avvistato, non aveva tenuto un comportamento che denunciasse il suo intento di attraversamento della strada nonostante il divieto o, in altri termini, che il pedone ha iniziato l’attraversamento in modo così repentino che anche la dovuta sorveglianza della strada, da parte del conducente del veicolo, non sarebbe servita ad evitare l’incidente, atteso che tale attraversamento non è del tutto imprevedibile essendo astrattamente possibile che il pedone sia disattento o privo di riflessi adeguati.

La presunzione di corresponsabilità di cui all’art. 2054 c.c. che ha carattere sussidiario, trovando applicazione ogni qual volta non sia possibile ricostruire l’esatta dinamica dell’incidente e riconoscere che uno dei due conducenti abbia fatto il possibile per evitarlo o che la responsabilità vada attribuita in misura diversa a ciascuno dei protagonisti, presuppone la esistenza di un preciso rapporto di causalità tra la circolazione, o le particolari modalità della circolazione accertata per ciascun veicolo e l’evento, sicché deve escludersi allorché non sussista alcun rapporto di causalità con il comportamento accertato di uno dei conducenti.

L’accertata esistenza di alcuni elementi concreti di colpa a carico di uno ovvero di entrambi i conducenti dei veicoli scontratisi non impedisce il ricorso al criterio sussidiario della responsabilità presunta di pari grado di cui all’art. 2054 c.c., quando l’impossibilità di accertamento delle circostanze di maggior rilievo influenti sulla dinamica del sinistro non consente di stabilire la misura della incidenza causale riferibile alla condotta, pur sicuramente colposa, di uno o di entrambi i suoi protagonisti nella determinazione dell’evento.

 ed opera solo se non sia possibile accertare, in concreto, le rispettive responsabilità. Pertanto, ove risulti che l’incidente si è verificato per colpa esclusiva di uno dei conducenti, e che nessuna colpa, per converso, è ravvisabile nel comportamento dell’altro, quest’ultimo resta senz’altro esonerato dalla presunzione de qua, e non sarà, conseguentemente, tenuto a provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Il conducente di autoveicoli della polizia, dei vigili del fuoco o di ambulanze, il quale circoli per servizio urgente e con le «sirene» in funzione, è esonerato dall’osservanza di obblighi e divieti inerenti alla circolazione stradale, ma non dal generale dovere di rispettare le norme di comune prudenza. Ne consegue che, in caso di sinistro (nella specie, investimento pedonale), resta onere del conducente fornire la prova liberatoria di aver fatto tutto il possibile per evitare il sinistro (art. 2054 comma primo c.c.), pur se la inevitabilità altrimenti dell’evento va valutata tenendo conto della effettiva situazione di emergenza.

Se il giudice di merito accerta la pericolosità e l’imprudenza della condotta di un pedone investito da un veicolo, la colpa di questi concorre, ai sensi dell’art. 1227 comma primo c.c., con quella presunta del conducente, prevista dall’art. 2054 comma primo c.c.

Il principio della presunzione di uguale concorso di colpa di cui all’art. 2054, secondo comma, c.c. ha carattere sussidiario ed opera soltanto nel caso in cui non risulti possibile accertare in concreto le cause dell’evento dannoso. Detto principio, peraltro, è estensivamente applicabile anche all’ipotesi di sinistro in cui manchi una collisione diretta tra veicoli, quando sia necessario risolvere il problema della graduazione del concorso di colpa, una volta che in un incidente stradale tale concorso sia stato accertato in concreto.

Dal momento che l’art. 652 del nuovo c.p.p. sostanzialmente riproduce l’art. 25 del codice abrogato, tuttora vige il principio secondo il quale la sentenza penale che prosciolga l’imputato con formula dubitativa rende improponibile l’azione di risarcimento ai sensi dell’art. 2054 c.c. soltanto quando il dubbio attiene all’elemento oggettivo del reato o alla partecipazione ad esso dell’imputato, e non anche nel caso in cui il dubbio si riferisca all’elemento soggettivo, dal momento che il citato art. 2054 stabilisce una presunzione di colpa a carico dei conducenti dei veicoli per il danno prodotto a persone o cose dalla circolazione degli stessi. Presunzione che comporta l’onere a carico dei predetti di fornire la prova di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno, con la conseguenza che è consentito al giudice civile di valutare, limitatamente a tal fine, i medesimi fatti materiali già accertati dal giudice penale, e, nel caso in cui la prova liberatoria non sia stata data, di ritenere, in via presuntiva, il pari concorso di colpa dei conducenti coinvolti nell’incidente, nella determinazione dell’evento dannoso.

Per il disposto dell’art. 107 del previgente codice della strada (D.P.R. 15 giugno 1959, n. 393), il conducente di un veicolo deve essere in grado di garantire in ogni caso l’arresto tempestivo del mezzo, evitando collisioni con il veicolo che precede. Pertanto, l’avvenuta collisione pone a carico del conducente medesimo una presunzione de facto di inosservanza della distanza di sicurezza, con la conseguenza che, non potendosi applicare la presunzione di pari colpa di cui all’art. 2054 comma secondo c.c., egli resta gravato dall’onere di dare la prova liberatoria, dimostrando che il mancato tempestivo arresto dell’automezzo e la conseguente collisione sono stati determinati da cause in tutto o in parte a lui non imputabili. Il principio e la presunzione anzidetti operano, ai sensi dell’art. 2054 c.c., nei riguardi di tutti i veicoli senza guida di rotaie e, quindi, anche per i trattori agricoli che si trovino a circolare su strada.

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In tema di danni conseguenti alla circolazione dei veicoli, la presunzione di responsabilità prevista dall’art. 2054, comma terzo, c.c., a carico del proprietario del mezzo si riferisce ai danni riportati dai terzi estranei alla circolazione del veicolo stesso e non anche ai danni sofferti dalle persone trasportate, a titolo contrattuale o amichevole, le quali possono agire contro il conducente solo per altro titolo (ad es. ex art. 1678, ovvero 2043 c.c.).

Nel caso di scontro tra veicoli la cui responsabilità sia riconosciuta a carico dei rispettivi conducenti in base alla presunzione di cui all’art. 2054, la persona trasportata su uno dei veicoli a titolo di cortesia non può agire nei confronti del proprietario di detto veicolo avvalendosi del disposto dell’art. 2054 comma terzo, applicabile nei confronti dei terzi estranei alla circolazione stradale non anche ai trasportati, bensì del disposto dell’art. 2043 disciplinante la responsabilità per fatto illecito. Ne deriva che il proprietario del veicolo non può essere ritenuto responsabile dei danni subiti dalla persona trasportata in base alla stessa presunzione posta a carico del conducente, occorrendo la dimostrazione che egli abbia tenuto un comportamento doloso o colposo, ai sensi dell’art. 2043 cit., tale da aver contribuito a cagionare il danno.

In tema di responsabilità civile conseguente alla circolazione stradale e nell’ipotesi di investimento di pedone, la non superata presunzione di colpa del conducente del veicolo, a norma del primo comma dell’art. 2054 c.c., non preclude l’indagine relativa all’eventuale concorso di colpa del pedone danneggiato, né opera in contrasto con il principio della responsabilità per fatto illecito, fondata sul rapporto di causalità tra evento dannoso e condotta umana, attuandosi solo ove non sia possibile l’accertamento della dinamica dell’incidente e del comportamento del pedone, che ben può dar luogo ad un concorso di colpa del pedone medesimo.

Poiché la circolazione stradale si riferisce nella sua organica visione non soltanto ai veicoli in moto, ma anche a quelli momentaneamente in sosta, verificandosi un urto tra un veicolo in moto ed un altro in sosta, nei confronti di entrambi i conducenti trova applicazione la presunzione di responsabilità di cui all’art. 2054, secondo comma, c.c., che può essere vinta soltanto in seguito all’accertamento che l’evento si è verificato per colpa esclusiva di uno solo dei conducenti.

In tema di responsabilità per i danni derivanti dalla circolazione stradale, il conducente la cui responsabilità civile sia esclusa, ai sensi dell’art. 2046 c.c., perché ritenuto incapace, senza colpa, di intendere e di volere nel momento del sinistro, non può essere considerato responsabile dei danni ove sia anche proprietario, del veicolo, ai sensi dell’art. 2054 terzo comma c.c.

PEDONE RiSaRCiMeNtO CoMe FarE Tempi, modalita’ avvocato esperto

 

 

La Cassazione – con ordinanza n. 2241/19 – ha puntualizzato che non ha i poteri per rivedere le percentuali di responsabilità fissate in appello ossia il 60% a carico del pedone e il restante 40% per il conducente.

Questo perché – si legge nella decisione – il giudice deve partire inizialmente da un presunzione di colpa pari al 100% a carico del guidatore; successivamente accertare in concreto la colpa del pedone e, infine, ridurre progressivamente la percentuale di colpa presunta a carico del conducente via via che emergono circostanze a dimostrare la colpa in concreto del pedone.

Investimento pedone

Spesso  le conseguenze di un sinistro del genere sono molto rilevanti: lesioni, fratture, danni permanenti, ecc. In questi casi, alla vittima, o ai suoi congiunti, appare incontestabile il diritto all’integrale risarcimento di tutti i danni patiti e senza alcuna riduzione di sorta.

Scatta, pertanto, la richiesta all’assicurazione del veicolo responsabile dell’incidente.

Sembra paradossale, ma occorre anche verificare che il pedone abbia avuto un comportamento prudente ed impeccabile.

Ad esempio, se il pedone non sta sulle strisce il risarcimento è ridotto

PEDONE RiSaRCiMeNtO CoMe FarE Tempi, modalita’ avvocato esperto
PEDONE RiSaRCiMeNtO CoMe FarE Tempi, modalita’ avvocato esperto

 

 

Corte di Cassazione|Sezione 6 3|Civile|Ordinanza|28 gennaio 2019| n. 2241

Comportamento alla guidaCircolazione stradale – Investimento del pedone – Risarcimento danni – Investimento fuori le strisce – Concorso del pedone

La responsabilità del conducente coinvolto nell’investimento del pedone pur essendo presun- ta, può tuttavia essere esclusa non solo quando l’investitore abbia fornito la prova di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno, ma anche quando risulti con certezza dalle modalità del fatto che non vi era alcuna reale possibilità di evitare da parte sua l’incidente, come nel caso in cui il pedone abbia compiuto un movimento inatteso e repentino sì da non consentire al conducente del veicolo, data la imprevedibilità e anormalità di esso, di porre in atto la manovra che avrebbe potuto impedirne l’investimento (Cass. civ., sez. III, 8-11-2002, n. 15709).

  • Nell’ipotesi di investimento di pedone minore di età da parte di motociclo, sussiste la responsa- bilità del conducente di quest’ultimo, con esclusione del concorso del pedone, qualora risulti, in relazione allo stato dei luoghi (strada chiusa di periferia destinata al parcheggio ed al gioco) che il conducente non abbia fatto tutto il possibile per evitare l’investimento e questo sia avvenuto da tergo provocando gravi lesioni al soggetto investito (Giud. pace Torino, sez. V, 3-7-2002).
PEDONE RiSaRCiMeNtO CoMe FarE Tempi, modalita’ avvocato esperto
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PEDONE RiSaRCiMeNtO CoMe FarE Tempi, modalita’ avvocato esperto

Obblighi del pedone:

  1. Nei centri abitati utilizzare sempre le strisce pedonali, o in alternativa i sottopassaggi o sovrapassaggi pedonali, se presenti e adeguatamente segnalati a non più di 100 metri di distanza
  2. L’attraversamento va fatto esclusivamente in perpendicolare rispetto al margine della carreggiata, mai in diagonale
  3. Bisogna circolare sempre su marciapiedi, banchine o altri spazi riservati ai pedoni, in mancanza dei quali (o anche qualora essi siano ingombri, insufficienti o interrotti) è obbligatorio camminare sul margine della carreggiata opposto al senso di marcia dei veicoli. In caso di sensi unici, va invece sempre tenuto il margine destro rispetto alla direzione di marcia dei veicoli
  4. È necessario porre sempre la massima attenzione a evitare qualsiasi situazione di pericolo per se e per gli altri
  5. In caso di attraversamento fuori dalle strisce pedonali, dare sempre e comunque la precedenza ai veicoli che sopraggiungono.

 

PEDONE RiSaRCiMeNtO CoMe FarE Tempi, modalita’ avvocato esperto
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Corte di Cassazione|Sezione 6 3|Civile|Ordinanza|28 gennaio 2019| n. 2241

Data udienza 8 maggio 2018

Integrale

Comportamento alla guida – Circolazione stradale – Investimento del pedone – Risarcimento danni – Investimento fuori le strisce – Concorso del pedone

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente

Dott. ARMANO Uliano – Consigliere

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16928-2017 proposto da:

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

(OMISSIS) SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS);

– controricorrente –

contro

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), EREDI DI (OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 15/2017 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA, depositata il 09/01/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 08/05/2018 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 9/1/2017 la Corte d’Appello di Perugia, in parziale accoglimento del gravame interposto dai sigg. (OMISSIS) ed altri -quali coniuge e figli della defunta sig.ra (OMISSIS) – e in conseguente parziale riforma della pronunzia Trib. Spoleto n. 445/2015, ha rideterminato -nella misura rispettivamente del 60% e del 40%- la concorrente responsabilita’ della defunta (OMISSIS) e del sig. (OMISSIS), conducente dell’autovettura che in Spoleto il 4/8/2008 la prima aveva investito.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito i sigg. (OMISSIS) ed altri propongono ora ricorso per cassazione, affidato a 2 motivi, illustrati da memoria.

Resiste con controricorso la societa’ (OMISSIS) s.p.a.

Gli altri intimati non hanno svolto attivita’ difensiva.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il 1 motivo i ricorrenti denunziano “violazione e falsa applicazione” dell’articolo 2054 c.c., comma 1 e articolo 1227 c.c., comma 1, in relazione agli articoli 190 e 191 C.d.S., in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si dolgono che la corte di merito non si sia soffermata a descrivere e valutare la condotta di guida del conducente del veicolo investitore con riferimento “non solo alla presunzione di responsabilita’ prevista dall’articolo 2054 c.c., ma anche e soprattutto in relazione alla violazione degli articoli 190 e 191 C.d.S., pervenendo all’ingiusta erronea e immotivata attribuzione della colpa del pedone nella misura del 60%”.

Lamentano non essersi dalla corte di merito affermata la quantomeno prevalente responsabilita’ del conducente dell’autovettura investitrice laddove, “indipendentemente dalla velocita’ del veicolo, la sig.ra (OMISSIS) al momento dell’investimento si trovava in prossimita’ dello attraversamento pedonale… segnalato per pericolo bambini e attraversamento pedonale per la presenza di una chiesa, per cui doveva essere tenuta una condotta di guida particolarmente prudente”.

Con il 2 motivo denunziano l’omesso esame di un fatto decisivo per la decisione della controversia, in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Lamentano l'”assolutamente omessa e comunque insufficiente” motivazione resa dalla corte di merito circa una questione emersa “sia nella perizia del consulente del PM, sia in sede di c.t.u. dell’ing. (OMISSIS)”.

Si dolgono che erroneamente la corte di merito abbia attribuito alla (OMISSIS) “una corresponsabilita’ prevalente, solo perche’ la stessa ha eseguito l’attraversamento in pieno centro cittadino ed in zona con segnaletica orizzontale e verticale segnalante “pericolo”, appena 100 m dalle strisce pedonali”, non essendo stata viceversa esaminata la “decisiva e rilevante circostanza” che il conducente l’autovettura investitrice, “solo ove avesse osservato l’obbligo di attenzione previsto dagli articoli 190 e 191 C.d.S., poteva tranquillamente evitare l’investimento”.

I motivi, che possono congiuntamente esaminarsi in quanto connessi, sono in parte inammissibili e in parte infondati.

Va anzitutto osservato, con particolare riferimento al 1 motivo, che la’ dove lamentano non avere la corte di merito “assolutamente spiegato l’iter logico seguito per graduare… la misura della responsabilita’ delle parti, valorizzando unicamente la circostanza meramente soggettiva addebitata alla (OMISSIS)… non comparandola con i ben piu’ pesanti addebiti mossi dai consulenti al (OMISSIS)”, i ricorrenti in effetti inammissibilmente richiedono la rivalutazione delle emergenze probatorie, laddove solamente al giudice di merito spetta individuare le fonti del proprio convincimento e a tal fine valutare le prove, controllarne la attendibilita’ e la confluenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova.

Quanto al merito, deve porsi in rilievo che come questa Corte ha gia’ avuto modo di affermare il conducente di veicoli a motore e’ onerato da una presunzione di colpa e ove il giudice si trovi a dover valutare e quantificare l’esistenza di un concorso di colpa tra la colpa del conducente e quella del pedone investito deve: a) muovere dall’assunto che la colpa del conducente sia presunta e pari al 100%; b) accertare in concreto la colpa del pedone; c) ridurre progressivamente la percentuale di colpa presunta a carico del conducente via via che emergono circostanze idonee a dimostrare la colpa in concreto del pedone (v. Cass., 4/4/2017, n. 8663; Cass., 18/11/2014, n. 24472; Cass. 19/2/2014, n. 3964).

Orbene, nell’affermare che “il comportamento assunto nell’occorsi dalla (OMISSIS) e’ comunemente qualificato dalla giurisprudenza quale concausa nella produzione dell’evento atteso che sul pedone che attraversi la strada al di fuori delle strisce pedonali grava l’obbligo di dare la precedenza ai veicoli”, e che “il Giudice di prime cure, quindi non ha fatto altro che procedere al riparto delle rispettive percentuali di colpa aderendo sostanzialmente alle conclusioni peritali delle indagini tecniche svolte, spiegando un corretto impianto logico e argomentativo”, del suindicato principio la corte di merito ha nell’impugnata sentenza invero fatto piena e corretta applicazione.

Emerge evidente, a tale stregua, come lungi dal denunziare vizi della sentenza gravata rilevanti sotto i ricordati profili, le deduzioni dei ricorrenti oltre a risultare formulate secondo un modello difforme da quello delineato all’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in realta’ si risolvono nella mera doglianza circa la dedotta erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore e un significato difformi dalle loro aspettative (v. Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell’inammissibile pretesa di una lettura dell’assetto probatorio diversa da quella nel caso operata dai giudici di merito (cfr. Cass., 18/4/2006, n. 8932).

Per tale via in realta’ sollecitano, cercando di superare i limiti istituzionali del giudizio di legittimita’, un nuovo giudizio di merito, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimita’ non e’ un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi all’attenzione dei giudici della Corte Suprema di Cassazione elementi di fatto gia’ considerati dai giudici di merito, al fine di pervenire a un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo in favore di ciascuno dei contro ricorrenti, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti al pagamento, in solidodelle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 5.200,00 di cui Euro 5.000,00 per onorari, oltre a spese generali ed accessori come per legge, in favore di ciascuno dei controricorrenti.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente

Dott. ARMANO Uliano – Consigliere

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16928-2017 proposto da:

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

(OMISSIS) SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS);

– controricorrente –

contro

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), EREDI DI (OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 15/2017 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA, depositata il 09/01/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 08/05/2018 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 9/1/2017 la Corte d’Appello di Perugia, in parziale accoglimento del gravame interposto dai sigg. (OMISSIS) ed altri -quali coniuge e figli della defunta sig.ra (OMISSIS) – e in conseguente parziale riforma della pronunzia Trib. Spoleto n. 445/2015, ha rideterminato -nella misura rispettivamente del 60% e del 40%- la concorrente responsabilita’ della defunta (OMISSIS) e del sig. (OMISSIS), conducente dell’autovettura che in Spoleto il 4/8/2008 la prima aveva investito.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito i sigg. (OMISSIS) ed altri propongono ora ricorso per cassazione, affidato a 2 motivi, illustrati da memoria.

Resiste con controricorso la societa’ (OMISSIS) s.p.a.

Gli altri intimati non hanno svolto attivita’ difensiva.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il 1 motivo i ricorrenti denunziano “violazione e falsa applicazione” dell’articolo 2054 c.c., comma 1 e articolo 1227 c.c., comma 1, in relazione agli articoli 190 e 191 C.d.S., in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si dolgono che la corte di merito non si sia soffermata a descrivere e valutare la condotta di guida del conducente del veicolo investitore con riferimento “non solo alla presunzione di responsabilita’ prevista dall’articolo 2054 c.c., ma anche e soprattutto in relazione alla violazione degli articoli 190 e 191 C.d.S., pervenendo all’ingiusta erronea e immotivata attribuzione della colpa del pedone nella misura del 60%”.

Lamentano non essersi dalla corte di merito affermata la quantomeno prevalente responsabilita’ del conducente dell’autovettura investitrice laddove, “indipendentemente dalla velocita’ del veicolo, la sig.ra (OMISSIS) al momento dell’investimento si trovava in prossimita’ dello attraversamento pedonale… segnalato per pericolo bambini e attraversamento pedonale per la presenza di una chiesa, per cui doveva essere tenuta una condotta di guida particolarmente prudente”.

Con il 2 motivo denunziano l’omesso esame di un fatto decisivo per la decisione della controversia, in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Lamentano l'”assolutamente omessa e comunque insufficiente” motivazione resa dalla corte di merito circa una questione emersa “sia nella perizia del consulente del PM, sia in sede di c.t.u. dell’ing. (OMISSIS)”.

Si dolgono che erroneamente la corte di merito abbia attribuito alla (OMISSIS) “una corresponsabilita’ prevalente, solo perche’ la stessa ha eseguito l’attraversamento in pieno centro cittadino ed in zona con segnaletica orizzontale e verticale segnalante “pericolo”, appena 100 m dalle strisce pedonali”, non essendo stata viceversa esaminata la “decisiva e rilevante circostanza” che il conducente l’autovettura investitrice, “solo ove avesse osservato l’obbligo di attenzione previsto dagli articoli 190 e 191 C.d.S., poteva tranquillamente evitare l’investimento”.

I motivi, che possono congiuntamente esaminarsi in quanto connessi, sono in parte inammissibili e in parte infondati.

Va anzitutto osservato, con particolare riferimento al 1 motivo, che la’ dove lamentano non avere la corte di merito “assolutamente spiegato l’iter logico seguito per graduare… la misura della responsabilita’ delle parti, valorizzando unicamente la circostanza meramente soggettiva addebitata alla (OMISSIS)… non comparandola con i ben piu’ pesanti addebiti mossi dai consulenti al (OMISSIS)”, i ricorrenti in effetti inammissibilmente richiedono la rivalutazione delle emergenze probatorie, laddove solamente al giudice di merito spetta individuare le fonti del proprio convincimento e a tal fine valutare le prove, controllarne la attendibilita’ e la confluenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova.

Quanto al merito, deve porsi in rilievo che come questa Corte ha gia’ avuto modo di Corte di Cassazione|Sezione 6 3|Civile|Ordinanza|28 gennaio 2019| n. 2241

Data udienza 8 maggio 2018

Integrale

Comportamento alla guidaCircolazione stradale – Investimento del pedone – Risarcimento danni – Investimento fuori le strisce – Concorso del pedone

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente

Dott. ARMANO Uliano – Consigliere

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16928-2017 proposto da:

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

(OMISSIS) SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS);

– controricorrente –

contro

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), EREDI DI (OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 15/2017 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA, depositata il 09/01/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 08/05/2018 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 9/1/2017 la Corte d’Appello di Perugia, in parziale accoglimento del gravame interposto dai sigg. (OMISSIS) ed altri –quali coniuge e figli della defunta sig.ra (OMISSIS) – e in conseguente parziale riforma della pronunzia Trib. Spoleto n. 445/2015, ha rideterminato -nella misura rispettivamente del 60% e del 40%- la concorrente responsabilita’ della defunta (OMISSIS) e del sig. (OMISSIS), conducente dell’autovettura che in Spoleto il 4/8/2008 la prima aveva investito.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito i sigg. (OMISSIS) ed altri propongono ora ricorso per cassazione, affidato a 2 motivi, illustrati da memoria.

Resiste con controricorso la societa’ (OMISSIS) s.p.a.

Gli altri intimati non hanno svolto attivita’ difensiva.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il 1 motivo i ricorrenti denunziano “violazione e falsa applicazione” dell’articolo 2054 c.c., comma 1 e articolo 1227 c.c., comma 1, in relazione agli articoli 190 e 191 C.d.S., in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si dolgono che la corte di merito non si sia soffermata a descrivere e valutare la condotta di guida del conducente del veicolo investitore con riferimento “non solo alla presunzione di responsabilita’ prevista dall’articolo 2054 c.c., ma anche e soprattutto in relazione alla violazione degli articoli 190 e 191 C.d.S., pervenendo all’ingiusta erronea e immotivata attribuzione della colpa del pedone nella misura del 60%”.

Lamentano non essersi dalla corte di merito affermata la quantomeno prevalente responsabilita’ del conducente dell’autovettura investitrice laddove, “indipendentemente dalla velocita’ del veicolo, la sig.ra (OMISSIS) al momento dell’investimento si trovava in prossimita’ dello attraversamento pedonale… segnalato per pericolo bambini e attraversamento pedonale per la presenza di una chiesa, per cui doveva essere tenuta una condotta di guida particolarmente prudente”.

Con il 2 motivo denunziano l’omesso esame di un fatto decisivo per la decisione della controversia, in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Lamentano l'”assolutamente omessa e comunque insufficiente” motivazione resa dalla corte di merito circa una questione emersa “sia nella perizia del consulente del PM, sia in sede di c.t.u. dell’ing. (OMISSIS)”.

Si dolgono che erroneamente la corte di merito abbia attribuito alla (OMISSIS) “una corresponsabilita’ prevalente, solo perche’ la stessa ha eseguito l’attraversamento in pieno centro cittadino ed in zona con segnaletica orizzontale e verticale segnalante “pericolo”, appena 100 m dalle strisce pedonali”, non essendo stata viceversa esaminata la “decisiva e rilevante circostanza” che il conducente l’autovettura investitrice, “solo ove avesse osservato l’obbligo di attenzione previsto dagli articoli 190 e 191 C.d.S., poteva tranquillamente evitare l’investimento”.

I motivi, che possono congiuntamente esaminarsi in quanto connessi, sono in parte inammissibili e in parte infondati.

Va anzitutto osservato, con particolare riferimento al 1 motivo, che la’ dove lamentano non avere la corte di merito “assolutamente spiegato l’iter logico seguito per graduare… la misura della responsabilita’ delle parti, valorizzando unicamente la circostanza meramente soggettiva addebitata alla (OMISSIS)… non comparandola con i ben piu’ pesanti addebiti mossi dai consulenti al (OMISSIS)”, i ricorrenti in effetti inammissibilmente richiedono la rivalutazione delle emergenze probatorie, laddove solamente al giudice di merito spetta individuare le fonti del proprio convincimento e a tal fine valutare le prove, controllarne la attendibilita’ e la confluenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova.

Quanto al merito, deve porsi in rilievo che come questa Corte ha gia’ avuto modo di affermare il conducente di veicoli a motore e’ onerato da una presunzione di colpa e ove il giudice si trovi a dover valutare e quantificare l’esistenza di un concorso di colpa tra la colpa del conducente e quella del pedone investito deve: a) muovere dall’assunto che la colpa del conducente sia presunta e pari al 100%; b) accertare in concreto la colpa del pedone; c) ridurre progressivamente la percentuale di colpa presunta a carico del conducente via via che emergono circostanze idonee a dimostrare la colpa in concreto del pedone (v. Cass., 4/4/2017, n. 8663; Cass., 18/11/2014, n. 24472; Cass. 19/2/2014, n. 3964).

Orbene, nell’affermare che “il comportamento assunto nell’occorsi dalla (OMISSIS) e’ comunemente qualificato dalla giurisprudenza quale concausa nella produzione dell’evento atteso che sul pedone che attraversi la strada al di fuori delle strisce pedonali grava l’obbligo di dare la precedenza ai veicoli”, e che “il Giudice di prime cure, quindi non ha fatto altro che procedere al riparto delle rispettive percentuali di colpa aderendo sostanzialmente alle conclusioni peritali delle indagini tecniche svolte, spiegando un corretto impianto logico e argomentativo”, del suindicato principio la corte di merito ha nell’impugnata sentenza invero fatto piena e corretta applicazione.

Emerge evidente, a tale stregua, come lungi dal denunziare vizi della sentenza gravata rilevanti sotto i ricordati profili, le deduzioni dei ricorrenti oltre a risultare formulate secondo un modello difforme da quello delineato all’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in realta’ si risolvono nella mera doglianza circa la dedotta erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore e un significato difformi dalle loro aspettative (v. Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell’inammissibile pretesa di una lettura dell’assetto probatorio diversa da quella nel caso operata dai giudici di merito (cfr. Cass., 18/4/2006, n. 8932).

Per tale via in realta’ sollecitano, cercando di superare i limiti istituzionali del giudizio di legittimita’, un nuovo giudizio di merito, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimita’ non e’ un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi all’attenzione dei giudici della Corte Suprema di Cassazione elementi di fatto gia’ considerati dai giudici di merito, al fine di pervenire a un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo in favore di ciascuno dei contro ricorrenti, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti al pagamento, in solidodelle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 5.200,00 di cui Euro 5.000,00 per onorari, oltre a spese generali ed accessori come per legge, in favore di ciascuno dei controricorrenti.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo in favore di ciascuno dei contro ricorrenti, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti al pagamento, in solidodelle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 5.200,00 di cui Euro 5.000,00 per onorari, oltre a spese generali ed accessori come per legge, in favore di ciascuno dei controricorrenti.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.

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1) IL TERZO TRASPORTATO DEVE ESSERE SEMPRE RISARCITOMA PUO’ ESSERE APPLICATA UN RIDUZIONE DEL RISARCIMENTO SE AD ESEMPIO NON AVEVA LE CINTURELe compagnie di assicurazione possono cercare un concorso di colpa se il trasportato non aveva le cinture di sicurezza.In ogni caso il trasportato ha sempre diritto al risarcimento danni in caso di lesioni o decesso nell’incidente stradale

2) I FAMIGLIARI O PARENTI STRETTI ANCHE SE NON CONVIVENTI DEL TRASPORTATO HANNO DIRITTO AL RISARCIMENTO DEL DANNO IN CASO DI DECESSO DEL PROPRIO CONGIUNTO CHE ERA TRASPORTATO DA TERZI

3) Fatevi seguire da un avvocato esperto di gravi danni da incidente stradale chiamate subito l’avvocato Sergio Armaroli 051/6447838 non importa se abiti a Milano o Asti,o Trieste, o Pordenone o Rovigo io verrò da te se lo desideri  e insieme valuteremo il tuo caso con attenzione Capisco benissimo la tua sofferenza e il tuo stato d’animo, ma ahimè devi farti forza,e chiamare un avvocato esperto Anche se è molto difficile, in questi eventi, è importante restare lucidi e affidarti a persone competenti  in grado di darti una mano a risolvere i problemi riguardanti un sinistro stradale con vittime, tutto con tranquillità per farti ritrovare pian piano la serenità persa! Il mio studio è affiancato anche da un valido psicologo che offre assistenza a familiari di persone decedute in sinistri stradali e nel mio lavoro al primo posto ci sono i miei clienti e il mio obiettivo principale è quello di far ottenere loro il giusto risarcimento danni per la perdita di un familiare in incidente stradale e far valere i loro diritti.

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Valori medi di liquidazione per giorno per danno non patrimoniale da inabilità assoluta (100%)

da € 96,00 a (aumentabile fino al 50%) € 144,00

Danno non patrimoniale per la morte del congiunto

  DA A
A FAVORE DI CIASCUN GENITORE PER LA MORTE DI UN FIGLIO  163.080,00  326.150,00
A FAVORE DEL FIGLIO PER MORTE DI UN GENITORE   163.080,00  326.150,00
A FAVORE DEL CONIUGE (NON-SEPARATO) O DEL CONVIVENTE SOPRAVVISSUTO   163.080,00  326.150,00
A FAVORE DEL FRATELLO PER MORTE DI UN FRATELLO  23.600,00  141.620,00
A FAVORE DEL NONNO PER MORTE DI UN NIPOTE
LE MATERIE TRATTATE DALLO STUDIO LEGALE A BOLOGNA  DELL’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI AVVOCATO BOLOGNA: CHIAMA SUBITO IL NUMERO 051/6447838  STUDIO LEGALE A BOLOGNA DELL’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI PER SEPARAZIONI  DIVORZI ,PERSONE E FAMIGLIA  AVVOCATO BOLOGNA CONSULENZA LEGALE A BOLOGNA -SEPARAZIONE DEI CONIUGI: SEPARAZIONE CONSENSUALE E SEPARAZIONE GIUDIZIALE (SCIOGLIMENTO MATRIMONIO/CESSAZIONE EFFETTI CIVILI MATRIMONIO CONCORDATARIO) – ALIMENTI,DIRITTO DI ALIMENTI,AVVOCATO BOLOGNA – ASSEGNO DI MANTENIMENTO ,ASSEGNO DIVORZILE,AVVOCATO BOLOGNA  – ADOZIONE, – DECADENZA DELLA POTESTÀ DEI GENITORI – ACCERTAMENTO GIUDIZIALE DELLA PATERNITÀ – CASA CONIUGALE,ASSEGNAZIONE CASA CONIUGALE -AFFIDAMENTO DEI FIGLI NELLA SEPARAZIONE  – AFFIDAMENTO DEI FIGLI MINORENNI DI PERSONE CONVIVENTI MORE UXORIO  – ADOZIONE – DISCONOSCIMENTO DELLA PATERNITÀ – AMMINISTRAZIONE DI SOSTEGNO, INTERDIZIONE, INABILITAZIONE, CAMBIAMENTO DEL NOME E DEL COGNOME CONSULENZA LEGALE A BOLOGNA ,AVVOCATO BOLOGNA STUDIO LEGALE A BOLOGNA DELL’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI PER SEPARAZIONI  DIVORZI ,PERSONE E FAMIGLIA  1)DANNI DA FABBRICATI 2)DANNI DA LESIONI VOLONTARIE (PERCOSSE ECC ECC ) 3)DANNI DA DIFFAMAZIONE ANCHE A MEZZO STAMPA   4)RESPONSABILITÀ DEL MEDICO E DELL’OSPEDALE,RESPONSABILITÀ DA MANCATA DIAGNOSI 5)SINISTRI STRADALI E INCIDENTI STRADALI A BOLOGNA, A CENTO, A SAN PIETRO IN CASALE A FERRARA A VERCELLI A ASTI E IN TUTTA ITALIA . 6)SINISTRI STRADALI E INCIDENTI STRADALI MORTALI CON ATTENZIONE AL RISARCIMENTO DEI DANNI AL CONGIUNTO 7)INSIDIE STRADALI E RISARCIMENTO DANNI DA INSIDIE STRADALI 8)RESPONSABILITÀ DELLA SCUOLA, 9)RESPONSABILITÀ E RISARCIMENTO DA BULLISMO 10)RESPONSABILITÀ CIVILE IN MATERIA DI CONTRATTO DI AGENZIA 11)LA RESPONSABILITÀ CIVILE IN MATERIA DI MEDIAZIONE 12)LA RESPONSABILITÀ CIVILE IN MATERIA FACTORING 

13)LA RESPONSABILITÀ CIVILE IN MATERIA DI SPEDIZIONE 

14)LA RESPONSABILITA’ CIVILE IN MATERIA DI TRASPORTO  CAUSE DI SEPARAZIONE,CAUSE DI DIVORZIO CONSULENZA LEGALE A BOLOGNA ,AVVOCATO BOLOGNA   STUDIO LEGALE A BOLOGNA DELL’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI    DIRITTO DI PROPRIETA’ DIRITTI REALI DIVISIONI IMMOBILIARI,DIVISIONI DI PATRIMONI IMMOBILIARI   

1)VENDITA ACQUISTO CASA, VENDITA ACQUISTI IMMOBILIARI E REDAZIONE  PRELIMINARI DI VENDITA  IMMOBILIARE ,PRESTANDO ATTENZIONE A CONDIZIONALRLI PER L’ACQUIRENTE  ALL’OTTENIMENTO DI EVENTUALE MUTUO   

2)CONTROVERSIE CON IL COSTRUTTORE SE RITARDA LA CONSEGNA O CONSEGNA IMMOBILI CON VIZI   

3)CAUSE DI DIVISIONI IMMOBILIARI,ASSISTENZA LEGALE STRAGIUDIZIALE PER ACCORDI DI DIVISIONE IMMOBILIARE   ASSISTENZA IMPRESA, ASSISTENZA IMPRESA IN CRISI,AVVOCATO BOLOGNA   

1)CONSULENZA CONTINUATIVA CON L’IMPRESA 

2)ANALISI DELL’IMPRESA PER VERIFICARE LA SOLUZIONE DELLA CRISI D’IMPRESA   ASSISTENZA LEGALE DEBITORI,AVVOCATO BOLOGNA STUDIO LEGALE A BOLOGNA DI DIRITTO PENALE –       DELITTI CONTRO LA LIBERTÀ SESSUALE (VIOLENZA SESSUALE,ATTI OSCENI)
- –       DELITTI CONTRO LA FEDE PUBBLICA (FALSITÀ IN MONETE, FALSITÀ IN ATTI, FALSITÀ PERSONALI)
- –       DELITTI CONTRO L’AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA (CALUNNIA,AUTOCALUNNIA ,SIMULAZIONE DI REATO FALSO GIURAMENTO, FAVOREGGIAMENTO, ECC)
- –         –       DIFESA PER DELITTI CONTRO IL PATRIMONIO (FURTO, RAPINA, TRUFFA, ESTORSIONE, FRODE INFORMATICA, TRUFFA RICETTAZIONE USURA ECC)
- –       DIFESA PER DELITTI CONTRO LA PERSONA (OMICIDIO, LESIONI PERSONALI,PERCOSSE, OMISSIONE DI SOCCORSO, ECC)
- –       REATI IN MATERIA DI:
- ARMI, MUNIZIONI ED ESPLOSIVI
- LAVORO
- ALIMENTI
- EDILIZIA 
- ASSEGNO BANCARIO
- –       FALLIMENTO ED ALTRE PROCEDURE CONCORSUALI
- INQUINAMENTO DELLE ACQUE E DI SCARICO DEI RIFIUTI SOLIDI URBANI
- GRAVIDANZA
- OPERE D’ARTE
- PROSTITUZIONE
- STUPEFACENTI/STATO DI EBREZZA
-             CONSULENZA ED ASSISTENZA PER LE IMPRESE,AVVOCATO BOLOGNA ASSISTENZA GIUDIZIALE
- DIRITTO CIVILE-CODICE CIVILE – DIRITTO FALLIMENTARE -DIRITTO SOCIETARIO -DIRITTO D’IMPRESA -DIRITTO BANCARIO   L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI PRESTA ASSISTENZA STRAGIUDIZIALE CONTRATTI 
- PREDISPOSIZIONE CONDIZIONI GENERALI DI TUTTI I TIPI DI CONTRATTO 
-CONSULENZA LEGALE ANCHE PRESSO SEDI DI AZIENDE – ASSISTENZA
- COMPRAVENDITA PRODOTTI E SERVIZI
- PREVENZIONE CONTROVERSIE – RECUPERO E GESTIONE DEI CREDITI ,CON ANALISI PREVENTIVA-.       STUDIO LEGALE A BOLOGNA DELL’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI DIRITTO DELL’ARTE   

1)ASSISTENZA GALLERIE D’ARTE PER CONTRATTI CON ARTISITI. 

