Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

DNA FILIAZIONE PROVA AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA PROVA CONVIVENZA AL FINE FILIAZIONE

DNA FILIAZIONE PROVA AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA

PROVA CONVIVENZA AL FINE FILIAZIONE

La prova si ricava, comunque, anche dal certificato anagrafico in atti che attesta lo stato di famiglia, nel periodo in cui si è realizzata la morte del compagno.

L’ultimo comma dell’art. 30 Cost. rimette al legislatore ordinario la fissazione delle norme e dei limiti per la ricerca della paternità naturale, senza stabilire vincoli di contenuto. L’ultimo comma dell’art. 269 c.c. – secondo cui la sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra la madre ed il preteso padre all’epoca del concepimento non costituiscono prova della paternità naturale – costituisce di per sé una limitazione di carattere probatorio, ma non prescrive che l’esistenza di tali rapporti debba risultare in ogni caso da una prova specifica sul punto, dovendo anche tenersi conto del secondo comma della medesima disposizione, secondo cui la prova della paternità e della maternità può essere data con ogni mezzo (vedi anche Cass., 27 agosto 1997 n. 8059, secondo cui ogni valutazione sulla adeguatezza e sufficienza dei limiti appartiene alla considerazione discrezionale del legislatore, non fissando la citata norma costituzionale alcun canone in proposito).

RIFIUTO DNA

Orbene, è pacifico in giurisprudenza (cfr., tra le tante, Cass. n. 14910/2000 o Cass. n. 2749/2002) che il rifiuto del presunto padre a sottoporsi a tali prove costituisce soltanto un comportamento valutabile ex art. 116, comma secondo, c.p.c., ma non può di certo ritenersi sufficiente a fondarvi un giudizio di paternità naturale, in mancanza di altre concomitanti, convergenti ed univoche prove, quali eventuali ammissioni del ricorrente, prove testimoniali in ordine all’intrattenimento di una stabile relazione more uxorio, alla esistenza di rapporti sessuali tra i presunti genitori e quanto altro.

Val la pena di precisare che, comunque, avendo la convivenza una natura “fattuale”, e, cioè, traducendosi in una formazione sociale non esternata dai partners a mezzo di un vincolo civile formale, la dichiarazione anagrafica è strumento privilegiato di prova e non anche elemento costitutivo e ciò si ricava, oggi, dall’art. 1 comma 36 della Legge 76 del 2016, in materia di “regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”.

La definizione normativa che il Legislatore ha introdotto per i conviventi

è scevra da ogni riferimento ad adempimenti formali: “si intendono per “conviventi di fatto” due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”. In altri termini, il convivere è un “fatto” giuridicamente rilevante da cui discendono effetti giuridici ora oggetto di regolamentazione normativa. Tant’è che la dichiarazione anagrafica è richiesta dalla legge 76 del 2016 “per l’accertamento della stabile convivenza”, quanto a dire per la verifica di uno dei requisiti costitutivi ma non anche per appurarne l’effettiva esistenza fattuale.

. Il nascituro, pertanto, nel caso di specie, successivamente all’evento della nascita sarebbe legittimato attivo per l’esercizio dell’azione ex art. 269 c.p.c., già a mezzo della rappresentanza della madre, ex art. 273 comma I c.c. Si tratta, però, di un interesse oggi non rappresentato da un soggetto attuale poiché il concepito è l’essere umano nella fase primordiale dello sviluppo biologico e, dunque, non è ancora persona fisica.

In particolare, per quella formulata con riferimento agli artt. 13, 24 e 32 Cost, deve osservarsi che dall’art. 269 non deriva una restrizione alla libertà personale, avendo il soggetto piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi ematici al fine dell’espletamento dell’esame dei DNA, mentre il trarre argomenti di prova dai comportamenti della parte costituisce applicazione del principio della libera valutazione della prova da parte del giudice (Cass. 17.11.2000 n. 14920), senza che ne resti pregiudicato il diritto di difesa.

Inoltre, come già sottolineato da questa Corte, il rifiuto aprioristico della parte di sottoporsi ad esami ematologici non può ritenersi nemmeno giustificato con esigenze di tutela della riservatezza, tenuto conto sia del fatto che l’uso dei dati nell’ambito nel giudizio non può che essere rivolto a fini di giustizia, sia del fatto che il sanitario chiamato dal giudice a compiere l’accertamento è tenuto tanto al segreto professionale che a rispetto della legge n. 675 del 31.12.1996 (Cass. 7.11.2001 n. 13766).

 In tempi recenti, le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno, invero, affermato che, tenuto conto del naturale relativismo dei concetti giuridici, alla tutela del nascituro si può pervenire, in conformità con un indirizzo dottrinario, senza postularne la soggettività – che è una tecnica di imputazione di diritti ed obblighi – bensì considerandolo oggetto di tutela (Cass. Civ., Sez. Un., 22 dicembre 2015 n. 25767; orientamento seguito anche da: Corte Cost. 18 febbraio 1975 n. 27; Cass., sez. 3, maggio 2011 n. 9700; Cass. 9 maggio 2000, n. 5881). In altri termini, “si può essere destinatari di tutela anche senza essere soggetti dotati di capacità giuridica ai sensi dell’art. 1 c.c.”. Nel caso di specie, devono ritenersi sussistenti i presupposti per riconoscere tutela al concepito: differire la protezione a un momento successivo alla nascita rischierebbe, infatti, di pregiudicare l’esito del giudizio di paternità. Risulta pienamente provato, infatti, che (…), dopo la morte, è stato cremato e, pertanto, non sarebbe possibile procedere alla esumazione della salma (art. 83, d.P.R. 285 del 1990; v. Cass. civ., 12549 del 2012), durante il giudizio ex art. 269 c.c., per gli accertamenti in ordine alla paternità biologica. E’ al contempo provato (v. certificato dell’Azienda (…) di (…), del 29 aprile 2016) che presso l’azienda sanitaria della (…) sono custodite due provette di sangue che, in previsione di possibili indagini di carattere genetico, “sono state congelate nelle immediatezze del prelievo”.

In tema di esecutività della sentenza straniera, integra una violazione dell’ordine pubblico processuale la decisione del giudice straniero che, in tema di accertamento della paternità naturale, dopo avere dapprima disposto d’ufficio la cd. prova del DNA, abbia disposto immotivatamente la revoca del mezzo istruttorio pur in presenza della dichiarata disponibilità all’esame da parte del preteso padre e dopo aver disposto con rogatoria che l’incidente istruttorio venisse eseguito in Italia.

Cassazione civile sez. I, 26/02/2021, n.5327

In tema di test del DNA per la verifica della paternità, colui che impugna il riconoscimento è tenuto a dimostrare solo la non rispondenza del riconoscimento al vero e non la assoluta impossibilità a procreare dell’autore del riconoscimento, come invece sostenuto da un precedente orientamento della giurisprudenza di legittimità, superato alla luce della riforma dell’istituto dell’impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità, sostanzialmente allineato a quello del disconoscimento, con conseguente valenza dirimente, anche in tal caso, della consulenza genetica.

Nel caso in cui sia stata acquisita una consulenza sul DNA, espletata da un esperto al di fuori del processo su concorde richiesta delle parti, il giudice, ove non siano allegate specifiche ragioni tecniche e scientifiche, non è obbligato a disporre una consulenza tecnica di ufficio per il solo fatto della natura stragiudiziale della perizia acquisita, potendo utilizzarla, stante il diritto di allegazione delle parti ed il principio del libero convincimento del Giudice.

Tribunale Roma sez. I, 10/06/2020, n.8359

L’accertamento immuno-ematologico per l’accertamento della paternità non è subordinato alla prova dell’esistenza di una relazione, e il rifiuto ingiustificato a sottoporvisi, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., è suscettibile di essere valutato come ammissione.

Cassazione civile sez. I, 14/06/2019, n.16128

L’azione di impugnazione del riconoscimento del figlio naturale per difetto di veridicità postula, a norma dell’art. 263 cod. civ., la dimostrazione della assoluta impossibilità che il soggetto che abbia inizialmente compiuto il riconoscimento sia, in realtà, il padre biologico del soggetto riconosciuto come figlio.

Ai fini probatori, la cosiddetta analisi dei polimorfismi del DNA costituisce l’unico mezzo di prova diretto e non presuntivo della paternità e viene effettuata procedendo al confronto tra il profilo genetico del figlio con quello di entrambi i genitori; una volta individuate nel figlio le caratteristiche genetiche di provenienza materna, viene valutato se vi sia o meno corrispondenza con quelle di provenienza paterna e, in caso negativo, l’indagine si conclude con l’esclusione certa della paternità.

Nel caso, invece, in cui venga accertata una compatibilità fra padre e figlio, viene determinata la percentuale di probabilità statistica che il soggetto in esame sia effettivamente il padre biologico.

Tribunale Spoleto, 07/08/2018, n.673

La scoperta dell’adulterio commesso all’epoca del concepimento – alla quale si collega il decorso del termine annuale di decadenza fissato dall’art. 244 c.c. (come additivamente emendato con sentenza n. 134 del 1985 della Corte costituzionale) – va intesa come acquisizione certa della conoscenza (e non come mero sospetto) di un fatto rappresentato o da una vera e propria relazione, o da un incontro, comunque sessuale, idoneo a determinare il concepimento del figlio che si vuole disconoscere, non essendo sufficiente la mera infatuazione, la mera relazione sentimentale o la frequentazione della moglie con un altro uomo.

(Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di appello che ha riconosciuto la tempestività della domanda di disconoscimento della paternità, ritenendo che, pur risultando una pregressa conoscenza dell’adulterio da parte dell’attore, solo all’esito dell’espletamento della prova del DNA, questi ne avesse acquisito la certezza).

Cassazione civile sez. I, 09/02/2018, n.3263

Procedimento cautelare

Tenuto conto della strumentalità dell’odierna cautela, dei contenuti della domanda cautelare, nonché dell’esatto contenuto della futura azione di merito, il ricorso introduttivo va qualificato come istanza ex art. 700 c.p.c., atteso lo stretto nesso tra l’accertamento richiesto e l’interesse da far valere in successivo giudizio; depone in tal senso anche il contenuto atipico della cautela richiesta che esula dal mero accertamento tecnico e comporta, di fatto, una anticipazione di atti provvedimentali, al fine di conseguire il risultato auspicato con la promozione del giudizio ex art. 269 c.p.c.. Per i motivi già illustrati sussistono i presupposti per la concessione della cautela inaudita altera parte, dovendosi, però, al contempo, già in questa sede, provvedere alla regolare instaurazione del contraddittorio. Il contraddittorio cautelare va costruito guardando a quelle che sarebbero le parti necessarie nel merito. Ebbene, ai sensi dell’art. 276 c.p.c., come riscritto dall’art. 1 legge 10 dicembre 2012 n. 219 e modificato e modificato dall’art. 33 comma I, D.Lgs. 28 dicembre 2013 n. 154, “la domanda per la dichiarazione di paternità o di maternità deve essere proposta nei confronti del presunto genitore o, in sua mancanza, nei confronti dei suoi eredi. In loro mancanza, la domanda deve essere proposta nei confronti di un curatore nominato dal giudice davanti al quale il giudizio deve essere promosso”. La Suprema Corte di Cassazione ha già avuto modo di rendere chiarimenti interpretativi al riguardo (Cass. Civ., sez. I, sentenza 19 settembre 2014 n. 19790) affermando che, nell’ipotesi, in cui il genitore o i suoi eredi diretti manchino fin dall’instaurazione del giudizio il curatore speciale non può che ritenersi una parte necessaria. La Suprema Corte ha anche valorizzato, in tal caso, la necessità della curatela speciale, in ragione del possibile conflitto di interessi che possa determinarsi.

Filiazione – Dichiarazione giudiziale di paternità o maternità – Prova – Rifiuto di sottoporsi alla prova del dna

L’ultimo comma dell’art. 269 c.c. – secondo il quale la sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra la madre ed il preteso padre all’epoca del concepimento non sostituiscono prova della paternità naturale – non impone, in ogni caso, di fornire la prova, prima di ogni altro elemento, dell’esistenza di rapporti sessuali tra la madre ed il preteso padre all’epoca del concepimento, ma pone soltanto una deroga alla regola genera”, e del libero convincimento del giudice, fissando un limite al suo potere ci valutare discrezionalmente le risultanze probatorie e relegando detti dati ad elementi concorrenti per la dimostrazione del fatto procreativo (Cass. 22 novembre 1991 n. 12574; vedi anche Cass. 5 agosto 1997 n. 7193, 15 gennaio 1999 n. 336.

Il rifiuto ingiustificato di sottoporsi agli esami ematologie! costituisce un comportamento valutabile, ai sensi dell’art. 116, comma secondo, cod. proc. civ., da parte del giudice di merito, anche in assenza di prova di un qualsiasi rappcrto sessuale tra le parti, atteso che proprio la mancanza di prove oggettive assolutamente certe (e ben difficilmente acquisibili) circa la reale natura dei rapporti tra le parti giustifica il ricorso alla prova ematologica, il cui esito consente non solo di escludete in modo assoluto la contestata paternità, ma anche di confermarla con un grado di probabilità che, alla stregua delle attuali conoscenze scientifiche, supera normalmente il 99 per certo (Cass. 9 giugno 1995 n. 6550, 22 ottobre 1997 n. 10377).

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale – per violazione degli artt. 13, 15, 24, 30 e 32 Cost. – del combinato disposto degli artt. 269 c.c. e 116 e 118 c.p.c., ove interpretato nel senso della possibilità di dedurre argomenti di prova dal rifiuto del preteso padre di sottoporsi a prelievi ematici al fine dell’espletamento dell’esame del Dna. Invero, dall’art. 269 c.c. non deriva una restrizione della libertà personale, avendo il soggetto piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi, mentre il trarre argomenti di prova dai comportamenti della parte costituisce applicazione del principio della libera valutazione della prova da parte del giudice, senza che ne resti pregiudicato il diritto di difesa, e, inoltre, il rifiuto aprioristico della parte di sottoporsi ai prelievi non può ritenersi giustificato nemmeno con esigenze di tutela della riservatezza, tenuto conto sia del fatto che l’uso dei dati nell’ambito del giudizio non può che essere rivolto a fini di giustizia, sia del fatto che il sanitario chiamato dal giudice a compiere l’accertamento è tenuto tanto al segreto professionale che la rispetto della legge 31/12/1996, n. 675.

RISOLVI BOLOGNA DIVISIONE EREDITARIA Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali – Formazione dello stato attivo dell’eredita’ – Collazione ed imputazione

 

RISOLVI BOLOGNA DIVISIONE EREDITARIA

Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali – Formazione dello stato attivo dell’eredita’ – Collazione ed imputazione – Oggetto – In genere – Donazioni fatte in vita dal “de cuius” – Obbligo di collazione – Insorgenza automatica con l’apertura della successione – Domanda dei condividenti – Necessità – Esclusione – Deduzione di un fatto ostativo alla collazione – Onere probatorio del deducente.

 

RISOLVI BOLOGNA DIVISIONE EREDITARIA Divisione - Divisione ereditaria - Operazioni divisionali - Formazione dello stato attivo dell'eredita' - Collazione ed imputazione - Oggetto - In genere - Donazioni fatte in vita dal "de cuius" - Obbligo di collazione - Insorgenza automatica con l'apertura della successione - Domanda dei condividenti - Necessità - Esclusione - Deduzione di un fatto ostativo alla collazione - Onere probatorio del deducente.  
RISOLVI BOLOGNA DIVISIONE EREDITARIA Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali – Formazione dello stato attivo dell’eredita’ – Collazione ed imputazione – Oggetto – In genere – Donazioni fatte in vita dal “de cuius” – Obbligo di collazione – Insorgenza automatica con l’apertura della successione – Domanda dei condividenti – Necessità – Esclusione – Deduzione di un fatto ostativo alla collazione – Onere probatorio del deducente.

 

In presenza di donazioni fatte in vita dal “de cuius”, la collazione ereditaria – in entrambe le forme previste dalla legge, per conferimento del bene in natura ovvero per imputazione – è uno strumento giuridico volto alla formazione della massa ereditaria da dividere al fine di assicurare l’equilibrio e la parità di trattamento tra i vari condividenti, così da non alterare il rapporto di valore tra le varie quote, da determinarsi, in relazione alla misura del diritto di ciascun condividente, sulla base della sommatoria del “relictum” e del “donatum” al momento dell’apertura della successione , e quindi garantire a ciascuno degli eredi la possibilità di conseguire una quantità di beni proporzionata alla propria quota. Ne consegue che l’obbligo della collazione sorge automaticamente a seguito dell’apertura della successione (salva l’espressa dispensa da parte del “de cuius” nei limiti in cui sia valida) e che i beni donati devono essere conferiti indipendentemente da una espressa domanda dei condividenti, essendo sufficiente a tal fine la domanda di divisione e la menzione in essa dell’esistenza di determinati beni, facenti parte dell’asse ereditario da ricostruire, quali oggetto di pregressa donazione. Incombe in tal caso sulla parte che eccepisca un fatto ostativo alla collazione l’onere di fornirne la prova nei confronti di tutti gli altri condividenti.

DIVISIONE EREDITARIA OBBLIGO RENDITONTO

La ratio dell’obbligo del rendiconto risiede nel fatto che chiunque svolga attivita’ nell’interesse di altri deve portare a conoscenza di questi, secondo il principio della buona fede, gli atti posti in essere e, in particolare, quegli atti da cui scaturiscono partite di dare e avere.

Pertanto, tra coeredi, la resa dei conti, di cui all’articolo 723 c.c., oltre che operazione inserita nel procedimento divisorio e quindi finalizzata a calcolare nella ripartizione dei frutti le eventuali eccedenze attive o passive della gestione e di definire conseguentemente tutti i rapporti inerenti alla comunione, puo’ anche costituire obbligo a se’ stante, fondato, pari di quanto puo’ avvenire in qualsiasi stato di comunione, sul presupposto della gestione di affari altrui condotta da alcuno dei partecipanti, in base ad assunzione volontaria o ad un mandato ad amministrare (Cass. 30 dicembre 2011, n. 30552; Cass. 7 giugno 1993, n. 6358; Cass. 13 novembre 1984, n. 5720).

