SEPARAZIONI BOLOGNA NOVITA’

DICI DI SEPARARTI ‘ MA SAI ESATTAMENTE COSA VUOL DIRE’ COME SI FA? A COSA VAI INCONTRO?

SEPARAZIONI BOLOGNA NOVITA’

La separazione è detta consensuale quando marito e moglie decidono di separarsi di comune accordo tra loro.

L’accordo tra i coniugi deve regolamentare:
diritti patrimoniali, SEPARAZIONI BOLOGNA NOVITA’ La separazione è detta consensuale quando marito e moglie decidono di separarsi di comune accordo tra loro. L’accordo tra i coniugi deve regolamentare: – diritti patrimoniali,  – mantenimento del coniuge debole,  – diritti di visita e obblighi di mantenimento della prole,  – assegnazione della casa coniugale.
– mantenimento del coniuge debole,
– diritti di visita e obblighi di mantenimento della prole,
– assegnazione della casa coniugale.

  1. L’infedeltà di un coniuge, può essere rilevante al fine dell’addebitabilità della separazione soltanto quando sia stata causa o concausa della frattura del rapporto coniugale, e non anche, pertanto, qualora risulti non aver spiegato concreta incidenza negativa sull’unità familiare, come avviene allorquando il giudice nel giudizio di separazione accerti la preesistenza di una rottura già irrimediabilmente in atto (confermato, comunque, nel caso in esame, l’addebito della separazione nei confronti della donna, essendo stata ritenuta decisiva la sua relazione extraconiugale (Cassazione civile 11 luglio 2013, n. 17199).

    La legge 31 maggio 1995, n. 218 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato) al Titolo III, Capo IV, individua la legge applicabile in materia di rapporti di famiglia.

    In particolare:

    l’art. 29 stabilisce che i rapporti personali tra coniugi sono regolati dalla legge nazionale comune; nel caso in cui gli stessi abbiano diverse cittadinanze o più cittadinanze comuni, i loro rapporti sono regolati dalla legge dello Stato nel quale la vita matrimoniale è prevalentemente localizzata;

    secondo l’art. 30, i rapporti patrimoniali tra coniugi sono regolati dalla legge applicabile ai loro rapporti personali; tuttavia, gli stessi hanno facoltà di convenire per iscritto  che tali rapporti siano regolati dalla legge dello Stato di cui almeno uno di essi è cittadino o nel quale almeno uno di essi risiede. L’accordo dei coniugi sul diritto applicabile è valido se è considerato tale dalla legge scelta o da quella del luogo in cui l’accordo è stato stipulato.

    La separazione consensuale si fonda sull’accordo dei coniugi su alcuni elementi fondamentali della divisione; essi sono, tra gli altri, l’assegnazione della casa coniugale, la quantificazione dell’assegno di mantenimento del coniuge (ove previsto) e dell’assegno di mantenimento dei figli, l’affidamento della prole, la spartizione dei beni comuni tra i coniugi.

    Tratto dichiarazione o disconoscimento di paternità

    • Dichiarazione giudiziale di paternità
      Dichiarazione giudiziale di maternità
      Disconoscimento di paternità
      Pagamento per il mantenimento pregresso
      Riconoscimento tardivo
      Risarcimento dei danni

    Tratto Violenza e abusi nelle relazioni familiari

    • Maltrattamenti contro il convivente
      Ordine di protezione e allontanamento del coniuge
      Ordine di protezione e allontanamento del convivente
    • Comportamenti persecutori
      Stalking
      Tutela delle donne vittime di violenza
      Violazione degli obblighi di assistenza familiare
      Maltrattamenti contro familiari

     

    Sottrazione di minori all’estero e rimpatrio

    Rimpatrio di minori sottratti all’altro genitore
    Sottrazione e trattenimento di minore all’estero (kidnapping)

    Giudice Tutelare

    Rilascio e revoca di passaporti
    Vigilanza sul rispetto di accordi di separazione e/o divorzio
    Cura dei beni del minore
    Protezione del minore
    Nomina e controllo dell’amministratore di sostegno
    Vincoli pupillari

     

    SEPARAZIONE GIUDIZIALE

    Quando non vi è accordo tra i coniugi sulla decisione di separarsi o sulle questioni relative alla separazione, ciascuno dei coniugi può chiedere la separazione giudiziale.
    In questo caso è il giudice che stabilisce le principali condizioni della separazione: aspetti patrimoniali, eventuale mantenimento di uno dei coniugi, affidamento dei figli, diritto di visita, mantenimento dei figli e assegnazione della casa coniugale.
    Quanto dura la procedura di separazione tramite tribunale?

