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Coniuge Matrimonio e divorzio, assegno di mantenimento dei figli, assistenza materiale, violazione degli obblighi Cassazione penale, sez. VI, Sentenza 23/02/2018 n° 8883 separato marito moglie fanno mancare sustentamento figli imola bologna ravenna forli

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1)Coniuge Matrimonio e divorzio, assegno di mantenimento dei figli, assistenza materiale, violazione degli obblighi

2)Cassazione penale, sez. VI, Sentenza 23/02/2018 n° 8883

3)separato marito moglie fanno mancare sustentamento figli imola bologna ravenna forli

4)Violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio: Ai sensi dell’articolo articolo 570 bis codice penale le pene previste dall’articolo 570 si applicano al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero viola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli (fattispecie di reato, in vigore dal 6 aprile 2018, introdotta dal decreto attuativo n. 21/2018 della delega legge n. 103/2017. Il decreto legislativo n. 21/2018 stabilisce l’abrogazione sia dell’art. 12 sexies della legge 1° dicembre 1970, n. 898 che dell’art. 3 della legge 8 febbraio 2006, n. 54).

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5)Codice penale – Articolo 570 Bis 

6)Violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio – Testo in vigore dal 6 aprile 2018
7)Le pene previste dall’articolo 570 si applicano al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero vìola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli. 

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Il nuovo art.570-bis c.p. sostituisce così ed al contempo abroga due norme speciali che disciplinavano la materia, nel dettaglio:
– l’art.12-sexies della legge sul divorzio (n.898 del 1970) che sanciva che “al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione dell’assegno dovuto a norma degli articoli 5 e 6 della presente legge si applicano le pene previste dall’art.570 del codice penale
– l’ art.3 della legge numero 54 del 2006, la quale prevedeva che in merito alla separazione e affidamento condiviso dei figli che “in caso di violazione degli obblighi di natura economica si applica l’articolo 12-sexies della legge 1° dicembre del 1970, n.898”.

Coniuge Matrimonio e divorzio, assegno di mantenimento dei figli, assistenza materiale, violazione degli obblighi Cassazione penale, sez. VI, Sentenza 23/02/2018 n° 8883 separato marito moglie fanno mancare sustentamento figli imola bologna ravenna forli
Coniuge Matrimonio e divorzio, assegno di mantenimento dei figli, assistenza materiale, violazione degli obblighi Cassazione penale, sez. VI, Sentenza 23/02/2018 n° 8883 separato marito moglie fanno mancare sustentamento figli imola bologna ravenna forli

L’art. 12 sexies, Legge cit. delinea una fattispecie di reato autonoma rispetto a quelle definite all’art. 570 c.p., commi 1 e 2, tra le quali solo quella prevista dal comma 1, si pone in una posizione di affinità con il reato di cui all’art. 12 sexies.

1.                 Sull’indicata premessa (Sez. U, n. 23866 del 31/01/2013, S., Rv. 255271), il reato previsto dall’art. 570, comma 1, cit. si configura tutte le volte in cui un soggetto violi i doveri di assistenza materiale in veste di coniuge e di genitore, previsti dalle norme del codice civile.

2.                 Diversamente, l’art. 570 cit., comma 2, appresta tutela ai vincoli di solidarietà nascenti dal rapporto di coniugio – che risultano attenuati nel caso di separazione o di allentamento del vincolo – che si sostanziano nel non far mancare i “mezzi di sussistenza” necessari.

Coniuge Matrimonio e divorzio, assegno di mantenimento dei figli, assistenza materiale, violazione degli obblighi Cassazione penale, sez. VI, Sentenza 23/02/2018 n° 8883 separato marito moglie fanno mancare sustentamento figli imola bologna ravenna forli
Coniuge Matrimonio e divorzio, assegno di mantenimento dei figli, assistenza materiale, violazione degli obblighi Cassazione penale, sez. VI, Sentenza 23/02/2018 n° 8883 separato marito moglie fanno mancare sustentamento figli imola bologna ravenna forli

3.

Coniuge Matrimonio e divorzio, assegno di mantenimento dei figli, assistenza materiale, violazione degli obblighi

Cassazione penale, sez. VI, Sentenza 23/02/2018 n° 8883

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Se nel primo caso si assiste ad una violazione di obblighi materiali, nel secondo invece, la punibilità della condotta non può prescindere da una valutazione sullo stato di necessità dell’avente diritto.

4.                 Ed infatti il coniuge separato che faccia mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori viola l’art. 570 c.p., comma 2, e per siffatta condotta va pertanto applicato il relativo trattamento sanzionatorio.

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5.                 Per costante giurisprudenza di legittimità (tra le molte: Sez. 6, n. 34080 del 13/06/2013, M., Rv. 257416; Sez. 6, n. 41832 del 30/09/2014, S.), in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, sia l’obbligo morale sanzionato dall’art. 570 c.p., comma 1, che quello economico, sanzionato dal comma secondo della medesima disposizione, presuppongono la minore età del figlio, non inabile al lavoro, e sono destinate a venir meno con l’acquisizione della capacità di agire da parte del minore dovuta al raggiungimento della maggiore età, per una conclusione che è sostenuta, nel primo caso, dal richiamo dell’esercizio della potestà genitoriale e, nel secondo, dal riferimento testuale ai “discendenti di età minore”, con una previsione che differenzia la fattispecie da quella di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 12 sexies.

6.                 Ne discende, secondo quanto chiarito da questa Suprema Corte, che l’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, prevede come soggetti passivi solo i figli minori o inabili al lavoro sicchè non integra tale reato la diversa violazione dell’obbligo di assicurare i mezzi di sussistenza ai figli maggiorenni, non inabili al lavoro, anche se studenti.

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MORTO INCIDENTE DANNO BOLOGNA IMOLA FORLI CESENA RAVENNA Per danno biologico terminale :;

CREDI CHE SENZA UN AVVOCATO ESPERTO OTTERRAI IL RISARCIMENTO DOVUTO ?

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Per danno biologico terminale :;

MORTO INCIDENTE DANNO BOLOGNA IMOLA FORLI CESENA RAVENNA
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si intende quella particolare forma di danno non patrimoniale rappresentato dal patimento d’animo e dalle sofferenze che la vittima ha patito nel lasso di tempo intercorrente tra il fatto (in questo caso un incidente stradale) e la morte.

La liquidazione avviene in via equitativa ma è necessario, appunto, che sia intercorso un lasso di tempo sufficiente tra i due eventi, tale per cui la sofferenza sia prolungata e rappresenti di fatto lesione al bene della vita. L’accertamento di tale circostanza è affidata al giudice del merito; di conseguenza, se la sentenza è congruamente motivata, il sindacato sul punto risulta impossibile in sede di legittimità.

DANNO PARENTALE

BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI
BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

le Sezioni Unite hanno specificato che i danni non patrimoniali risarcibili alla vittima, trasmissibili “jure hereditatis“, possono distinguersi in: “danno biologico” (cd. “danno terminale”), ovvero la lesione al bene salute quale danno-conseguenza, consistente nei postumi invalidanti che hanno caratterizzato la durata concreta del periodo di vita del danneggiato dal momento della lesione fino al decesso. Pertanto, l’accertamento del danno-conseguenza presuppone che gli effetti pregiudizievoli si siano effettivamente prodotti, richiedendo a tal fine che, tra l’evento lesivo ed il momento del decesso sia intercorso un “apprezzabile lasso temporale”.

Per quanto riguarda il “danno morale cosiddetto soggettivo” detto “danno catastrofale”, esso consiste nello stato di sofferenza spirituale od intima patito dalla vittima nell’assistere al progressivo svolgimento della propria condizione esistenziale verso il fine-vita; trattandosi di danno-conseguenza, per accertare l’”an” occorre la prova della “cosciente e lucida percezione” dell’ineluttabilità della propria fine.

Infine, in relazione al cosiddetto “danno tanatologico”, cioè il danno che consistente nella “perdita del bene-vita”, le Sezioni Unite hanno precisato che esso non è rimborsabile se il decesso si verifica immediatamente o dopo brevissimo tempo, dalle lesioni personali; in tal caso, deve escludersi la risarcibilità “iure hereditatis” di tale pregiudizio, in ragione dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il credito risarcitorio, ovvero nel caso del decesso dopo un esiguo lasso temporale, della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo.[wpforms id=”21592″]

La liquidazione del danno morale iure proprio sofferto per il decesso di un familiare causato del fatto illecito altrui (nella specie per sinistro stradale) sfugge necessariamente ad una previa valutazione analitica e resta affidata ad apprezzamenti discrezionali ed equitativi del giudice di merito, come tali non sindacabili in sede di legittimità, perché, nonostante l’inquadramento del diritto all’integrità psicofisica della persona nell’ambito esclusivo del combinato disposto degli artt. 2059 c.c. e 32 Cost. (nonché delle altre norme costituzionali poste a presidio della detta integrità personale), rimangono validi tutti i principi generali elaborati in tema di quantificazione del danno morale, oltre che di quello biologico (Cass., 30 ottobre 2009, n. 23053).

Nel caso di scontro tra veicoli, la presunzione di pari responsabilità prevista dall’art. 2054 cod.civ. ha carattere sussidiario, dovendosi applicare soltanto nel caso in cui sia impossibile accertare in concreto il grado di colpa di ciascuno dei conducenti coinvolti nel sinistro; l’accertamento della intervenuta violazione, da parte di uno dei conducenti, del divieto di svolta non dispensa il giudice dal verificare il comportamento dell’altro conducente onde stabilire se quest’ultimo abbia a sua volta violato o meno le norme sulla circolazione stradale ed i normali precetti di prudenza, potendo l’eventuale inosservanza di dette norme comportare l’affermazione di una colpa concorrente” (Cass. 16/09/2013, n. 21130). Contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, la Corte d’Appello ha ricostruito la dinamica dell’incidente, al fine di individuare le responsabilità dei soggetti coinvolti, tenendo conto delle risultanze del verbale dell’incidente redatto dai carabinieri di Agrigento, della planimetria allegata e degli accertamenti effettuati dal consulente del PM, quanto alla velocità dei veicoli, allo stato dei luoghi, alla condotta di guida tenuta dalla giovane vittima — anche relativamente alla mancata accensione dei fari in ora notturna (ore 19.30 del mese di dicembre) — e dall’automobilista; ha giustificato e motivato puntualmente le proprie statuizioni. 

