Avvocato a Bologna Sergio Armaroli
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RISOLVI EREDITA’ TRA FRATELLI BOLOGNA RISOLVI EREDITA’ ORA 5 SEGRETI RISOLVI SOLUZIONE POSSIBILE

RISOLVI EREDITA’ TRA FRATELLI BOLOGNA

RISOLVI EREDITA’ ORA

casa in eredità tra fratellieredità tra fratelli successionequota di legittima tra fratellieredità legittima fratellidiritto di successione tra fratellieredità coniuge e fratellimuore fratello chi ereditàsuccessione tra fratelli senza testamento
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5 SEGRETI

RISOLVI SOLUZIONE POSSIBILE

CHIAMA AVVOCATO SPERTO

La quota spettante ai fratelli, si dividerà secondo il numero dei fratelli e delle sorelle. Alla quota del fratello o della sorella morto subentreranno i figli in parti uguali. Se non ci sono figli, alla quota del figlio morto subentreranno i figli del figlio deceduto (non il coniuge, in quanto per rappresentazione ereditano solamente i discendenti). Se non ci sono nè figli nè figli dei figli, la quota andrà ad accrescere quella dei fratelli/sorelle.

Nel caso di decesso di una persona cara, è importante affidarsi a un vero professionista che sappia orientare gli eredi nelle operazioni di divisione dei beni lasciati dal defunto, al fine di evitare spiacevoli liti e il deterioramento dei rapporti all’interno della famiglia. 

La successione ereditaria è legata a un evento triste, spesso rimosso dai propri pensieri: la morte; essa è, però, ineludibile, per questo a tutti sarebbe utile conoscere i principi del diritto successorio. Attraverso questo complesso di regole viene assicurato il passaggio del patrimonio e la continuazione di tutti i rapporti giuridici attivi e passivi dal defunto ai suoi eredi. In questa prospettiva una consapevole visione di come eseguire la trasmissione dei propri beni, soprattutto quando questi consistano in attività complesse e/o legate all’impresa, rispettando ove possibile le naturali inclinazioni dei futuri eredi, può evitare incomprensioni e liti tra di essi, agevolando questo necessario passaggio di consegne tra due generazioni

  1. COSA POSSO FARE PER TE?
  2. Lo studio legale dell’Avvocato SERGIO ARMAROLI DI BOLOGNA presta la propria assistenza in particolare:
  3. in ambito testamentario, sia per quanto concerne la redazione di testamenti e legati, sia nel caso di atti di donazione;
  4. in caso di impugnazione di testamenti per lesione di quota legittima o per invalidità;
  5. in ambito giudiziale e stragiudiziale per eventuali divisioni ereditarie;
  6. per l’individuazione di quote ereditarie.

La successione ereditaria

Alla morte di una persona cosa succede a  livello ereditario?

la legge predispone una serie di regole molto complesse allo scopo di assicurare la continuità nella titolarità di beni, diritti e obblighi del defunto. 

Un avvocato esperto di eredita’

è molto importante per poter comprendere completamente, in primis, quali siano gli effetti, anche fiscali, della successione, considerato, tra l’altro, che non tutti i diritti e i rapporti sono trasmissibili e comunque non tutti con le stesse modalità. 

Eredità

Donazione in vista di un futuro matrimonio

Donazione indiretta

Donazione con diritto di usufrutto

Revoca della donazione

Libertà d’uso

Ricerca e studio della provenienza di beni

Tutela della massa ereditaria prima della Morte

Successioni

Consulenza ereditaria

Quote di legittima

Testamento olografo

Testamento segreto

Testamento pubblico

Accettazione di eredità

Eredi necessari

Patto di famiglia

Trust

Azione giudiziaria a tutela dell’erede legittimo

Donazioni tra coniugi

Donazione ai figli

Redazione della Dichiarazione di successione e sua presentazione presso gli Uffici competenti

Esecuzione visure catastali

Riunioni di usufrutto

Domande formali di ogni genere attinenti alla successione

Rinunzia all’eredità

Assistenza in atti pubblici

Attivazione della pianificazione successoria

Redazione di testamenti sulla base delle disposizioni del testatore

Pianificazione della successione

Verifica delle possibilità di disposizione (quota disponibile, usufrutto)

Pianificazione della successione all’interno dell’impresa

Custodia di testamenti

Custodia di disposizioni di ultime volontà

Esecuzione testamentaria su incarico del testatore o degli eredi

Tutela degli interessi, esecuzione delle ultime volontà

La successione ereditaria è legata ad un evento triste e spesso rimosso dai propri pensieri: la morte; essa è, però, ineludibile, per questo a tutti sarebbe utile conoscere i principi del diritto successorio, un complesso di regole che garantisce il passaggio del patrimonio e la continuazione di tutti i rapporti giuridici attivi e passivi dal defunto ai suoi eredi.

La presenza e consulenza di un avvocato esperto di successioni diventa necessaria per una consapevole visione di come effettuare la trasmissione dei propri beni, soprattutto quando questi consistano in attività complesse e/o legate all’impresa, rispettando ove possibile le naturali inclinazioni dei futuri eredi, ed evitando incomprensioni e liti tra di essi.

L’avvocato Sergio Armaroli esperto successioni offre la propria consulenza e assistenza in tutte le fasi precedenti e successive all’apertura di una successione legittima o testamentaria .

Hai un problema inerente alla divisione ereditaria o successione?

Devi impugnare un testamento o resistere ad una causa legale di impugnazione?

Hai un problema di lesione della quota di legittima?

Se desideri avere una consulenza legale al riguardo, lo Studio Legale avvocato Sergio Armaroli Bologna tratta ogni tipo di questione inerente la Successione mortis causa e l’Eredità, con particolare attenzione all’ambito delle divisioni ereditarie.

Tutte le problematiche concernenti la morte di una persona ed il passaggio delle sue sostanze e dei suoi beni agli eredi legittimi o testamentari, richiedono lo svolgimento di attività legali (in primis: la Dichiarazione di Successione) che devono essere compiute entro periodi di tempo determinati dalla legge.

L’avvocato esperto successioni Bologna si occupa in  particolare:

redazione di testamenti; accettazione o rinunce all’eredità;

consulenza e assistenza in tutte le fasi che precedono la divisione del patrimonio ereditario;

inventario dei beni, stima degli immobili;

dichiarazione di successione;

impugnazione di testamenti olografi e pubblici ;

divisioni giudiziali

PREPARAZIONE COSTANTE

INFORMATIVA COSTANTE AL CLIENTE

PREVENTIVI SCRITTI

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  1. impugnare testamento accettato
  2. impugnare testamento alzheimer

Perché? impugnare un testamento olografo e pubblico e per quali motiv

  • casa in eredità tra fratelli
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ESSENDO delle ultime volontà di una persona, spesso di uno stretto congiunto, molte volte si crea fra gli eredi o comunque fra coloro che avrebbero diritti sul patrimonio ereditario. Il testamento non può essere impugnato da chi non vi ha interesse: per es. dagli eredi legittimi (nella specie i cugini del de cuius) esclusi dall’ordine della successione legittima in conseguenza dell’esistenza in vita di altri eredi legittimi di grado poziore (nella specie, le sorelle del testatore) che non abbiano a loro volta impugnato il testamento,

Prendiamo in primo luogo in considerazione i tre diversi tipi di azioni giudiziarie esercitabili da parte di chi abbia interesse ad impugnare un testamento. Le volontà testamentarie infatti:

  1. Possono essere annullate con sentenza costitutiva di annullamento.
  2. Possono essere dichiarate nulle attraverso un’azione volta alla dichiarazione di nullità.
  • Possono essere ridotte attraverso il vittorioso esperimento dell’azione di riduzione.
  1. Quanto ai vizi di carattere sostanziale
  2. a seconda dei casi, danno luogo a nullità o ad annullabilità esempi tipici ne sono le disposizioni aventi carattere illecito o contrario a norme di legge oppure ipotesi di incapacità soggettiva di colui che dispone per testamento. Inoltre, è bene precisare che il testamento può essere impugnato  quando lede i diritti dei legittimari, soggetti ai quali la legge attribuisce comunque una quota di eredità. Legittimari sono il coniuge, i discendenti e gli ascendenti.

L’azione di riduzione

E’ possibile che dopo la morte delde cuius si scopra che una o più donazioni, sia nei confronti di altri legittimari che di terzi, abbiano eroso la quota di legittima che spetta all’erede riservatario.

A questo punto colui che ha diritto alla riserva di legge ha la possibilità di ottenere la ricostituzione della quota a lui necessariamente spettante mediante una apposita azione giudiziaria, l’azione di riduzione.

L’azione di riduzione va proposta dopo la morte del donante ed entro 10 anni dalla morte e contro il donatario. Se questi ha ceduto a terzi l’immobile che aveva ricevuto in donazione, il legittimario (solo se ed in quanto il donatario non abbia altri beni sui quali soddisfare le proprie ragioni) può chiedere ai successivi proprietari la restituzione del bene (azione di restituzione).

Gli eredi legittimari: testamento e azione di riduzione

Tra i soggetti legittimati ad impugnare il testamentorientrano gli eredi legittimari, ossia il coniuge, i figli e gli ascendenti del defunto. A questi, si aggiungono i loro eredi o aventi causa, nonché il legittimario pretermesso dal testatore, colui che pur avendo diritto ad una porzione dell’eredità, è stato escluso dalla distribuzione ereditaria.

I soggetti sopra elencati, possono impugnare il testamento quando il testatore abbia leso la quota di legittima ad essi spettante e non derogabile nelle disposizioni testamentarie, ovvero tramite donazioni, che eccedono la quota disponibile su cui il testatore poteva liberamente disporre.

“una accertata incapacità di intendere e volere trova conferma dall’analisi tecnica di redazione del testamento da cui emerge che la tecnica di redazione appariva incompatibile con lo stato psicofisico emergente dalla documentazione medica, così come la sapiente selezione di una corretta terminologia giuridica appariva incompatibile con le capacità grafiche e soprattutto ortografiche della de cuius.”

REQISITI DI TESTAMENTO OLOGRAFO

l’autografia: le volontà devono essere scritte di proprio pugno dal testatore Il requisito dell’olografia è invece rispettato quando la disposizione di ultima volontà sia stata interamente scritta di pugno dal testatore e da lui sottoscritta, anche se il documento sul quale è vergata contenga scritti di mano diversa da quella del testatore, in una parte diversa da quella occupata dalla disposizione testamentaria (come nel caso in cui, sotto la firma del de cuius, figurino quelle di una o più altre persone con il relativo indirizzo).

la  data: il testamento deve contenere giorno, mese ed anno del momento in cui viene redatto;

la sottoscrizione: il testamento deve essere firmato in calce alle proprie volontà.