Ne consegue che l’azione di rendiconto puo’ presentarsi distinta e autonoma rispetto alla domanda di scioglimento della comunione, ancorche’ l’una e l’altra abbiano dato luogo a un unico giudizio, di modo che – tranne che per la comunanza di eventuali questioni pregiudiziali, attinenti, ad esempio, all’individuazione dei beni caduti in successione o all’identita’ delle quote dei coeredi, da risolvere incidenter tantum o con efficacia di giudicato (articolo 34 c.p.c.) – le due domande possono essere scisse e ciascuna puo’ essere decisa separatamente senza reciproci condizionamenti (Cass. 30 dicembre 2011, n. 30552).

Da cio’ consegue quindi che l’azione di rendiconto puo’ essere anche autonomamente proposta anche ove siano definite le questioni pertinenti alla divisione ereditaria.

In proposito va per contro ripetuto che all’atto di scioglimento della comunione il possessore del cespite ereditario ha l’obbligo di rendere il conto in relazione ai frutti maturati prima della divisione (Cass. 21013/2011), giacche’ il coerede che abbia goduto in via esclusiva dei beni ereditari e’ obbligato, per il fatto oggettivo della gestione, sia al rendiconto che a corrispondere i frutti agli altri eredi a decorrere dalla data di apertura della successione (o dalla data posteriore in cui abbia acquisito il possesso dei beni stessi), senza che abbia rilievo la sua buona o mala fede (Cass. 2148/2014). Il presupposto della resa dei conti e’ la gestione di affari altrui condotta da uno dei partecipanti, restando irrilevante, quanto al relativo obbligo, la condotta disinteressata del coerede escluso dal possesso.

6) I principi teste’ enunciati conducono all’accoglimento anche del settimo motivo di ricorso nella parte in cui viene lamentato che sia stato negato l’obbligo dei coeredi convenuti “di pagare i frutti e/o l’indennita’ di occupazione per l’uso esclusivo di beni comuni”.

Con sommaria argomentazione la Corte d’appello e’ giunta a tale conclusione affermando che ciascun coerede aveva diritto di godere delle cose comuni e che la (OMISSIS) non aveva mai chiesto di utilizzarle e inoltre aveva goduto in via esclusiva dell’appartamento in Milano.

Queste proposizioni, al di la’ forse di considerazioni equitative che ne sono il fondamento, sono giuridicamente errate, poiche’ diverso e’ il trattamento, quanto ai frutti e al godimento, dei beni entrati nella massa perche’ comuni e indivisi – che sono quelli goduti dai convenuti – e dei beni soggetti a collazione, appartenenti gia’ all’erede al momento della successione.

Nel diritto romano classico la designazione dell’erede non poteva essere fatta che mediante l’attribuzione formale del titolo di erede: “heres esto”, con esclusione di qualsiasi equipollente, talché non sarebbe valso dire “lascio a Ti. i miei beni”, ma occorreva nominarlo espressamente erede: ed il principio era conseguenza non solo del formalismo che per lungo tratto ha caratterizzato l’esperienza giuridica romana, da anche della concezione dell’eredità come successione da parte dell’erede nella sovranità familiare, in cui il profilo dell’acquisto dei beni era secondario e consequenziale. Attualmente, venuto meno il formalismo sistematico, che oggi non avrebbe più senso, non viene dato peso al modo in cui l’intento viene espresso, ma alla sostanza dell’espressione: e ciò nel senso che non rileva l’uso, da parte del testatore, di espressioni sacramentali purché, e questo è essenziale, si possa desumere con certezza la sua volontà di attribuire beni e/o sostanze non già come “cose singole”, sebbene, ed al contrario, come “totalità o quota del suo patrimonio”: in tal caso, come dispone il richiamato art. 588 2 comma c.c., la disposizione è a titolo universale ed attribuisce la qualità di erede, e ciò è possibile in quanto, come si è detto, dal momento che oggi l'”heredis institutio” è divenuta un mero fatto negoziale alieno da formalità che non siano quelle relative alla forma del testamento, come non è inconciliabile, nella mente del testatore, la vocazione universale con la attribuzione di una quota, così, egualmente, non è affatto inconciliabile la sostituzione di un bene in funzione di quota, onde la differenza si riduce a questo:

  1. a) – nel primo caso è determinata la quota e resta indeterminato, ma determinabile l’apporzionamento;
  2. b) – nel secondo caso, viceversa, è determinato l’apporzionamento, ed è indeterminato, ma determinabile, il rapporto di quota.

 

AZIONE DI RIDUZIONE

L’azione di riduzione, ex artt. 553 e ss. c.c., è un’azione personale di accertamento costitutivo, alla quale consegue l’inopponibilità, al legittimario che l’abbia esperita, delle disposizioni ridotte. Essa si rivolge contro le disposizioni testamentarie (a titolo universale o particolare) e contro le donazioni effettuare in vita dal de cuius, in favore di eredi o di terzi. All’azione di riduzione può accompagnarsi quella di condanna alla restituzione ed i relativi presupposti, ai sensi dell’art. 563 c.c., sono il passaggio in giudicato della sentenza che dispone la riduzione, ovvero l’avvenuta alienazione, da parte del beneficiario, del bene oggetto della disposizione, o la preventiva escussione del soggetto contro cui è stata esercitata l’azione di riduzione. Viceversa, la collazione è istituto peculiare alla divisione ereditaria ed è l’atto con cui i discendenti ed il coniuge, che accettano l’eredità, conferiscono nell’asse ereditario (in natura o per imputazione) quanto ricevuto dal defunto in donazione. La collazione è obbligatoria per legge, salvo che il donatario ne sia dispensato dal donante nei limiti della quota disponibile. Se la collazione mira ad assicurare tra i discendenti ed il coniuge del de cuius la parità di trattamento, la riduzione ha lo scopo di rendere inefficaci le liberalità del de cuius che abbiano leso il diritto del legittimario in modo da reintegrare la quota di riserva.

COLLAZIONE

L’articolo 558 c.c., comma 2, in particolare, con riferimento al modo di ridurre le disposizioni testamentarie, stabilisce che “se il testatore ha dichiarato che una sua disposizione deve avere effetto a preferenza delle altre, questa disposizione non si riduce, se non in quanto il valore delle altre non sia sufficiente a integrare la quota riservata ai legittimari”. Tale norma fa, dunque, riferimento ad una volonta’ del testatore di deroga alla regola generale della proporzionale riduzione fra tutti gli eredi e tutti i legatari e deve essere necessariamente espressa in forma testamentaria. E’ dunque evidente l’inapplicabilita’ alla fattispecie per cui e’ causa (ove si discute della riduzione di una donazione in conto di legittima, con dispensa da collazione) dell’articolo 558 c.c., comma 2: quest’ultimo presuppone, come visto, di individuare una volonta’ del testatore diretta ad attribuire ad una disposizione testamentaria un effetto preminente rispetto alle altre, in maniera da limitare la possibilita’ di sua riduzione in caso di esercizio dell’azione di reintegrazione da parte dei legittimari lesi, volonta’ che, seppur non debba risultare da formule solenni, va comunque desunta dal complesso delle espressioni usate nel testamento (Cass. Sez. 2, 24/05/1962, n. 1206).

Il modo di operare la riduzione e’, piuttosto, dettato dagli articoli 554, 555 e 559 c.c., per i quali, basandosi sull’ordine cronologico in cui sono stati posti in essere i vari atti di disposizione, l’azione non puo’ essere sperimentata rispetto alle donazioni se non dopo esaurito il valore dei beni di cui sia stato disposto per testamento, cominciando, comunque, sempre dall’ultima donazione (sotto il profilo temporale), per l’intero suo valore, e risalendo eventualmente via via alle anteriori (Cass. Sez. 2, 29/10/1975, n. 3661; Cass. Sez. 2, 23/07/1964, n. 1971).

La dispensa dalla collazione e la volonta’ del donante di attribuire il donatum in conto di legittima sono disposizioni tra loro del tutto conciliabili. La dispensa dalla collazione agisce nei rapporti tra coeredi, mentre cosa del tutto diversa e’ la dispensa dall’imputazione, la quale e’ destinata ad operare nei confronti di altri legittimari e serve a spostare il limite che la legittima rappresenta per i poteri di disposizione del de cuius. La dispensa dalla collazione non ha affatto, di per se’, lo scopo di attribuire la liberalita’ alla disponibile, ma e’ volta ad esonerare il donatario dal conferimento del donatum, con l’effetto che la successione si svolge, e la determinazione delle quote di eredita’ si attua, come se la donazione non fosse stata fatta e il bene, che ne fu l’oggetto, non fosse uscito dal patrimonio del de cuius a titolo liberale. L’azione ex art. 737 c.c. invero è finalizzata solo all’accertamento dell’obbligo del coerede che ha ricevuto beni in donazione a procedere alla collazione, in natura o mediante imputazione, e costituisce, come detto, atto evidentemente strumentale almeno alla divisione ereditaria (Cass. 23.10.2008 n. 25646).

Si rammenta in tal senso che “in presenza di donazioni fatte in vita dal de cuius, la collazione ereditaria – in entrambe le forme previste dalla legge, per conferimento del bene in natura ovvero per imputazione – costituisce uno strumento giuridico volto alla formazione della massa ereditaria da dividere al fine di assicurare l’equilibrio e la parità di trattamento tra i vari condividenti, così da non alterare il rapporto di valore tra le varie quote, da determinarsi, in relazione alla misura del diritto di ciascun condividente, sulla base della sommatoria del relictum e del donatum al momento dell’apertura della successione, e quindi garantire a ciascuno degli eredi la possibilità di conseguire una quantità di beni proporzionata alla propria quota. Ne consegue che l’obbligo della collazione sorge automaticamente a seguito dell’apertura della successione (salva l’espressa dispensa da parte del “de cuius” nei limiti in cui sia valida) e che i beni donati devono essere conferiti indipendentemente da una espressa domanda dei condividenti, essendo sufficiente a tal fine la domanda di divisione e la menzione in essa dell’esistenza di determinati beni, facenti parte dell’asse ereditario da ricostruire, quali oggetto di pregressa donazione” (Cass. 14.4.2011 n. 8507, Cass. 18.7.2005 n. 15131).

E’ vero che, l’acquisto di un immobile con denaro del disponente e intestazione ad altro soggetto (che il primo intende, in tal modo, beneficiare), costituendo lo strumento formale per il trasferimento del bene ed il corrispondente arricchimento del patrimonio del destinatario, integra una donazione indiretta del bene stesso, e non del denaro (giurisprudenza consolidata, a partire da Cass. sez. unite, 5 agosto 1992, n. 9282; cfr. e plurimis, Cass., sez. 2, 26 agosto 2002, n. 12.486; Cass., sez. 1, 6 aprile 2001, n. 5122). Tuttavia, alla riduzione delle liberalita’ indirette non si puo’ applicare il principio della quota legittima in natura, connaturale invece all’azione nell’ipotesi di donazione ordinaria d’immobile (articolo 560 cod. civ.); con la conseguenza che l’acquisizione riguarda il controvalore, mediante il metodo dell’imputazione, come nella collazione (articolo 724 cod. civ.). La riduzione delle donazioni indirette non mette, infatti, in discussione la titolarita’ dei beni donati, ne’ incide sul piano dalla circolazione dei beni.

DIRITTO-IMMOBILIARE

MILANO LODI MONZA BERGAMO BRESCIA Bancarotta fraudolenta – In genere – Emissione di fatture per operazioni inesistenti AVVOCATO PENALISTA CASSAZIONISTA  ESPERTO DIFENDE   MILANO BOLOGNA VENEZIA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

MILANO LODI MONZA BERGAMO BRESCIA Bancarotta fraudolenta – In genere – Emissione di fatture per operazioni inesistenti AVVOCATO PENALISTA CASSAZIONISTA  ESPERTO DIFENDE   MILANO BOLOGNA VENEZIA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

MILANO LODI MONZA BERGAMO BRESCIA Bancarotta fraudolenta - In genere - Emissione di fatture per operazioni inesistenti AVVOCATO PENALISTA CASSAZIONISTA  ESPERTO DIFENDE   MILANO BOLOGNA VENEZIA BANCAROTTA FRAUDOLENTA
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MILANO LODI MONZA BERGAMO BRESCIA

Bancarotta fraudolenta – In genere – Emissione di fatture per operazioni inesistenti

AVVOCATO PENALISTA CASSAZIONISTA  ESPERTO DIFENDE   MILANO BOLOGNA VENEZIA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

Uno dei reati piu’ insidiosi e difficili da difendere  è la bancarotta fraudolenta , ti chiederai il perché? perchè trattasi molto spesso di reato documentale ove  oltre l’avvocato puo’ servire valido consulente contabile di parte

 

I reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale (artt. 216 e 223, comma primo, L.F.) e quello di bancarotta impropria di cui all’ art. 223 comma secondo, n. 2, L.F. hanno ambiti diversi: il primo postula il compimento di atti di distrazione o dissipazione di beni societari ovvero di occultamento, distruzione o tenuta di libri e scritture contabili in modo da non consentire la ricostruzione delle vicende societarie, atti tali da creare pericolo per le ragioni creditorie, a prescindere dalla circostanza che abbiano prodotto il fallimento, essendo sufficiente che questo sia effettivamente intervenuto; il secondo concerne, invece, condotte dolose che non costituiscono distrazione o dissipazione di attività – né si risolvono in un pregiudizio per le verifiche concernenti il patrimonio sociale da operarsi tramite le scritture contabili – ma che devono porsi in nesso eziologico con il fallimento. Ne consegue che, in relazione ai suddetti reati, mentre è da escludere il concorso formale è, invece, possibile il concorso materiale qualora, oltre ad azioni ricomprese nello specifico schema della bancarotta ex art. 216 L.F., si siano verificati differenti ed autonomi comportamenti dolosi i quali – concretandosi in abuso o infedeltà nell’esercizio della carica ricoperta o in un atto intrinsecamente pericoloso per l’andamento economico finanziario della società – siano stati causa del fallimento.

 

ANALIZZIAMO IL REATO DI BANCAROTTA

MILANO LODI MONZA BERGAMO BRESCIA Bancarotta fraudolenta - In genere - Emissione di fatture per operazioni inesistenti AVVOCATO PENALISTA CASSAZIONISTA  ESPERTO DIFENDE   MILANO BOLOGNA VENEZIA BANCAROTTA FRAUDOLENTA
MILANO LODI MONZA BERGAMO BRESCIA Bancarotta fraudolenta – In genere – Emissione di fatture per operazioni inesistenti AVVOCATO PENALISTA CASSAZIONISTA  ESPERTO DIFENDE   MILANO BOLOGNA VENEZIA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

 

Elemento soggettivo della bancarotta

Ai fini della configurabilità del reato di bancarotta patrimoniale, in relazione all’elemento soggettivo, occorre il dologenerico. Ne deriva che è sufficiente che la condotta di colui che pone in essere l’attività distrattiva sia assistita dalla consapevolezza che le operazioni che si compiono sul patrimonio sociale siano idonee a cagionare un danno ai creditori, senza che sia necessaria l’intenzione di causarlo. Nella fattispecie le carenze nell’istituzione e nella tenuta della contabilità erano idonee ad impedire la ricostruzione dei fatti gestionali e del movimento degli affari e, dunque, la stessa era finalizzata a non consentire la ricostruzione delle operazioni distrattive consapevolmente poste in essere dall’imprenditore.

 

 

TRIBUNALE BERGAMO

 

In particolare, sul punto la Suprema Corte ha precisato che è necessaria e sufficiente la consapevolezza di arrecare pregiudizio agli interessi del creditore (scientia damni), essendo l’elemento soggettivo integrato dalla semplice conoscenza, cui va equiparata la agevole conoscibilità, nel debitore (e, in ipotesi di atto a titolo oneroso, nel terzo) di tale pregiudizio, a prescindere dalla specifica conoscenza del credito per la cui tutela viene esperita l’azione, e senza che assumano rilevanza l’intenzione del debitore di ledere la garanzia patrimoniale generica del creditore (consilium fraudis) né la partecipazione o la conoscenza da parte del terzo in ordine alla intenzione fraudolenta del debitore (cfr. Cass. 29 luglio 2004, n. 14489; Cass. 1 giugno 2000, n. 7262).

APPELLO MILANO

In tema di indennità per cessazione del rapporto di agenzia, l’art. 1751, comma 3 c.c. delinea soltanto il limite massimo consentito dalla legge per la sua determinazione in via equitativa, da commisurarsi con riferimento alla media annuale delle retribuzioni percepite dall’agente nell’ultimo quinquennio, ovvero, se il contratto di agenzia è stato di durata inferiore, alla media del corrispondente minor arco temporale. Detto limite insuperabile non è connotato dall’inderogabilità, prevista esclusivamente per il limite minimo regolato dal successivo comma 6, che, al fine di assicurare all’agente il risultato migliore, prevede che l’importo determinato dal giudice deve prevalere su quello, eventualmente inferiore, spettante in applicazione di altri criteri diversamente pattuiti.

 

APPELLO BRESCIA

Gas – Morosità – Passaggio in default del punto di riconsegna del cliente – Disalimentazione – Non necessità che la morosità sia superiore alla cauzione – Ratio – Fattispecie

Qualora vi sia stato il passaggio in default del punto di riconsegna del cliente, in quanto moroso, al fine di procedere alla disalimentazione del punto di riconsegna, non occorre verificare che la morosità sia superiore alla cauzione versata dal cliente. In tale ipotesi, come accaduto nella fattispecie, infatti, i presupposti per la cessazione del servizio sono in re ipsa nello stesso passaggio di default, tenuto conto che la società proprietaria dei contatori di gas metano e gestore del servizio di distribuzione, in caso di impossibilità di effettuare il distacco, ha diritto a procedere alla disalimentazione del punto di riconsegna di gas metano. Ciò perchè già si è verificata la cessazione amministrativa per morosità dell’utenza ad opera della società di vendita, con conseguente venir meno del contratto tra venditrice e cliente finale e l’assenza di un qualunque rapporto contrattuale tra utente finale e società di distribuzione.

 

In tema di reati fallimentari, integra distrazione rilevante ai fini della bancarotta fraudolenta la condotta di finanziamento di ingenti somme in favore di societa’ dello stesso gruppo, effettuato dalla societa’ fallita quando gia’ si trovava in situazione di difficolta’ finanziaria, in mancanza di garanzie e senza vantaggi compensativi sia per il gruppo nel suo complesso che per la stessa societa’ fallita

Reati fallimentari – Bancarotta fraudolenta – In genere – Concessione di pegno in favore di società infragruppo per importi superiori al debito della società concedente – Bancarotta per distrazione – Configurabilità.