    Matrimonio

    Tutela del patrimonio
    Convenzioni matrimoniali
    Comunione dei beni
    Separazione dei beni

    Nullità o annullamento del matrimonio

    Tratto nullità o annullamento del matrimonio civile

    Precedente vincolo matrimoniale
    Rapporto di affinità, parentela e adozione
    Interdizione giudiziale del coniuge
    Minore età del coniuge
    Incapacità naturale del coniuge

    Tratto Separazione personale

    Separazione consensuale
    Separazione giudiziale
    Dichiarazione di addebito della separazione
    Infedeltà coniugale e risarcimento del danno
    Affidamento condiviso o esclusivo dei figli
    Collocamento dei figli
    Diritto di visita dei minori
    Assegnazione della casa coniugale e tutela
    Assegno di mantenimento per i figli
    Assegno di mantenimento per il coniuge
    Assegno dai nonni per il mantenimento del nipote
    Modifica dell’assegno o delle condizioni di separazione
    Garanzie per il pagamento dell’assegno

    L’accordo di separazione non ha alcun effetto se non redatto secondo determinati crismi e senza l’omologazione o autorizzazione del Tribunale; il nostro studio può assistervi con professionalità e competenza in ogni fase del percorso necessario per raggiungere l’intesa su tutte le condizioni di separazione, anche attraverso sedute di mediazione, consulenza o negoziazione finalizzate ad una maggiore comprensione dei vostri diritti.

    Sergio Armaroli avvocato divorzista Bologna ravenna Forli cesena in qualità di avvocato separazione consensuale Milano, si assumerà di fronte ai propri clienti l’onere di occuparsi di tutte le incombenze di carattere legale e amministrativo previste per questa specifica situazione.

    In particolare, l’avvocato separazione consensuale Bologna  si occuperà di compilare il ricorso: quell’atto col quale ci si rivolge al Tribunale per far approvare legalmente gli accordi di separazione precedentemente stabiliti dalla coppia stessa.

    Oltre a ciò, avvocato separazione consensuale Bologna , si preoccuperà anche di presentare i seguenti documenti:

    nota di iscrizione,

    atto di matrimonio,

    stato di famiglia,

    certificato di residenza di entrambi i coniugi.

     

L’apprezzamento della responsabilità dei coniugi ai fini della intollerabilità della convivenza à riservato al giudice del merito e non è censurabile in Cassazione, se sorretto da motivazione congrua e logica (v. Cass. n. 9877/2006).

SEPARAZIONI BOLOGNA NOVITA’

L’inadeguatezza della motivazione posta a sostegno dell’addebito al marita ha compromesso il giudizio sulla violazione dell’obbligo di fedeltà della maglie, di cui si potrebbe disconoscere l’efficacia causale rispetto alla crisi salo all’esito di un accertamento rigoroso e di una valutazione complessiva e comparativa del comportamento di entrambi i coniugi (v. Cass. n. 25618/2007, n. 13797/2003),

SEPARAZIONI BOLOGNA NOVITA’

Nella giurisprudenza della corte si è detto che, ai fini dell’addebitabilità della separazione, le ammissioni di una parte non possono avere valore di confessione, a norma dell’art. 2730 c.c., vertendosi in tema di diritti indisponibili, ma possono essere utilizzate come presunzioni ed indizi liberamente valutabili in unione con altri elementi probatori (v. Cass. n. 22786/2004, n. 176/1982), sempre che, ovviamente, esprimano non opinioni o giudizi o stati d’animo personali, ma fatti obiettivi e, in quanto tali, suscettibili di essere valutati giuridicamente come indice della violazione di specifici doveri coniugali (art. 143 c.c.).