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  • impugnare testamento anni
  • impugnazione testamento accettazione eredità
  • impugnazione testamento azione riduzione
  • impugnazione testamento apocrifo
  • impugnazione testamento atto di citazione
  • impugnazione testamento acquiescenza
  1. impugnazione testamento accettazione tacita
  2. impugnazione testamento amministratore di sostegno
  3. impugnazione testamento accettazione tacita ereditŕ
  4. impugnare testamento olografo accordi
  5. impugnazione testamento legittimazione attiva
  6. impugnazione testamento dopo acquiescenza
  7. impugnazione testamento e accettazione eredità
  8. impugnazione testamento un anno
  9. impugnazione testamento olografo apocrifo
  10. impugnazione testamento blocco beni
  • impugnazione testamento badante
  • impugnazione del testamento olografo
  1. E ciò perché il testamento olografo non è solo un documento che fonda, o contribuisce a fondare, sul piano probatorio, le ragioni della parte in causa, ma costituisce esso stesso il titolo in forza del quale il soggetto ivi menzionato diviene titolare di diritti soggettivi, e in ragione del quale si realizza la successione in locum et ius defuncti.
  2. Ricostruendo funditus i termini del contrasto, emerge come parte della giurisprudenza di questa Corte, nel riconoscere al testamento olografo natura giuridica di scrittura privata, ammetta che la contestazione della autenticità della sua sottoscrizione possa legittimamente compiersi attraverso il semplice disconoscimento (i.e. il non riconoscimento) della scheda testamentaria.
  3. 1. La tesi trova un suo risalente precedente nella pronuncia di cui a Cass. n. 3371 del 16 ottobre 1975, secondo cui la parte che intenda contestare l’autenticità di una scrittura privata non riconosciuta non deve proporre querela di falso, occorrendo invece impugnare, in via di eccezione, la sottoscrizione mediante il disconoscimento, con la conseguenza che graverebbe sulla controparte l’onere di chiedere la verificazione e di dimostrare l’autenticità della scheda testamentaria. A fondamento di tale decisione la Corte pose la considerazione secondo cui lo strumento della querela di falso si rende indispensabile solo quando la scrittura abbia acquistato l’efficacia di piena prova ai sensi dell’art. 2702 cod. civ. per riconoscimento tacito o presunto, ovvero all’esito del procedimento di verificazione (e ciò anche nell’ipotesi in cui, contro l’erede istituito con un precedente testamento, sia prodotto un successivo testamento istitutivo di altro erede).
  4. 2. La giurisprudenza favorevole allo strumento processuale della verificazione ex art. 214 c.p.c., peraltro, non esclude tout court il ricorso alla querela di falso, riconosciuta come strumento alternativo rispetto al semplice disconoscimento (così, tra le altre, Cass. n. 3883 del 22 aprile 1994), ma mette a sua volta in rilievo – sulla premessa per cui l’onere probatorio ricade sulla parte che del testamento voglia servirsene e che a tal fine propone l’istanza di verificazione (salvo la diversa scelta della controparte di promuovere azione di querela di falso) – la non incidenza sull’onere probatorio della posizione processuale assunta dalle parti stesse (e cioè se l’azione sia esperita dall’erede legittimo che adduca in via principale la falsità del documento, ovvero dall’erede testamentario che voglia far valere i propri diritti ereditari e si trovi di fronte alla contestazione dell’autenticità del documento da parte dell’erede legittimo: Cass. n. 7475 del 12 aprile 2005 e n. 26943 dell’11 novembre 2008).
  5. 3. Tracce dell’orientamento in parola si rinvengono anche in epoca successiva al ricordato obiter di queste sezioni unite.
  6. 3.1. Secondo Cass. n. 28637 del 23 dicembre 2011, difatti – riaffermatosi in premessa che querela di falso e disconoscimento sono istituti preordinati a finalità diverse e del tutto indipendenti tra loro -, il testamento olografo non perderebbe la sua natura di scrittura privata per il fatto di dover rispondere ai requisiti di forma imposti dalla legge (ex art. 602 c.c.), volta che esso deriva la sua efficacia dal riconoscimento, espresso o tacito, che ne compia il soggetto contro il quale la scrittura è prodotta: quest’ultimo, per impedire tale riconoscimento e contestare tout court l’intera scheda testamentaria, deve dunque proporre l’azione di disconoscimento, che pone a carico della controparte l’onere di dimostrare, in contrario, che la scrittura non è stata contraffatta e proviene, invece, effettivamente dal suo autore apparente.
  7. A questo indirizzo si contrappone l’orientamento che, pur non attribuendo valore di atto pubblico al testamento olografo, postula, per la contestazione della sua autenticità, la proposizione della querela di falso.
  8. 1 Anche tale filone interpretativo ha origini assai risalenti: si legge in Cass. n. 2793 del 3 agosto 1968 che la contestazione dell’erede legittimo si risolve in una eccezione di falso, da sollevarsi esclusivamente nelle forme di cui agli artt. 221 cod. proc. civ. e segg., atteso che il disconoscimento può provenire soltanto da chi sia autore dello scritto o da un suo erede – in tal senso, e prima ancora, Cass. n. 766 del 18 marzo 1966, secondo la quale il principio sostanziale dell’art. 2702 cod. civ. volto a disciplinare l’efficacia in giudizio della scrittura privata riconosciuta effettivamente o presupposta tale, e la procedura di disconoscimento e di verificazione regolata dagli artt. 214 e ss. c.p.c., sono istituti applicabili solo alle scritture provenienti dai soggetti del processo e alla ipotesi di negazione della propria scrittura o della propria firma da parte di quel soggetto contro il quale sia stato prodotto lo scritto. Quando invece l’atto non sia attribuibile alla parte contro cui viene prodotto, la contestazione della sua autenticità, risolvendosi in una eccezione di falso, necessita della relativa querela.
  9. 2. Sarà proprio questo risalente insegnamento a costituire a lungo una delle più solide basi su cui si fonda l’indirizzo giurisprudenziale favorevole al ricorso allo strumento disciplinato dagli artt. 221 e segg. cit.. Gli eredi legittimi che contestano l’autenticità della scheda olografa, secondo questa interpretazione (fatta propria anche da una parte della dottrina), devono, difatti, ritenersi soggetti estranei alla scrittura testamentaria, onde la loro esclusione anche dallo schema dell’art. 214, secondo comma, c.p.c..
  10. 3. Conferma indiretta della ratio di tale ricostruzione si trova nella pronuncia di cui a Cass. n. 1599 del 28 maggio 1971, la quale, pur concludendo nella specie per la legittimità del solo disconoscimento, a ciò perviene solo in ragione della qualifica di erede attribuita alla parte che in concreto ed in quel giudizio contestava un testamento olografo. Si legge, difatti, in sentenza che l’erede istituito col primo testamento, agendo con la petitio heraeditatis in quanto investito di un valido titolo di legittimazione fino al momento in cui non ne sia dichiarata giudizialmente la caducazione, conserva pur sempre la veste di erede anche nei confronti di altro soggetto che pretenda avere diritto alla eredità in base a successiva disposizione testamentaria, così che egli non può qualificarsi terzo fino al momento del definitivo accertamento della validità del secondo testamento, ed è legittimato a contestare l’efficacia del testamento posteriore mediante il mero disconoscimento, senza necessità di proporre querela, incombendo sull’altra parte che abbia proposto domanda riconvenzionale – tendente a far dichiarare la validità del secondo testamento e la conseguente caducazione delle disposizioni contenute nel primo – l’onere di provare tale domanda chiedendo la verificazione dell’olografo successivo di cui intende avvalersi.
  11. 4. L’indirizzo favorevole alla querela di falso, che tiene conto della provenienza della scrittura, risulta espresso in seguito da Cass. n. 16362 del 30 ottobre 2003, secondo cui la procedura di disconoscimento e di verificazione di scrittura privata riguarda unicamente le scritture provenienti da soggetti del processo e presuppone che sia negata la propria firma o la propria scrittura dal soggetto contro il quale il documento è prodotto, mentre, per le scritture provenienti da terzi estranei, come nel caso del testamento olografo, la contestazione non può essere sollevata secondo la disciplina dettata dalle predette norme, bensì nelle forme dell’art. 221 e segg. c.p.c., perché si risolve in una eccezione di falso.
  12. 5. Le argomentazioni a favore dello strumento della querela, principalmente incentrate sull’assunto della terzietà del soggetto rispetto al testamento olografo contro di lui prodotto, trovano una peculiare evoluzione interpretativa nella già ricordata sentenza di queste ss.uu. n. 15169 del 2010 (supra, 7.4).
  13. Intervenendo sul contrasto relativo ai modi di contestazione delle scritture private provenienti da terzi estranei alla lite, la pronuncia ne ricostruisce l’efficacia probatoria inquadrandole tra le prove atipiche dal valore meramente indiziario, e, tenendo conto di tale valore probatorio, afferma che esse possono essere liberamente contestate dalle parti; ma, circoscrivendone l’analisi con particolare riguardo al testamento olografo, nega poi che un simile documento possa annoverarsi tra le prove atipiche per l’incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata riconosciutagli, ritenendo (senza che l’affermazione costituisca ratio decidendi della pronuncia) che la sua contestazione necessiti della querela di falso. 9.5.1. L’intero plesso argomentativo della sentenza rende peraltro tale obiter del tutto peculiare, poiché le stesse scritture provenienti da terzi finiscono per distinguersi in due sottocategorie – la prima, contenente la generalità delle scritture, a valenza probatoria ‘debole’, la seconda, comprensiva di atti di particolare incisività perché essi stessi titolo immediatamente esecutivo del diritto fatto valere, a valenza sostanziale e processuale ‘particolarmente pregnante’ -, per la contestazione di ciascuna delle quali si indica uno distinto strumento processuale.
  14. 6. L’orizzonte della giurisprudenza di legittimità si sposta così, alla luce della soluzione adottata, dal rapporto tra scrittura e soggetto (terzo) contro cui è prodotta al valore intrinseco del documento, in una nuova e più attenta consonanza con la relativa elaborazione dottrinaria.
  15. 6.1. L’indirizzo favorevole alla tesi della necessità della querela trova, infine, recente conferma nella pronuncia di cui a Cass. n. 8272 del 24 maggio 2012, predicativa della correttezza del rimedio processuale disciplinato dagli artt. 221 e segg. c.p.c. essendo il testamento un documento proveniente da terzi, e riaffermativa, nel solco delle Sezioni Unite, dell’incidenza sostanziale e processuale particolarmente elevata della scheda olografa, che giustifica il ricorso alla querela di falso per contestarne l’autenticità.
  16. Il panorama giurisprudenziale si completa con l’antico enunciato di cui a Cass. n. 1545 del 15 giugno 1951, che, premessa la legittimità della proposizione di un’azione di accertamento negativo in ordine alla provenienza delle scritture private e del testamento olografo, afferma che l’onere della prova spetta all’attore che chieda di accertare la non provenienza del documento da chi apparentemente ne risulta l’autore, in consonanza con l’opinione dottrinaria secondo cui la contestazione della genuinità del testamento olografo si traduce in una domanda di accertamento negativo della validità del documento stesso.
  17. 1. La pronuncia (senza assumere tuttavia posizione esplicita sulla forma di tale accertamento negativo, se, cioè, dovesse o meno seguire le forme della querela di falso), fu oggetto di autorevoli consensi e di penetranti critiche in dottrina (in estrema sintesi, alla tesi secondo cui l’impugnazione per falsità del testamento olografo si risolve in una quaestio nullitatis, con conseguente applicabilità alla fattispecie della norma di cui all’art. 606 cod. civ. dettata in tema di nullità del testamento olografo per mancanza dei requisiti si replicò che l’olografo impugnato per falsità non è nullo per difetto di forma ma inesistente), non trovò ulteriore seguito in giurisprudenza, che vide così contrapporsi, come finora ricordato, la tesi della verificazione a quella della querela, con opposte conseguenze in ordine all’onere della prova, ripartito sul presupposto delle diverse finalità e dell’indipendenza dei due istituti.
  18. La questione del riparto degli oneri probatori, in particolare, fu oggetto di approfondita disamina nella sentenza di questa Corte n. 3880 del 18 giugno 1980, ove si legge che la querela postula l’esistenza di una scrittura riconosciuta, mentre il disconoscimento, investendo la provenienza stessa del documento, mira a impedire che la scrittura medesima acquisti efficacia probatoria, con la conseguenza che chi contesti l’autenticità della sottoscrizione della scrittura onde impedire che ali ‘apparente sottoscrittore di essa venga imputata la dichiarazione sottoscritta nella sua totalità, deve disconoscere la sottoscrizione e non già proporre la querela di falso, mentre invece, allorché sia accertata l’autenticità della sottoscrizione, chi voglia contestare la provenienza delle dichiarazioni contenute nella scrittura di colui che, ormai incontrovertibilmente, l’ha sottoscritta, ha l’onere di proporre la querela di falso.
  19. In una dimensione del tutto speculare rispetto alle posizioni della giurisprudenza, la dottrina specialistica si è a sua volta divisa tra i due citati e dominanti orientamenti, con argomentazioni che fanno di volta in volta riferimento:
  20. – al rapporto tra provenienza della scrittura e parte in causa contro cui è prodotta;
  21. – alla valutazione del documento per la riconosciuta incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata;
  22. – all’esigenza di tener separato il piano del contenuto del testamento (concreto thema probandum) da quello dello strumento mediante il quale esso possa acquisire rilevanza agli effetti processuali.
  23. Su di un piano più generale, ciascuna delle tesi proposte non appare poi insensibile al problema dell’efficacia delle scritture private e dei relativi strumenti di impugnazione.
  24. La tesi favorevole all’indirizzo che reputa sufficiente il ricorso al disconoscimento colloca tout court il testamento olografo tra le scritture private.
  25. 1. Tale ricostruzione della scheda testamentaria è sostanzialmente univoca, salva l’attribuzione ad essa di quel ‘valore intrinsecamente elevato’ evidenziato da questa stesse sezioni unite nel 2010. Distinzione peraltro criticata da chi ne contesta il fondamento normativo, denunciando l’irragionevolezza dell’attribuzione ad alcuni documenti provenienti da terzi di un regime giuridico ‘rafforzato’ rispetto a quanto assicurato alle scritture private provenienti dalle parti – regime del quale si lamenta l’assenza di un efficace riferimento normativo che sostenga l’intrinseco grado di attendibilità del testamento olografo a giustificazione della necessaria proposizione della querela di falso, e la conseguente confusione concettuale tra il piano processuale e quello sostanziale (confondendosi cioè l’aspetto morfologico del documento e del suo contenuto con lo strumento processuale funzionale al suo riconoscimento sul piano della prova in giudizio).
  26. Tale sovrapposizione concettuale conduceva, difatti, secondo tale orientamento, all’errore in cui incorrevano i sostenitori della necessità di ricorrere alla querela di falso, così criticandosi l’assunto secondo cui incombeva su colui che contestava il testamento olografo la prova del suo accertamento negativo, e ritenendosi invece sufficiente, al pari di ogni scrittura privata, il mero disconoscimento del documento.