La liquidazione del danno morale iure proprio sofferto per il decesso di un familiare causato del fatto illecito altrui (nella specie per sinistro stradale) sfugge necessariamente ad una previa valutazione analitica e resta affidata ad apprezzamenti discrezionali ed equitativi del giudice di merito, come tali non sindacabili in sede di legittimità, perché, nonostante l’inquadramento del diritto all’integrità psicofisica della persona nell’ambito esclusivo del combinato disposto degli artt. 2059 c.c. e 32 Cost. (nonché delle altre norme costituzionali poste a presidio della detta integrità personale), rimangono validi tutti i principi generali elaborati in tema di quantificazione del danno morale, oltre che di quello biologico (Cass., 30 ottobre 2009, n. 23053).
La decisione in oggetto è dunque suscettibile di censura solo sotto il profilo di eventuali vizi di motivazione, ove i criteri adottati per la liquidazione appaiano intrinsecamente illogici o gravemente contrastanti con le leggi o la prassi giurisprudenziale e non siano illustrati i principi o le peculiarità del caso concreto che abbiano indotto a giustificare lo scostamento.
L?impugnata sentenza ha ritenuto che la liquidazione del danno morale effettuata dal Tribunale non è adeguata, avendo liquidato 1/3 e un 1/4 della somma che sarebbe spettata a R.S. per una invalidità del 100%, invece di adoperare le apposite tabelle che prevedono un limite minimo ed uno massimo per la liquidazione del danno per la morte di un congiunto. Pertanto, entro i ristretti limiti in cui l’ordinamento giuridico può fare fronte a vicende dolorose e tragiche come quella in esame, si deve ritenere che la decisione impugnata non si sia discostata dai criteri in base ai quali il risarcimento dei danni morali può essere quantificato ed ha a ciò provveduto con valutazione equitativa adeguatamente motivata e non suscettibile di riesame in questa sede.
E comunque le doglianze del ricorrente, relative alla quantificazione del danno morale, non trovano riscontro nella congruità del percorso fondativo del convincimento reso per altro in conformità agli approdi nomofilattici di cui a Cass., 11 novembre 2008, n. 26972.
Con il secondo motivo del primo ricorso i ricorrenti denunciano: ?art. 360 n. 3 c.p.c. Violazione e falsa applicazione degli artt. 1226, 2043, 2056, 2059, artt. 2, 29, 30 e 32 costituzione. Art. 360 n. 5 c.p.c.: per insufficiente e contraddittoria motivazione (in riferimento al danno esistenziale)?.
Sostengono i ricorrenti che il danno esistenziale è stato da loro provato come dimostra la decisione del Tribunale di Firenze, mentre la Corte d’appello, con una insufficiente motivazione, ha escluso il suddetto danno.
Il motivo è infondato.
Non è ammissibile nel nostro ordinamento l’autonoma categoria del “danno esistenziale”, inteso quale pregiudizio alle attività non remunerative della persona, atteso che: ove in essa si ricomprendano i pregiudizi scaturenti dalla lesione di interessi della persona di rango costituzionale, ovvero derivanti da fatti-reato, essi sono già risarcibili ai sensi dell’art. 2059 c.c., interpretato in modo conforme a Costituzione, con la conseguenza che la liquidazione di una ulteriore posta di danno comporterebbe una duplicazione risarcitoria; ove nel “danno esistenziale” si intendesse includere pregiudizi non lesivi di diritti inviolabili della persona, tale categoria sarebbe del tutto illegittima, posto che simili pregiudizi sono irrisarcibili, in virtù del divieto di cui all’art. 2059 c.c. (Cass., 11 novembre 2008, n. 26972).
Nella fattispecie in esame il danno esistenziale non poteva essere liquidato come voce autonoma, essendo stato già liquidato agli attori il risarcimento del danno non patrimoniale, comprensivo sia della sofferenza soggettiva che del danno costituito dalla lesione del rapporto parentale e dal conseguente sconvolgimento dell’esistenza.
Con il terzo motivo si sostiene ?art. 360 n. 3 c.p.c.: violazione e falsa applicazione ed interpretazione degli artt. 91 e 92 c.p.c.?.
Ritengono i ricorrenti che la Corte d’appello ha respinto il loro ricorso incidentale su aspetti marginali, mentre ha riconfermato la responsabilità del B. nella causazione del sinistro dichiarando infondato il primo motivo d’appello e accogliendo in parte il secondo e terzo motivo in punto di quantum. Ad avviso dei ricorrenti del tutto ingiustificata e priva di motivazione è la compensazione delle spese del giudizio di secondo grado.
Il motivo è infondato.
Premesso infatti che nella fattispecie si applica l’art. 92 nell’originaria formulazione, non viola tale norma, né quella di cui all’art. 91 c.p.c., la disposta compensazione delle spese effettuata dal giudice in appello, con riferimento al ridotto accoglimento della domanda.
La nozione di soccombenza reciproca, che consente la compensazione parziale o totale tra le parti delle spese processuali (art. 92, secondo comma, c.p.c.), sottende – anche in relazione al principio di causalità – una pluralità di domande contrapposte, accolte o rigettate e che si siano trovate in cumulo nel medesimo processo fra le stesse parti, ovvero anche l’accoglimento parziale dell’unica domanda proposta, allorché essa sia stata articolata in più capi e ne siano stati accolti uno o alcuni e rigettati gli altri, ovvero quando la parzialità dell’accoglimento sia meramente quantitativa e riguardi una domanda articolata in un unico capo (Cass., 21 ottobre 2009, n. 22381).
In tema di regolamento delle spese processuali, il sindacato della corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa. Pertanto, esula da tale sindacato e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare a norma dell’originaria formulazione dell’art. 92 c.p.c (applicabile nella fattispecie ratione temporis) in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso con altri giusti motivi (Cass., 14 novembre 2002, n. 16012; Cass., 1 ottobre 2002, n. 14095; Cass., 11 novembre 1996, n. 9840).
Nel caso in esame il giudice d’appello non ha emesso alcuna condanna alle spese nei confronti degli attuali ricorrenti, avendo respinto il loro appello incidentale ed accolto parzialmente l’appello principale.
Pertanto esula dal sindacato di questa Corte e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto od in parte le spese di lite.
Con il quarto motivo si denuncia ?in via ipotetica, qualora le controparti, in sede di eventuale ricorso incidentale chiedessero in punto di an debeatur che venga cassata la sentenza della Corte d’appello e quindi affermato un concorso causale nella produzione dell’incidente stradale de quo a carico del sig. D.A. e quindi una responsabilità solidale e diretta della Fondiaria – Sai s.p.a. e codesta Corte affermasse un contributo eziologico anche di D.A. e quindi una responsabilità solidale e diretta della Fondiaria – Sai s.p.a. nel sinistro ove ha perso la vita il giovane R.S. , fermo restante ogni riserva in punto di eventuali eccezioni di inammissibilità improcedibilità dell’eventuale ricorso incidentale, si chiede fin d’ora che il maggior danno eventualmente riconosciuto venga posto a carico solidale di B.G. e Axa Assicurazioni da una parte e D.A. e Fondiaria – Sai dall’altra e che nessun rimborso venga ordinato ai ricorrenti provvedendo quindi le compagnie a ripartirsi le percentuali di responsabilità sul presupposto della solidarietà del debito risarcitorio?.
Il motivo deve ritenersi assorbito in assenza di ricorso incidentale da parte dell’Axa Assicurazioni.
Con il secondo ricorso, articolato in sei motivi, i ricorrenti rispettivamente denunciano: 1) ?violazione dell’art. 288 c.p.c. (art. 360 n. 3)?; 2) ?omesso esame dell’eccezione formulata dalla difesa circa l’esistenza o meno della domanda restitutoria (art. 360 n. 5)?; 3) ?violazione dei principi in materia di onere della prova?; 4) ?violazione del giudicato – art. 324 c.p.c. (art. 360 n. 3); 5) ?violazione del diritto di difesa delle sig.re R. ?; 6) ?violazione degli artt. 288 e 170 c.p.c. (art. 360 n. 3)?.[wpforms id=”21592″]
Con l’istanza di correzione i ricorrenti avevano contestato che l’Axa non aveva depositato né l’atto di citazione in appello, né il verbale di precisazione delle conclusioni con il quale era stata formulata la domanda di restituzione delle somme percepite in eccesso. Ritengono pertanto i ricorrenti che l’impugnata sentenza non si è limitata ad emendare un errore materiale ma è andata ben oltre, violando la procedura prevista dall’art. 288 c.p.c..
I motivi sono inammissibili.
Il provvedimento di correzione di errore materiale, avendo natura ordinatoria, non è suscettibile di ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. neppure per violazione del contraddittorio, in quanto non realizza una statuizione sostitutiva di quella corretta e non ha, quindi, rispetto ad essa, alcuna autonoma rilevanza, ripetendo invece da essa medesima la sua validità, così da non esprimere un suo proprio contenuto precettivo rispetto al regolamento degli interessi in contestazione: dall’art. 288, quarto comma, c.p.c. è, infatti, espressamente prevista l’impugnabilità delle parti corrette, che costituisce rimedio diretto esclusivamente al controllo della legittimità della disposta correzione (Cass., 17 maggio 2010, n. 12034).

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E’ noto -infatti- che, nel caso in cui intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni e la morte da esse determinata, “è configurabile un danno biologico risarcibile, da liquidarsi in relazione alla menomazione dell’integrità fisica patita dal danneggiato sino al decesso”, che è trasmissibile iure hereditatis e che va commisurato “soltanto alla inabilità temporanea, adeguando tuttavia la liquidazione alle circostanze del caso concreto, ossia al fatto che, se pur temporaneo, tale danno è massimo nella sua intensità ed entità, tanto che la lesione alla salute non è suscettibile di recupero ed esita, anzi, nella morte” (Cass. 15491/2014); tale danno biologico-terminale, che è sempre presente a prescindere dallo stato di coscienza del leso, va liquidato -quanto meno- negli importi previsti dalle tabelle relative alla invalidità temporanea assoluta, salvo il riconoscimento di un maggior  risarcimento (da apprezzarsi con criterio equitativo puro) nel caso in cui alla gravità delle lesioni si accompagni la sofferenza psichica (danno catastrofico) determinata dalla coscienza della gravità delle infermità e dalla consapevolezza della propria fine imminente (cfr. Cass. n. 23183/2014).

MORTO INCIDENTE DANNO BOLOGNA IMOLA FORLI CESENA RAVENNA

Nel rigettare il ricorso la Corte ribadisce un principio di diritto consolidato in giurisprudenza, secondo cui “in tema di risarcimento del danno non patrimoniale, quando all’estrema gravità delle lesioni segua, dopo un intervallo temporale brevissimo, la morte, non può essere risarcito agli eredi il danno biologico terminale connesso alla perdita della vita della vittima, come massima espressione del bene salute, ma esclusivamente il danno morale, dal primo ontologicamente distinto, fondato sull’intensa sofferenza d’animo conseguente alla consapevolezza delle condizioni cliniche seguite al sinistro”. E’ legittimo, quindi, che il giudice d’appello, confermando la decisione di primo grado, abbia disposto per la sola liquidazione del danno morale, oltre al danno patrimoniale da lucro cessante, tenendo conto del ruolo economico che la defunta aveva nell’ambito familiare.

 i danni non patrimoniali risarcibili alla vittima, trasmissibili “jure hereditatis”, possono pertanto consistere:

 

MALASANITA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA RIMINI AVVOCATO ESPERTO MALASANITA' RISARCIMENTO
Several surgeons surrounding patient on operation table during their work

  1. a) nel “danno biologico” (cd. “danno terminale”) determinato dalla lesione al bene salute quale danno-conseguenza consistente nei postumi invalidanti che hanno caratterizzato la durata concreta del periodo di vita del danneggiato dal momento della lesione fino all’exitus: l’accertamento del danno-conseguenza è questione di fatto e presuppone che le conseguenze pregiudizievoli si siano effettivamente prodotte, necessitando a tal fine che tra l’evento lesivo e il momento del decesso sia intercorso un “apprezzabile lasso temporale” (omissis);

il risarcimento del danno biologico terminale.

 

Con sentenza del 19 ottobre 2016, n. 21060 la Suprema Corte di Cassazione, sezione terza civile, torna ad affrontare una problematica di centrale importanza: il risarcimento del danno biologico terminale.

Nel caso di specie i ricorrenti in Cassazione si opponevano alla decisione della Corte di Appello di Roma: questa aveva respinto la richiesta di risarcimento del danno derivante da danni iure proprio e iure hereditatis, sofferti in conseguenza del decesso del congiunto, dopo 10 giorni di coma, all’esito di sinistro stradale.

I ricorrenti articolavano le loro doglianze, dinnanzi alla Corte di legittimità, in cinque diversi punti di cui solo i primi tre hanno trovato accoglimento.