Integra distrazione rilevante ai fini della bancarotta fraudolenta la concessione di pegno, in favore di società infragruppo, effettuata dalla società fallita per un importo notevolmente superiore al proprio debito, in situazione di difficoltà finanziaria e senza vantaggi compensativi. È logicamente e giuridicamente non configurabile la fattispecie di bancarotta per dissipazione nella misura in cui l’attività distrattiva abbia per oggetto rapporti economicamente valutabili che costituiscano una passività per l’azienda (quali lo sviamento dei fornitori e del personale), se non nella misura in cui si configuri un depauperamento dell’attività attraverso l’aumento dell’esposizione debitoria per finalità estranee all’azienda. (Nel caso di specie, il Tribunale del riesame confondendo il concetto di fornitori con quello di clientela aveva ravvisato la dissipazione dell’avviamento della società fallita attraverso lo sviamento dei fornitori e l’impiego del suo personale nella s.r.l., oltre che nella distrazione di un certo numero di barattoli di vernice).

AMMINISTRATORE DI DIRITTO E DI FATTO

In relazione al reato di bancarotta fraudolenta, l’amministratore di diritto risponde unitamente all’amministratore di fatto per non avere impedito l’evento che aveva l’obbligo di impedire, essendo sufficiente, sotto il profilo soggettivo, la generica consapevolezza che l’amministratore effettivo distragga, occulti, dissimuli, distrugga o dissipi i beni sociali. Tale consapevolezza non può dedursi dal solo fatto che il soggetto abbia accettato di ricoprire formalmente la carica di amministratore; qualora tuttavia si tratti di soggetto che accetti il ruolo di amministratore solo allo scopo di fare da prestanome, la sola consapevolezza che dalla propria condotta omissiva possano scaturire gli eventi tipici del reato (dolo generico) o l’accettazione del rischio che questi si verifichino (dolo eventuale) possono risultare sufficienti per l’affermazione della responsabilità penale. (Nella fattispecie, pertanto, tenuto conto che anche il semplice prestanome poteva ritenersi responsabile, a maggior ragione, si riteneva responsabile l’imputato che aveva rivestito la carica di amministratore per oltre 6 anni ed aveva anche rivestito il ruolo di socio, unitamente al proprio padre).

MILANO LODI MONZA BERGAMO BRESCIA

Bancarotta fraudolenta – In genere – Emissione di fatture per operazioni inesistenti

AVVOCATO PENALISTA CASSAZIONISTA  ESPERTO DIFENDE   MILANO BOLOGNA VENEZIA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

Uno dei reati piu’ insidiosi e difficili da difendere  è la bancarotta fraudolenta , ti chiederai il perché? perchè trattasi molto spesso di reato documentale ove  oltre l’avvocato puo’ servire valido consulente contabile di parte

 

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Integra il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione la restituzione da parte dell’amministratore della società emittente fatture per operazioni inesistenti del corrispettivo versato dal simulato acquirente, transitato nel patrimonio della società e restituito decurtato dal compenso pattuito per l’emittente. Anche il temporaneo ingresso nel patrimonio della fallita di beni che in forza di un patto illecito vengano restituiti al dante causa determina, invero, un incremento dello stesso che espande le garanzie dei creditori, con la conseguenza che la restituzione costituisce atto ingiustificato idoneo a integrare la condotta di distrazione.

In materia di reati fallimentari, il delitto di bancarotta per distrazione

 è qualificato dalla violazione del vincolo legale che limita, ai sensi dell’articolo 2740 del codice civile, la libertà di disposizione dei beni dell’imprenditore, il quale li destina a fini diversi da quelli propri dell’azienda sottraendoli ai creditori. L’elemento oggettivo di tale fattispecie si configura tutte le volte in cui vi sia un ingiustificato distacco di beni e di attività, con conseguente depauperamento patrimoniale che si risolve in un danno per la massa dei creditori. Nel caso di specie, il Tribunale ha condannato gli amministratori di una società dichiarata fallita perché avevano distratto denaro e beni della medesima, facendone un uso personale.

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Il socio amministratore di una società di capitali che prelevi dalle casse sociali somme asseritamente corrispondenti a crediti da lui vantati per il lavoro prestato

nell’interesse della società, senza l’indicazione di dati ed elementi di confronto che ne consentano un’adeguata valutazione, quali, ad esempio, gli impegni orari osservati, gli emolumenti riconosciuti a precedenti amministratori o a quelli di società del medesimo settore, i risultati raggiunti, commette il reato di bancarotta per distrazione e non quello di bancarotta preferenziale. Motivo per cui l’obbligo di tenuta delle scritture contabili è normativamente stabilito non solo a tutela dei terzi, ma anche a tutela degli amministratori e soci, proprio in quanto, attraverso la prova documentale anteriormente esistente rispetto alla condotta contestata, è possibile documentare i movimenti di denaro. (Nella fattispecie nulla era stato rinvenuto a proposito del presunto finanziamento della socia in favore della società, con conseguente natura distrattiva del prelievo arbitrariamente effettuato). Niente imputazione del reato di bancarotta patrimoniale per l’amministratore formale che prende il comando dell’azienda ma che di fatto non abbia la consapevolezza di sottrarre beni ai creditori. Il tutto – precisa la Cassazione con la sentenza n. 9951/18 – in funzione del principio di diritto secondo cui nelle ipotesi di distrazione di cespiti aziendali, non può, nei confronti del soggetto investito solo formalmente di una carica gestoria della società, trovare automatica applicazione la massima di orientamento secondo cui, una volta accertata la presenza di determinati beni nella disponibilità dell’imprenditore fallito, il loro mancato reperimento, in assenza di adeguata giustificazione della destinazione a essi data, legittima la presunzione della dolosa sottrazione, dal momento che la pur consapevole accettazione del ruolo di amministratore apparente non necessariamente implica la consapevolezza di disegni criminosi nutriti dall’amministratore di fatto.

I reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale (artt. 216 e 223, comma primo, L.F.) e quello di bancarotta impropria di cui all’ art. 223 comma secondo, n. 2, L.F. hanno ambiti diversi:

il primo postula il compimento di atti di distrazione o dissipazione di beni societari ovvero di occultamento, distruzione o tenuta di libri e scritture contabili in modo da non consentire la ricostruzione delle vicende societarie, atti tali da creare pericolo per le ragioni creditorie, a prescindere dalla circostanza che abbiano prodotto il fallimento, essendo sufficiente che questo sia effettivamente intervenuto; il secondo concerne, invece, condotte dolose che non costituiscono distrazione o dissipazione di attività – né si risolvono in un pregiudizio per le verifiche concernenti il patrimonio sociale da operarsi tramite le scritture contabili – ma che devono porsi in nesso eziologico con il fallimento. Ne consegue che, in relazione ai suddetti reati, mentre è da escludere il concorso formale è, invece, possibile il concorso materiale qualora, oltre ad azioni ricomprese nello specifico schema della bancarotta ex art. 216 L.F., si siano verificati differenti ed autonomi comportamenti dolosi i quali – concretandosi in abuso o infedeltà nell’esercizio della carica ricoperta o in un atto intrinsecamente pericoloso per l’andamento economico finanziario della società – siano stati causa del fallimento.

DOLO NELLA BANCAROTTA

 Nella prospettiva dell’accertamento, alle diverse configurazioni del dolo nelle due ipotesi di bancarotta fraudolenta documentale non corrisponde una sostanziale diversificazione nell’onere probatorio per l’accusa, perche’ e’ pur sempre necessario escludere in entrambi i casi la rilevanza di un atteggiamento psicologico di mera superficialita’ dell’imprenditore fallito. Infatti, un atteggiamento di superficialita’ e’ proprio della bancarotta documentale semplice, che puo’ essere caratterizzata dal dolo o indifferentemente dalla colpa, che sono ravvisabili quando l’agente ometta, rispettivamente, con coscienza e volonta’ o per semplice negligenza, di tenere le scritture 

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OTTIENI 1)risarcimento 2) danno da lesione rapporto parentale

 

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Il danno parentale

consiste nella privazione di un valore non economico ma personale, che “va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono,” costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare; perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell’interesse protetto1.

OTTIENI 1)risarcimento danno da lesione rapporto parentale
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Viene valutato il “vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti”

Questo è collocato dell’art. 2059 c.c. e ristora un interesse protetto, di rilievo costituzionale, non avente natura economica, la cui lesione non apre la via ad un risarcimento ai sensi dell’art. 2043 c.c., nel cui ambito rientrano i danni patrimoniali, ma ad un risarcimento, ai sensi dell’art. 2059 c.c., senza il limite ivi previsto in correlazione all’art. 185 c.p., in ragione della natura del valore inciso, vertendosi in tema di danno che non si presta ad una valutazione monetaria di mercato.

Quanto alla lesione del rapporto parentale nel caso di morte del prossimo congiunto, in presenza di un afflatus familiare, il danno da perdita del rapporto parentale risulta in re ipsa, proprio a causa dell’evento morte, nel caso di lesioni personali del congiunto, il danno parentale riflesso appare ravvisabile solo laddove, come sopra detto, abbia tale gravità e connotazione tali da incidere sulla relazione familiare o coniugale.

OTTIENI 1)risarcimento danno da lesione rapporto parentale
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Affinché ricorra la tipologia del danno per lesione del rapporto parentale è necessario che la vittima abbia subito lesioni seriamente invalidanti e che si sia determinato uno sconvolgimento delle normali abitudini dei superstiti, tali da imporre scelte di vita radicalmente diverse (cfr. Cass. 8827/2003 e, più recentemente, Cass. 25729/2014). Il fatto illecito, costituito dalla uccisione del congiunto, da luogo a danno non patrimoniale, consistente nella perdita del rapporto parentale, quando colpisce soggetti legati da un vincolo parentale stretto, la cui estinzione lede il diritto all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che connota la vita familiare nucleare. Mentre, affinché possa ritenersi leso il rapporto parentale di soggetti al di fuori di tale nucleo (nonni, nipoti, genero, nuora) è necessaria la convivenza, quale connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà, di sostegno economico. Solo in tal modo il rapporto tra danneggiato primario e secondario assume rilevanza giuridica ai fini della lesione del rapporto parentale, venendo in rilievo la comunità familiare come luogo in cui, attraverso la quotidianità della vita, si esplica la personalità di ciascuno. (Cass. civ., sez. III, 16 marzo 2012, n. 4253; Cass. civ., sez. III, 23 giugno 1993, n. 6938). In caso di non convivenza tra il congiunto e la vittima, ben può essere riconosciuto il danno da lesione del rapporto parentale ove sia provato lo sconvolgimento della vita del parente, prova che può essere data anche in via presuntiva. Un danno patrimoniale consistente nella necessità di dovere retribuire personale medico od infermieristico per l’assistenza ad una persona invalida non può ovviamente essere patito sia dall’assistito (chi riceve assistenza) che dall’assistente (chi presta assistenza). La liquidazione alla vittima primaria d’una somma di denaro per spese di assistenza futura, pertanto, rende teoricamente inconcepibile la necessità di assistenza da parte dei familiari, e di conseguenza l’esistenza d’un danno patrimoniale da forzosa rinuncia al lavoro a carico di questi ultimi” (Cass. civ., n. 23778/2014). (Nel caso di specie, il Tribunale ha ritenuto che lo sconvolgimento della vita del fratello della vittima a causa dall’evento lesivo, presumibile alla luce della gravità e dell’irreversibilità delle lesioni subite dalla sorella, è dimostrato dalle scelte compiute dall’attore, oggi amministratore di sostegno della macrolesa, il quale, all’epoca dei fatti, risiedeva e lavorava negli Stati Uniti ed ha deciso di tornare in Italia e di lasciare il lavoro per dedicarsi completamente all’accudimento della sorella – in favore della quale presta anche l’ufficio di amministratore di sostegno. Tale elemento ha consentito di ritenere provato, per presunzioni, il totale sconvolgimento delle abitudini di vita dell’attore in conseguenza di quanto accaduto alla sorella. Considerati tutti i profili di lesività non patrimoniale, valutata l’intensità del legame esistente tra i due fratelli, il grave perturbamento d’animo subito dall’attore a causa dei gravissimi danni subiti dalla sorella, la gravissima alterazione dell’esistenza del predetto – tutti elementi che hanno consentito di superare il requisito dell’assenza di convivenza, elemento puramente indiziario superabile alla presenza di dati concreti ben più significativi, tutti dimostrati nel caso di specie dalla difesa degli attori – il Tribunale ha ritenuto di liquidare, in via equitativa, un importo maggiore a quello previsto dalla tabelle milanesi per un fratello in caso di perdita del congiunto – valori variabili tra un minimo di 23.740,00 ed un massimo di euro 142.420,00 – e, segnatamente, la somma di euro 200.000,00. (F.R.).

OTTIENI 1)risarcimento danno da lesione rapporto parentale
OTTIENI 1)risarcimento danno da lesione rapporto parentale

Il danno parentale per la morte di un prossimo congiunto, consistente nella privazione di un valore non economico ma personale costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare, si colloca nell’area dell’art. 2059 c.c. e riguarda la lesione di due beni della vita, ovvero il bene della integrità familiare, riferito alla vita quotidiana della vittima con i suoi familiari, ed il bene della solidarietà familiare, riferito tanto alla vita matrimoniale quanto al rapporto parentale tra i componenti della famiglia. Nella determinazione del quantum rilevano, pertanto, criteri quali il rapporto di parentela esistente tra la vittima ed il congiunto avente diritto al risarcimento, l’età del congiunto (il danno è tanto maggiore quanto minore è l’età del congiunto superstite), l’età della vittima, il rapporto di convivenza tra la vittima ed il congiunto superstite (dovendosi presumere che il danno sarà tanto maggiore quanto più costante e assidua è stata la frequentazione tra la vittima ed il superstite) e la presenza all’interno del nucleo familiare di altri conviventi o di altri familiari non conviventi. Il danno derivante dalla perdita, invero, è sicuramente maggiore se il congiunto superstite rimane solo, privo di quell’assistenza morale e materiale che gli derivano dal convivere con un’altra persona o dalla presenza di altri familiari, anche se non conviventi.

La prova del danno è raggiunta quando, alla stregua di una valutazione compiuta sulla scorta dei dati ricavabili dal notorio e dalla comune esperienza, messi in relazione alle circostanze del caso concreto, risulti che il defunto avrebbe destinato una parte del proprio reddito alle necessità della famiglia o avrebbe comunque apportato utilità economiche (così Cass. n. 18490 del 25/08/2006).

Ai prossimi congiunti di un soggetto deceduto in conseguenza del fatto illecito di un terzo compete, dunque, il risarcimento del danno patrimoniale futuro, nel caso in cui il defunto svolgesse attività lavorativa remunerata ed a condizione che preesistesse una situazione di convivenza ovvero una concreta pratica di vita, in cui rientri l’erogazione di provvidenze all’interno della famiglia allargata, in mancanza della quale, non essendo altrimenti prevedibile con elevato grado di certezza un beneficio durevole nel tempo, non può sussistere perdita che si risolva in un danno patrimoniale (cass. n. 4253 del 16/03/2012).

La liquidazione del danno patrimoniale da perdita delle contribuzioni di persona defunta deve avvenire ponendo a base del calcolo il reddito della vittima, al netto sia di tutte le spese per la produzione dello stesso prudentemente stimabili, sia del prelievo fiscale (in tal senso Cass. n. 10853 del 28/06/2012).

Tale danno deve essere liquidato sulla base di una valutazione equitativa circostanziata, a carattere satisfattivo, che tenga conto della rilevanza del legame di solidarietà familiare, da un lato, e delle prospettive di reddito professionale, dall’altro (Cass. n. 3966 del 13/03/2012). Pertanto, versandosi in tema di danno patrimoniale regolato dal principio dell'”id quod interest” (e, cioè, di una valutazione soggettiva del danno delineata dall’emergere di un interesse del creditore – danneggiato dotato di una veste costituzionalmente garantita), del tutto legittimo appare, nella specie, il ricorso a criteri ispirati a prudente apprezzamento equitativo, secondo una equità “circostanziata” che assicuri la reintegrazione anche patrimoniale del danno gravissimo subito.

I prossimi congiunti del soggetto deceduto in conseguenza di un sinistro stradale da altri causato hanno diritto al risarcimento del danno non patrimoniale per lesione del vincolo parentale, in quanto l’altrui condotta illecita lede i diritti della persona costituzionalmente qualificati fondati sugli artt. 2, 29, 30 della Costituzione. L’esistenza del danno deve ritenersi provata in via presuntiva, sulla base del vincolo familiare degli istanti con la vittima, e la sua entità deve essere valutata secondo criteri di equità. In tale contesto non è invece risarcibile come autonoma voce di danno il pregiudizio esistenziale e morale, quale alterazione della vita di relazione dei congiunti del de cuius; al contrario opinando si determinerebbe una duplicazione di risarcimento poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita altro non sono che componenti del complesso pregiudizio, che va integralmente e unitariamente ristorato.

Il danno parentale per la morte di un prossimo congiunto consiste nella privazione di un valore non economico ma personale costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo la varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare.

Eloquente, al riguardo, appare una nota sentenza della Cassazione (09/05/2011 n. 10107) la quale afferma testualmente che il danno da perdita del rapporto parentale è rappresentato “dal vuoto costituito dal non poter più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nella irreversibile distruzione di un sistema di vita basato sulla affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti fra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter fare più ciò che per anni si è fatto, nonché nella alterazione che una scomparsa del genere irreversibilmente produce anche nelle relazioni tra superstiti”.

Il danno parentale si colloca nell’area dell’art. 2059 c.c. e riguarda, in definitiva, la lesione di due beni della vita: 1) il bene della integrità familiare, riferito alla vita quotidiana della vittima con i suoi familiari, che trova il suo supporto costituzionale negli artt. 2, 3, 29, 301, 31, 36; b) il bene della solidarietà familiare riferito tanto alla vita matrimoniale quanto al rapporto parentale tra i componenti della famiglia.