SI PUO ‘VERUFICARE L’ESTRATTO DEL MARITO APRENDO LA POSTA? NOVITA’

Ne discende l’irrilevanza del fatto che il plico fosse chiuso o aperto, essendo evidente che la corrispondenza era destinata ad altri, come pure del fatto che il destinatario ne conoscesse il contenuto, giacchè la norma tutela la libertà individuale e la riservatezza. Va, in conclusione, ribadito che integra il reato di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza ( art. 616 c.p. ), la condotta di colui che sottragga la corrispondenza bancaria inviata al coniuge per produrla nel giudizio civile di separazione;

nè, in tal caso, sussiste la giusta causa di cui all’art. 616 c.p. , comma 2, la quale presuppone che la produzione in giudizio della documentazione bancaria sia l’unico mezzo a disposizione per contestare le richieste del coniuge-controparte, considerato che, ex art. 210 c.p.c. , il giudice, può, ad istanza di parte, ordinare all’altra parte o ad un terzo, l’esibizione di documenti di cui ritenga necessaria l’acquisizione al processo (Sez. 5, n. 35383 del 29/03/2011, Solla, Rv. 250925).

AMMINISTRATORE SI SOSTEGNO BOLOGNA

AMMINISTRATORE SI SOSTEGNO BOLOGNA QUANDO LA PERSONA NON RIESCE PIU’A BADARE ALLE SUE NECESSITA’
AMMINISTRATORE SI SOSTEGNO BOLOGNA QUANDO LA PERSONA NON RIESCE PIU’A BADARE ALLE SUE NECESSITA’

 

UNO STRUMENTO INDISPENSABILE QUANDO BEN GESTITO? ASSOLUTAMENTE SI QUANDO NECESSARIO 

AMMINISTRATORE SI SOSTEGNO BOLOGNA QUANDO LA PERSONA NON RIESCE PIU’A BADARE ALLE SUE NECESSITA’

 

  • L’art. 404 cod. civ., introdotto dalla legge n. 6 del 2004, prevede che “la persona che, per effetto di una infermità ovvero di una menomazione fisica o psichica, si trova nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, può essere assistita da un amministratore di sostegno, nominato dal giudice tutelare del luogo in cui questa ha la residenza o il domicilio”. Tale misura protettiva si compone di un duplice accertamento rimesso al giudice del merito (Cass. 2006/13584; Cass. 2009/9628; Cass. 2010/4866; Cass. 2011/22332), il primo concernente la sussistenza di una infermità o di una menomazione fisica o psichica (requisito soggettivo) e il secondo riguardante l’incidenza di tali condizioni sulla capacità del soggetto di provvedere ai propri interessi (requisito oggettivo).
  • Ritenuto che l’interessato ad una amministrazione di sostegno, allorché designa, “de futuro”, con scrittura privata autenticata o con atto pubblico un amministratore di sostegno in previsione della propria futura incapacità, malattia, disabilità, vulnerabilità, compie un atto che resta circoscritto nell’ambito di una iniziativa privata, i cui effetti si dispiegano solo in ambito privatistico, dal momento che la designazione non postula alcun intervento del giudice l’a.d.s., può essere aperta solo nel momento in cui il temuto stato di incapacità, di anormalità, di malattia, di disabilità, di vulnerabilità si sarà verificato e nell’alveo del procedimento giurisdizionale conseguentemente attivato, attraverso l’intervento e la nomina del giudice tutelare.
  • Cassazione civile sez. I  20 dicembre 2012 n. 23707

Il giudice può nominare amministratore di sostegno il coniuge, il convivente, gli ascendenti, i discendenti, i parenti entro il quarto grado, la persona designata dal genitore superstitedel beneficiario con testamento o scrittura privata autenticata. Quando lo ritiene opportuno, il giudice può nominare altra persona idonea, di solito un professionista iscritto in apposito elenco presso il tribunale. E’ importante sapere che ognuno di noi può designare quello che sarà l’amministratore di sostegno in caso di necessità, tramite atto pubblico o scrittura privata autenticata.