2)ASSISTENZA LEGALE ARTISTI PER CONTRATTI CON GALLERIE D’ARTE.   STUDIO LEGALE A BOLOGNA PER ASSISTENZA LEGALE SUCCESSIONI E TESTAMENTI,AVVOCATO BOLOGNA   

1)    ASSISTENZA LEGALE EREDI 

2)  ASSISTENZA LEGALE TESTAMENTI 

3)  ASSISTENZA LEGALE DIVISIONI EREDITARIE 

4)  ASSISTENZA LEGALE PER IMPUGNAZIONE TESTAMENTI 

5)  ASSISTENZA LEGALE TESTAMENTI OLOGRAFI   

                     AVVOCATO PENALISTA E RICORSI PER CASSAZIONE

                     RICORSI ALLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO

                     RISARCIMENTO DANNI PER SINISTRI STRADALI

                     CONTRATTI DI COMPRAVENDITA IMMOBILIARE

                     SEPARAZIONE E DIVORZIO

                     RECUPERO CREDITI

                     SUCCESSIONI ED EREDITÀ

                     CONTRATTI INTERNAZIONALI, IN PARTICOLARE CON PAESI DELL’EX UNIONE SOVIETICA

                     RISARCIMENTO DANNO BIOLOGICO PER RESPONSABILITÀ MEDICA

                     CONTRATTI GALLERIE D’ARTE E MOSTRE D’ARTISTI

                     DIRITTO SPORTIVO

                     RISTRUTTURAZIONE DEL DEBITO

                     CONSULENZA LEGALE PER CONTRATTI CON L’ESTREMO ORIENTE

                     CONTRATTI DI CONSULENZA CONTINUATIVA PER LE AZIENDE

                    

l conducente di veicoli a motore e’ onerato da una presunzione di colpa e ove il giudice si trovi a dover valutare e quantificare l’esistenza di un concorso di colpa tra la colpa del conducente e quella del pedone investito deve: a) muovere dall’assunto che la colpa del conducente sia presunta e pari al 100%; b) accertare in concreto la colpa del pedone; c) ridurre progressivamente la percentuale di colpa presunta a carico del conducente via via che emergono circostanze idonee a dimostrare la colpa in concreto del pedone (v. Cass., 4/4/2017, n. 8663; Cass., 18/11/2014, n. 24472; Cass. 19/2/2014, n. 3964).

Orbene, nell’affermare che “il comportamento assunto nell’occorsi dalla (OMISSIS) e’ comunemente qualificato dalla giurisprudenza quale concausa nella produzione dell’evento atteso che sul pedone che attraversi la strada al di fuori delle strisce pedonali grava l’obbligo di dare la precedenza ai veicoli”, e che “il Giudice di prime cure, quindi non ha fatto altro che procedere al riparto delle rispettive percentuali di colpa aderendo sostanzialmente alle conclusioni peritali delle indagini tecniche svolte, spiegando un corretto impianto logico e argomentativo”, del suindicato principio la corte di merito ha nell’impugnata sentenza invero fatto piena e corretta applicazione.

Emerge evidente, a tale stregua, come lungi dal denunziare vizi della sentenza gravata rilevanti sotto i ricordati profili, le deduzioni dei ricorrenti oltre a risultare formulate secondo un modello difforme da quello delineato all’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in realta’ si risolvono nella mera doglianza circa la dedotta erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore e un significato difformi dalle loro aspettative (v. Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell’inammissibile pretesa di una lettura dell’assetto probatorio diversa da quella nel caso operata dai giudici di merito (cfr. Cass., 18/4/2006, n. 8932).

AVVOCATO GRAVI INCIDENTI STRADALI INCIDENTI STRADALI, INCIDENTI MORTALI RICHIESTA RISARCIMENTO DANNI A

AVVOCATO GRAVI INCIDENTI STRADALI INCIDENTI STRADALI, INCIDENTI MORTALI RICHIESTA RISARCIMENTO DANNI A L’Aquila

AVVOCATO GRAVI INCIDENTI STRADALI INCIDENTI STRADALI, INCIDENTI MORTALI RICHIESTA RISARCIMENTO DANNI A Campobasso

AVVOCATO GRAVI INCIDENTI STRADALI INCIDENTI STRADALI, INCIDENTI MORTALI RICHIESTA RISARCIMENTO DANNI Avellino

AVVOCATO GRAVI INCIDENTI STRADALI INCIDENTI STRADALI, INCIDENTI MORTALI RICHIESTA RISARCIMENTO DANNI

Trani, AVVOCATO GRAVI INCIDENTI STRADALI INCIDENTI STRADALI, INCIDENTI MORTALI RICHIESTA RISARCIMENTO DANNI A Potenza e

AVVOCATO GRAVI INCIDENTI STRADALI INCIDENTI STRADALI, INCIDENTI MORTALI RICHIESTA RISARCIMENTO DANNI A Catanzaro

, AVVOCATO  GRAVI INCIDENTI STRADALI INCIDENTI STRADALI, INCIDENTI MORTALI RICHIESTA RISARCIMENTO DANNI A

CHIAMA SUBITO PRIMA MI CHIAMI PRIMA OTTENIAMO IL GIUSTO RISARCIMENTO

Obblighi del pedone:

Nei centri abitati utilizzare sempre le strisce pedonali, o in alternativa i sottopassaggi o sovrapassaggi pedonali, se presenti e adeguatamente segnalati a non più di 100 metri di distanza

L’attraversamento va fatto esclusivamente in perpendicolare rispetto al margine della carreggiata, mai in diagonale

A FAVORE DEL NONNO PER MORTE DI UN NIPOTE

LE MATERIE TRATTATE DALLO STUDIO LEGALE A BOLOGNA  DELL’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI AVVOCATO BOLOGNA: CHIAMA SUBITO IL NUMERO 051/6447838  STUDIO LEGALE A BOLOGNA DELL’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI PER SEPARAZIONI  DIVORZI ,PERSONE E FAMIGLIA  AVVOCATO BOLOGNA CONSULENZA LEGALE A BOLOGNA -SEPARAZIONE DEI CONIUGI: SEPARAZIONE CONSENSUALE E SEPARAZIONE GIUDIZIALE (SCIOGLIMENTO MATRIMONIO/CESSAZIONE EFFETTI CIVILI MATRIMONIO CONCORDATARIO) – ALIMENTI,DIRITTO DI ALIMENTI,AVVOCATO BOLOGNA – ASSEGNO DI MANTENIMENTO ,ASSEGNO DIVORZILE,AVVOCATO BOLOGNA  – ADOZIONE, – DECADENZA DELLA POTESTÀ DEI GENITORI – ACCERTAMENTO GIUDIZIALE DELLA PATERNITÀ – CASA CONIUGALE,ASSEGNAZIONE CASA CONIUGALE -AFFIDAMENTO DEI FIGLI NELLA SEPARAZIONE  – AFFIDAMENTO DEI FIGLI MINORENNI DI PERSONE CONVIVENTI MORE UXORIO  – ADOZIONE – DISCONOSCIMENTO DELLA PATERNITÀ – AMMINISTRAZIONE DI SOSTEGNO, INTERDIZIONE, INABILITAZIONE, CAMBIAMENTO DEL NOME E DEL COGNOME CONSULENZA LEGALE A BOLOGNA ,AVVOCATO BOLOGNA STUDIO LEGALE A BOLOGNA DELL’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI PER SEPARAZIONI  DIVORZI ,PERSONE E FAMIGLIA  1)DANNI DA FABBRICATI 2)DANNI DA LESIONI VOLONTARIE (PERCOSSE ECC ECC ) 3)DANNI DA DIFFAMAZIONE ANCHE A MEZZO STAMPA   4)RESPONSABILITÀ DEL MEDICO E DELL’OSPEDALE,RESPONSABILITÀ DA MANCATA DIAGNOSI 5)SINISTRI STRADALI E INCIDENTI STRADALI A BOLOGNA, A CENTO, A SAN PIETRO IN CASALE A FERRARA A VERCELLI A ASTI E IN TUTTA ITALIA . 6)SINISTRI STRADALI E INCIDENTI STRADALI MORTALI CON ATTENZIONE AL RISARCIMENTO DEI DANNI AL CONGIUNTO 7)INSIDIE STRADALI E RISARCIMENTO DANNI DA INSIDIE STRADALI 8)RESPONSABILITÀ DELLA SCUOLA, 9)RESPONSABILITÀ E RISARCIMENTO DA BULLISMO 10)RESPONSABILITÀ CIVILE IN MATERIA DI CONTRATTO DI AGENZIA 11)LA RESPONSABILITÀ CIVILE IN MATERIA DI MEDIAZIONE 12)LA RESPONSABILITÀ CIVILE IN MATERIA FACTORING 

 

casalecchio di reno Separazione (consensuale o contenzioso) Divorzio (consensuale o contenzioso) Modifica delle condizioni di separazione

casalecchio di reno Separazione (consensuale o contenzioso) Divorzio (consensuale o contenzioso) Modifica delle condizioni di separazione

casalecchio di reno Separazione (consensuale o contenzioso) Divorzio (consensuale o contenzioso) Modifica delle condizioni di separazione

La Legge sul divorzio breve è realtà dal 26 maggio 2015, data in cui è entrata in vigore la novella legislativa che ha modificato una normativa vecchia di oltre trent’anni.

SONO MOLTO RIDOTTI I TERMINI DI DIVORZIO CON IL DIVORZIO BREVE
avvocato-erede-legittimo-2

Grazie alle modifiche alla Legge 898 del 1970, quella sul divorzio, sarà possibile divorziare in tempi molto brevi, a seconda del tipo di separazione che abbia portato alla cessazione degli effetti civili o allo scioglimento del matrimonio.

In sintesi, sarà possibile arrivare al divorzio dopo soli 6 mesi in caso di separazione consensuale.

Nel caso in cui i coniugi abbiano effettuato una separazione giudiziale, allora i tempi si dilatano leggermente, portando i tempi del divorzio a 1 anno dalla prima udienza di separazione.

DIVISIONE-EREDITARIA-BOLOGNA
DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA

casalecchio di reno Separazione (consensuale o contenzioso) Divorzio (consensuale o contenzioso) Modifica delle condizioni di separazioneLa separazione consensuale comporta numerosi vantaggi rispetto a una separazione giudiziale in quanto è più veloce e conveniente, comporta minori traumi per i figli e permette alla coppia di predisporre un regolamento di interessi conforme alle loro esigenze, anche avente carattere patrimoniale. Separazione personale dei coniugi: Separazione consensuale ex art. 158 c.c. – Separazione giudiziale ex art. 151 c.c. – Mantenimento – Affidamento dei figli – Casa familiare

casalecchio di reno Separazione (consensuale o contenzioso) Divorzio (consensuale o contenzioso) Modifica delle condizioni di separazione
casalecchio di reno Separazione (consensuale o contenzioso) Divorzio (consensuale o contenzioso) Modifica delle condizioni di separazione

Divorzio: Divorzio – Assegno divorziale 

  • Ma se, in ambito normativo e procedurale le modifiche sono state profonde, continue e, sicuramente, ancora passibili di ulteriori ampie revisioni, non si può trascurare il fatto che, di conseguenza debba essere differente l’approccio che l’Avvocato è chiamato, oggi, necessariamente ad avere, in relazione ad una separazione o ad un divorzio.
  • Lasciando, dunque, alla normativa specifica le questioni squisitamente giudiziarie, la nostra attenzione si posa su quanto sia cambiato tutto il sistema che ruota attorno al nucleo familiare, con una rivisitazione completa di tutti gli elementi che compongono queste entità, sempre più complesse ed articolate, di persone.
  • DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO
    DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO

    casalecchio di reno Separazione (consensuale o contenzioso) Divorzio (consensuale o contenzioso) Modifica delle condizioni di separazione

Qualora i due coniugi trovino un accordo la separazione prende il nome di consensuale e ha inizio con il deposito del ricorso.

AVVOCATO-SCRITTA-CORNICE

Con la separazione consensuale i coniugi si accordano sulle condizioni delle separazione. Il procedimento è disciplinato dall’art. 711 c.p.c. ed è molto più snello di quello previsto per la separazione giudiziale. Si svolgerà infatti un’unica udienza davanti al Presidente del Tribunale e si conclude – salvo nel caso in cui le condizioni concordate dai coniugi dovessero essere ritenute lesive del preminente interesse dei figli o comunque contrarie a norme imperative, all’ordine pubblico e al buon costume – con il decreto di omologazione dell’accordo.

casalecchio di reno Separazione (consensuale o contenzioso) Divorzio (consensuale o contenzioso) Modifica delle condizioni di separazione

Nel caso manchi l’accordo è possibile comunque procedere ad una separazione giudiziale anche nel caso sia solo un coniuge a richiederla con un’eventuale addebito della separazione qualora l’altro coniuge sia venuto meno ad un obbligo matrimoniale.

 Inoltre è possibile che si verifichi una terza modalità di separazione ovvero quella di fatto.


Diritto di Famiglia

Soluzione e gestione della conflittualità nei rapporti familiari, separazione e divorzio, regime patrimoniale della famiglia, diritto minorile, rapporti tra conviventi, successione, impresa familiare, patti di famiglia, trust.

Avvocato Matrimonialista

Assistenza e consulenza nelle procedure di separazione consensuale e giudiziale, divorzio, accordi matrimoniali e contratti di convivenza. Affidamento dei figli e tutela dei diritti dei minori.

  1. Si verifica quando i coniugi decidono di interrompere la convivenza senza formalità e senza alcun effetto sul piano giuridico e non vale per il decorso sufficiente alla richiesta del divorzio. . Questo tipo di separazione consiste nella decisione dei coniugi, di separarsi di comune accordo. L’accordo viene normalmente stipulato in privato, assieme a un avvocato, stabilendo insieme i diritti che spettano a ognuno riguardo il patrimonio. Affinché divenga efficace, l’accordo deve essere presentato e omologato dal Tribunale con apposito provvedimento. Le forme procedurali, in merito alla separazione consensuale, sono decisamente più veloci e snelle.

  2. Separazione“giudiziale”Alla separazione giudiziale si ricorre qualora, tra i coniugi, non si sia raggiunto alcun accordo e può essere richiesta anche da uno solo dei due coniugi. Si ricorre a questo tipo di separazione qualora la strada della separazione consensuale fallisca. Nel caso si ricorra alla separazione giudiziale, è possibile richiedere l’addebito della separazione, cioè l’accertamento che vi sia stata una violazione degli obblighi matrimoniali da parte di uno dei due coniugi. Qualora l’addebito sia riconosciuto a carico di uno dei coniugi, quest’ultimo può perdere la maggior parte dei diritti (come l’assegno di mantenimento).

Per tutti i dubbi o le esigenze riguardanti una consulenza per separazione a Bologna l’avvocato esperto separazioni Bologna Sergio Armaroli è sempre disponibile a mettere a disposizione la propria professionalità al servizio dei suoi clienti.

Quando i coniugi decidono di separarsi di comune accordo possono ricorrere alla separazione consensuale che è la via meno dispendiosa e più rapida per porre fine alla convivenza matrimoniale.
I coniugi che decidono di affrontare una separazione consensuale devono presentarsi personalmente all’udienza che si svolge alla presenza del Presidente del Tribunale per il tentativo obbligatorio di conciliazione.

Mediamente il tempo per ottenere una separazione consensuale è di 3 – 7 mesi, mentre la separazione giudiziale necessita di tempi più lunghi (2 anni circa) che possono aumentare in caso di appello o ricorso in cassazione, in ogni caso si può chiedere la sentenza di separazione parziale nella quale i coniugi vengono dichiarati separati dal tribunale competente e la causa continua poi per le pattuizioni accessorie (assegno, affidamento dei figli ecc.).

La separazione consensuale si fonda sull’accordo dei coniugi su alcuni elementi fondamentali; essi sono, tra gli altri, l’assegnazione della casa coniugale, la quantificazione degli assegni di mantenimento dei coniugi e dei figli, l’affidamento dei figli, la spartizione dei beni comuni tra i coniugi. Cos’è la  separazione

La separazione non è chiudere definitivamente il proprio matrimonio , ma è una prima fase che interrompe ma non annulla il matrimonio .

 Ne sospendono gli effetti in attesa di una riconciliazione o di un provvedimento di divorzio. La separazione, quindi, è una situazione temporanea che però incide sui diritti e i doveri che nascono con il matrimonio. Infatti, intervenuta la separazione, marito e moglie mantengono la qualità di coniugi, ma vengono meno ai doveri di coabitazione e di fedeltà che discendono dal matrimonio e rimane a carico di ciascun coniuge l’obbligo di mantenere, educare e istruire i figli e l’obbligo di assistenza materiale verso il coniuge economicamente più debole.

La separazione può essere: – legale: si ha nel momento in cui si chiede l’intervento di un giudice (oppure si ricorre alla negoziazione assistita da avvocato o alla dichiarazione di fronte al Sindaco) e può essere consensuale o giudiziale; – di fatto: non comporta l’intervento di un giudice.

AVVOCATO ESPERTO Famiglia BOLOGNA IMOLA

AVVOCATO ESPERTO Famiglia BOLOGNA IMOLA  – Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario – Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977

Matrimonio – Separazione personale dei coniugi  Provvedimenti per i figli – In genere affidamento dei figli minori ad uno solo dei coniugi – Condizioni – Affidamento condiviso pregiudizievole nell’interesse del minore – Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario – Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977

AFFIDO-FIGLI-AFFIDO-OCNDIVISO-AVVOCATO-DIVORZISTA-BOLOGNA
convivenze rottura- avvocato Bologna

Nell’ambito di un procedimento di separazione tra coniugi, qualora nè i genitori nè i parenti prossimi possano considerarsi idonei, al fine di salvaguardare l’interesse del minore, onde evitare che si trovi in una situazione non dissimile da quella di abbandono, che costituisce il presupposto dell’adozione legittimante di collocamento del minore presso una terza persona e in un istituto di educazione, quale tipico intervento assistenziale, il giudice può legittimamente disporre l’affidamento ai servizi sociali.

avvocato-erede-legittimo-6
procedimento di separazione tra coniugi

AVVOCATO ESPERTO Famiglia BOLOGNA IMOLA  – Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario – Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977

diritto di visita da parte del coniuge
diritto di visita da parte del coniuge

Matrimonio – Separazione personale dei coniugi  Provvedimenti per i figli – In genere affidamento dei figli minori ad uno solo dei coniugi – Condizioni – Affidamento condiviso pregiudizievole nell’interesse del minore – Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario – Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977

 

AVVOCATO ESPERTO Famiglia BOLOGNA IMOLA  - Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario - Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977 Matrimonio - Separazione personale dei coniugi  Provvedimenti per i figli - In genere affidamento dei figli minori ad uno solo dei coniugi - Condizioni - Affidamento condiviso pregiudizievole nell'interesse del minore - Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario - Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977
AVVOCATO ESPERTO Famiglia BOLOGNA IMOLA  – Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario – Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977 Matrimonio – Separazione personale dei coniugi  Provvedimenti per i figli – In genere affidamento dei figli minori ad uno solo dei coniugi – Condizioni – Affidamento condiviso pregiudizievole nell’interesse del minore – Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario – Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977

 

AVVOCATO ESPERTO Famiglia BOLOGNA IMOLA  - Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario - Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977 Matrimonio - Separazione personale dei coniugi  Provvedimenti per i figli - In genere affidamento dei figli minori ad uno solo dei coniugi - Condizioni - Affidamento condiviso pregiudizievole nell'interesse del minore - Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario - Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977
AVVOCATO ESPERTO Famiglia BOLOGNA IMOLA  – Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario – Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977 Matrimonio – Separazione personale dei coniugi  Provvedimenti per i figli – In genere affidamento dei figli minori ad uno solo dei coniugi – Condizioni – Affidamento condiviso pregiudizievole nell’interesse del minore – Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario – Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977

La regola dell’affidamento condiviso dei figli è derogabile solo ove la sua applicazione risulti «pregiudizievole per l’interesse del minore», il che si verifica nell’ipotesi in cui il genitore non collocatario si sia reso totalmente inadempiente al diritto di visita perché residente all’estero, essendo tale comportamento indicativo dell’inidoneità ad affrontare quelle maggiori responsabilità che l’affido condiviso comporta anche a carico del genitore con il quale il figlio non coabiti stabilmente

Corte ha osservato come la regola dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, prevista dall’articolo 155 c.c., con riferimento alla separazione personale dei coniugi, e’ derogabile solo ove la sua applicazione risulti pregiudizievole per l’interesse del minore (Cass. 2 dicembre 2010, n. 24526; Cass. 17 dicembre 2009, n. 26587; Cass. 18 giugno 2008, n. 16593). Cio’ si verifica nel caso di esercizio in modo discontinuo del diritto di visita, come anche nell’ipotesi di totale inadempimento all’obbligo di corrispondere l’assegno di mantenimento in favore dei figli minori (Cass. 17 dicembre 2009, n. 26587). La valorizzazione, da parte della Corte di Trieste, dell’assenza di incontri tra la madre e il figlio nel lungo periodo preso in considerazione appare, dunque, pienamente coerente coi suindicati principi.

Gli ulteriori profili dedotti sfuggono, del resto, al sindacato della Corte di legittimita’.

L’articolo 155 bis, comma 1 cit. richiede, ben vero, che l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori debba essere disposto con “provvedimento motivato”: ma la Corte di appello si e’ certamente conformata a detta prescrizione, recando la sentenza le argomentazioni atte a giustificare la revoca dell’affidamento condiviso.

AVVOCATO ESPERTO Famiglia BOLOGNA IMOLA  - Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario - Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977 Matrimonio - Separazione personale dei coniugi  Provvedimenti per i figli - In genere affidamento dei figli minori ad uno solo dei coniugi - Condizioni - Affidamento condiviso pregiudizievole nell'interesse del minore - Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario - Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977
AVVOCATO ESPERTO Famiglia BOLOGNA IMOLA  – Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario – Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977 Matrimonio – Separazione personale dei coniugi  Provvedimenti per i figli – In genere affidamento dei figli minori ad uno solo dei coniugi – Condizioni – Affidamento condiviso pregiudizievole nell’interesse del minore – Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario – Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977

Al riguardo, occorre rilevare che nella nuova formulazione del cit. n. 5, risultante dal Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, convertito in L. n. 134 del 2012, mancante ogni riferimento letterale alla “motivazione” della sentenza impugnata, con la conseguenza che e’ denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in se’, purche’ il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali.

AVVOCATO ESPERTO Famiglia BOLOGNA IMOLA  - Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario - Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977 Matrimonio - Separazione personale dei coniugi  Provvedimenti per i figli - In genere affidamento dei figli minori ad uno solo dei coniugi - Condizioni - Affidamento condiviso pregiudizievole nell'interesse del minore - Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario - Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977
AVVOCATO ESPERTO Famiglia BOLOGNA IMOLA  – Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario – Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977 Matrimonio – Separazione personale dei coniugi  Provvedimenti per i figli – In genere affidamento dei figli minori ad uno solo dei coniugi – Condizioni – Affidamento condiviso pregiudizievole nell’interesse del minore – Esercizio in maniera discontinua del diritto di visita da parte del coniuge non collocatario – Sussistenza. Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|17 gennaio 2017| n. 977

Nell’ambito del procedimento per la separazione dei coniugi, l’affidamento congiunto dei figli ai sensi della L. dell’8 febbraio 2006, n. 54, può essere disposta, se non risultano fatti da cui desumere la contrarietà all’interesse dei minori di tale decisione, anche su iniziativa del giudice, qualora le parti non abbiano avanzato nessuna proposta al riguardo. Infatti, trattandosi di una materia sottratta alla disponibilità delle parti perché riguardante lo status del minore, è configurabile in tale ambito il potere officioso del giudice del merito che può, in assenza di domande di parte, applicare quella che per legge è ormai la regola in materia di affido, derogabile soli in casi eccezionali.

Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione. Al contempo, la fattispecie di cui dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, per come riformulata, ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia (Cass. S.U. 7 aprile 2014, n. 8053).

 

Nell’ambito del procedimento per la separazione dei coniugi, l’affidamento congiunto dei figli ai sensi della L. dell’8 febbraio 2006, n. 54, può essere disposta, se non risultano fatti da cui desumere la contrarietà all’interesse dei minori di tale decisione, anche su iniziativa del giudice, qualora le parti non abbiano avanzato nessuna proposta al riguardo. Infatti, trattandosi di una materia sottratta alla disponibilità delle parti perché riguardante lo status del minore, è configurabile in tale ambito il potere officioso del giudice del merito che può, in assenza di domande di parte, applicare quella che per legge è ormai la regola in materia di affido, derogabile soli in casi eccezionali.

Corte ha osservato come la regola dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, prevista dall’articolo 155 c.c., con riferimento alla separazione personale dei coniugi, e’ derogabile solo ove la sua applicazione risulti pregiudizievole per l’interesse del minore (Cass. 2 dicembre 2010, n. 24526; Cass. 17 dicembre 2009, n. 26587; Cass. 18 giugno 2008, n. 16593). Cio’ si verifica nel caso di esercizio in modo discontinuo del diritto di visita, come anche nell’ipotesi di totale inadempimento all’obbligo di corrispondere l’assegno di mantenimento in favore dei figli minori (Cass. 17 dicembre 2009, n. 26587). La valorizzazione, da parte della Corte di Trieste, dell’assenza di incontri tra la madre e il figlio nel lungo periodo preso in considerazione appare, dunque, pienamente coerente coi suindicati principi.

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In caso di accoglimento della domanda la società, salvo il suo diritto di regresso nei confronti degli amministratori, rimborsa agli attori le spese di giudizio e quelle da essi sostenute per l’accertamento dei fatti.

Salvo diversa disposizione dell’atto costitutivo, l’azione di responsabilità contro gli amministratori può essere oggetto di rinuncia o transazione da parte della società, purché vi consenta una maggioranza dei soci rappresentante almeno i due terzi del capitale sociale e purché non si oppongano tanti soci che rappresentano almeno il decimo del capitale sociale.

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Dispositivo dell’art. 2476 Codice civile

Gli amministratori sono solidalmente responsabili verso la società dei danni derivanti dall’inosservanza dei doveri ad essi imposti dalla legge e dall’atto costitutivo per l’amministrazione della società. Tuttavia la responsabilità non si estende a quelli che dimostrino di essere esenti da colpa e, essendo a cognizione che l’atto si stava per compiere, abbiano fatto constare del proprio dissenso.

I soci che non partecipano all’amministrazione hanno diritto di avere dagli amministratori notizie sullo svolgimento degli affari sociali e di consultare, anche tramite professionisti di loro fiducia, i libri sociali [2261, 2320] ed i documenti relativi all’amministrazione.

L’azione di responsabilità contro gli amministratori è promossa da ciascun socio, il quale può altresì chiedere, in caso di gravi irregolarità nella gestione della società, che sia adottato provvedimento cautelare di revoca degli amministratori medesimi. In tal caso il giudice può subordinare il provvedimento alla prestazione di apposita cauzione (1).

In caso di accoglimento della domanda la società, salvo il suo diritto di regresso nei confronti degli amministratori, rimborsa agli attori le spese di giudizio e quelle da essi sostenute per l’accertamento dei fatti.

Salvo diversa disposizione dell’atto costitutivo, l’azione di responsabilità contro gli amministratori può essere oggetto di rinuncia o transazione da parte della società, purché vi consenta una maggioranza dei soci rappresentante almeno i due terzi del capitale sociale e purché non si oppongano tanti soci che rappresentano almeno il decimo del capitale sociale.

– S.p.a. – Amministratori – Responsabilità verso la società – Generale dovere di vigilanza di tutti gli amministratori sul complessivo andamento della gestione della società – Sussistenza – Attribuzioni in capo al comitato esecutivo o ad uno o più amministratori – Influenza sul dovere di vigilanza – Configurabilità – Esclusione – Responsabilità – Prova contraria – Ammissibilità – Contenuto – Principio espresso in controversia avente ad oggetto la responsabilità di amministratori e sindaci conseguente allo svolgimento da parte di impresa assicuratrice di attività in ramo non autorizzato

In tema di responsabilità degli amministratori, l’art. 2392, c.c., nel testo vigente anteriormente alle modifiche introdotte dal D.lgs. n. 6 del 2003, prevede, anche a carico degli amministratori privi di delega, il dovere di vigilare sul generale andamento della gestione societaria. Tale dovere di vigilanza permane anche in caso di attribuzione di funzioni al comitato esecutivo o a singoli amministratori delegati, a meno che non sia fornita la prova che i restanti consiglieri, pur essendosi diligentemente attivati a tal fine, non abbiano potuto in concreto esercitare la predetta vigilanza a causa del comportamento ostativo degli altri componenti del consiglio

“Capo V societa’ per azioni Sezione I Disposizioni generali 2325 (Responsabilita). – Nella societa’ per azioni per le obbligazioni sociali risponde soltanto la societa’ con il suo patrimonio. In caso di insolvenza della societa’, per le obbligazioni sociali sorte nel periodo in cui le azioni sono appartenute ad una sola persona, questa risponde illimitatamente quando i conferimenti non siano stati effettuati secondo quanto previsto dall’articolo 2342 o fin quando non sia stata attuata la pubblicita’ prescritta dall’articolo 2362. 2325-bis (Societa’ che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio). – Ai fini dell’applicazione del presente capo, sono societa’ che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio le societa’ emittenti di azioni quotate in mercati regolamentati o diffuse fra il pubblico in misura rilevante. Le norme di questo capo si applicano alle societa’ emittenti di azioni quotate in mercati regolamentati in quanto non sia diversamente disposto da altre norme di questo codice o di leggi speciali. 2326 (Denominazione sociale). – La denominazione sociale, in qualunque modo formata, deve contenere l’indicazione di societa’ per azioni. 2327 (Ammontare minimo del capitale). – La societa’ per azioni deve costituirsi con un capitale non inferiore a centoventimila euro. 2328 (Atto costitutivo). – La societa’ puo’ essere costituita per contratto o per atto unilaterale. L’atto costitutivo deve essere redatto per atto pubblico e deve indicare: 1) il cognome e il nome o la denominazione, la data e il luogo di nascita o di costituzione, il domicilio o la sede, la cittadinanza dei soci e degli eventuali promotori, nonche’ il numero delle azioni assegnate a ciascuno di essi; 2) la denominazione e il comune ove sono poste la sede della societa’ e le eventuali sedi secondarie; 3) l’attivita’ che costituisce l’oggetto sociale; 4) l’ammontare del capitale sottoscritto e di quello versato; 5) il numero e l’eventuale valore nominale delle azioni, le loro caratteristiche e le modalita’ di emissione e circolazione; 6) il valore attribuito ai crediti e beni conferiti in natura; 7) le norme secondo le quali gli utili devono essere ripartiti; 8) i benefici eventualmente accordati ai promotori o ai soci fondatori; 9) il sistema di amministrazione adottato, il numero degli amministratori e i loro poteri, indicando quali tra essi hanno la rappresentanza della societa’; 10) il numero dei componenti il collegio sindacale; 11) la nomina dei primi amministratori e sindaci e, quando previsto, del soggetto al quale e’ demandato il controllo contabile; 12) l’importo globale, almeno approssimativo, delle spese per la costituzione poste a carico della societa’; 13) la durata della societa’ ovvero, se la societa’ e’ costituita a tempo indeterminato, il periodo di tempo, comunque non superiore ad un anno, decorso il quale il socio potra’ recedere. Lo statuto contenente le norme relative al funzionamento della societa’, anche se forma oggetto di atto separato, costituisce parte integrante dell’atto costitutivo. In caso di contrasto tra le clausole dell’atto costitutivo e quelle dello statuto prevalgono le seconde. 2329 (Condizioni per la costituzione). – Per procedere alla costituzione della societa’ e’ necessario: 1) che sia sottoscritto per intero il capitale sociale; 2) che siano rispettate le previsioni degli articoli 2342 e 2343 relative ai conferimenti; 3) che sussistano le autorizzazioni e le altre condizioni richieste dalle leggi speciali per la costituzione della societa’, in relazione al suo particolare oggetto. 2330 (Deposito dell’atto costitutivo e iscrizione della societa). – Il notaio che ha ricevuto l’atto costitutivo deve depositarlo entro venti giorni presso l’ufficio del registro delle imprese nella cui circoscrizione e’ stabilita la sede sociale, allegando i documenti comprovanti la sussistenza delle condizioni previste dall’articolo 2329. Se il notaio o gli amministratori non provvedono al deposito nel termine indicato nel comma precedente, ciascun socio puo’ provvedervi a spese della societa’. L’iscrizione della societa’ nel registro delle imprese e’ richiesta contestualmente al deposito dell’atto costitutivo. L’ufficio del registro delle imprese, verificata la regolarita’ formale della documentazione, iscrive la societa’ nel registro. Se la societa’ istituisce sedi secondarie, si applica l’articolo 2299. 2331 (Effetti dell’iscrizione). – Con l’iscrizione nel registro la societa’ acquista la personalita’ giuridica. Per le operazioni compiute in nome della societa’ prima dell’iscrizione sono illimitatamente e solidalmente responsabili verso i terzi coloro che hanno agito. Sono altresi’ solidalmente e illimitatamente responsabili il socio unico fondatore e quelli tra i soci che nell’atto costitutivo o con atto separato hanno deciso, autorizzato o consentito il compimento dell’operazione. Qualora successivamente all’iscrizione la societa’ abbia approvato un’operazione prevista dal precedente comma, e’ responsabile anche la societa’ ed essa e’ tenuta a rilevare coloro che hanno agito. Le somme depositate a norma del secondo comma dell’articolo 2342 non possono essere consegnate agli amministratori se non provano l’avvenuta iscrizione della societa’ nel registro. Se entro novanta giorni dalla stipulazione dell’atto costitutivo o dal rilascio delle autorizzazioni previste dal numero 3) dell’articolo 2329 l’iscrizione non ha avuto luogo, esse sono restituite ai sottoscrittori e l’atto costitutivo perde efficacia. Prima dell’iscrizione nel registro e’ vietata l’emissione delle azioni ed esse, salvo l’offerta pubblica di sottoscrizione ai sensi dell’articolo 2333, non possono costituire oggetto di una sollecitazione all’investimento. 2332 (Nullita’ della societa). – Avvenuta l’iscrizione nel registro delle imprese, la nullita’ della societa’ puo’ essere pronunciata soltanto nei seguenti casi: 1) mancata stipulazione dell’atto costitutivo nella forma dell’atto pubblico; 2) illiceita’ dell’oggetto sociale; 3) mancanza nell’atto costitutivo di ogni indicazione riguardante la denominazione della societa’, o i conferimenti, o l’ammontare del capitale sociale o l’oggetto sociale. La dichiarazione di nullita’ non pregiudica l’efficacia degli atti compiuti in nome della societa’ dopo l’iscrizione nel registro delle imprese. I soci non sono liberati dall’obbligo di conferimento fino a quando non sono soddisfatti i creditori sociali. La sentenza che dichiara la nullita’ nomina i liquidatori.