I criteri che rilevano nella determinazione del quantum possono essere così riassunti:

1) il rapporto di parentela esistente tra la vittima ed il congiunto avente diritto al risarcimento, dovendosi presumere che, secondo l’id quod plaerunque accidit, il danno è tanto maggiore quanto più stretto è tale rapporto;

2) l’età del congiunto: il danno è tanto maggiore quanto minore è l’età del congiunto superstite; tale danno infatti è destinato a protrarsi per un tempo maggiore, soprattutto quando si tratta di minori di età, la cui perdita di un familiare può pregiudicare il loro sviluppo psicofisico;

3) l’età della vittima: anche in questo caso è ragionevole ritenere che il danno sia inversamente proporzionale all’età della vittima, in considerazione del progressivo avvicinarsi al naturale termine del ciclo della vita;

4) la convivenza tra la vittima ed il congiunto superstite, dovendosi presumere che il danno sarà tanto maggiore quanto più costante e assidua è stata la frequentazione tra la vittima ed il superstite.

5) la presenza all’interno del nucleo familiare di altri conviventi o di altri familiari non conviventi in quanto il danno derivante dalla perdita è sicuramente maggiore se il congiunto superstite rimane solo, privo di quell’assistenza morale e materiale che gli derivano dal convivere con un’altra persona o dalla presenza di altri familiari, anche se non conviventi.

Il danno parentale, detto anche edonistico, è rappresentato dall’impossibilità di continuare a godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno, ossia dall’irreversibile distruzione di un sistema di vita basato sulla affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti fra il de cuius ed i suoi congiunti, nel non poter fare più ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere irreversibilmente produce anche nelle relazioni tra superstiti. Esso rappresenta, dunque, la privazione di un valore non economico ma personale costituito dall’irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali. Trattandosi di lesione di valori inerenti alla persona e come tali privi di contenuto economico, ai fini della determinazione del quantum debeatur non può che tenersi conto dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza e di ogni ulteriore utile circostanza, quali la consistenza più o meno ampia del nucleo familiare, le abitudini di vita, l’età della vittima e dei singoli superstiti.

DANNO PARENTALE 1)INCIDENTE MORTALE 2) INCIDENTE GRAVE

Il danno parentale per la morte di un prossimo congiunto, consistente nella privazione di un valore non economico ma personale costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali,

  • Tutti coloro che avevano dei contatti attivi ed economici con la persona deceduta oltre a coloro che erano legati da un rapporto congiunto.

Qui dobbiamo fare una piccola precisazione. In caso muore uno zio in un incidente stradale, che non frequentate, con cui non avete alcun rapporto familiare e nemmeno un sostentamento economico oppure morale, allora la compagnia risarcitoria potrebbe usare questa realtà familiare per rifiutarsi di darvi un risarcimento.

Mentre le persone che hanno un legame reale, quindi consanguinei diretti che hanno un legame emotivo o economico, hanno diritto di richiedere ili risarcimento. Perfino i futuri coniugi, come fidanzati, conviventi oppure coppie di fatto, hanno il diritto (noi aggiungiamo anche il dovere) di fare tale procedura.

Inoltre in caso si parla di un supporto economico dato dal deceduto, nonostante non ci fossero legami di sangue o di altri legami affettivi, che possono confermare che ogni mese c’era comunque un rapporto di sostegno economico, possono fare la denuncia e intraprendere la causa.

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secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare, si colloca nell’area dell’art. 2059 c.c. e riguarda la lesione di due beni della vita, ovvero il bene della integrità familiare, riferito alla vita quotidiana della vittima con i suoi familiari, ed il bene della solidarietà familiare, riferito tanto alla vita matrimoniale quanto al rapporto parentale tra i componenti della famiglia.

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Nella determinazione del quantum rilevano, pertanto, criteri quali il rapporto di parentela esistente tra la vittima ed il congiunto avente diritto al risarcimento, l’età del congiunto (il danno è tanto maggiore quanto minore è l’età del congiunto superstite), l’età della vittima, il rapporto di convivenza tra la vittima ed il congiunto superstite (dovendosi presumere che il danno sarà tanto maggiore quanto più costante e assidua è stata la frequentazione tra la vittima ed il superstite) e la presenza all’interno del nucleo familiare di altri conviventi o di altri familiari non conviventi. Il danno derivante dalla perdita, invero, è sicuramente maggiore se il congiunto superstite rimane solo, privo di quell’assistenza morale e materiale che gli derivano dal convivere con un’altra persona o dalla presenza di altri familiari, anche se non conviventi.

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La prova del danno è raggiunta quando, alla stregua di una valutazione compiuta sulla scorta dei dati ricavabili dal notorio e dalla comune esperienza, messi in relazione alle circostanze del caso concreto, risulti che il defunto avrebbe destinato una parte del proprio reddito alle necessità della famiglia o avrebbe comunque apportato utilità economiche (così Cass. n. 18490 del 25/08/2006).

Ai prossimi congiunti di un soggetto deceduto in conseguenza del fatto illecito di un terzo compete, dunque, il risarcimento del danno patrimoniale futuro, nel caso in cui il defunto svolgesse attività lavorativa remunerata ed a condizione che preesistesse una situazione di convivenza ovvero una concreta pratica di vita, in cui rientri l’erogazione di provvidenze all’interno della famiglia allargata, in mancanza della quale, non essendo altrimenti prevedibile con elevato grado di certezza un beneficio durevole nel tempo, non può sussistere perdita che si risolva in un danno patrimoniale (cass. n. 4253 del 16/03/2012).

La liquidazione del danno patrimoniale da perdita delle contribuzioni di persona defunta deve avvenire ponendo a base del calcolo il reddito della vittima, al netto sia di tutte le spese per la produzione dello stesso prudentemente stimabili, sia del prelievo fiscale (in tal senso Cass. n. 10853 del 28/06/2012).

Tale danno deve essere liquidato sulla base di una valutazione equitativa circostanziata, a carattere satisfattivo, che tenga conto della rilevanza del legame di solidarietà familiare, da un lato, e delle prospettive di reddito professionale, dall’altro (Cass. n. 3966 del 13/03/2012). Pertanto, versandosi in tema di danno patrimoniale regolato dal principio dell'”id quod interest” (e, cioè, di una valutazione soggettiva del danno delineata dall’emergere di un interesse del creditore – danneggiato dotato di una veste costituzionalmente garantita), del tutto legittimo appare, nella specie, il ricorso a criteri ispirati a prudente apprezzamento equitativo, secondo una equità “circostanziata” che assicuri la reintegrazione anche patrimoniale del danno gravissimo subito.

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I prossimi congiunti del soggetto deceduto in conseguenza di un sinistro stradale da altri causato hanno diritto al risarcimento del danno non patrimoniale per lesione del vincolo parentale, in quanto l’altrui condotta illecita lede i diritti della persona costituzionalmente qualificati fondati sugli artt. 2, 29, 30 della Costituzione. L’esistenza del danno deve ritenersi provata in via presuntiva, sulla base del vincolo familiare degli istanti con la vittima, e la sua entità deve essere valutata secondo criteri di equità. In tale contesto non è invece risarcibile come autonoma voce di danno il pregiudizio esistenziale e morale, quale alterazione della vita di relazione dei congiunti del de cuius; al contrario opinando si determinerebbe una duplicazione di risarcimento poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita altro non sono che componenti del complesso pregiudizio, che va integralmente e unitariamente ristorato.

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Il danno parentale per la morte di un prossimo congiunto consiste nella privazione di un valore non economico ma personale costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo la varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare.

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Eloquente, al riguardo, appare una nota sentenza della Cassazione (09/05/2011 n. 10107) la quale afferma testualmente che il danno da perdita del rapporto parentale è rappresentato “dal vuoto costituito dal non poter più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nella irreversibile distruzione di un sistema di vita basato sulla affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti fra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter fare più ciò che per anni si è fatto, nonché nella alterazione che una scomparsa del genere irreversibilmente produce anche nelle relazioni tra superstiti”.

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Il danno parentale si colloca nell’area dell’art. 2059 c.c. e riguarda, in definitiva, la lesione di due beni della vita: 1) il bene della integrità familiare, riferito alla vita quotidiana della vittima con i suoi familiari, che trova il suo supporto costituzionale negli artt. 2, 3, 29, 301, 31, 36; b) il bene della solidarietà familiare riferito tanto alla vita matrimoniale quanto al rapporto parentale tra i componenti della famiglia.

I criteri che rilevano nella determinazione del quantum possono essere così riassunti:

1) il rapporto di parentela esistente tra la vittima ed il congiunto avente diritto al risarcimento, dovendosi presumere che, secondo l’id quod plaerunque accidit, il danno è tanto maggiore quanto più stretto è tale rapporto;

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2) l’età del congiunto: il danno è tanto maggiore quanto minore è l’età del congiunto superstite; tale danno infatti è destinato a protrarsi per un tempo maggiore, soprattutto quando si tratta di minori di età, la cui perdita di un familiare può pregiudicare il loro sviluppo psicofisico;

3) l’età della vittima: anche in questo caso è ragionevole ritenere che il danno sia inversamente proporzionale all’età della vittima, in considerazione del progressivo avvicinarsi al naturale termine del ciclo della vita;

4) la convivenza tra la vittima ed il congiunto superstite, dovendosi presumere che il danno sarà tanto maggiore quanto più costante e assidua è stata la frequentazione tra la vittima ed il superstite.

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5) la presenza all’interno del nucleo familiare di altri conviventi o di altri familiari non conviventi in quanto il danno derivante dalla perdita è sicuramente maggiore se il congiunto superstite rimane solo, privo di quell’assistenza morale e materiale che gli derivano dal convivere con un’altra persona o dalla presenza di altri familiari, anche se non conviventi.

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Il danno parentale, detto anche edonistico, è rappresentato dall’impossibilità di continuare a godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno, ossia dall’irreversibile distruzione di un sistema di vita basato sulla affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti fra il de cuius ed i suoi congiunti, nel non poter fare più ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere irreversibilmente produce anche nelle relazioni tra superstiti. Esso rappresenta, dunque, la privazione di un valore non economico ma personale costituito dall’irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali. Trattandosi di lesione di valori inerenti alla persona e come tali privi di contenuto economico, ai fini della determinazione del quantum debeatur non può che tenersi conto dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza e di ogni ulteriore utile circostanza, quali la consistenza più o meno ampia del nucleo familiare, le abitudini di vita, l’età della vittima e dei singoli superstiti.

LUGO FAENZA RAVENNA CLAUSOLA DI DISEREDAZIONE

LUGO FAENZA RAVENNA CLAUSOLA DI DISEREDAZIONE. COME OPPORLA CHE VALORE  TESTAMENTO AVVOCATO ESPERTOavvocato-erede-legittimo-1

La disposizione testamentaria negativa impedisce la vocazione dell’escluso, ma non puo’ eliminare l’astratta designazione contenuta nella legge, creando una situazione identica rispetto ad altre fattispecie di rappresentazione, in particolare rispetto a quella derivante dall’indegnita’ a succedere (Cass. n. 6339/1982; n. 11195/1996).

Va quindi affermata la regola dell’efficacia meramente personale della diseredazione e della sua non estensione ipso iure all’intera stirpe dell’escluso.

Ma e’ ovvio che rimane salva la possibilita’ che il testatore disponga in modo diverso, escludendo dalla successione anche tutti i discendenti della persona contemplata (Cass. n. 6339/1982 cit. in motivazione; Cass. n. 8532/2012).

In altre parole, il rapporto fra diseredazione e rappresentazione non pone un problema di validita’, ma di ermeneutica negoziale. Il relativo giudizio attiene percio’ a una questione di fatto, quale e’ quello della interpretazione di una disposizione testamentaria, e un giudizio di tal genere, riservato alla competenza esclusiva del giudice di merito, e’ soggetto, in sede di cassazione, a controllo, e quindi a censura, non per la sua sostanziale esattezza o erroneita’, da verificarsi in base a rinnovata interpretazione della dichiarazione considerata, bensi’ soltanto per cio’ che attiene alla sua legittimita’, e cioe’ alla conformita’ a legge dei criteri ai quali e’ adeguato e alla compiutezza, coerenza e conformita’ a legge della giustificazione datavi (Cass. n. 7422/2005; n. 5604/2001; n. 7634/1986; n. 6190/1984).

Diventa quindi applicabile il principio, consolidato nella giurisprudenza della Suprema Corte, secondo cui “In tema di interpretazione del testamento, qualora dall’indagine di fatto riservata al giudice di merito risulti gia’ chiara, in base al contenuto dell’atto, la volonta’ del testatore, non e’ consentito – alla stregua del primario criterio ermeneutico della letteralita’ – il ricorso ad elementi tratti aliunde ed estranei alla scheda testamentaria” (Cass. n. 20204/2005; conf. 4660/1986; n. 2417/1976).

Altrettanto irrilevante e’ l’ulteriore obiezione dei ricorrenti incidentali che la  testatrice conosceva i pronipoti, verso i quali non poteva avere alcuna ragione di avversione.

Si trascura, infatti, che, secondo la ricostruzione della corte di merito, i dissapori che avrebbero indotto la testatrice ad estendere la diseredazione alla stirpe dei fratelli erano pur sempre quelli avuti in passato con gli stessi fratelli “rappresentati”. Non era percio’ necessario ricercare nella scheda uno specifico intento diretto personalmente contro i “rappresentanti”.

La norma dell’articolo 572 c.c., si riferisce alla successione degli “altri parenti”, che sono chiamati alla successione quando l’ereditando non lascia prole, ne’ genitori, ne’ fratelli o sorelle o loro discendenti. In virtu’ dell’istituto della rappresentazione gli altri parenti sono esclusi dai discendenti di fratelli e sorelle del defunto, sebbene di grado parentale uguale o piu’ lontano.

Identificato l’effetto della clausola di diseredazione nella restrizione della chiamata ex lege agli altri designati (infra), e’ intuitivo che il discendente del fratello diseredato, che sarebbe stato chiamato per rappresentazione se la disposizione negativa non avesse colpito la stirpe, non e’ ammesso a reclamare diritti successori in base alla prerogativa del grado nella successione apertasi a favore dei parenti ai sensi dell’articolo 572 c.c..

LUGO FAENZA RAVENNA CLAUSOLA DI DISEREDAZIONE. COME OPPORLA CHE VALORE  TESTAMENTO AVVOCATO ESPERTO La disposizione testamentaria negativa impedisce la vocazione dell’escluso, ma non puo’ eliminare l’astratta designazione contenuta nella legge, creando una situazione identica rispetto ad altre fattispecie di rappresentazione, in particolare rispetto a quella derivante dall’indegnita’ a succedere (Cass. n. 6339/1982; n. 11195/1996).

OPRIETA’   Image Alt CALCOL ODANNO A PERSONA ,MALASANITA' ,INCIDENTE  AAEE2 22365	 VIzI OCCULTI IMMOBILE CAUSA AL VENDITORE TERMINI

LUGO RAVENNA BOLOGNA NON SI PUO’ ESSERE DISEREDATI SENZA MOTIVI GRAVI AVVOCATO ESPERTO TUTELA EREDI SI PUO’ ESCLUDEDE  UN EREDE LEGITTIMARIO  E DISEREDARLO PERCHE’ FA DELLE SCELTE  PERSONALI DELLA SUA VITA PRIVATA COME SPOSARE  UNA DONNA NON GRADITA AI GENITORI?

LUGO RAVENNA BOLOGNA NON SI PUO’ ESSERE DISEREDATI SENZA MOTIVI GRAVI AVVOCATO ESPERTO TUTELA EREDI SI PUO’ ESCLUDEDE  UN EREDE LEGITTIMARIO  E DISEREDARLO PERCHE’ FA DELLE SCELTE  PERSONALI DELLA SUA VITA PRIVATA COME SPOSARE  UNA DONNA NON GRADITA AI GENITORI?
LUGO RAVENNA BOLOGNA NON SI PUO’ ESSERE DISEREDATI SENZA MOTIVI GRAVI AVVOCATO ESPERTO TUTELA EREDI SI PUO’ ESCLUDEDE  UN EREDE LEGITTIMARIO  E DISEREDARLO PERCHE’ FA DELLE SCELTE  PERSONALI DELLA SUA VITA PRIVATA COME SPOSARE  UNA DONNA NON GRADITA AI GENITORI?

LUGO RAVENNA BOLOGNA NON SI PUO’ ESSERE DISEREDATI SENZA MOTIVI GRAVI AVVOCATO ESPERTO TUTELA EREDI

SI PUO’ ESCLUSEDE  UN EREDE LEGITTIMARIO  E DISEREDARLO PERCHE’ FA DELLE SCELTE  PERSONALI DELLA SUA VITA PRIVATA COME SPOSARE  UNA DONNA NON GRADITA AI GENITORI?

L’art. 587 c.c. definisce il testamento come la manifestazione di volontà con cui “taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o di parte di esse”.
Scopo del testamento è dare una destinazione ai beni e ai diritti del testatore.

Il codice tace, invece, riguardo la possibilità di una disposizione negativa, cioè che esclude un successibile sia chiamato all’eredità. Ecco perché in passato ci si è chiesti se la clausola di diseredazione fosse valida o meno.

La risposta di dottrina e giurisprudenza è profondamente cambiata nel tempo.

La recente sentenza della Cassazione ha sposato una posizione opposta a quella originariamente prevalente.

È intuitivo che se il testatore disponga di tutti i suoi beni per testamento automaticamente disereda coloro cui non fa lasciti,

 tuttavia, una volta risolto in senso positivo il problema dell’ammissibilità della disposizione negativa in sé e per sé, che è così inclusa «nel contenuto tipico del testamento» (così Cass. n. 8352/2012),

 

il concorso della disposizione negativa con le disposizioni positive non esclude

 che la prima possa ugualmente svolgere il suo effetto tipico di impedire la vocazione ex lege dell’escluso.

Intanto potrebbe darsi che il testatore abbia provveduto solo per una parte dei suoi beni, in guisa che sulla parte residua debba aprirsi la successione legittima (art. 457, comma 2, c.c.). Inoltre occorre considerare l’ipotesi che le disposizioni testamentarie, rinvenibili nella scheda, siano invalide o comunque inefficaci,

perché l’istituito o il legatario non può o non vuole accettare. In queste ipotesi, ex art. 677, comma 1, c.c., se non operano la sostituzione, la rappresentazione o l’accrescimento, «la porzione dell’erede mancante si devolve agli eredi legittimi, e la porzione del legatario mancante va a profitto dell’onerato». La fattispecie oggetto della decisione impugnata, caratterizzata da una istituzione parziale e in più operata con legati, alcuni dei quali riconosciuti invalidi, è paradigmatica sotto questo profilo.