 Il giudice può nominare amministratore di sostegno il coniuge, il convivente, gli ascendenti, i discendenti, i parenti entro il quarto grado, la persona designata dal genitore superstitedel beneficiario con testamento o scrittura privata autenticata.
Il giudice può nominare amministratore di sostegno il coniuge, il convivente, gli ascendenti, i discendenti, i parenti entro il quarto grado, la persona designata dal genitore superstitedel beneficiario con testamento o scrittura privata autenticata.
capaci di stare in giudizio
capaci di stare in giudizio

CAUSA IN CORSO E AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO

 

  • l’art. 299 c.p.c. prevede, tra gli eventi interruttivi del processo, “la perdita della capacità di stare in giudizio”;
  • com’è noto, l’amministrazione di sostegno è regolata dal codice civile con un corpo autonomo di norme ed il rinvio alla disciplina sulla tutela dei minori è limitato a singole disposizioni (v. art. 411, 1° comma, c.c.), mentre non sono immediatamente applicabili all’istituto in esame quelle concernenti l’interdetto o l’inabilitato, salva la possibilità di estendere, con specifico provvedimento giudiziale, limitazioni e decadenze previste per costoro ai sensi dell’art. 411, 4° comma, c.c.;   ora, se la positiva caratteristica dell’istituto è stata rinvenuta nel fatto di essere “presidio mobile nel tempo e nella struttura, ablativo della capacità nei soli limiti specificamente e di volta in volta indicati dal giudice tutelare” (cfr. Cass. civile 9 marzo 2012 n. 3712), ciò tuttavia può comportare notevoli incertezze applicative ove, in relazione alle singole fattispecie, difettino espresse previsioni di legge ovvero dettagliate statuizioni circa i poteri conferiti all’amministratore di sostegno (l’estensione dei quali peraltro non è sempre immediatamente e/o compiutamente preventivabile);
  • merita così segnalare che non è stata regolata la posizione processuale del soggetto sottoposto ad amministrazione di sostegno, sicché occorrerà verificare di volta in volta se, per l’oggettiva estensione dei poteri rappresentativi attribuiti all’amministratore (e della speculare riduzione dell’autonomia di gestione del beneficiario), l’adozione della misura imponga al giudice di interrompere il processo nel momento in cui tale circostanza sia stata comunicata in udienza o notificata alle altre parti (cfr. Cass. civile, sez. III, 09 marzo 2012,  n. 3712);
  • in proposito va rammentato che l’art. 75 c.p.c. stabilisce che sono capaci di stare in giudizio le persone che hanno il libero esercizio dei diritti che vi si fanno valere sicché, in mancanza, gli interessati debbono essere rappresentati, assistiti o autorizzati secondo le norme che regolano le loro capacità;
  • ove pertanto all’amministratore di sostegno sia stato conferito un potere rappresentativo generale,  ne conseguirà la perdita della capacità processuale in capo al beneficiario, con la necessaria applicazione degli artt. 300 c.p.c. e l’interruzione del processo;

 

  • La figura dell’amministratore di sostegno mira ad offrire uno strumento d’assistenza alla persona carente di autonomia a causa della condizione d’infermità o incapacità in cui versa che, calibrato dal giudice tutelare rispetto al grado d’intensità di tale situazione, consente di escludere gli interventi più invasivi degli istituti tradizionali posti a tutela degli incapaci, quali l’interdizione e l’inabilitazione. L’intervento giudiziario, in coerenza con questa finalità, non può che essere contestuale al manifestarsi dell’esigenza di protezione del soggetto, dunque della situazione d’incapacità o infermità da cui quell’esigenza origina, che, secondo il contesto normativo di riferimento, rappresenta presupposto dello stesso istituto e non già dei suoi soli effetti (nella specie, la Corte ha respinto la richiesta di una donna di nominare preventivamente l’amministratore di sostegno da lei indicato in una scrittura privata autentica e destinato a fungere da garante per il rispetto del testamento biologico da lei predisposto).

 

AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO QUANDO NON NECESSARIO

NON FACILE STABILIRE QUANDO E’ NECESSARIO L’AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO! LO SAI?

AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO QUANDO NON NECESSARIO

Sezione I
Del giudice tutelare

Art. 344.
Funzioni del giudice tutelare.

Presso ogni tribunale (1) il giudice tutelare soprintende alle tutele e alle curatele ed esercita le altre funzioni affidategli dalla legge.

Il giudice tutelare può chiedere l’assistenza degli organi della pubblica amministrazione e di tutti gli enti i cui scopi corrispondono alle sue funzioni.

AVV-ARMAROLI-INNAZI-A-UNA-STATUA

Sezione II
Del tutore e del protutore

Art. 345.
Denunzie al giudice tutelare.