La nullita’ non puo’ essere dichiarata quando la causa di essa e’ stata eliminata e di tale eliminazione e’ stata data pubblicita’ con iscrizione nel registro delle imprese. Il dispositivo della sentenza che dichiara la nullita’ deve essere iscritto, a cura degli amministratori o dei liquidatori nominati ai sensi del quarto comma, nel registro delle imprese. Sezione II Della costituzione per pubblica sottoscrizione 2333 (Programma e sottoscrizione delle azioni). – La societa’ puo’ essere costituita anche per mezzo di pubblica sottoscrizione sulla base di un programma che ne indichi l’oggetto e il capitale, le principali disposizioni dell’atto costitutivo e dello statuto, l’eventuale partecipazione che i promotori si riservano agli utili e il termine entro il quale deve essere stipulato l’atto costitutivo. Il programma con le firme autenticate dei promotori, prima di essere reso pubblico, deve essere depositato presso un notaio. Le sottoscrizioni delle azioni devono risultare da atto pubblico o da scrittura privata autenticata. L’atto deve indicare il cognome e il nome o la denominazione, il domicilio o la sede del sottoscrittore, il numero delle azioni sottoscritte e la data della sottoscrizione. 2334 (Versamenti e convocazione dell’assemblea dei sottoscrittori). – Raccolte le sottoscrizioni, i promotori, con raccomandata o nella forma prevista nel programma, devono assegnare ai sottoscrittori un termine non superiore ad un mese per fare il versamento prescritto dal secondo comma dell’articolo 2342. Decorso inutilmente questo termine, e’ in facolta’ dei promotori di agire contro i sottoscrittori morosi o di scioglierli dall’obbligazione assunta. Qualora i promotori si avvalgano di quest’ultima facolta’, non puo’ procedersi alla costituzione della societa’ prima che siano collocate le azioni che quelli avevano sottoscritte. Salvo che il programma stabilisca un termine diverso, i promotori, nei venti giorni successivi al termine fissato per il versamento prescritto dal primo comma del presente articolo, devono convocare l’assemblea dei sottoscrittori mediante raccomandata, da inviarsi a ciascuno di essi almeno dieci giorni prima di quello fissato per l’assemblea, con l’indicazione delle materie da trattare. 2335 (Assemblea dei sottoscrittori). – L’assemblea dei sottoscrittori: 1) accerta l’esistenza delle condizioni richieste per la costituzione della societa’; 2) delibera sul contenuto dell’atto costitutivo e dello statuto; 3) delibera sulla riserva di partecipazione agli utili fatta a proprio favore dai promotori; 4) nomina gli amministratori, i membri del collegio sindacale e, quando previsto, il soggetto cui e’ demandato il controllo contabile. L’assemblea e’ validamente costituita con la presenza della meta’ dei sottoscrittori. Ciascun sottoscrittore ha diritto a un voto, qualunque sia il numero delle azioni sottoscritte, e per la validita’ delle deliberazioni si richiede il voto favorevole della maggioranza dei presenti. Tuttavia per modificare le condizioni stabilite nel programma e’ necessario il consenso di tutti i sottoscrittori. 2336 (Stipulazione e deposito dell’atto costitutivo). – Eseguito quanto e’ prescritto nell’articolo precedente, gli intervenuti all’assemblea, in rappresentanza anche dei sottoscrittori assenti, stipulano l’atto costitutivo, che deve essere depositato per l’iscrizione nel registro delle imprese a norma dell’articolo 2330. Sezione III Dei promotori e dei soci fondatori 2337 (Promotori). – Sono promotori coloro che nella costituzione per pubblica sottoscrizione hanno firmato il programma a norma del secondo comma dell’articolo 2333. 2338 (Obbligazioni dei promotori). – I promotori sono solidalmente responsabili verso i terzi per le obbligazioni assunte per costituire la societa’. La societa’ e’ tenuta a rilevare i promotori dalle obbligazioni assunte e a rimborsare loro le spese sostenute, sempre che siano state necessarie per la costituzione della societa’ o siano state approvate dall’assemblea. Se per qualsiasi ragione la societa’ non si costituisce, i promotori non possono rivalersi verso i sottoscrittori delle azioni. 2339 (Responsabilita’ dei promotori). – I promotori sono solidalmente responsabili verso la societa’ e verso i terzi: 1) per l’integrale sottoscrizione del capitale sociale e per i versamenti richiesti per la costituzione della societa’; 2) per l’esistenza dei conferimenti in natura in conformita’ della relazione giurata indicata nell’articolo 2343; 3) per la veridicita’ delle comunicazioni da essi fatte al pubblico per la costituzione della societa’. Sono del pari solidalmente responsabili verso la societa’ e verso i terzi coloro per conto dei quali i promotori hanno agito. 2340 (Limiti dei benefici riservati ai promotori). I promotori possono riservarsi nell’atto costitutivo, indipendentemente dalla loro qualita’ di soci, una partecipazione non superiore complessivamente a un decimo degli utili netti risultanti dal bilancio e per un periodo massimo di cinque anni. Essi non possono stipulare a proprio vantaggio altro beneficio. 2341 (Soci fondatori). – La disposizione del primo comma dell’articolo 2340 si applica anche ai soci che nella costituzione simultanea o in quella per pubblica sottoscrizione stipulano l’atto costitutivo. Sezione III-bis Dei patti parasociali 2341-bis (Patti parasociali). – I patti, in qualunque forma stipulati, che al fine di stabilizzare gli assetti proprietari o il governo della societa’: a) hanno per oggetto l’esercizio del diritto di voto nelle societa’ per azioni o nelle societa’ che le controllano; b) pongono limiti al trasferimento delle relative azioni o delle partecipazioni in societa’ che le controllano; c) hanno per oggetto o per effetto l’esercizio anche congiunto di un’influenza dominante su tali societa’, non possono avere durata superiore a cinque anni e si intendono stipulati per questa durata anche se le parti hanno previsto un termine maggiore; i patti sono rinnovabili alla scadenza. Qualora il patto non preveda un termine di durata, ciascun contraente ha diritto di recedere con un preavviso di sei mesi. Le disposizioni di questo articolo non si applicano ai patti strumentali ad accordi di collaborazione nella produzione o nello scambio di beni o servizi e relativi a societa’ interamente possedute dai partecipanti all’accordo. 2341-ter (Pubblicita’ dei patti parasociali). –

Nelle societa’ che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio i patti parasociali devono essere comunicati alla societa’ e dichiarati in apertura di ogni assemblea. La dichiarazione deve essere trascritta nel verbale e questo deve essere depositato presso l’ufficio del registro delle imprese. In caso di mancanza della dichiarazione prevista dal comma precedente i possessori delle azioni cui si riferisce il patto parasociale non possono esercitare il diritto di voto e le deliberazioni assembleari adottate con il loro voto determinante sono impugnabili a norma dell’articolo 2377. Sezione IV Dei conferimenti 2342 (Conferimenti). – Se nell’atto costitutivo non e’ stabilito diversamente, il conferimento deve farsi in danaro. Alla sottoscrizione dell’atto costitutivo deve essere versato presso una banca almeno il venticinque per cento dei conferimenti in danaro o, nel caso di costituzione con atto unilaterale, il loro intero ammontare. Per i conferimenti di beni in natura e di crediti si osservano le disposizioni degli articoli 2254 e 2255. Le azioni corrispondenti a tali conferimenti devono essere integralmente liberate al momento della sottoscrizione. Se viene meno la pluralita’ dei soci, i versamenti ancora dovuti devono essere effettuati entro novanta giorni. Non possono formare oggetto di conferimento le prestazioni di opera o di servizi. 2343 (Stima dei conferimenti di beni in natura e di crediti). – Chi conferisce beni in natura o crediti deve presentare la relazione giurata di un esperto designato dal tribunale nel cui circondario ha sede la societa’, contenente la descrizione dei beni o dei crediti conferiti, l’attestazione che il loro valore e’ almeno pari a quello ad essi attribuito ai fini della determinazione del capitale sociale e dell’eventuale soprapprezzo e i criteri di valutazione seguiti. La relazione deve essere allegata all’atto costitutivo. L’esperto risponde dei danni causati alla societa’, ai soci e ai terzi. Si applicano le disposizioni dell’articolo 64 del codice di procedura civile. Gli amministratori devono, nel termine di centottanta giorni dalla iscrizione della societa’, controllare le valutazioni contenute nella relazione indicata nel primo comma e, se sussistano fondati motivi, devono procedere alla revisione della stima. Fino a quando le valutazioni non sono state controllate, le azioni corrispondenti ai conferimenti sono inalienabili e devono restare depositate presso la societa’. Se risulta che il valore dei beni o dei crediti conferiti era inferiore di oltre un quinto a quello per cui avvenne il conferimento, la societa’ deve proporzionalmente ridurre il capitale sociale, annullando le azioni che risultano scoperte. Tuttavia il socio conferente puo’ versare la differenza in danaro o recedere dalla societa’; il socio recedente ha diritto alla restituzione del conferimento, qualora sia possibile in tutto o in parte in natura. L’atto costitutivo puo’ prevedere, salvo in ogni caso quanto disposto dal quinto comma dell’articolo 2346, che per effetto dell’annullamento delle azioni disposto nel presente comma si determini una loro diversa ripartizione tra i soci. 2343-bis (Acquisto della societa’ da promotori, fondatori, soci e amministratori). – L’acquisto da parte della societa’, per un corrispettivo pari o superiore al decimo del capitale sociale, di beni o di crediti dei promotori, dei fondatori, dei soci o degli amministratori, nei due anni dalla iscrizione della societa’ nel registro delle imprese, deve essere autorizzato dall’assemblea ordinaria. L’alienante deve presentare la relazione giurata di un esperto designato dal tribunale nel cui circondario ha sede la societa’ contenente la descrizione dei beni o dei crediti, il valore a ciascuno di essi attribuito, i criteri di valutazione seguiti, nonche’ l’attestazione che tale valore non e’ inferiore al corrispettivo, che deve comunque essere indicato. La relazione deve essere depositata nella sede della societa’ durante i quindici giorni che precedono l’assemblea. I soci possono prenderne visione. Entro trenta giorni dall’autorizzazione il verbale dell’assemblea, corredato dalla relazione dell’esperto designato dal tribunale, deve essere depositato a cura degli amministratori presso l’ufficio del registro delle imprese. Le disposizioni del presente articolo non si applicano agli acquisti che siano effettuati a condizioni normali nell’ambito delle operazioni correnti della societa’ ne’ a quelli che avvengono nei mercati regolamentati o sotto il controllo dell’autorita’ giudiziaria o amministrativa. In caso di violazione delle disposizioni del presente articolo gli amministratori e l’alienante sono solidalmente responsabili per i danni causati alla societa’, ai soci ed ai terzi. 2344 (Mancato pagamento delle quote). – Se il socio non esegue i pagamenti dovuti, decorsi quindici giorni dalla pubblicazione di una diffida nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, gli amministratori, se non ritengono utile promuovere azione per l’esecuzione del conferimento, offrono le azioni agli altri soci, in proporzione della loro partecipazione, per un corrispettivo non inferiore ai conferimenti ancora dovuti. In mancanza di offerte possono far vendere le azioni a rischio e per conto del socio, a mezzo di una banca o di un intermediario autorizzato alla negoziazione nei mercati regolamentati. Qualora la vendita non possa aver luogo per mancanza di compratori, gli amministratori possono dichiarare decaduto il socio, trattenendo le somme riscosse, salvo il risarcimento dei maggiori danni. Le azioni non vendute, se non possono essere rimesse in circolazione entro l’esercizio in cui fu pronunziata la decadenza del socio moroso, devono essere estinte con la corrispondente riduzione del capitale. Il socio in mora nei versamenti non puo’ esercitare il diritto di voto. 2345 (Prestazioni accessorie). – Oltre l’obbligo dei conferimenti, l’atto costitutivo puo’ stabilire l’obbligo dei soci di eseguire prestazioni accessorie non consistenti in danaro, determinandone il contenuto, la durata, le modalita’ e il compenso, e stabilendo particolari sanzioni per il caso di inadempimento. Nella determinazione del compenso devono essere osservate le norme applicabili ai rapporti aventi per oggetto le stesse prestazioni. Le azioni alle quali e’ connesso l’obbligo delle prestazioni anzidette devono essere nominative e non sono trasferibili senza il consenso degli amministratori. Se non e’ diversamente disposto dall’atto costitutivo, gli obblighi previsti in questo articolo non possono essere modificati senza il consenso di tutti i soci. Sezione V Delle azioni e di altri strumenti finanziari partecipativi 2346 (Emissione delle azioni). – La partecipazione sociale e’ rappresentata da azioni; salvo diversa disposizione di leggi speciali lo statuto puo’ escludere l’emissione dei relativi titoli o prevedere l’utilizzazione di diverse tecniche di legittimazione e circolazione. Se determinato nello statuto, il valore nominale di ciascuna azione corrisponde ad una frazione del capitale sociale; tale determinazione deve riferirsi senza eccezioni a tutte le azioni emesse dalla societa’. In mancanza di indicazione del valore nominale delle azioni, le disposizioni che ad esso si riferiscono si applicano con riguardo al loro numero in rapporto al totale delle azioni emesse. A ciascun socio e’ assegnato un numero di azioni proporzionale alla parte del capitale sociale sottoscritta e per un valore non superiore a quello del suo conferimento. L’atto costitutivo puo’ prevedere una diversa assegnazione delle azioni. In nessun caso il valore dei conferimenti puo’ essere complessivamente inferiore all’ammontare globale del capitale sociale. Resta salva la possibilita’ che la societa’, a seguito dell’apporto da parte dei soci o di terzi anche di opera o servizi, emetta strumenti finanziari forniti di diritti patrimoniali o di diritti amministrativi, escluso il voto nell’assemblea generale degli azionisti. In tal caso lo statuto ne disciplina le modalita’ e condizioni di emissione, i diritti che conferiscono, le sanzioni in caso di inadempimento delle prestazioni e, se ammessa, la legge di circolazione. 2347 (Indivisibilita’ delle azioni). – Le azioni sono indivisibili. Nel caso di comproprieta’ di un’azione, i diritti dei comproprietari devono essere esercitati da un rappresentante comune nominato secondo le modalita’ previste dagli articoli 1105 e 1106. Se il rappresentante comune non e’ stato nominato, le comunicazioni e le dichiarazioni fatte dalla societa’ a uno dei comproprietari sono efficaci nei confronti di tutti. I comproprietari dell’azione rispondono solidalmente delle obbligazioni da essa derivanti. 2348 (Categorie di azioni). – Le azioni devono essere di uguale valore e conferiscono ai loro possessori uguali diritti. Si possono tuttavia creare, con lo statuto o con successive modificazioni di questo, categorie di azioni fornite di diritti diversi anche per quanto concerne la incidenza delle perdite. In tal caso la societa’, nei limiti imposti dalla legge, puo’ liberamente determinare il contenuto delle azioni delle varie categorie. Tutte le azioni appartenenti ad una medesima categoria conferiscono uguali diritti. 2349 (Azioni e strumenti finanziari a favore dei prestatori di lavoro). – Se lo statuto lo prevede, l’assemblea straordinaria puo’ deliberare l’assegnazione di utili ai prestatori di lavoro dipendenti dalla societa’ o da societa’ controllate mediante l’emissione, per un ammontare corrispondente agli utili stessi, di speciali categorie di azioni da assegnare individualmente ai prestatori di lavoro, con norme particolari riguardo alla forma, al modo di trasferimento ed ai diritti spettanti agli azionisti. Il capitale sociale deve essere aumentato in misura corrispondente. L’assemblea straordinaria puo’ altresi’ deliberare l’assegnazione ai dipendenti della societa’ o di societa’ controllate di strumenti finanziari, diversi dalle azioni, forniti di diritti patrimoniali o diritti amministrativi, escluso il voto nell’assemblea generale degli azionisti. In tal caso possono essere previste norme particolari riguardo alle condizioni di esercizio dei diritti attribuiti, alla possibilita’ di trasferimento ed alle eventuali cause di decadenza o riscatto. 2350 (Diritto agli utili e alla quota di liquidazione). – Ogni azione attribuisce il diritto a una parte proporzionale degli utili netti e del patrimonio netto risultante dalla liquidazione, salvi i diritti stabiliti a favore di speciali categorie di azioni. Fuori dai casi di cui all’articolo 2447-bis, la societa’ puo’ emettere azioni fornite di diritti patrimoniali correlati ai risultati dell’attivita’ sociale in un determinato settore. Lo statuto stabilisce i criteri di individuazione dei costi e ricavi imputabili al settore, le modalita’ di rendicontazione, i diritti attribuiti a tali azioni, nonche’ l’eventuali condizioni e modalita’ di conversione in azioni di altra categoria. Non possono essere pagati dividendi ai possessori delle azioni previste dal precedente comma se non nei limiti degli utili risultanti dal bilancio della societa’. 2351 (Diritto di voto). – Ogni azione attribuisce il diritto di voto. Salvo quanto previsto dalle leggi speciali, lo statuto puo’ prevedere la creazione di azioni senza diritto di voto, con diritto di voto limitato a particolari argomenti, con diritto di voto subordinato al verificarsi di particolari condizioni non meramente potestative. Il valore di tali azioni non puo’ complessivamente superare la meta’ del capitale sociale. Lo statuto delle societa’ che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio puo’ prevedere che, in relazione alla quantita’ di azioni possedute da uno stesso soggetto, il diritto di voto sia limitato ad una misura massima o disporne scaglionamenti. Non possono emettersi azioni a voto plurimo. Gli strumenti finanziari di cui agli articoli 2346, sesto comma, e 2349, secondo comma, possono essere dotati del diritto di voto su argomenti specificamente indicati e in particolare puo’ essere ad essi riservata, secondo modalita’ stabilite dallo statuto, la nomina di un componente indipendente del consiglio di amministrazione o del consiglio di sorveglianza o di un sindaco. Alle persone cosi’ nominate si applicano le medesime norme previste per gli altri componenti dell’organo cui partecipano. 2352 (Pegno, usufrutto e sequestro delle azioni). – Nel caso di pegno o usufrutto sulle azioni, il diritto di voto spetta, salvo convenzione contraria, al creditore pignoratizio o all’usufruttuario. Nel caso di sequestro delle azioni il diritto di voto e’ esercitato dal custode. Se le azioni attribuiscono un diritto di opzione, questo spetta al socio ed al medesimo sono attribuite le azioni in base ad esso sottoscritte. Qualora il socio non provveda almeno tre giorni prima della scadenza al versamento delle somme necessarie per l’esercizio del diritto di opzione e qualora gli altri soci non si offrano di acquistarlo, questo deve essere alienato per suo conto a mezzo banca od intermediario autorizzato alla negoziazione nei mercati regolamentati. Nel caso di aumento del capitale sociale ai sensi dell’articolo 2442, il pegno, l’usufrutto o il sequestro si estendono alle azioni di nuova emissione. Se sono richiesti versamenti sulle azioni, nel caso di pegno, il socio deve provvedere al versamento delle somme necessarie almeno tre giorni prima della scadenza; in mancanza il creditore pignoratizio puo’ vendere le azioni nel modo stabilito dal secondo comma del presente articolo. Nel caso di usufrutto, l’usufruttuario deve provvedere al versamento, salvo il suo diritto alla restituzione al termine dell’usufrutto. Se l’usufrutto spetta a piu’ persone, si applica il secondo comma dell’articolo 2347. Salvo che dal titolo o dal provvedimento del giudice risulti diversamente, i diritti amministrativi diversi da quelli previsti nel presente articolo spettano, nel caso di pegno o di usufrutto, sia al socio sia al creditore pignoratizio o all’usufruttuario; nel caso di sequestro sono esercitati dal custode. 2353 (Azioni di godimento). – Salvo diversa disposizione dello statuto, le azioni di godimento attribuite ai possessori delle azioni rimborsate non danno diritto di voto nell’assemblea. Esse concorrono nella ripartizione degli utili che residuano dopo il pagamento delle azioni non rimborsate di un dividendo pari all’interesse legale e, nel caso di liquidazione, nella ripartizione del patrimonio sociale residuo dopo il rimborso delle altre azioni al loro valore nominale. 2354 (Titoli azionari). – I titoli possono essere nominativi o al portatore, a scelta del socio, se lo statuto o le leggi speciali non stabiliscano diversamente. Finche’ le azioni non siano interamente liberate, non possono essere emessi titoli al portatore. I titoli azionari devono indicare: 1) la denominazione e la sede della societa’; 2) la data dell’atto costitutivo e della sua iscrizione e l’ufficio del registro delle imprese dove la societa’ e’ iscritta; 3) il loro valore nominale o, se si tratta di azioni senza valore nominale, il numero complessivo delle azioni emesse, nonche’ l’ammontare del capitale sociale; 4) l’ammontare dei versamenti parziali sulle azioni non interamente liberate; 5) i diritti e gli obblighi particolari ad essi inerenti. I titoli azionari devono essere sottoscritti da uno degli amministratori. E’ valida la sottoscrizione mediante riproduzione meccanica della firma. Le disposizioni di questo articolo si applicano anche ai certificati provvisori che si distribuiscono ai soci prima dell’emissione dei titoli definitivi. Sono salve le disposizioni delle leggi speciali in tema di strumenti finanziari negoziati o destinati alla negoziazione nei mercati regolamentati. Lo statuto puo’ assoggettare le azioni alla disciplina prevista dalle leggi speciali di cui al precedente comma. 2355 (Circolazione delle azioni). – Nel caso di mancata emissione dei titoli azionari il trasferimento delle azioni ha effetto nei confronti della societa’ dal momento dell’iscrizione nel libro dei soci. Le azioni al portatore si trasferiscono con la consegna del titolo. Il trasferimento delle azioni nominative si opera mediante girata autenticata da un notaio o da altro soggetto secondo quanto previsto dalle leggi speciali. Il giratario che si dimostra possessore in base a una serie continua di girate ha diritto di ottenere l’annotazione del trasferimento nel libro dei soci, ed e’ comunque legittimato ad esercitare i diritti sociali; resta salvo l’obbligo della societa’, previsto dalle leggi speciali, di aggiornare il libro dei soci. Il trasferimento delle azioni nominative con mezzo diverso dalla girata si opera a norma dell’articolo 2022. Nei casi previsti ai commi sesto e settimo dell’articolo 2354, il trasferimento si opera mediante scritturazione sui conti destinati a registrare i movimenti degli strumenti finanziari; in tal caso, se le azioni sono nominative, si applica il terzo comma e la scritturazione sul conto equivale alla girata. 2355-bis (Limiti alla circolazione delle azioni). – Nel caso di azioni nominative ed in quello di mancata emissione dei titoli azionari, lo statuto puo’ sottoporre a particolari condizioni il loro trasferimento e puo’, per un periodo non superiore a cinque anni dalla costituzione della societa’ o dal momento in cui il divieto viene introdotto, vietarne il trasferimento. Le clausole dello statuto che subordinano il trasferimento delle azioni al mero gradimento di organi sociali o di altri soci sono inefficaci se non prevedono, a carico della societa’ o degli altri soci, un obbligo di acquisto oppure il diritto di recesso dell’ alienante; resta ferma l’applicazione dell’articolo 2357. Il corrispettivo dell’acquisto o rispettivamente la quota di liquidazione sono determinati secondo le modalita’ e nella misura previste dall’articolo 2437-ter. La disposizione del precedente comma si applica in ogni ipotesi di clausole che sottopongono a particolari condizioni il trasferimento a causa di morte delle azioni, salvo che sia previsto il gradimento e questo sia concesso. Le limitazioni al trasferimento delle azioni devono risultare dal titolo. 2356 (Responsabilita’ in caso di trasferimento di azioni non liberate). – Coloro che hanno trasferito azioni non liberate sono obbligati in solido con gli acquirenti per l’ammontare dei versamenti ancora dovuti, per il periodo di tre anni dall’annotazione del trasferimento nel libro dei soci. Il pagamento non puo’ essere ad essi domandato se non nel caso in cui la richiesta al possessore dell’azione sia rimasta infruttuosa. 2357 (Acquisto delle proprie azioni). – La societa’ non puo’ acquistare azioni proprie se non nei limiti degli utili distribuibili e delle riserve disponibili risultanti dall’ultimo bilancio regolarmente approvato. Possono essere acquistate soltanto azioni interamente liberate. L’acquisto deve essere autorizzato dall’assemblea, la quale ne fissa le modalita’, indicando in particolare il numero massimo di azioni da acquistare, la durata, non superiore ai diciotto mesi, per la quale l’autorizzazione e’ accordata, il corrispettivo minimo ed il corrispettivo massimo. In nessun caso il valore nominale delle azioni acquistate a norma dei commi precedenti puo’ eccedere la decima parte del capitale sociale, tenendosi conto a tal fine anche delle azioni possedute da societa’ controllate. Le azioni acquistate in violazione dei commi precedenti debbono essere alienate secondo modalita’ da determinarsi dall’assemblea, entro un anno dal loro acquisto. In mancanza, deve procedersi senza indugio al loro annullamento e alla corrispondente riduzione del capitale. Qualora l’assemblea non provveda, gli amministratori e i sindaci devono chiedere che la riduzione sia disposta dal tribunale secondo il procedimento previsto dall’articolo 2446, secondo comma. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche agli acquisti fatti per tramite di societa’ fiduciaria o per interposta persona. 2357-bis (Casi speciali di acquisto delle proprie azioni). – Le limitazioni contenute nell’articolo 2357 non si applicano quando l’acquisto di azioni proprie avvenga: 1) in esecuzione di una deliberazione dell’assemblea di riduzione del capitale, da attuarsi mediante riscatto e annullamento di azioni; 2) a titolo gratuito, sempre che si tratti di azioni interamente liberate; 3) per effetto di successione universale o di fusione o scissione; 4) in occasione di esecuzione forzata per il soddisfacimento di un credito della societa’, sempre che si tratti di azioni interamente liberate. Se il valore nominale delle azioni proprie supera il limite della decima parte del capitale per effetto di acquisti avvenuti a norma dei numeri 2), 3) e 4) del primo comma del presente articolo, si applica per l’eccedenza il penultimo comma dell’articolo 2357, ma il termine entro il quale deve avvenire l’alienazione e’ di tre anni. 2357-ter (Disciplina delle proprie azioni). – Gli amministratori non possono disporre delle azioni acquistate a norma dei due articoli precedenti se non previa autorizzazione dell’assemblea, la quale deve stabilire le relative modalita’. A tal fine possono essere previste, nei limiti stabiliti dal primo e secondo comma dell’articolo 2357, operazioni successive di acquisto ed alienazione. Finche’ le azioni restano in proprieta’ della societa’, il diritto agli utili e il diritto di opzione sono attribuiti proporzionalmente alle altre azioni; l’assemblea puo’ tuttavia, alle condizioni previste dal primo e secondo comma dell’articolo 2357, autorizzare l’esercizio totale o parziale del diritto di opzione. Il diritto di voto e’ sospeso, ma le azioni proprie sono tuttavia computate nel capitale ai fini del calcolo delle quote richieste per la costituzione e per le deliberazioni dell’assemblea. Una riserva indisponibile pari all’importo delle azioni proprie iscritto all’attivo del bilancio deve essere costituita e mantenuta finche’ le azioni non siano trasferite o annullate. 2357-quater (Divieto di sottoscrizione delle proprie azioni). – Salvo quanto previsto dall’articolo 2357-ter, comma secondo, la societa’ non puo’ sottoscrivere azioni proprie. Le azioni sottoscritte in violazione del divieto stabilito nel precedente comma si intendono sottoscritte e devono essere liberate dai promotori e dai soci fondatori o, in caso di aumento del capitale sociale, dagli amministratori. La presente disposizione non si applica a chi dimostri di essere esente da colpa. Chiunque abbia sottoscritto in nome proprio, ma per conto della societa’, azioni di quest’ultima e’ considerato a tutti gli effetti sottoscrittore per conto proprio. Della liberazione delle azioni rispondono solidalmente, a meno che dimostrino di essere esenti da colpa, i promotori, i soci fondatori e, nel caso di aumento del capitale sociale, gli amministratori. 2358 (Altre operazioni sulle proprie azioni). – La societa’ non puo’ accordare prestiti, ne’ fornire garanzie per l’acquisto o la sottoscrizione delle azioni proprie. La societa’ non puo’, neppure per tramite di societa’ fiduciaria, o per interposta persona, accettare azioni proprie in garanzia. Le disposizioni dei due commi precedenti non si applicano alle operazioni effettuate per favorire l’acquisto di azioni da parte di dipendenti della societa’ o di quelli di societa’ controllanti o controllate. In questi casi tuttavia le somme impiegate e le garanzie prestate debbono essere contenute nei limiti degli utili distribuibili regolarmente accertati e delle riserve disponibili risultanti dall’ultimo bilancio regolarmente approvato. 2359 (Societa’ controllate e societa’ collegate). – Sono considerate societa’ controllate: 1) le societa’ in cui un’altra societa’ dispone della maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria; 2) le societa’ in cui un’altra societa’ dispone di voti sufficienti per esercitare un’influenza dominante nell’assemblea ordinaria; 3) le societa’ che sono sotto influenza dominante di un’altra societa’ in virtu’ di particolari vincoli contrattuali con essa. Ai fini dell’applicazione dei numeri 1) e 2) del primo comma si computano anche i voti spettanti a societa’ controllate, a societa’ fiduciarie e a persona interposta: non si computano i voti spettanti per conto di terzi. Sono considerate collegate le societa’ sulle quali un’altra societa’ esercita un’influenza notevole. L’influenza si presume quando nell’assemblea ordinaria puo’ essere esercitato almeno un quinto dei voti ovvero un decimo se la societa’ ha azioni quotate in borsa. 2359-bis (Acquisto di azioni o quote da parte di societa’ controllate). – La societa’ controllata non puo’ acquistare azioni o quote della societa’ controllante se non nei limiti degli utili distribuibili e delle riserve disponibili risultanti dall’ultimo bilancio regolarmente approvato. Possono essere acquistate soltanto azioni interamente liberate. L’acquisto deve essere autorizzato dall’assemblea a norma del secondo comma dell’articolo 2357. In nessun caso il valore nominale delle azioni o quote acquistate a norma dei commi precedenti puo’ eccedere la decima parte del capitale della societa’ controllante, tenendosi conto a tal fine delle azioni o quote possedute dalla medesima societa’ controllante e dalle societa’ da essa controllate. Una riserva indisponibile, pari all’importo delle azioni o quote della societa’ controllante iscritto all’attivo del bilancio deve essere costituita e mantenuta finche’ le azioni o quote non siano trasferite. La societa’ controllata da altra societa’ non puo’ esercitare il diritto di voto nelle assemblee di questa. Le disposizioni di questo articolo si applicano anche agli acquisti fatti per il tramite di societa’ fiduciaria o per interposta persona. 2359-ter (Alienazione o annullamento delle azioni o quote della societa’ controllante). – Le azioni o quote acquistate in violazione dell’articolo 2359-bis devono essere alienate secondo modalita’ da determinarsi dall’assemblea entro un anno dal loro acquisto. In mancanza, la societa’ controllante deve procedere senza indugio al loro annullamento e alla corrispondente riduzione del capitale, con rimborso secondo i criteri indicati dagli articoli 2437-ter e 2437-quater. Qualora l’assemblea non provveda, gli amministratori e i sindaci devono chiedere che la riduzione sia disposta dal tribunale secondo il procedimento previsto dall’articolo 2446, secondo comma. 2359-quater (Casi speciali di acquisto o di possesso di azioni o quote della societa’ controllante). – Le limitazioni dell’articolo 2359-bis non si applicano quando l’acquisto avvenga ai sensi dei numeri 2, 3 e 4 del primo comma dell’articolo 2357-bis. Le azioni o quote cosi’ acquistate, che superino il limite stabilito dal terzo comma dell’articolo 2359-bis, devono tuttavia essere alienate, secondo modalita’ da determinarsi dall’assemblea, entro tre anni dall’acquisto. Si applica il secondo comma dell’articolo 2359-ter. Se il limite indicato dal terzo comma dell’articolo 2359-bis e’ superato per effetto di circostanze sopravvenute, la societa’ controllante, entro tre anni dal momento in cui si e’ verificata la circostanza che ha determinato il superamento del limite, deve procedere all’annullamento delle azioni o quote in misura proporzionale a quelle possedute da ciascuna societa’, con conseguente riduzione del capitale e con rimborso alle societa’ controllate secondo i criteri indicati dagli articoli 2437-ter e 2437-quater. Qualora l’assemblea non provveda, gli amministratori e i sindaci devono chiedere che la riduzione sia disposta dal tribunale secondo il procedimento previsto dall’articolo 2446, secondo comma. 2359-quinquies (Sottoscrizione di azioni o quote della societa’ controllante). – La societa’ controllata non puo’ sottoscrivere azioni o quote della societa’ controllante. Le azioni o quote sottoscritte in violazione del comma precedente si intendono sottoscritte e devono essere liberate dagli amministratori, che non dimostrino di essere esenti da colpa. Chiunque abbia sottoscritto in nome proprio, ma per conto della societa’ controllata, azioni o quote della societa’ controllante e’ considerato a tutti gli effetti sottoscrittore per conto proprio. Della liberazione delle azioni o quote rispondono solidalmente gli amministratori della societa’ controllata che non dimostrino di essere esenti da colpa. 2360 (Divieto di sottoscrizione reciproca di azioni). E’ vietato alle societa’ di costituire o di aumentare il capitale mediante sottoscrizione reciproca di azioni, anche per tramite di societa’ fiduciaria o per interposta persona. 2361 (Partecipazioni). – L’assunzione di partecipazioni in altre imprese, anche se prevista genericamente nello statuto, non e’ consentita, se per la misura e per l’oggetto della partecipazione ne risulta sostanzialmente modificato l’oggetto sociale determinato dallo statuto. L’assunzione di partecipazioni in altre imprese comportante una responsabilita’ illimitata per le obbligazioni delle medesime deve essere deliberata dall’assemblea; di tali partecipazioni gli amministratori danno specifica informazione nella nota integrativa del bilancio. 2362 (Unico azionista). – Quando le azioni risultano appartenere ad una sola persona o muta la persona dell’unico socio, gli amministratori devono depositare per l’iscrizione del registro delle imprese una dichiarazione contenente l’indicazione del cognome e nome o della denominazione, della data e del luogo di nascita o di costituzione, del domicilio o della sede e cittadinanza dell’unico socio. Quando si costituisce o ricostituisce la pluralita’ dei soci, gli amministratori ne devono depositare apposita dichiarazione per l’iscrizione nel registro delle imprese. L’unico socio o colui che cessa di essere tale puo’ provvedere alla pubblicita’ prevista nei commi precedenti. Le dichiarazioni degli amministratori previste dai precedenti commi devono essere depositate entro trenta giorni dall’iscrizione nel libro dei soci e devono indicare la data di iscrizione. I contratti della societa’ con l’unico socio o le operazioni a favore dell’unico socio sono opponibili ai creditori della societa’ solo se risultano dal libro delle adunanze e delle deliberazioni del consiglio di amministrazione o da atto scritto avente data certa anteriore al pignoramento.

 

AVVOCATO ESPERTO AZIONE RESPONSABILITA’ AMMINISTRATORI SPA

RESPONSABILITA’ AMMINISTRATORI SPA

l’esercizio dell’azione sociale di responsabilità contro gli amministratori :

sussiste litisconsorzio necessario con la società medesima in quanto l’autonoma iniziativa del socio, riconosciuta dall’art. 2476, comma 3, c.c. senza vincolo di connessione con la quota di capitale dallo stesso posseduta, non toglie che si tratta pur sempre di un’azione sociale di responsabilità, rifluendo l’eventuale condanna dell’amministratore unicamente nel patrimonio sociale e potendo solo la società (non il socio) rinunciare all’azione e transigerla.La legittimazione individuale straordinaria, di cui all’art. 2476, comma 3, c.c., che consente al socio di proporre l’azione sociale di responsabilità, essendo riconducibile alla sostituzione processuale ex art. 81 c.p.c., permane anche in sede di gravame, quand’anche la società abbia omesso di impugnare la sentenza reiettiva della domanda risarcitoria, salva la sola ipotesi in cui l’azione sia stata fatta oggetto di rinuncia o transazione da parte dell’ente, nel rispetto delle prescrizioni di cui al comma 5 dell’art. 2476 c.c., in materia di maggioranza deliberativa e potere di veto.

sulla natura del contratto di mandato sussistente tra la società e l’amministratore secondo una sentenza della Cassazione[4] l’amministratore di una società, il quale, al momento e per effetto dell’assunzione delle funzioni, acquisti la disponibilità di fondi «occulti» costituiti dal precedente amministratore, e poi li impieghi o spenda, avvalendosi di quelle funzioni, all’insaputa della società, risponde verso la società medesima non quale terzo ed a titolo di illecito aquiliano, ma, ai sensi dell’art. 2392 cod. civ., per inadempienza rispetto agli obblighi derivanti dal mandato ad amministrare, senza che rilevi distinguere, a questo fine, fra atti compiuti nell’interesse e nell’ambito della gestione dell’impresa sociale ed atti indirizzati a scopi personali, o comunque non coincidenti con quelli societari. Peraltro, mentre, in entrambi i casi, la responsabilità di cui alla citata norma è ravvisabile per l’inosservanza del dovere di tenere la società al corrente dell’esistenza di beni sociali e degli atti di utilizzazione di essi, con conseguente risarcibilità del pregiudizio discendente alla società stessa dall’ignoranza della propria effettiva situazione patrimoniale e gestionale, nella seconda ipotesi, a tale responsabilità per occultamento, si aggiunge quella per l’obiettiva sottrazione o dissipazione dei cespiti, la quale impone il risarcimento anche del corrispondente nocumento verificatosi sulla consistenza economica dell’ente.

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l’esercizio dell’azione sociale di responsabilità contro gli amministratori : sussiste litisconsorzio necessario con la società medesima in quanto l’autonoma iniziativa del socio, riconosciuta dall’art. 2476, comma 3, c.c. senza vincolo di connessione con la quota di capitale dallo stesso posseduta, non toglie che si tratta pur sempre di un’azione sociale di responsabilità, rifluendo l’eventuale condanna dell’amministratore unicamente nel patrimonio sociale e potendo solo la società (non il socio) rinunciare all’azione e transigerla.La legittimazione individuale straordinaria, di cui all’art. 2476, comma 3, c.c., che consente al socio di proporre l’azione sociale di responsabilità, essendo riconducibile alla sostituzione processuale ex art. 81 c.p.c., permane anche in sede di gravame, quand’anche la società abbia omesso di impugnare la sentenza reiettiva della domanda risarcitoria, salva la sola ipotesi in cui l’azione sia stata fatta oggetto di rinuncia o transazione da parte dell’ente, nel rispetto delle prescrizioni di cui al comma 5 dell’art. 2476 c.c., in materia di maggioranza deliberativa e potere di veto. sulla natura del contratto di mandato sussistente tra la società e l’amministratore secondo una sentenza della Cassazione[4] l’amministratore di una società, il quale, al momento e per effetto dell’assunzione delle funzioni, acquisti la disponibilità di fondi «occulti» costituiti dal precedente amministratore, e poi li impieghi o spenda, avvalendosi di quelle funzioni, all’insaputa della società, risponde verso la società medesima non quale terzo ed a titolo di illecito aquiliano, ma, ai sensi dell’art. 2392 cod. civ., per inadempienza rispetto agli obblighi derivanti dal mandato ad amministrare, senza che rilevi distinguere, a questo fine, fra atti compiuti nell’interesse e nell’ambito della gestione dell’impresa sociale ed atti indirizzati a scopi personali, o comunque non coincidenti con quelli societari. Peraltro, mentre, in entrambi i casi, la responsabilità di cui alla citata norma è ravvisabile per l’inosservanza del dovere di tenere la società al corrente dell’esistenza di beni sociali e degli atti di utilizzazione di essi, con conseguente risarcibilità del pregiudizio discendente alla società stessa dall’ignoranza della propria effettiva situazione patrimoniale e gestionale, nella seconda ipotesi, a tale responsabilità per occultamento, si aggiunge quella per l’obiettiva sottrazione o dissipazione dei cespiti, la quale impone il risarcimento anche del corrispondente nocumento verificatosi sulla consistenza economica dell’ente. La responsabilità[5] degli amministratori ha assunto una diversa  configurazione dopo la riforma societaria del 2003, a  secondo se si tratti di una S.r.l. dove si fa riferimento  alla diligenza dell’uomo medio ovvero di una S.p.a. dove il parametro di valutazione è la competenza  professionale richiesta dall’incarico. La responsabilità solidale degli amministratori della s.r.l. per i danni derivanti dall’inosservanza dei doveri imposti dalla legge e dall’atto costitutivo per l’amministrazione della società non costituisce una forma di responsabilità oggettiva posto che l’esonero da responsabilità previsto dall’art. 2476 c.c. non è ancorato al mero procedimento di rituale verbalizzazione del dissenso in occasione del consiglio di amministrazione deliberante, ma all’effettiva mancanza di qualsiasi profilo di colpa. – Compete anche al socio amministratore di s.r.l. il diritto, previsto dall’art. 2476, comma 2, c.c. di ricevere notizie sullo svolgimento degli affari sociali e di consultare i libri e i documenti relativi alla gestione societaria compiuta dagli altri amministratori, cui egli non abbia in tutto o in parte partecipato. In tema di responsabilità degli amministratori di società a responsabilità limitata per i danni ad essa cagionati da operazioni illegittime, il giudice ben può tenere conto, al fine di ricostruire nei limiti del possibile l’andamento degli affari sociali, e di valutare gli effetti concreti dell’operato degli amministratori medesimi, delle risultanze di scritture contabili informali, ossia non conformi alle prescrizioni di legge. Nella società a responsabilità limitata, il singolo socio è legittimato, giusta l’art. 2476, comma 3, c.c., ad esercitare, come sostituto processuale, l’azione di responsabilità spettante alla società, nei cui confronti, pertanto, deve essere integrato il contraddittorio, quale litisconsorte necessaria. La clausola compromissoria inserita nell’atto costitutivo di una società, che prevede la possibilità di deferire agli arbitri le controversie tra i soci, quelle tra la società e i soci nonché quelle promosse dagli amministratori e dai sindaci, in dipendenza di affari sociali o dell’interpretazione o esecuzione dello statuto sociale, non include anche l’azione di responsabilità ex art. 2476 c.c. promossa dal socio nei confronti dell’amministratore, non rilevando che quest’ultimo sia anche socio della società. L’esercizio dell’azione sociale di responsabilità va deliberato, anche nelle società a responsabilità limitata, ai sensi dell’art. 2487 in relazione art. 2393, primo comma, c.c. nel testo antecedente l’entrata in vigore del D.L.vo 17 gennaio 2003, n. 3 , dall’assemblea dei soci: la mancanza di tale presupposto, incidente sulla legittimazione processuale del rappresentante della società, può anche essere rilevato d’ufficio dal giudice. Nelle società a responsabilità limitata in cui non esiste il collegio sindacale, il diritto dei soci che rappresentano almeno un terzo del capitale di far eseguire annualmente, a proprie spese, la revisione della gestione, (art. 2489, primo comma, ult. parte, c.c.) è inderogabile (ult. comma, art. cit.) perché posto a tutela di interessi insopprimibili nella vita e nella gestione della società, mancante dell’organo di controllo. Pertanto, nel caso in cui lo statuto deroghi alla legge in senso più favorevole alla minoranza, abbassando il suddetto quorum, tale vantaggio non può essere eliminato se non con il consenso di tutti i soci, a prescindere dall’entità del valore della quota di ciascuno di essi.

La responsabilità[5] degli amministratori ha assunto una diversa  configurazione dopo la riforma societaria del 2003, a  secondo se si tratti di una S.r.l. dove si fa riferimento  alla diligenza dell’uomo medio ovvero di una S.p.a. dove il parametro di valutazione è la competenza  professionale richiesta dall’incarico.

La responsabilità solidale degli amministratori della s.r.l. per i danni derivanti dall’inosservanza dei doveri imposti dalla legge e dall’atto costitutivo per l’amministrazione della società non costituisce una forma di responsabilità oggettiva posto che l’esonero da responsabilità previsto dall’art. 2476 c.c. non è ancorato al mero procedimento di rituale verbalizzazione del dissenso in occasione del consiglio di amministrazione deliberante, ma all’effettiva mancanza di qualsiasi profilo di colpa.

Compete anche al socio amministratore di s.r.l. il diritto, previsto dall’art. 2476, comma 2, c.c. di ricevere notizie sullo svolgimento degli affari sociali e di consultare i libri e i documenti relativi alla gestione societaria compiuta dagli altri amministratori, cui egli non abbia in tutto o in parte partecipato.

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In tema di responsabilità degli amministratori di società a responsabilità limitata per i danni ad essa cagionati da operazioni illegittime, il giudice ben può tenere conto, al fine di ricostruire nei limiti del possibile l’andamento degli affari sociali, e di valutare gli effetti concreti dell’operato degli amministratori medesimi, delle risultanze di scritture contabili informali, ossia non conformi alle prescrizioni di legge.

Nella società a responsabilità limitata, il singolo socio è legittimato, giusta l’art. 2476, comma 3, c.c., ad esercitare, come sostituto processuale, l’azione di responsabilità spettante alla società, nei cui confronti, pertanto, deve essere integrato il contraddittorio, quale litisconsorte necessaria.

La clausola compromissoria inserita nell’atto costitutivo di una società, che prevede la possibilità di deferire agli arbitri le controversie tra i soci, quelle tra la società e i soci nonché quelle promosse dagli amministratori e dai sindaci, in dipendenza di affari sociali o dell’interpretazione o esecuzione dello statuto sociale, non include anche l’azione di responsabilità ex art. 2476 c.c. promossa dal socio nei confronti dell’amministratore, non rilevando che quest’ultimo sia anche socio della società.