 Ebbene, se la successione legittima può aprirsi talvolta anche in presenza di disposizioni testamentarie positive, e se effetto tipico della diseredazione è di portare deroga al regolamento legale della successione, è coerente riconoscere che tale effetto è idoneo a dispiegarsi non solo se la disposizione di esclusione rappresenti l’isolato contenuto del testamento, ma anche quando ad essa si accompagnino disposizioni positive. In questi casi si imporrà piuttosto una preliminare indagine volta ad accertare se la dichiarazione negativa vada intesa come puramente confermativa o comunicativa della sancita preterizione del successibile, operata con le disposizioni positive, ovvero come contenente una sua definitiva esclusione dalla vicenda successoria. Nel primo caso si farebbe luogo a normale chiamata testamentaria e il successibile potrebbe ancora eventualmente essere chiamato ex lege, se ci sono beni non assegnati dal testatore oppure se una o più delle disposizioni attributive fossero invalide o inefficaci. Nel secondo caso la disposizione negativa continuerebbe a svolgere il proprio effetto tipico e caratteristico del fatto impeditivo, escludendo il concorso del diseredato sui beni eventualmente non assegnati e sui beni oggetto di disposizioni testamentarie invalide o inefficaci, che egli non avrebbe interesse ad impugnare. La prevalente dottrina e la prevalente giurisprudenza hanno risolto positivamente la questione se il discendente di chi sia stato diseredato dal testatore possa succedere a quest’ultimo per rappresentazione. La disposizione testamentaria negativa impedisce la vocazione dell’escluso, ma non può eliminare l’astratta designazione contenuta nella legge, creando una situazione identica rispetto ad altre fattispecie di rappresentazione, in particolare rispetto a quella derivante dall’indegnità a succedere (Cass. n. 6339/1982; n. 11195/1996).

LUGO RAVENNA BOLOGNA NON SI PUO’ ESSERE DISEREDATI SENZA MOTIVI GRAVI AVVOCATO ESPERTO TUTELA EREDI SI PUO’ ESCLUDEDE  UN EREDE LEGITTIMARIO  E DISEREDARLO PERCHE’ FA DELLE SCELTE  PERSONALI DELLA SUA VITA PRIVATA COME SPOSARE  UNA DONNA NON GRADITA AI GENITORI?
LUGO RAVENNA BOLOGNA NON SI PUO’ ESSERE DISEREDATI SENZA MOTIVI GRAVI AVVOCATO ESPERTO TUTELA EREDI SI PUO’ ESCLUDEDE  UN EREDE LEGITTIMARIO  E DISEREDARLO PERCHE’ FA DELLE SCELTE  PERSONALI DELLA SUA VITA PRIVATA COME SPOSARE  UNA DONNA NON GRADITA AI GENITORI?

CERTAMENTE NO MICCA SIAMO NEL MEDIOEVO!!

Il punto nodale, da sempre discusso, concerne la valutazione giuridica della manifestazione di volontà di esclusione di taluno dalla successione il cui tema coinvolge, solo per la sua definizione, molti e complessi argomenti di diritto successorio ai quali il presente studio può soltanto accennare e comunque nei limiti in cui le soluzioni accolte siano propedeutiche alla soluzione dei problemi posti dalla clausola di diseredazione

A conclusione del motivo, il ricorrente incidentale propone i seguenti quesiti di diritto: “se sono da condividere e da applicare alla fattispecie de quo i seguenti principi, affermati dalla S.C.: 1) La diseredazione al pari dell’indegnità a succedere, non esclude la operatività della rappresentazione in favore dei discendenti del rappresentato. La diseredazione ha effetti solo nei confronti del soggetto nei cui confronti è effettuata, e pertanto, non esclude che il discendente legittimo di chi sia stato diseredato dal testatore possa succedere a quest’ultimo per rappresentazione (Cass. civ., sez. II, 23.11.1982, n. 6339). 2). La diseredazione, al pari dell’indegnità a succedere, non esclude l’operatività della rappresentazione a favore dei discendenti del diseredato (Cass. civ., sez. II 14.12.1996, n. 11195)”.

Ai sensi dell’art. 587, primo comma, cod. civ., il testatore può validamente escludere dall’eredità, in modo implicito o esplicito, un erede legittimo, purché non legittimario, a condizione, però, che la scheda testamentaria contenga anche disposizioni positive e cioè rivolte ad attribuire beni ereditari ad altri soggetti, nelle forme dell’istituzione di erede o del legato. È quindi nullo il testamento con il quale, senza altre disposizioni, si escluda il detto erede, diseredandolo. Peraltro, qualora dall’interpretazione della scheda testamentaria risulti che il de cuius, nel manifestare espressamente la volontà di diseredare un successibile, abbia implicitamente inteso attribuire, nel contempo, le proprie sostanze ad altri soggetti, il testamento deve essere ritenuto valido, contenendo una vera e propria valida disposizione positiva dei beni ereditari, la quale è sufficiente ad attribuire efficacia anche alla disposizione negativa della diseredazione… “.

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II CIVILE – SENTENZA 25 maggio 2012, n.8352 – Pres. Triola – est. Petitti

Svolgimento del processo

Il (OMISSIS) decedeva in XXXXXXX I..S. , la quale aveva disposto in vita con testamento olografo del 5 giugno 1977, del seguente testuale tenore: “Io sottoscritta S.I. scrivo le mie volontà sana di mente. Escluso da ogni mio avere i miei cugini E.G. fu A. – C.E. fu D. – C.P. fu D. . Nella tomba con i miei altrimenti compramene una”.

Il testamento veniva pubblicato il 4 maggio 1982 e in data 18 dicembre 1982 veniva presentata denuncia di successione recante l’indicazione dei successori, in virtù del testamento, nelle persone di C.D. e Ci.Pa. , altri cugini della de cuius. Deceduto Ci.Pa. gli succedevano la moglie Bo.Gi. e le figlie Ci.Ca. e A. .

E..G. conveniva allora in giudizio, dinnanzi al Tribunale di Savona, C.D. nonché le eredi di Ci.Pa. , per sentir dichiarare la nullità della clausola di diseredazione contenuta nel testamento di S.I. , e per sentir conseguentemente dichiarare che essa attrice era coerede legittima della de cuius ed aveva quindi diritto alla devoluzione pro quota dell’eredità.

Si costituivano C.D. , Bo.Gi. , Ci.Ca. e An. chiedendo il rigetto della domanda.

All’esito del giudizio, nel quale interveniva anche C.E. associandosi alla domanda dell’attrice, l’adito Tribunale respingeva la domanda dell’E. e dell’intervenuto.

Avverso questa sentenza proponeva appello B.A. , erede di E.G. , a sua volta deceduta.

Con sentenza depositata il 7 novembre 2000, la Corte d’appello di Genova dichiarava che B.A. , erede di E.G. , era erede pro quota, per rappresentazione, di S.I. , e titolare della quota di legge dei beni caduti in successione, disponendo che l’eredità della S. fosse a lui devoluta per la sua quota di legge.

Proponevano ricorso per cassazione C.S. , Ci.Ca. , Ca.Pi. , Ca.Ma. e ca.pi. ; il B. resisteva al ricorso e proponeva a sua volta ricorso incidentale.

La Corte di cassazione, con sentenza n. 8489 del 2004, rilevava la non integrità del contraddittorio nel giudizio di appello, non essendo stato chiamato a parteciparvi C.E. , e cassava conseguentemente la sentenza impugnata.

B.A. riassumeva la causa convenendo in giudizio C.S. , Ci.Ca. , Ca.Pi. , Ca.Ma. e ca.pi. , in proprio e quali eredi di C.E. , per sentir dichiarare la nullità della clausola di diseredazione.

Si costituivano Ci.Ca. , Ca.Pi. , Ca.Ma. e ca.pi. , nonché C.S. .

La Corte d’appello di Genova, dopo aver disposto l’integrazione del contraddittorio nei confronti di C.S. , C.L. , V.C. , C.G. e C.C. , quali potenziali aventi diritto alla successione di C.E. , con sentenza depositata il 12 marzo 2007, ha accolto l’appello e ha dichiarato la nullità della clausola del testamento olografo di S.I. del 5 giugno 1977, con la quale era stata esclusa dalla successione E.G. , erede legittima, alla quale, in quanto erede legittima, è stata devoluta pro quota l’eredità morendo dismessa da S.I. ; ha altresì dichiarato B.A. , in qualità di erede di E.G. , partecipe della comunione ereditaria istituitasi a seguito della successone della suddetta S.I. e come tale contitolare per la quota di sua competenza della proprietà dei beni mobili e immobili caduti in successione.

La Corte d’appello ha rilevato che l’art. 587 cod. civ. stabilisce che il testamento è un atto revocabile con il quale taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o di parte di esse, e che le disposizioni di carattere non patrimoniale che la legge consente siano contenute in un testamento hanno efficacia se contenute in un atto che ha la forma di testamento, anche se manchino disposizioni di carattere patrimoniale.

Ha quindi condiviso quanto affermato nella giurisprudenza di legittimità circa la necessità che una clausola di tipo negativo, quale quella di diseredazione, sia accompagnata, perché possa predicarsene la validità, da disposizioni di carattere positivo, ancorché implicite, volte ad attribuire beni ereditari ad altri soggetti. Ha poi preso in esame il testo del testamento e ha escluso che la disposizione testamentaria potesse essere intesa come implicitamente affermativa di una volontà di attribuzione dei beni ad altri soggetti.

La Corte d’appello ha anche ritenuto che il Tribunale avesse errato ad affermare il diritto del B. per rappresentazione, trattandosi di attribuzione eccedente la previsione di cui all’art. 468 cod. civ., a norma del quale la rappresentazione ha luogo, nella linea retta, a favore dei discendenti dei figli naturali del defunto e, nella linea collaterale, a favore dei discendenti dei fratelli e delle sorelle del defunto; in proposito, la Corte d’appello ha rilevato che nelle menzionate categorie non poteva rientrare E.G. , in quanto cugina di S.I. , dalla cui eredità era stata esclusa.

Da ultimo, la Corte d’appello ha limitato la declaratoria di nullità nei confronti del solo B.A. , osservando che i successori di C.E. , altro diseredato già interveniente volontario, non si erano avvalsi della facoltà di impugnare la decisione del Tribunale, per loro passata in giudicato.

Per la cassazione di questa sentenza hanno proposto ricorso C.S. , Ca..Ci. , Pi..Ca. , C.M. , pi..ca. sulla base di due motivi; ha resistito B.A. , il quale ha altresì proposto ricorso incidentale affidato ad un motivo; i ricorrenti principali hanno resistito al ricorso incidentale con controricorso; non hanno svolto attività difensiva gli intimati L..C. , V.C. , G..C. , C..C. .

Entrambe le parti hanno depositato memoria in prossimità dell’udienza.

Motivi della decisione

  1. Deve essere preliminarmente disposta la riunione dei ricorsi, avendo gli stessi ad oggetto la medesima decisione (art. 335 cod. proc. civ.).
  2. Con il primo motivo del ricorso, i ricorrenti principali deducono violazione e falsa applicazione degli artt. 647 e 1362 cod. civ. e, in generale, delle norme che disciplinano la interpretazione del testamento; insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

I ricorrenti sostengono che la Corte d’appello avrebbe errato nell’escludere che nella scheda testamentaria oggetto di interpretazione fosse rinvenibile, utilizzando tutti i criteri ermeneutici volti a valorizzare la volontà della testatrice, una disposizione di carattere patrimoniale. In particolare, alla disposizione concernente la sepoltura, la quale imponeva un obbligo, a carico di taluni soggetti, di acquistare un bene, si sarebbe dovuto riconoscere non solo carattere patrimoniale, ma addirittura il valore di vera e propria istituzione di erede.

Inoltre, sostengono i ricorrenti, la Corte d’appello avrebbe errato nel non considerare unitariamente la manifestazione della volontà di diseredare alcuni successibili e quella di imporre un onere a carico di persone non determinate, in quanto solo una interpretazione complessiva avrebbe consentito di attribuire alla seconda un senso preciso, così come avendo riguardo alla seconda, dalla clausola di diseredazione, apparentemente negativa, si sarebbe agevolmente potuto ricavare un contenuto positivo.

La motivazione della sentenza impugnata sarebbe poi contraddittoria, o quanto meno insufficiente, in quanto la Corte d’appello, da un lato, ha ritenuto ammissibile la diseredazione negativa ove dal contesto dell’atto emerga una positiva volontà attributiva del de cuius e, dall’altro, ha invece ritenuto la richiamata disposizione modale irrilevante al fine di interpretare la clausola di diseredazione.

A conclusione del motivo, i ricorrenti formulano i seguenti quesiti di diritto: “dica l’Ecc.ma Corte se incorre in violazione degli artt. 647 e 1362 ss. cod. civ., o comunque delle norme che disciplinano l’interpretazione del testamento, il Giudice di appello che qualifichi come non patrimoniale la disposizione modale che preveda un sacrificio economico a carico degli onerati; dica, ancora, l’Ecc.ma Corte se incorre in violazione degli artt. 1362 ss. cod. civ., o comunque delle norme che disciplinano l’interpretazione del testamento, il Giudice di appello che, reputando non chiara la volontà testamentaria, ometta di ricorrere ad elementi, ulteriori rispetto al significato letterale delle parole usate dal testatore, i quali, anche attraverso la valutazione complessiva delle clausole contenute nella scheda testamentaria, consentano di fugare i dubbi interpretativi e di conservare efficacia a ciascuna di esse”.

2.1. Con il secondo motivo, proposto in via subordinata, i ricorrenti principali denunciano, ai sensi dell’art. 360, n. 3, cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 587 e 588 cod. civ., nonché insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

La censura si riferisce alla affermazione contenuta nella sentenza impugnata, secondo cui la clausola di diseredazione contenuta nel testamento della signora I..S. sarebbe invalida, perché la scheda testamentaria non conteneva anche disposizioni positive. I ricorrenti rilevano che mediante la clausola di diseredazione il testatore provvede a regolare i rapporti patrimoniali per il tempo successivo alla propria morte, favorendo, fra i successibili legittimi, quelli non esclusi con la diseredazione. Quest’ultima, pertanto, mirando, mediante l’esclusione di uno o più successibili legittimi, ad ampliare il beneficio degli altri, sarebbe di per sé una disposizione – implicitamente – positiva. In ogni caso, osservano i ricorrenti, l’art. 587 cod. civ., nel definire il testamento come l’atto con il quale taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o di parte di esse, non escluderebbe affatto che la libertà di disporre delle proprie sostanze riconosciuta al testatore, possa manifestarsi anche in un ‘non volere disporre’ di esse in favore di uno o più soggetti determinati. La decisione relativa alla mancata attribuzione equivarrebbe, quindi, non già all’assenza di una idonea manifestazione di volontà, bensì alla manifestazione di una ben precisa volontà. Il giudizio di invalidità della clausola di mera diseredazione postulerebbe quindi che alla espressione ‘dispone’, contenuta nell’art. 587 cod. civ., si assegni il significato di ‘attribuisce’; ma, rilevano i ricorrenti, le due espressioni hanno invece significati diversi, collocandosi in un rapporto di genere a specie, nel senso che “è atto di disposizione dei propri beni, infatti, tanto l’attribuzione di essi, quanto la dichiarazione di non volerli attribuire a determinati soggetti”.

In sostanza, sostengono i ricorrenti, l’art. 588 cod. civ., da un lato, non esaurisce le ipotesi in cui il legislatore prevede e disciplina l’attività dispositiva; dall’altro, non esclude che altre disposizioni – quali quelle non attributive – siano tutelate dall’ordinamento, purché, nel realizzare la funzione testamentaria di produrre effetti successori, non contrastino con l’ordine pubblico; contrasto che deve escludersi nel caso in cui siano rispettati i diritti dei legittimari.

A conclusione del motivo, i ricorrenti, oltre a specificare il vizio di motivazione denunciato, formulano il seguente quesito di diritto: “dica l’Ecc.ma Corte se incorre in violazione degli artt. 587 e 588 cod. civ. il Giudice del merito che qualifichi come invalida la clausola mediante la quale il testatore stabilisca di escludere dalla successione uno o più successibili legittimi”.

  1. Con l’unico motivo del proprio ricorso, il ricorrente incidentale denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 457, 467 e 468 cod. civ., censurando la sentenza impugnata nella parte in cui ha rigettato la domanda volta a sentir dichiarare il suo diritto a succedere ad E.G. per rappresentazione.

A conclusione del motivo, il ricorrente incidentale propone i seguenti quesiti di diritto: “se sono da condividere e da applicare alla fattispecie de quo i seguenti principi, affermati dalla S.C.: 1) La diseredazione al pari dell’indegnità a succedere, non esclude la operatività della rappresentazione in favore dei discendenti del rappresentato. La diseredazione ha effetti solo nei confronti del soggetto nei cui confronti è effettuata, e pertanto, non esclude che il discendente legittimo di chi sia stato diseredato dal testatore possa succedere a quest’ultimo per rappresentazione (Cass. civ., sez. II, 23.11.1982, n. 6339). 2). La diseredazione, al pari dell’indegnità a succedere, non esclude l’operatività della rappresentazione a favore dei discendenti del diseredato (Cass. civ., sez. II 14.12.1996, n. 11195)”.

  1. Il Collegio ritiene che il secondo motivo del ricorso principale, ancorché prospettato dai ricorrenti come subordinato al rigetto del primo, debba essere esaminato in via prioritaria, non solo per ragioni di ordine logico, ma perché dal suo accoglimento, a differenza di quanto potrebbe verificarsi con l’accoglimento del primo motivo, discende la possibilità di definizione del giudizio nel merito. L’accoglimento del primo motivo, infatti, postulando in entrambe le sue articolazioni l’accertamento di un vizio nella interpretazione del testamento, comporterebbe il rinvio della causa al giudice di appello, non potendo questa Corte sostituire la propria interpretazione a quella del giudice di merito.