L’ufficiale di stato civile, che riceve la dichiarazione di morte di una persona la quale ha lasciato figli in età minore ovvero la dichiarazione di nascita di un figlio di genitori ignoti, e il notaio, che procede alla pubblicazione di un testamento contenente la designazione di un tutore o di un protutore, devono darne notizia al giudice tutelare entro dieci giorni.

Il cancelliere, entro quindici giorni dalla pubblicazione o dal deposito in cancelleria, deve dare notizia al giudice tutelare delle decisioni dalle quali derivi la apertura di una tutela.

I parenti entro il terzo grado devono denunziare al giudice tutelare il fatto da cui deriva l’apertura della tutela entro dieci giorni da quello in cui ne hanno avuto notizia. La denunzia deve essere fatta anche dalla persona designata quale tutore o protutore entro dieci giorni da quello in cui ha avuto notizia della designazione.

Art. 346.
Nomina del tutore e del protutore.

Il giudice tutelare, appena avuta notizia del fatto da cui deriva l’apertura della tutela, procede alla nomina del tutore e del protutore.

Art. 347.
Tutela di più fratelli.

È nominato un solo tutore a più fratelli e sorelle, salvo che particolari circostanze consiglino la nomina di più tutori. Se vi è conflitto di interessi tra minori soggetti alla stessa tutela, il giudice tutelare nomina ai minori un curatore speciale.

Art. 348.
Scelta del tutore.

Il giudice tutelare nomina tutore la persona designata dal genitore che ha esercitato per ultimo la responsabilità genitoriale. La designazione può essere fatta per testamento, per atto pubblico o per scrittura privata autenticata.(1)

Se manca la designazione ovvero se gravi motivi si oppongono alla nomina della persona designata, la scelta del tutore avviene preferibilmente tra gli ascendenti o tra gli altri prossimi parenti o affini del minore, i quali in quanto sia opportuno, devono essere sentiti.

Il giudice, prima di procedere alla nomina del tutore, dispone l’ascolto del minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento. (3)

In ogni caso la scelta deve cadere su persona idonea all’ufficio, di ineccepibile condotta, la quale dia affidamento di educare e istruire il minore conformemente a quanto è prescritto nell’articolo 147.

(…) (2)

(1) Comma così modificato dall’art. 57, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.
(2) Comma abrogato dal D.Lgs.Lgt. 14 settembre 1944, n. 287.
(3) Comma così sostituito dall’art. 57, comma 1, lett. b), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 349.
Giuramento del tutore.

Il tutore, prima di assumere l’ufficio, presta davanti al giudice tutelare giuramento di esercitarlo con fedeltà e diligenza.

Art. 350.
Incapacità all’ufficio tutelare.

Non possono essere nominati tutori e, se sono stati nominati, devono cessare dall’ufficio:

1) coloro che non hanno la libera amministrazione del proprio patrimonio;

2) coloro che sono stati esclusi dalla tutela per disposizione scritta del genitore il quale per ultimo ha esercitato la responsabilità genitoriale; (1)

3) coloro che hanno o sono per avere o dei quali gli ascendenti, i discendenti o il coniuge hanno o sono per avere col minore una lite, per effetto della quale può essere pregiudicato lo stato del minore o una parte notevole del patrimonio di lui;

4) coloro che sono incorsi nella perdita della responsabilità genitoriale o nella decadenza da essa, o sono stati rimossi da altra tutela; (1)

5) il fallito che non è stato cancellato dal registro dei falliti.

Art. 351.
Dispensa dall’ufficio tutelare.

Sono dispensati dall’ufficio di tutore:

2) il Presidente del Consiglio dei ministri; (2)

3) i membri del Sacro collegio;

4) i Presidenti delle assemblee legislative;

5) i Ministri Segretari di Stato.

Le persone indicate nei numeri 2, 3 4, e 5 possono far noto al giudice tutelare che non intendono valersi della dispensa.

(1) Il numero: “1) I principi della Famiglia reale, salve le disposizioni che regolano la tutela dei principi della stessa Famiglia;” è da ritenersi abrogato a seguito dell’entrata in vigore della Costituzione Italiana.(2) Testo così modificato a seguito dell’entrata in vigore della Costituzione Italiana.