L’esercizio dell’azione sociale di responsabilità va deliberato, anche nelle società a responsabilità limitata, ai sensi dell’art. 2487 in relazione art. 2393, primo comma, c.c. nel testo antecedente l’entrata in vigore del D.L.vo 17 gennaio 2003, n. 3 , dall’assemblea dei soci: la mancanza di tale presupposto, incidente sulla legittimazione processuale del rappresentante della società, può anche essere rilevato d’ufficio dal giudice.

Nelle società a responsabilità limitata in cui non esiste il collegio sindacale, il diritto dei soci che rappresentano almeno un terzo del capitale di far eseguire annualmente, a proprie spese, la revisione della gestione, (art. 2489, primo comma, ult. parte, c.c.) è inderogabile (ult. comma, art. cit.) perché posto a tutela di interessi insopprimibili nella vita e nella gestione della società, mancante dell’organo di controllo. Pertanto, nel caso in cui lo statuto deroghi alla legge in senso più favorevole alla minoranza, abbassando il suddetto quorum, tale vantaggio non può essere eliminato se non con il consenso di tutti i soci, a prescindere dall’entità del valore della quota di ciascuno di essi.

AVVOCATO ESPERTO AZIONE RESPONSABILITA’ AMMINISTRATORI SPA

AVVOCATO ESPERTO AZIONE RESPONSABILITA’ AMMINISTRATORI SPA Società di capitali – Società a responsabilità limitata – Organi sociali – Amministrazione – Azione di responsabilità esercitata dal socio – Litisconsorzio necessario con la società – Sussistenza – Fondamento Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Ordinanza|4 luglio 2018| n. 17493

 la circostanza che l’articolo 2476 c.c., riconosca a ciascun socio, senza alcun vincolo di quorum, il potere di esercitare l’azione sociale di responsabilita’ contro gli amministratori e’ la conseguenza della nuova struttura con cui il legislatore della Riforma societaria del 2003 ha disegnato la s.r.l..

Una societa’ che, pur restando di capitali, si e’ staccata dal paradigma della s.p.a., cui precedentemente era legata da espressi e numerosi rinvii normativi codicistici, per assumere una connotazione tipica, caratterizzata dalla marcata rilevanza della persona dei soci rispetto alla mera loro rappresentanza rispetto al capitale posseduto.

E certamente l’autonoma iniziativa di ciascun socio in tema di azione di responsabilita’ contro gli amministratori, slegata da alcuna connessione con la quota di capitale posseduto, testimonia l’avvicinamento del modello a quello delle societa’ di persone, e fonda anche la correlativa eliminazione di alcuni preesistenti presidi a garanzia di un controllo diffuso sulla gestione, come quello del controllo giudiziario ex articolo 2409 c.c..

Tuttavia non puo’ ritenersi che l’azione di responsabilita’ esercitata dal socio in luogo della societa’ possa legittimarlo in via esclusiva a partecipare al relativo giudizio.

In tema di azione individuale del socio di società a responsabilità limitata avente per oggetto l’esercizio dell’azionesociale di responsabilità, sussiste litisconsorzio necessario con la società medesima. Ed invero, la circostanza che l’art. 2476 cod. civ., riconosca a ciascun socio, senza alcun vincolo di quorum, il potere di esercitare l’azione sociale di responsabilità contro gli amministratori è la conseguenza della nuova struttura con cui il legislatore della Riforma societaria del 2003 ha disegnato la s.r.l., una società che, pur restando di capitali, si è staccata dal paradigma della s.p.a., cui precedentemente era legata da espressi e numerosi rinvii normativi codicistici, perassumere una connotazione tipica, caratterizzata dalla marcata rilevanza della persona dei soci rispetto alla mera loro rappresentanza rispetto al capitale posseduto. E certamente l’autonoma iniziativa di ciascun socio in tema di azione di responsabilità contro gli amministratori, slegata da alcuna connessione con la quota di capitale posseduto, testimonia l’avvicinamento del modello a quello delle società di persone, e fonda anche la correlativa eliminazione di alcuni preesistenti presidi a garanzia di un controllo diffuso sulla gestione, come quello del controllo giudiziario ex art. 2409 cod. civ. Tuttavia, non può ritenersi che l’azione di responsabilità esercitata dal socio in luogo della società possa legittimarlo in via esclusiva a partecipare al relativo giudizio. Invero si tratta pur sempre di un’azionesociale di responsabilità; l’eventuale condanna dell’amministratore responsabile rifluisce nel patrimonio sociale e non già in quello del singolo socio; la società (e non il socio) può rinunciare e transigere l’azione. A livello sistematico, può dunque dirsi che, fermo restando l’importanza del valore innovativo in tema di legittimazione, l’art. 2476 cod. civ., continui a pretendere che nel relativo giudizio di responsabilità la società sia presente, o perché soggetto attore, o perché comunque evocata in giudizio da parte del socio che ha preso l’iniziativa

Persona giuridica – Società – Reati societari – Illecita influenza sull’assemblea – Atto di donazione – Rilevanza ai fini della configurabilità del reato – Condizioni – Fattispecie.

Integrano il delitto di illecita influenza sull’assemblea le operazioni aventi l’effetto di creare una situazione artificiosa o fraudolenta funzionalmente strumentale al conseguimento di risultati che, costituendo violazioni di previsioni legali o statutarie, siano connotate dal crisma della illiceità e, di riflesso, si presentino come il frutto di indebite interferenze sulla regolare formazione delle delibere assembleari. Ne deriva che ai fini della illiceità di un atto di donazione, non è sufficiente limitarsi a valutare se sia prospettata una realtà giuridica diversa da quella effettiva ma è necessario – alla stregua di quanto richiesto dall’art. 2636 cod. civ. che considera rilevanti non solo gli atti simulati ma anche quelli fraudolenti, in via alternativa e non necessariamente cumulativa – verificarne anche la finalità perseguita, a prescindere dal significato strettamente economico della disposizione patrimoniale. (In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di appello ha affermato, in conferma della sentenza di primo grado, la responsabilità, ex art. 2636 cod. civ., nei confronti dell’amministratore ed azionista di controllo di una spa che aveva, nelle more della convocazione dell’assemblea richiesta dagli azionisti di minoranza per deliberare su un’eventuale azione di responsabilità a carico degli amministratori – disposto di buona parte delle proprie quote donandole alla moglie ed a una delle figlie, aggirando così l’esclusione dal voto dei soci amministratori e consentendo a queste ultime di votare sulla proposta azione di responsabilità).

AVVOCATO ESPERTO Societa’  Di capitali MILANO TORINO VICENZA – Societa’ per azioni (nozione, caratteri, distinzioni) – in presenza di una causa di scioglimento della società – Perdita del capitale sociale – Successivo fallimento della società – Azione del curatore ex art. 146 l.fall.

AVVOCATO ESPERTO Societa’ avvocato-erede-legittimo-10 Di capitali MILANO TORINO VICENZA – Societa’ per azioni (nozione, caratteri, distinzioni) – in presenza di una causa di scioglimento della società – Perdita del capitale sociale – Successivo fallimento della società – Azione del curatore ex art. 146 l.fall. – Criteri per la liquidazione del danno. Societa’ – Di capitali – Societa’ per azioni (nozione, caratteri, distinzioni) – Organi sociali – Amministratori  Responsabilita’ – In genere continuazione della gestione in presenza di una causa di scioglimento della società – Perdita del capitale sociale – Successivo fallimento della società – Azione del curatore ex art. 146 l.fall. – Criteri per la liquidazione del danno. Società – Di capitali – Società per azioni – Organi sociali – Amministratori – Responsabilità – Verso i creditori sociali – Azione di responsabilità ex art. 2497 cod. civ. dei creditori della società eterodiretta nei confronti della “holding” – Unicità – Responsabilità sussidiaria della “holding” per il pagamento dei debiti insoddisfatti della società eterodiretta – Configurabilità – Esclusione.

Avvocato matrimonialista Bologna, ma il figlio che non lavora va mantenuto? Pare di si secondo la cassazione Civile, sentenza 6 marzo – 9 maggio 2013, n. 11020
Avvocato matrimonialista Bologna, ma il figlio che non lavora va mantenuto? Pare di si secondo la cassazione Civile, sentenza 6 marzo – 9 maggio 2013, n. 11020


L’art. 2497 cod. civ. prevede un’unica azione di responsabilità che può essere esercitata dai creditori sociali della società eterodiretta (e, in caso di fallimento, dal curatore) nei confronti dell’ente o della società che ha abusato dell’attività di direzione e coordinamento, al fine di ottenere il ristoro del pregiudizio conseguente alla lesione cagionata all’integrità del patrimonio sociale. Pertanto, il terzo comma della menzionata disposizione, nel prevedere che il creditore sociale può agire nei confronti dell’ente o della società che svolge attività di direzione e coordinamento solo se non sia stato soddisfatto dalla società soggetta a tale attività, si limita ad individuare una condizione di ammissibilità dell’azione di responsabilità prevista dal primo comma, ma non costituisce il fondamento normativo di un’ulteriore responsabilità sussidiaria tipica della cd. “holding” per il pagamento dei debiti insoddisfatti della società eterodiretta.

AVVOCATO ESPERTO Societa’  Di capitali MILANO TORINO VICENZA – Societa’ per azioni (nozione, caratteri, distinzioni) – in presenza di una causa di scioglimento della società – Perdita del capitale sociale – Successivo fallimento della società – Azione del curatore ex art. 146 l.fall.

AVVOCATO ESPERTO Societa'  Di capitali MILANO TORINO VICENZA - Societa' per azioni (nozione, caratteri, distinzioni) - in presenza di una causa di scioglimento della società - Perdita del capitale sociale - Successivo fallimento della società - Azione del curatore ex art. 146 l.fall.
AVVOCATO ESPERTO Societa’  Di capitali MILANO TORINO VICENZA – Societa’ per azioni (nozione, caratteri, distinzioni) – in presenza di una causa di scioglimento della società – Perdita del capitale sociale – Successivo fallimento della società – Azione del curatore ex art. 146 l.fall.

In ipotesi di azione ex art. 146 l.fall. nei confronti dell’amministratore, ed ai fini della liquidazione del danno cagionato da quest’ultimo per aver proseguito l’attività ricorrendo abusivamente al credito pur in presenza di una causa di scioglimento della società, così violando l’obbligo di cui all’art. 2486 c.c., il giudice può avvalersi in via equitativa, nel caso di impossibilità di una ricostruzione analitica dovuta all’incompletezza dei dati contabili ovvero alla notevole anteriorità della perdita del capitale sociale rispetto alla dichiarazione di fallimento, del criterio presuntivo della differenza dei netti patrimoniali, a condizione che tale utilizzo sia congruente con le circostanze del caso concreto e che, quindi, l’attore abbia allegato un inadempimento dell’amministratore almeno astrattamente idoneo a porsi come causa del danno lamentato ed abbia specificato le ragioni impeditive di un rigoroso distinto accertamento degli effetti dannosi concretamente riconducibili alla sua condotta.

 

 

In ipotesi di azione ex art. 146 l.fall. nei confronti dell’amministratore, ed ai fini della liquidazione del danno cagionato da quest’ultimo per aver proseguito l’attività ricorrendo abusivamente al credito pur in presenza di una causa di scioglimento della società, così violando l’obbligo di cui all’art. 2486 c.c., il giudice può avvalersi in via equitativa, nel caso di impossibilità di una ricostruzione analitica dovuta all’incompletezza dei dati contabili ovvero alla notevole anteriorità della perdita del capitale sociale rispetto alla dichiarazione di fallimento, del criterio presuntivo della differenza dei netti patrimoniali, a condizione che tale utilizzo sia congruente con le circostanze del caso concreto e che, quindi, l’attore abbia allegato un inadempimento dell’amministratore almeno astrattamente idoneo a porsi come causa del danno lamentato ed abbia specificato le ragioni impeditive di un rigoroso distinto accertamento degli effetti dannosi concretamente riconducibili alla sua condottaAVVOCATO ESPERTO Societa’  Di capitali MILANO TORINO VICENZA – Societa’ per azioni (nozione, caratteri, distinzioni) – in presenza di una causa di scioglimento della società – Perdita del capitale sociale – Successivo fallimento della società – Azione del curatore ex art. 146 l.fall.

L’azione di responsabilità contro amministratori e sindaci, esercitata dal curatore del fallimento, ex art. 146 L. fall., compendia in sé le azioni ex artt. 2393 e 2394 c.c., ed è diretta alla reintegrazione del patrimonio della società fallita, visto unitariamente come garanzia e dei soci e dei creditori sociali; essa sorge, ai sensi dell’art. 2394, comma secondo, c.c., nel momento in cui il patrimonio sociale risulti insufficiente al soddisfacimento dei creditori della società e si trasmette al curatore nel caso di fallimento sopravvenuto. Ne consegue che la prescrizione quinquennale, di cui all’art. 2949, comma secondo c.c., decorre dal momento in cui si verifica l’insufficienza del patrimonio sociale: momento che, non coincidendo con il determinarsi dello stato di insolvenza, può essere anteriore o posteriore alla dichiarazione di fallimento.

Con riguardo a provvedimenti cautelari a carico degli amministratori o sindaci di società fallita, soggetti ad azione di responsabilità, la questione dell’applicabilità dell’art. 146 ultimo comma del R.D. 16 marzo 1942 n. 267, ovvero dell’art. 669 ter c.p.c., che contemplano, rispettivamente, l’intervento del giudice delegato, ovvero del pretore o del giudice designato dal presidente del tribunale, integra un problema di competenza, deducibile con istanza di regolamento, nel rapporto fra pretore e giudice designato o delegato del tribunale, oppure fra giudici designati o delegati di tribunali diversi, non anche nel rapporto fra giudici dello stesso tribunale, restandosi in tal caso nell’ambito della ripartizione di compiti all’interno del medesimo ufficio giudiziario, fra componenti di esso con pari funzioni.

In tema di responsabilità degli amministratori di società a responsabilità limitata, la riforma societaria di cui al d.l.vo n. 6 del 2003, che pur non prevede più il richiamo, negli artt. 2476 e 2487 c.c., agli artt. 2392, 2393 e 2394 c.c., e cioè alle norme in materia di società per azioni, non spiega alcuna rilevanza abrogativa sulla legittimazione del curatore della società a responsabilità limitata che sia fallita, all’esercizio della predetta azione ai sensi dell’art. 146 legge fall., in quanto per tale disposizione, riformulata dall’art. 130 del d.l.vo n. 5 del 2006, tale organo è abilitato all’esercizio di qualsiasi azione di responsabilità contro amministratori, organi di controllo, direttori generali e liquidatori di società, così confermandosi l’interpretazione per cui, anche nel testo originario, si riconosceva la legittimazione del curatore all’esercizio delle azioni comunque esercitabili dai soci o dai creditori nei confronti degli amministratori, indipendentemente dallo specifico riferimento agli artt. 2393 e 2394 c.c.

Il curatore del fallimento di un consorzio con attività esterna non è legittimato ad esercitare, nei confronti degli amministratori del consorzio, l’azione di responsabilità eventualmente spettante a coloro che vantino pretese creditorie a valere sul fondo consortile e lamentino l’incapienza di questo, ovvero abbiano subito danni diretti per essere stati fuorviati dalla violazione dei criteri legali che presiedono alla redazione della situazione patrimoniale del consorzio, restando questa un’azione risarcitoria individuale nella titolarità di ciascun singolo creditore nei confronti dell’amministratore del consorzio, che è soggetto diverso dal fallito, e che non è, egli stesso, fallito. Invero, i consorzi, pur quelli con attività esterna, costituiscono enti ben diversi dalla società per azioni, sia dal punto di vista strutturale, sia per le finalità in relazione alle quali operano, e sia per il modo di essere della loro base economico-finanziaria, con conseguente impossibilità di un’applicazione analogica dell’azione di responsabilità dei creditori sociali contemplata dall’art. 2394 c.c. e, per l’ipotesi di fallimento, dal successivo art. 2394 bis c.c..

Il curatore del fallimento di un consorzio con attività esterna non è legittimato ad esercitare, nei confronti degli amministratori del medesimo consorzio, l’azione di responsabilità extracontrattuale per lesione dei diritti di credito, ai sensi dell’art. 2043 c.c., non trovando nel patrimonio del consorzio la titolarità di un’azione di responsabilità già spettante all’ente (dato che per l’art. 2608 c.c. gli amministratori rispondono verso i consorziati e non verso il consorzio), e non potendo invocare una norma speciale che gli attribuisca, sul modello dell’art. 2394 (ora 2394 bis) c.c., il potere di agire per conto dei creditori nei confronti di un soggetto diverso dal fallito, né potendo a tal fine giovarsi dell’art. 146 della legge fall., perché la speciale disciplina del capo X della legge fallimentare è circoscritta all’ipotesi di fallimento di società, onde sarebbe arbitrario riferirla anche alla diversa figura del consorzio.

L’azione di responsabilità esercitata dal curatore del fallimento ai sensi dell’art. 146 legge fall., ha natura contrattuale e carattere unitario ed inscindibile, risultando frutto della confluenza in un unico rimedio delle due diverse azioni di cui agli artt. 2393 e 2394 c.c. ; ne consegue che, mentre su chi la promuove grava esclusivamente l’onere di dimostrare la sussistenza delle violazioni ed il nesso di causalità tra queste ed il danno verificatosi, incombe, per converso, su amministratori e sindaci l’onere di dimostrare la non imputabilità a sè del fatto dannoso, fornendo la prova positiva, con riferimento agli addebiti contestati, dell’osservanza dei doveri e dell’adempimento degli obblighi loro imposti ; pertanto, l’onere della prova della novità delle operazioni intraprese dall’amministratore successivamente al verificarsi dello scioglimento della società per perdita del capitale sociale, compete all’attore e non all’amministratore convenuto.

Il principio generale di solidarietà tra coobbligati di cui all’art. 2055, primo comma, c.c., benché sia stabilito espressamente in materia di responsabilità extracontrattuale, è applicabile anche in tema di responsabilità contrattuale, con la conseguenza che, nel caso di azione di responsabilità proposta dal curatore del fallimento nei confronti degli amministratori di una società di capitali ex art. 146, legge fall., che cumula l’azione sociale (art. 2393 c.c.) e l’azione spettante ai creditori della società (art. 2394 c.c.), sussiste nei rapporti esterni la responsabilità solidale degli amministratori, indipendentemente dalla natura della responsabilità (contrattuale o extracontrattuale) nei confronti dei creditori sociali (fattispecie nella quale, ratione temporis, sono stati applicati gli artt. 2393 e 2394 c.c. nel testo vigente anteriormente alle modifiche introdotte dal D.L.vo n. 6 del 2003).

In tema di azione di responsabilità nei confronti di amministratori e sindaci, per il cui esercizio da parte del curatore fallimentare l’art. 146 legge fall. richiede che sia sentito il comitato dei creditori, i vizi inerenti alla procedura di preventiva audizione del comitato dei creditori non possono essere fatti valere mediante una diretta impugnativa in sede contenziosa dell’atto posto in essere dal curatore, ma sono deducibili soltanto nell’ambito della procedura fallimentare, con reclamo avanti al tribunale fallimentare.

 

OMICIDIO STRADALE AVVOCATO ESPERTO RIMINI FORLI CESENA

OMICIDIO STRADALE AVVOCATO ESPERTO RIMINI FORLI CESENA IMOLA BOLOGNA REATO – Nesso di causalità – Concorso di cause – Causa sopravvenuta – Omicidio colposo da incidente stradale – Errore nella prestazione delle cure alla vittima dell’incidente – Interruzione del nesso di causalità – Esclusione. (Cp, articoli 40, 41, comma 2, 589)

AVVOCATOESPERTO INCIDENTI GRAVI E MROTALI BOLOGNA RAVENNA FORLI REGGIO EMILIA CESENA RIMINI
OMICIDIO STRADALE AVVOCATO ESPERTO RIMINI FORLI CESENA

OMICIDIO STRADALE AVVOCATO ESPERTO RIMINI FORLI CESENA
OMICIDIO STRADALE AVVOCATO ESPERTO RIMINI FORLI CESENA

GUIDA STATO EBREZZA ,ALCOLTEST
OMICIDIO STRADALE AVVOCATO ESPERTO RIMINI FORLI CESENA

OMICIDIO STRADALE AVVOCATO ESPERTO RIMINI FORLI CESENA
OMICIDIO STRADALE AVVOCATO ESPERTO RIMINI FORLI CESENA

L’eventuale errore dei sanitari nella prestazione delle cure alla vittima di un incidente stradale non può ritenersi causa autonoma e indipendente, tale da interrompere il nesso causale tra il comportamento di colui che ha causato l’incidente e la successiva morte del ferito: ciò in quanto l’errore medico non costituisce un accadimento al di fuori di ogni immaginazione, a maggior ragione nel caso in cui l’aggravamento della situazione clinica del ferito e la necessità di interventi chirurgici complessi risultino preventivabili in ragione della gravità delle lesioni determinate dall’incidente stradale. Piuttosto, l’interruzione del nesso causale tra condotta ed evento può configurarsi solo quando la causa sopravvenuta innesca un rischio nuovo e del tutto eccentrico rispetto a quello originario attivato dalla prima condotta, ma ciò non può affermarsi quando – come nella specie, caratterizzata da gravi lesioni subite dalla vittima dell’incidente stradale – l’eventuale comportamento negligente di un terzo soggetto trovi la sua origine e spiegazione nella condotta colposa altrui.

Omicidio – Stradale – Nuova disciplina – Attenuanti generiche, equivalenti all’aggravante di cui al previgente terzo comma dell’art. 589 c.p. – Applicabilità del comma 7° dell’art. 589 bis c.p. – Esclusione.

Il reato di omicidio stradale (art. 589 bis c.p.), introdotto dall’art. 1, comma 1°, della legge 23 marzo 2016 n. 41, costituisce una figura autonoma di reato e non una fattispecie circostanziata del comune reato di omicidio colposo, la cui applicabilità come norma sopravvenuta più favorevole nel caso di cui al comma VII, (che prevede la riduzione fino alla meta della pena ordinaria della reclusione da due a sette anni “qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole”) non potrebbe tuttavia aver luogo nell’ipotesi che siano state riconosciute al colpevole le attenuanti generiche, valutate come equivalenti all’aggravante di cui all’allora vigente terzo comma dell’art. 589 c.p., giacche per effetto di tali attenuanti la pena minima applicabile sarebbe quella di mesi sei di reclusione, prevista per il reato non aggravato dal primo comma di detto ultimo articolo, mentre quella applicabile ai sensi del comma VII dell’art. 689 bis sarebbe quella di mesi otto.

OMICIDIO STRADALE AVVOCATO ESPERTO RIMINI FORLI CESENA
OMICIDIO STRADALE AVVOCATO ESPERTO RIMINI FORLI CESENA

 gli estremi edittali della fattispecie contestata (articolo 589-bis c.p., comma 1) sono compresi fra due e sette anni di reclusione, esattamente come quelli stabiliti dall’articolo 589 c.p., comma 2, nel testo vigente prima dell’entrata in vigore della citata L. n. 41 del 2016 con riferimento al delitto di omicidio colposo commesso con violazione delle norme sulla circolazione stradale.

Ma, mentre in quest’ultimo caso era configurabile una circostanza aggravante del delitto di omicidio colposo di cui al primo comma dell’articolo 589 c.p. (circostanza aggravante che, si badi, era soggetta a giudizio di bilanciamento,

atteso che il previgente testo dell’articolo 590-ter c.p. qualificava come aggravante rinforzata, sottratta come tale alla comparazione di cui all’articolo 69 c.p., solo quella di cui all’articolo 589, comma 3), nel caso di cui all’articolo 589-bis c.p., comma 1, deve parlarsi di ipotesi autonoma di reato (cfr. sul punto Sez. 4, n. 29721 del 01/03/2017, Venni, Rv. 270918). Cio’ del resto trova rispondenza, nel caso di specie, come si ricava dai passaggi attraverso i quali si e’ giunti alla determinazione della pena patteggiata: il computo delle circostanze attenuanti generiche ha infatti determinato una diminuzione di un terzo rispetto alla pena minima edittale (passata da due anni e un anno e quattro mesi di reclusione), laddove, qualora le suddette attenuanti ex articolo 62-bis c.p. fossero state applicate al previgente articolo 589 c.p., comma 2, per effetto del giudizio di comparazione la pena minima applicabile sarebbe stata quella dell’ipotesi-base di cui al primo comma dello stesso articolo, ossia sei mesi di reclusione in caso di giudizio di equivalenza, che sarebbero potuti scendere a quattro mesi nel caso di giudizio di prevalenza delle attenuanti generiche.

OMICIDIO STRADALE AVVOCATO ESPERTO RIMINI FORLI CESENA
OMICIDIO STRADALE AVVOCATO ESPERTO RIMINI FORLI CESENA

E’ noto che, secondo un’impostazione tradizionale risalente ai primi anni di operativita’ del codice di rito oggi vigente, si affermava che la sentenza che recepisce l’intesa raggiunta dalle parti sul quantum della pena da applicarsi in concreto e’ ricorribile per Cassazione, oltre che per errores in procedendo, per mancato proscioglimento – ricorrendone le condizioni – ai sensi dell’articolo 129 c.p.p. (Sez. F, n. 2692 del 14/09/1990, Lofti Ben T., Rv. 185716).

Progressivamente si ammise che il ricorso per cassazione avverso sentenza di patteggiamento potesse essere presentato anche in relazione a pena illegale, ma cio’ essenzialmente con riferimento al caso in cui il risultato finale del calcolo non risultasse conforme a legge (cfr. ad es. Sez. 6, n. 18385 del 19/02/2004, Obiapuna, Rv. 228047; e, piu’ di recente, Sez. F, n. 38566 del 26/08/2014, Yossef, Rv. 261468).

Negli ultimi anni, tuttavia, la nozione di pena illegale (oggi espressamente menzionata fra i casi in cui e’ ammesso il ricorso per cassazione avverso la sentenza a pena patteggiata, in base all’articolo 448 c.p.p., comma 2-bis, introdotto dalla L. 23 giugno 2017, n. 103, articolo 1, comma 50) ha subito un’evoluzione che ne ha esteso la portata, anche con riguardo all’ammissibilita’ del ricorso per cassazione contro la sentenza di applicazione di pena ex articolo 444 c.p.p.. Soprattutto in seguito al mutamento del quadro edittale relativo ai reati in materia di stupefacenti (determinato sia dalle conseguenze della sentenza n. 32/2014 della Corte Costituzionale, sia dall’entrata in vigore del Decreto Legge 20 marzo 2014, n. 36, conv. con mod. dalla L. 16 maggio 2014, n. 79), la Corte di legittimita’ ha avuto modo di affermare, a piu’ riprese e anche a Sezioni Unite, che e’ affetta da illegalita’ sopravvenuta la pena applicata sul consenso delle parti in base a parametri edittali successivamente modificati da una legge penale piu’ favorevole, o colpiti da declaratoria d’illegittimita’ costituzionale, anche quando la pena concretamente irrogata sia compresa entro i limiti edittali nella specie applicabili.

Basti qui ricordare la sentenza a Sezioni Unite Jazouli, che, con riferimento a un ricorso avverso sentenza di patteggiamento, ha affermato l’illegalita’ della pena determinata attraverso un procedimento di commisurazione che si sia basato, per le droghe cosiddette “leggere”, sui limiti edittali del Decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990, articolo 73 come modificato dalla L. n. 49 del 2006, in vigore al momento del fatto, ma dichiarato successivamente incostituzionale con sentenza n. 32 del 2014, anche nel caso in cui la pena concretamente inflitta sia compresa entro i limiti edittali previsti dall’originaria formulazione del medesimo articolo, prima della novella del 2006, rivissuto per effetto della stessa sentenza di incostituzionalita’ (Sez. U, n. 33040 del 26/02/2015, Jazouli, Rv. 264205 e 264206).

Analogamente la sentenza a Sezioni Unite Marcon ha affermato che la pena applicata con la sentenza di patteggiamento avente ad oggetto uno o piu’ delitti previsti dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990, articolo 73 relativi alle droghe c.d. leggere, divenuta irrevocabile prima della sentenza n. 32 del 2014 della Corte costituzionale, deve essere rideterminata in sede di esecuzione in quanto pena illegale, e cio’ anche nel caso in cui la pena concretamente applicata sia compresa entro i limiti edittali previsti dall’originaria formulazione del medesimo articolo, prima della novella del 2006, rivissuto per effetto della stessa sentenza di incostituzionalita’. (Sez. U, n. 37107 del 26/02/2015, Marcon, Rv. 264857).

In altre pronunzie l’illegalita’ della pena patteggiata e’ stata affermata anche per i reati commessi prima della data di entrata in vigore del Decreto Legge 20 marzo 2014, n. 36, conv. con mod. dalla L. 16 maggio 2014, n. 79, che ha ridotto i limiti edittali della sanzione irrogabile per il fatto di lieve entita’ di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990, articolo 73, comma 5, anche qualora la pena determinata in concreto sia compresa all’interno della forbice edittale (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 2702 del 18/11/2015, dep. 2016, Nuti, Rv. 265822; Sez. 4, n. 49531 del 21/11/2014, Loconte, Rv. 261074).

Ne deriva una nozione di pena illegale che, lungi dal riferirsi esclusivamente al trattamento sanzionatorio che si collochi al di fuori della misura determinata dalla legge, e’ comprensiva anche dell’ipotesi in cui la pena applicata in concreto rientra in tale misura, ma si fonda su parametri astratti che nel frattempo sono stati modificati; e cio’ pur quando il trattamento sanzionatorio sia frutto della volonta’ delle parti formalizzata attraverso il patteggiamento.

Nel caso oggetto del presente giudizio, la pena era stata pattuita in misura tale da rientrare sia all’interno dei limiti edittali in vigore al momento dell’evento (ossia del decesso della persona offesa (OMISSIS), intervenuto il 28 agosto 2016, quando era gia’ in vigore l’articolo 589-bis c.p., oggetto di imputazione e introdotto con la L. n. 41 del 2016), sia all’interno dei limiti edittali piu’ favorevoli vigenti al momento della condotta (ossia il 20 gennaio 2016, quando l’imputato, alla guida dell’autovettura di cui all’imputazione, cagiono’ per colpa l’incidente da cui consegui’ la morte del pedone).

 

Articolo 589 bis 

Omicidio stradale

Testo in vigore dal 25 marzo 2016

Chiunque cagioni per colpa la morte di una persona con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale è punito con la reclusione da due a sette anni.

Chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi rispettivamente degli articoli 186, comma 2, lettera c), e 187 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da otto a dodici anni.

La stessa pena si applica al conducente di un veicolo a motore di cui all’articolo 186-bis, comma 1, lettere b), c) e d), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, il quale, in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del medesimo decreto legislativo n. 285 del 1992, cagioni per colpa la morte di una persona.

Salvo quanto previsto dal terzo comma, chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.

La pena di cui al comma precedente si applica altresì:

1) al conducente di un veicolo a motore che, procedendo in un centro urbano ad una velocità pari o superiore al doppio di quella consentita e comunque non inferiore a 70 km/h, ovvero su strade extraurbane ad una velocità superiore di almeno 50 km/h rispetto a quella massima consentita, cagioni per colpa la morte di una persona;

2) al conducente di un veicolo a motore che, attraversando un’intersezione con il semaforo disposto al rosso ovvero circolando contromano, cagioni per colpa la morte di una persona;

3) al conducente di un veicolo a motore che, a seguito di manovra di inversione del senso di marcia in prossimità o in corrispondenza di intersezioni, curve o dossi o a seguito di sorpasso di un altro mezzo in corrispondenza di un attraversamento pedonale o di linea continua, cagioni per colpa la morte di una persona.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti la pena è aumentata se il fatto è commesso da persona non munita di patente di guida o con patente sospesa o revocata, ovvero nel caso in cui il veicolo a motore sia di proprietà dell’autore del fatto e tale veicolo sia sprovvisto di assicurazione obbligatoria.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole, la pena è diminuita fino alla metà.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora il conducente cagioni la morte di più persone, ovvero la morte di una o più persone e lesioni a una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni diciotto.

avvocato a bologna
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Il conducente di un veicolo a motore che, messosi alla guida con un tasso di alcool nel sangue maggiore di 0,8 g/l, causa un incidente con morti o feriti gravi, risponde unicamente delle relative fattispecie aggravate di omicidiostradale o lesioni personali stradali gravi e gravissime, previste rispettivamente dagli articoli 589bis e 590bis del codice penale, e non anche della contravvenzione di guida in stato di ebbrezza, di cui all’articolo 186 del Cds. la L. n. 41 del 2016 ha introdotto nel codice penale una nuova e autonoma figura di reato, l’omicidio stradale di cui all’articolo 589 bis cod. pen., la cui condotta ha caratteristiche specifiche e specializzanti rispetto all’omicidio colposo di cui all’articolo 589 cod. pen. (Sez. 4 n. 29721 del 1.03.2017 rv. 270918). La nuova fattispecie normativa ha previsto poi ipotesi aggravate che hanno a riferimento un’articolata disciplina per chi guida in stato di alterazione alcolica o da stupefacenti causi l’evento mortale. In particolare l’articolo 589bis c.p., comma 4, fa riferimento alla condotta chi ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186 C.d.S., comma 2, lettera b) (tasso alcolemico superiore a 0.8 e non superiore a 1,5 g/l) del Decreto Legislativo n. 285 del 1992 cagioni per colpa la morte di una persona e prevede la pena da cinque a dieci anni di reclusione.

La pena prevista e’ da otto a dodici anni di reclusione quando il tasso oltrepassi 1,4 gr/l o vi sia stata assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope (articolo 589 bis c.p., comma).

E’ previsto infine un cumulo giuridico di pene per l’ipotesi di morte di piu’ persone ovvero morte di una o piu’ persone e lesioni a una o piu’ persone. In questo caso la pena riguarda la violazione piu’ grave innalzata fino al triplo, con il limite massimo di diciotto anni.

Analoga disciplina e’ prevista per gli articoli 590 bis e 590 ter cod. pen..

E’ chiaro che la nuova fattispecie aggravata, applicabile solo al conducente di un veicolo a motore, si pone come assorbente rispetto all’illecito contravvenzionale di cui all’articolo 186 citato (cfr. Sez.4 26857 del 29.05.2018 n.m).

Invero la nuova formulazione normativa tratteggia una chiara sovrapposizione soggettiva e oggettiva delle condotte punite; il fatto stigmatizzato dalla contravvenzione puo’ dirsi assorbito dalla specifica circostanza aggravante prevista nel reato di omicidio stradale che si configura cosi’ come reato complesso.

La disciplina del reato complesso di cui all’articolo 84 cod. pen. definisce e consacra un principio fondamentale del moderno ordinamento democratico e cioe’ quello di non addebitare piu’ volte all’imputato lo stesso fatto storico

purche’ esso sia il momento di emersione di un’unica contrapposizione cosciente e consapevole dell’individuo alle regole che disciplinano la vita dei consociati e che sostanzia il c.d. ne bis in idem sostanziale. Pare chiaro che a livello di fattispecie astratta la tipizzazione del delitto di omicidio stradale aggravato, cosi’ come configurato dal legislatore, prende in considerazione un fatto, l’azione di chi guida in stato di ebbrezza, autonomamente punito dal codice della strada, con la finalita’ di unificare in una sola fattispecie criminosa la condotta di chi con tale comportamento causa un evento mortale, prevedendo anche un trattamento sanzionatorio diversificato a seconda che si tratti di ebbrezza grave o intermedia. In tema di omicidio colposo, in relazione alla formulazione dell’art. 589 cod. pen. come risultante dal d.l. 23 maggio 2008, n. 92, conv. in legge 24 luglio 2008, n. 125 – anteriore all’introduzione, ex art. 1, comma 1 e 2, legge 23 marzo 2016, n. 41, delle nuove fattispecie autonome dell’omicidio stradale e delle lesioni personali stradali gravi e gravissime – è configurabile il concorso materiale tra l’omicidio colposo qualificato dalla circostanza aggravante della violazione di norme sulla circolazione stradale, quando detta violazione dia di per sé luogo ad un illecito contravvenzionale, e le contravvenzioni di guida in stato di ebbrezza o sotto l’influenza di sostanze stupefacenti.

L’eventuale negligenza o imperizia dei sanitari nella prestazione delle cure alla vittima di un incidente stradale,

 ancorchè di elevata gravità, non può ritenersi causa autonoma ed indipendente, tale da interrompere il nesso causale tra il comportamento di colui che ha causato l’incidente e la successiva morte del ferito. (Nella specie, la Corte ha escluso l’interruzione del nesso di causalità in relazione al decesso della vittima per insufficienza cardiocircolatoria con coma da shock emorragico in soggetto politraumatizzato da lesioni stradali, intervenuto a circa un mese di distanza dal sinistro, rilevando che i potenziali errori di cura costituiscono, rispetto al soggetto leso, un fatto tipico e prevedibile, mentre, ai fini della esclusione del nesso di causalità, occorre un errore del tutto eccezionale, abnorme, da solo determinante l’evento letale).

AVVOCATO ESPERTO OMICIDIO STRADALE BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI ROVIGO TREVISO VICENZA Reati contro la persona – Circolazione stradale – Omicidio stradale – Guida in stato di ebbrezza alcolica – Reato complesso   Articolo 589 bis  Omicidio stradale Testo in vigore dal 25 marzo 2016

AVVOCATO ESPERTO OMICIDIO STRADALE BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI ROVIGO TREVISO VICENZA
AVVOCATO ESPERTO OMICIDIO STRADALE BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI ROVIGO TREVISO VICENZA

AVVOCATO ESPERTO OMICIDIO STRADALE BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI ROVIGO TREVISO VICENZA Reati contro la persona – Circolazione stradale – Omicidio stradale – Guida in stato di ebbrezza alcolica – Reato complesso

 

Articolo 589 bis 

Omicidio stradale

Testo in vigore dal 25 marzo 2016

Chiunque cagioni per colpa la morte di una persona con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale è punito con la reclusione da due a sette anni.

Chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi rispettivamente degli articoli 186, comma 2, lettera c), e 187 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da otto a dodici anni.

 

La stessa pena si applica al conducente di un veicolo

a motore di cui all’articolo 186-bis comma 1, lettere b), c) e d), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, il quale, in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del medesimo decreto legislativo n. 285 del 1992, cagioni per colpa la morte di una persona.

Salvo quanto previsto dal terzo comma, chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.

La pena di cui al comma precedente si applica altresì:

1) al conducente di un veicolo a motore che, procedendo in un centro urbano ad una velocità pari o superiore al doppio di quella consentita e comunque non inferiore a 70 km/h, ovvero su strade extraurbane ad una velocità superiore di almeno 50 km/h rispetto a quella massima consentita, cagioni per colpa la morte di una persona;

2) al conducente di un veicolo a motore che, attraversando un’intersezione con il semaforo disposto al rosso ovvero circolando contromano, cagioni per colpa la morte di una persona;

3) al conducente di un veicolo a motore che, a seguito di manovra di inversione del senso di marcia in prossimità o in corrispondenza di intersezioni, curve o dossi o a seguito di sorpasso di un altro mezzo in corrispondenza di un attraversamento pedonale o di linea continua, cagioni per colpa la morte di una persona.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti la pena è aumentata se il fatto è commesso da persona non munita di patente di guida o con patente sospesa o revocata, ovvero nel caso in cui il veicolo a motore sia di proprietà dell’autore del fatto e tale veicolo sia sprovvisto di assicurazione obbligatoria.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole, la pena è diminuita fino alla metà.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora il conducente cagioni la morte di più persone, ovvero la morte di una o più persone e lesioni a una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni diciotto.