La Corte, infatti, ha ritenuto fondata la doglianza con la quale si contestava il fatto che la corte di merito avesse rigettato la domanda di risarcimento del danno biologico iure hereditatis, pur essendo nella specie il congiunto deceduto non già nell’immediatezza bensì dopo 10 giorni dall’incidente stradale. Inoltre è stata ritenuta fondata la doglianza con la quale si contestava il fatto che la corte di merito avesse liquidato in un importo fisso il danno morale iure hereditatis, senza procedere alla relativa “personalizzazione”. Infine si è ritenuta fondata la doglianza con la quale si lamentava una liquidazione del danno morale iure hereditatis senza la valutazione del caso concreto, ed in particolar modo senza considerare l’effettiva sofferenza sopportata dal defunto nei 10 giorni trascorsi dal sinistro all’evento morte.

Come questa Corte ha avuto modo più volte di affermare, infatti, in caso di sinistro mortale,

che abbia determinato il decesso non immediato della vittima, al danno biologico terminale, consistente in un danno biologico da invalidità temporanea totale (sempre presente e che si protrae dalla data dell’evento lesivo fino a quella del decesso), può sommarsi una componente di sofferenza psichica (danno catastrofico o catastrofale).

Tuttavia, essa non ha rispettato i parametri di corretta liquidazione di tale voce di danno, altresì fissati dalla giurisprudenza di questa corte allo scopo di evitare che tale pregiudizio, di breve durata temporale nella vita di una persona, ma percepito nella massima intensità ed altresì di massima gravità nei valori coinvolti, venga liquidato in misura bagatellare, in assoluto inidonea a costituirne un adeguato ristoro, rispettoso dei valori della persona umana.

Come questa Corte ha anche di recente ribadito (v. Cass. n. 23183/2014), laddove la liquidazione del danno biologico terminale può essere effettuata sulla base delle tabelle relative all’invalidità temporanea, in relazione al danno cd. catastrofale la natura peculiare del pregiudizio comporta la necessità di una liquidazione che si affidi ad un criterio equitativo puro, che tenga conto della “enormità” del pregiudizio, giacché tale danno, sebbene temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità, tanto da esitare nella morte.

MORTO INCIDENTE DANNO BOLOGNA IMOLA FORLI CESENA RAVENNA

he l’evento morte non rileva di per sè ai fini del risarcimento, atteso che la morte (e cioè: la perdita della vita) è fuori dal danno biologico, poichè il danno alla salute presuppone pur sempre un soggetto in vita; ma è altrettanto vero che nessun danno alla salute è più grave, per entità ed intensità, di quello che, trovando causa nelle lesioni che esitano nella morte, temporalmente la precede. In questo caso, infatti, il danno alla salute raggiunge quantitativamente la misura del 100%, con l’ulteriore fattore “aggravante”, rispetto al danno da inabilità temporanea assoluta, che il danno biologico terminale è più intenso perchè l’aggressione subita dalla salute dell’individuo incide anche sulla possibilità di essa di recuperare (in tutto o in parte) le funzionalità perdute o quanto meno di stabilizzarsi sulla perdita funzionale già subita, atteso che anche questa capacità recuperatoria o, quanto meno stabilizzatrice, della salute risulta irreversibilmente compromessa. La salute danneggiata non solo non recupera (cioè non “migliora”) nè si stabilizza, ma degrada verso la morte; quest’ultimo evento rimane fuori dal danno alla salute, per i motivi sopra detti, ma non la “progressione” verso di esso, poichè durante detto periodo il soggetto leso era ancora in vita (in tal senso, Cass. sez. 3^, 23.6.2006 n. 3766).

Posto ciò ritiene il Collegio di dover aderire al principio secondo cui, in caso di lesione che abbia portato a breve distanza di tempo ad esito letale, sussiste in capo alla vittima che abbia percepito lucidamente l’approssimarsi della morte, un danno biologico di natura psichica, la cui entità non dipende dalla durata dell’intervallo tra lesione e morte, bensì dell’intensità della sofferenza provata dalla vittima dell’illecito ed il cui risarcimento può essere reclamato dagli eredi della vittima (Cass. sez. 3^, 14.2.2007 n. 3260; Cass. sez. 3^, 2.4.2001 n. 4783, che in maniera incisiva fa riferimento alla “presenza di un danno “catastrofico” per intensità a carico della psiche del soggetto che attende lucidamente l’estinzione della propria vita”).

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, deve procedere necessariamente alla cd. “personalizzazione” degli stessi, costituita dall’adeguamento al caso concreto atteso che, siccome più volte ribadito da questa Corte, la legittimità dell’utilizzazione di detti ultimi sistemi liquidatori è pur sempre fondata sul potere di liquidazione equitativa del giudice.

E la liquidazione del quantum, se supportata da una motivazione congrua e coerente sul piano logico, e rispettosa dei principi giuridici applicabili alla materia, è sottratta a qualsiasi censura in sede di legittimità.

Orbene, nel caso di specie la Corte territoriale, nel confermare la statuizione sul punto del primo giudice, ha rilevato, riportandosi agli esiti della consulenza medico legale effettuata, che il B., nei quattro giorni precedenti il decesso, aveva “subito un danno psichico totale per la presenza di una sofferenza e di una disperazione esistenziale di tale intensità da determinare nella percezione del defunto un danno catastrofico”, in una situazione di “attesa lucida e disperata dell’estinzione della vita”.

LEGATO ,EREDE, AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA IMOLA RAVENNA FORLI LUGO Il legatario invece acquista diritti patrimoniali specifici (es. un immobile, una somma di denaro) e non risponde dei debiti ereditari.     eredità e legato:  quando il testamento contiene disposizioni a titolo universale, si ha l’istituzione di erede;  quando contiene disposizioni a titolo particolare, istituisce deilegati. (Art. 588 c.c. “Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e attribuiscono la qualifica di erede, se comprendono l’universalità o una quo

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LEGATO ,EREDE, AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA IMOLA RAVENNA FORLI LUGO Il legatario invece acquista diritti patrimoniali specifici (es. un immobile, una somma di denaro) e non risponde dei debiti ereditari.     eredità e legato:  quando il testamento contiene disposizioni a titolo universale, si ha l’istituzione di erede;  quando contiene disposizioni a titolo particolare, istituisce deilegati. (Art. 588 c.c. “Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e attribuiscono la qualifica di erede, se comprendono l’universalità o una quo
LEGATO ,EREDE, AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA IMOLA RAVENNA FORLI LUGO Il legatario invece acquista diritti patrimoniali specifici (es. un immobile, una somma di denaro) e non risponde dei debiti ereditari.     eredità e legato:  quando il testamento contiene disposizioni a titolo universale, si ha l’istituzione di erede;  quando contiene disposizioni a titolo particolare, istituisce deilegati. (Art. 588 c.c. “Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e attribuiscono la qualifica di erede, se comprendono l’universalità o una quo

LEGATO ,EREDE, AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA IMOLA RAVENNA FORLI LUGO Il legatario invece acquista diritti patrimonialispecifici (es. un immobile, una somma di denaro) e non risponde dei debiti ereditari.

LEGATO ,EREDE, AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA IMOLA RAVENNA FORLI LUGO Il legatario invece acquista diritti patrimoniali specifici (es. un immobile, una somma di denaro) e non risponde dei debiti ereditari.     eredità e legato:  quando il testamento contiene disposizioni a titolo universale, si ha l’istituzione di erede;  quando contiene disposizioni a titolo particolare, istituisce deilegati. (Art. 588 c.c. “Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e attribuiscono la qualifica di erede, se comprendono l’universalità o una quo
LEGATO ,EREDE, AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA IMOLA RAVENNA FORLI LUGO Il legatario invece acquista diritti patrimoniali specifici (es. un immobile, una somma di denaro) e non risponde dei debiti ereditari.     eredità e legato:  quando il testamento contiene disposizioni a titolo universale, si ha l’istituzione di erede;  quando contiene disposizioni a titolo particolare, istituisce deilegati. (Art. 588 c.c. “Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e attribuiscono la qualifica di erede, se comprendono l’universalità o una quo

eredità e legato

  • quando il testamento contiene disposizioni a titolo universale, si ha l’istituzione di erede

  • quando contiene disposizioni a titolo particolare, istituisce dei  legati.

(Art. 588 c.c. “Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e attribuiscono la qualifica di erede, se comprendono l’universalità o una quota dei beni del testatore. Le altre disposizioni sono a titolo particolare e attribuiscono la qualifica di legatario”).

L’erede quindi subentra nell’intero patrimonio o in una quota di esso (per esempio un terzo o un diciottesimo), comprendente sia rapporti attivi che passivi.

Il legatario invece acquista diritti patrimonialispecifici (es. un immobile, una somma di denaro) e non risponde dei debiti ereditari.

In riferimento al legato in sostituzione di legittima si può rilevare — daun punto di vista storico — come il codice oggi vigente, a differenza del codi-ce del 1865 (

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), preveda espressamente la figura del legato posto a tacitazionedei diritti del legittimario beneficiato.Pur mancando all’interno del codice previgente una disposizione norma-tiva specificatamente dedicata al legato in sostituzione di legittima la figuraera comunemente ammessa ancorché con una marcata divisione in dottrina circa la ricostruzione della fattispecie.

LEGATO ,EREDE, AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA IMOLA RAVENNA FORLI LUGO Il legatario invece acquista diritti patrimoniali specifici (es. un immobile, una somma di denaro) e non risponde dei debiti ereditari.     eredità e legato:  quando il testamento contiene disposizioni a titolo universale, si ha l’istituzione di erede;  quando contiene disposizioni a titolo particolare, istituisce deilegati. (Art. 588 c.c. “Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e attribuiscono la qualifica di erede, se comprendono l’universalità o una quo
LEGATO ,EREDE, AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA IMOLA RAVENNA FORLI LUGO Il legatario invece acquista diritti patrimoniali specifici (es. un immobile, una somma di denaro) e non risponde dei debiti ereditari.     eredità e legato:  quando il testamento contiene disposizioni a titolo universale, si ha l’istituzione di erede;  quando contiene disposizioni a titolo particolare, istituisce deilegati. (Art. 588 c.c. “Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e attribuiscono la qualifica di erede, se comprendono l’universalità o una quo

Il motivo è fondato.

Ed, invero, premesso che non è stata contestata la qualificazione in termini di legato di specie della disposizione oggetto di causa, anche alla luce della natura evidentemente divisibile e fungibile delle res legate, effettivamente deve condividersi (ed anche alla luce del richiamo alla previsione di cui all’art. 754 c.c.) la conclusione della Corte d’Appello circa l’inesistenza di una situazione tale da imporre il litisconsorzio necessario tra tutti i coeredi in relazione alla domanda principale di adempimento del legato.

Tuttavia, il ricorrente in via riconvenzionale, come si ricava anche dall’esposizione della sentenza gravata (cfr. la premessa alla soluzione offerta al terzo motivo di appello), aveva richiesto anche la risoluzione della disposizione a titolo di legato, in ragione del preteso inadempimento della legataria alle obbligazioni sulla medesima gravanti a titolo di onere (non potendosi quindi reputare, come invece sostenuto dalla controricorrente che la risoluzione fosse stata oggetto di una mera eccezione).

Trattasi peraltro di un onere che grava sull’intero legato e quindi sulle posizioni di tutti gli onerati, e ciò a prescindere dal fatto che ognuno fosse tenuto pro quota a soddisfare il legato medesimo, dovendosi quindi ritenere che l’eventuale risoluzione debba necessariamente produrre i suoi effetti, ove accolta, in favore di tutti i coeredi.