Al contrario, l’accoglimento del secondo motivo, inerendo ad un vizio di violazione di legge, potrebbe dare luogo, sussistendone in concreto i presupposti, ad una decisione della causa nel merito, ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ..

In questo senso, e cioè nel senso che deve prioritariamente esaminarsi la censura che coinvolge l’accertamento di quale sia la portata delle disposizioni legislative rilevanti in materia rispetto alle censure che coinvolgono l’interpretazione della clausola testamentaria, si è del resto già espressa Cass. n. 1458 del 1967, che costituisce il precedente di questa Corte al quale si è ispirata la decisione impugnata.

4.1. Il controricorrente e ricorrente incidentale ha eccepito, ma solo nella memoria ex art. 378 cod. proc. civ., la inammissibilità del secondo motivo del ricorso principale per inidoneità del quesito di diritto.

L’eccezione è infondata, atteso che il quesito, nei termini testuali prima riportati, è formulato in modo tale che, ove allo stesso sia data risposta positiva, la controversia può essere decisa in senso favorevole alla tesi dei ricorrenti principali.

  1. Il motivo è fondato.

5.1. La Corte d’appello si è riferita alla risalente giurisprudenza di questa Corte, la quale, segnatamente nella sentenza n. 1458 del 1967, ha avuto modo di affermare il seguente principio di diritto: “Ai sensi dell’art. 587, primo comma, cod. civ., il testatore può validamente escludere dall’eredità, in modo implicito o esplicito, un erede legittimo, purché non legittimario, a condizione, però, che la scheda testamentaria contenga anche disposizioni positive e cioè rivolte ad attribuire beni ereditari ad altri soggetti, nelle forme dell’istituzione di erede o del legato. È quindi nullo il testamento con il quale, senza altre disposizioni, si escluda il detto erede, diseredandolo. Peraltro, qualora dall’interpretazione della scheda testamentaria risulti che il de cuius, nel manifestare espressamente la volontà di diseredare un successibile, abbia implicitamente inteso attribuire, nel contempo, le proprie sostanze ad altri soggetti, il testamento deve essere ritenuto valido, contenendo una vera e propria valida disposizione positiva dei beni ereditari, la quale è sufficiente ad attribuire efficacia anche alla disposizione negativa della diseredazione… “.

In motivazione, la Corte, che ha esaminato una clausola testamentaria meramente negativa (“Nelle mie piene facoltà mentali e in perfetta salute, dichiaro, qualora io dovessi mancare, di escludere dalla mia eredità e cioè da quello che io posseggo, le mie due nipoti A. e G…. figlie del mio defunto fratello P…., per il loro indegno comportamento verso di me ed i miei fratelli”), è partita dalla tesi tradizionale dell’invalidità della clausola di diseredazione ma, anziché pervenire ad una dichiarazione di nullità, come avrebbe dovuto coerentemente fare, data la portata meramente diseredativa della richiamata disposizione, e quindi dichiarare aperta la successione legittima, ha ritenuto di poter ricavare, per via interpretativa, una volontà, implicita, del testatore di disporre col testamento stesso a favore dei successibili ex lege diversi dalle nipoti escluse; ha pertanto, coerentemente affermato l’apertura della successione testamentaria.

In particolare, la Corte, pur ritenendo che il testamento abbia carattere necessariamente attributivo, ha ammesso tuttavia la validità della clausola non solo quando questa si accompagni a disposizioni attributive espresse, ma anche quando esaurisca il contenuto del testamento, purché sia possibile ricavare in sede ermeneutica “sia in modo diretto ed esplicito, sia in modo indiretto ed implicito la inequivocabile volontà del testatore, oltre che di diseredare un determinato successibile, di attribuire le proprie sostanze ad un determinato altro”.

Successivamente, nella giurisprudenza di questa Corte, si è affermato il principio per cui “la volontà di diseredazione di alcuni successibili può valere a fare riconoscere una contestuale volontà di istituzione di tutti gli altri successibili non diseredati solo quando, dallo stesso tenore della manifestazione di volontà o dal tenore complessivo dell’atto che la contiene, risulti la effettiva esistenza della anzidetta autonoma positiva volontà del dichiarante, con la conseguenza che solo in tal caso è consentito ricercare, anche attraverso elementi esterni e diversi dallo scritto contenente la dichiarazione di diseredazione, l’effettivo contenuto della volontà di istituzione. Pertanto, ove il giudice del merito nell’interpretazione dello scritto ritenga inesistente una tale volontà, correttamente lo stesso non ammette la prova diretta al fine di dimostrare la volontà del de cuius di disporre dei propri beni a favore di alcuni soggetti, in quanto con tale prova si mira non già ad identificare la volontà testamentaria contenuta, esplicitamente o implicitamente, nella scheda, ma alla creazione di una siffatta volontà” (Cass. n. 6339 del 1982; Cass. n. 5895 del 1994).

5.2. La soluzione accolta dai precedenti di questa Corte non è condivisa dal Collegio, in quanto contiene in sé una sostanziale contraddizione. Da un lato, infatti, si predica la assoluta invalidità di una clausola meramente negativa, ove la stessa non sia accompagnata ad altre che contengano disposizioni attributive, ancorché tali da non esaurire l’intero asse e-reditario; dall’altro se ne riconosce la validità anche nel caso in cui costituisca l’unica disposizione contenuta in una scheda testamentaria, a condizione però che sia possibile ricavare sia in modo diretto ed esplicito, sia in modo indiretto ed implicito la inequivocabile volontà del testatore, oltre che di diseredare un determinato successibile, di attribuire le proprie sostanze ad un determinato altro.

Un simile argomentare vanifica, in realtà, la affermazione di principio dalla quale sembra muovere la sentenza del 1967, della tendenziale invalidità della clausola di diseredazione, la quale è invece valida ed efficace allorquando dalla stessa sia possibile desumere una istituzione in favore di soggetti non contemplati ma comunque implicitamente individuabili, una volta esclusi dalla successione quelli invece espressamente menzionati nella clausola di diseredazione.

5.3. Dalla lettura della richiamata sentenza del 1967 emerge che l’argomento dirimente per escludere la ammissibilità nel nostro ordinamento di una clausola testamentaria di contenuto esclusivamente negativo, quale, appunto, la clausola di diseredazione che manifesti la volontà del testatore di escludere un successibile, senza che sia possibile individuare una volontà positiva, sia pure implicita, di chiamare altri alla sua successione, è quello desunto dal contenuto e dalla portata degli artt. 587 e 588 cod. civ..

La lettura delle citate disposizioni offerte nei precedenti di questa Corte deve essere rivista e superata alla luce delle seguenti considerazioni.

Ai sensi dell’art. 587, primo comma, cod. civ., il negozio di ultima volontà ha la funzione di consentire al testatore di disporre di tutte le proprie sostanze, o di parte di esse, per il tempo in cui avrà cessato di vivere. Con una tale definizione, il legislatore sembra accogliere la natura essenzialmente patrimoniale dell’atto di ultima volontà. Le disposizioni testamentarie di carattere non patrimoniale (art. 587, secondo comma, cod. civ.), che la legge permette siano contenute in un atto privo di disposizioni di carattere patrimoniale purché abbia la forma del testamento, condividono, invece, con il negozio di ultima volontà solo il tratto formale, ma non quello sostanziale, legittimando di conseguenza l’applicazione di un diverso regime (si pensi all’irrevocabilità, che è generalmente incompatibile con il contenuto tipico del testamento).

Peraltro, dal rilievo che la disposizione testamentaria tipica abbia contenuto patrimoniale, non discende la conseguenza che il testamento, per essere tale, debba avere necessariamente una funzione attributiva. L’articolato sistema delineato dal legislatore permette che il fenomeno devolutivo dei beni e l’individuazione degli eredi e dei legatari possano trovare indistintamente fondamento sia nella legge che nella volontà del testatore. Nel nostro ordinamento, la possibilità di un’attribuzione di beni per testamento, che genera un fenomeno vocativo legale, convive con quella, inversa, di un’istituzione per testamento di eredi, che genera la devoluzione legale dell’asse (o di una sua quota). Una simile convivenza, poi, non può che essere confermata dall’art. 457 cod. civ., che riconosce farsi luogo alla successione legittima, quando manca in tutto o in parte quella testamentaria, smentendosi dunque una gerarchia di valore tra le due forme del regolamento successorio, e dovendosi invece ricondurre il concorso tra le due vocazioni ad un rapporto di reciproca integrazione.

5.4. I richiamati precedenti hanno inteso riconoscere l’ammissibilità di una volontà di diseredazione ove in essa si ravvisi o una disposizione principale attributiva, esplicitamente o implicitamente presupposta, della quale la volontà del testatore è una modalità di esecuzione (Cass. n. 1458 del 1967), o un’implicita istituzione di tutti gli altri successibili non diseredati, volontà che non si presume ma va provata (Cass. n. 6339 del 1982; Cass. n. 5895 del 1994). Quest’ultimo orientamento ammette la clausola di diseredazione solo se fondata sull’equivalenza tra l’esclusione e l’istituzione implicita di altri.

Tuttavia, se si riconosce che il testatore possa disporre di tutti i suoi beni escludendo in tutto o in parte i successori legittimi, non si vede per quale ragione non possa, con un’espressa e apposita dichiarazione, limitarsi ad escludere un successibile ex lege mediante una disposizione negativa dei propri beni. Invero, escludere equivale non all’assenza di un’idonea manifestazione di volontà, ma ad una specifica manifestazione di volontà, nella quale, rispetto ad una dichiarazione di volere (positiva), muta il contenuto della dichiarazione stessa, che è negativa.

Per diseredare non è quindi necessario procedere ad una positiva attribuzione di beni, né – sulla scorta dell’espediente che escludere è istituire – alla prova di un’implicita istituzione.

In sostanza, la clausola di diseredazione integra un atto dispositivo delle sostanze del testatore, costituendo espressione di un regolamento di rapporti patrimoniali, che può includersi nel contenuto tipico del testamento: il testatore, sottraendo dal quadro dei successibili ex lege il diseredato e restringendo la successione legittima ai non diseredati, indirizza la concreta destinazione post mortem del proprio patrimonio. Il ‘disporre’ di cui all’art. 587, primo comma, cod. civ., può dunque includere, non solo una volontà attributiva e una volontà istitutiva, ma anche una volontà ablativa e, più esattamente, destitutiva. Altre volte, d’altronde, il nostro legislatore ha concepito disposizioni di contenuto certamente patrimoniale, che non implicano attribuzioni in senso tecnico e che possono genericamente farsi rientrare nella nozione di ‘atto dispositivo’ del proprio patrimonio ex art. 587, primo comma, cod. civ., avendo utilizzato il termine ‘disposizione’ nel senso riferito in questa sede (in materia di dispensa da collazione, di assegno divisionale semplice, di onere testamentario, di ripartizione dei debiti ereditari, di disposizione contraria alla costituzione di servitù per destinazione del padre di famiglia, di disposizione a favore dell’anima e di divieti testamentari di divisione).

Le varie ipotesi in cui l’attività dispositiva possa manifestarsi sono tutelate dall’ordinamento purché non contrastino con il limite dell’ordine pubblico: ogni disposizione patrimoniale di ultima volontà, anche se non ‘attributiva’ e anche se non prevista nominatim dalla legge, può dunque costituire un valido contenuto del negozio testamentario, solo se rispondente al requisito di liceità e meritevolezza di tutela, e se rispettosa dei diritti dei legittimari.

L’ammissibilità della clausola diseredativa, quale autonoma disposizione negativa, appare, infine, in linea con l’ampio riconoscimento alla libertà e alla sovranità del testatore compiuto dal legislatore, che in altri ambiti del diritto successorio ha ammesso un’efficacia negativa del negozio testamentario : nell’ambito del contenuto patrimoniale del testamento, non solo il testatore può ben gravare il proprio erede di una hereditas damnosa, ma può escludere il legittimario dalla quota disponibile, sia mediante l’istituzione nella sola quota di legittima, sia mediante il legato sostitutivo previsto dall’art. 551 cod. civ.; il testatore può inoltre modificare le norme che la legge pone alla delazione successiva, escludendo l’operatività del diritto di rappresentazione a favore dei pro-pri congiunti con la previsione di più sostituzioni ordinarie o, addirittura, con un’esclusione diretta.

5.5. In conclusione, deve in proposito, e in risposta al quesito di diritto formulato dai ricorrenti principali a conclusione del secondo motivo di ricorso, affermarsi il seguente principio di diritto: “È valida la clausola del testamento con la quale il testatore manifesti la propria volontà di escludere dalla propria successione alcuni dei successibili”.

5.6. Applicando tale principio al caso di specie, deve accogliersi il secondo motivo del ricorso principale, dovendosi considerare valida la clausola del testamento di I..S. volta a diseredare alcuni dei successori legittimi, trattandosi di non legittimari. L’accoglimento del secondo motivo comporta l’assorbimento del primo.

  1. L’unico motivo del ricorso incidentale è inammissibile.

Deve preliminarmente rilevarsi che i quesiti con i quali si conclude il motivo del ricorso incidentale, pur se formulati con riferimento ad affermazioni contenute in precedenti decisioni di questa Corte, appaiono idonei a dare luogo allo scrutinio nel merito del proposto motivo.

Tuttavia, deve rilevarsi che il ricorrente incidentale non ha colto la ratio della sentenza impugnata, la quale si sostanzia in ciò che in relazione al rapporto esistente tra la testatrice e la sua dante causa non sussisteva un rapporto tale da consentire la applicazione, nella specie, dell’istituto della rappresentazione. Questa, ai sensi dell’art. 468 cod. civ., ha luogo, nella linea retta, a favore dei discendenti dei figli legittimi, legittimati e adottivi, nonché dei discendenti dei figli naturali del defunto e, nella linea collaterale, a favore dei discendenti dei fratelli e delle sorelle del defunto.

Orbene, il ricorrente incidentale non ha censurato questo aspetto della sentenza impugnata, ma si è limitato a dedurre che l’istituto della rappresentazione opera anche in favore del successibile diseredato. In tal modo, il motivo di ricorso, e i quesiti che lo concludono, non attingono alla ratio decidendi; anzi, si deve rilevare che la Corte d’appello non ha affatto escluso che la rappresentazione possa operare in caso di diseredazione, ma ha ritenuto che nel caso di specie non ricorressero i requisiti soggettivi della rappresentazione.

  1. In conclusione, accolto il secondo motivo del ricorso principale, assorbito il primo, e dichiarato inammissibile il ricorso incidentale, la sentenza impugnata deve essere cassata. Poiché, peraltro, non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ., con il rigetto dell’appello proposto avverso la sentenza del Tribunale di Savona, che aveva deciso la controversia ritenendo valida la clausola di diseredazione e disposto farsi luogo alla successione in favore dei successibili non esclusi.

In considerazione della complessità della questione sottoposta all’esame della Corte, sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese dei giudizi di appello e dei due giudizi di legittimità.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi; accoglie il secondo motivo del ricorso principale, assorbito il primo; dichiara inammissibile l’incidentale; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’appello; compensa le spese del giudizio di appello e di quelle di legittimità.

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Peraltro, l’attribuzione al genitore affidatario della potestà esclusiva non impedisce affatto la regolamentazione del rapporto diretto tra il genitore non affidatario ed il minore, posto che quest’ultimo ha diritto alla bigenitorialità, con la conseguenza che anche in caso di affidamento monogenitoriale, il Giudice dovrà stabilire modi e tempi di permanenza del minore presso il genitore non affidatario. Nel caso in esame, alla luce di quanto emerso nel corso del procedimento, deve essere disposto l’affidamento esclusivo dei minori alla madre, con la quale convivono sin dalla separazione dei genitori. Tanto si rende opportuno alla luce del disinteresse manifestato del padre nei confronti della prole, che si è tradotto in particolare nella violazione sistematica degli obblighi di cura e sostegno, attuata attraverso il perdurante mancato rispetto dell’obbligo di contribuzione al mantenimento dei minori nella misura fissata dalle statuizioni giudiziali.

Al contempo, la fattispecie di cui dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, per come riformulata, ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia (Cass. S.U. 7 aprile 2014, n. 8053).

INFEDELTA’

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di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedelta’ coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilita’ della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempreche’ non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedelta’ e crisi coniugale, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi gia’ irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (tra le tante: Cass. 14 agosto 2015, n. 16859; Cass. 17 giugno 2013, n. 16270,

non massimata in termini; Cass. 14 febbraio 2012, n. 2059, pure non massimata con riferimento al principio secondo cui l’inosservanza dell’obbligo di fedelta’ coniugale fa presumere la non tollerabilita’ dell’ulteriore convivenza; Cass. 14 ottobre 2010, n. 21245, parimenti non massimata al riguardo; Cass. 7 dicembre 2007, n. 25618, Cass. 19 settembre 2006, n. 20256).

INFEDELTA’ DEL MARITO

 Con riguardo all’esercizio della responsabilità genitoriale, in via preliminare, occorre prendere atto dell’accordo raggiunto dai genitori, dando atto dell’impegno profuso dai difensori, senza la cui attività di mediazione, il patto stesso non sarebbe stato possibile. Il patto stabilisce l’affidamento condiviso dei figli e il loro collocamento prevalente presso la casa familiare, assegnata alla madre. Si tratta di accordo che si stima conforme all’interesse dei bambini. Sul punto, giova ricordare, infatti, come anche ha affermato la Suprema Corte (Cass. Civ., sez. I, 4 giugno 2010 n. 13619), che allorché sussista conflitto genitoriale e il giudice sia chiamato a stabilire il luogo in cui i minori debbano fissare la propria residenza, deve in particolare tenersi conto del tempo trascorso dall’eventuale avvenuto trasferimento, dell’acquisito delle nuove abitudini di vita, di cui è sconsigliabile il repentino mutamento, a maggior ragione se questo debba comportare un distacco dall’uno dei genitori con cui sia pregressa la convivenza stabile (Corte App. Catania, sez. famiglia, persona, minori, decreto n. 16 agosto 2013, Pres. Qu. est. Ru.). Incollerente è invece il richiamo della parte convenuta alla decisione n. 4537 del 2014. Infatti, la decisione citata (Cass. Civ., sez. VM, ordinanza 26 febbraio 2014 n. 4537, Pres. Di., est. Do.) si limita ad affermare: “è bensì vero che la casa coniugale viene assegnata di preferenza al genitore collocatario di figli minori, ma è necessario comunque che convivenza vi sia, nella casa, al momento della separazione”.