 

Il conducente di un veicolo a motore che,

messosi alla guida con un tasso di alcool nel sangue maggiore di 0,8 g/l, causa un incidente con morti o feriti gravi, risponde unicamente delle relative fattispecie aggravate di omicidiostradale o lesioni personali stradali gravi e gravissime, previste rispettivamente dagli articoli 589bis e 590bis del codice penale, e non anche della contravvenzione di guida in stato di ebbrezza, di cui all’articolo 186 del Cds. la L. n. 41 del 2016 ha introdotto nel codice penale una nuova e autonoma figura di reato, l’omicidio stradale di cui all’articolo 589 bis cod. pen., la cui condotta ha caratteristiche specifiche e specializzanti rispetto all’omicidio colposo di cui all’articolo 589 cod. pen. (Sez. 4 n. 29721 del 1.03.2017 rv. 270918). La nuova fattispecie normativa ha previsto poi ipotesi aggravate che hanno a riferimento un’articolata disciplina per chi guida in stato di alterazione alcolica o da stupefacenti causi l’evento mortale. In particolare l’articolo 589bis c.p., comma 4, fa riferimento alla condotta chi ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186 C.d.S., comma 2, lettera b) (tasso alcolemico superiore a 0.8 e non superiore a 1,5 g/l) del Decreto Legislativo n. 285 del 1992 cagioni per colpa la morte di una persona e prevede la pena da cinque a dieci anni di reclusione.

La pena prevista e’ da otto a dodici anni di reclusione quando il tasso oltrepassi 1,4 gr/l o vi sia stata assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope (articolo 589 bis c.p., comma).

E’ previsto infine un cumulo giuridico di pene per l’ipotesi di morte di piu’ persone ovvero morte di una o piu’ persone e lesioni a una o piu’ persone. In questo caso la pena riguarda la violazione piu’ grave innalzata fino al triplo, con il limite massimo di diciotto anni.

Analoga disciplina e’ prevista per gli articoli 590 bis e 590 ter cod. pen..

E’ chiaro che la nuova fattispecie aggravata, applicabile solo al conducente di un veicolo a motore, si pone come assorbente rispetto all’illecito contravvenzionale di cui all’articolo 186 citato (cfr. Sez.4 26857 del 29.05.2018 n.m).

Invero la nuova formulazione normativa tratteggia una chiara sovrapposizione soggettiva e oggettiva delle condotte punite; il fatto stigmatizzato dalla contravvenzione puo’ dirsi assorbito dalla specifica circostanza aggravante prevista nel reato di omicidio stradale che si configura cosi’ come reato complesso.

La disciplina del reato complesso di cui all’articolo 84 cod. pen. 

definisce e consacra un principio fondamentale del moderno ordinamento democratico e cioe’ quello di non addebitare piu’ volte all’imputato lo stesso fatto storico

purche’ esso sia il momento di emersione di un’unica contrapposizione cosciente e consapevole dell’individuo alle regole che disciplinano la vita dei consociati e che sostanzia il c.d. ne bis in idem sostanziale. Pare chiaro che a livello di fattispecie astratta la tipizzazione del delitto di omicidio stradale aggravato, cosi’ come configurato dal legislatore, prende in considerazione un fatto, l’azione di chi guida in stato di ebbrezza, autonomamente punito dal codice della strada, con la finalita’ di unificare in una sola fattispecie criminosa la condotta di chi con tale comportamento causa un evento mortale, prevedendo anche un trattamento sanzionatorio diversificato a seconda che si tratti di ebbrezza grave o intermedia. In tema di omicidio colposo, in relazione alla formulazione dell’art. 589 cod. pen. come risultante dal d.l. 23 maggio 2008, n. 92, conv. in legge 24 luglio 2008, n. 125 – anteriore all’introduzione, ex art. 1, comma 1 e 2, legge 23 marzo 2016, n. 41, delle nuove fattispecie autonome dell’omicidio stradale e delle lesioni personali stradali gravi e gravissime – è configurabile il concorso materiale tra l’omicidio colposo qualificato dalla circostanza aggravante della violazione di norme sulla circolazione stradale, quando detta violazione dia di per sé luogo ad un illecito contravvenzionale, e le contravvenzioni di guida in stato di ebbrezza o sotto l’influenza di sostanze stupefacenti. 

L’eventuale negligenza o imperizia dei sanitari nella prestazione delle cure alla vittima di un incidente stradale,

 ancorchè di elevata gravità, non può ritenersi causa autonoma ed indipendente, tale da interrompere il nesso causale tra il comportamento di colui che ha causato l’incidente e la successiva morte del ferito. (Nella specie, la Corte ha escluso l’interruzione del nesso di causalità in relazione al decesso della vittima per insufficienza cardiocircolatoria con coma da shock emorragico in soggetto politraumatizzato da lesioni stradali, intervenuto a circa un mese di distanza dal sinistro, rilevando che i potenziali errori di cura costituiscono, rispetto al soggetto leso, un fatto tipico e prevedibile, mentre, ai fini della esclusione del nesso di causalità, occorre un errore del tutto eccezionale, abnorme, da solo determinante l’evento letale).

 

AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA Impugnazione del testamento – Atto pubblico

Prova civile – Documentale (prova) – Scrittura privata – Verificazione – Disconoscimento – In genere. prova civile – Documentale (prova) – Scrittura privata – Scritture di terzi – In genere. successioni “mortis causa” – Successione testamentaria – Forma dei testamenti – Difetto di forma dei testamenti ordinari – In genere – Testamento olografo – Impugnativa di falso – Natura – Regime probatorio – Differenze rispetto all’azione di nullità ex art. 606 cod. civ. – Configurabilità – Esclusione – Disconoscimento dell’autenticità – Applicabilità – Istanza di verificazione – Onere – Criteri.

TESTAMENTO
AVVOCATO ESPERTO TESTAMENTI EREDITA’

La validità del testamento olografo esige, ai sensi dell’art. 602 c.c., l’autografia della sottoscrizione, della data e del testo del documento, essendo sufficiente ad escluderla ogni intervento di terzi, indipendentemente dal tipo e dall’entità, anche se il terzo abbia scritto una sola parola durante la confezione del testamento (nella specie, la parola “lasciare”, in sostituzione della parola cancellata “donare”), senza che assuma rilievo, peraltro, l’importanza sostanziale della parte eterografa ai fini della nullità dell’intero testamento in forza del principio “utile per inutile non vitiatur”.

TESTAMENTO-AVVOCATO-ESPERTO-BOLOGNA-
testamento avvocato Bologna

Se venga accertata mediante ctu la veridicità della data apposta su una disposizione testamentaria, in assenza d’altra parte della prova della sua non verità nei limiti previsti dall’art. 602 terzo comma c.c., resta incomprensibile su un piano logico concludere che, in evidente contrasto con tale elemento, il testamento in oggetto sia stato in realtà redatto in epoca antecedente alla data apposta e, quindi, anteriore ad altra scheda testamentaria; invero le considerazioni in ordine alle caratteristiche del tratto grafico del testamento che hanno indotto il giudicante a ritenerlo redatto prima di altra scheda non sono di per sé sufficienti, in assenza di ulteriori o comunque non chiariti elementi di giudizio, a superare quantomeno la presunzione, derivante dalla relativa data di esso, riguardo all’epoca effettiva della sua redazione (nella specie, la Corte ha ritenuto illegittima la sentenza con cui, accertata la provenienza dell’atto mortis causa, era stato qualificato come anteriormente redatto il secondo testamento rispetto al primo).

Perché un atto costituisca manifestazione di ultima volontà,

riconducibile ai negozi “mortis causa”, non è necessario che il dichiarante faccia espresso riferimento alla sua morte ed all’intento di disporre dei suoi beni dopo la sua scomparsa, essendo sufficiente che lo scritto sia espressione di una volontà definitiva dell’autore, compiutamente e incondizionatamente manifestata allo scopo di disporre attualmente dei suoi beni, in tutto o in parte, per il tempo successivo alla propria morte. (Nella specie, in applicazione del principio, la S.C. ha respinto il ricorso avverso la decisione di merito che aveva qualificato come testamento olografo un biglietto autografo del “de cuius” recante la clausola “nessuno faccia osservazione a questo biglietto essendo scritto di sua propria mano”). 

La guida della mano del testatore da parte di una terza persona esclude, di per sé, il requisito dell’autografia, indispensabile per la validità del testamento olografo, a nulla rilevando l’eventuale corrispondenza del contenuto della scheda rispetto alla volontà del testatore ed essendo ultroneo verificare se la “mano guidante” sia intervenuta (come nella specie) su tutta la scheda testamentaria o se la parte non interessata dal suo intervento rappresenti una compiuta manifestazione di volontà.

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Le conseguenze della mancanza della sottoscrizione di un testamento olografo ?

requisito prescritto dall’art. 602 c.c., distintamente dall’autografia delle disposizioni in esso contenute, per l’imprescindibile esigenza di avere l’assoluta certezza non solo della loro riferibilità al testatore, già assicurata dall’olografia, ma anche dell’inequivocabile paternità e responsabilità del medesimo nel disporre del suo patrimonio – non sono ovviabili da una firma apposta dal testatore sul plico contenente la scheda testamentaria, non rivelandosi essa sufficiente a collegare, logicamente e sostanzialmente, lo scritto della scheda con quello del plico stesso. 

Art. 602 c.c.Testamento olografo.

Il testamento olografo deve essere scritto per intero, datato e sottoscritto di mano del testatore.
La sottoscrizione deve essere posta alla fine delle disposizioni. Se anche non è fatta indicando nome e cognome, è tuttavia valida quando designa con certezza la persona del testatore.
La data deve contenere l’indicazione del giorno, mese e anno. La prova della non verità della data è ammessa soltanto quando si tratta di giudicare della capacità del testatore, della priorità di data tra più testamenti o di altra questione da decidersi in base al tempo del testamento.

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AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA Impugnazione del testamento – Atto pubblico – Circostanze e dati di cui fa piena prova fino a querela di falso – Fattispecie – Sottoscrizione del testamento – Dichiarazione del notaio – Piena provail testamento fa piena prova (non avendo l’attore esperito querela di falso) di quanto il Notaio ha attestato essere avvenuto in sua presenza, ovvero della autografia della sottoscrizione della de cuius.

La formazione o l’uso sciente di un testamento falso e’ causa di indegnita’ a succedere, a meno che colui che viene a trovarsi nella posizione di indegno dimostri di non avere inteso recare offesa alla volonta’ del “de cuius”: a tal fine colui che risulta indegno e’ tenuto a provare non solo che il contenuto delle disposizioni corrispondeva alla volonta’ del “de cuius”, ma anche che questi aveva acconsentito alla compilazione della scheda da parte di lui, nell’eventualita’ che egli non fosse riuscito a farlo, ovvero aveva la ferma intenzione di provvedervi per evitare la successione “ab intestato”.


Corte di Cassazione
|Sezione 2|Civile|Ordinanza|10 ottobre 2018| n. 25053

Successioni ‘mortis causa’ – Successione testamentaria – Capacita’ – Di testare – Incapacita’ – In genere distinzione fra incapacità permanente e temporanea del testatore – Conseguenze in ordine al riparto dell’onere probatorio.

In tema di annullamento del testamento, nel caso di infermità tipica, permanente ed abituale, l’incapacità del testatore si presume e l’onere della prova che il testamento sia stato redatto in un momento di lucido intervallo spetta a chi ne afferma la validità; qualora, invece, detta infermità sia intermittente o ricorrente, poiché si alternano periodi di capacità e di incapacità, non sussiste tale presunzione e, quindi, la prova dell’incapacità deve essere data da chi impugna il testamento.

Capacita' - Di testare
Capacita’ – Di testare

 

L’atto pubblico, in base a quanto disposto dall’art. 2700 c.c., fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che l’ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta essere avvenuti in sua presenza o da lui compiuti. Nella fattispecie, avente ad oggetto la domanda di accertamento dell’invalidità del testamento innanzitutto per mancanza di autografia nella sottoscrizione della de cuius, il notaio rogante aveva dichiarato che la de cuius, della quale lo stesso pubblico ufficiale aveva accertato l’identità, aveva sottoscritto, benché con difficoltà per debolezza senile, le sue disposizioni in favore dei nipoti. Ne derivava che il testamento impugnato faceva piena prova, non avendo l’attore esperito querela di falso, di quanto il notaio aveva attestato essere avvenuto in sua presenza, ovvero dell’autografia della sottoscrizione della de cuius. Conseguentemente, la domanda di invalidità del testamento pubblico, per non appartenere la sottoscrizione alla defunta, era infondata e veniva rigettata.

Prova civile – Documentale (prova) – Scrittura privata – Verificazione – Disconoscimento – In genere. prova civile – Documentale (prova) – Scrittura privata – Scritture di terzi – In genere. successioni “mortis causa” – Successione testamentaria – Forma dei testamenti – Difetto di forma dei testamenti ordinari – In genere – Testamento olografo – Impugnativa di falso – Natura – Regime proba torio – Differenze rispetto all’azione di nullità ex art. 606 cod. civ. – Configurabilità – Esclusione – Disconoscimento dell’autenticità – Applicabilità – Istanza di verificazione – Onere – Criteri.

Qualora sia fatta valere la falsità del testamento (nella specie olografo), l’azione – che ha ad oggetto l’accertamento dell’inesistenza dell’atto – soggiace allo stesso regime probatorio stabilito nel caso di nullità prevista dall’art. 606cod. civ. per la mancanza dei requisiti estrinseci del testamento, sicché – avuto riguardo agli interessi dedotti in giudizio dalle parti – nell’ipotesi di conflitto tra l’erede legittimo che disconosca l’autenticità del testamento e chi vanti diritti in forza di esso, l’onere della proposizione dell’istanza di verificazione del documento contestato incombe sul secondo, cui spetta la dimostrazione della qualità di erede, mentre nessun onere, oltre quello del disconoscimento, spetta all’erede legittimo. Pertanto sulla ripartizione dell’onere probatorio non ha alcuna influenza la posizione processuale assunta dalle parti, essendo irrilevante se l’azione sia stata esperita dall’erede legittimo (per fare valere, in via principale, la falsità del documento) ovvero dall’erede testamentario che, agendo per il riconoscimento dei diritti ereditari, abbia visto contestata l’autenticità del testamento da parte dell’erede legittimo.

 

Successioni “mortis causa”AVVOCATO ESPERTO RISOLVE BOLOGNA MILANO RAVENNA  

Successioni “mortis causa”AVVOCATO ESPERTO RISOLVE BOLOGNA MILANO RAVENNA  – Disposizioni generali – Eredità giacente – Curatore – Obblighi – In genere – Cessazione della giacenza – Cause relative all’adempimento degli obblighi insorti in tale periodo – Legittimazione processuale del curatore – Permanenza – Fondamento – Fattispecie in tema di notifica di ricorso per cassazione relativo a giudizio in materia tributaria.

AVVOCATO-RECUPERO-CREDITI-BOLOGNA-AZIENDE-11
BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

Il curatore dell’eredità giacente, pur non essendo rappresentante del chiamato all’eredità, è legittimato sia attivamente che passivamente in tutte le cause che riguardano l’eredità, anche quando sia venuta meno la situazione di giacenza, per l’adempimento degli obblighi che attengono al periodo di gestione dell’eredità. Non può quindi considerarsi inesistente la notifica al curatore del ricorso per cassazione proposto dall’Agenzia dell’Entrate in un giudizio avente ad oggetto l’adempimento di obblighi di natura fiscale sorti durante il periodo di giacenza, anche se, dopo la pronuncia della sentenza di appello, sia intervenuta l’accettazione dell’eredità da parte dell’erede. Corte di Cassazione|Sezione 2  |Civile|Sentenza|15 febbraio 1988| n. 1601

Procedimento civile - Successione nel processo - A titolo universale - Morte della parte in corso di giudizio - Integrazione necessaria del contraddittorio nei confronti di tutti gli eredi - Sufficienza della chiamata all'eredità - Esclusione - Rinuncia all'eredità dei chiamati - Conseguenze - Obbligo d'integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri eredi - Onere d'individuazione delle parti - Omissione - Conseguenze - Inammissibilità del ricorso.
Procedimento civile – Successione nel processo – A titolo universale – Morte della parte in corso di giudizio – Integrazione necessaria del contraddittorio nei confronti di tutti gli eredi – Sufficienza della chiamata all’eredità – Esclusione – Rinuncia all’eredità dei chiamati – Conseguenze – Obbligo d’integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri eredi – Onere d’individuazione delle parti – Omissione – Conseguenze – Inammissibilità del ricorso.

Successioni mortis causa – Disposizioni generali – Eredità giacente – Curatore – In genere

  Nelle controversie inerenti ai beni dell`eredita` giacente, per le quali la capacita` a stare in giudizio spetta al curatore, la cessazione di questi dall`ufficio, ancorche` derivante da sopravvenuta chiusura dell`eredita` giacente per accettazione da parte dell`erede, non incide sull`attivita` processuale in precedenza svolta e determina una causa d`interruzione del procedimento, ai sensi dell`art. 300 c.p.c..  Ne consegue l`irrilevanza di tale evento, ove intervenga nel corso del giudizio di legittimita`, sottraendosi il medesimo alle regole dell`interruzione.  

 Per la giuridica configurabilita` di un`eredita` giacente ex art. 528 c. c. e per la connessa possibilita` di nomina di un curatore della stessa da parte del pretore del mandamento ove si e` aperta la successione, non e` necessario che sia certa l’esistenza di un chiamato all’eredita` il quale non l’abbia accettata e non sia nel possesso di beni ereditari, ma e` sufficiente che si ignori se il “de cuius” abbia eredi e se questi siano ancora in vita, e cio` fin quando, essendo acquisita la certezza della loro inesistenza, non ne derivi la posizione di erede dello stato. da vedere:[s68\01754] Successioni “mortis causa” – Disposizioni generali – Eredità giacente – In genere

Procedimento civile - Successione nel processo - A titolo universale - Morte della parte in corso di giudizio - Integrazione necessaria del contraddittorio nei confronti di tutti gli eredi - Sufficienza della chiamata all'eredità - Esclusione - Rinuncia all'eredità dei chiamati - Conseguenze - Obbligo d'integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri eredi - Onere d'individuazione delle parti - Omissione - Conseguenze - Inammissibilità del ricorso.
Procedimento civile – Successione nel processo – A titolo universale – Morte della parte in corso di giudizio – Integrazione necessaria del contraddittorio nei confronti di tutti gli eredi – Sufficienza della chiamata all’eredità – Esclusione – Rinuncia all’eredità dei chiamati – Conseguenze – Obbligo d’integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri eredi – Onere d’individuazione delle parti – Omissione – Conseguenze – Inammissibilità del ricorso.

La dichiarazione di giacenza dell’eredità, con conseguente nomina del curatore, postula unicamente, ai sensi dell’art.. 528 cod. civ., che il chiamato all’eredità non l’abbia accettata e non sia nel possesso di beni ereditari, mentre a nulla rileva che il patrimonio relitto consista di soli debiti, poiché anche in tal caso è necessario che di esso vi sia un custode ed amministratore (ossia il curatore), il quale tuteli gli interessi di tutti i chiamati, dal primo all’ultimo, eventuale e necessario (lo stato), sino alla devoluzione dell’eredità.

Impugnazioni civili -Impugnazioni in generale- Cause scindibili e inscindibili – Integrazione del contraddittorio in cause inscindibili – Decadenza dal termine – Rimessione in termini – Presupposti – Fattispecie.

Entro il termine per l’integrazione del contraddittorio in appello, di cui all’art. 331 cod. proc. civ., la parte che ne sia onerata deve non solo compiere il procedimento notificatorio, ma anche individuare il legittimo contraddittore. Versa, pertanto, in colpa grave, e non ha diritto alla rimessione in termini, la parte che, avendo ricevuto l’ordine di integrare il contraddittorio nei confronti di un’eredità giacente, e disponendo a tal fine di un congruo termine, ometta di attivarsi per promuovere la nomina del curatore, non potendo essa invocare a scusante la circostanza che spettasse ad altri provvedervi.

Procedimento civile – Successione nel processo – A titolo universale – Morte della parte in corso di giudizio – Integrazione necessaria del contraddittorio nei confronti di tutti gli eredi – Sufficienza della chiamata all’eredità – Esclusione – Rinuncia all’eredità dei chiamati – Conseguenze – Obbligo d’integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri eredi – Onere d’individuazione delle parti – Omissione – Conseguenze – Inammissibilità del ricorso.

In caso di morte di una parte nel corso del giudizio, i suoi successori a titolo universale sono tutti litisconsorti necessari quando abbiano acquistato la qualità di eredi per accettazione espressa o tacita non essendo sufficiente la semplice chiamata all’eredità. Deve, pertanto, ritenersi inammissibile il ricorso per cassazione ove non sia stato adempiuto l’ordine d’integrazione del contraddittorio disposto a seguito di rinuncia all’eredità dei precedenti chiamati, fondato sulla mera dichiarazione d’inesistenza di ulteriori eredi in quanto è onere delle parti provvedere all’individuazione degli eredi predetti e procedere, ove ne ricorrano i presupposti, alla nomina di un curatore dell’eredità giacente.

Il principio del contraddittorio, sancito dall’art. 101 cod. proc. civ., deve essere applicato anche ai procedimenti di volontaria giurisdizione, tutte le volte che sia identificabile un controinteressato; pertanto, il curatore dell’ereditàgiacente, per ottenere la liquidazione del compenso per l’incarico espletato, deve istituire il contraddittorio nei confronti degli obbligati al pagamento relativo, con la conseguenza che, qualora non ottemperi a ciò, il procedimento ed il provvedimento di liquidazione sono nulli ed improduttivi di effetti nei riguardi dei controinteressati non sentiti. Peraltro, essendo il provvedimento di liquidazione del compenso decisorio e definitivo, può essere impugnato con il ricorso per cassazione ex art. 111 Cost..

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Successioni ‘mortis causa’Bologna milano ravenna cesena Rimini  – Successione testamentaria – Esecutori testamentari –

Successioni ‘mortis causa’Bologna milano ravenna cesena Rimini  – Successione testamentaria

– Esecutori testamentari – Nomina – Esonero provvedimento emesso in sede di reclamo in tema di esonero di esecutore testamentario dal suo ufficio – Ricorso straordinario ex art. 111 cost. – Inammissibilità – Fondamento.

In tema di esonero dell’esecutore testamentario dal suo ufficio, in considerazione dell’espresso richiamo all’art. 710 c.c. contenuto nell’art. 750, ultimo comma, c.p.c., il provvedimento

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del presidente del tribunale è reclamabile davanti al presidente della corte d’appello e la decisione assunta da quest’ultimo non è impugnabile in cassazione con ricorso straordinario ex art. 111 Cost. Ai sensi dell’articolo 710 c.c, l’esecutore testamentario puo’ essere revocato (rectius esonerato) per gravi irregolarita’ nell’adempimento dei suoi obblighi, per inidoneita’ all’ufficio o per aver commesso azioni che ne menomii4a fiducia. Il procedimento per la revoca e’ regolato dall’articolo 750 c.p.c., in virtu’ del richiamo del quarto comma della medesima disposizione, che cosi’ recita:” le stesse forme si osservano nei casi previsti dall’articolo 708 c.c. e articolo 710 c.c., relativamente agli esecutori testamentari”.

In considerazione dell’espresso richiamo all’articolo 710 c.c., contenuto nell’articolo 750 c.p.c., u.c., il provvedimento del presidente del tribunale e’ reclamabile davanti al presidente della corte d’appello; la decisione assunta da quest’ultimo in sede di reclamo non e’ ricorribile in cassazione (Cassazione civile, sez. 6, 01/09/2014, n. 18468; Cass. civ., sez. 6, 26 novembre 2013 n. 26473; Cass. civ., sez. 2, 28 gennaio 2008 n. 1764)

L’esecutore testamentario è legittimato alle sole azioni relative all’esercizio del suo ufficio, finalizzato alla cura dell’esatta esecuzione delle disposizioni di ultima volontà del defunto (artt. 703 e 704 c.c.), sicché egli non è legittimato ad impugnare i negozi con i quali il defunto abbia disposto in vita dei propri beni.

Successioni “mortis causa” – Successione testamentaria – Esecutori testamentari – In genere – Diritto al compenso – Configurabilità – Esclusione – Gratuità dell’incarico – Sussistenza – Fondamento.

La gratuità dell’ufficio dell’esecutore testamentario nominato dal testatore,espressamente stabilita dall’art. 711 cod.civ. nonostante la probabile onerosità dell’attività, si giustifica con la possibilità per il soggetto che ne è investito di non accettare l’incarico,sottraendosi così ai relativi oneri, ovvero di espletarlo sopportandone le incombenze che vi sono connesse senza potere reclamare alcun compenso, a meno che questo non sia stato disposto dal testatore e salvo comunque il diritto di ripetere le spese sostenute per l’esercizio dell’ufficio.

L’esecutore testamentario, mentre è titolare iure proprio delle azioni, relative all’esercizio del suo ufficio, che trovano il loro fondamento ed il loro presupposto sostanziale nel suo incarico di custode e di detentore dei beni ereditari ovvero nella gestione, con o senza amministrazione, della massa ereditaria, è soltanto legittimato processuale, a norma dell’art.. 704 cod. civ., per quanto riguarda le azioni relative all’eredità, e cioè a diritti ed obblighi che egli non acquista o assume per sé, in quanto ricadenti direttamente nel patrimonio ereditario, pur agendo in nome proprio. In tale ultima ipotesi, in cui l’esecutore testamentario non è investito della legale rappresentanza degli eredi del de cuius, ma agisce in nome proprio, assume la figura di sostituto processuale, in quanto resiste a tutela di un diritto di cui sono titolari gli eredi, ma la sua chiamata in giudizio è necessaria ad integrare il contraddittorio.

 Con riguardo al giudizio gia` pendente in vita del defunto, e nel quale questi faceva valere crediti verso terzi, la legittimazione (dopo la sua interruzione) spetta a norma dell`art. 110 cod. proc. civ. esclusivamente agli eredi del defunto, senza alcuna deroga per l`ipotesi che sia nominato un esecutore testamentario (art. 700 cod. civ.), non rientrando tale controversia, volta ad incrementare l`attivo ereditario, tra le azioni relative all`ufficio dell`esecutoretestamentario, accanto a quelle dirette ad accertare i diritti successori delle parti e ad individuare le persone alle quali l`esecutore deve consegnare i beni e rendere i conti.   

In tema di legato obbligatorio, costituito nella specie dall’attribuzione ad un ente pubblico ospedaliero dei proventi della vendita di alcuni cespiti immobiliari, il trasferimento di tali beni dal “de cuius” agli eredi rappresenta un antecedente ineludibile della loro alienazione a terzi, necessaria ai fini dell’attuazione del legato, ancorchè il testatore abbia provveduto alla nomina di un esecutore testamentario, dato il carattere retroattivo dell’accettazione dell’eredità; in tale situazione, il valore dei beni non incide sull’imposta di successione a carico degli eredi, poichè i cespiti costituiscono al contempo attivo ereditario e passivo, divenendone il loro controvalore di realizzo un credito a favore dell’ente legatario – il quale invece è direttamente esente dalla predetta imposta ai sensi dell’art. 3 del d.lgs. 31 ottobre 1990, n. 346, avendo quale scopo esclusivo finalità di pubblica utilità – mentre sono dovute le imposte ipotecarie e catastali, difettando i presupposti soggettivi ed oggettivi di esenzione di cui agli artt.1 e 10 del d.lgs. 31 ottobre 1990, n. 347.

È configurabile un danno erariale arrecato allo Stato per la perdita di opere pittoriche di valore artistico, acquisite a titolo di legato da una galleria nazionale d’arte antica e illegittimamente restituite da parte del personale della predetta galleria all’esecutore testamentario. Tale responsabilità amministrativa è ascrivibile, a titolo di colpa grave, al funzionario responsabile del procedimento per l’indebita restituzione di opere d’arte, nonché al dirigente sul quale gravavano doveri di direzione e controllo sull’operato del funzionario, per il compimento di atti dispositivi, con effetti nella sfera giuridica di terzi, adottati con iniziativa affrettata e tenuto conto che gli stessi non presentavano caratteri di ordinarietà.

Illecita influenza sull’assemblea Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|29 aprile 2014| n. 17939 Persona giuridica – Società – Reati societari – Illecita influenza sull’assemblea – Atto di donazione – Rilevanza ai fini della configurabilità del reato – Condizioni – Fattispecie.   COSA INTEGRA il delitto di illecita influenza sull’assemblea ?  

Illecita influenza sull’assemblea Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|29 aprile 2014| n. 17939

Persona giuridica – Società – Reati societari – Illecita influenza sull’assemblea – Atto di donazione – Rilevanza ai fini della configurabilità del reato – Condizioni – Fattispecie.

 

COSA INTEGRA il delitto di illecita influenza sull’assemblea ?

 

Integrano il delitto di illecita influenza sull’assemblea le operazioni aventi l’effetto di creare una situazione artificiosa o fraudolenta funzionalmente strumentale al conseguimento di risultati che, costituendo violazioni di previsioni legali o statutarie, siano connotate dal crisma della illiceità e, di riflesso, si presentino come il frutto di indebite interferenze sulla regolare formazione delle delibere assembleari. Ne deriva che ai fini della illiceità di un atto di donazione, non è sufficiente limitarsi a valutare se sia prospettata una realtà giuridica diversa da quella effettiva ma è necessario – alla stregua di quanto richiesto dall’art. 2636 cod. civ. che considera rilevanti non solo gli atti simulati ma anche quelli fraudolenti, in via alternativa e non necessariamente cumulativa – verificarne anche la finalità perseguita, a prescindere dal significato strettamente economico della disposizione patrimoniale. (In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di appello ha affermato, in conferma della sentenza di primo grado, la responsabilità, ex art. 2636 cod. civ., nei confronti dell’amministratore ed azionista di controllo di una spa che aveva, nelle more della convocazione dell’assemblea richiesta dagli azionisti di minoranza per deliberare su un’eventuale azione di responsabilità a carico degli amministratori – disposto di buona parte delle proprie quote donandole alla moglie ed a una delle figlie, aggirando così l’esclusione dal voto dei soci amministratori e consentendo a queste ultime di votare sulla proposta azione di responsabilità). Circa la nozione di “atti simulati o fraudolenti”, sia la sentenza impugnata che i ricorsi presentati nell’interesse degli imputati invocano la pronuncia della Sezione Prima di questa Corte, n. 17854 del 03/03/2009 (rie. Di Pietro), offrendone una opposta lettura.

In quella occasione, si era osservato che “nell’analisi ricostruttiva della struttura della fattispecie ex articolo 2636 c.c., occorre tenere presente la segnalata relazione di continuita’ normativa esistente con la figura di reato delineata dal previgente articolo 2630 c.c., comma 1, n. 3), a norma del quale il reato poteva essere commesso con tre distinte modalita’ di condotta, vale a dire o valendosi di azioni o di quote non collocate, o facendo esercitare sotto altro modo il diritto di voto spettante alle azioni o quote intestate agli amministratori o, infine, utilizzando altri mezzi illeciti. Le diverse modalita’ di esternazione della condotta sono state sostituite nell’articolo 2636 c.c., dal compimento di atti simulati o fraudolenti al dichiarato fine di superare le interpretazioni divergenti affiorate nel vigore della precedente normativa, anche se il testo dell’innovazione legislativa non e’ riuscito a dissolvere tutte le ambiguita’ ermeneutiche e se una parte della dottrina ha considerato la nuova formulazione – per la sua elasticita’ – non pienamente rispondente al principio di legalita’ della legge penale a causa di un deficit di determinatezza e di tassativita’. Tra i commentatori della legislazione di riforma del diritto societario ha vasto seguito l’opinione secondo cui le nozioni di simulazione e di frode, che figurano nell’articolo 2636 c.c., non coincidono con le definizioni normative proprie del diritto civile, dovendo essere interpretate in modo autonomo per designare qualsiasi condotta che, producendo l’effetto della immutatio veri, risulti idonea ad offrire una falsa rappresentazione della realta’ e ad ingenerare l’inganno, ponendosi quale fattore di turbativa del regolare processo di formazione della volonta’ dell’assemblea”.

Muovendo dai presupposti accennati, e mostrando di aderire all’interpretazione appena riportata, la sentenza di Pietro aveva affermato che “non e’ ipotizzabile illecita influenza sull’assemblea ne’ puo’ parlarsi di atti simulati o fraudolenti al cospetto di attivita’ negoziali che, nell’ambito dell’autonomia riconosciuta ai privati dall’ordinamento, consentono di perseguire interessi meritevoli di tutela senza infrangere le prescrizioni poste dalla legge o dallo statuto per regolare la vita della societa’”; nel contempo, pero’, “la nozione di atti simulati contenuta nell’articolo 2636 c.c., non deve essere intesa in senso civilistico, ma deve essere inquadrata in una tipologia di comportamenti piu’ ampia, in cui sono compresi anche gli atti fraudolenti, e … il reato non puo’ ritenersi escluso per il solo motivo che nel caso di specie manca una simulazione vera e propria, nei termini regolati dal codice civile. … Per integrare la fattispecie criminosa ex articolo 2636 c.c., puo’ assumere rilevanza – in presenza degli ulteriori elementi costitutivi – anche una interposizione reale, e non fittizia, come pure un eventuale pactum fiduciae, dovendo esaminarsi le condotte in una prospettiva unitaria e globale al fine di verificare se sia stata realizzata una situazione fittizia o fraudolenta che, influendo sulla volonta’ dell’assemblea, ha reso possibile il conseguimento di risultati non vietati dalla legge e non consentiti dallo statuto della societa’”.

Il collegio ritiene di condividere pienamente i principi ora richiamati, del resto successivamente ribaditi da altra pronuncia di questa stessa Sezione (Cass., Sez. 5, n. 555 del 14/10/2011, Riggio). Il discrimine fra il lecito e l’illecito non puo’ che individuarsi nella valutazione della ragione obiettiva dell’atto: un conto e’ la legittima esplicazione dell’autonomia negoziale privata ai sensi dell’articolo 1322 c.c., ben altra cosa e’ trovarsi dinanzi – come si legge ancora nella sentenza Di Pietro – ad operazioni che “abbiano avuto l’effetto di creare una situazione artificiosa o fraudolenta funzionalmente strumentale al conseguimento di risultati che, costituendo violazione di previsioni legali o statutarie, siano connotati dal crisma della illiceita’ e, di riflesso, si presentino come il frutto di indebite interferenze sulla regolare formazione delle deliberazioni assembleari”.

In questa prospettiva, pertanto, la lettura di un atto di donazione ben puo’ e deve – contrariamente agli assunti della difesa del (OMISSIS) e dei suoi familiari – estendersi alla verifica della finalita’ perseguita, anche a prescindere dal significato strettamente economico della disposizione patrimoniale. E non e’ corretto sostenere che l’ambito di quella verifica – come argomentano i difensori del (OMISSIS) – dovrebbe pur sempre limitarsi a valutare se attraverso l’atto de quo sia stata prospettata una realta’ giuridica diversa da quella effettiva: una lettura in tal senso del dato normativo sarebbe giustificata qualora il legislatore si fosse limitato a richiedere la necessita’ di atti “simulati”, senza introdurre la possibilita’ che assumano rilievo – in via alternativa e non necessariamente cumulativa -anche atti “fraudolenti”. A mero titolo di esempio, per riprendere una casistica formulata in sede di commenti dottrinari, non vi e’ dubbio che convocare appositamente un’assemblea in tempi o luoghi tali da rendere oltremodo difficoltosa o addirittura impossibile la concreta partecipazione di tutti i soci ben potrebbe intendersi una condotta rilevante ai fini della ravvisabilita’ del reato di cui all’articolo 2636 c.c.: ma e’ parimenti innegabile che, in quel caso, la realta’ giuridica documentata dall’atto di convocazione dell’assemblea sarebbe conforme al vero.

Cio’ posto, la motivazione della sentenza impugnata da adeguatamente contezza degli esiti della verifica di cui si discute, anche alla luce degli accadimenti successivi alla donazione delle quote: assodato che gli equilibri della maggioranza assembleare, nell’aprile 2005, si erano venuti a modificare in termini decisivi, con i voti della (OMISSIS) (attraverso persona delegata) e di (OMISSIS) contrari all’esperimento di un’azione di responsabilita’ verso gli organi amministrativi, i giudici di merito evidenziano che dopo quelle date le azioni donate erano sostanzialmente rimaste nella disponibilita’ di (OMISSIS). Decisiva, a tacer d’altro, la circostanza che la stessa alienazione delle quote ad altro soggetto, cinque mesi piu’ tardi, fu il risultato di un accordo preliminare che era stato appunto (OMISSIS) a concludere – e sottoscrivere – con il legale rappresentante della societa’ avente causa, assumendo nell’occasione impegni non soltanto gravanti su di lui ma anche sui “suoi familiari”: perdendo cosi’ di significato concreto l’accertamento di quale destinazione ebbe il corrispettivo delle alienazioni in parola, che ben avrebbe potuto il (OMISSIS) lasciare nella disponibilita’ dei suoi congiunti (a quel punto, ma solo allora, in una eventuale prospettiva di suddivisione del patrimonio).

4. Gia’ sul piano dell’elemento materiale, tuttavia, si impone una netta diversificazione del ruolo assunto dal (OMISSIS) rispetto a quello dei coimputati.

E PERTANTO:

Integrano il delitto di illecita influenza sull’assemblea le operazioni aventi l’effetto di creare una situazione artificiosa o fraudolenta funzionalmente strumentale al conseguimento di risultati che, costituendo violazioni di previsioni legali o statutarie, siano connotate dal crisma della illiceità e, di riflesso, si presentino come il frutto di indebite interferenze sulla regolare formazione delle delibere assembleari. Ne deriva che ai fini della illiceità di un atto di donazione, non è sufficiente limitarsi a valutare se sia prospettata una realtà giuridica diversa da quella effettiva ma è necessario – alla stregua di quanto richiesto dall’art. 2636 cod. civ. che considera rilevanti non solo gli atti simulati ma anche quelli fraudolenti, in via alternativa e non necessariamente cumulativa – verificarne anche la finalità perseguita, a prescindere dal significato strettamente economico della disposizione patrimoniale. (In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di appello ha affermato, in conferma della sentenza di primo grado, la responsabilità, ex art. 2636 cod. civ., nei confronti dell’amministratore ed azionista di controllo di una spa che aveva, nelle more della convocazione dell’assemblea richiesta dagli azionisti di minoranza per deliberare su un’eventuale azione di responsabilità a carico degli amministratori – disposto di buona parte delle proprie quote donandole alla moglie ed a una delle figlie, aggirando così l’esclusione dal voto dei soci amministratori e consentendo a queste ultime di votare sulla proposta azione di responsabilità).

  AZIONE RESPONSABILITA’ SOCIETA’ DI CAPITALI AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA MILANO VENEZIA PADOVA VICENZA RAVENNA         In diritto, riguardo all’azione nei confronti degli organi gestori delle società a responsabilità limitata

AZIONE RESPONSABILITA’ SOCIETA’ DI CAPITALI AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA MILANO VENEZIA PADOVA VICENZA RAVENNA

 AMMISSIBILE L’AZIONE DI RESPONSABILITA’ DEI SOCI VERSO ORGANI SOCIALI NELLE SRL 

AMMISSIBILE L’AZIONE DEL CURATORE

il giudice deve respingere la domanda proposta dal curatore in luogo dei creditori sociali per il sopravvenuto venir meno della legittimazione del curatore medesimo, ma deve esaminare nel merito la sussistenza della responsabilità dei convenuti verso la società fallita, dal momento che il curatore continua ad essere legittimato ad esercitare quest’ultima azione” Trib. Napoli, 11/11/2004, Fall. soc. Aristide Nazareno C. Magliulo e altri , Foro It., 2005, 1, 2218; “A seguito della riforma del diritto societario, il curatore non è legittimato all’azione di responsabilità dei creditori sociali contro gli amministratori della S.r.l. fallita.” Trib. S. Maria Capua Vetere, 18/03/2005, Fallimento, 2006, 2, 190, nota di CONTE).

La giurisprudenza riportata manifesta, come avvertito dai più attenti interpreti, le difficoltà derivanti dalla nuova formulazione dell’art. 2476 c.c. a proposito dell’azione dei creditori sociali. 

Se, infatti, la legittimazione riconosciuta ai soci da tale disposizione – a proposito dell’esperimento del rimedio intitolato alla compagine nei confronti dell’organo gestorio della società a responsabilità limitata – sostanzialmente convince della persistenza nell’ordinamento della cosiddetta azione sociale e del diritto del curatore ad esperirla in ragione del generale effetto previsto nel primo comma dell’art. 43 L.F. R.D. n. 267/1942, per cui nelle controversie relative ai rapporti di diritto patrimoniale compresi nel fallimento è il curatore a stare in giudizio, l’assenza di ogni previsione nel contesto dell’art. 2476 c.c. rispetto all’azione dei creditori sociali lascia dubitare che l’ufficio fallimentare possa ancora fruire di tale rimedio.