In tal senso si veda quanto affermato da Cass. n. 1479 del 22/04/1977, la quale ha affermato che la sentenza la quale, pur rigettando la domanda di risoluzione del contratto, condanni in solido al risarcimento dei danni da inadempimento gli eredi dell’originario convenuto, nei confronti dei quali il processo era stato riassunto in appello, qualora venga impugnata per Cassazione soltanto da uno degli eredi per contestare la mancata ripartizione pro quota del debito e il vincolo di solidarietà fra i coeredi del debitore, passa in giudicato in ordine alla domanda di risoluzione e l’oggetto del giudizio resta fissato nella sola autonoma domanda di risarcimento. Ciò comporta l’interruzione del vincolo che legava gli eredi del convenuto originario ed esclude la necessità che gli altri eredi siano chiamati a partecipare al giudizio di legittimità, poichè, rispetto alla domanda di risarcimento dei danni da inadempimento – sia che si ritenga solidale, sia che si ritenga divisibile l’obbligazione relativa – non sussiste litisconsorzio necessario, trattandosi di domanda scindibile nei confronti dei vari debitori.

Orbene, da tale precedente si ricava il condivisibile principio che laddove sia in contestazione unicamente il diritto a ricevere la prestazione derivante dal contratto concluso dal de cuius (ovvero, come nel caso in esame, dalla disposizione a titolo di legato) non sussiste litisconsorzio necessario tra i coeredi, litisconsorzio che invece va riconosciuto nel caso in cui sia ancora in contestazione la risoluzione del rapporto contrattuale (o negoziale) generatore delle obbligazioni inadempiute.

La proposizione della domanda di risoluzione per l’inadempimento dell’onere apposto alla previsione a titolo di legato gravante su tutti i coeredi, impone quindi di ritenere che sussista il litisconsorzio necessario, non solo tra il ricorrente e la legataria, ma anche nei riguardi di tutti gli altri onerati.

Sulla successione testamentaria:

l'”institutio ex re certa” ha ad oggetto un bene determinato e solo di riflesso la quota, sicché l’alienazione successiva del bene attribuito implica la revoca della istituzione di erede o l’attribuzione di una quota maggiore rispetto a quella assegnata a favore di altro coerede, senza che possa trovare applicazione l’art. 686 c.c. in materia di legato in quanto l’art. 588, comma 2, c.c. consente di determinare la quota spettante all’erede sulla base del valore dei beni assegnati ed in rapporto al valore del restante patrimonio eventualmente assegnato ad altri coeredi.

Al fine di distinguere tra disposizioni testamentarie a titolo universale — che, indipendentemente dalle espressioni e dalle denominazioni usate dal testatore, sono attributive della qualità di erede — e disposizioni a titolo particolare — che, invece attribuiscono la sola qualità di legatario — il giudice deve compiere sia una indagine di carattere oggettivo riferita al contenuto dell’atto sia una indagine di carattere soggettivo riferita all’intenzione del testatore. Ne consegue che soltanto in seguito a tali duplici indagini — che sono di competenza del giudice del merito e i cui risultati non sono censurabili in sede di legittimità se congruamente motivati — può stabilirsi se attraverso l’assegnazione di beni determinati il testatore abbia inteso attribuire una quota del proprio patrimonio unitariamente considerato (sicché la successione in esso è a titolo universale) ovvero abbia inteso escludere l’istituzione dell’universum ius (sicché la successione è a titolo di legato).

La volontà di diseredazione di alcuni successibili può valere a fare riconoscere una contestuale volontà di istituzione di tutti gli altri successibili non diseredati solo quando, dallo stesso tenore della manifestazione di volontà o dal tenore complessivo dell’atto che la contiene, risulti la effettiva esistenza della anzidetta autonoma positiva volontà del dichiarante, con la conseguenza che solo in tal caso è consentito ricercare, anche attraverso elementi esterni e diversi dallo scritto
l’effettivo contenuto della volontà di istituzione.

L’avere il testatore attribuito a taluno singoli beni facenti parte del suo patrimonio non comporta necessariamente il carattere di legato dell’attribuzione, poiché per stabilire se questa sia a titolo universale o a titolo particolare occorre stabilire se la disposizione sia stata fatta dal disponente in relazione al complesso del suo patrimonio, all’universum ius, oppure secondo una specifica individuazione dell’oggetto attribuito, in sé considerato e senza relazione alcuna con l’intero e globale patrimonio stesso. Pertanto, quando l’attribuzione di quota del patrimonio, ancorché individuata quanto al suo aspetto materiale nei componenti, avviene per classi o gruppi di beni (come, come ad es.: tutti i mobili o tutti gli immobili, e/o quote di essi) è da ritenere, se altri elementi intrinseci della scheda non depongano chiaramente il contrario, che l’attribuzione stessa abbia luogo a titolo universale, onde il beneficiario acquista la qualità di erede e non già quella di legatario. (Nella specie i giudici del merito avevano considerato a titolo universale la disposizione con cui il testatore attribuiva ad un soggetto la nuda proprietà di tutti i beni immobili e ad altro la proprietà di tutti i beni mobili. La Corte di cassazione ha ritenuto incensurabile, perché adeguatamente motivata, tale interpretazione della volontà del disponente).

distinzione tra erede e legatario

ai sensi dell’art. 588 cod. civ., l’assegnazione di beni determinati configura una successione a titolo universale (“institutio ex re certa”) qualora il testatore abbia inteso chiamare l’istituito nell’universalità dei beni o in una quota del patrimonio relitto, mentre deve interpretarsi come legato se egli abbia voluto attribuire singoli, individuati, beni. L’indagine diretta ad accertare se ricorra l’una o l’altra ipotesi si risolve in un apprezzamento di fatto, riservato ai giudici del merito e, quindi, incensurabile in cassazione, se congruamente motivato.

In tema di interpretazione del testamento, l’institutio ex re certa configura, ai sensi dell’art. 588 c.c., una successione a titolo universale nel patrimonio del de cuius qualora il testatore, nell’attribuire determinati beni, abbia fatto riferimento alla quota di legittima spettante all’istituito, avendo in tal modo inteso considerare i beni come una frazione rappresentativa dell’intero patrimonio ereditario.

L’assegnazione di beni determinati deve interpretarsi, ai sensi dell’art. 588 c.c., come disposizione erditaria (institutio ex re certa), qualora il testatore abbia inteso chiamare l’istituito nell’universalità dei beni o in una parte indeterminata di essi, considerata in funzione di quota del patrimonio relitto, mentre deve interpretarsi come legato, se abbia voluto attribuirgli singoli individuati beni. L’indagine diretta ad accertare se ricorra l’una o l’altra ipotesi, si risolve in un apprezzamento di fatto, riservato ai giudici del merito, ed è, quindi, incensurabile in sede di legittimità se conseguentemente motivato.

Ai sensi del secondo comma dell’art. 588 c.c. l’assegnazione di beni determinati (institutio ex re certa) può essere interpretata come disposizione a titolo universale qualora risulti che il testatore, pur avendo indicato beni determinati, abbia in effetti inteso assegnare questi come quota del patrimonio ereditario. A tal fine l’indagine, di carattere obiettivo circa il contenuto dell’atto, nel senso dell’attribuzione dell’universalità dei beni o di una quota aritmetica di essi oppure dell’attribuzione di un bene o di un complesso di beni determinati, è di carattere soggettivo sull’intenzione del testatore, e deve essere più completa e penetrante di quella necessaria quando invece il testatore detta le disposizioni con riferimento alla quantità indeterminata dei suoi beni.

La qualità di erede non può essere desunta che dal contenuto obiettivo del testamento, essendo irrilevante a tal fine l’indagine sul comportamento degli eredi o dei legatari e sull’interpretazione che gli stessi abbiano dato al testamento.

LEGATO ,EREDE, AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA IMOLA RAVENNA FORLI LUGO Il legatario invece acquista diritti patrimoniali specifici (es. un immobile, una somma di denaro) e non risponde dei debiti ereditari.     eredità e legato:  quando il testamento contiene disposizioni a titolo universale, si ha l’istituzione di erede;  quando contiene disposizioni a titolo particolare, istituisce deilegati. (Art. 588 c.c. “Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e attribuiscono la qualifica di erede, se comprendono l’universalità o una quo
LEGATO ,EREDE, AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA IMOLA RAVENNA FORLI LUGO Il legatario invece acquista diritti patrimoniali specifici (es. un immobile, una somma di denaro) e non risponde dei debiti ereditari.     eredità e legato:  quando il testamento contiene disposizioni a titolo universale, si ha l’istituzione di erede;  quando contiene disposizioni a titolo particolare, istituisce deilegati. (Art. 588 c.c. “Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e attribuiscono la qualifica di erede, se comprendono l’universalità o una quo

Ed, invero, premesso che non è stata contestata la qualificazione in termini di legato di specie della disposizione oggetto di causa, anche alla luce della natura evidentemente divisibile e fungibile delle res legate, effettivamente deve condividersi (ed anche alla luce del richiamo alla previsione di cui all’art. 754 c.c.) la conclusione della Corte d’Appello circa l’inesistenza di una situazione tale da imporre il litisconsorzio necessario tra tutti i coeredi in relazione alla domanda principale di adempimento del legato

Tuttavia, il ricorrente in via riconvenzionale, come si ricava anche dall’esposizione della sentenza gravata (cfr. la premessa alla soluzione offerta al terzo motivo di appello), aveva richiesto anche la risoluzione della disposizione a titolo di legato, in ragione del preteso inadempimento della legataria alle obbligazioni sulla medesima gravanti a titolo di onere (non potendosi quindi reputare, come invece sostenuto dalla controricorrente che la risoluzione fosse stata oggetto di una mera eccezione).

Trattasi peraltro di un onere che grava sull’intero legato e quindi sulle posizioni di tutti gli onerati, e ciò a prescindere dal fatto che ognuno fosse tenuto pro quota a soddisfare il legato medesimo, dovendosi quindi ritenere che l’eventuale risoluzione debba necessariamente produrre i suoi effetti, ove accolta, in favore di tutti i coeredi.

In tal senso si veda quanto affermato da Cass. n. 1479 del 22/04/1977, la quale ha affermato che la sentenza la quale, pur rigettando la domanda di risoluzione del contratto, condanni in solido al risarcimento dei danni da inadempimento gli eredi dell’originario convenuto, nei confronti dei quali il processo era stato riassunto in appello, qualora venga impugnata per Cassazione soltanto da uno degli eredi per contestare la mancata ripartizione pro quota del debito e il vincolo di solidarietà fra i coeredi del debitore, passa in giudicato in ordine alla domanda di risoluzione e l’oggetto del giudizio resta fissato nella sola autonoma domanda di risarcimento. Ciò comporta l’interruzione del vincolo che legava gli eredi del convenuto originario ed esclude la necessità che gli altri eredi siano chiamati a partecipare al giudizio di legittimità, poichè, rispetto alla domanda di risarcimento dei danni da inadempimento – sia che si ritenga solidale, sia che si ritenga divisibile l’obbligazione relativa – non sussiste litisconsorzio necessario, trattandosi di domanda scindibile nei confronti dei vari debitori.

Orbene, da tale precedente si ricava il condivisibile principio che laddove sia in contestazione unicamente il diritto a ricevere la prestazione derivante dal contratto concluso dal de cuius (ovvero, come nel caso in esame, dalla disposizione a titolo di legato) non sussiste litisconsorzio necessario tra i coeredi, litisconsorzio che invece va riconosciuto nel caso in cui sia ancora in contestazione la risoluzione del rapporto contrattuale (o negoziale) generatore delle obbligazioni inadempiute.

La proposizione della domanda di risoluzione per l’inadempimento dell’onere apposto alla previsione a titolo di legato gravante su tutti i coeredi, impone quindi di ritenere che sussista il litisconsorzio necessario, non solo tra il ricorrente e la legataria, ma anche nei riguardi di tutti gli altri onerati.