Quindi, si occupa di un argomento diverso dal collocamento e non afferma il principio di diritto per cui un allontanamento dalla casa coniugale comporti una (inammissibile) decadenza dal diritto ad ottenere il preminente collocamento dei figli, ove ciò rispondente al loro preminente interesse. Nel caso di specie, dunque, dovendo assumere una decisione provvisoria e interlocutoria, privilegiandosi lo “stato di fatto” esistente al momento della pronuncia e, soprattutto, l’accordo dei genitori, si provvede come da dispositivo. Non sussistono, allo stato, ragioni per derogare alla regola dell’affidamento condiviso. Al riguardo, è opportuno allontanare la decisione da due sillogismi non condivisibili: il primo, che la madre con problemi psicologici non possa essere una madre adeguata. Come ha già osservato questo Ufficio (v. Trib. Milano, sez. IX civ., ordinanza 27 novembre 2013), non è ammissibile ipotizzare una inadeguatezza del genitore solo perché “malato”. Il fatto che un paziente sia “malato” a causa di un disturbo psichiatrico non é elemento sufficiente per escluderlo dalla responsabilità genitoriale. Ancora oggi, il malato psichiatrico accusa le conseguenze negative che derivano dallo “stigma” ovvero l’insieme di pregiudizi sociali e preconcetti che circondano la malattia mentale, specie nei rapporti interpersonali e relazionali, e creano una sorta di “marchio” invisibile attorno al paziente, visto – sovente e senza ragione – come socialmente pericoloso, aggressivo o non curabile. Lo stigma tende a creare un impoverimento dei rapporti personali del malato e, soprattutto, la sua alienazione dal contesto sociale, cosicché i danni alla persona derivano non dalla patologia ma, paradossalmente, dal modo in cui la società la ripudia, la stigmatizza. Da ciò consegue che la misura dell’affidamento monogenitoriale dei minori – se giustificata per la sola patologia del genitore – costituirebbe non espressione dell’art. 337-quater c.c., bensì applicazione mera dello “stigma”. Il secondo rilievo riguarda il rapporto tra il legame orizzontale di coniugio e quello verticale di filiazione. Non è sostenibile che un marito eventualmente fedifrago sia consequenzialmente un padre inadatto: la violazione degli obblighi nascenti dal matrimonio è certamente sanzionabile con l’addebito e finanche con l’azione risarcitoria; ma non giustifica affatto un affido monogenitoriale o una limitazione del diritto di visita del padre.

la madre che utilizzi l’infedeltà del marito come argomento per incidere sul rapporto genitoriale tra padre e figli,

pone in essere una condotta scorretta e non allineata ai doveri genitoriali, come tale valutabile anche ai fini degli artt. 337 – quater c.c. e 709 – ter c.p.c. Per le ragioni sin qui esposte, è del tutto inammissibile la richiesta della madre di far vedere i bambini, allo X, solo nella casa coniugale. In regime di affidamento condiviso, con la scelta in ordine ai tempi di permanenza dei figli presso l’uno e l’altro genitore, il giudice si limita a fissare la “cornice minima” dei tempi di permanenza. Tuttavia la cornice minima data dal giudice deve essere pienamente adeguata alle esigenze delle famiglia e all’interesse dei minori, poiché deve potersi consentire ai figli di trascorrere con il genitore non col locatario dei tempi adeguati e segnatamente dei fine settimana interi, e tempi infrasettimanali, garantendo una certa continuità di vita in questi periodi, nei limiti in cui ciò non interferisca con una normale organizzazione di vita domestica e consenta la conservazione dell’habitat principale dei minori presso il genitore domiciliatario (così: Corte App. Catania, Sez. Famiglia e Persona, decreto n. 16 ottobre 2013. Pres. Fr. est. Ru.; conforme: Trib. Milano, sez. IX, 3 giugno 2014). Vi è invero una sensibile differenza tra regolare i tempi di permanenza e limitarli significativamente: e per adottare limitazioni al diritto e dovere dei genitori di intrattenere con i figli un rapporto continuativo, è necessario dimostrare che da ciò può derivare pregiudizio al minore. Il preminente interesse del minore, infatti, cui deve essere conformato il provvedimento del giudice, può considerarsi composto essenzialmente da due elementi: mantenere i legami con la famiglia, a meno che non sia dimostrato che tali legami siano particolarmente inadatti, e potersi sviluppare in un ambiente sano (CEDU: Ne. c. Svizzera. 6.7.2010; CEDU: Sn. e Ka. c. Italia, 12.7.2011). Nel caso di specie, non si rintracciano, invero, clementi sufficienti per una restrizione del diritto di visita dei padre. Tutto ciò conferma la adeguatezza dell’accordo concluso dai genitori, dopo l’attenta e seria attività di mediazione degli Avvocati. In merito ai presunti nuovi partners, in particolare per quanto riguarda il padre, va invece precisato che, nell’imminenza della separazione, è bene che il papà dedichi ai figli dei tempi esclusivi, gradualmente introducendo le figure affettive nella loro vita, altrimenti essendo possibile (se non probabile) il fatto che essi possano associare proprio a queste terze figure la fine del matrimonio e quindi iniziare a maturare rancori o risentimento verso il genitore. Non valga qui il Diritto o la psicologia: è sufficiente il buon senso. Si recepisce, dunque, anche l’impegno del padre a trascorrere con i figli le vacanze, da solo, senza persone che non siano i parenti stretti.

AVVOCATO BOLOGNA TRIBUNALE BOLOGNA Violazione degli obblighi di assistenza alla famiglia – Violazione degli obblighi di assistenza famigliare – Mancata corresponsione dell’assegno per il mantenimento del figlio minore – Esclusione del reato solo in caso di indigenza assoluta dell’obbligato – Onere di dimostrare l’esistenza dell’esimente a carico dell’imputato – Emissione di assegni privi di fondi – Inidoneità a provare la condizione di indigenza dell’obbligato

AVVOCATO BOLOGNA TRIBUNALE BOLOGNA Violazione degli obblighi di assistenza alla famiglia – Violazione degli obblighi di assistenza famigliare – Mancata corresponsione dell’assegno per il mantenimento del figlio minore – Esclusione del reato solo in caso di indigenza assoluta dell’obbligato – Onere di dimostrare l’esistenza dell’esimente a carico dell’imputato – Emissione di assegni privi di fondi – Inidoneità a provare la condizione di indigenza dell’obbligato

Successione legittima: avviene fra fratelli, nipoti, zii, cugini?

Va ricordato che, conformemente al costante orientamento della Suprema Corte,

lo stato di bisogno del figlio minore è insito nella minore età (Cass. Sez. VI, 4.6.96 n. 5525) e che non rileva che ai suoi bisogni abbia provveduto l’altro genitore dal momento che entrambi i genitori sono ugualmente tenuti a mantenere i figli, in proporzione dei rispettivi guadagni (Cass. Sez. VI, 17.9.90, n. 12400; Sez. VI, 18.2.92, n. 1748); ed egualmente non rileva che vi abbiano provveduto altre persone coobbligate o non obbligate (quale la nonna materna, l’attuale compagno della madre o gli amici di lei) poiché tale intervento è prova della effettività dello stato di bisogno del bambino nonostante l’adempimento del genitore affidatario.

Il delitto in oggetto ha dolo generico, pertanto non è necessario per la sua realizzazione che la condotta omissiva

sia posta in essere con intenzione e volontà di far venire meno i mezzi di sussistenza (Cass. sez. VI, 13.1.94 n. 185), bastando – così come nel caso in esame – che l’imputato si sia volontariamente sottratto all’adempimento degli obblighi, a nulla rilevando il convincimento (erroneo) di non esservi tenuto per mancanza di effettivo stato di bisogno da parte del figlio minore poiché altri vi provvedevano, poiché ciò si traduce in ignoranza non scusabile della legge penale, non invocabile per escludere la sussistenza del reato (Cass. Sez. II, 7.7.94 n. 7640).

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI BOLOGNA

SEZIONE PENALE

Il Giudice dott.ssa Valentina Tecilla

all’udienza dibattimentale del 4 giugno 2012

Con l’intervento del p.m. Dott.ssa Paola Dell’Aglio vpo

e

con l’assistenza del Funz. Giud. C. Veronesi

ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

Nei confronti di:

Pa.Ma.

nato (…)

contumace

Imputato

reati p. e p. dagli artt. 81 cpv., 570 c.p. perché, con più azione esecutive finalizzate ad un medesimo disegno criminoso faceva mancare i mezzi di sussistenza al figlio minore Jo.Al., non versando l’assegno di mantenimento alla coniuge Bi.Gi., così come stabilito nella sentenza di separazione n. 203 del Tribunale di Varese in data 1/4/2003.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con decreto del 8.6.2010 il PM ha citato a giudizio Pa.Ma. per il reato descritto nell’imputazione; il decreto è stato ritualmente notificato all’imputato a mani, in data 19.9.2011.

L’istruttoria dibattimentale è stata celebrata nel corso dell’udienza odierna in presenza della parte civile Gi.Bi.; svolta la discussione, sulle conclusioni delle parti come riportate a verbale, il giudice ha pronunciato sentenza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Sulla base dell’istruttoria orale e dei documenti prodotti dalle parti e contenuti nel fascicolo del dibattimento (verbale di comparizione dei coniugi innanzi al giudice per il tentativo di conciliazione, in data 1.4.2003; provvedimento di omologa della separazione consensuale, datato 18.4.2003, busta paga di Gi.Bi.) si ritiene pienamente provata la responsabilità dell’imputato.

Gi.Bi. ha riferito in dibattimento che era sposata con l’imputato nel 1998, nel 1999 era nato il (…) Jo.Al.; ella non aveva lavorato durante il matrimonio ma, con la separazione, aveva rinunciato all’assegno di mantenimento per sé ed aveva cercato subito lavoro a Bologna, ove inizialmente aveva trovato ospitalità presso amici; prima aveva lavorato in un bar, poi aveva trovato lavoro come assistente sanitaria; inizialmente aveva percepito uno stipendio di circa 1.100 Euro mensili ma da qualche anno lavora con contratto part – time, per accudire il figlio, e pertanto percepisce uno stipendio inferiore, circa Euro 600 al mese. Vive attualmente con il figlio, in una casa in affitto e il canone è pagato dal suo compagno e convivente, che si occupa anche del pagamento delle bollette per le utenze domestiche e dell’acquisto dei generi alimentari.

Il marito aveva sempre lavorato: prima del matrimonio come odontotecnico, poi presso la ricevitoria Lotto gestita dai genitori di lui, quindi presso l’aeroporto Malpensa e ora, per quanto riferitole dal figlio, lavora in Svizzera.

Durante il matrimonio essi avevano abitato in un appartamento acquistato con mutuo, i cui ratei dovevano essere pagati dal marito, unico che in famiglia percepiva lo stipendio, ma già prima della separazione varie rate non erano state pagate, così l’immobile – che con la separazione era stato assegnato a Bi. – era stato poco dopo pignorato e venduto; detratta la somma dovuta alla banca, erano rimasti circa Euro 64.000, che lei ed il marito avevano diviso a metà.

Con la separazione era stato stabilito che il marito le versasse Euro 400 al mese per il mantenimento del figlio, che venne affidato a lei, oltre alla metà di tutte le spese straordinarie. Bi. non era titolare di conto corrente, così aveva acquistato una carta poste pay in modo che il marito potesse accreditarvi le somme dovute per il mantenimento del figlio; in effetti il marito, dal mese di aprile 2003 a tutt’oggi, aveva versato in modo irregolare e discontinuo solo piccole somme, 50, 70 o 100 Euro, così che ella per tutto tale periodo non aveva ricevuto neppure 100 Euro al mese, nonostante ella avesse sempre chiesto all’ex – marito di effettuare i versamenti e gli avesse sempre inviato copia delle ricevute relative alle spese straordinarie effettuate per il figlio. Ad esempio, l’ultimo versamento effettuato dall’ex – marito per Euro 100, era stato fatto nel mese di gennaio 2012. Inoltre Pa. non aveva mai versato alcuna somma per contribuire alle spese straordinarie, quali ad esempio quelle necessarie per l’apparecchio ortodontico, o per gli occhiali da vista, o per il materiale scolastico. Gi.Bi. ha riferito di avere affrontato vari disagi economici per mantenere il figlio Jo.Al. dopo la separazione, tanto che nei primi anni era stata aiutata dalla madre, giunta appositamente da Cuba sia per aiutarla nella gestione del bambino sia per aiutarla con prestito in denaro; ella aveva anche fatto ricorso a prestiti di amici. Gi.Bi. aveva anche tentato la strada dei decreti ingiuntivi, riuscendo solo ad ottenere la somma di Euro 3.500, sul maggior importo di Euro 32.000 ricevuto da Pa. come ricavato dalla vendita del loro appartamento.

Va evidenziato che la teste/persona offesa Gi.Bi. è apparsa del tutto genuina, sincera, coerente nella narrazione ed equilibrata nel riferire i fatti: ella ha descritto gli accadimenti in modo sereno e senza intenti vendicativi né, tantomeno, calunniosi.

Pertanto, in difetto di elementi di segno diverso, neppure rappresentati dall’imputato – che ha scelto di restare contumace – o dalla difesa tecnica, ella viene ritenuta pienamente veridica ed attendibile.

Sulla base delle dichiarazioni da lei rese è stato accertato in dibattimento che dalla separazione – del 1 aprile 2003 – ad oggi Pa.Ma. non ha adempito all’obbligo del mantenimento del figlio se non in minima parte, con versamenti episodici mai superiori a 100 Euro, così ponendo la ex – moglie ed il figlio in una condizione di grave disagio economico, e solo grazie ad aiuti esterni – l’attuale compagno di Bi. si è fatto interamente carico dell’affitto, del pagamento delle bollette e dell’acquisto dei generi alimentari, del pagamento delle breve vacanze estive – il figlio minore Jo.Al. non versa in condizioni di indigenza. La consapevolezza – da parte dell’imputato – della violazione che gli si contesta discende dalle modalità della violazione medesima: egli, certamente consapevole del dovere di contribuire al mantenimento del figlio di pochi anni e delle sue necessità quotidiane (oggi Jo.Al. ha 12 anni), pienamente conscio dell’accordo di separazione consensuale formalizzato nel verbale redatto in sua presenza e da lui sottoscritto in data 1 aprile 2003 avanti al giudice del Tribunale di Varese, fino alla data odierna ha versato solo minime somme, non ha mai partecipato in altro modo alle spese di mantenimento ed alle necessità sanitarie e scolastiche del figlio Jo.Al.

Sussiste dunque il reato in esame nelle sue componenti oggettive e soggettive.

Il delitto in oggetto ha dolo generico, pertanto non è necessario per la sua realizzazione che la condotta omissiva sia posta in essere con intenzione e volontà di far venire meno i mezzi di sussistenza (Cass. sez. VI, 13.1.94 n. 185), bastando – così come nel caso in esame – che l’imputato si sia volontariamente sottratto all’adempimento degli obblighi, a nulla rilevando il convincimento (erroneo) di non esservi tenuto per mancanza di effettivo stato di bisogno da parte del figlio minore poiché altri vi provvedevano, poiché ciò si traduce in ignoranza non scusabile della legge penale, non invocabile per escludere la sussistenza del reato (Cass. Sez. II, 7.7.94 n. 7640).

Peraltro, come evidenziato, il reddito della madre e gli aiuti della nonna materna e degli amici non sono bastati e non bastano per sopperire alle esigenze del figlio né per garantirgli un tenore di vita pur basso, tanto che le spese di “vitto e alloggio” sono sostenute dall’attuale compagno della madre, che anche ha consentito le poche vacanze, mentre la madre, con il proprio basso reddito, può solo sostenere le spese strettamente necessarie per il figlio, con esclusione di tutte quelle di natura “culturale” e “ricreativa”.

Va ricordato che, conformemente al costante orientamento della Suprema Corte, lo stato di bisogno del figlio minore è insito nella minore età (Cass. Sez. VI, 4.6.96 n. 5525) e che non rileva che ai suoi bisogni abbia provveduto l’altro genitore dal momento che entrambi i genitori sono ugualmente tenuti a mantenere i figli, in proporzione dei rispettivi guadagni (Cass. Sez. VI, 17.9.90, n. 12400; Sez. VI, 18.2.92, n. 1748); ed egualmente non rileva che vi abbiano provveduto altre persone coobbligate o non obbligate (quale la nonna materna, l’attuale compagno della madre o gli amici di lei) poiché tale intervento è prova della effettività dello stato di bisogno del bambino nonostante l’adempimento del genitore affidatario.

Quanto, infine, all’argomento esposto dalla difesa consistente nel mancato accertamento della capacità patrimoniale di Pa., si ricorda che è onere probatorio dell’imputato dimostrare che il mancato versamento dell’assegno di mantenimento è stato determinato da cause indipendenti dalla sua volontà (Cass. sez. VI, 13.10.92 n. 9759), onere che non risulta essere stato adempiuto neppure con mera allegazione, di talché per l’intero periodo in esame resta senza giustificazione alcuna il mancato adempimento dell’obbligo. Inoltre Gi.Bi. ha riferito che l’ex – marito ha sempre posseduto un’auto, diversamente da lei che non possiede alcun bene mobile registrato, e che alcuni anni orsono ha fatto una vacanza a Cuba, mentre lei, originaria di tale nazione e con parenti di primo grado che là risiedono, non è nelle condizioni economiche per permettersi tale viaggio. Pertanto, se pur gli occasionali versamenti effettuati per poche decine di Euro e l’assegno privo di fondi, consegnato per partecipare alla festa della comunione, sono elementi indicativi di una complessiva situazione economica che non può essere definita agiata, tali elementi certo non consentono – per ciò stesso – il venir meno del dovere alla corresponsione dell’assegno di mantenimento (Cass. Sez. VI, 12.4,91 n. 4152): solo l’indigenza assoluta dell’obbligato, da accertare e che non sia determinata colpevolmente (così Cass. Sez. VI, 19.6.97 n. 5969), vale come esimente, ma tale non può certamente essere qualificata la situazione patrimoniale di colui che risulta avere sempre lavorato, che possiede una vettura – se pure di cilindrata normale – e che effettua una vacanza intercontinentale.