La dottrina, dal suo canto, onde pervenire alla conclusione della mancata espunzione dall’ordinamento dello strumento, opera addirittura un richiamo alla cosiddetta azione surrogatoria, qualificando come tale l’azione risarcitoria nei confronti dell’amministratore di s.r.l. esperita dai creditori sociali ovvero dal curatore fallimentare. 

Ad avviso del Collegio risulta preferibile la tesi che ritiene persistente la legittimazione del curatore all’esperimento anche dell’azione dei creditori sociali: in particolare ritiene il Tribunale che alcuni argomenti militino a favore di un’interpretazione estensiva alle società a responsabilità limitata della disciplina dettata nei confronti degli amministratori delle SpA.


 

 

In diritto, riguardo all’azione nei confronti degli organi gestori delle società a responsabilità limitata, a seguito della riforma del d.lgs. 6/03 sussiste dibattito in merito alla sopravvivenza in capo al curatore fallimentare dell’azione sociale di responsabilità e dell’azione dei creditori sociali ( si veda in tema “L’art. 146 R.D. n. 267/1942 è norma speciale che, attraverso un rinvio per relationem, attribuisce al curatore del fallimento di una società di capitali la legittimazione esclusiva ad esercitare tutte le azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori e dei sindaci disciplinate dal codice civile, fatta eccezione per le azioni individuali dei terzi per i cd. danni diretti. Ne consegue che anche dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6 non è venuta meno la legittimazione del curatore all’esercizio in via esclusiva dell’azione dei creditori sociali della s.r.l.” Trib. Napoli, 12/05/2004, Fallimento GE.OL. s.r.l. C. D.L., in Società, 2005, 8, 1013, nota di CRISTIANO; “Anche a seguito della riforma del diritto societario, il curatore è legittimato in via esclusiva all’azione sociale di responsabilità ex art. 2476, terzo comma, c.c. nei confronti degli amministratori della S.r.l. fallita” Trib. Napoli, 10/01/2007, Fall. Bionectar S.r.l. C. G.G.R. e altri, Fallimento, 2007, 7, 844 Fallimento, 2007, 8, 948, nota di BOSTICCO; contra “Alla stregua della nuova disciplina della società a responsabilità limitata il curatore non è legittimato a far valere la responsabilità degli amministratori della s.r.l. fallita nei confronti dei creditori, con la conseguenza che – sopravvenuta la riforma durante il processo – il giudice deve respingere la domanda proposta dal curatore in luogo dei creditori sociali per il sopravvenuto venir meno della legittimazione del curatore medesimo, ma deve esaminare nel merito la sussistenza della responsabilità dei convenuti verso la società fallita, dal momento che il curatore continua ad essere legittimato ad esercitare quest’ultima azione” Trib. Napoli, 11/11/2004, Fall. soc. Aristide Nazareno C. Magliulo e altri , Foro It., 2005, 1, 2218; “A seguito della riforma del diritto societario, il curatore non è legittimato all’azione di responsabilità dei creditori sociali contro gli amministratori della S.r.l. fallita.” Trib. S. Maria Capua Vetere, 18/03/2005, Fallimento, 2006, 2, 190, nota di CONTE).

La giurisprudenza riportata manifesta, come avvertito dai più attenti interpreti, le difficoltà derivanti dalla nuova formulazione dell’art. 2476 c.c. a proposito dell’azione dei creditori sociali. 

Se, infatti, la legittimazione riconosciuta ai soci da tale disposizione – a proposito dell’esperimento del rimedio intitolato alla compagine nei confronti dell’organo gestorio della società a responsabilità limitata – sostanzialmente convince della persistenza nell’ordinamento della cosiddetta azione sociale e del diritto del curatore ad esperirla in ragione del generale effetto previsto nel primo comma dell’art. 43 L.F. R.D. n. 267/1942, per cui nelle controversie relative ai rapporti di diritto patrimoniale compresi nel fallimento è il curatore a stare in giudizio, l’assenza di ogni previsione nel contesto dell’art. 2476 c.c. rispetto all’azione dei creditori sociali lascia dubitare che l’ufficio fallimentare possa ancora fruire di tale rimedio.

La dottrina, dal suo canto, onde pervenire alla conclusione della mancata espunzione dall’ordinamento dello strumento, opera addirittura un richiamo alla cosiddetta azione surrogatoria, qualificando come tale l’azione risarcitoria nei confronti dell’amministratore di s.r.l. esperita dai creditori sociali ovvero dal curatore fallimentare. 

Ad avviso del Collegio risulta preferibile la tesi che ritiene persistente la legittimazione del curatore all’esperimento anche dell’azione dei creditori sociali: in particolare ritiene il Tribunale che alcuni argomenti militino a favore di un’interpretazione estensiva alle società a responsabilità limitata della disciplina dettata nei confronti degli amministratori delle SpA.

Il riferimento, nello specifico, alla previsione contenuta nell’art. 2486, II comma c.c., nella parte in cui attribuisce a tutti i creditori della srl l’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori per atti od omissioni da questi compiute agli obblighi di gestire la società ai soli fini di conservare l’integrità del patrimonio sino all’avvento dei liquidatori. Il riferimento, altresì, alla norma contenuta nell’art. 2497 c.c., nella parte in cui attribuisce sostanzialmente ai creditori della società etero diretta azione di responsabilità anche nei confronti degli amministratori di tutte le società di capitali che abbiano svolto etero direzione dell’altra.

In definitiva, onde consentire un’interpretazione della disciplina societaria non contrastante con gli artt. 3 e 24 della Costituzione, a proposito di una possibile ingiustificata diversità di tutela dei creditori sociali delle spa rispetto a quelli delle srl, ovvero una ingiustificata disparità di trattamento tra i creditori della srl attiva e di quella in liquidazione o etero diretta, conviene il Tribunale che si debba sostenere l’interpretazione estensiva dell’attuale dettato dell’art. 2394 c.c.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI NOLA

(Giudizio N. 2992/2008 RGACC – Oggetto: azione di responsabilità)

prima sezione civile nelle persone dei magistrati:

– dr. Enrico QUARANTA – Presidente – relatore ed estensore

– dr.ssa Ubalda MACRI’ – Giudice 

– dr.ssa Barbara DI TONTO – Giudice 

riunito in camera di consiglio all’udienza del 4 dicembre 2008 ha pronunziato la seguente 

SENTENZA

TRA

FALLIMENTO DI NEW XXXXX S.R.L. (98/04 – TRIBUNALE DI NOLA), in persona del curatore pro tempore, rag. P. P. Pincoxx, rappresentato e difeso dall’avv. … presso cui elettivamente domicilia in …., giusto provvedimento del G.D. del 22/3/2007 di autorizzazione alla lite, di nomina legale e di ammissione al patrocinio gratuito, nonché in virtù di mandato e procura a margine dell’atto citazione –attore-

NEI CONFRONTI DI

MEVIOX FZZZZ, nato a … ed ivi residente …. e domiciliato in …. -convenuto contumace-

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E CONCLUSIONI DELLE PARTI

Con atto di citazione notificato in data 20 marzo 2008, il Fallimento della Srl New XXXXX esponeva:

  1. a) che con sentenza del 29.10.2004 il Tribunale di Nola aveva dichiarato il fallimento di essa New XXXXX S.r.l., con sede in NNNNN (NA), alla Via …., in persona dell’amministratore e legale rappresentante p.t., sig. Meviox Fzzzz, nato a NNNNN (NA) il …., nominando la dr.ssa Fernanda Iannone quale giudice delegato ed il rag. P. P. Pincoxx quale curatore; 
  2. b) che a seguito della relazione di quest’ultimo, il giudice delegato aveva autorizzato l’esercizio dell’azione ex art. 146 l.f. nei riguardi dell’amministratore della fallita;
  3. c) che dall’esame del registro delle imprese emergeva che la New XXXXX S.r.l. era stata costituita in data 19 novembre 1998, con nomina di Meviox Fzzzz quale relativo amministratore a tempo indeterminato;
  4. d) che il comitato dei creditori aveva espresso parere favorevole all’esperimento del rimedio ai relativi danni, come autorizzato dal g.d.;
  5. e) che dall’esame della visura camerale emergeva che la fallita aveva quale oggetto sociale l’attività di “confezione di tessuti, capi di abbigliamento, biancheria, maglieria, articoli tessili in genere, tendaggi di qualsiasi natura e specie nonché trasformazione e stampaggio di tessuti“;
  6. f) che in data 5 novembre 2004 il curatore fallimentare si era recato presso la sede della società per effettuare l’inventario dei beni e della merce della fallita ove, alla presenza dell’amministratore Meviox Fzzzz, aveva rinvenuto attrezzature, merci e beni strumentali valutati complessivamente € 1.463,50;
  7. g) che dall’esame del bilancio fallimentare della fallita al 6 ottobre 2004, sottoscritto dal Massa e depositato dallo stesso amministratore in cancelleria del Tribunale di Nola in data 11 novembre 2004, si desumeva l’esistenza di immobilizzazioni materiali pari ad € 20.000,00 e di merci pari ad € 7.930,00, di talché si poteva concludere che convenuto era responsabile, nei confronti della società fallita e dei creditori sociali, della distruzione e/o distrazione e/o sottrazione e/o dissipazione e/o abbandono e/o occultamento e/o mancato ritrovamento di attrezzature e merci della fallita per un valore di € 26.466,50 pari alla differenza tra il valore delle attrezzature e merci della fallita indicate dall’amministratore nel bilancio fallimentare (= € 27.930,00) ed il valore delle attrezzature e merci della fallita ritrovate dal curatore in sede di inventario (= € 1.463,50);
  8. h) che dal verbale di deposito dell’11 novembre 2004 si desumeva che l’amministratore della fallita aveva depositato in Cancelleria le scritture contabili della fallita e precisamente il Libro dei Beni Ammortizzabili, il Libro Giornale, il Registro Inventari ed il Registro IVA Unificato;
  9. i) che dall’esame dei predetti documenti si rilevava l’inattendibilità delle scritture contabili della società, giacché: 1) le operazioni erano singolarmente regolate esclusivamente per cassa mentre la società risultava essere titolare di due conti correnti bancari aperti presso Banca Popolare Vesuviana e Banca Intesa; 2) dall’esame del Libro Giornale relativo all’anno 2003 emergeva che per tale anno la maggior parte degli incassi ed i pagamenti delle fatture risultavano registrati in un’unica soluzione al 31/12/2003 e, segnatamente, che nella sola giornata del 31/12/2003 venivano eseguiti pagamenti ai fornitori in contanti per € 233.055, incassate fatture per € 168.533 ed effettuato un prelevamento unico in banca per € 41.554; 3) dall’esame del Libro Giornale della fallita relativo all’anno 2004 emergeva, poi, che le fatture emesse risultavano tutte regolarmente incassate per contanti; 4) sempre dall’esame del Libro Giornale della fallita anno 2004 si desumevano contabilizzate come uscite le retribuzioni versate dalla fallita con la causale “Personale c/ Retribuzioni” per il totale importo di € 35.242,24, che faceva ritenere logicamente che la società avesse un solo lavoratore dipendente, 5) tuttavia dal medesimo Libro Giornale della fallita per l’anno 2004 si desumevano contabilizzate nello stesso anno, alla fine di ogni mese, uscite di cassa con l’indicazione generica di “Salari Operai” per un totale complessivo di € 50.100,00 e precisamente in data 31/01/2004 € 5.500,00, in data 28/02/2004 € 5.000,00, in data 31/03/2004 € 5.600,00, in data 30/4/2004 € 5.000,00, in data 31/05/2004 € 5.000,00, in data 30/6/2004 € 6.000,00, in data 31/7/2004 € 5,000,00, in data 31/8/2004 € 6.000,00, in data 30/9/2004 € 7.000,00; 6) dalla relazione del curatore emergeva a fronte che nell’anno 2004 il fatturato della fallita New XXXXX S.r.l. era stato pari solo ad € 42.983,00; 7) sempre dal Libro Giornale della fallita per l’anno 2004 si desumeva che in tale anno era stato fatturato e pagato dalla fallita l’ulteriore importo (IVA compresa) di € 25.170,84 per “lavorazioni eseguite da terzi”;
  10. l) che gli elementi forniti facevano ritenere che le uscite per salari pari a complessivi € 50.100,00 erano del tutto ingiustificate sia logicamente che contabilmente;
  11. m) che peraltro in data 23 gennaio 2008 era stato notificato al curatore fallimentare, quale parte offesa, l’Avviso di fissazione dell’udienza preliminare innanzi al GIP del Tribunale di Nola a seguito di richiesta del PM di rinvio a giudizio del convenuto sig. Meviox Fzzzz, imputato dei reati di cui agli artt. 216, l’ e 2° comma n. 1, 219, 223 R.D. 16/03/1942 n. 267 (legge fallimentare) perché “nella qualità di amministratore della società New XXXXX S.r.l. dichiarata fallita dal Tribunale di Nola con sentenza del 29.10.04, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, distraeva e/o occultava in tutto o in parte beni della società fallita -in particolare sottraeva dalle casse sociali la somma di 51.000,00 € risultante dalle scritture contabili apparentemente impiegata nel pagamento di salari ai dipendenti ma, in realtà, non giustificata dal numero di dipendenti risultati inquadrati né dal ricorso a manodopera esterna- nonché sottraeva e/o distruggeva in tutto o in parte le scritture contabili della società non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari della stessa“;
  12. n) che il convenuto aveva omesso di versare i contributi previdenziali ed assistenziali INPS previsti per legge, tale per cui i relativi importi risultavano iscritti a ruolo ed aver causato un’ammissione al passivo del fallimento della Gest Line Spa per conto INPS, per il complessivo importo di € 23.890,06 di cui una parte corrispondente a crediti INPS per mancato versamento di contributi, somme aggiuntive ed accessori per il complessivo importo di € 10.815,18: in particolare dalla cartella di pagamento n. 071 2005 00334607 44 allegata alla predetta ex art. 101 L.F. della Gest Line si desumeva che non erano stati versati da parte dell’amministratore della fallita contributi previdenziali all’INPS da settembre 2002 a dicembre 2003, che avevano determinato un credito verso la fallita di complessivi € 10.815,18 di cui € 4.136,44 per somme aggiuntive, per cui il predetto importo di € 4.136,44 rappresentava un ulteriore danno, subito dalla fallita e dalla massa dei creditori sociali, che non si sarebbe prodotto ove il convenuto amministratore avesse versato regolarmente i contributi previdenziali ed assi-stenziali;
  13. o) che in data 17 dicembre 2003 la New XXXXX S.r.l. era stata sottoposta a controllo incrociato da parte della Guardia di Finanza di NNNNN, con accertamento del fatto che fallita aveva effettuato nell’anno 2002 vendite senza l’emissione delle relative fatture a favore della ZZZZ sas di Ssss Aaaa con sede in …. per l’importo di € 10.249,50;
  14. p) che i verbalizzanti della Guardia di Finanza avevano accertato che l’autore della predetta violazione era il convenuto Meviox Fzzzz nella qualità di amministra­tore unico di New XXXXX Srl, ed in particolare che questi aveva commesso le seguenti vio­lazioni:

-omissione di contabilizzazione e dichiarazione di ricavi per € 10.249,50, in quanto a fronte della vendita di merce all’ingrosso non ha emesso la prescritta fattura, con violazione delle seguenti norme: art. 1 DPR n. 600 del 1973, art. 2, 1′ comma, DPR n. 322 del 1998, art. 1, T comma, Decreto Legislativo n. 471 del 1997;

-omissione di fatturazione relativa ad operazioni imponibili per l’importo di € 10.249,50 da cui è scaturita un’ IVA relativa pari ad € 2.049,90 con violazione delle seguenti norme: art. 21, comma 1, DPR n. 633 del 1972, art. 6, comma 1, Decreto Legislativo n. 471 del 1997;

-presentazione dichiarazione infedele IRAP per l’anno 2002 e omissione dell’imposta pari ad € 435,60 con violazione dell’art. 19 Decreto Legislativo n. 446 del 1997 , art. 3, I comma, DPR n. 322 del 1998, art. 32, 2° comma, Decreto Legislativo n. 446 del 1997;

  1. q) che in relazione alla predetta vendita senza fattura come accertato dalla Guardia di Finanza, poiché il predetto complessivo importo di € 12.299,40 (e cioè € 10.249,50 per ricavo imponibile + € 2.049,90 per IVA) non era stato contabilizzato e dichiarato nelle scritture contabili della fallita deve ritenersi logicamente che sia stato incassato direttamente dall’amministratore convenuto sig. Meviox Fzzzz in quanto sottratto dalle casse sociali;
  2. r) che la verifica della Guardia di Finanza aveva comportato, poi, un accertamento di imposte evase da parte dell’Agenzia delle Entrate, Ufficio di Nola: infatti a seguito di domanda ex art. 101 LF la Gest Line Spa in data 30/1/2007 era stata ammessa al passivo del Fallimento New XXXXX S.r.l. per il complessivo importo di € 23.890,06 di cui una parte corrispondente a crediti dell’Erario per mancato versamento di IVA, IRPEG, IRAP nonché per interessi e sanzioni pecuniarie per il complessivo importo di € 12.352,01; dalla cartella di pagamento n. …….78 allegata alla predetta domanda ex art. 101 L.F. si desumeva che non erano state versate da parte dell’amministratore della fallita le imposte IVA, IRPEG ed IRAP a seguito del predetto accertamento della Guardia di Finanza;
  3. s) che l’amministratore convenuto aveva omesso di consegnare al curatore fallimentare due mac­chine da cucire di proprietà della fallita in quanto dalla stessa acquistate: ed in particolare come si desumeva dalla fattura n. 577 del 31/7/2003 e relativo Documento di Trasporto n. 1131 del 2/7/2003 la New XXXXX S.r.l. aveva acquistato da 3C S.r.l. la macchina di cucire marca Durkopp matricola 271883762 per il prezzo di € 2.100,00 oltre IVA; inoltre come si desume dalla fattura n. 754 del 30/9/2003 e relativo Documento da Trasporto n. 1423 del 17/9/2003 la New XXXXX S.r.l. aveva, altresì, acquistato da 3C S.r.l. la macchina di cucire marca Durkopp matricola 271883757 per il prezzo di € 2.100,00 oltre IVA. Tale circostanza era stata accertata dal curatore fallimentare a seguito di sopralluogo eseguito a mezzo Guardia di Finanza, con l’autorizzazione del Giudice Delegato, nel corso del quale erano state rinvenute le predette macchine da cucire sottratte alla procedura fallimentare non ritrovate in sede di inventario;
  4. t) che il convenuto amministratore non si era mai presentato innanzi al curatore fallimentare a rendere l’interrogatorio previsto per legge.

Alla luce di quanto allegato, concludeva per la condanna di Meviox Fzzzz ai sensi degli artt. 2392, 2393, 2394 e 2476 c.c. al pagamento dello sbilancio fallimentare, pari ad € 116.930,47, ovvero a quella diversa somma – maggiore o minore – ritenuta equa e giusta, oltre interessi e rivalutazione monetaria dal fallimento. In via istruttoria, per l’ammissione d’interrogatorio formale sulle circostanze capitolate e di ctu contabile diretta alla quantificazione del danno.

Non si costituiva in giudizio il convenuto.

Con istanza dell’11 giugno 2008 il fallimento richiedeva la fissazione dell’udienza di discussione.

Con decreto del 17 luglio 2008, emesso dal G.D. dott. Quaranta, veniva fissata l’udienza collegiale per la discussione della causa, con il rigetto delle richieste di CTU e dei mezzi istruttori formulati dall’istante, e con invito alle parti al deposito, sino a cinque giorni prima della stessa udienza fissata, di memorie conclusionali.

Nel contesto dell’udienza così fissata al 4 dicembre 2008, il Tribunale riservava la causa a sentenza, con termini di gg. 30 per il deposito della motivazione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

In linea preliminare va dichiarata la contumacia del convenuto Meviox Fzzzz, citato ritualmente e non costituito.

In diritto, riguardo all’azione nei confronti degli organi gestori delle società a responsabilità limitata, a seguito della riforma del d.lgs. 6/03 sussiste dibattito in merito alla sopravvivenza in capo al curatore fallimentare dell’azione sociale di responsabilità e dell’azione dei creditori sociali ( si veda in tema “L’art. 146 R.D. n. 267/1942 è norma speciale che, attraverso un rinvio per relationem, attribuisce al curatore del fallimento di una società di capitali la legittimazione esclusiva ad esercitare tutte le azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori e dei sindaci disciplinate dal codice civile, fatta eccezione per le azioni individuali dei terzi per i cd. danni diretti. Ne consegue che anche dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6 non è venuta meno la legittimazione del curatore all’esercizio in via esclusiva dell’azione dei creditori sociali della s.r.l.” Trib. Napoli, 12/05/2004, Fallimento GE.OL. s.r.l. C. D.L., in Società, 2005, 8, 1013, nota di CRISTIANO; “Anche a seguito della riforma del diritto societario, il curatore è legittimato in via esclusiva all’azione sociale di responsabilità ex art. 2476, terzo comma, c.c. nei confronti degli amministratori della S.r.l. fallita” Trib. Napoli, 10/01/2007, Fall. Bionectar S.r.l. C. G.G.R. e altri, Fallimento, 2007, 7, 844 Fallimento, 2007, 8, 948, nota di BOSTICCO; contra “Alla stregua della nuova disciplina della società a responsabilità limitata il curatore non è legittimato a far valere la responsabilità degli amministratori della s.r.l. fallita nei confronti dei creditori, con la conseguenza che – sopravvenuta la riforma durante il processo – il giudice deve respingere la domanda proposta dal curatore in luogo dei creditori sociali per il sopravvenuto venir meno della legittimazione del curatore medesimo, ma deve esaminare nel merito la sussistenza della responsabilità dei convenuti verso la società fallita, dal momento che il curatore continua ad essere legittimato ad esercitare quest’ultima azione” Trib. Napoli, 11/11/2004, Fall. soc. Aristide Nazareno C. Magliulo e altri , Foro It., 2005, 1, 2218; “A seguito della riforma del diritto societario, il curatore non è legittimato all’azione di responsabilità dei creditori sociali contro gli amministratori della S.r.l. fallita.” Trib. S. Maria Capua Vetere, 18/03/2005, Fallimento, 2006, 2, 190, nota di CONTE).

La giurisprudenza riportata manifesta, come avvertito dai più attenti interpreti, le difficoltà derivanti dalla nuova formulazione dell’art. 2476 c.c. a proposito dell’azione dei creditori sociali. 

Se, infatti, la legittimazione riconosciuta ai soci da tale disposizione – a proposito dell’esperimento del rimedio intitolato alla compagine nei confronti dell’organo gestorio della società a responsabilità limitata – sostanzialmente convince della persistenza nell’ordinamento della cosiddetta azione sociale e del diritto del curatore ad esperirla in ragione del generale effetto previsto nel primo comma dell’art. 43 L.F. R.D. n. 267/1942, per cui nelle controversie relative ai rapporti di diritto patrimoniale compresi nel fallimento è il curatore a stare in giudizio, l’assenza di ogni previsione nel contesto dell’art. 2476 c.c. rispetto all’azione dei creditori sociali lascia dubitare che l’ufficio fallimentare possa ancora fruire di tale rimedio.

La dottrina, dal suo canto, onde pervenire alla conclusione della mancata espunzione dall’ordinamento dello strumento, opera addirittura un richiamo alla cosiddetta azione surrogatoria, qualificando come tale l’azione risarcitoria nei confronti dell’amministratore di s.r.l. esperita dai creditori sociali ovvero dal curatore fallimentare. 

Ad avviso del Collegio risulta preferibile la tesi che ritiene persistente la legittimazione del curatore all’esperimento anche dell’azione dei creditori sociali: in particolare ritiene il Tribunale che alcuni argomenti militino a favore di un’interpretazione estensiva alle società a responsabilità limitata della disciplina dettata nei confronti degli amministratori delle SpA.

Il riferimento, nello specifico, alla previsione contenuta nell’art. 2486, II comma c.c., nella parte in cui attribuisce a tutti i creditori della srl l’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori per atti od omissioni da questi compiute agli obblighi di gestire la società ai soli fini di conservare l’integrità del patrimonio sino all’avvento dei liquidatori. Il riferimento, altresì, alla norma contenuta nell’art. 2497 c.c., nella parte in cui attribuisce sostanzialmente ai creditori della società etero diretta azione di responsabilità anche nei confronti degli amministratori di tutte le società di capitali che abbiano svolto etero direzione dell’altra.

In definitiva, onde consentire un’interpretazione della disciplina societaria non contrastante con gli artt. 3 e 24 della Costituzione, a proposito di una possibile ingiustificata diversità di tutela dei creditori sociali delle spa rispetto a quelli delle srl, ovvero una ingiustificata disparità di trattamento tra i creditori della srl attiva e di quella in liquidazione o etero diretta, conviene il Tribunale che si debba sostenere l’interpretazione estensiva dell’attuale dettato dell’art. 2394 c.c.

Di tale conclusione pare essersi convinto anche il legislatore della riforma ex d.lgs. 5/2006, nella parte in cui ha rivisitato l’art. 146 l.f., nella parte in cui legittima il curatore all’esperimento di ogni rimedio ritenuto applicabile tra l’altro agli amministratori delle società fallita. 

V’è poi da rilevare che il primo comma dell’originario art. 2394 c.c. attribuiva ai creditori sociali un vero e proprio diritto sostanziale, non una semplice legittimazione ad agire. 

Tale rilievo importa che debba analizzarsi, ai fini in discorso, la tematica della successione delle leggi in campo sostanziale. In proposito “ Il principio dell’irretroattività della legge comporta che la legge nuova non possa essere applicata, oltre che ai rapporti giuridici esauriti prima della sua entrata in vigore, a quelli sorti anteriormente ed ancora in vita se, in tal modo, si disconoscano gli effetti già verificatisi del fatto passato o si venga a togliere efficacia, in tutto o in parte, alle conseguenze attuali e future di esso. Lo stesso principio comporta, invece, che la legge nuova possa essere applicata ai fatti, agli “status” e alle situazioni esistenti o sopravvenute alla data della sua entrata in vigore, ancorché conseguenti ad un fatto passato, quando essi, ai fini della disciplina disposta dalla nuova legge, debbano essere presi in considerazione in se stessi, prescindendosi totalmente dal collegamento con il fatto che li ha generati, in modo che resti escluso che, attraverso tale applicazione, sia modificata la disciplina giuridica del fatto generatore.”. (così Cassazione civile, sez. lav., 28 settembre 2002, n. 14073, Di Crosta c. Enpaf, Giust. civ. Mass. 2002, 1743).

Il fatto che qui si controverta in parte su comportamenti precedenti all’entrata in vigore della riforma societaria pare fuor di dubbio.

Pertanto, assumendo il curatore fallimentare le azioni di responsabilità già preesistenti all’apertura della procedura, può dirsi come in ogni caso qui ricorra la legittimazione della curatela anche per il rimedio di cui all’art. 2394 c.c. ante riforma nei confronti dell’amministratore della New XXXXX S.r.l.

Ciò premesso, l’azione ex art. 146 l.f. presenta natura inscindibile ed unitaria, in quanto cumula le due possibili forme di tutela previste per la società e per i creditori le quali si trasferiscono, con l’apertura del fallimento, in capo al curatore. 

L’azione dal medesimo esercitata non rappresenta quindi un tertium genus, potendo fondarsi su presupposti sia dell’una che dell’altra azione, fermo il rispetto delle regole e degli oneri probatori inerenti a ciascuna ( così, tra gli altri, Cass. 22 ottobre 1998, n. 10488; Trib. Padova, Sez. I, 23/11/2000, Fall. N. s.r.l. C. C. L. e altri, Mass. Giur. Civ. Patavina, 2006).

A fronte di tale impostazione, tuttavia, permane la considerazione dottrinaria per cui le azioni, pur esercitate cumulativamente e inscindibilmente, mantengono le loro rispettive discipline; ciò, invero, non pare negato neppure dall’arresto della S.C. richiamato, in cui risulta rimessa alla scelta del curatore di avvalersi dei presupposti dell’azione contrattuale ovvero di quella extracontrattuale. 

A proposito del danno imputabile alle evidenziate illegittime condotte, va evidenziato come “in sede di giudizio di responsabilità, nel determinare l’entità del danno imputabile all’illegittima condotta di amministratori o sindaci di società fallite o sottoposte ad altre analoghe procedure concorsuali, il criterio dell’identificazione automatica con la differenza tra attività e passività accertate in sede concorsuale è concettualmente insostenibile. Tale criterio differenziale, peraltro, può essere utilizzato in guisa di parametro cui ancorare una liquidazione equitativa ai sensi dell’articolo 1226 del c.c., una volta accertata l’impossibilità di ricostruire i dati in modo così analitico da individuare le conseguenze dannose dei singoli atti illegittimi. Affinché tale criterio sia legittimamente utilizzato dal giudice di merito, questi deve fornire una puntuale motivazione in ordine non soltanto all’effettiva impossibilità di addivenire a una ricostruzione degli specifici effetti pregiudizievoli procurati al patrimonio sociale dall’illegittimo comportamento degli organi sociali, ciascuno, ove occorra, distintamente valutato, ma anche alla plausibilità logica, in rapporto alle specifiche caratteristiche del caso in esame, dell’imputazione causale a detto comportamento dell’intero sbilancio patrimoniale della società quale accertato a distanza di tempo in sede concorsuale” (Cass. civ., Sez. I, 15/02/2005, n. 3032, Giordano C. Centrale compagnia assicurazioni riassicurazioni s.p.a. e altri , Guida al Diritto, 2005, 12, 55; in conformità Cass. civ., Sez. I, 08/02/2005, n. 2538 Giordano C. Columbia compagnia assicurazioni e riassicurazioni s.p.a. Mass. Giur. It., 2005, Giur. It., 2005, 1637, nota di IOZZO, CED Cassazione, 2005; nella giurisprudenza di merito vedi: “Nell’azione di responsabilità nei confronti di amministratori e sindaci della società fallita il danno va quantificato in relazione alle conseguenze dirette e immediate delle singole violazioni riscontrate, cioè con riferimento al concreto pregiudizio che ciascun atto di “mala gestio” ha comportato, mentre il criterio della quantificazione in via presuntiva nella differenza tra attivo e passivo è utilizzabile solo nel caso in cui l’amministratore si trovi nell’impossibilità di procedere alla ricostruzione delle vicende societarie per la mancanza o la inattendibilità delle scritture contabili.” Trib. Napoli, 22/01/2002, Fall. Soc. Pascal ombrellificio C. Filisdeo e altri, Giur. napoletana, 2002, 191).

Ricorre nella fattispecie proprio l’impossibilità della ricostruzione delle vicende societarie, per la frammentazione e l’inattendibilità delle scritture contabili della fallita.

Il fallimento evidenzia una serie di profili che inducono alla superiore conclusione.

In primo luogo, atteso il documentato deposito in cancelleria in data 11 novembre 2004 da parte dell’amministratore della fallita del Libro dei Beni Ammortizzabili, del Libro Giornale, del Registro Inventari e del Registro IVA Unificato, nonché del bilancio fallimentare, la curatela ha sottolineato e comprovato anzitutto la discrasia tra il valore delle immobilizzazioni e rimanenze di bilancio, stimate in € 27.930,00 ed il valore delle attrezzature e merci della fallita ritrovate dal curatore in sede di inventario, pari ad € 1.463,50.

Invero il tenore della differenza risulta tale da non potere essere giustificato solamente dalla valutazione prudenziale dei beni operata dagli organi fallimentari in ragione della destinazione dei medesimi alla liquidazione forzata. 

D’altro canto il fallimento ha correttamente evidenziato che inspiegabilmente le operazioni della fallita risultavano dalla scritture regolate esclusivamente per cassa, pur essendo la compagine intestataria di conti correnti bancari aperti presso Banca Popolare Vesuviana e Banca Intesa.

Di poi l’istante ha messo in risalto l’assoluta peculiarietà delle registrazioni operate sul Libro Giornale relativo all’anno 2003, invero avvenute sostanzialmente tutte per incassi e pagamenti delle fatture alla data 31/12/2003

Il fallimento, inoltre, ha fatto emergere l’inattendibilità delle voci del Libro Giornale della fallita anno 2004 quanto alle uscite per retribuzioni versate dalla con la causale “Personale c/ Retribuzioni” per il totale importo di € 35.242,24; in particolare ha messo in rilievo l’incongruenza del dato con quella riguardante le complessive uscite di cassa con l’indicazione generica di “Salari Operai” operate mensilmente – per un totale complessivo di € 50.100,00 – con l’ammontare del fatturato di periodo della società – pari a solo € 42.983,00 – e con le iscrizioni del Libro Giornale dell’ulteriore importo (IVA compresa) di € 25.170,84 per “lavorazioni eseguite da terzi”.

La distonia delle voci in esame, del resto, ha indotto l’indagine penale a carico dello stessa Meviox, esitata con fissazione dell’udienza preliminare innanzi al GIP del Tribunale di Nola a seguito di richiesta del PM di rinvio a giudizio del predetto quale imputato dei reati di cui agli artt. 216, l’ e 2° comma n. 1, 219, 223 R.D. 16/03/1942 n. 267 (legge fallimentare) perché “nella qualità di amministratore della società New XXXXX S.r.l. dichiarata fallita dal Tribunale di Nola con sentenza del 29.10.04, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, distraeva e/o occultava in tutto o in parte beni della società fallita -in particolare sottraeva dalle casse sociali la somma di 51.000,00 € risultante dalle scritture contabili apparentemente impiegata nel pagamento di salari ai dipendenti ma, in realtà, non giustificata dal numero di dipendenti risultati inquadrati né dal ricorso a manodopera esterna- nonché sottraeva e/o distruggeva in tutto o in parte le scritture contabili della società non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari della stessa“.

L’esame degli atti prodotti dalla procedura consente di ritenere dimostrati anche gli addebiti riguardanti l’omesso versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali INPS previsti per legge, fonte di danno alla massa consistente nell’ammissione al passivo della Gest Line Spa anche per € 4.136,44 a titolo di somme aggiuntive.

Sempre l’allegazione attorea manifesta il danno prodotto dal convenuto in virtù della vendita a nero accertata da parte della Guardia di Finanza di San NNNNN, come effettuata nell’anno 2002 a favore della ZZZZ sas di Ssss Aaaa con sede in …….. per l’importo di € 10.249,50; la curatela ha in particolare dimostrato precisamente il pregiudizio arrecato con tale condotta, consistito nell’aggravio del passivo fallimentare a seguito di domanda ex art. 101 LF la Gest Line Spa del 30/1/2007, ammessa per il complessivo importo di € 23.890,06 di cui una parte corrispondente a crediti dell’Erario per mancato versamento di IVA, IRPEG, IRAP nonché per interessi e sanzioni pecuniarie per il complessivo importo di € 12.352,01.

Infine la procedura ha documentato della sottrazione di beni acquistati dalla fallita con fattura n. 577 del 31/7/2003 e relativo Documento di Trasporto n. 1131 del 2/7/2003 per il prezzo di € 2.100,00 oltre IVA, nonché con fattura n. 754 del 30/9/2003 e relativo Documento di Trasporto n. 1423 del 17/9/2003.

In definitiva, l’esame documentale svolto manifesta che l’amministratore della New XXXXX si è indotto a comportamenti violativi degli obblighi di legge che hanno cagionato diretti pregiudizi alla massa; tra le condotte da sanzionare, tuttavia, emerge quella preponderante della sostanziale irregolare tenuta delle scritture della fallita.

Quest’ultima, rendendo impossibile una precisa verifica dell’ammontare dei danni prodotti dal Meviox nella qualità, ne fa ritenere equa la condanna al risarcimento di un importo pari allo sbilancio fallimentare.

Costituendo un debito di valore, sullo stesso “ va riconosciuto il cumulo della rivalutazione monetaria e degli interessi legali, l’una e gli altri assolvendo a funzioni diverse, giacché la prima mira a ripristinare la situazione patrimoniale del danneggiato ponendolo nella condizione in cui si sarebbe trovato se l’inadempimento non si fosse verificato, mentre i secondi hanno natura compensativa; ne consegue che le due misure sono giuridicamente compatibili e che, pertanto, sulla somma risultante dalla rivalutazione debbono essere corrisposti gli interessi, il cui calcolo va effettuato con riferimento ai singoli momenti in relazione ai quali la somma s’incrementa nominalmente, in base agli indici prescelti di rivalutazione monetaria ovvero ad un indice medio” (Cassazione civile, sez. II, 1 luglio 2002, n. 9517, Soc. Edilsider c. Soc. Imp. Binda e co. Giust. civ. Mass. 2002, 1144).

La rivalutazione, in particolare, andrà calcolata a decorrere dal fallimento, calcolandosi l’interesse legale sulla somma periodicamente rivalutata.

Le spese seguono la soccombenza e vanno poste a carico del convenuto, pur con anticipazione da parte dell’erario.

PQM

Il Tribunale di Nola, prima sezione civile, pronunziando in via definitiva sull’azione promossa dal FALLIMENTO DI NEW XXXXX S.R.L. (98/04 – TRIBUNALE DI NOLA) nei confronti di MEVIOX FZZZZ, nato a … NNNNN (NA) il ….., disattesa ogni ulteriore istanza, difesa o eccezione, così provvede:

– dichiara la contumacia di MEVIOX FZZZZ, nato a NNNNN (NA) il ….;

– accoglie la domanda e, per l’effetto, dichiara MEVIOX FZZZZ, nato a NNNNN (NA) il ….. tenuto al risarcimento del danno nei confronti del FALLIMENTO DI NEW XXXXX S.R.L. (98/04 – TRIBUNALE DI NOLA), condannandolo al pagamento in favore dell’attore dell’importo di € 116.930,47, oltre rivalutazione dalla data del fallimento ed interessi legali sulla somma annualmente rivalutata;

– condanna il convenuto alla rifusione delle spese di causa – liquidate con separato provvedimento a norma dell’art. 82 del d.p.r. 115/2002 e con anticipazione a carico dell’Erario – disponendo che il relativo pagamento sia eseguito in favore dello Stato.

Così deciso, nella camera di consiglio del 4.12.2008.

Il Presidente Estensore

(Dr. Enrico Quaranta)

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RESPONSABILITA’ AMMINISTRATORI SRL MILANO PADOVA VERONA BOLOGNA  Tribunale|Milano|Sezione 8|Civile|Sentenza|25 ottobre 2006| n. 11654 Societa’ – A responsabilita’ limitata – Amministratori – Azione di responsabilità – Legittimazione attiva – Singolo socio in via esclusiva – Spettanza – Fondamento

RESPONSABILITA’ AMMINISTRATORI SRL MILANO PADOVA VERONA BOLOGNA  Tribunale|Milano|Sezione 8|Civile|Sentenza|25 ottobre 2006| n. 11654

Societa’ – A responsabilita’ limitata – Amministratori – Azione di responsabilità – Legittimazione attiva – Singolo socio in via esclusiva – Spettanza – Fondamento

RESPONSABILITA’ AMMINISTRATORI SRL MILANO PADOVA VERONA BOLOGNA  Tribunale|Milano|Sezione 8|Civile|Sentenza|25 ottobre 2006| n. 11654 Societa’ – A responsabilita’ limitata – Amministratori – Azione di responsabilità – Legittimazione attiva – Singolo socio in via esclusiva – Spettanza – Fondamento

RESPONSABILITA’ AMMINISTRATORI SRL MILANO PADOVA VERONA BOLOGNA  Tribunale|Milano|Sezione 8|Civile|Sentenza|25 ottobre 2006| n. 11654 Societa’ – A responsabilita’ limitata – Amministratori – Azione di responsabilità – Legittimazione attiva – Singolo socio in via esclusiva – Spettanza – Fondamento

Secondo il collegio lombardo, infatti, il sistema introdotto dalla novella ha inteso sostanzialmente ragguagliare la disciplina dettata per le società a responsabilità limitata a quelle delle società di persone, così discostandosi dai sistematici rinvii tra società per azioni (s.p.a.) e società a responsabilità limitata (s.r.l.) di cui alla previgente normativa, differenziandole dalla disciplina prevista per le società azionarie. Ove tale comparazione il Legislatore ha inteso mantenere, lo ha indicato espressamente facendo espressi ed inequivoci richiami alle norme dettate per le s.p.a., indicando la applicabilità di singole disposizioni normative previste per queste anche alle s.r.l. In definitiva, conclude la sentenza, la norma in esame prevede la legittimazione del singolo socio all’esperimento dell’azione di responsabilità, indipendentemente dalla quota sociale di cui sia titolare, in via autonoma ed esclusiva: in altri termini, conclude la pronuncia, secondo il Legislatore, anche il socio di una sola quota sociale è titolare del potere di azionare l’azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore, a tutela dell’interesse della società che egli assume danneggiato, fatto salvo comunque l’onere delle spese processuali.