  27. 2. L’indirizzo favorevole al semplice disconoscimento della scheda testamentaria apparve, peraltro, illieo et immediate destinato a confrontarsi con due delicate questioni.
  28. 2.1. La prima questione aveva ad oggetto il rapporto tra autore del testamento e parti in causa, poiché il testamento proviene pur sempre da un terzo rispetto alle parti del processo, perciò solo esulando, secondo i sostenitori della tesi della querela di falso, dalla fattispecie normativa di cui all’art. 214 c.p.c. – a tanto replicandosi che la scheda olografa, pur materialmente proveniente da chi non può assumere la qualità di parte in senso processuale o sostanziale, acquistando efficacia solo con la morte del suo autore, è pur tuttavia caratterizzata da una sua così specifica peculiarità che la posizione di ‘parte’ del destinatario della attribuzione deriva unicamente dalla devoluzione ereditaria, evidenziandosi poi l’esistenza di casi in cui il documento, pur non provenendo da alcuna delle parti in causa, non può essere considerato alla stregua di una scrittura di terzo estraneo alla lite.
  29. 2.2. Si è ancora opinato, avvertendo l’utilità di circoscrivere la qualità di terzo rispetto alla scrittura privata prodotta in giudizio (e dunque all’olografo), che, dall’esame esegetico degli artt. 2702, 2704 cod. civ., 214 c.p.c., e in una più ampia dimensione di teoria generale del diritto, il concetto di terzo ha natura relazionale, per tale intendendosi chi è estraneo a un qualsiasi rapporto o atto giuridico, così individuandosi tre diverse dimensioni in cui si colloca il concetto di terzo (e, specularmente, quello di parte), e cioè quella proprio della formazione della scrittura (che, considerando la convenzione come fatto storico puntuale, definisce ‘parte’ colui che abbia sottoscritto o vergato di suo pugno la scrittura, e correlativamente terzo chi non abbia né sottoscritto né vergato a mano la medesima), quella negoziale (afferente alla situazione giuridica di diritto sostanziale disciplinata dal contenuto della scrittura privata prodotta in giudizio, in tale prospettiva essendo parte la persona fisica/soggetto autore della dichiarazione), e infine quella processuale (quella, cioè del giudizio in cui la scrittura privata è prodotta, in questa accezione essendo ‘terzo’ la persona fisica che non in giudizio nel processo pendente).
  30. L’espressione ‘eredi o aventi causa’ utilizzata dal secondo comma dell’art. 214 cod. proc. civ. andrebbe, pertanto, intesa in senso ampio, e comprensiva di tutti coloro che si trovino in una ‘generica posizione di dipendenza’.
  31. 2.3. La critica alla preclusione del disconoscimento imposta all’erede legittimo (formalmente terzo sino alla declaratoria di non autenticità o di falsità dell’olografo), si appunta ancora sull’erronea valorizzazione del nesso processuale tra il documento ed il soggetto, mentre anche il successibile ex lege, in ragione della propria posizione sostanziale, non sarebbe ‘terzo’ bensì soggetto contro il quale l’olografo è prodotto.
  32. 2.4. La posizione del successibile ex lege (se parte o terzo rispetto al testamento olografo che istituisca erede altro soggetto), dissolta in parte qua la differenza tra erede legittimo e quello testamentario ai fini del mezzo cui ricorrere per contestare una scheda olografa, diviene così oggetto di un accertamento giudiziale circoscritto alla fattispecie successoria (legale o testamentaria) invocata in proprio favore, onde il riparto dell’onere della prova andrebbe riferito unicamente all’effetto giuridico di tale fattispecie: costituendo proprio il negozio testamentario il tema della prova, dell’attore o del convenuto, il relativo onere graverebbe ipso facto su colui che vuoi far valere quel documento, con l’effetto che la parte nei cui confronti l’atto testamentario è prodotto può limitarsi al disconoscimento.
  33. 2.5. La seconda questione, a sua volta influente sull’elaborazione teorica che ha riguardo all’onere della prova, esplora il rapporto tra successione legittima e successione testamentaria, e la supposta preminenza della seconda sulla prima. Si afferma, così, che il tenore dell’art. 457, secondo comma, c.c. (a mente del quale ‘non si fa luogo alla successione legittima se non quando manca, in tutto o in parte, quella testamentaria’) attribuirebbe alle norme sul testamento valenza dispositiva, a fronte della valenza suppletiva della legittima. Per i fautori della querela di falso, questa preminenza inciderebbe in modo determinante sulla ripartizione dell’onere probatorio, perché la contestazione del testamento olografo si traduce in una azione di accertamento negativo volta che, a fronte della ‘posizione consolidata’ attribuita dal testamento all’erede vocato, chi voglia impugnarlo avrebbe l’onere di dimostrare la falsità della provenienza o la insussistenza dei requisiti di validità, in osservanza dei principi generali di ripartizione dell’onere probatorio prescritti dall’art. 2697 cod. civ.. La preminenza della successione testamentaria è stata, peraltro, autorevolmente contestata, sino ad invertirne il rapporto con quella legittima, attribuendo a quest’ultima funzione primaria (e conseguentemente carattere dispositivo alla sua disciplina), residuando alla vocazione testamentaria un carattere soltanto suppletivo: di qui, la legittimità del (solo) disconoscimento della scheda testamentaria.
  34. La tesi favorevole all’indirizzo che reputa necessaria la querela di falso muove dalla premessa secondo cui il testamento olografo, costituendo una autentica prova legale, può essere ‘distrutto’, e oggetto di verifica, soltanto attraverso lo strumento processuale di cui agli artt. 221 ss. c.p.c..
  35. 1. Le posizioni dottrinarie contrarie al disconoscimento, meno numerose, non appaiono tuttavia meno autorevoli per la dovizia delle argomentazioni addotte, volte ad indagare funditus sugli aspetti, sostanziali e processuali, riconducibili alle peculiarità del testamento olografo.
  36. 2. Pur non dubitandosi della estraneità del testamento dalla categoria degli atti pubblici, ne viene pur tuttavia evidenziato il carattere sui generis sul piano sostanziale, reso manifesto innanzitutto dalla circostanza che la falsificazione della scheda olografa, nel diritto penale, è equiparata, quoad poenam, al medesimo reato avente ad oggetto gli atti pubblici, secondo quanto previsto dall’art. 491 c.p., mentre la stessa condotta criminosa, a differenza che per le scritture private, è perseguibile d’ufficio ai sensi del successivo art. 493 bis.
  37. 3. Non si omette poi di considerare che l’olografo produce immediatamente e direttamente effetti nella sfera giuridica del terzo, e costituisce, una volta pubblicato, titolo immediato di acquisto per l’erede e per il legatario, come prescritto dall’art. 620 quinto comma c.c., trattandosi di scrittura la cui efficacia non necessita dell’accertamento della autenticità, e comunque distinta da tutte le altre scritture private, per loro natura inidonee a costituire titolo immediatamente costitutivo di diritti verso i beneficiati.
  38. 4. AI riconoscimento del suo intrinseco valore sul piano sostanziale contribuisce, secondo tale orientamento, la stessa disciplina delle norme sulla pubblicità degli atti (in particolare, gli artt. 2648 e 2660 cod. civ.), che consentono la trascrizione dell’acquisto a causa di morte per effetto della sola presentazione del testamento e dell’atto di accettazione della eredità, restando così implicitamente confermata la non necessità di verificare l’autenticità della scheda, in evidente contrapposizione con il trattamento riservato alle altre scritture private, che possono trascriversi solo se autenticate o giudizialmente accertate, secondo il disposto dell’art. 2657 cod. civ..
  39. 5. Si è poi contestato che il procedimento di verificazione sia adeguato al disconoscimento del testamento, trovandosi il documento in deposito presso un notaio per la pubblicazione art. 620 cod. civ.): e se per la querela di falso l’art. 224 prevede il sequestro del documento quale misura più elevata per la sua custodia quando è tenuto presso un depositario, nessuna disposizione così rigorosa è prevista nel procedimento di verificazione.
  40. 6. Sul piano più squisitamente processuale, si poi affermato che la contestazione della autenticità del testamento andrebbe esercitata servendosi del più rigoroso strumento della querela non tanto per la efficacia probatoria del documento, quanto perché, in materia di contraffazione, l’azione di verificazione si risolverebbe in una iniziativa processuale identica nel contenuto alla querela, ma inammissibilmente libera dalle formalità essenziali che la legge prevede invece nella disciplina dettata dagli artt. 221 e segg. c.p.c.. E si è ancora posto l’accento sulla natura dell’accertamento – per i suoi riflessi sull’onere della prova — e sulla posizione di terzietà del successibile ex lege rispetto al testamento.
  41. 6.1. La soluzione della querela, difatti, conduce, secondo i suoi sostenitori, ad un più corretto riparto dell’onere della prova, che verrebbe a gravare su chi contesta il testamento olografo, in ossequio al disposto dell’art. 2697 e dell’art. 457, secondo comma, c.c., il quale ultimo prevede la successione ex lege solo in mancanza di vocazione testamentaria – risolvendosi la contestazione del documento olografo, come si è detto, in una domanda di accertamento negativo (così aderendosi alla tesi della preminenza della vocazione testamentaria rispetto alla legale). Quanto poi al rapporto tra erede ab intestato e testamento, si afferma che il disconoscimento di una scrittura non può provenire da terzi, poiché tale strumento è riservato alle parti contro cui il documento è rivolto, e agli eredi o aventi causa, che possono limitarsi a non riconoscere la scrittura o la sottoscrizione del suo autore. La fattispecie normativa si riferisce, difatti, ad una scrittura del de cuius prodotta contro gli eredi a fondamento di una pretesa eccepita nei loro riguardi, mentre, prodotto il testamento, deve escludersi che chi lo contesti possa qualificarsi, sic et simpliciter, erede, poiché detta qualifica in capo ai parenti che lo impugnano richiede proprio la dimostrazione della falsità del testamento: per il successibile ex lege non residuerebbe, dunque, che lo strumento della querela di falso per contestare l’autenticità del testamento olografo.
  42. Gli arresti giurisprudenziali e il perdurante contrasto che li caratterizza, al pari delle divergenti conclusioni cui è pervenuta la stessa dottrina, sono lo specchio del complessità della questione posta al collegio, la cui soluzione sul piano teorico è destinata ad assumere un determinante rilievo nelle controversie per lesione di legittima ove assai di frequente si sollevano, in via di domanda o di eccezione, doglianze in ordine alla autenticità del testamento.
  43. La peculiarità e la singolarità della questione sta poi nel fatto che tanto gli argomenti che sorreggono quanto le critiche che contestano ciascuna delle possibili soluzioni non mancano di autorevolezza e di forza persuasiva.
  44. A sostegno della sufficienza del disconoscimento gli argomenti maggiormente convincenti appaiono quelli predicativi:
  45. – della natura di scrittura privata del testamento olografo;
  46. – della attribuzione al successibile ex lege della qualità di erede dell'(apparente) autore della scheda olografa;
  47. – della netta distinzione tra il piano sostanziale, che riguarda più propriamente il thema probandum, e il piano processuale, che riguarda le modalità con le quali in un processo può trovare ingresso, con dignità di prova, il documento di delazione testamentaria.
  48. L’indirizzo a sostegno della necessità della querela di falso trova invece fondamento:
  49. – nella incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata che è riconosciuta al testamento, testimoniata da un plesso di norme la cui lettura depone (deporrebbe) in tal senso;
  50. – nella esclusione in capo al successibile ex lege della qualità di erede (almeno sino a quando tale qualità non sia stata processualmente accertata), con conseguente inapplicabilità della fattispecie contemplata nell’art. 214, secondo comma, c.p.c..
  51. Non vanno per altro verso trascurate le riflessioni critiche specularmente mosse alle argomentazioni favorevoli all’una e all’altra delle tesi che si propongono oggi come soluzione (senza apparente alternativa) della questione oggetto di giudizio.
  52. 1. Quanto al rapporto tra successore ex lege e scheda olografa, ed alla posizione dell’erede ab intestato, il vasto dibattito giurisprudenziale e dottrinale che, in seno alla teoria generale del processo, si agita in ordine alla stessa categoria concettuale di ‘terzo’, non sembra del tutto funzionale all’adozione di una soddisfacente soluzione del caso concreto. Non sembra, difatti, seriamente revocabile in dubbio che alcuni successibili, quali i legittimari, difficilmente possano essere qualificati ‘terzi’ ai fini della non riconoscibilità della sottoscrizione del de cuius. Mentre la stessa impugnazione del testamento olografo, la contestazione della sua provenienza e/o autenticità, è spesso proposta proprio da chi, pur beneficiario di una quota inferiore a quella spettantegli, è comunque (anche) un erede testamentario, sicché nei suoi confronti non potrebbe porsi alcuna questione di accertamento della sua qualità di erede.
  53. 1.1. Di conseguenza, non appare utile prospettare alternative che, a seconda della posizione assunta da chi contesta il testamento (escluso totalmente dalla eredità, erede legittimo compreso nelle categorie dei legittimari, erede testamentario sia pur per quota che non lo soddisfi), postulino poi l’adozione di soluzioni differenziate caso per caso.
  54. 1.2. Né appare senza significato considerare che una formale disamina del concetto di terzo conduce inevitabilmente a ritenere che quella posizione, ai fini dell’art. 214 cod. proc. civ., non andrebbe esaminata non dal punto di vista del soggetto parte della lite ma dell’autore del documento che si vuoi disconoscere – e sotto tale profilo il de cuius non è mai parte nel giudizio di impugnazione del proprio testamento -, e che l’erede in disconoscimento della scrittura o della sottoscrizione del suo autore sarebbe colui che subentra al de cuius nei suoi rapporti – e ciò presuppone che quel medesimo scritto si sarebbe potuto produrre nei confronti del testatore se ancora in vita.
  55. E tuttavia risulta assai poco agevole affermare che, tra i documenti (siano essi negoziali oppure dichiarazioni di scienza) possa annoverarsi, sic et simpliciter, il testamento, formato dal medesimo de cuius, ma destinato a produrre effetti nella sfera giuridica dei suoi destinatari e non in quella dell’autore, acquistando efficacia dal momento del suo decesso e non prima. La ratio della distinzione tra scritture private, fatta propria dalle sezioni unite di questa Corte nel 2010, secondo cui ad alcune di esse andrebbe attribuito un valore intrinsecamente maggiore, trova proprio in tali considerazioni il suo fondamento, pur senza trascurare la legittimità delle critiche di chi contesta l’irragionevolezza dell’attribuzione ad alcune di esse di un regime giuridico ‘rafforzato’ rispetto a quanto assicurato a quelle provenienti dalle parti, anche alla luce della difficoltà di individuare un criterio da adoperare per la relativa classificazione.
  1. impugnazione del testamento olografo per falsitŕ
  2. impugnazione di testamento
  3. impugnazione del testamento pubblico
  4. impugnazione del testamento pubblico termini
  5. impugnazione del testamento prescrizione
  6. impugnazione di testamento olografo falso
  7. impugnazione del testamento termini