A tal fine va altresì ricordato che a mente dell’ultimo comma dell’art. 677 c.c., nel caso in cui risulti pronunziata la risoluzione del legato, che nella fattispecie ha carattere unitario essendo posto a carico di tutti i coeredi, ancorchè tenuti al suo inadempimento pro quota, gli eredi subentrerebbero nell’onere, sicchè appare confermata la correttezza della soluzione che impone che la giudizio che investe la risoluzione del modus debbano necessariamente prendere parte tutti i soggetti che verrebbero a subentrare negli obblighi imposti dal de cuius al legatario inadempiente.

Deve quindi affermarsi che il litisconsorzio necessario operi anche laddove la domanda di risoluzione investa la disposizione testamentaria che in maniera unitaria abbia previsto un legato a carico di tutti i coeredi.

L’accoglimento del primo motivo determina poi l’assorbimento del secondo motivo di ricorso con il quale si denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c., e dell’art. 661 c.c., trattandosi di censura che investe l’accertamento dell’esatta determinazione dell’oggetto del legato, e del terzo motivo di ricorso che investe direttamente il riscontro circa l’inadempimento dell’onere da parte della legataria.

La sentenza impugnata deve essere cassata e rimessa al giudice di primo grado ex art. 383 c.p.c., comma 3, trattandosi di nullità che, ove rilevata dal giudice di appello avrebbe determinato la rimessione della causa al giudice di primo grado.

LEGATO ,EREDE, AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA IMOLA RAVENNA FORLI LUGO Il legatario invece acquista diritti patrimoniali specifici (es. un immobile, una somma di denaro) e non risponde dei debiti ereditari.     eredità e legato:  quando il testamento contiene disposizioni a titolo universale, si ha l’istituzione di erede;  quando contiene disposizioni a titolo particolare, istituisce deilegati. (Art. 588 c.c. “Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e attribuiscono la qualifica di erede, se comprendono l’universalità o una quo
LEGATO ,EREDE, AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA IMOLA RAVENNA FORLI LUGO Il legatario invece acquista diritti patrimoniali specifici (es. un immobile, una somma di denaro) e non risponde dei debiti ereditari.     eredità e legato:  quando il testamento contiene disposizioni a titolo universale, si ha l’istituzione di erede;  quando contiene disposizioni a titolo particolare, istituisce deilegati. (Art. 588 c.c. “Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e attribuiscono la qualifica di erede, se comprendono l’universalità o una quo

Cassazione Civile

sez. VI – 2

Ordinanza 22/01/2018, n. 1468

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE 

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16408/2016 proposto da:

V.L., elettivamente domiciliato in ROMA, alla VIA BOCCHERINI 3, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCA PELLEGRINI, e rappresentato e difeso dall’avvocato GIORGIO BASEI in virtù di procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

CONGREGAZIONE PER L’EVANGELIZZAZIONE DEI POPOLI, elettivamente domiciliata in ROMA, al VIALE PARIOLI 180, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO LUIGI BRASCHI che la rappresenta e difende in virtù di procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

CASSA DI RISPARMIO DI FERMO S.P.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 630/2015 della CORTE D’APPELLO di ANCONA, depositata il 5/6/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 19/10/2017 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

Letta la memoria depositata dalla controricorrente.

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Con testamento pubblico del 12 febbraio 2001, V.D. nominava eredi i nipoti V.L., F., M.E. e P., e disponeva a favore delle Pontificie Opere Missionarie, organizzazione dipendente dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, un legato avente ad oggetto tutto il denaro della de cuius depositato presso la Succursale di (OMISSIS) della Cassa di Risparmio di Fermo, nonchè tutti i titoli e/o valori mobiliari depositati presso la medesima Succursale, con l’onere che venissero celebrate 30 Messe Gregoriane in suffragio della propria anima, di quella dei defunti genitori e dei defunti fratelli.

Intervenuto il decesso della testatrice in data (OMISSIS), l’ente beneficiario del legato richiedeva agli eredi l’adempimento, inoltrando copia del testamento anche all’istituto di credito.

La banca, dopo avere segnalato l’importo delle somme appartenenti alla de cuius giacenti presso la detta succursale alla data del decesso, segnalava altresì che le posizioni relative al conto corrente ed al dossier titoli erano state estinte su richieste degli eredi, i quali erano entrati in possesso delle relative somme.

A seguito di un fitto carteggio, solo tre degli eredi, e con l’eccezione di V.L., davano seguito alla disposizione a titolo di legato, provvedendo al versamento in favore della Congregazione della quota di loro pertinenza, sicchè la legataria conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Fermo, V.L. e la Cassa di Risparmio di Fermo affinchè, previo accertamento della validità del legato, il primo fosse condannato al pagamento della quota di sua spettanza sulle somme oggetto del legato, con la condanna altresì in solido della banca per avere consentito lo svincolo delle somme, provocando in tal modo un danno alla beneficiaria.

Si costituiva il V. che in via preliminare eccepiva il difetto del litisconsorzio necessario in quanto non erano stati evocati in giudizio tutti gli eredi universali.

Nel merito sosteneva che il legato fosse affetto da nullità, poichè sul conto corrente della de cuius erano confluite anche somme appartenenti ai nipoti, in quanto ricavate dalla vendita di proprietà immobiliari che erano in comunione tra la de cuius ed i nipoti stessi.

Chiedeva altresì pronunziarsi la risoluzione della disposizione a titolo di legato ex art. 648 c.c., atteso l’inadempimento della legataria all’onere disposto da parte della testatrice.

Il Tribunale con la sentenza n. 257 del 14 maggio 2009 accoglieva la domanda della Congregazione e per l’effetto condannava il V. al pagamento della somma di Euro 87.004,38 oltre interessi legali a far data dal (OMISSIS) al saldo, rigettando invece la domanda proposta nei confronti della Cassa di Risparmio.

Avverso tale sentenza proponeva appello il V., e la Corte d’Appello di Ancona, nella resistenza di entrambe le appellate, rigettava il gravame principale ed incidentale (promosso dalla Congregazione in ordine al rigetto della domanda proposta nei confronti della Cassa di Risparmio).

Ad avviso dei giudici di appello andava esclusa la violazione della regola del litisconsorzio necessario, di cui si doleva l’appellante, che sosteneva la necessità della partecipazione al giudizio di tutti i coeredi, e ciò in quanto non ricorreva alcuna ipotesi di litisconsorzio necessario atteso che il giudizio verteva unicamente sull’accertamento dell’inadempimento del V. rispetto all’obbligazione scaturente dalla disposizione a titolo di legato, e nei limiti della quota di sua spettanza.

Del pari andava disatteso il secondo motivo di appello vertente sulla pretesa nullità del legato, in quanto avente ad oggetto somme non appartenenti alla de cuius, rilevandosi che la prova circa il fatto che il ricavato della vendita dei beni comuni fosse confluito esclusivamente sul conto della de cuius non era stata fornita, e ciò in quanto l’estratto conto, dal quale risultano versamenti di notevole consistenza coevi alle alienazioni delle proprietà, era stato tardivamente prodotto solo in grado di appello, senza che peraltro il documento avesse i requisiti della indispensabilità.

Veniva altresì rigettato il terzo motivo di appello, finalizzato ad ottenere la risoluzione del legato per inadempimento della legataria, osservandosi che, sebbene non fosse condivisibile la valutazione del Tribunale circa l’inesistenza di un’obbligazione in senso giuridico siccome scaturente dalla richiesta della testatrice di celebrare delle messe in suffragio, tuttavia, in assenza di un termine nel quale adempiere tale obbligazione, ed in mancanza di una manifestazione della volontà di non adempiere da parte dell’attrice, non poteva darsi seguito alla richiesta di risoluzione.

Infine, disatteso il quarto motivo dell’appello principale, essendo infatti emerso che il V. aveva estinto le posizioni della de cuius presso la Banca, non provvedendo, a differenza degli altri coeredi, ad adempiere il legato per quanto di sua spettanza, rigettava altresì l’appello incidentale della Congregazione, osservando che, proprio in ragione della configurazione del legato in oggetto quale legato di specie, quale pacificamente assegnata dal Tribunale e non contestata in appello, la proprietà delle somme era sì passata alla legataria alla data di apertura della successione, ma era pur sempre necessario richiederne il possesso agli eredi, e solo in seguito alla banca.

Era però emerso che la Congregazione si era rivolta alla banca solo in data 10 maggio 2003, allorquando però i coeredi avevano già estinto i rapporti bancari intestati dalla zia, e senza che la banca potesse opporre alcunchè, non essendole ancora pervenuta la richiesta della legataria.

Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso V.L. sulla base di tre motivi.

La Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli ha resistito con controricorso.

La Cassa di Risparmio di Fermo S.p.A. non ha svolto difese in questa fase.

Con il primo motivo di ricorso si denunzia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione e falsa applicazione dell’art. 102 c.p.c.

Si rileva che diversamente da quanto affermato dalla Corte d’Appello, il giudizio non verteva unicamente sulla richiesta di accertamento dell’inadempimento e di condanna del ricorrente al pagamento della parte del legato dal medesimo dovuta, nella qualità di coerede, ma investiva anche la domanda riconvenzionale di risoluzione per inadempimento della disposizione mortis causa, per il mancato adempimento dell’onere da parte della legataria.

Il motivo è fondato.

Ed, invero, premesso che non è stata contestata la qualificazione in termini di legato di specie della disposizione oggetto di causa, anche alla luce della natura evidentemente divisibile e fungibile delle res legate, effettivamente deve condividersi (ed anche alla luce del richiamo alla previsione di cui all’art. 754 c.c.) la conclusione della Corte d’Appello circa l’inesistenza di una situazione tale da imporre il litisconsorzio necessario tra tutti i coeredi in relazione alla domanda principale di adempimento del legato.

Tuttavia, il ricorrente in via riconvenzionale, come si ricava anche dall’esposizione della sentenza gravata (cfr. la premessa alla soluzione offerta al terzo motivo di appello), aveva richiesto anche la risoluzione della disposizione a titolo di legato, in ragione del preteso inadempimento della legataria alle obbligazioni sulla medesima gravanti a titolo di onere (non potendosi quindi reputare, come invece sostenuto dalla controricorrente che la risoluzione fosse stata oggetto di una mera eccezione).

Trattasi peraltro di un onere che grava sull’intero legato e quindi sulle posizioni di tutti gli onerati, e ciò a prescindere dal fatto che ognuno fosse tenuto pro quota a soddisfare il legato medesimo, dovendosi quindi ritenere che l’eventuale risoluzione debba necessariamente produrre i suoi effetti, ove accolta, in favore di tutti i coeredi.

In tal senso si veda quanto affermato da Cass. n. 1479 del 22/04/1977, la quale ha affermato che la sentenza la quale, pur rigettando la domanda di risoluzione del contratto, condanni in solido al risarcimento dei danni da inadempimento gli eredi dell’originario convenuto, nei confronti dei quali il processo era stato riassunto in appello, qualora venga impugnata per Cassazione soltanto da uno degli eredi per contestare la mancata ripartizione pro quota del debito e il vincolo di solidarietà fra i coeredi del debitore, passa in giudicato in ordine alla domanda di risoluzione e l’oggetto del giudizio resta fissato nella sola autonoma domanda di risarcimento. Ciò comporta l’interruzione del vincolo che legava gli eredi del convenuto originario ed esclude la necessità che gli altri eredi siano chiamati a partecipare al giudizio di legittimità, poichè, rispetto alla domanda di risarcimento dei danni da inadempimento – sia che si ritenga solidale, sia che si ritenga divisibile l’obbligazione relativa – non sussiste litisconsorzio necessario, trattandosi di domanda scindibile nei confronti dei vari debitori.