Per quanto esposto, non concesse te attenuanti generiche non ravvisandosene ragione alcuna, si stima equa – con riferimento ai criteri di cui all’art. 133 c.p. – la pena mesi tre di reclusione ed Euro 200,00 di multa (pena base mesi due di reclusione ed Euro 150 di multa, aumentata per la contesta continuazione). Alla condanna consegue l’obbligo del pagamento delle spese processuali ex art. 535 c.p.p.

L’affermazione di responsabilità comporta altresì la condanna al risarcimento del danno cagionato alla parte civile Bi.Gi., che sarà liquidato in sede civile non essendo stato oggetto di accertamento specifico e dettagliato nel corso del presente procedimento. Si reputa certamente provato un danno pari a Euro 20.000,00 ove si consideri che Pa. ha versato meno di 100 Euro al mese, e che dal 1 aprile 2003 al 23 maggio 2008 (data della presentazione della quérela, come recita l’imputazione) egli avrebbe dovuto versare 24.800 Euro, oltre alla metà delle spese straordinarie e agli interessi di legge. Pertanto per tale cifra, su richiesta della parte civile, vi è condanna al pagamento di provvisionale.

Vi è inoltre condanna al pagamento delle spese di costituzione e giudizio, liquidate come in dispositivo.

Infine, ricorrendone le condizioni di legge, vengono riconosciuti i benefici della sospensione condizionale della pena e della non menzione della condanna sul certificato spedito a richiesta di privati, benefici subordinati al pagamento della provvisionale liquidata a favore della persona offesa.

P.Q.M.

Visti gli artt. 533 e ss. c.p.p.

Dichiara

Pa.Ma. responsabile del reato continuato a lui ascritto e lo condanna alla pena di mesi 3 di reclusione ed Euro 200 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali.

Visti gli artt. 538 e ss. c.p.p.

Condanna

Pa.Ma. al risarcimento del danno subito dalla parte civile Bi.Gi., da liquidarsi avanti al giudice civile, nonché al pagamento di provvisionale pari a Euro 20.000; lo condanna inoltre alla rifusione delle spese di costituzione e giudizio sostenute dalla parte civile, che liquida in via equitativa in Euro 1.200,00 oltre IVA e CPA.

Visti gli artt. 163,165,175 c.p.

Concede

A Pa.Ma. la non menzione della condanna sul certificato spedito a richiesta di privati e la sospensione condizionale della pena come sopra inflitta, beneficio subordinato al pagamento della provvisionale come liquidata a favore della parte civile.

Così deciso in Bologna il 4 giugno 2012.

Depositata in Cancelleria il 7 giugno 2012.

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BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali

Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali – Formazione dello stato attivo dell’eredità – Immobili non divisibili – In genere – Attribuzione dell’intero alla porzione di uno dei coeredi aventi diritto alla quota maggiore – Criterio preferenziale – Derogabilità – Condizioni – Fattispecie

Nell’ambito di una divisione ereditaria, il principio di assegnazione del bene al quotista maggiore, previsto dall’articolo 720 del Cc, può essere derogato in presenza di “seri motivi” che giustifichino una scelta diversa. E la prosecuzione di un’attività imprenditoriale è un motivo idoneo a superare tale regola.

BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO Divisione - Divisione ereditaria - Operazioni divisionali
BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali
  • consulenza al testatore per la redazione del testamento al fine di ridurre eventuali conflitti;

  • rifiuto o accettazione dell’eredità con beneficio di inventario;

  • dichiarazione di successione;

  • istanze ai sensi dell’art. 119 TUB per il reperimento dei rapporti bancari del defunto;

  • prelievi dal conto corrente e/o conto titoli;

  • divisione dell’eredità;

  • giudizio di riduzione  per la lesione della legittima, di petizione ereditaria, di annullamento ed invalidità del testamento.

La collazione rappresenta una fase della divisione ereditaria, sicché non può formare oggetto di un’azione giudiziale autonoma dalla divisione stessa, neppure a fini di mero accertamento. L’obbligo della collazione sorge automaticamente a seguito dell’apertura della successione; i beni donati devono essere conferiti indipendentemente da un’espressa domanda dei condividenti, mentre l’erede che eccepisca un fatto ostativo alla collazione ha l’onere di fornirne la prova. I presupposti per il sorgere dell’obbligo di collazione, stante quanto disposto dall’art. 737 c.c., sono, pertanto, la qualità di donatario del soggetto tenuto a collazione; la qualità di discendente (legittimo, naturale o adottivo) o di coniuge del de cuius del soggetto tenuto a collazione; la qualità di coerede (legittimo o testamentario) del soggetto tenuto alla collazione; l’assenza di una dispensa da collazione; l’esistenza di un relictum da dividere. La collazione è, dunque, funzionale alla divisione dell’eredità, avendo lo scopo di determinare con esattezza la massa ereditaria da dividere (comprendendo anche i beni che ne siano usciti a causa di donazioni, dirette o indirette).

La sentenza che, nel disporre la divisione della comunione, pone a carico di uno dei condividenti l’obbligo di pagamento di un somma di denaro a titolo di conguaglio, persegue il mero effetto di perequazione del valore delle rispettive quote, nell’ambito dell’attuazione del diritto potestativo delle parti allo scioglimento della comunione. Ne consegue che l’adempimento di tale obbligo non costituisce condizione di efficacia della sentenza di divisione e può essere soltanto perseguito dagli altri condividenti con i normali mezzi di soddisfazione del credito, restando comunque ferma la statuizione di divisione dei beni.

BOLOGNA IMPUGNAZIONE TESTAMENTO, DIVISIONE EREDITARIE , TESTAMENTI EREDI ,QUOTA LEGITTIMA

VICENZa

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO, DIVISIONE EREDITARIE , TESTAMENTI EREDI ,QUOTA LEGITTIMA

coeredi

URBINO

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO, DIVISIONE EREDITARIE , TESTAMENTI EREDI ,QUOTA LEGITTIMA

VENEZIA

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO, DIVISIONE EREDITARIE , TESTAMENTI EREDI ,QUOTA LEGITTIMA

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BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali

RAVENNA

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO, DIVISIONE EREDITARIE , TESTAMENTI EREDI ,QUOTA LEGITTIMA

TREVISO

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO, DIVISIONE EREDITARIE , TESTAMENTI EREDI ,QUOTA LEGITTIMA

PADOVA

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO, DIVISIONE EREDITARIE , TESTAMENTI EREDI ,QUOTA LEGITTIMA

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BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali

ROVIGO

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO, DIVISIONE EREDITARIE , TESTAMENTI EREDI ,QUOTA LEGITTIMA

BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO Divisione - Divisione ereditaria - Operazioni divisionali
BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali

In tema di collazione per imputazione, la mancanza, nell’asse ereditario, di beni della stessa natura di quelli che sono stati conferiti dagli eredi donatari, non esclude il diritto al prelevamento da parte degli eredi non donatari, da effettuarsi solo per quanto possibile con oggetti della stessa natura e qualità di quelli non conferiti in natura. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione impugnata che, a seguito della collazione per imputazione di un immobile ad opera del coerede donatario ed in presenza di un compendio ereditario relitto composto da partecipazioni societarie, aveva attribuito, in favore del coerede non donatario, a titolo di prelevamenti ed in mancanza di beni nell’asse ereditario omogenei a quello conferito, un determinato numero di dette quote, sì da renderne, all’esito delle operazioni divisionali, la partecipazione societaria superiore a quella del coerede donatario).

In base all’art. 11, comma 3, del D.Lgs. n. 28 del 2010, a seguito del procedimento di mediazione, qualora sia raggiunto un accordo amichevole, il mediatore forma processo verbale cui è allegato il testo dell’accordo. Il processo verbale deve essere sottoscritto dalle parti e dal mediatore, che certifica l’autografia delle parti o la loro impossibilità di sottoscrivere. La circostanza che tali sottoscrizioni non siano autenticate da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato, rileva solo ai fini della trascrivibilità dell’accordo amichevole laddove sia stato concluso uno dei contratti o compiuto uno degli atti previsti dall’art. 2643 c.c., ma non incide sull’esistenza dell’accordo medesimo. Ciò detto, nella fattispecie la nullità dell’accordo raggiunto in sede di mediazione mediante transazione in ordine ad una divisione ereditaria non dipendeva dalla mancata autenticazione delle sottoscrizioni da parte del pubblico ufficiale, bensì dal difetto di capacità di disporre di uno dei contraenti e, dunque, per mancanza di causa, potendo partecipare alla transazione diretta allo scioglimento della comunione ereditaria i soli contitolari della stessa. Veniva, dunque, accolta la domanda volta ad ottenere la declaratoria di nullità del citato accordo, nonché quella di risarcimento dei danni nei confronti dell’organismo di mediazione inadempiente all’obbligo di garantire la validità dell’accordo raggiunto.

Nel caso di specie, si trattava di un immobile presso il quale due fratelli, che avevano due quote di 1/5 ciascuno, esercitavano un’attività di ristorazione, mentre un altro fratello, che era venuto in possesso dei 3/5 dell’immobile, pretendeva l’assegnazione. Dopo l’alternarsi dei giudizi di merito, in Cassazione la spuntano i due fratelli sulla considerazione della prevalenza da attribuire all’interesse a proseguire l’attività. In merito alla domanda di scioglimento della comunione ereditaria, formulata dall’attrice, comproprietaria unitamente ai fratelli germani, pro quota indivisa per un terzo ciascuno, di uno stabile costituito da tre unità immobiliari indipendenti, ognuno di essi occupato dalle parti,

già di assegnatarie degli immobili, deve procedersi semplicemente alla dichiarazione di scioglimento della comunione con assegnazione a ciascuna delle parte degli appartamenti già posseduti. La vendita di un bene, facente parte di una comunione ordinaria, da parte di uno solo dei comproprietari, ha solo effetto obbligatorio, essendo la sua efficacia subordinata all’assegnazione del bene al venditore a seguito della divisione; pertanto, fino a tale momento, poiché il bene continua a far parte della comunione, l’acquirente può avvalersi solo dei diritti di cui all’art. 1113 c.c., e non è parte necessaria del giudizio di divisione e la sua mancata evocazione in giudizio comporta unicamente che la divisione non abbia effetto nei suoi confronti, ma non anche l’invalidità della sentenza pronunciata in sua assenza.

Comunione ereditaria – Scioglimento – Modalità – Contestazione delle quote attribuite a ciascuno dei condividenti – Assegnazione delle quote già possedute – Compensazione delle eventuali partite in dare ed avere.

Difatti, non essendoci contestazione alcuna sulla volontà di addivenire allo scioglimento della comunione quanto, piuttosto, sulle porzioni da attribuire a ciascuno dei condividenti, in ragione delle difficoltà insorte sulle concrete modalità attuative della divisione, pretendendo ciascuna parte di conteggiare gli esborsi affrontati e percepire i frutti, appare opportuno non procedere ad alcuna condanna, assegnando a ciascuno gli immobili e compensandosi le eventuali partite in dare ed avere.

 

In tema di divisione ereditaria, nel caso in cui uno o più immobili non risultino comodamente divisibili, il giudice ha il potere discrezionale di derogare al criterio, indicato nell’art. 720 cod. civ., della preferenziale assegnazione al condividente titolare della quota maggiore, purché assolva all’obbligo di fornire adeguata e logica motivazione della diversa valutazione di opportunità adottata. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che – in un giudizio di divisione tra fratelli relativo ad un immobile proveniente dall’eredità paterna – aveva assegnato il bene alla sorella titolare di una quota minore, valorizzando il fatto che ella abitava nell’immobile da svariati anni e che non ne possedeva un altro nello stesso luogo, mentre i fratelli vivevano all’estero e uno di loro era proprietario di un altro immobile di sette vani nel medesimo pae

Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali – Formazione dello stato attivo dell’eredita’ – Collazione ed imputazione – Resa dei conti – Oggetto – In genere collazione per imputazione – Assenza di beni della stessa natura di quelli che sono stati conferiti dagli eredi donatari – Prelevamento da parte degli eredi non donatari – Modalità – Fattispecie.

In tema di collazione per imputazione, la mancanza, nell’asse ereditario, di beni della stessa natura di quelli che sono stati conferiti dagli eredi donatari, non esclude il diritto al prelevamento da parte degli eredi non donatari, da effettuarsi solo per quanto possibile con oggetti della stessa natura e qualità di quelli non conferiti in natura. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione impugnata che, a seguito della collazione per imputazione di un immobile ad opera del coerede donatario ed in presenza di un compendio ereditario relitto composto da partecipazioni societarie, aveva attribuito, in favore del coerede non donatario, a titolo di prelevamenti ed in mancanza di beni nell‘asse ereditario omogenei a quello conferito, un determinato numero di dette quote, sì da renderne, all’esito delle operazioni divisionali, la partecipazione societaria superiore a quella del coerede donatario).

BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO Famiglia – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Assegno di mantenimento – In genere separazione personale dei coniugi – Convivenza more uxorio intrapresa da uno dei due – Cessazione dell’obbligo dell’altro di corrispondere l’assegno di mantenimento

Famiglia – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Assegno di mantenimento – In genere separazione personale dei coniugi – Convivenza more uxorio intrapresa da uno dei due – Cessazione dell’obbligo dell’altro di corrispondere l’assegno di mantenimento – Fondamento – Condizioni.

In tema di separazione personale dei coniugi, la convivenza stabile e continuativa, intrapresa con altra persona, è suscettibile di comportare la cessazione o l’interruzione dell’obbligo di corresponsione dell’assegno di mantenimento che grava sull’altro, dovendosi presumere che le disponibilità economiche di ciascuno dei conviventi “more uxorio” siano messe in comune nell’interesse del nuovo nucleo familiare; resta salva, peraltro, la facoltà del coniuge richiedente l’assegno di provare che la convivenza di fatto non influisce “in melius” sulle proprie condizioni economiche e che i propri redditi rimangono inadeguati.

Famiglia – Separazione dei coniugi – Provvedimenti riguardo ai figli – Affido condiviso – Deroga

In tema di separazione dei coniugi, relativamente ai provvedimenti con riguardo ai figli, la scelta dell’affidamento condiviso è prioritaria, così come l’esercizio congiunto della responsabilità genitoriale. Detta regola può essere derogata – come nel caso di specie ove entrambi i coniugi non sono mai riusciti a trovare una autonomia nella gestione della genitorialità – quando la sua applicazione risulta pregiudizievole per l’interesse della minore.

In tema di separazione personale dei coniugi e affidamento della casa familiare, la proposizione della domanda di accertamento del terzo, estraneo alla gestione della crisi della famiglia o della convivenza, non soffre i limiti temporali di proponibilità connessi alle procedure per la gestione di tale crisi, dovendo ritenersi ipotizzabile una contestazione da parte del terzo anche della mancanza originaria dei presupposti per l’assegnazione della casa, come nelle ipotesi di assegnazione in pregiudizio al terzo (ad es. abitazione non adibita a residenza familiare, o simulazione di esigenze di studio di figli maggiorenni). La non riconducibilità dell’azione agli schemi processuali dettati per la revisione delle condizioni di separazione e divorzio determina la possibilità di cumulare oltre alla domanda di accertamento dell’insussistenza originaria o sopravvenuta delle condizioni di assegnazione anche quelle di consegna dell’immobile, di condanna al pagamento dell’indennità di occupazione, ed eventualmente di risarcimento dei danni.

REVISIONE ASSEGNO

In tema di revisione delle condizioni economiche della separazione personale, la revoca dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge o dei figli non comporta, di per sé, l’accoglimento della contrapposta domanda di automatico aumento delle altre contribuzioni ancora dovute. (Nella specie, la S.C., con riferimento all’assegno di mantenimento in favore del coniuge a seguito della raggiunta indipendenza economica di uno dei figli, ha affermato che, in difetto di prova contraria a cura del coniuge richiedente, deve presumersi che la misura dell’assegno in suo favore corrisponda alle sole necessità di cui all’art. 156 c.c. e non sia stata stabilita considerando anche il concorrente onere del richiedente di contribuire al mantenimento dei figli).

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Deve escludersi che non possa costituire di per sé presupposto sufficiente per l’attribuzione dell’addebito della separazione la circostanza che l’abuso di bevande alcoliche, da parte di uno dei coniugi, sia iniziato molti anni prima rispetto al ricorso per separazione. In realtà è proprio il protrarsi nel tempo dell’alcolismo, accompagnato al rifiuto di cure, a costituire causa della intollerabilità della convivenza per lo stress psicologico che la dipendenza dall’alcool provoca nelle persone conviventi, per la tendenza all’aggravamento dello stato di dipendenza e delle conseguenze sulla salute fisica e mentale, per il grave deterioramento delle relazione personali, specie quelle più strette, che ne deriva.

Spese  casa assegnata

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Famiglia e filiazione – Separazione e divorzio – Assegnazione casa familiare – Diritti ed obbligazioni in capo al coniuge assegnatario – Effetti. (Cc, articoli 1803, 1809, 1810, 2697 e 2721)

Il provvedimento con il quale il giudice della separazione o del divorzio dispone l’assegnazione della casa coniugale, anche a favore del coniuge che non sia titolare di diritti reali o personali sul bene nei confronti del terzo proprietario, non investe il titolo negoziale che regolava l’utilizzazione dell’immobile prima del dissolvimento dell’unità del nucleo familiare, alla stregua del quale continuano a essere disciplinate le obbligazioni derivanti dal rapporto tra le parti, venendo soltanto a concentrare l’esercizio dei diritti e delle obbligazioni esclusivamente in capo al coniuge assegnatario a favore del quale, pertanto, non viene costituito alcun nuovo diritto che va a limitare la preesistente situazione giuridica del dominus. (M.Pis.) L’assegnazione della casa coniugale esonera l’assegnatario esclusivamente dal pagamento del canone, cui altrimenti sarebbe tenuto nei confronti del proprietario esclusivo dell’immobile assegnato, ma non si estende alle spese correlate a detto (ivi comprese quelle che riguardano l’utilizzazione e la manutenzione delle cose comuni poste a servizio anche dell’abitazione familiare), le quali sono, di regola, a carico del coniuge assegnatario. (s.g.)

 

AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA ESPERTO CHIAMA RISOLVI OTTIENI

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