impugnazione del testamento per captazione Cass. civ. n. 24637/2010

Il motivo del testamento consiste nella ragione determinante di esso, come quella che domina la volontà del testatore nel momento in cui detta o redige le disposizioni di ultima volontà, cosicché, per potersi parlare di motivo erroneo, tale da rendere inefficace la disposizione, è necessaria la certezza, desumibile dallo stesso testamento, che la volontà del testatore sia stata dominata dalla rappresentazione di un fatto non vero, in modo da doversene dedurre che, se il fatto fosse stato percepito o conosciuto nella sua verità obiettiva, quella disposizione testamentaria non sarebbe stata dettata o redatta. L’apprezzamento del giudice di merito circa l’esistenza o meno del motivo erroneo, dedotto quale causa di annullamento del testamento, è incensurabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione adeguata e immune da vizi logici ed errori di diritto.

Per affermare l’esistenza della captazione, la quale deve essere configurata come il dolus malus causam dans trasferito dal campo contrattuale a quello testamentario, non basta una qualsiasi influenza esercitata sul testatore per mezzo di sollecitazioni, consigli, blandizie e promesse, ma è necessario il concorso di mezzi fraudolenti, che siano da ritenersi idonei ad ingannare il testatore e ad indurlo a disporre in modo difforme da come avrebbe deciso se il suo libero orientamento non fosse stato artificialmente e subdolamente deviato.

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2122 del 27 febbraio 1991)

Cass. civ. n. 254/1985

In tema di errore ex art. 624 c.c. è necessaria la dimostrazione che la volontà del testatore sia stata influenzata in maniera decisiva dalla percezione, come reali, di fatti diversi dal vero. Analogamente, in tema di dolo o violenza, sempre ex art. 624 c.c., occorre la prova che i fatti di induzione in errore o di violenza abbiano indirizzato la volontà del testatore in modo diverso da come essa avrebbe potuto normalmente determinarsi. Più in particolare, quanto al dolo, ad integrare la captazione non basta una qualsiasi influenza esercitata sul testatore attraverso blandizie, richieste, suggerimenti, sollecitazioni e simili, sia pure interessati, ma è necessario l’impiego di altri mezzi fraudolenti che, avuto riguardo all’età, allo stato di salute e alle condizioni psichiche del de cuius, siano idonei a trarlo in inganno, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volontà in un senso verso il quale non si sarebbe spontaneamente indirizzata.

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 254 del 22 gennaio 1985)

Cass. civ. n. 1117/1975

È viziata la motivazione della sentenza che, nel rigettare la domanda di annullamento del testamento per violenza morale, ometta di tener conto dell’età, del sesso e della condizione del testatore.

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1117 del 24 marzo 1975)

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impugnare testamento falso

A riguardo, si osserva l’idoneità del testamento olografo a devolvere l’eredità quale effetto immediato conseguente alla pubblicazione, ai sensi dell’art. 620, c. 6, c.c., nonché l’equiparazione che, a certi fini, la legge penale fa del testamento agli atti pubblici. In particolare, il notaio procede alla pubblicazione del testamento in presenza di due testimoni, redigendo nella forma degli atti pubblici un verbale nel quale descrive lo stato del testamento, ne riproduce il contenuto e fa menzione della sua apertura, se è stato presentato chiuso con sigilli. Il verbale, inoltre, è sottoscritto dalla persona che presenta il testamento, dai testimoni e dal notaio. Soltanto dal momento della pubblicazione l’erede può agire giudizialmente per l’esecuzione delle disposizioni testamentarie, sebbene il testamento risulti efficace fin dall’apertura della successione.