Orbene, da tale precedente si ricava il condivisibile principio che laddove sia in contestazione unicamente il diritto a ricevere la prestazione derivante dal contratto concluso dal de cuius (ovvero, come nel caso in esame, dalla disposizione a titolo di legato) non sussiste litisconsorzio necessario tra i coeredi, litisconsorzio che invece va riconosciuto nel caso in cui sia ancora in contestazione la risoluzione del rapporto contrattuale (o negoziale) generatore delle obbligazioni inadempiute.

AFFIDO FIGLI MINORI AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
AFFIDO FIGLI MINORI AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA

La proposizione della domanda di risoluzione per l’inadempimento dell’onere apposto alla previsione a titolo di legato gravante su tutti i coeredi, impone quindi di ritenere che sussista il litisconsorzio necessario, non solo tra il ricorrente e la legataria, ma anche nei riguardi di tutti gli altri onerati.

A tal fine va altresì ricordato che a mente dell’ultimo comma dell’art. 677 c.c., nel caso in cui risulti pronunziata la risoluzione del legato, che nella fattispecie ha carattere unitario essendo posto a carico di tutti i coeredi, ancorchè tenuti al suo inadempimento pro quota, gli eredi subentrerebbero nell’onere, sicchè appare confermata la correttezza della soluzione che impone che la giudizio che investe la risoluzione del modus debbano necessariamente prendere parte tutti i soggetti che verrebbero a subentrare negli obblighi imposti dal de cuius al legatario inadempiente.

Deve quindi affermarsi che il litisconsorzio necessario operi anche laddove la domanda di risoluzione investa la disposizione testamentaria che in maniera unitaria abbia previsto un legato a carico di tutti i coeredi.

L’accoglimento del primo motivo determina poi l’assorbimento del secondo motivo di ricorso con il quale si denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c., e dell’art. 661 c.c., trattandosi di censura che investe l’accertamento dell’esatta determinazione dell’oggetto del legato, e del terzo motivo di ricorso che investe direttamente il riscontro circa l’inadempimento dell’onere da parte della legataria.

La sentenza impugnata deve essere cassata e rimessa al giudice di primo grado ex art. 383 c.p.c., comma 3, trattandosi di nullità che, ove rilevata dal giudice di appello avrebbe determinato la rimessione della causa al giudice di primo grado.

Il giudice del rinvio che si designa nel Tribunale di Fermo, persona di diverso magistrato, provvederà anche sulle spese del presente giudizio. 

P.Q.M.

Accoglie il primo motivo di ricorso, ed assorbiti gli altri motivi, cassa la sentenza impugnata con rinvio ex art. 383 c.p.c., comma 3, al Tribunale di Fermo, che provvederà anche sulle spese delle presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 19 ottobre 2017.

Depositato in Cancelleria il 22 gennaio 2018

CASA CONIUGALE AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA IMOLA CASTELLO D’ARGILE PIANORO BUDRIO L’assegnazione della casa familiare spesso è uno scoglio alla definizione pacifica delle cause di separazione, divorzio e regolamentazione dei rapporti dei genitori non sposati proprio perché nella casa, più che in altri beni,

SEI SICURO CHE TI LASCIA LA CASA CONIUGALE SE TI SPETTA?

CASA CONIUGALE AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA IMOLA CASTELLO DARGILE PIANORO BUDRIO

La problematica della casa coniugale:

In ipotesi di separazione personale dei coniugi, l’assegnazione della casa familiare, in presenza di figli minori o maggiorenni non autosufficienti, spetta di preferenza e ove possibile (perciò non necessariamente) al coniuge cui vengano affidati i figli medesimi, mentre, in assenza di figli, può essere utilizzata come strumento per realizzare (in tutto o in parte) il diritto al mantenimento del coniuge privo di adeguati redditi propri.

 

SE VI SONO FIGLI trattandosi di provvedimento da adottare nel preminente interesse della prole,

il giudice può provvedere alla suddetta assegnazione anche in mancanza di una specifica domanda di parte, mentre nel secondo caso,

 trattandosi di questione concernente il regolamento dei rapporti patrimoniali tra coniugi,

L’ assegnazione presuppone un’apposita domanda del coniuge richiedente il mantenimento, onde non è configurabile in ogni caso un dovere (e un potere) del giudice di identificare ed assegnare comunque la casa familiare anche in assenza di qualsivoglia istanza in tal senso (Cassazione civile, sez. I, 11 aprile 2000, n. 4558).

L’assegnazione della casa familiare spesso è uno scoglio alla definizione pacifica delle cause di separazione, divorzio e regolamentazione dei rapporti dei genitori non sposati proprio perché nella casa, più che in altri beni,

La casa familiare per l’ordinamento italiano, è il luogo ove la famiglia durevolmente e prevalentemente convive, assolvendo alle esigenze primarie dell’abitazione.

Non possono considerarsi case familiari quelle esistenti nelle località di villeggiatura, o quelle usate per soggiorni temporanei e connessi ad esigenze stagionali, pur se effettuati con periodica ed abituale ripetizione. Nei casi in cui al momento della domanda di separazione l’immobile non si configuri più come casa familiare, per essersi, per qualsiasi ragione, quell’habitat domestico, già disciolto, non può essere pronunciata l’assegnazione della casa familiare.

 

 

 

fondata la domanda di liquidazione di un’indennità a favore del proprietario (a) in una situazione di “attuale inesistenza di una pronuncia giudiziale da parte del giudice della separazione ovvero del divorzio” in “ordine al permanere delle condizioni che giustifichino il godimento e comunque (b) nell’assenza di una decisione in ordine a tali condizioni dello stesso giudice adito con la domanda di indennizzo, che dunque aveva omesso la pronuncia in argomento in ritenuta violazione dell’art. 112 c.p.c., o comunque aveva reso una motivazione carente; ciò, per giunta, contraddittoriamente in quanto, (c) pur “esclude(ndo) la legittimità di una procedura… di liberazione dell’immobile fino a revoca dell’assegnazione medesima da parte del tribunale della separazione ovvero del divorzio”, aveva nondimeno “riten(uto) fondata la domanda… di accertamento di una indennità per l’occupazione dell’immobile” (così pp. 14 e 15 ricorso). In definitiva, la ricorrente ha invocato l’affermazione che l’acquisto dell’immobile gravato dal diritto di godimento (d) non consenta., a differenza della sentenza impugnata che l’ha riconosciuto con decorrenza dalla data del decreto di trasferimento, di “attribu(ire) il diritto di esigere un’indennità… almeno sino all’intervento di una pronuncia giudiziale che disaminerà (sic) la persistenza dei requisiti legittimanti l’attribuzione” (p. 15 del ricorso).

 

 

 

 

  1. Con il primo motivo la ricorrente deduce “violazione ed errata applicazione” dell’art. 155 c.c., e L. n. 74 del 1987, art. 6, (sic; rectius, L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 6, comma 6, come sostituito dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 11) contestando l’interpretazione fornita dalla corte di merito dell’istituto dell’assegnazione della casa familiare o della convivenza e affermando che essa dovrebbe reputarsi attributiva di un diritto reale (sic) in capo all’assegnatario opponibile ai terzi nei limiti del novennio se non trascritto e senza limiti di tempo ove preventivamente trascritto, finché perduri l’efficacia della pronuncia giudiziale, rimovibile solo con eventuale successiva pronuncia del giudice (scilicet, del giudice della crisi della famiglia o della convivenza) che accerti il venir meno delle ragioni su cui si è fondata l’attribuzione (p. 13 del ricorso); da ciò discenderebbe l’erroneità della sentenza impugnata, nella parte in cui afferma che il terzo possa chiedere allo stesso giudice adito con domanda di altro tipo (nel caso di specie, di indennizzo per occupazione) di accertare “la permanenza delle condizioni che giustificano l’eccezionale diritto (personale) di godimento” in favore dell’assegnatario (p. 14 del ricorso, oveò si cita la sentenza impugnata).

  2. Con il secondo motivo la ricorrente denunzia “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza su un punto decisivo” e violazione dell’art. 112 c.p.c., nella parte in cui, ravvisata la sussistenza del diritto di godimento sulla casa, la corte territoriale ha però ritenuto fondata la domanda di liquidazione di un’indennità a favore del proprietario (a) in una situazione di “attuale inesistenza di una pronuncia giudiziale da parte del giudice della separazione ovvero del divorzio” in “ordine al permanere delle condizioni che giustifichino il godimento e comunque (b) nell’assenza di una decisione in ordine a tali condizioni dello stesso giudice adito con la domanda di indennizzo, che dunque aveva omesso la pronuncia in argomento in ritenuta violazione dell’art. 112 c.p.c., o comunque aveva reso una motivazione carente; ciò, per giunta, contraddittoriamente in quanto, (c) pur “esclude(ndo) la legittimità di una procedura… di liberazione dell’immobile fino a revoca dell’assegnazione medesima da parte del tribunale della separazione ovvero del divorzio”, aveva nondimeno “riten(uto) fondata la domanda… di accertamento di una indennità per l’occupazione dell’immobile” (così pp. 14 e 15 ricorso). In definitiva, la ricorrente ha invocato l’affermazione che l’acquisto dell’immobile gravato dal diritto di godimento (d) non consenta., a differenza della sentenza impugnata che l’ha riconosciuto con decorrenza dalla data del decreto di trasferimento, di “attribu(ire) il diritto di esigere un’indennità… almeno sino all’intervento di una pronuncia giudiziale che disaminerà (sic) la persistenza dei requisiti legittimanti l’attribuzione” (p. 15 del ricorso).

  3. I due motivi, che in effetti come riepilogato innanzi propongono un più numeroso reticolo di doglianze, sono strettamente connessi, in quanto in particolare – al di là dell’articolazione formale offerta ai motivi stessi dalla parte ricorrente (v. Cass. n. 3437 del 14/02/2014 e n. 6935 del 22/03/2007) – in entrambi vengono contestate, essenzialmente come errores in iudicando ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, l’affermazione operata dalla corte locale secondo cui il diritto dell’assegnatario sulla casa della famiglia o convivenza sarebbe un diritto personale di godimento (in luogo della visione, auspicata dalla parte, quale diritto reale, peraltro perpetuo se il provvedimento sia stato trascritto); nonché l’altra affermazione conseguenziale per cui il terzo potrebbe chiedere allo stesso giudice adito con domanda di altro tipo (nel caso di specie, almeno originariamente, di condanna al rilascio e al pagamento di indennizzo per occupazione) di accertare “la permanenza delle condizioni che giustificano l’eccezionale diritto… di godimento” dell’assegnatario della casa della famiglia o convivenza; questa contestazione è poi collegata (in quanto il suo esito è determinante i relativi obblighi motivazionali) a quella di omessa o insufficiente motivazione ex art. 360 primo comma n. 5 cod. proc. civ. sollevata con il secondo motivo (unitamente a presunta violazione dell’art. 112 c.p.c.) su profili attinenti la stessa questione giuridica centrale (profili sub a) e sub b) del secondo motivo) nonchè su suoi corollari, che pure dunque vanno esaminati in un unico contesto, riguardanti i rapporti tra domanda di rilascio e domanda di indennità (profilo sub c) del secondo motivo) e la decorrenza dell’indennità medesima (profilo sub d). I due complessi motivi, congiuntamente valutati, sono parzialmente fondati.