 

Reputa il Tribunale che la legittimazione all’esercizio dell’azione di responsabilità dell’amministratore come attualmente disciplinata dalla norma novellata di cui all’art. 2476 c.c. sia attribuita in via esclusiva in capo al singolo socio, a prescindere dalla quota di capitale di cui egli sia titolare, e che essa -correlativamente- sia invece sottratta all’autonomia della società ed alla conseguente deliberazione della maggioranza assembleare.

Considera il Tribunale che il sistema introdotto dalla Novella ha inteso sostanzialmente ragguagliare la disciplina dettata per le società a responsabilità a quelle delle società di persone, così discostandosi dai sistematici rinvii fra s.p.a. e s.r.l. di cui alla previgente normativa, differenziandole dalla disciplina prevista per le società per azioni. Ove tale comparazione il Legislatore ha inteso mantenere, lo ha indicato espressamente facendo espressi ed in equivoci richiami alle norme dettate per le s.p.a., indicando la applicabilità di singole disposizioni normative previste per queste anche alle s.r.l.. In ogni altro caso, per l’impostazione complessiva e generale del sistema societario, invece, il legislatore ha instaurato per le società a responsabilità limitata un regime autonomo, a sé proprio, non automaticamente comprabile a quello per le altre società di capitali.

La norma, reputa il Tribunale, prevede, infatti, la legittimazione del singolo socio all’esperimento dell’azione di responsabilità, indipendentemente dalla quota sociale di cui sia titolare, in via autonoma ed esclusiva. Il socio di una sola quota sociale, secondo il legislatore, è cioè titolare del potere di azionare l’azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore, a tutela dell’interesse della società che egli assume danneggiato, salvo assumersene l’onere delle spese processuali

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Tribunale di Milano

Ottava sezione

Il collegio composto dai sig.ri magistrati:

Dott. F. CIAMPI – Presidente

Dott. GEMMA GUALDI – Giudice rel.

Dott. A. DAL MORO – Giudice

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

nella causa civile di primo grado di cui in epigrafe promossa da:

Le.Da. s.r.l., nella persona del legale rappresentante quale presidente del consiglio di amministrazione Ca.El. elettivamente domiciliata in Mi., già presso e nello studio dell’avv. Fr.De., che la rappresentavano e difendevano unitamente all’avv. Gu.To. del foro di Pavia, che peraltro hanno entrambi rinunciato al mandato;

Avvocato matrimonialista Bologna, ma il figlio che non lavora va mantenuto? Pare di si secondo la cassazione Civile, sentenza 6 marzo – 9 maggio 2013, n. 11020
Avvocato matrimonialista Bologna, ma il figlio che non lavora va mantenuto? Pare di si secondo la cassazione Civile, sentenza 6 marzo – 9 maggio 2013, n. 11020

ATTORE

Contro

Ma.Lo., quale membro del consiglio di amministrazione della predetta società, elettivamente domiciliata in Mi., in via Va.Se. (…), presso lo studio dell’avv. Ca.To., che la rappresenta e difende unitamente all’avv. Fe.Od.;CONVENUTA

Oggetto: azione di responsabilità nei confronti di amministratore di società a responsabilità limitata.

All’odierna udienza si celebrava la discussione della causa, in cui il procuratore di parte convenuta come sopra rappresentata e difesa concludeva conformemente alle proprie richieste scritte. Nessuno era presente per parte attrice nonostante la notificazione del decreto di fissazione dell’udienza ed il tempestivo avviso dei precedenti difensori dell’avvenuta rinuncia al mandato.

Ascoltata la relazione del Giudice Gemma Gualdi, il Tribunale così deliberava.

MOTIVAZIONE

La questione preliminare.

Osserva innanzitutto il Collegio che non risulta fondata la questione preliminare avanzata da parte convenuta, con la conseguente inammissibilità delle questioni preliminari in essa avanzate.

Deduce, infatti, la convenuta la asserita invalidità della procura alle liti apposta a margine dell’atto di citazione, per esser stata rilasciata dalla persona fisica di El.Ca., senza l’espressa indicazione in tale contesto del proprio ruolo di legale rappresentante della società attrice. In contraddizione, questo, con quanto invece apposto in epigrafe all’atto di citazione, che la specifica quale “legale rappresentante di Le.Da. s.r.l. giusti i poteri conferiti con delibera assembleare del 18.10.2004”, e ciò anche alla luce della omessa comprova in atti dell’esatto ruolo e carica rivestita in allora ed attualmente dalla stessa all’interno dell’organigramma sociale.

Reputa il Tribunale di dover senz’altro rigettare la questione preliminare, come ampiamente del resto argomenta parte attrice in sede di memoria di replica ex art. 6, II c., D.L.vo 5/03, depositata il 10.11.2005 che qui integralmente si richiama sul punto (come previsto dall’art. 16 l. cit. in ordine al rinvio del Giudice agli atti di parte).

Basti qui riassumere quanto segue:

– mai controparte ha contestato che El.Ca. abbia manu propria sottoscritto la procura alle liti;

– ella risulta presidente del consiglio di amministrazione della società attrice;

– come tale è stata espressamente qualificata in sede dì intestazione dell’atto di citazione;

– ella è altresì legale rappresentante della società per la predetta carica unitamente ai poteri all’uopo specificamente conferitile dalla delibera assembleare del 18.10.2004;

– vi sono prodotti in atti tutti i documenti necessari e sufficienti a provare tale suo titolo.

Superata, pertanto, la questione così posta, occorre passare alla disamina della legittimazione attiva in capo alla società, argomento pur ampiamente sollecitato dal Giudice relatore in sede di decreto di fissazione d’udienza come degno di trattazione ed approfondimento. Il Collegio conferma oggi le osservazioni di cui al decreto, anche in punto completezza del quadro probatorio già documentalmente fornito.

Questioni di ammissibilità: la legittimazione attiva della società.

La domanda di responsabilità esercitata nei confronti del proprio amministratore avanzata dalla stessa società a responsabilità limitata -per le condotte di cui all’annualità già disciplinata dal nuovo rito societario – risulta inammissibile per carenza di legittimazione attiva.

Ragiona innanzitutto il Tribunale con riferimento all’articolo 2476 c.c. pertinente all’azione esercitata per le asserite condotte di mala gestio ricomprese nella sfera applicativa del nuovo rito societario.

Reputa il Tribunale che la legittimazione all’esercizio dell’azione di responsabilità dell’amministratore come attualmente disciplinata dalla norma novellata di cui all’art. 2476 c.c. sia attribuita in via esclusiva in capo al singolo socio, a prescindere dalla quota di capitale di cui egli sia titolare, e che essa -correlativamente- sia invece sottratta all’autonomia della società ed alla conseguente deliberazione della maggioranza assembleare.

Considera il Tribunale che il sistema introdotto dalla Novella ha inteso sostanzialmente ragguagliare la disciplina dettata per le società a responsabilità a quelle delle società di persone, così discostandosi dai sistematici rinvii fra s.p.a. e s.r.l. di cui alla previgente normativa, differenziandole dalla disciplina prevista per le società per azioni. Ove tale comparazione il Legislatore ha inteso mantenere, lo ha indicato espressamente facendo espressi ed in equivoci richiami alle norme dettate per le s.p.a., indicando la applicabilità di singole disposizioni normative previste per queste anche alle s.r.l.. In ogni altro caso, per l’impostazione complessiva e generale del sistema societario, invece, il legislatore ha instaurato per le società a responsabilità limitata un regime autonomo, a sé proprio, non automaticamente comprabile a quello per le altre società di capitali.

La norma, reputa il Tribunale, prevede, infatti, la legittimazione del singolo socio all’esperimento dell’azione di responsabilità, indipendentemente dalla quota sociale di cui sia titolare, in via autonoma ed esclusiva. Il socio di una sola quota sociale, secondo il legislatore, è cioè titolare del potere di azionare l’azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore, a tutela dell’interesse della società che egli assume danneggiato, salvo assumersene l’onere delle spese processuali.

Manca in conseguenza nella nuova disciplina dell’istituto il riconoscimento dell’esperibilità dell’azione di responsabilità in capo alla società (come del pari in capo ai creditori sociali), a differenza di quanto riconosciuto in precedenza tramite il richiamo che operavano le norme al sistema vigente per le s.p.a. con richiamo agli artt. 2393 e 2394 c.c.

Si vedano in senso conforme alcune pronunce di questo Tribunale, quali la sentenza del 14.4.2005 Al.Ga. 51717/04 R.G.; la sentenza del 5.5.2005, Ma.Co.Pi. n. 45300/04; la sentenza del 2.2.2006, Jo.Gi. n. 24678/04 R.G.; la sentenza del 5 aprile 2006, C.&B. Ma. s.r.l., n. 24678/04 R.G.

Ad abundantiam, piace osservare che le condotte qui ascritte comportano ugualmente il rigetto da parte del Tribunale anche con riferimento al merito di esse, come in seguito indicato.

Nel merito: circa le condotte di mala gestio e la responsabilità dell’amministratore per atti illeciti.

Quanto premesso comporta l’inammissibilità della domanda per carenza di legittimazione attiva per le condotte ricomprese dal nuovo rito societario, ma ne consente l’analisi con riferimento a quelle dedotte come poste in essere prima dell’entrata in vigore della novella speciale.

Non reputa il Tribunale che risultino né fondate né comprovate le deduzioni avanzate da parte attrice in merito agli asseriti illeciti che Ma. avrebbe compiuto nella gestione delle deleghe ricevute dal presidente del consiglio Ca., così che la domanda di parte attrice deve essere integralmente rigettata.

Le contestazioni elevate alla Ma. consistono, in primo luogo, nell’aver posto in essere autentici raggiri a danni della Ca., che avrebbe invero dovuto rimanere mero socio finanziatore, inducendola con inganni a sottoscrivere quei Patti Parasociali di cui ampiamente dedotto negli atti di parte attrice ed, in particolare, quella clausola apposta agli scritti del 20.2.2003 per la quale -anche in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi economici previsti- Ca. avrebbe dovuto cedere a titolo gratuito il 5% delle quote sociali. Operazione complessivamente -si dice-idonea ad illuminare l’asserito intento truffaldino in capo alla convenuta, inteso ad acquisire gratuitamente le quote di Le.Da. e di poter fraudolentemente gestire l’azienda acquisita “Ba.Al.”, così evincendone vantaggi personali a diretto danno dell’attrice.

Ulteriori contestazioni attengono, a seguire, alla scelta di un esperto compiacente -il rag. Ca. – il quale avrebbe a sua volta tenuto la contabilità in violazione delle norme sulla fatturazione e sulla redazione delle scritture contabili. Si imputano ancora alla esclusiva responsabilità dell’amministratrice Ma. le perdite sociali riportate relativamente agli esercizi 2003 e 2004.

Il Tribunale giudica infondate le pretese avanzate da parte attrice, rigettandone integralmente la domanda.

Giova innanzitutto considerare che non risulta confacente l’argomentazione relativa alla delega che era stata conferita a Ma. per “la determinazione e realizzazione del piano strategico ed operativo”, di cui all’art. 3 dei Patti Parasociali. Tale delega, infatti, a tutto concedere, perteneva “l’individuazione di tutte le azioni di comunicazione e promozione commerciale, ammodernamento ed adeguamento locali, gestione operativa orientata al raggiungimento degli obiettivi” in conseguenza, a tacer della eventuale co-responsabilità nella gestione amministrativa della stessa Presidente del consiglio quanto meno a titolo di omesso controllo dell’attività delegata qui non dedotta, essa non risulta di tale oggetto e capienza da imporre quella della convenuta.

Occorre del resto altresì soggiungere che la doglianza svolta in merito all’assunta induzione fraudolenta alla stipulazione dei patti parasociali (in tal sede solo ipoteticamente ammessa e non concessa che sia) risulta comunque estranea alla legittimazione attiva della società.

Circa gli ulteriori addebiti, giovi solo aggiungere che non fonda titolo alcuno di responsabilità nemmeno l’aver prescelto una specifica persona fisica quale consulente contabile, atteso che il controllo amministrativo non si trasferisce all’esterno, permanendo comunque inalterato in capo agli amministratori di diritto.

Le perdite delle indicate annualità di esercizio sociale, infine, non possono ad alcun titolo essere imputate alla convenuta”, esse, infatti, erano espressamente previste nei patti parasociali ed altresì disciplinate con relativi obblighi di finanziamento, e in concreto risultano essersi realizzate anche in misura minore rispetto a quanto ed in essi preventivato. Si aggiunga infine che la domanda in merito alle perdite subite manca di ogni supporto probatorio, per raggiungere il quale si vorrebbe ancorare l’assunto alla richiesta istruttoria di una consulenza tecnica intesa ad accertare ciò che costituisce in realtà l’originaria pretesa dell’attore.

Ne consegue che le richieste attoree vanno pertanto tutte rigettate.

Le spese processuali.

La condanna alle spese del giudizio segue il principio della soccombenza. Esse sono equitativamente liquidate come da dispositivo, giusto tariffario dell’ordine, mancando nota spese di parte. Non si opera alcuna compensazione delle spese, reputando che i rigetto della questione preliminare avanzata da parte convenuta sia sfornito di rilevanza a fronte delle domande poste dall’attrice.

P.Q.M.

definitivamente pronunciando nella causa promossa come in pigrafe, respinta ogni contraria istanza, eccezione e deduzione,

rigettala domanda avanzata da Le.Da. s.r.l., nella persona del proprio legale rappresentante Ca.El.;

condanna

Le.Da. s.r.l., nella persona del predetto legale rappresentante, alla rifusione a favore di parte convenuta delle spese processuali del presente procedimento, che liquida in complessivi Euro 3.500,00, #, comprensive di diritti, onorari e spese, oltre IVA e CPA come per legge.

  • azione di responsabilita’ amministratori codice civile
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AVVOCATO AZIONE RESPONSABILITA’ AMMINISTRATORI SPA milano VICENZA BOLOGNA CESENA RAVENNA Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|11 novembre 2010| n. 22911

AVVOCATO AZIONE RESPONSABILITA’ AMMINISTRATORI SPA milano VICENZA BOLOGNA CESENA RAVENNA

Corte di Cassazione|Sezione 1|Civile|Sentenza|11 novembre 2010| n. 22911

  1. E’ opportuno anzitutto sottolineare quanto gia’ puntualizzato dalla citata sentenza n. 13399/07 delle sezioni unite di questa corte: cioe’ che oggetto della presente causa non e’ la pretesa della societa’ di estendere ai propri ex amministratori e sindaci la sanzione amministrativa cui la societa’ stessa e’ stata assoggettata per aver esercitato l’impresa di assicurazione in un ramo nel quale non era autorizzata, “bensi’ l’accertamento della responsabilita‘ di tali soggetti, per mancato svolgimento dell’attivita‘ di controllo, in relazione alle conseguenze dannose, che ne sono derivate alla societa’, rappresentate dal pagamento delle sanzioni pecuniarie in questione, ad essa societa’ irrogate, e non a quei consiglieri e sindaci irrogando”.L’irrogazione della sanzione e’ un fatto storico, non controverso nel suo effettivo accadimento, cosi’ come lo e’ la sentenza del pretore, passata in giudicato a seguito del rigetto del ricorso per cassazione contro di essa proposto, che ha definitivamente fissato l’entita’ di quella sanzione posta a carico della societa’.Da questa premessa muove, correttamente, l’impugnata sentenza della corte d’appello, alla quale non puo’ percio’ imputarsi di avere indebitamente esteso gli effetti delgiudicato formatosi sulla menzionata decisione del pretore anche a soggetti estranei al giudizio in cui quella decisione e’ stata resa.Il richiamo a quella diversa vicenda processuale e’ servito solo a fissare un dato di fatto, documentato in causa e del resto neppure controverso: che la societa’ Al. e’ stata sanzionata per avere esercitato un’attivita’ assicurativa non autorizzata e che sul suo passivo e’ venuto percio’ a gravare un debito corrispondente all’ammontare della sanzione irrogata.L’asserita violazione dell’articolo 2909 c.c., lamentata nel primo motivo di tutti i ricorsi qui in esame, pertanto, non sussiste.4.2. L’irrogazione della sanzione costituisce l’evento dannoso di cui la societa’ Al. ha chiesto di essere risarcita. Il rilievo che quella sanzione era stata irrogata per lo svolgimento di un’attivita’ assicurativa non autorizzata ha condotto la corte di merito ad individuare, a carico di coloro che all’epoca impersonavano gli organi sociali, il comportamento contrario ai loro doveri legali e statutari da cui discende la loro responsabilita’, a norma dell’articolo 2392 c.c..

    Che il giudice di merito possa utilizzare, in mancanza di qualsiasi divieto di legge, anche le prove raccolte in un diverso giudizio tra le stesse parti o tra altre parti, delle quali la sentenza che in detto giudizio sia stata pronunciata costituisce documentazione, e’ principio gia’ altre volte affermato da questa corte (cfr., ex aliis, Cass. 31 ottobre 2005, n. 21115), dal quale non v’e’ motivo per discostarsi. Nessuna violazione delle regole sull’onere della prova e’ percio’ riscontrabile nell’avere la corte d’appello desunto la prova dell’esercizio abusivo dell’attivita’ assicurativa dalle risultanze del richiamato giudizio di opposizione a sanzione amministrativa, specie ove si consideri che specifiche contestazioni in punto di fatto non risultano esser state formulate al riguardo nel presente giudizio e che anche nei ricorsi per cassazione ora in esame nulla si dice che valga seriamente a mettere in dubbio la circostanza storica sopra riferita.

    La dinamica del fatto dannoso, come sopra accertato, rende del tutto logica la sua addebitabilita’ a coloro che, gestendo la societa’, avevano il dovere d’indirizzarne l’attivita’ in ambiti consentiti e di non esporla, sviando da quegli ambiti, all’onere della conseguente sanzione.

    4.3. Quanto poi ai requisito soggettivo della responsabilita’ degli amministratori e dei sindaci verso la societa’, occorre subito rilevare come la natura contrattuale di tale responsabilita’ comporti che, mentre su chi promuove l’azione grava esclusivamente l’onere di dimostrare la sussistenza delle violazioni ed il nesso di causalita’ tra queste ed il danno verificatosi, incombe, per converso, su amministratori e sindaci l’onere di dimostrare la non imputabilita’ a se’ del fatto dannoso, fornendo la prova positiva, con riferimento agli addebiti contestati, dell’osservanza dei doveri e dell’adempimento degli obblighi loro imposti (vedi, tra le altre, Cass. 29 ottobre 2008, n. 25977; e Cass. 24 marzo 1999, n. 2772).

    Aggiungasi che, comunque, la corte d’appello non ha mancato di richiamare – facendola per cio’ stesso propria – l’osservazione della sentenza di questa corte che ebbe a rigettare il ricorso avverso la decisione con cui il pretore si era pronunciato sull’opposizione della Al. alla sanzione amministrativa irrogatale, secondo la quale, alla stregua di una circolare esplicativa emanata dall’ Is. sin dall’8 giugno 1987, non possono nutrirsi seri dubbi sul fatto che la medesima Al. necessitasse di una specifica autorizzazione per l’esercizio dell’assicurazione nel ramo “auto rischi diversi” e che, ove pure simili dubbi fossero sorti negli amministratori della societa’, costoro avrebbero avuto il dovere di attivarsi per chiedere chiarimenti alla competente autorita’ pubblica.

    Anche sotto questo profilo l’imputabilita’ del fatto dannoso appare dunque pienamente e correttamente motivata. I ricorrenti, come s’e’ detto, sottolineano pero’ il fatto che nessuno di loro aveva specifiche responsabilita’ operative nell’ambito del consiglio di amministrazione della societa’, e ne deducono che la responsabilita’ dell’accaduto non potrebbe essere loro ascritta o che, comunque, la corte d’appello avrebbe omesso d’individuare gli elementi specifici in base ai quali ha ritenuto di addebitare loro la responsabilita’ per l’operato dell’amministratore delegato.

    Neppure questo rilievo coglie nel segno.

    Premesso che la vicenda in esame ricade sotto il vigore della normativa societaria anteriore alle modifiche apportatevi dal Decreto Legislativo n. 6 del 2003, la corte d’appello appare aver fatto nel presente caso corretta applicazione del disposto dell’allora vigente articolo 2392 c.c., comma 2, che poneva a carico anche degli amministratori privi di delega il dovere di vigilare sul generale andamento della societa’. Dovere che, come in piu’ occasioni gia’ precisato da questa corte (si veda, ad esempio, Cass. 15 febbraio 2005, n. 3032), permaneva anche in caso di attribuzione di funzioni al comitato esecutivo o a singoli amministratori delegati, a meno che non fosse data la prova che i rimanenti consiglieri, pur essendosi diligentemente attivati a tal fine, non avessero potuto in concreto esercitare la predetta vigilanza per il comportamento ostativo degli altri componenti del consiglio.

    Nella logica sottesa alla decisione impugnata e’ ben chiaro come sia proprio la violazione di tale dovere generale di vigilanza, oltre che la mancata formale annotazione nel libro delle deliberazioni consiliari di una qualsivoglia manifestazione di dissenso, ad aver costituito la ragione dell’addebito agli odierni ricorrenti della responsabilita’ per lo svolgimento da parte della societa’ di attivita’ assicurativa non autorizzata. Ed e’ appena il caso di aggiungere che una cosi’ macroscopica e rilevante esorbitanza dell’attivita’ sociale dall’ambito consentito non avrebbe potuto ne’ dovuto in alcun modo sfuggire ad una vigilanza appena diligente, trattandosi di un intero ramo di attivita’ e non di singoli e sporadici atti che l’amministratore delegato avrebbe potuto facilmente porre in essere all’insaputa degli altri consiglieri, di amministrazione. Ragion per la quale le conclusioni cui la corte territoriale e’ pervenuta, in una situazione di tal fatta, appaiono pienamente logiche, senza bisogno di esser supportate da altri e piu’ specifici elementi di prova in ordine al difetto di vigilanza imputabile ai ricorrenti, come invece essi pretenderebbero.

    Ne’ giova l’insistito richiamo al fatto che, dal contenuto dei verbali del consiglio di amministrazione, non si evincerebbero elementi di responsabilita’ a carico dei ricorrenti: non solo perche’ del contenuto di quei verbali (non riferito nei ricorsi) questa corte non e’ abilitata a prendere direttamente conoscenza, cosi’ come non lo e’ di ogni altra risultanza istruttoria Integrale

Organi sociali – Amministratori – Responsabilità – Verso la società – Responsabilità solidale – Deleghe gestorie – Esonero da responsabilità degli amministratori non esecutivi – Limiti – Fattispecie

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITTORIA Paolo – Presidente

Dott. SALME’ Giuseppe – Consigliere

Dott. SALVAGO Salvatore – Consigliere

Dott. RORDORF Renato – rel. Consigliere

Dott. FORTE Fabrizio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16659-2005 proposto da:

CA. RO. (c.f. (OMESSO)), elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE CARSO 11, presso l’avvocato PONTECORVO EDOARDO, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato PACCIANI CARLO, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

AL. AS. S.P.A. IN LIQUIDAZIONE COATTA AMMINISTRATIVA (P.I. (OMESSO)), in persona del Commissario Liquidatore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA VITTORE CARPACCIO 18, presso l’avvocato MAZZAMUTO SALVATORE, che la rappresenta e difende, giusta procura speciale per Notaio dott. FABIO ORLANDI di ROMA – Rep. n. 1487 del 17.7.09, depositata in Cancelleria il 15.9.10;

– controricorrente –

contro

BE. AL. , GR. RI. FR. , PR. MA. , BO. FR. EM. , MA. GI. , B. F. , G. C. , ER. LU. , B. F. ;

– intimati –

sul ricorso 18864-2005 proposto da:

BO. FR. EM. (c.f. (OMESSO)), B. F. (C.F. (OMESSO)), MA. GI. (C.F. (OMESSO)), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA SABOTINO 45, presso l’avvocato MARZANO ARTURO, che li rappresenta e difende unitamente agli avvocati MAGNONI GIOVANNI, GIARDINI UMBERTO, giusta procura a margine del controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrenti e ricorrenti incidentali –

contro

AL. AS. S.P.A. IN LIQUIDAZIONE COATTA AMMINISTRATIVA (P.I. (OMESSO)), in persona del Commissario Liquidatore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA VITTORE CARPACCIO 18, presso l’avvocato MAZZAMUTO SALVATORE, che la rappresenta e difende, giusta procura speciale per Notaio dott. FABIO ORLANDI di ROMA – Rep. n. 1487 del 17.7.09, depositata in Cancelleria il 15.9.10;

– controricorrente al ricorso incidentale –

contro

GR. RI. FR. , G. C. , ER. LU. , PR. MA. , B. F. , BE. AL. , CA. RO. ;

– intimati –

sul ricorso 18882-2005 proposto da:

G. C. (C.F. (OMESSO)), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SABOTINO 45, presso l’avvocato MARZANO ARTURO, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati MAGNONI GIOVANNI, GIARDINI UMBERTO, giusta procura a margine del controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

AL. AS. S.P.A. IN LIQUIDAZIONE COATTA AMMINISTRATIVA (P.I. (OMESSO)), in persona del Commissario Liquidatore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA VITTORE CARPACCIO 18, presso l’avvocato MAZZAMUTO SALVATORE, che la rappresenta e difende, giusta procura speciale per Notaio dott. FABIO ORLANDI di ROMA – Rep. n. 1487 del 17.7.09, depositata in Cancelleria il 15.9.10;

– controricorrente al ricorso incidentale –

contro

PR. MA. , GR. RI. FR. , B. F. , B. F. , BO. FR. EM. , ER. LU. , CA. RO. , MA. GI. , BE. AL. ;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1647/2004 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 11/06/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 30/09/2010 dal Consigliere Dott. RENATO RORDORF;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato ALBERINI LUCIANO, per delega, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso principale, rigetto altri ricorsi;

udito, per i controricorrenti e ricorrenti incidentali, l’Avvocato MARZANO STEFANO, per delega, che ha chiesto il rigetto del ricorso principale, accoglimento propri ricorsi;

udito, per la Soc. Al. , l’Avvocato CLARIZIA RENATO, per delega, che ha chiesto il rigetto dei ricorsi;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. ABBRITTI Pietro, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto notificato il 15 maggio 1991 la Al. As. s.p.a. (in prosieguo indicata come Al. ) cito’ in giudizio per risarcimento di danni dinanzi al Tribunale di Milano tutti coloro che avevano ricoperto la carica di amministratori e di sindaci della societa’ nel periodo compreso tra il (OMESSO) imputando loro molteplici comportamenti contrari di doveri inerenti alle cariche rivestite.

Instauratosi il contraddittorio, il processo fu interrotto per sopravvenuta sottoposizione della Al. a liquidazione coatta amministrativa, per essere poi riassunto dal commissario liquidatore.

Il tribunale, con sentenza emessa il 15 giugno 1998, rigetto’ le domande proposte dalla societa’ attrice, che interpose pero’ gravame, – parzialmente accolto dalla Corte d’appello di Milano con sentenza resa pubblica l’11 giugno 2004.

Detta corte, infatti, ravviso’ la responsabilita’ degli ex amministratori della Al. , sigg.ri Ca. Ro. , Gr. Ri. Fr. , G.C. e B.F. , nonche’ degli ex sindaci, sigg.ri Bo. Fr.Em. , B.F. e Ma. Gi. , per aver consentito che la societa’ svolgesse attivita’ assicurativa nel ramo “auto rischi diversi” senza la necessaria autorizzazione ed in violazione delle disposizioni emanate

dalla competente autorita’ di vigilanza, cosi’ da esporre la societa’ medesima al pagamento di una sanzione amministrativa che, a seguito di opposizione proposta dinanzi al pretore e del passaggio in giudicato della relativa decisione, era stata quantificata in lire 3.410.000.000. I convenuti sopra menzionati furono percio’ condannati a reintegrare la societa’ Al. di quanto da essa a questo titolo pagato.

Avverso tale sentenza sono stati proposti tre separati ricorsi per cassazione: il primo (R.G. 16659/05), ad opera del sig. Ca. , articolato in tre motivi; il secondo (R.G. 18864/05), ad opera dei sigg.ri Bo. Fr. , B. e Ma. , articolato in cinque motivi; ed il terzo (R.G. 18882/05), ad opera del sig. G. , articolato in tre motivi.

A tutti la Al. ha replicato con controricorso.

Poiche’ il quarto motivo del secondo dei menzionati ricorsi implicava una questione di giurisdizione, ne sono state investite le sezioni unite, le quali, con la sentenza n. 13399 dell’8 giugno 2007, dopo aver riunito i ricorsi, hanno rigettalo l’anzidetto motivo.

Per l’esame delle ulteriori doglianze la causa e’ stata quindi rimessa a questa sezione.

Il difensore del sig. Ca. e quello della Al. hanno depositato memorie.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Come gia’ detto, i ricorsi proposti contro la medesima sentenza sono stati in precedenza riuniti ed il quarto motivo del ricorso contrassegnato col numero R.G. 18864/05 e’ stato gia’ deciso dalle sezioni unite.

2. Occorre ora dunque procedere all’esame dei rimanenti motivi del medesimo ricorso, nonche’ degli altri due. Nel farlo, e’ pero’ senz’altro possibile considerare unitariamente i ricorsi dei due ex amministratori, sigg.ri Ca. e G. , le cui doglianze sono sostanzialmente le medesime.

2.1. Nel primo motivo dei due indicati ricorsi si denuncia la violazione dell’articolo 2909 c.c. e si fa cenno ad un difetto di motivazione dell’impugnata sentenza. I ricorrenti, in particolare, si dolgono del fatto che la corte d’appello abbia ritenuto provata la violazione dei doveri gravanti sugli amministratori della Al. facendo leva sull’accertamento di responsabilita’ operato in altro giudizio, svoltosi dinanzi al pretore investito dell’opposizione proposta dalla societa’ avverso la sanzione amministrativa irrogata dall’autorita’ di vigilanza. Ma siffatto accertamento, osservano i ricorrenti, non ha valore di giudicato nei riguardi degli amministratori della societa’, ai fini dell’accertamento della loro personale responsabilita’ verso la societa’ stessa, non essendo stati essi parte di quel precedente giudizio.

2.2. Il secondo motivo dei due ricorsi in esame, nel lamentare anche la violazione dell’articolo 2392 c.c., ritorna sul medesimo tema per sottolineare come diversi siano i presupposti dell’accertamento di responsabilita’ compiuto dal pretore, nell’ambito del giudizio di opposizione a sanzione amministrativa, rispetto a quelli richiesti per potersi affermare la responsabilita’ civile degli organi della societa’, specie quando si tratti di amministratori privi di deleghe.

Ne’ il semplice rilievo dell’impugnata sentenza secondo cui costoro non avevano fatto annotare il proprio dissenso nei libri sociali e’ sufficiente a dimostrare che essi fossero consapevoli della violazione perpetrata dall’amministratore delegato e che non abbiano fatto quanto necessario per impedirla o per rimuoverne gli effetti.

2.3. Analoghi concetti sono espressi nel terzo motivo dei ricorsi, in cui si’ imputa alla corte d’appello anche di aver violato l’articolo 2697 c.c., ribadendosi, da parte dei ricorrenti, che nessuna prova e’ stata acquisita nel contraddittorio delle parti in ordine all’esercizio abusivo di attivita’ assicurativa ad opera della Al. , in ordine alla colpevolezza del comportamento addebitato agli amministratori privi di delega ed in ordine al nesso causale tra tale comportamento ed il danno sofferto dalla societa’.

3. Il ricorso proposto dagli ex sindaci della Al. , sigg.ri Bo. Fr. , B. e Ma. , presenta anch’esso diversi punti di contatto con gli altri due ricorsi sopra riferiti.

3.1. Anche gli ex sindaci anzitutto si dolgono, oltre che di vizi di motivazione della sentenza impugnata, della violazione dell’articolo 2909 c.c., insistendo sulla loro estraneita’ al giudizio di opposizione a sanzione amministrativa, all’esito del quale e’ stata emessa la decisione del pretore (poi confermata dalla Cassazione e quindi passata in giudicato) su cui la corte d’appello ha fondato l’accertamento della responsabilita’ di essi sindaci, i quali non erano stati pero’ destinatari di dette sanzioni e che non avrebbero quindi potuto esser condannati in solido a rivalere la societa’ di quanto a questo titolo pagato.

3.2. Il secondo motivo del ricorso di cui si sta parlando contiene la denuncia di un vizio di extrapetizione in cui sarebbe incorsa la corte d’appello per avere – senza domanda in tal senso dell’attrice – esteso in via solidale e di regresso la condanna pronunciata dal pretore con la sentenza sopra richiamata a soggetti diversi dai destinatari della sanzione amministrativa centro cui la societa’ aveva proposto opposizione.

3.3. Connessa alle precedenti e’ la doglianza espressa nel terzo motivo del medesimo ricorso, nel quale si denuncia la violazione del diritto di difesa garantito dall’articolo 24 Cost., essendo stati i sindaci della Al. condannati a rispondere in solido ed in via di rivalsa di una sanzione non ad essi irrogata ed avverso la quale non avrebbero potuto proporre essi stessi opposizione.

3.4. Nel quinto motivo del ricorso – del quarto si tace, essendo stato gia’ rigettato con la sentenza n. 13399/07 delle sezioni unite – gli ex sindaci tornano a denunciare vizi di motivazione della sentenza impugnata ed, inoltre, la violazione dell’articolo 2697 c.c..

Dopo aver ribadito che nessuna prova a loro carico e’ desumibile dal giudizio di opposizione a sanzione amministrativa di cui s’e’ detto, essi sostengono che non sono state in alcun modo dimostrate nella presente causa ne’ la violazione da parte loro dei doveri di vigilanza inerenti alla carica, ne’ l’esistenza di un danno che la societa’ abbia subito come conseguenza di una tale pretesa violazione.

4. Nessuno dei motivi di ricorso dei quali si e’ dato sinteticamente conto appare meritevole di essere accolto.

Gran parte delle considerazioni che ci si accinge a fare sono, in realta’, riferibili a tutti e tre i ricorsi; ma, per un migliore ordine espositivo, converra’ inizialmente occuparsi di quelli proposti dagli ex amministratori della societa’, sigg.ri Ca. e G. , riservando l’aggiunta di qualche ulteriore osservazione al ricorso degli ex sindaci.

4.1. E’ opportuno anzitutto sottolineare quanto gia’ puntualizzato dalla citata sentenza n. 13399/07 delle sezioni unite di questa corte: cioe’ che oggetto della presente causa non e’ la pretesa della societa’ di estendere ai propri ex amministratori e sindaci la sanzione amministrativa cui la societa’ stessa e’ stata assoggettata per aver esercitato l’impresa di assicurazione in un ramo nel quale non era autorizzata, “bensi’ l’accertamento della responsabilita’ di tali soggetti, per mancato svolgimento dell’attivita’ di controllo, in relazione alle conseguenze dannose, che ne sono derivate alla societa’, rappresentate dal pagamento delle sanzioni pecuniarie in questione, ad essa societa’ irrogate, e non a quei consiglieri e sindaci irrogando”.

L’irrogazione della sanzione e’ un fatto storico, non controverso nel suo effettivo accadimento, cosi’ come lo e’ la sentenza del pretore, passata in giudicato a seguito del rigetto del ricorso per cassazione contro di essa proposto, che ha definitivamente fissato l’entita’ di quella sanzione posta a carico della societa’.

Da questa premessa muove, correttamente, l’impugnata sentenza della corte d’appello, alla quale non puo’ percio’ imputarsi di avere indebitamente esteso gli effetti del

giudicato formatosi sulla menzionata decisione del pretore anche a soggetti estranei al giudizio in cui quella decisione e’ stata resa.

Il richiamo a quella diversa vicenda processuale e’ servito solo a fissare un dato di fatto, documentato in causa e del resto neppure controverso: che la societa’ Al. e’ stata sanzionata per avere esercitato un’attivita’ assicurativa non autorizzata e che sul suo passivo e’ venuto percio’ a gravare un debito corrispondente all’ammontare della sanzione irrogata.

L’asserita violazione dell’articolo 2909 c.c., lamentata nel primo motivo di tutti i ricorsi qui in esame, pertanto, non sussiste.

4.2. L’irrogazione della sanzione costituisce l’evento dannoso di cui la societa’ Al. ha chiesto di essere risarcita. Il rilievo che quella sanzione era stata irrogata per lo svolgimento di un’attivita’ assicurativa non autorizzata ha condotto la corte di merito ad individuare, a carico di coloro che all’epoca impersonavano gli organi sociali, il comportamento contrario ai loro doveri legali e statutari da cui discende la loro responsabilita’, a norma dell’articolo 2392 c.c..

Che il giudice di merito possa utilizzare, in mancanza di qualsiasi divieto di legge, anche le prove raccolte in un diverso giudizio tra le stesse parti o tra altre parti, delle quali la sentenza che in detto giudizio sia stata pronunciata costituisce documentazione, e’ principio gia’ altre volte affermato da questa corte (cfr., ex aliis, Cass. 31 ottobre 2005, n. 21115), dal quale non v’e’ motivo per discostarsi. Nessuna violazione delle regole sull’onere della prova e’ percio’ riscontrabile nell’avere la corte d’appello desunto la prova dell’esercizio abusivo dell’attivita’ assicurativa dalle risultanze del richiamato giudizio di opposizione a sanzione amministrativa, specie ove si consideri che specifiche contestazioni in punto di fatto non risultano esser state formulate al riguardo nel presente giudizio e che anche nei ricorsi per cassazione ora in esame nulla si dice che valga seriamente a mettere in dubbio la circostanza storica sopra riferita.

La dinamica del fatto dannoso, come sopra accertato, rende del tutto logica la sua addebitabilita’ a coloro che, gestendo la societa’, avevano il dovere d’indirizzarne l’attivita’ in ambiti consentiti e di non esporla, sviando da quegli ambiti, all’onere della conseguente sanzione.

4.3. Quanto poi ai requisito soggettivo della responsabilita’ degli amministratori e dei sindaci verso la societa’, occorre subito rilevare come la natura contrattuale di tale responsabilita’ comporti che, mentre su chi promuove l’azione grava esclusivamente l’onere di dimostrare la sussistenza delle violazioni ed il nesso di causalita’ tra queste ed il danno verificatosi, incombe, per converso, su amministratori e sindaci l’onere di dimostrare la non imputabilita’ a se’ del fatto dannoso, fornendo la prova positiva, con riferimento agli addebiti contestati, dell’osservanza dei doveri e dell’adempimento degli obblighi loro imposti (vedi, tra le altre, Cass. 29 ottobre 2008, n. 25977; e Cass. 24 marzo 1999, n. 2772).

Aggiungasi che, comunque, la corte d’appello non ha mancato di richiamare – facendola per cio’ stesso propria – l’osservazione della sentenza di questa corte che ebbe a rigettare il ricorso avverso la decisione con cui il pretore si era pronunciato sull’opposizione della Al. alla sanzione amministrativa irrogatale, secondo la quale, alla stregua di una circolare esplicativa emanata dall’ Is. sin dall’8 giugno 1987, non possono nutrirsi seri dubbi sul fatto che la medesima Al. necessitasse di una specifica autorizzazione per l’esercizio dell’assicurazione nel ramo “auto rischi diversi” e che, ove pure simili dubbi fossero sorti negli amministratori della societa’, costoro avrebbero avuto il dovere di attivarsi per chiedere chiarimenti alla competente autorita’ pubblica.