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che il testamento redatto dal de cuius può essere impugnato se si dimostra che al momento della sua redazione, quest’ultimo era affetto da una infermità psichica di natura permanente, tale da determinare la sua incapacità di intendere e di volere (Cass. civ., Sez. II, 11/07/2011, n. 15187).

Tuttavia, l’annullamento di un testamento per incapacità naturale del testatore postula l’esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del de cuius, bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice,

il soggetto sia privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi;

con la conseguenza che è onere di chi quello stato di incapacità assume, di provare che il testamento fu redatto in un momento di incapacità di intendere e di volere (ex plurimis Cass. civ., Sez. II, 12/08/2010, n. 18540; Cass. civ., Sez. II, 15/04/2010, n. 9081; Cass. civ., Sez. II, 27/10/2008, n. 25845; Cass. civ., Sez. II, 11/04/2007, n. 8728; Cass. civ., Sez. II, 06/05/2005, n. 9508; Cass. civ., Sez. II, 30/01/2003, n. 1444; Cass. civ., Sez. II, 06/12/2001, n. 15480).

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Il testamento pubblico è quello redatto dal notaio e da questi conservato.

 Per sua natura è un testamento che è immune da falsità o alterazioni, proprio perché la presenza del pubblico ufficiale serve a certificare l’autenticità del documento. incapacità, nel termine di 5 anni;

  • lesione di legittima, nel termine di 10 anni.
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Il testamento può essere impugnato per nullità senza limiti di tempo, ma non può essere fatta valere dalle persone che conoscevano la causa della nullità e ciò nonostante hanno confermato la disposizione o dato ad essa volontaria esecuzione.

Il testamento, è invece annullabile quando si dimostra che il testatore era incapace d’intendere e di volere al momento della stesura, oppure se presenta dei difetti di forma, non così gravi da renderlo nullo, ma annullabile (per esempio se manca la data è annullabile).

L’azione di annullamento va fatta entro cinque anni dal momento in cui il notaio rende pubblico il testamento davanti ai chiamati.

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acconto-caparra-AVVOCATO-BOLOGNA-

RIFIUTO DNA  PATERNITA’ LEGITTIMA PRESUNZIONE PATERNITA’ AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI RIMINI DNA RIFIUTO Se il padre si rifiuta di fare l’esame del dna  per accertamento della paternita’ vi puo’ esser euna legittima presunzione di paternita’ . Cosa vuol dire?

RIFIUTO DNA  PATERNITA’ LEGITTIMA PRESUNZIONE PATERNITA’ AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI RIMINI DNA RIFIUTO Se il padre si rifiuta di fare l’esame del dna  per accertamento della paternita’ vi puo’ esser euna legittima presunzione di paternita’ . Cosa vuol dire?
RIFIUTO DNA  PATERNITA’ LEGITTIMA PRESUNZIONE PATERNITA’ AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI RIMINI DNA RIFIUTO Se il padre si rifiuta di fare l’esame del dna  per accertamento della paternita’ vi puo’ esser euna legittima presunzione di paternita’ . Cosa vuol dire?

RIFIUTO DNA  PATERNITA’ LEGITTIMA PRESUNZIONE PATERNITA’ AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI RIMINI

L’art. 269 c.c, nel disciplinare l’istituto della dichiarazione giudiziale di paternità e/o maternità naturale, stabilisce che:

” La paternità e la maternità naturale possono essere giudizialmente dichiarate nei casi in cui il riconoscimento è ammesso. La prova della paternità e della maternità può essere data con ogni mezzo. La maternità è dimostrata provando la identità di colui che si pretende essere figlio e di colui che fu partorito dalla donna, la quale si assume essere madre. La sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra la madre e il preteso padre all’epoca del concepimento non costituiscono prova della paternità naturale.”

“L’azione per ottenere che sia giudizialmente dichiarata la paternità o la maternità naturale può essere promossa, nell’interesse del minore, dal genitore che esercita la potestà prevista dall’art. 316 o dal tutore. Il tutore però deve chiedere l’autorizzazione del giudice, il quale può anche nominare un curatore speciale. Occorre il consenso del figlio per promuovere o per proseguire l’azione se egli ha compiuto l’età di sedici anni. Per l’interdetto l’azione può essere promossa dal tutore previa autorizzazione del giudice.”

l’ammissione degli accertamenti immuno-ematologici non è subordinata all’esito della prova storica dell’esistenza di un rapporto sessuale tra il presunto padre e la madre, giacché il principio della libertà di prova, sancito, in materia, dall’art. 269, comma 2, c.c., non tollera surrettizie limitazioni, né mediante la fissazione di una gerarchia assiologica tra i mezzi istruttori idonei a dimostrare quella paternità, né, conseguentemente, mediante l’imposizione, al giudice, di una sorta di “ordine cronologico” nella loro ammissione ed assunzione, avendo, per converso, tutti i mezzi di prova pari valore per espressa disposizione di legge, e risolvendosi una diversa interpretazione in un sostanziale impedimento all’esercizio del diritto di azione in relazione alla tutela di diritti fondamentali attinenti allo “status”.

In tema di accertamento giudiziale della paternità, le cd. linee guida di esecuzione delle indagini genetiche, dettate dalle principali associazioni internazionali di studiosi ed operatori della genetica forense, sebbene prive di forza cogente in quanto non tradotte in protocolli imposti da norme di legge o di regolamento, costituiscono regole comportamentali autoimposte e normalmente rispettate, volte ad assicurare, sulla base delle acquisizioni tecnico-scientifiche del tempo, risultati peritali attendibili e verificabili, sicché la loro inosservanza fa legittimamente dubitare della correttezza delle conclusioni esposte dal consulente tecnico di ufficio.

Nel giudizio promosso per l’accertamento della paternità naturale, il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche – nella specie opposto da tutti gli eredi legittimi del preteso padre – costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice, ex art. 116, secondo comma, cod. proc. civ., di così elevato valore indiziario da poter da solo consentire la dimostrazione della fondatezza della domanda.
l’efficacia delle indagini ematologiche ed immunogenetiche sul DNA non può essere esclusa perché esse sono suscettibili di utilizzazione solo per compiere valutazioni meramente probabilistiche, in quanto tutte le asserzioni delle scienze fisiche e naturalistiche hanno questa natura anche se espresse in termini di “leggi”, e tutte le misurazioni, anche quelle condotte con gli strumenti più sofisticati, sono ineluttabilmente soggette ad errore, sia per ragioni intrinseche (cosiddetto errore statistico), che per ragioni legate al soggetto che esegue o legge le misurazioni (cosiddetto errore sistematico), spettando al giudice di merito, nell’esercizio del suo potere discrezionale, la valutazione dell’opportunità di disporre indagini suppletive o integrative di quelle già espletate, di sentire a chiarimenti il consulente tecnico di ufficio ovvero di disporre la rinnovazione delle indagini.

In tema di mezzi utilizzabili per provare la paternità naturale, l’art. 269 cod. civ. ammette anche il ricorso ad elementi presuntivi che, valutati nel loro complesso e sulla base del canone dell'”id quod plerumque accidit”, risultino idonei, per attendibilità e concludenza, a fornire la dimostrazione completa e rigorosa della paternità, sicché risultano utilizzabili, raccordando tra loro le relative circostanze indiziarie, sia l’accertato comportamento del preteso genitore che abbia trattato come figlio la persona a cui favore si chiede la dichiarazione di paternità (cd. “tractatus”), sia la manifestazione esterna di tale rapporto nelle relazioni sociali (cd. “fama”), sia, infine, le risultanze di una consulenza immuno-ematologica eseguita su campioni biologici di stretti parenti (nella specie, madre e fratello) del preteso genitore.

Nel giudizio diretto ad ottenere una sentenza dichiarativa della paternità naturale, l’acquisizione e l’utilizzazione, ai fini della formazione del convincimento del giudice, di una consulenza immunologica espletata da un esperto al di fuori del processo, ma su concorde richiesta delle parti, non possono essere denunciate sotto il profilo della violazione del principio del contraddittorio, la cui assenza nella fase di formazione della consulenza stragiudiziale è ad essa consustanziale, realizzandosi solo nel successivo giudizio, nel cui ambito ne è possibile l’acquisizione secondo la disciplina della prova documentale, salva, comunque, la possibilità per il giudice di porre a fondamento della decisione una perizia stragiudiziale, anche se contestata dalla controparte, purché fornisca adeguata motivazione della sua valutazione.

Nel giudizio diretto ad ottenere una sentenza dichiarativa della paternità naturale, nel caso in cui sia stata acquisita una consulenza sul DNA, espletata da un esperto al di fuori del processo su concorde richiesta delle parti, il giudice, ove non siano allegate specifiche ragioni tecniche e scientifiche, non è obbligato a disporre una consulenza tecnica di ufficio per il solo fatto della natura stragiudiziale della perizia acquisita.

Nel giudizio diretto ad ottenere una sentenza dichiarativa della paternità naturale, non incorre nel vizio di carenza di motivazione la sentenza che recepisca, anche “per relationem”, le conclusioni della relazione di consulenza tecnica d’ufficio, avente ad oggetto le indagini ematologiche ed immunogenetiche sul DNA (che può assumere, nonostante la valenza esclusivamente probabilistica delle relative valutazioni, la funzione di mezzo obiettivo di prova, avente margini di sicurezza elevatissimi, alla luce degli approdi scientifici ormai condivisi), dovendosi ritenere che il giudice, salvo il caso in cui siano mosse precise censure (anche contenute in consulenze tecniche di parte), a cui è tenuto a rispondere, possa limitarsi ad un mero richiamo adesivo al parere espresso dal consulente d’ufficio.

1)DNA RIFIUTO Se il padre si rifiuta di fare l’esame del dna  per accertamento della paternita’ vi puo’ esser euna legittima presunzione di paternita’ .

Cosa vuol dire?

2)DNA RIFIUTO :Che il semplice manifesto intento di non fare esame del dna appare elemento presuntivo della paternita’ !!

3)Quindi attenzione non è evitando il dna  che si rioslve la questione ma nel caso di controversie solo l’esito negativo del dna lo risolve

4)Esso, da una parte, formula una critica diretta della valutazione del quadro probatorio, che sfugge al sindacato di legittimità ed è prerogativa esclusiva del giudice del merito, e, dall’altra, non offre alcun argomento per mutare l’orientamento giurisprudenziale (cfr. tra le altre Cass. 24/7/2012 n. 12971; 25/3/2015 n. 6025; 3479 del 2016; 18626 2017), al quale si è attenuta l’impugnata sentenza, secondo cui il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice, ex art. 116 c.p.c., comma 2, di così elevato valore indiziario da poter da solo consentire la dimostrazione della fondatezza della domanda.