  4. Al fine di individuare il quadro normativo da applicarsi alle questioni sollevate, va ricordato che, per effetto della L. 19 maggio 1975, n. 151, l’assegnazione della casa nel giudizio di separazione personale è stata regolata dall’art. 155 c.c., comma 4, che ha disposto che l’abitazione in essa “spetta, di preferenza, e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli”, comma dichiarato costituzionalmente illegittimo da Corte cost. n. 454 del 27/7/1989 nella parte in cui non prevede la trascrizione del provvedimento ai fini dell’opponibilità ai terzi. L’ultimo comma di detto articolo ha previsto la facoltà di chiedere “in ogni tempo” la revisione delle disposizioni. Parallelamente l’art. 6, della L. sui casi di scioglimento del matrimonio 1 dicembre 1970, n. 898 (L. div.), che nel testo originario ha affidato in generale al tribunale il compito di dare provvedimenti riguardo ai figli e stabilire la misura e il modo con cui il coniuge non affidatario debba contribuire al mantenimento degli stessi, è stato novellato dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, che visto l’introduzione di un comma sesto a mente del quale “L’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza al genitore cui vengono affidati i figli o con il quale i figli convivono oltre la maggiore età. In ogni caso ai fini dell’assegnazione il giudice dovrà valutare le condizioni economiche dei coniugi e le ragioni della decisione e favorire il coniuge più debole. L’assegnazione, in quanto trascritta, è opponibile al terzo acquirente ai sensi dell’art. 1599 c.c.”. Gli aspetti procedimentali della “revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento”, prevista dall’art. 9, L. div., sono stati regolati dallo stesso art. 9, mentre quelli relativi alla separazione sono restati affidati alla procedura di cui agli artt. 710 e 711 c.p.c.

 

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Corte di Cassazione, Sezioni Unite Penali – Sentenza n. 46624 del 24/11/2015 – RIFIUTO DI SOTTOPORSI ALL’ACCERTAMENTO DELLO STATO DI EBBREZZA MEDIANTE ETILOMETRO – SANZIONE AMMINISTRATIVA DELLA SOSPENSIONE DELLA PATENTE DI GUIDA – RADDOPPIO DELLA DURATA DELLA SOSPENSIONE – ESCLUSIONE.

Le Sezioni Unite Penali  della Corte di Cassazione con la sentenza n. 46624 del 24/11/2015 (Presidente: S.Agrò – Relatore: P. Piccialli), hanno affermato che al reato di rifiuto di sottoporsi all’accertamento per la verifica dello stato di ebbrezza, disciplinato dall’art. 186 cod.strada, non si applica il raddoppio della durata della sospensione della patente di guida previsto dall’art. 186, comma 2 lett.c) allorquando il veicolo condotto dall’imputato appartenga a persona estranea al reato.

Inoltre, come chiarito recentemente da questa Corte di legittimità (Sez. 4, n. 36073 del 27/6/2017, Rubino, Rv. 271027) con un principio che il Collegio condivide e che intende riaffermare, all’ipotesi di reato di rifiuto di sottoporsi agli accertamenti alcoolimetrici di cui all’art. 186 C.d.S., comma 7 non è applicabile neanche la circostanza aggravante di aver commesso il fatto in orario notturno prevista dal medesimo art. 186 C.d.S., comma 2sexies.

 

Corte di Cassazione, Sezioni Unite Penali – Sentenza n. 46624 del 24/11/2015 – RIFIUTO DI SOTTOPORSI ALL’ACCERTAMENTO DELLO STATO DI EBBREZZA MEDIANTE ETILOMETRO – SANZIONE AMMINISTRATIVA DELLA SOSPENSIONE DELLA PATENTE DI GUIDA – RADDOPPIO DELLA DURATA DELLA SOSPENSIONE – ESCLUSIONE. Le Sezioni Unite Penali  della Corte di Cassazione con la sentenza n. 46624 del 24/11/2015 (Presidente: S.Agrò – Relatore: P. Piccialli), hanno affermato che al reato di rifiuto di sottoporsi all’accertamento per la verifica dello stato di ebbrezza, disciplinato dall’art. 186 cod.strada, non si applica il raddoppio della durata della sospensione della patente di guida previsto dall’art. 186, comma 2 lett.c) allorquando il veicolo condotto dall’imputato appartenga a persona estranea al reato.
Corte di Cassazione, Sezioni Unite Penali – Sentenza n. 46624 del 24/11/2015 – RIFIUTO DI SOTTOPORSI ALL’ACCERTAMENTO DELLO STATO DI EBBREZZA MEDIANTE ETILOMETRO – SANZIONE AMMINISTRATIVA DELLA SOSPENSIONE DELLA PATENTE DI GUIDA – RADDOPPIO DELLA DURATA DELLA SOSPENSIONE – ESCLUSIONE. Le Sezioni Unite Penali  della Corte di Cassazione con la sentenza n. 46624 del 24/11/2015 (Presidente: S.Agrò – Relatore: P. Piccialli), hanno affermato che al reato di rifiuto di sottoporsi all’accertamento per la verifica dello stato di ebbrezza, disciplinato dall’art. 186 cod.strada, non si applica il raddoppio della durata della sospensione della patente di guida previsto dall’art. 186, comma 2 lett.c) allorquando il veicolo condotto dall’imputato appartenga a persona estranea al reato.

 

Cassazione Penale

sez. IV

Sentenza 09/02/2018 , n. 6531

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIAMPI Francesco Maria – Presidente –

Dott. NARDIN Maura – Consigliere –

Dott. PEZZELLA Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. CENCI Daniele – Consigliere –

Dott. PICARDI Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

B.M., N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 478/2015 GIP TRIBUNALE di LA SPEZIA, del 25/01/2017;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. PEZZELLA VINCENZO;

lette le conclusioni del P.G. Dott. BALSAMO Antonio, che ha chiesto annullasi senza rinvio il provvedimento impugnato, con trasmissione degli atti al Tribunale di La Spezia per l’ulteriore corso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Il GIP del Tribunale di La Spezia con sentenza del 25/1/2017 applicava a B.M., su concorde richiesta delle parti, ai sensi dell’art. 444 c.p.p., e s.s. la pena di mesi 10 e giorni 20 di arresto ed Euro 2.667 di ammenda, con pena sospesa e non menzione e sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida per il reato di cui all’art. 186 C.d.S., comma 7, art. 186 C.d.S., commi 2bis e 2 sexies perchè in qualità di conducente dell’autovettura modello Hyundai I 20 tg (OMISSIS), dopo ave provocato un sinistro stradale, invitato dal personale della Polizia Stradale della Spezia, intervenuto, a sottoporsi ai previsti accertamenti per verificare se si trovasse in stato di ubriachezza, presentandone, infatti, la relativa sintomatologia, opponeva netto rifiuto. Con le aggravanti di aver commesso il fatto dopo le ore 2200 e prima delle ore 07.00, e di aver provocato un sinistro stradale. In (OMISSIS), il (OMISSIS).

  2. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione, a mezzo del proprio difensore di fiducia, il B., deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.

Il ricorrente lamenta, in primo luogo, violazione di legge per avere il giudice del patteggiamento comminato la sanzione della revoca della patente e per avere applicato le aggravanti di cui all’art. 186 C.d.S., commi 2bis e 2sexies e, in particolare, la prima, laddove invece la norma di cui all’art. 187 C.d.S. prevede la sospensione della patente di guida per un periodo da sei mesi a due anni e contempla la revoca della patente solo per il caso di soggetto già condannato per il medesimo reato nei due anni precedenti.

Tranne tale ultimo caso, dunque, che non è quello che ci occupa, viene evidenziato come la revoca della patente richiede il preventivo accertamento del tasso alcoolemico ed il superamento della soglia di 1,5 g/l presupposti che non ricorrono nel caso di specie e nella diversa ipotesi sanzionata dal contestato art. 186 C.d.S., comma 7 che presuppone, al contrario, che tale accertamento non vi sia stato, a fronte del rifiuto dell’imputato (viene richiamata in proposito la giurisprudenza di questa Sez. 4 sentenze n. 22687/2014 e 51731/2014).

Con un secondo motivo viene dedotta violazione di legge tanto in relazione all’applicazione dell’aggravante dell’aver provocato un incidente di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2bis che di quella dell’ora notturna di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2 sexies per cui varrebbero le stesse considerazioni di tipo sistematico di quella del comma 2bis.

Chiede pertanto che questa Corte, ove non ritenga di provvedere direttamente, annulli con rinvio la sentenza impugnata.

  1. In data 19/8/2017 il PG presso questa Corte ha rassegnato le proprie conclusioni scritte ex art. 611 cod. proc. pen. chiedendo l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata con trasmissione degli atti al Tribunale di La Spezia per l’ulteriore corso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. I motivi di ricorso sopra illustrati sono fondati e, pertanto, la sentenza impugnata va annullata senza rinvio, con trasmissione degli atti al Tribunale di La Spezia per nuovo giudizio.

  2. La denunciata e sussistente violazione di legge influisce, evidentemente, non solo sulla natura della sanzione amministrativa accessoria irrogata, ma sul patto stesso, che ha contemplato due aumenti di pena, uno per la circostanza aggravante di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2bis (l’aver provocato un incidente) e l’altro per quello di cui al comma 2sexies (l’ora notturna).

Ed invece le Sezioni Unite di questa Corte di legittimità hanno di recente chiarito che la circostanza aggravante di aver provocato un incidente stradale non è configurabile rispetto al reato di rifiuto di sottoporsi all’accertamento, mediante etilometro, per la verifica dello stato di ebbrezza, stante la diversità ontologica di tale fattispecie incriminatrice rispetto a quella di guida in stato di ebbrezza (Sez. Un. n. 46625 del 29/10/2015, Zucconi, Rv. 265025).

Le Sezioni Unite Zucconi hanno ritenuto, dunque, che non meritasse condivisione la linea giurisprudenziale, che pure aveva trovato seguito in alcune pronunce, secondo la quale la circostanza aggravante di aver provocato un incidente stradale sarebbe stata configurabile anche rispetto al reato di rifiuto di sottoporsi all’accertamento per la verifica dello stato di ebbrezza.

L’unico argomento adottato, fondato sul richiamo operato dall’art. 186 C.d.S., comma 2-bis, che prevede tale aggravante, alle sanzioni del comma 2 del medesimo articolo, delle quali è stabilito il raddoppio nel caso in cui il conducente in stato di ebbrezza provoca un incidente stradale, è stato ritenuto del tutto insufficiente a fondare tale orientamento.

La norma incriminatrice (ossia l’art. 186 C.d.S., comma 7) richiama, infatti, il comma 2, lett. c), e non il comma 2-bis, dello stesso articolo, per fissare le pene – non anche le sanzioni accessorie – applicabili alla contravvenzione in esame, autonoma rispetto a quella della guida in stato di ebbrezza. Il comma 2-bis richiama, invece, il comma 2, per disciplinare gli effetti della circostanza aggravante predetta sulle autonome ipotesi di reato previste dal comma 2 dello stesso articolo (oltre che su quelle di cui all’art. 186-bis C.d.S., comma 3). E per le Sezioni Unite nessun elemento consente di apprezzare una reciproca interferenza tra le predette norme.

  1. Inoltre, come chiarito recentemente da questa Corte di legittimità (Sez. 4, n. 36073 del 27/6/2017, Rubino, Rv. 271027) con un principio che il Collegio condivide e che intende riaffermare, all’ipotesi di reato di rifiuto di sottoporsi agli accertamenti alcoolimetrici di cui all’art. 186 C.d.S., comma 7 non è applicabile neanche la circostanza aggravante di aver commesso il fatto in orario notturno prevista dal medesimo art. 186 C.d.S., comma 2sexies.