Anche sotto questo profilo l’imputabilita’ del fatto dannoso appare dunque pienamente e correttamente motivata.

4.4. I ricorrenti, come s’e’ detto, sottolineano pero’ il fatto che nessuno di loro aveva specifiche responsabilita’ operative nell’ambito del consiglio di amministrazione della societa’, e ne deducono che la responsabilita’ dell’accaduto non potrebbe essere loro ascritta o che, comunque, la corte d’appello avrebbe omesso d’individuare gli elementi specifici in base ai quali ha ritenuto di addebitare loro la responsabilita’ per l’operato dell’amministratore delegato.

Neppure questo rilievo coglie nel segno.

Premesso che la vicenda in esame ricade sotto il vigore della normativa societaria anteriore alle modifiche apportatevi dal Decreto Legislativo n. 6 del 2003, la corte d’appello appare aver fatto nel presente caso corretta applicazione del disposto dell’allora vigente articolo 2392 c.c., comma 2, che poneva a carico anche degli amministratori privi di delega il dovere di vigilare sul generale andamento della societa’. Dovere che, come in piu’ occasioni gia’ precisato da questa corte (si veda, ad esempio, Cass. 15 febbraio 2005, n. 3032), permaneva anche in caso di attribuzione di funzioni al comitato esecutivo o a singoli amministratori delegati, a meno che non fosse data la prova che i rimanenti consiglieri, pur essendosi diligentemente attivati a tal fine, non avessero potuto in concreto esercitare la predetta vigilanza per il comportamento ostativo degli altri componenti del consiglio.

Nella logica sottesa alla decisione impugnata e’ ben chiaro come sia proprio la violazione di tale dovere generale di vigilanza, oltre che la mancata formale annotazione nel libro delle deliberazioni consiliari di una qualsivoglia manifestazione di dissenso, ad aver costituito la ragione dell’addebito agli odierni ricorrenti della responsabilita’ per lo svolgimento da parte della societa’ di attivita’ assicurativa non autorizzata. Ed e’ appena il caso di aggiungere che una cosi’ macroscopica e rilevante esorbitanza dell’attivita’ sociale dall’ambito consentito non avrebbe potuto ne’ dovuto in alcun modo sfuggire ad una vigilanza appena diligente, trattandosi di un intero ramo di attivita’ e non di singoli e sporadici atti che l’amministratore delegato avrebbe potuto facilmente porre in essere all’insaputa degli altri consiglieri, di amministrazione. Ragion per la quale le conclusioni cui la corte territoriale e’ pervenuta, in una situazione di tal fatta, appaiono pienamente logiche, senza bisogno di esser supportate da altri e piu’ specifici elementi di prova in ordine al difetto di vigilanza imputabile ai ricorrenti, come invece essi pretenderebbero.

Ne’ giova l’insistito richiamo al fatto che, dal contenuto dei verbali del consiglio di amministrazione, non si evincerebbero elementi di responsabilita’ a carico dei ricorrenti: non solo perche’ del contenuto di quei verbali (non riferito nei ricorsi) questa corte non e’ abilitata a prendere direttamente conoscenza, cosi’ come non lo e’ di ogni altra risultanza istruttoria la cui

valutazione e’ riservata al giudice di merito, ma anche e soprattutto per l’evidente considerazione che il difetto di vigilanza sul generale andamento della societa’ si estrinseca in un comportamento omissivo, come tale ovviamente destinato a non lasciare traccia, ed i ricorrenti trascurano d’indicare se e quale loro intervento positivo, di cui la corte d’appello avrebbe trascurato di tener conto, risulterebbe invece attestato in detti verbali.

5. Quanto appena osservato consente di rigettare senz’altro i due ricorsi proposti dagli ex amministratori della societa’ Al. ; ma la conclusione non e’ diversa per il ricorso proposto dagli ex sindaci.

Il rigetto dei primi tre motivi di quest’ultimo ricorso discende con evidenza calle considerazioni sopra svolte al punto 4.1., senza che appaia necessario aggiungere altro.

L’infondatezza del quinto motivo e’ invece legata a rilievi in gran parte analoghi a quelli gia’ esposti al punto 4.4.

Anche per i sindaci, come per gli amministratori privi di deleghe operative, la responsabilita’ e’ ravvisabile in un difetto di vigilanza loro addebitabile, a norma dell’articolo 2407 c.c., comma 2, ed in questi corretti termini essa e’ stata affermata, nella fattispecie in esame, dalla corte d’appello. Non diversamente da quanto s’e’ detto per gli amministratori, in un caso come l’attuale, caratterizzato da un agire degli amministratori protrattosi nel tempo al di fuori dei limiti consentiti e tale da coinvolgere un intero ramo dell’attivita’ dell’impresa sociale, non appare necessaria l’individuazione di specifici comportamenti forieri per i sindaci di responsabilita’, risiedendo questa nel fatto stesso di non aver rilevato una cosi’ macroscopica violazione o, comunque, di non avere in alcun modo ad essa reagito. Ed anche qui si deve osservare come a nulla giovi il richiamo operato dai ricorrenti al contenuto dei verbali delle riunioni del collegio sindacale, volta che i medesimi ricorrenti non indicano se e quale specifico loro intervento di contrasto all’illegittima attivita’ degli amministratori da quei, verbali risulterebbe.

E’ poi appena il caso di aggiungere che nemmeno puo’ essere messa in discussione la rilevanza causale, rispetto alla produzione dell’evento dannoso, dell’accertata inerzia del collegio sindacale.

Gia’ in passato questa corte ha avuto modo di sottolineare come, dovendo il comportamento dei sindaci ispirarsi al dovere di diligenza proprio del mandatario (secondo la formulazione del citato articolo 2407 c.c., comma 1, vigente al tempo dei fatti di causa) o comunque essere improntato al principio di correttezza e buona fede, esso non puo’ esaurirsi nel solo espletamento delle attivita’ specificamente indicate dalla legge, ma comporta l’obbligo di adottare ogni altro atto che sia necessario per l’assolvimento dell’incarico, come la segnalazione all’assemblea delle irregolarita’ di gestione riscontrate e financo, ove ne ricorrano gli estremi, la denuncia al pubblico ministero per consentirgli di provvedere ai sensi dell’articolo 2409 c.c. (Cass. 17 settembre 1997, n. 9252). E’ del tutto ragionevole presumere che il ricorso a siffatti rimedi, o anche solo la minaccia di farlo da parte del collegio sindacale in ipotesi di mancato ravvedimento operoso degli amministratori, sarebbe stato idoneo ad evitare (o, quanto meno, a ridurre) l’intervento sanzionatorio dell’autorita’ di vigilanza del settore assicurativo, alla quale del resto gli stessi sindaci avrebbero potuto rivolgere quel quesito preventivo che la corte d’appello imputa agli amministratori di non aver formulato in caso di dubbio.

6. Al rigetto del ricorso fa seguito la condanna in solido dei ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimita’, che si liquidano in euro 20.000,00 per onorari e euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.

P.Q.M.

La corte rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di legittimita’, liquidate in euro 20.000,00 per onorari e euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.

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Successioni “mortis causa” – Disposizioni generali – Accettazione dell’eredità – Con beneficio di inventario – Liquidazione dell’eredità –

Successioni “mortis causa” – Disposizioni generali – Accettazione dell’eredità – Con beneficio di inventario – Liquidazione dell’eredità – Rilascio dei beni ereditari – Nomina del curatore – Effetti –

Conseguenze nei giudizi sulla proprietà dei beni ereditari – Litisconsorzio necessario del curatore e dell’erede – Sussistenza. Chiamato all’eredità – Poteri – Prima dell’accettazione – Resistenza in un giudizio già pendente nei confronti del defunto – Accettazione dell’eredità.

Successioni "mortis causa" - Disposizioni generali - Accettazione dell'eredità - Con beneficio di inventario - Liquidazione dell'eredità -
Successioni “mortis causa” – Disposizioni generali – Accettazione dell’eredità – Con beneficio di inventario – Liquidazione dell’eredità –

Il chiamato all’eredità prima dell’accettazione di questa può esercitare – a norma dell’articolo 460 del Cc – le azioni possessorie a tutela dei beni ereditari, nonché «compiere atti conservativi, di vigilanza o di amministrazionetemporanea». è evidente, pertanto, che la resistenza (nella specie, in grado di appello), in un giudizio promosso nei confronti del de cuius al fine di sentire accertare che costui non vantava, nei confronti della controparte un diritto di credito contestato non solo non costituisce esercizio di azione possessoria ma neppure integra atto conservato di vigilanza o di amministrazione temporanea dei beni del defunto, ma vera e propria accettazione tacita dell’eredita. Con la conseguenza, pertanto, che ove l’attore – soccombente abbia impugnato la sentenza nei confronti dell’originario convenuto, deceduto successivamente alla sentenza di primo grado, e l’erede di quest’ultimo si sia costituito in grado di appello quale «chiamato all’eredità», difendendosi nel merito, correttamente il giudice del merito ritiene (anche tenuto presente che in atti successivi alla costituzione lo stesso si era espressamente qualificato erede del defunto) istituito il contraddittorio nei confronti dell’erede del defunto convenuto

Successioni "mortis causa" - Disposizioni generali - Accettazione dell'eredità - Con beneficio di inventario - Liquidazione dell'eredità -
Successioni “mortis causa” – Disposizioni generali – Accettazione dell’eredità – Con beneficio di inventario – Liquidazione dell’eredità –

 

Successioni "mortis causa" - Disposizioni generali - Accettazione dell'eredità - Con beneficio di inventario - Liquidazione dell'eredità -
Successioni “mortis causa” – Disposizioni generali – Accettazione dell’eredità – Con beneficio di inventario – Liquidazione dell’eredità –

In tema di successione ereditaria, il rilascio dei beni da parte dell’erede beneficiato, ai sensi dell’art. 507 cod. civ., non comporta il trasferimento della relativa proprietà ai creditori o al curatore nominato ai sensi dell’art. 508 cod. civ., verificandosi un’ipotesi di semplice abbandono, da parte dell’erede stesso, dei poteri di amministrazione e disposizione a lui riconosciuti, con subingresso del curatore quale titolare dell’ufficio di liquidazione. Ne consegue che, nei giudizi in cui si controverta della proprietà dei beni ereditari, è necessaria la partecipazione non soltanto del curatore, ma anche dell’erede beneficiato, risultando “inutiliter data” una sentenza eventualmente pronunciata in sua assenza. L’articolo 703 c.c. prescrive che l’esecutore testamentario deve adoperarsi affinche’ siano esattamente eseguite le disposizioni di ultima volonta’ del defunto, compiendo “tutti gli atti di gestione occorrenti”. A tal fine, salva contraria disposizione del “de cuius”, l’esecutore amministra la massa ereditaria, potendo anche alienare beni dell’eredita’, previa autorizzazione del giudice. Il possesso dei beni dell’eredita’ in capo all’esecutore non puo’ durare piu’ di un anno, prorogabile al massimo per pari durata, a far tempo dalla dichiarazione di accettazione. Gli articoli 707 e 709 c.c. onerano, poi, l’esecutore, di effettuare la consegna, agli aventi diritto, anche spirato l’anno dalla morte del testatore, se la gestione si prolunghi ulteriormente.

In ormai remote, ma ancora del tutto condivisibili, pronunce di questa Corte, si e’ spiegato come l’esecutore testamentario non acquista il possesso dei beni ereditari “ipso jure” con l’accettazione dell’incarico, dovendo richiederlo all’erede.

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Ove, pertanto, egli non sia in grado di entrare nel possesso dei beni ereditari – avvenga cio’ per rifiuto dell’erede di procedere alla consegna dei beni stessi o per altre contestazioni dallo stesso sollevate – non puo’ porsi a carico dell’esecutore l’impossibilita’, dovuta a fatto a lui non imputabile, di esercitare le sue funzioni ed in tal caso il termine di un anno dalla dichiarazione di accettazione, previsto dall’articolo 703 c.c., non potra’ cominciare a decorrere se non dal momento in cui sara’ cessata la causa dell’impedimento (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 995 del 27/01/1995; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 1619 del 04/06/1974).

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Deve allora ribadirsi quanto in particolare chiarito in motivazione da Cass. Sez. 1, Sentenza n. 1273 del 23/04/1969, secondo la quale “le funzioni dell’esecutore testamentario non cessano, dopo un anno dall’accettazione della nomina, Tale limitazione temporale e’ posta dalla legge (articolo 703 c.c., comma 3) per il solo possesso dei beni ereditari, non anche per l’amministrazione degli stessi da parte dell’esecutore testamentario,

Una serie di commenti a sentenze di avvocato a Bologna Sergio Armaroli per dare una prima idea degli orientamenti di giurisprudenza, si tratta di articoli sulle successioni, sulla separazione e divorzio, e sul danno alla persona da incidente  stradale a responsabilita' medica.
PENALE EDILIZIA AVVOCATO PENALISTA ESPERTO BOLOGNA serie di commenti a sentenze di avvocato a Bologna Sergio Armaroli per dare una prima idea degli orientamenti di giurisprudenza,si tratta di articoli sulle successioni, sulla separazione e divorzio, e sul danno alla persona da incidente  stradale a responsabilita’ medica.

la cui gestione deve durare, salvo contraria volonta’ del testatore, fino a quando non siano esattamente eseguite le disposizioni di ultima volonta’ del defunto (articolo 703 c.c. e articolo 709 c.c., comma 1). A tal fine, la legge non stabilisce alcun termine, appunto perche’ l’esecutore testamentario deve continuare ad amministrare la massa ereditaria (salva contraria volonta’ del testatore) fino a quando le circostanze dei singoli casi lo rendano necessario”. Questo era il senso anche di altre decisioni di questa Corte, che, sotto il profilo processuale, con riguardo alla legittimazione dell’esecutore testamentario a stare in giudizio come attore, convenuto o interveniente, hanno affermato che la sua qualita’ di parte dura finche’ si svolge il processo, quand’anche si superi il termine di un anno fissato dall’articolo 703 c.c. per il solo possesso dei beni della massa ereditaria da parte dell’esecutore medesimo, il quale sara’ tenuto, cessato quel termine e la sua eventuale proroga, a dismettere il possesso dei beni predetti, senza pero’ decadere dall’ufficio (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 929 del 20/04/1964; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 78 del 07/01/1967).

In tema di imposta di successione, il valore delle azioni (o quote) e delle obbligazioni sociali, non quotate in borsa, compresi nell’attivo ereditario va determinato, ai sensi dell’art. 16 del D.Lgs. n. 346 del 1990, facendo riferimento al valore del patrimonio netto dell’ente o società, risultante dall’ultimo bilancio pubblicato o dall’ultimo inventario regolarmente redatto e vidimato, o – in mancanza di bilancio o inventario – al valore complessivo dei beni e dei diritti appartenenti all’ente o alla società, al netto delle passività (risultanti a norma degli artt. da 21 a 23, escludendo i beni indicati alle lettere h e i dell’art. 12), e aggiungendo l’avviamento. Pertanto, a differenza che nella previsione dell’art. 22, comma secondo, del d.P.R. n. 637 del 1972, previgente, la valutazione di tali beni deve tener conto delle attività e passività (esposte in bilancio o, comunque, risultanti ai sensi degli artt. da 21 a 23), secondo il criterio di valutazione stabilito anche nell’art. 2437 comma primo, cod. civ., senza (come ha anche affermato la Corte Costituzionale nell’ordinanza n. 250 del 2002) che tale disciplina, in relazione al diverso regolamento della valutazione delle partecipazioni di società quotate, possa considerarsi in contrasto con i principi costituzionali di uguaglianza e di capacità contributiva, per la diversità delle situazioni considerate e per la possibilità – concessa anche all’Amministrazione finanziaria – di contestare il mancato rispetto dei criteri legali di redazione del bilancio o dell’inventario.

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Azienda agricola – Servitù pubblica – Servitù di allagamento – Esproprio del bene – Indennizzo Corte di Cassazione|Sezione U|Civile|Sentenza|11 gennaio 2019| n. 542 Azienda agricola – Servitù pubblica – Servitù di allagamento – Esproprio del bene – Indennizzo Quanto al profilo dell’aggravamento del diritto di servitu’, in primo luogo non vi e’ censura al profilo motivazionale con il quale il Tsap segnala che, proponendo una complessiva domanda risarcitoria sotto molteplici profili, i ricorrenti non si sono neppure professati titolari di diritti reali su tutti i fondi oggetto dell’allagamento, condizione necessaria ai fini della legittimazione ad agire a tutela dell’aggravamento delle modalita’ di esercizio di una servitu’.

Azienda agricola – Servitù pubblica – Servitù di allagamento – Esproprio del bene – Indennizzo

Corte di Cassazione|Sezione U|Civile|Sentenza|11 gennaio 2019| n. 542

Azienda agricola – Servitù pubblica – Servitù di allagamento – Esproprio del bene – Indennizzo Quanto al profilo dell’aggravamento del diritto di servitu’, in primo luogo non vi e’ censura al profilo motivazionale con il quale il Tsap segnala che, proponendo una complessiva domanda risarcitoria sotto molteplici profili, i ricorrenti non si sono neppure professati titolari di diritti reali su tutti i fondi oggetto dell’allagamento, condizione necessaria ai fini della legittimazione ad agire a tutela dell’aggravamento delle modalita’ di esercizio di una servitu’.

Risulta inoltre corretta in diritto l’affermazione secondo la quale una maggiore o minore frequenza dell’uso tipico della servitu’ ovvero delle facolta’ concesse al titolare del fondo dominante, da esercitarsi sul fondo servente, non e’ di per se’ idonea a determinare l’aggravamento della servitu’ stessa.

Ne’ e’ allegato, ai fini della prospettata violazione dell’articolo 1067 c.c., la realizzazione di alcun tipo di innovazioni che rendano piu’ gravosa la condizione del fondo servente, in quanto si lamenta semplicemente un ricorso piu’ frequente all’uso tipico della servitu’ – di allagamento controllato, appunto, dei fondi ad esso assoggettati – rispetto a quanto originariamente prefiguratosi dalle parti in base alle esigenze dell’epoca, con valutazione ex ante.

Neppure riproduce, il testo di eventuali accordi sottoscritti (ne’ li richiamano con sufficiente precisione), dai quali emerga che l’amministrazione pubblica si fosse impegnata a procedere agli allagamenti controllati con una determinata periodicita’, successivamente non rispettata.

A cio’ si aggiunga che l’aggravamento di una servitu’ conseguente alla modificazione dello stato dei luoghi o alla sopravvenienza di diverse modalita’ di esercizio non puo’ ritenersi “in re ipsa”, ma deve essere valutato caso per caso, in relazione al complesso delle circostanze in concreto esistenti, tenendo conto degli elementi probatori forniti dalle parti.

Nel caso di specie il giudice di merito ha escluso, con accertamento in fatto, sia che si sia verificato un aggravamento nel senso sopra indicato, sia che la maggior frequenza dell’allagamento implichi un danno imprevisto o imprevedibile (solo in questa ipotesi potrebbe configurarsi il diritto al risarcimento di un danno futuro, non coperto dalla liquidazione effettuata con le due sentenze passate in giudicato, quanto al terreno di Ponte alle Vanne, che hanno riconosciuto il danno conseguente ad una perdita di valore del fondo nella misura del 35%, ne’ dalla quantificazione volontariamente accettata in relazione al terreno di Lavacchione).

Ugualmente, l’accertamento in fatto considera assolutamente troppo esiguo il lasso di tempo tra la prima messa in utilizzo delle casse di espansione e la proposizione della domanda risarcitoria, dopo due episodi di allagamento, per potersene trarre una valutazione significativa in relazione al verificarsi di un danno imprevisto o imprevedibile, che sia pari ad una totale perdita di valore del terreno, e quindi ad un esproprio di fatto dell’intera sua utilita’.

Astrattamente, infatti, sarebbe configurabile un esproprio in fatto qualora fosse stato accertato che i terreni, dei quali e’ stata risarcita una perdita di valore nella misura del 35% (determinazione che tiene conto della riduzione della capacita’ produttiva del bene), abbiano in realta’ perso, per la sostanziale continuita’ degli episodi di allagamento e per la totale impossibilita’ di trarne una utilita’ economica, anche il residuo valore. E tuttavia il giudice di merito ha escluso che si sia verificata una totale perdita di valore non perche’ abbia omesso di considerare la differenza, astrattamente configurabile, tra parziale perdita di valore ed esproprio di fatto. La sentenza impugnata risponde infatti efficacemente alle critiche, in questa sede riproposte dai ricorrenti, in ordine al contrasto tra la decisione del giudice nazionale e la disciplina contenuta nella Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo a tutela della proprieta’ individuale, puntualizzando, con considerazione che appare pienamente condivisibile, che neppure ai sensi dell’articolo 1 del primo protocollo aggiuntivo alla Convenzione Europea sui diritti dell’Uomo la limitazione del godimento del fondo per motivi di pubblica utilita’ puo’ dirsi illegittima allorche’ – come nel caso di specie – la determinazione dell’indennizzo per la diminuzione del valore e la limitazione dell’uso futuro, benche’ forfettaria, si sia comunque avuta, e sia stata parametrata a previsioni che, al momento in cui sono state eseguite, potevano qualificarsi attendibili e corrispondenti ad un uso normale e prevedibile, ne’ risultano totalmente alterate da uno scostamento macroscopico conseguente alle concrete modalita’ di utilizzo della servitu’. I due episodi di allagamento precedenti alla proposizione della domanda, per la loro episodicita’, non sono stati ritenuti ne’ determinanti di una totale perdita di valore, e neppure elementi significativi ai fini del determinarsi di un danno sopravvenuto ed imprevedibile.

 

Avvocato matrimonialista Bologna, ma il figlio che non lavora va mantenuto? Pare di si secondo la cassazione Civile, sentenza 6 marzo – 9 maggio 2013, n. 11020
Avvocato matrimonialista Bologna, ma il figlio che non lavora va mantenuto? Pare di si secondo la cassazione Civile, sentenza 6 marzo – 9 maggio 2013, n. 11020

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAMMONE Giovanni – Primo Presidente

Dott. SPIRITO Angelo – Primo Presidente

Dott. MANNA Felice – Presidente di Sez.

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Consigliere

Dott. CHINDEMI Domenico – Consigliere

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3344-2017 proposto da:

AZIENDA AGRICOLA S.A.S. (OMISSIS), nonche’ (OMISSIS) e (OMISSIS), in proprio e nella qualita’ di legali rappresentanti dell’Azienda stessa, elettivamente domiciliati in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentati e difesi dagli avvocati (OMISSIS);

– ricorrenti –

contro

REGIONE TOSCANA, in persona del Presidente pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS);

– controricorrente –

contro

PROVINCIA DI PRATO, in persona del Presidente pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS);

– resistente –

avverso la sentenza n. 200/2016 del TRIBUNALE SUPERIORE DELLE ACQUE PUBBLICHE, depositata il 16/06/2016.

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza dell’11/09/2018 dal Consigliere LINA RUBINO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale CAPASSO LUCIO, che ha concluso per il rigetto del ricorso; uditi gli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS) per delega dell’avvocato (OMISSIS) e (OMISSIS) per delega dell’avvocato (OMISSIS).

I FATTI DI CAUSA

  1. (OMISSIS) e (OMISSIS), in proprio e quali titolari dell’omonima azienda agricola s.a.s., convennero in giudizio dinanzi al Tribunale Regionale delle Acque Pubbliche presso la Corte d’appello di Firenze la Regione Toscana e la Provincia di Prato per sentirle condannare al risarcimento dei danni patiti dai fondi di loro proprieta’ in dipendenza degli episodi di apertura delle casse di espansione di Ponte alle Vanne e di Lavacchione avvenuti il 25.12.09 e il 2223.12.10, ritenendo configurabile un esproprio di fatto nelle concrete modalita’ di esercizio della servitu’ di allagamento, assai piu’ gravose rispetto a quelle originariamente presupposte.

Le convenute si costituirono, contestando ciascuna la propria legittimazione passiva ed eccependo il giudicato, in virtu’ delle sentenze di quello stesso Tribunale regionale nn. 9/99 (non definitiva) e 23/02 (definitiva), che avevano – tra l’altro – riconosciuto in favore degli attori un risarcimento di oltre 250.000Euro per la riduzione del valore del fondo conseguente ai possibili allagamenti passati ed anche futuri, derivanti appunto dall’utilizzo delle casse di espansione.

  1. Il Tribunale regionale adito, con sentenza n. 112 del 21 gennaio 2014, rigettava tutte le domande proposte dai (OMISSIS) e (OMISSIS), individuando la proposizione da parte degli attori di tre distinti gruppi di domande (uno volto ad ottenere il risarcimento dei danni da abuso del diritto di allagamento, un secondo con il quale si chiedeva

accertarsi il dedotto aggravamento della servitu’ e un terzo volto a chiedere il risarcimento per l’esproprio di fatto in cui si sarebbe tradotto il frequente allagamento dei terreni). Il TRAP respingeva le domande, escludendo sia la presenza di un abuso nella gestione dell’allagamento delle casse, sia la configurabilita’ di un aggravamento di servitu’ riconducibile alla semplice maggior ricorrenza dell’esercizio delle facolta’ che ne costituivano oggetto, sia la rilevanza dello scostamento delle previsioni poste a base della liquidazione dei danni nelle pregresse sentenze, ormai passate in giudicato.

  1. Contro tale sentenza l’Azienda agricola s.a.s. di (OMISSIS) e (OMISSIS) propose appello, deducendo (oltre alla fondatezza della domanda di esproprio di fatto e di aggravamento della servitu’ di allagamento) che il TRAP di Firenze avesse omesso di pronunciarsi sull’autonoma domanda di risarcimento danni proposta dalla societa’ in proprio, non coperta dai danni risarciti con le due sentenze precedenti in favore delle persone fisiche dei soci.
  2. Con sentenza n. 200 del 16 giugno 2016, il Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche rigettava l’appello, ritenendolo infondato nella stessa prospettazione delle tesi di diritto.

Al punto 5.1. della sentenza qui impugnata il TSAP ricostruiva l’articolata pretesa degli appellanti come volta a far valere le diminuzioni patrimoniali subite per i danni arrecati ai fondi da loro coltivati o detenuti o posseduti, dovute alle concrete modalita’ di esercizio delle servitu’ relative alle due casse di espansione (e concretantesi in due allagamenti, del 2009 e del 2010), dedotte dagli appellanti come sensibilmente differenti, nel senso di una notevole maggior gravita’, rispetto a quanto originariamente previsto dai progetti posti a base della realizzazione dei manufatti.

Puntualizzava che il giudice di primo grado, benche’ non avesse compiuto un accurato riscontro circa la esatta corrispondenza dei fondi oggetto delle precedenti sentenze di merito passate in giudicato con quelli oggetto della presente azione, avesse correttamente inquadrato il problema con riferimento alle tre linee argomentative dell’abuso del diritto di allagamento, dell’aggravamento della servitu’ e dell’esproprio di fatto.

Confermava la decisione di primo grado, pur con una necessaria integrazione quanto alle casse di Lavacchione. Precisava infatti che, quanto ai fondi interessati dalla cassa di espansione di Ponte alle Vanne, erano intervenute le due sentenze passate in giudicato che risarcivano i danni; quanto ai fondi interessati dalla cassa del Lavacchione, gli appellanti erano stati indennizzati dalla Regione. Cio’ premesso, affermava che la quantificazione preventiva e forfettaria dei danni futuri contenuta nell’un caso nelle sentenze passate in giudicato, nell’altro caso nell’accordo volontario con il quale si accettava l’indennizzo per l’asservimento dei terreni in questione agli eventuali allagamenti che si fossero resi necessari in futuro in presenza di situazioni metereologiche particolarmente avverse, non fosse in alcun modo scalfita dalla eventuale inferiorita’ del danno previsto rispetto a quello effettivamente verificatosi, rientrando nell’alea normalmente insita in una valutazione prognostica e probabilistica quale quella necessitata in casi consimili (salvo il solo caso dell’aggravamento imprevedibile). Escludeva la configurabilita’ nel caso di specie di quell’aggravamento imprevedibile del danno che avrebbe consentito una maggiore liquidazione, precisando che a tal fine sarebbe stato necessario prendere in considerazione un arco di tempo ben maggiore per valutare l’imprevedibilita’ del danno effettivamente verificatosi rispetto a quello tenuto in conto nella valutazione ex ante.

Escludeva quindi l’abuso del diritto di allagamento, ritenendo pienamente legittimo l’operato degli enti gestori; escludeva l’aggravamento della servitu’ di allagamento, osservando che da un lato, non di tutti i fondi gli appellati si professavano titolari di diritti reali ed inoltre evidenziando che una maggiore o minore frequenza nell’esercizio delle facolta’ concesse al titolare del diritto di servitu’ di per se’ non rileva ai fini dell’aggravamento della servitu’ stessa; quanto al dedotto esproprio di fatto, riteneva satisfattivo, per i motivi esposti, l’indennizzo gia’ corrisposto. Infine, indicava una sostanziale coincidenza tra le persone dei soci e la societa’ agricola.

  1. Contro tale sentenza propone ricorso per Cassazione, con un unico motivo, l’Azienda Agricola s.a.s. (OMISSIS).

Resiste con controricorso la Regione Toscana. La Provincia di Prato ha depositato procura speciale ed ha partecipato alla discussione in udienza pubblica.

Non sono state depositate memorie.

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

Con l’unico motivo di ricorso, la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’articolo 2909 c.c., della L. n. 2359 del 1865, articolo 40, della Legge Regionale Toscana n. 67 del 2003, commi 3 e 4, articolo 31, in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3, nonche’ il contrasto tra la sentenza impugnata e le sentenze n. 88 del 5 dicembre 1997 del TSAP, n. 9 del 25 giugno 1999 del TRAP, n. 23 del 29 novembre 2002 del TRAP, passate in giudicato e pronunciate tra le stesse parti. Denuncia inoltre la violazione degli articoli 1218, 1223, 1063 e 1067 c.c. e la violazione dell’articolo 117 Cost., comma 1, in relazione all’articolo 1, primo prot. CEDU, in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3.

Osserva che le menzionate sentenze del TSAP e del TRAP passate in giudicato non comprendono anche la riparazione dei futuri danni alle colture, ma risarciscono solo la diminuzione del valore dei terreni nella allora stimata misura del 35%, e che pertanto non sia coperto da giudicato il diritto dei ricorrenti di essere risarciti e indennizzati, per i nuovi fatti sopravvenuti alle sentenze, sia in riferimento ai danni alle colture subiti dall’Azienda Agricola a seguito delle aperture delle casse di espansione avvenute il 25 dicembre 2009 e il 22-23 dicembre 2010, sia dei danni per la ulteriore diminuzione del valore dei terreni pari al 100%, con evidente azzeramento del valore e conseguente esproprio di fatto e/o aggravamento della servitu’ di allagamento.

Lamenta infatti che tali danni si basino su fatti sopravvenuti alla sentenza n. 92/2002, eccezionali e imprevedibili rispetto a quanto previsto nel progetto originario approvato dalla Regione Toscana (non riprodotto in questa sede), che prevedeva l’apertura delle casse di espansione ogni cento anni, sulla cui base l’azienda agricola sottoscrisse l’accordo volontario.

Deduce che la sentenza impugnata non abbia considerato che le casse di espansione debbano essere utilizzate in base al progetto, ai sensi dell’articolo 1063 c.c., e che un loro utilizzo comporti sempre e comunque un indennizzo per i danni alle colture cosi’ come prevede lo stesso progetto; con la conseguenza che, per un verso, risultino violate le norme di cui all’articolo 1063 c.c. (per cui la servitu’ di allagamento, in relazione all’estensione e al suo esercizio, e’ regolata dal titolo) e articolo 1067 c.c. (che vieta di aggravare la servitu’, pena il diritto al risarcimento del danno) e, per l’altro, che ai fini della configurazione del risarcimento richiesto non sia necessario provare ne’ la mancanza di uno stato di necessita’ o di pericolo o di calamita’ o di rischio idraulico, ne’ tantomeno l’abusivo utilizzo della cassa di espansione.

Assume che la nuova azione proposta non sia coperta da giudicato, in quanto si farebbe valere il fatto, nuovo e diverso, dell’aggravamento della servitu’ di allagamento con conseguente esproprio di fatto. Deduce che il Giudice dell’impugnata sentenza non abbia tenuto conto che, a seconda della frequenza degli allagamenti, si prospetti un range di possibili indennita’, che vanno da quella di esproprio a quella di servitu’ di allagamento con indennizzo minimo; e che pertanto il risarcimento del danno liquidato nella misura del 35% del valore venale dei beni debba essere integrato in proporzione all’incidenza negativa sensibilmente aumentata.

Lamenta infine che l’inutilizzabilita’ del bene integri una violazione del diritto di proprieta’, garantito quale diritto dell’uomo ai sensi dell’articolo 1 del Primo prot. CEDU; e che la stessa rappresenti la novita’ fattuale ignorata dal Giudice della sentenza impugnata, in violazione dell’orientamento della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che riconosce tutela anche a tutti i casi di espropriazione di fatto.

La Regione Toscana, controricorrente, oltre a chiedere il rigetto del ricorso ribadisce, per l’eventuale ipotesi di suo accoglimento, il proprio difetto di legittimazione passiva, per essere competenti, in materia di difesa del suolo in relazione ai compiti di piena e pronto intervento idraulico, la Provincia di Prato (in quanto il trasferimento di competenze dalla Provincia alla Regione operato dalla Legge Regionale Toscana n. 22 del 2015, non opererebbe, a norma dell’articolo 10 della medesima legge, per i procedimenti gia’ avviati al momento del trasferimento delle funzioni), e, per la manutenzione delle casse di espansione, il Consorzio (OMISSIS).

Il motivo di ricorso e’ infondato.

Esso riproduce le caratteristiche della linea argomentativa seguita nel giudizio di merito, ovvero tende integrare l’uno con l’altro profili non del tutto coincidenti di asserita lesione dei diritti dei ricorrenti, che invece il Tribunale Regionale prima ed il TSAP poi hanno opportunamente tenuti distinti, dando una scansione logica e concettuale alle domande proposte dai ricorrenti, pur ritenendoli tutti infondati.

Tende inoltre, inammissibilmente, a reintrodurre in questa sede, pur prospettando l’esistenza di plurime violazioni di legge, il giudizio di fatto sull’aggravamento della servitu’ di allagamento e sull’avvenuto verificarsi di un esproprio di fatto.

In relazione alle lamentate violazioni di legge, la sentenza impugnata resiste alle critiche mossele.

Quanto al profilo dell’aggravamento del diritto di servitu’, in primo luogo non vi e’ censura al profilo motivazionale con il quale il Tsap segnala che, proponendo una complessiva domanda risarcitoria sotto molteplici profili, i ricorrenti non si sono neppure professati titolari di diritti reali su tutti i fondi oggetto dell’allagamento, condizione necessaria ai fini della legittimazione ad agire a tutela dell’aggravamento delle modalita’ di esercizio di una servitu’.

Risulta inoltre corretta in diritto l’affermazione secondo la quale una maggiore o minore frequenza dell’uso tipico della servitu’ ovvero delle facolta’ concesse al titolare del fondo dominante, da esercitarsi sul fondo servente, non e’ di per se’ idonea a determinare l’aggravamento della servitu’ stessa.

Ne’ e’ allegato, ai fini della prospettata violazione dell’articolo 1067 c.c., la realizzazione di alcun tipo di innovazioni che rendano piu’ gravosa la condizione del fondo servente, in quanto si lamenta semplicemente un ricorso piu’ frequente all’uso tipico della servitu’ – di allagamento controllato, appunto, dei fondi ad esso assoggettati – rispetto a quanto originariamente prefiguratosi dalle parti in base alle esigenze dell’epoca, con valutazione ex ante.

Neppure riproduce, il testo di eventuali accordi sottoscritti (ne’ li richiamano con sufficiente precisione), dai quali emerga che l’amministrazione pubblica si fosse impegnata a procedere agli allagamenti controllati con una determinata periodicita’, successivamente non rispettata.

A cio’ si aggiunga che l’aggravamento di una servitu’ conseguente alla modificazione dello stato dei luoghi o alla sopravvenienza di diverse modalita’ di esercizio non puo’ ritenersi “in re ipsa”, ma deve essere valutato caso per caso, in relazione al complesso delle circostanze in concreto esistenti, tenendo conto degli elementi probatori forniti dalle parti.

Nel caso di specie il giudice di merito ha escluso, con accertamento in fatto, sia che si sia verificato un aggravamento nel senso sopra indicato, sia che la maggior frequenza dell’allagamento implichi un danno imprevisto o imprevedibile (solo in questa ipotesi potrebbe configurarsi il diritto al risarcimento di un danno futuro, non coperto dalla liquidazione effettuata con le due sentenze passate in giudicato, quanto al terreno di Ponte alle Vanne, che hanno riconosciuto il danno conseguente ad una perdita di valore del fondo nella misura del 35%, ne’ dalla quantificazione volontariamente accettata in relazione al terreno di Lavacchione).

Ugualmente, l’accertamento in fatto considera assolutamente troppo esiguo il lasso di tempo tra la prima messa in utilizzo delle casse di espansione e la proposizione della domanda risarcitoria, dopo due episodi di allagamento, per potersene trarre una valutazione significativa in relazione al verificarsi di un danno imprevisto o imprevedibile, che sia pari ad una totale perdita di valore del terreno, e quindi ad un esproprio di fatto dell’intera sua utilita’.

Astrattamente, infatti, sarebbe configurabile un esproprio in fatto qualora fosse stato accertato che i terreni, dei quali e’ stata risarcita una perdita di valore nella misura del 35% (determinazione che tiene conto della riduzione della capacita’ produttiva del bene), abbiano in realta’ perso, per la sostanziale continuita’ degli episodi di allagamento e per la totale impossibilita’ di trarne una utilita’ economica, anche il residuo valore. E tuttavia il giudice di merito ha escluso che si sia verificata una totale perdita di valore non perche’ abbia omesso di considerare la differenza, astrattamente configurabile, tra parziale perdita di valore ed esproprio di fatto. La sentenza impugnata risponde infatti efficacemente alle critiche, in questa sede riproposte dai ricorrenti, in ordine al contrasto tra la decisione del giudice nazionale e la disciplina contenuta nella Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo a tutela della proprieta’ individuale, puntualizzando, con considerazione che appare pienamente condivisibile, che neppure ai sensi dell’articolo 1 del primo protocollo aggiuntivo alla Convenzione Europea sui diritti dell’Uomo la limitazione del godimento del fondo per motivi di pubblica utilita’ puo’ dirsi illegittima allorche’ – come nel caso di specie – la determinazione dell’indennizzo per la diminuzione del valore e la limitazione dell’uso futuro, benche’ forfettaria, si sia comunque avuta, e sia stata parametrata a previsioni che, al momento in cui sono state eseguite, potevano qualificarsi attendibili e corrispondenti ad un uso normale e prevedibile, ne’ risultano totalmente alterate da uno scostamento macroscopico conseguente alle concrete modalita’ di utilizzo della servitu’. I due episodi di allagamento precedenti alla proposizione della domanda, per la loro episodicita’, non sono stati ritenuti ne’ determinanti di una totale perdita di valore, e neppure elementi significativi ai fini del determinarsi di un danno sopravvenuto ed imprevedibile.

Il ricorso va pertanto rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come al dispositivo.

Il ricorso per cassazione e’ stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, e la ricorrente risulta soccombente, pertanto e’ gravata dall’obbligo di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, comma 1 bis, articolo 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Pone a carico della ricorrente le spese di giudizio sostenute dalla Regione Toscana, che liquida in complessivi Euro 6.000,00 oltre 200,00 per esborsi, oltre contributo spese generali ed accessori, e le spese di giudizio sostenute dalla Provincia di Prato, che liquida in complessivi Euro 2.500,00 per compensi, oltre 200,00 per esborsi, oltre accessori e contributo spese generali.

Da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.