 

5)REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA CIVILE SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –
Dott. SAMBITO Maria Giovanna Concetta – rel. Consigliere – Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –
Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –
Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

ha pronunciato la seguente: ORDINANZA

sul ricorso 25802/2016 proposto da:
C.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA POMPEO MAGNO 3, presso lo studio dell’avvocato SAVERIO GIANNI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato MAURO FRIGERIO;
– ricorrente –
contro
F.Q.D.V.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA OTRANTO 36, presso lo studio dell’avvocato MARIO MASSANO, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati FRANCESCA POGGI, FRANCESCO POGGI;

– controricorrente –
avverso la sentenza n. 749/2016 della CORTE D’APPELLO di GENOVA, depositata il 06/07/2016;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 19/04/2018 dal Consigliere Dott. MARIA GIOVANNA C. SAMBITO.
Svolgimento del processo
Con sentenza in data 6.7.2016, la Corte d’Appello di Genova ha confermato la decisione con la quale il Tribunale di Genova ha dichiarato che C.L. è padre di F.Q.D.V.L.. Per la cassazione della sentenza, ha proposto ricorso il C., sulla base di un motivo, con cui denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 269, 116 e 118 c.p.c., resistito con controricorso da F.Q.D.V.L..
Motivi della decisione
1. Il Collegio ha autorizzato la redazione della motivazione in forma semplificata.
2. La sentenza si fonda sull’incontroversa relazione sentimentale e di convivenza del ricorrente con la madre della resistente nell’epoca presunta del concepimento, sulla deposizione del teste G. (annuncio della nascita della piccola L.), sull’accompagnamento della gestante alle visite ospedaliere; sulla donazione (poi rifiutata) di una parure e di una medaglietta alla bambina; sull’esistenza di fotografie che ritraggono le parti insieme, quando la controricorrente era piccolina, sulla partecipazione del ricorrente ad una festa di compleanno di L., e sul rifiuto da lui opposto a sottoporsi ad esami ematologici.
3. Il motivo, con cui si svalutano gli elementi fattuali desunti dalle deposizioni e si esclude la rilevanza al rifiuto del preteso padre di sottoporsi all’esame del DNA, è inammissibile. Esso, da una parte, formula una critica diretta della valutazione del quadro probatorio, che sfugge al sindacato di legittimità ed è prerogativa esclusiva del giudice del merito, e, dall’altra, non offre alcun argomento per mutare l’orientamento

giurisprudenziale (cfr. tra le altre Cass. 24/7/2012 n. 12971; 25/3/2015 n. 6025; 3479 del 2016; 18626 2017), al quale si è attenuta l’impugnata sentenza, secondo cui il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice, ex art. 116 c.p.c., comma 2, di così elevato valore indiziario da poter da solo consentire la dimostrazione della fondatezza della domanda.

  1. Quanto al dubbio di costituzionalità del combinato disposto dell’art. 269 c.c., e artt. 116 e 118 c.p.c., ove interpretato nel senso della possibilità di dedurre argomenti di prova dal rifiuto del preteso padre di sottoporsi a prelievi ematici al fine dell’espletamento dell’esame del DNA, il ricorrente si limita a richiamare plurimi parametri normativi (artt. 2, 3, 13, 15, 24, 30, 31 e 32 Cost.), senza farsi carico in alcun modo di illustrare le ragioni idonee ad indurre ad un ripensamento circa la manifesta infondatezza della questione di costituzionalità, già affermata in riferimento agli artt. 13, 15, 24, 30 e 32 Cost., da questa Corte (Cass. n. 5116 del 2003; n. 27237 del 2008; n. 6025 del 2015), che ha evidenziato come dall’art. 269 c.c., non derivi alcuna restrizione della libertà personale, avendo il soggetto piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi, mentre il trarre argomenti di prova dai comportamenti della parte costituisce applicazione del principio della libera valutazione della prova da parte del giudice, senza che ne resti pregiudicato il diritto di difesa, e, inoltre, il rifiuto aprioristico della parte di sottoporsi ai prelievi non può ritenersi giustificato nemmeno con esigenze di tutela della riservatezza, tenuto conto sia del fatto che l’uso dei dati nell’ambito del giudizio non può che essere rivolto a fini di giustizia, sia del fatto che il sanitario chiamato dal giudice a compiere l’accertamento è tenuto tanto al segreto professionale che al rispetto della L. 31 dicembre 1996, n. 675. Il dubbio di costituzionalità delle menzionate disposizioni risulta totalmente criptico in riferimento ai parametri di cui agli artt. 2 e 31 Cost., che tutelano, rispettivamente, i diritti inviolabili dell’uomo, richiedendogli, al contempo, l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, e la famiglia, con particolare riguardo a quelle numerose, proteggendo la maternità l’infanzia e la gioventù, e favorendo gli istituti necessari a tale scopo.
  2. La statuizione d’inammissibilità del motivo, come ha eccepito la controricorrente, consegue al principio, stabilito da Cass. S.U. 21/3/2017 n. 7155, che, rimeditando il precedente indirizzo (Cass. SU n. 19051 del 2010)i attribuisce alla disposizione di cui all’art. 360 bis c.p.c., la funzione di “filtro d’ammissibilità”.
  3. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 5.100,00, di cui Euro 100,00 per spese, oltre a spese generali e ad accessori come per legge. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del

D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dell’art. 13, comma 1 bis, dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, il 19 aprile 2018. Depositato in Cancelleria il 5 giugno 2018

BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO PRATICHE RICONOSCIMENTO PATERNITA’

Nell’avviare l’esposizione delle ragioni che fondano la formulata decisione, appare opportuno ricordare che, secondo la giurisprudenza della Corte, la verifica della condizioni ostative al riconoscimento di una decisione adottata in uno Stato membro all’interno di altro Stato dell’Unione Europea ha spazio delimitato all’area concernente il rispetto delle “garanzie fondamentali”, secondo i termini previsti dagli appositi regolamenti comunitari (e così, in particolare, dall’art. 34 reg. n. 44/2001; non diverso, per questi temi, è l’art. 45 del successivo regolamento n. 1215/2012). Per questa prospettiva generale, tra le altre si vedano la recente pronuncia di Cass., 18 luglio 2019, n. 19453, nonchè quella di Cass., 18 luglio 2013, n. 17463, relativa proprio a un caso di riconoscimento di paternità.

In quest’ambito, del rispetto delle “garanzie fondamentali”, il giudice domestico deve in specie verificare se siano stati rispettati i “principi fondamentali dell’ordinamento italiano, anche relativi al procedimento formativo della decisione, posti a garanzia del diritto di agire e resistere in giudizio e del contraddittorio”: la nozione di ordine pubblico processuale – come figura anche concettualmente distinta da quella di ordine pubblico sostanziale – così concentrandosi sul tema dei “diritti essenziali della difesa rispetto all’intero processo” (cfr., in particolare Cass., 3 settembre 2015, n. 17519; Cass., 9 maggio 2013, n. 11021; Cass., 18 gennaio 2017, n. 1239; in questa direzione è consueto, poi, esplicitare l’implicazione che – fermata l’idea del “diritto essenziale” – “non è ravvisabile una violazione del diritto di difesa ogni volta in cui venga riscontrata l’inosservanza di una disposizione della legge processuale straniera”: Cass., n. 17519/2015).

12.- Scendendo adesso alla tematica specificamente attinente alla fattispecie concretamente in esame, si deve osservare come non sia però da condividere l’opinione del ricorrente, che ravvisa una violazione dell’ordine pubblico nel mero fatto – in sè stesso assunto del mancato espletamento dell’esame del DNA, pur nella dichiarata disponibilità al riguardo del convenuto F. (cfr. sopra, n. 9 secondo capoverso).

Il rilievo non segue, naturalmente, a una sorta di “diffidenza” verso questo strumento probatorio o, comunque, a un mancato, o insufficiente, apprezzamento della sua utilità, che invece è da stimare senz’altro peculiare.

In realtà, l’elevata significatività probatoria dell’esame del DNA è stata più volte sottolineata dalla giurisprudenza di questa Corte. Soprattutto in sede di valutazione del rifiuto del preteso padre a sottoporsi al detto test, rifiuto che è stato ritenuto di “così elevato valore indiziario” da potere “consentire, esso solo, di ritenere fondata la domanda” (cfr. la recente pronuncia di Cass., 8 novembre 2019, n. 28886; ma nella stessa direzione v., tra le altre, Cass., 14 novembre 2008 n. 27237 e prima ancora Cass., 3 aprile 2002, n. 5116, ove pure richiami di precedente giurisprudenza conforme). Ma anche rilevando in positivo che la perizia ematologica è strumento rivolto verso “l’unica indagine decisiva in ordine all’accertamento della verità del rapporto di filiazione”, sì che la sua richiesta “non può comunque essere ritenuta esplorativa” (così, in particolare, la pronuncia di Cass., 12 novembre 2015, n. 23290).

Il punto è, piuttosto, che questo strumento probatorio si inscrive, non diversamente da ogni altra prova (tipica o atipica), in un sistema che pone al proprio epicentro – come correttamente rilevato dalla Corte napoletana – il principio del libero convincimento del giudice di cui all’art. 116 c.p.c. (cfr., tra le pronunce più recenti, Cass., 10 novembre 2020, n. 25162; Cass., 25 febbraio 2019, n. 5409). Come non manca di offrire riprova la constatazione che è proprio sulla base di detto principio che la giurisprudenza della Corte ricava l’appena segnalata vis probatoria del rifiuto del preteso padre a sottoporsi al test del DNA (cfr., sul punto, Cass., 5 giugno 2018, n. 14458).

Nulla in principio esclude, d’altro canto, che la prova della paternità naturale possa anche seguire percorsi del tutto diversi da quelli tracciati – in negativo, come in positivo – dall’esame del DNA (sul punto v. la fattispecie esaminata da Cass., 13 marzo 2019, n. 7197; in materia, v. altresì Cass. 2015, n. 6025, riguardo al caso in cui tutti gli eredi legittimi del preteso padre si erano rifiutati di sottoporsi al test; sul tema del rapporto, logicamente complesso, tra la disposizione del comma 2 e quella del comma 4 dell’art. 269 c.c. cfr., poi, la già citata sentenza di Cass., n. 5116/2002).

13.- Merita condivisione, invece, l’altra censura che il ricorrente ha esposto nell’ambito del secondo motivo di ricorso, come attinente alla violazione dell’ordine pubblico processuale (cfr. sopra, nel n. 9, terzo capoverso).

In effetti, la Corte napoletana non ha considerato che, nella specie, la prova della paternità a mezzo DNA era ormai entrata – a seguito della richiesta di rogatoria formulata in proposito dal giudice di Tarnow – a fare parte del processo che si stava celebrando (sopra, n. 8, secondo capoverso).