Tutti questi ordini di argomenti di cui si è detto sub 2 per la circostanza dell’aver provocato un incidente, infatti, appaiono pienamente calzanti, mutatis mutandis, anche con riferimento alla circostanza aggravante ex art. 186 C.d.S., comma 2-sexies della commissione del fatto in orario notturno (tra le ore 22.00 e le ore 07.00 del mattino successivo). La stessa, infatti, fa espresso rinvio all’ammenda prevista dal comma 2 dello stesso articolo, riferita -nelle diverse ipotesi ivi contemplate – al conducente che “guida in stato d’ebbrezza”: condizione, si è visto, ontologicamente (e necessariamente) diversa da quella del conducente che rifiuta di sottoporsi agli accertamenti per stabilire se detto stato d’ebbrezza sussista o meno.

Inoltre, e per ciò stesso, vale anche nel caso dell’aggravante dell’orario notturno l’autonomia fra le fattispecie penali di cui al comma 2, lett. b) e c), e quella di cui all’art. 186 C.d.S., comma 7, nel senso che detta autonomia fra le figure di reato in esame va posta in correlazione con il richiamo del comma 2sexies esclusivamente alla prima di esse e non anche alla seconda. Infine, vale anche nel caso in esame l’osservazione secondo la quale il richiamo effettuato dal comma 7 al comma 2, lett. c) è un richiamo esclusivamente quoad poenam.

Sotto altro profilo, può evidenziarsi l’ulteriore elemento che milita nel senso proposto dal ricorrente, costituito dal fatto che all’evidenza la circostanza aggravante dell’orario notturno si fonda sulla maggiore pericolosità della guida in stato d’alterazione nella fascia oraria ivi considerata: maggiore pericolosità che, per le considerazioni di cui s’è detto circa l’autonomia fra le fattispecie di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2 e di cui al comma 7, non può in alcun modo riferirsi alla condotta riottosa del conducente del quale non sia stato accertato strumentalmente lo stato d’ebbrezza, a causa del suo rifiuto di sottoporsi al detto accertamento (cfr. Sez. 4, n. 26113/2016).

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata e dispone trasmettersi gli atti al Tribunale di La Spezia per un nuovo giudizio.

Così deciso in Roma, il 9 gennaio 2018.

Depositato in Cancelleria, il 9 febbraio 2018.

RISOLVI ADESSP SUBITO LA TUA EREDITA’ BOLOGNA IMOLA CASALECCHIO DI RENO

RISOLVI LA TUA EREDITA’ BOLOGNA IMOLA CASALECCHIO DI RENO

L’avvocato Sergio Armaroli Bologna Imola Casalecchio di reno : La successione a causa di morte indica quel fenomeno in virtù del quale un soggetto subentra nella titolarità di un patrimonio o di singoli diritti patrimoniali al precedente titolare, il de cuius, a seguito della morte di quest’ultimo. La successione a causa di morte può essere per testamento o per legge. Nel primo caso i successori, le quote e le modalità della successione sono decisi dalla volontà del testatore, il quale deve attenersi ai limiti relativi al principio di intangibilità della quota di legittima.

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L’avvocato Sergio Armaroli Bologna Imola Casalecchio di reno : La successione a causa di morte indica quel fenomeno in virtù del quale un soggetto subentra nella titolarità di un patrimonio o di singoli diritti patrimoniali al precedente titolare, il de cuius, a seguito della morte di quest’ultimo.

RISOLVI LA TUA EREDITA’ BOLOGNA IMOLA CASALECCHIO DI RENO L’avvocato Sergio Armaroli Bologna Imola Casalecchio di reno : La successione a causa di morte indica quel fenomeno in virtù del quale un soggetto subentra nella titolarità di un patrimonio o di singoli diritti patrimoniali al precedente titolare, il de cuius, a seguito della morte di quest'ultimo. La successione a causa di morte può essere per testamento o per legge. Nel primo caso i successori, le quote e le modalità della successione sono decisi dalla volontà del testatore, il quale deve attenersi ai limiti relativi al principio di intangibilità della quota di legittima.
RISOLVI LA TUA EREDITA’ BOLOGNA IMOLA CASALECCHIO DI RENO L’avvocato Sergio Armaroli Bologna Imola Casalecchio di reno : La successione a causa di morte indica quel fenomeno in virtù del quale un soggetto subentra nella titolarità di un patrimonio o di singoli diritti patrimoniali al precedente titolare, il de cuius, a seguito della morte di quest’ultimo. La successione a causa di morte può essere per testamento o per legge. Nel primo caso i successori, le quote e le modalità della successione sono decisi dalla volontà del testatore, il quale deve attenersi ai limiti relativi al principio di intangibilità della quota di legittima.

La successione a causa di morte può essere per testamento o per legge. Nel primo caso i successori, le quote e le modalità della successione sono decisi dalla volontà del testatore, il quale deve attenersi ai limiti relativi al principio di intangibilità della quota di legittima.

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L’avvocato Sergio Armaroli Bologna Imola Casalecchio di reno Nel caso della successione per legge invece i successori, le quote e le modalità della successione sono stabiliti dalla legge. La successione per legge comprende la successione legittima, che si apre quando manca – in tutto o in parte – un testamento e la successione necessaria, che garantisce la titolarità di determinate quote del patrimonio agli stretti congiunti.

L’avvocato Sergio Armaroli Bologna Imola Casalecchio di reno si occupa anche di comunione ereditaria, che trova la sua fonte nella successione legittima o testamentaria e di divisione dell’eredità, finalizzata a sciogliere la comunione e ad attribuire ad ogni condividente i beni corrispondenti alla propria quota.

In sede giudiziale, La Divisione Successioni ha maturato negli anni una solida esperienza in tema di complesse cause successorie e nell’assistenza in contenziosi ereditari, quali ad esempio:
– azioni di riduzione, finalizzate alla reintegrazione della quota di eredità spettante agli eredi legittimari (coniuge-figli-ascendenti),
– azioni di impugnazione di testamenti
– azioni di circonvenzione
– procedure di divisione giudiziale dei beni ereditari.
La Divisione Successioni, inoltre, fornisce assistenza e consulenza anche nella risoluzione delle questioni relative a successioni internazionali.

nell’interpretazione del testamento il giudice di merito deve accertare secondo il principio generale di ermeneutica enunciato dall’art. 1362 c.c. – applicabile, con gli opportuni adattamenti, anche in materia testamentaria – quale sia l’effettiva volontà del testatore, comunque espressa, valutando congiuntamente e in

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modo coordinato l’elemento letterale e quello logico dell’atto unilaterale, nel rispetto del principio di conservazione’ (Cass. civ., Sez. Seconda, sent. 14 ottobre 2013, n. 23278 e, in precedenza, conformemente Cass. n. 4022/2007).
Tale è il principio che regge la fattispecie e che ben può applicarsi anche in peculiari ipotesi (testamento a mezzo lettera) come quella in esame, ammessa – secondo nota giurisprudenza (Cass. n. 8668/1990) – e ragionevolmente ritenuta espressione non anomala di manifestazione della volontà testamentaria specie quando – come nella fattispecie – a testare era un avvocato, in età avanzata, residente all’estero.

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ACCETTAZIONE EREDITA’ CON BENEFICIO DI INVENTARIO

Che cosa è
È una dichiarazione resa con atto pubblico attraverso cui l’erede evita la confusione del suo patrimonio con quello del defunto preceduta o seguita dalla redazione dell’inventario dei beni ereditari.
A cosa serve
Per evitare di far fronte agli eventuali debiti contratti dal defunto quando era in vita, anche con il proprio patrimonio, è consigliabile accettare l’eredità con beneficio di inventario, in questo modo l’erede paghi i debiti del defunto senza ricorrere alle proprie disponibilità personali, ma soltanto entro il valore della massa attiva ereditata.

Secondo il costante orientamento giurisprudenziale di questa Corte, l’interpretazione della volontà del testatore espressa nel testamento, si risolve in un accertamento in fatto demandato al giudice di merito cui è riservata la scelta e la valutazione degli elementi di giudizio più idonei a ricostruire detta volontà, con la possibilità di avvalersi, in tale attività interpretativa, delle regole ermeneutiche di cui all’art. 1362 c.c., con gli opportuni adattamenti per la particolare natura dell’atto, con la conseguenza che ove tale operazione è aderente a dette regole e la statuizione è sorretta da congrua e logica motivazione, la stessa esula dal sindacato di legittimità (Cfr. Cass. n. 468/2010; n. 7422/2005).
Va aggiunto che, in tema di distinzione tra erede e legatario, ex art. 588 c.c., l’assegnazione di beni determinati configura una successione a titolo universale (‘institutio ex re certa’) ove il testatore abbia inteso chiamare l’istituito nella universalità dei beni o in una quota del patrimonio relitto, mentre deve interpretarsi come legato se egli abbia voluto attribuire singoli, determinati beni (Cass. n. 24163/2013; n. 13835/2007).
Tanto premesso, deve ritenersi che la motivazione del giudice di appello su tale questione, come riportata nella parte dedicata allo ‘svolgimento del processo’, sia immune da vizi logico- giuridici, essendo stata la distinzione tra istituzione di erede e legato fondata sul tenore letterale e tecnico delle espressioni utilizzate dal testatore nella scheda testamentaria, laddove si specifica: ‘istituisco miei eredi universali’…., espressione contrapposta a quella relativa all’attribuzione di determinati beni a ‘titolo di legato’.

– Contratti di vendita e altri contratti tipici (permuta, locazione, comodato, ecc.)
2. – Contratti preliminari
3. – Amministrazioni di sostegno
4. – Contratti di appalto
5. – Cessione di aziende
6. – Costituzione di fondazioni e associazioni
7. – Contratti di somministrazione e subfornitura
8. – Interdizioni e inabilitazioni.
9. – Contratti societari e altri contratti associativi (anche contratti di rete)
10. – Costituzione di società
11. – Fondi patrimoniali
12. – Contratti commerciali, anche atipici, di qualsiasi tipo, secondo quanto previsto dalla legge
13. – Separazioni e Divorzi, con procedimenti connessi
14. – Proprietà immobiliari e fiduciarie
15. – Successioni ereditarie
16. – Responsabilità medica e sanitaria.
17. – Tutela dei lavoratori
18. – Azioni per la riconsegna di immobili

DIRITTO DI FAMIGLIA
Assistenza in materia di famiglia e tutela dei minori (separazioni, divorzi, affidamento dei figli).
I privati vengono altresì assistiti nei loro rapporti patrimoniali, successori e societari.
Cura particolare viene data alla salvaguardia delle relazioni tra le parti coinvolte allo scopo di prevenire situazioni patologiche e a trovare soluzioni rispettose degli interessi di tutti.
RESPONSABILITA’ CIVILE
Assistenza in materia di risarcimento del danno da responsabilità civile.
OBBLIGAZIONI E CONTRATTI
Consulenza e assistenza nelle seguenti materie:
negoziazione e stipulazione di contratti, gestione dell’inadempimento contrattuale, richieste risarcimento danni per inadempimento contrattuale, annullamento, risoluzione, rescissione del contratto, obbligazioni in generale.
L’avvocato Sergio Armaroli Bologna Imola Casalecchio di reno si occupa anche di comunione ereditaria, che trova la sua fonte nella successione legittima o testamentaria e di divisione dell’eredità, finalizzata a sciogliere la comunione e ad attribuire ad ogni condividente i beni corrispondenti alla propria quota.

DIRITTO DI FAMIGLIA
Assistenza in materia di famiglia e tutela dei minori (separazioni, divorzi, affidamento dei figli).
I privati vengono altresì assistiti nei loro rapporti

SUCCESSIONI
Assistenza e tutela dei diritti ereditari.

DIRITTI REALI
Consulenza in materia di proprietà, usufrutto, uso, servitù, abitazione, usucapione e possesso.