La decisione della Corte napoletana non ha considerato, altresì, che il convenuto F. si era dichiarato disponibile all’effettuazione del detto test e neppure che l’ordinanza del Tribunale di Nola del marzo 2007 aveva un contenuto di segno dichiaratamente interlocutorio (cfr. sopra, in fine del terzo capoverso del n. 8): nei fatti, la prova, di cui all’esame del DNA, risultava in corso di espletamento.

Posta questa prospettiva informante, non si giustifica – proprio dal punto di vista delle “fondamentali garanzie” che vanno riconosciute al diritto di difesa del convenuto F. – la rottura della consecuzione processuale, l'”interruzione” della prova, che è stata nel concreto determinata dalla decisione del giudice polacco (cfr. sopra, l’ultimo capoverso del n. 8).

Ancora meno una simile rottura potrebbe, d’altra parte, risultare in qualche modo giustificata, posto che, nel concreto del suo compimento, la stessa è stata effettuata in assenza di alcuna comunicazione rivolta all’attuale ricorrente; e pure in assenza della proposizione di alcuna motivazione a supporto (nè nel corpo della sentenza poi emessa, nè in altro e separato atto).

Ora, è vero che, nel nostro vigente sistema, il giudice può pure provvedere con il “revocare” una già stabilita ammissione di prove. Ciò, tuttavia, prima dell’inizio del loro espletamento, con provvedimento ad hoc e a condizione, soprattutto, che la “revoca”, che così venga disposta, risulti “razionale e giustificata e pertanto venga adeguatamente motivata, per ogni riscontro, nella sentenza di merito” (cfr. Cass., 17 aprile 2009, n. 9234).

E ciò ancor più deve venire a valere ove la prova revocata possegga la rilevanza che si è visto essere propria dell’esame del DNA (cfr. sopra, nel n. 12, il terzo capoverso): quale prova fortemente indirizzante, in sè stessa, la formazione della decisione del giudice (cfr. sopra, nell’ultimo capoverso del n. 11).

14.- Il secondo motivo di ricorso va dunque accolto in parte qua, sulla scorta del seguente principio di diritto:

“in tema di esecutività della sentenza straniera, integra una violazione del diritto alla prova della parte, tenuta agli obblighi seguenti alla sentenza di cui viene richiesta l’esecutività, e così pure dell’ordine pubblico processuale, la decisione del giudice straniero che, in relazione a un rilevante bene della vita (quale l’accertamento della paternità naturale), si basa su una motivazione apodittica, resa dopo avere dapprima disposto d’ufficio e poi immotivatamente revocato l’ammissione della prova del DNA, pur in presenza di dichiarata disponibilità all’esame da parte del preteso padre, così emergendo l’irrazionalità dell’interruzione del procedimento formativo di una prova avente particolare valore dimostrativo”.

Cassazione civile, sez. I, 26 Febbraio 2021, n. 5327. Pres. Genovese. Est. Dolmetta.

Esecutività di sentenza straniera – Paternità naturale – Accertamento – Motivazione – Ammissione e poi revoca della prova del DNA – Violazione del diritto alla prova della parte

In tema di esecutività della sentenza straniera, integra una violazione del diritto alla prova della parte, tenuta agli obblighi seguenti alla sentenza di cui viene richiesta l’esecutività, e così pure dell’ordine pubblico processuale, la decisione del giudice straniero che, in relazione a un rilevante bene della vita (quale l’accertamento della paternità naturale), si basa su una motivazione apodittica, resa dopo avere dapprima disposto d’ufficio e poi immotivatamente revocato l’ammissione della prova del DNA, pur in presenza di dichiarata disponibilità all’esame da parte del preteso padre, così emergendo l’irrazionalità dell’interruzione del procedimento formativo di una prova avente particolare valore dimostrativo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Fatti

1.- Il Ministero dell’Interno, quale istituzione intermediaria per l’applicazione della Convenzione di New York del 20 giugno 1956 e per il Regolamento CE n. 44/2001, ha chiesto il riconoscimento dell’efficacia della sentenza del Tribunale circoscrizionale di Tarnow (Polonia) del 26 giugno 2007, che ha accertato il legame di paternità tra A.B. e W.T.M. (nato nel 1988 da W.B.J.) e stabilito l’obbligo del primo alla corresponsione, a titolo alimentare, di una determinata somma mensile a favore del secondo.

2.- Con decreto pubblicato in data 25 settembre 2017, la Corte di Appello di Napoli ha disposto l’esecutività del provvedimento stabilito dal giudice polacco.

3.- A.B. ha impugnato il decreto della Corte napoletana, con ricorso proposto ai sensi dell’art. 702 bis c.p.c..

Con ordinanza emessa in 7 dicembre 2018, la Corte di Appello di Napoli ha rigettato il reclamo.

4.- Per quanto può ancora venire qui in interesse, la Corte territoriale – premesso che l'”exequatur della sentenza straniera può essere negato solo se ricorre una delle condizioni di cui agli artt. 34 e 35 Regolamento CE n. 44/2001″ – ha rilevato che nella specie non risultavano violati i punti n. 1 e n. 2 dell’art. 34, come per contro lamentato dal reclamante.

“La presunta violazione dell’ordine pubblico consisterebbe” – così ha osservato il giudice – “nell’avere il Tribunale polacco deciso la causa sulla paternità biologica del minore senza effettuare il test del DNA. Il motivo è del tutto privo di pregio in quanto il principio di ordine pubblico in materia processual-civilistica è quello che il giudice deve arrivare alla decisione attraverso il suo libero convincimento, attraverso l’utilizzo di prove tipiche, prove atipiche e la valutazione del complessivo comportamento delle parti (artt. 112- 118 c.p.c.) con il solo vincolante limite della corretta ed esaustiva, sia pur concisa, motivazione (art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4)”. “Non esistono quindi nel nostro ordinamento prove che debbano essere obbligatoriamente assunte; pertanto, l’avere deciso la causa sulla base di prove testimoniali e valutando il comportamento processuale del convenuto non costituisce certamente violazione di ordine pubblico italiano”.

“Non vi è dubbio poi” – si è soggiunto ancora – “che neppure il diritto di difesa sia stato nel caso di specie violato. Il F. ha avuto tempestiva notizia dell’inizio del giudizio, come pacificamente ammesso nello stesso atto di reclamo; si è regolarmente costituito nel procedimento per rogatoria avanti al Tribunale di Nola, fase processuale che, come risulta dalla attestazione di cancelleria del 2 ottobre 2018, si è regolarmente conclusa con la spedizione in Polonia degli esiti della rogatoria in data 20 marzo 2017; il F. ha ricevuto la notifica della sentenza, come da lui stesso ammesso nell’atto di appello, per cui nessun diritto è stato violato”.

5.- Avverso questo provvedimento A.B. propone ricorso, affidandolo a tre motivi di cassazione.

Resiste con controricorso il Ministero.

Il Procuratore generale presso la Corte di Appello di Napoli è rimasto intimato.

6.- Il ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Motivi

7.- I motivi di ricorso sono stati intestati nei termini che qui di seguito vengono riportati.

Primo motivo: “violazione e falsa applicazione del Reg. CE n. 1206/2001, con particolare riferimento agli artt. 14, 16 e 18 e agli artt. 204 e 205 c.p.c. – omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

Secondo motivo: “violazione e falsa applicazione dell’art. 34, n. 1 Reg. CE n. 44/2001, in rapporto all’art. 3,24 e 111 Cost., nonchè all’art. 6 e 8 CEDU, e dell’art. 47Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, con riferimento all’art. 269 c.p.c., comma 4 omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

Terzo motivo: “violazione e falsa applicazione dell’art. 34 n. 2 Reg n. 44/2001, in rapporto all’art. 3,24 e 111 Cost., nonchè all’art. 6 CEDU, e dell’art. 47Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

8.- I motivi, che vengono sviluppati nel ricorso, si richiamano tutti alle modalità che nel concreto hanno contrassegnato lo svolgimento del processo celebratosi in Polonia e concluso dalla sentenza del Tribunale di Tarnow con il riconoscimento della paternità naturale.

A questo proposito viene segnalato, in particolare, che il Tribunale polacco – non essendosi presentato A.B. all’udienza di comparizione parti (in ragione, si assume, dell’eccessiva, e contra legem, brevità del termine corso dalla notifica della citazione) – ha stabilito di delegare, con provvedimento del maggio 2003, il Tribunale di Noia all'”esecuzione dell’interrogatorio formale deferito al convenuto, nonchè, in caso di mancato riconoscimento della paternità da parte del convenuto, al conferimento dell’incarico al consulente tecnico d’ufficio” per provvedere a taluni esami ematologici.

Si riscontra, altresì, che nello svolgimento di questi compiti il Tribunale campano ha ricevuto un’istanza del CTU, all’uopo nominato, in cui veniva evidenziato, da un lato, la “difficoltà di riscuotere l’anticipo concessogli, posto provvisoriamente a carico di parte attrice”; dall’altro, “l’impossibilità di effettuare l’esame del sangue come richiesto dall’ordinanza del Tribunale di Tarnow, in quanto… sono esami che risultano obsoleti e non corrispondenti agli esami del sangue attualmente utilizzati in Italia per il riconoscimento di paternità”. Al che il Tribunale di Nola – ritenuto “necessario che l’Autorità delegante dia direttive precise in ordine all’esame ematologico da effettuare” e disposto il “deposito a cura della parte interessata” delle somme occorrenti per le spese dell’esame – ha con ordinanza datata 6 marzo 2007 disposto di “trasmettersi il presente procedimento all’Autorità giudiziaria richiedente per gli ulteriori provvedimenti che riterrà di adottare, in ordine alle indagini tecniche da effettuarsi e da delegare al perito nominato”.

Senza ulteriori passi intermedi – si riferisce ancora -, a quest’ordinanza ha fatto poi seguito la sentenza di riconoscimento emessa dal Tribunale polacco nel giugno del 2007. Di questa pronuncia – pure si dichiara – il ricorrente ha ricevuto notizia solo nel corso del 2011 e da parte della Prefettura di Napoli, che lo aveva convocato per il recupero delle somme al cui versamento in favore di W.T.M. è stato condannato.

9.- Rispetto a queste vicende, dunque, il ricorrente sostiene che la Corte di Appello abbia mal giudicato. Non è vero, in specie, che le stesse non vengano a comportare delle violazioni del principio di ordine pubblico, secondo quanto invece stimato dal provvedimento del giudice napoletano.

La sentenza del Tribunale di Tarnow ha apertamente violato – sotto il profilo dell’ordine pubblico sostanziale – il principio del favor veritatis.

Il giudice dell’exequatur non ha apprezzato, come per contro avrebbe dovuto, che la decisione del riconoscimento, compiuta dal Tribunale polacco, è stata basata sulle sole dichiarazioni della madre, W.B.; e ciò pur in presenza di quelle – di opposto segno – rese da A.B.. Non ha tenuto conto, soprattutto, del fatto che, “sebbene fosse stato richiesto e disposto l’esame del DNA, questo di fatto è stato negato… pur nella consapevolezza che, in casi come quelli in esame, il DNA è senz’alcun dubbio la prova regina” e pure nella consapevolezza che F. era disposto a sottoporsi all’esame. Con la compromissione, in definitiva, del principio base dell’effettivo perseguimento della verità biologica.

Sotto il profilo dell’ordine pubblico processuale, poi, la Corte napoletana non si è avveduta che il procedimento tenutosi in Polonia ha violato il diritto di A.B. “alla difesa in un processo necessariamente equo e aperto all’ingresso e alla raccolta delle prove”. Il giudice polacco “ha pregiudicato in modo definitivo le aspettative del convenuto a dare ingresso nel processo… all’unica vera prova che poteva assicurare certezza sull’esito del riconoscimento della paternità”; non meno ha “ostacolato il diritto del convenuto a difendersi nel corso del processo, negando a quest’ultimo il diritto alla prova, vale a dire, nel caso specifico, agli esami del DNA, prima richiesti e poi disattesi dallo stesso giudice, che ha pronunciato la sentenza”.

A fianco di questa serie di censure – che si trovano raccolte nell’ampio contesto del secondo motivo – il ricorrente aggiunge, nel primo motivo, che il procedimento di cui alla rogatoria è stato viziato da più violazioni della normativa comunitaria in ordine all’assunzione di prove (in specie, si sottolinea che il giudice polacco non ha provveduto in punto di anticipo delle spese occorrenti per lo svolgimento della perizia ematologica) e pure circa lo sviluppo successivo della causa (non è stata comunicata la data dell’udienza di discussione).

Aggiunge ancora, nel terzo motivo, che l’intero procedimento avanti al giudice polacco risultava in realtà viziato, posto “non erano stati rispettati i termini a comparire previsti dalla stessa legislazione polacca”; e che, inoltre, l’attuale ricorrente non era stato messo nella condizione di potere impugnare il provvedimento, in ragione del fatto che non gli era stata notificata la sentenza di riconoscimento.

10.- Il ricorso è fondato, secondo i termini che qui di seguito si vengono a illustrare.

11.- Nell’avviare l’esposizione delle ragioni che fondano la formulata decisione, appare opportuno ricordare che, secondo la giurisprudenza della Corte, la verifica della condizioni ostative al riconoscimento di una decisione adottata in uno Stato membro all’interno di altro Stato dell’Unione Europea ha spazio delimitato all’area concernente il rispetto delle “garanzie fondamentali”, secondo i termini previsti dagli appositi regolamenti comunitari (e così, in particolare, dall’art. 34 reg. n. 44/2001; non diverso, per questi temi, è l’art. 45 del successivo regolamento n. 1215/2012). Per questa prospettiva generale, tra le altre si vedano la recente pronuncia di Cass., 18 luglio 2019, n. 19453, nonchè quella di Cass., 18 luglio 2013, n. 17463, relativa proprio a un caso di riconoscimento di paternità.

In quest’ambito, del rispetto delle “garanzie fondamentali”, il giudice domestico deve in specie verificare se siano stati rispettati i “principi fondamentali dell’ordinamento italiano, anche relativi al procedimento formativo della decisione, posti a garanzia del diritto di agire e resistere in giudizio e del contraddittorio”: la nozione di ordine pubblico processuale – come figura anche concettualmente distinta da quella di ordine pubblico sostanziale – così concentrandosi sul tema dei “diritti essenziali della difesa rispetto all’intero processo” (cfr., in particolare Cass., 3 settembre 2015, n. 17519; Cass., 9 maggio 2013, n. 11021; Cass., 18 gennaio 2017, n. 1239; in questa direzione è consueto, poi, esplicitare l’implicazione che – fermata l’idea del “diritto essenziale” – “non è ravvisabile una violazione del diritto di difesa ogni volta in cui venga riscontrata l’inosservanza di una disposizione della legge processuale straniera”: Cass., n. 17519/2015).

12.- Scendendo adesso alla tematica specificamente attinente alla fattispecie concretamente in esame, si deve osservare come non sia però da condividere l’opinione del ricorrente, che ravvisa una violazione dell’ordine pubblico nel mero fatto – in sè stesso assunto del mancato espletamento dell’esame del DNA, pur nella dichiarata disponibilità al riguardo del convenuto F. (cfr. sopra, n. 9 secondo capoverso).

Il rilievo non segue, naturalmente, a una sorta di “diffidenza” verso questo strumento probatorio o, comunque, a un mancato, o insufficiente, apprezzamento della sua utilità, che invece è da stimare senz’altro peculiare.

In realtà, l’elevata significatività probatoria dell’esame del DNA è stata più volte sottolineata dalla giurisprudenza di questa Corte. Soprattutto in sede di valutazione del rifiuto del preteso padre a sottoporsi al detto test, rifiuto che è stato ritenuto di “così elevato valore indiziario” da potere “consentire, esso solo, di ritenere fondata la domanda” (cfr. la recente pronuncia di Cass., 8 novembre 2019, n. 28886; ma nella stessa direzione v., tra le altre, Cass., 14 novembre 2008 n. 27237 e prima ancora Cass., 3 aprile 2002, n. 5116, ove pure richiami di precedente giurisprudenza conforme). Ma anche rilevando in positivo che la perizia ematologica è strumento rivolto verso “l’unica indagine decisiva in ordine all’accertamento della verità del rapporto di filiazione”, sì che la sua richiesta “non può comunque essere ritenuta esplorativa” (così, in particolare, la pronuncia di Cass., 12 novembre 2015, n. 23290).

Il punto è, piuttosto, che questo strumento probatorio si inscrive, non diversamente da ogni altra prova (tipica o atipica), in un sistema che pone al proprio epicentro – come correttamente rilevato dalla Corte napoletana – il principio del libero convincimento del giudice di cui all’art. 116 c.p.c. (cfr., tra le pronunce più recenti, Cass., 10 novembre 2020, n. 25162; Cass., 25 febbraio 2019, n. 5409). Come non manca di offrire riprova la constatazione che è proprio sulla base di detto principio che la giurisprudenza della Corte ricava l’appena segnalata vis probatoria del rifiuto del preteso padre a sottoporsi al test del DNA (cfr., sul punto, Cass., 5 giugno 2018, n. 14458).

Nulla in principio esclude, d’altro canto, che la prova della paternità naturale possa anche seguire percorsi del tutto diversi da quelli tracciati – in negativo, come in positivo – dall’esame del DNA (sul punto v. la fattispecie esaminata da Cass., 13 marzo 2019, n. 7197; in materia, v. altresì Cass. 2015, n. 6025, riguardo al caso in cui tutti gli eredi legittimi del preteso padre si erano rifiutati di sottoporsi al test; sul tema del rapporto, logicamente complesso, tra la disposizione del comma 2 e quella del comma 4 dell’art. 269 c.c. cfr., poi, la già citata sentenza di Cass., n. 5116/2002).

13.- Merita condivisione, invece, l’altra censura che il ricorrente ha esposto nell’ambito del secondo motivo di ricorso, come attinente alla violazione dell’ordine pubblico processuale (cfr. sopra, nel n. 9, terzo capoverso).

In effetti, la Corte napoletana non ha considerato che, nella specie, la prova della paternità a mezzo DNA era ormai entrata – a seguito della richiesta di rogatoria formulata in proposito dal giudice di Tarnow – a fare parte del processo che si stava celebrando (sopra, n. 8, secondo capoverso).

La decisione della Corte napoletana non ha considerato, altresì, che il convenuto F. si era dichiarato disponibile all’effettuazione del detto test e neppure che l’ordinanza del Tribunale di Nola del marzo 2007 aveva un contenuto di segno dichiaratamente interlocutorio (cfr. sopra, in fine del terzo capoverso del n. 8): nei fatti, la prova, di cui all’esame del DNA, risultava in corso di espletamento.

Posta questa prospettiva informante, non si giustifica – proprio dal punto di vista delle “fondamentali garanzie” che vanno riconosciute al diritto di difesa del convenuto F. – la rottura della consecuzione processuale, l'”interruzione” della prova, che è stata nel concreto determinata dalla decisione del giudice polacco (cfr. sopra, l’ultimo capoverso del n. 8).

Ancora meno una simile rottura potrebbe, d’altra parte, risultare in qualche modo giustificata, posto che, nel concreto del suo compimento, la stessa è stata effettuata in assenza di alcuna comunicazione rivolta all’attuale ricorrente; e pure in assenza della proposizione di alcuna motivazione a supporto (nè nel corpo della sentenza poi emessa, nè in altro e separato atto).

Ora, è vero che, nel nostro vigente sistema, il giudice può pure provvedere con il “revocare” una già stabilita ammissione di prove. Ciò, tuttavia, prima dell’inizio del loro espletamento, con provvedimento ad hoc e a condizione, soprattutto, che la “revoca”, che così venga disposta, risulti “razionale e giustificata e pertanto venga adeguatamente motivata, per ogni riscontro, nella sentenza di merito” (cfr. Cass., 17 aprile 2009, n. 9234).

E ciò ancor più deve venire a valere ove la prova revocata possegga la rilevanza che si è visto essere propria dell’esame del DNA (cfr. sopra, nel n. 12, il terzo capoverso): quale prova fortemente indirizzante, in sè stessa, la formazione della decisione del giudice (cfr. sopra, nell’ultimo capoverso del n. 11).

14.- Il secondo motivo di ricorso va dunque accolto in parte qua, sulla scorta del seguente principio di diritto:

“in tema di esecutività della sentenza straniera, integra una violazione del diritto alla prova della parte, tenuta agli obblighi seguenti alla sentenza di cui viene richiesta l’esecutività, e così pure dell’ordine pubblico processuale, la decisione del giudice straniero che, in relazione a un rilevante bene della vita (quale l’accertamento della paternità naturale), si basa su una motivazione apodittica, resa dopo avere dapprima disposto d’ufficio e poi immotivatamente revocato l’ammissione della prova del DNA, pur in presenza di dichiarata disponibilità all’esame da parte del preteso padre, così emergendo l’irrazionalità dell’interruzione del procedimento formativo di una prova avente particolare valore dimostrativo”.

15.- L’accoglimento, per la parte indicata (nel n. 13), del secondo motivo di ricorso comporta assorbimento del primo e del secondo motivo del medesimo.

16.- All’accoglimento del ricorso consegue la cassazione della ordinanza impugnata. La cassazione va disposta senza rinvio, per le ragioni ampiamente esposte nella parte motivazionale, che precede, dovendosi altresì respingere la richiesta di dare esecutività al provvedimento del Tribunale di Tarnow, che è stata promossa dal Ministero dell’Interno.

17.- In ragione delle forti peculiarità delle questioni rappresentate dalla fattispecie concreta, il Collegio ritiene di compensare le spese relative allo svolgimento di tutti i precedenti giudizi.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa l’ordinanza impugnata e respinge la richiesta di dare esecutività alla sentenza emessa dal Tribunale di Tarnow (Polonia) in data 26 giugno 2007. Compensa le spese relative al giudizio, anche con riferimento a quelle inerenti ai precedenti gradi del medesimo.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Prima Sezione civile, il 18 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 febbraio 2021.

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