Art. 352.
Dispensa su domanda.

Hanno diritto di essere dispensati su loro domanda dall’assumere o dal continuare l’esercizio della tutela:

1) i grandi ufficiali dello Stato non compresi nell’articolo precedente;

2) gli arcivescovi, i vescovi e i ministri del culto aventi cura d’anime;

4) i militari in attività di servizio;

5) chi ha compiuto gli anni sessantacinque;

6) chi ha più di tre figli minori;

7) chi esercita altra tutela;

8) chi è impedito di esercitare la tutela da infermità permanente;

9) chi ha missione dal Governo fuori della Repubblica (2) o risiede per ragioni di pubblico servizio fuori della circoscrizione del tribunale dove è costituita la tutela.

Art. 353.
Domanda di dispensa.

La domanda di dispensa per le cause indicate nell’articolo precedente deve essere presentata al giudice tutelare prima della prestazione del giuramento, salvo che la causa di dispensa sia sopravvenuta.

Il tutore è tenuto ad assumere e a mantenere l’ufficio fino a quando la tutela non sia stata conferita ad altra persona.

Art. 354.
Tutela affidata a enti di assistenza.

La tutela dei minori, che non hanno nel luogo del loro domicilio parenti conosciuti o capaci di esercitare l’ufficio di tutore, può essere deferita dal giudice tutelare ad un ente di assistenza nel comune dove ha domicilio il minore o allo ospizio in cui questi è ricoverato. L’amministrazione dell’ente o dell’ospizio delega uno dei propri membri a esercitare la funzione di tutela.

È tuttavia in facoltà del giudice tutelare di nominare un tutore al minore quando la natura o l’entità dei beni o altre circostanze lo richiedono.

Art. 355.
Protutore.

Sono applicabili al protutore le disposizioni stabilite per il tutore in questa sezione.

Non si nomina il protutore nei casi contemplati nel primo comma dell’articolo 354.

Art. 356.
Donazione o disposizione testamentaria a favore del minore.

Chi fa una donazione o dispone un testamento a favore di un minore, anche se questi è soggetto alla responsabilità genitoriale, può nominargli un curatore speciale per l’amministrazione dei beni donati o lasciati. (1)

Se il donante o il testatore non ha disposto altrimenti, il curatore speciale deve osservare le forme stabilite dagli articoli 374 e 375 per il compimento di atti eccedenti l’ordinaria amministrazione.

Si applica in ogni caso al curatore speciale l’articolo 384.

Sezione III
Dell’esercizio della tutela

Art. 357.
Funzioni del tutore.

Il tutore ha la cura della persona del minore, lo rappresenta in tutti gli atti civili e ne amministra i beni.

Art. 358.
Doveri del minore.

Il minore deve rispetto e obbedienza al tutore. Egli non può abbandonare la casa o l’istituto al quale è stato destinato, senza il permesso del tutore.

Qualora se ne allontani senza permesso, il tutore ha diritto di richiamarvelo, ricorrendo, se è necessario, al giudice tutelare.

 359. 
[Cattiva condotta del minore.

Il tutore che non riesce a frenare la cattiva condotta del minore, salva l’applicazione delle norme contenute nelle leggi speciali, ne riferisce al presidente del tribunale. Questi sentito il minore e, potendo, il protutore e qualche prossimo parente o affine e assunte informazioni può ordinare il collocamento del minore in un istituto di correzione.

Contro il decreto del presidente del tribunale è ammesso ricorso al presidente della corte di appello, che provvede sentito il pubblico ministero.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151.

Art. 360.
Funzioni del protutore.

Il protutore rappresenta il minore nei casi in cui l’interesse di questo è in opposizione con l’interesse del tutore.

Se anche il protutore si trova in opposizione d’interessi col minore, il giudice tutelare nomina un curatore speciale.

Il protutore è tenuto a promuovere la nomina di un nuovo tutore nel caso in cui il tutore è venuto a mancare o ha abbandonato l’ufficio. Frattanto egli ha cura della persona del minore, lo rappresenta e può fare tutti gli atti conservativi e gli atti urgenti di amministrazione.

Art. 361.
Provvedimenti urgenti.

Prima che il tutore o il protutore abbia assunto le proprie funzioni, spetta al giudice tutelare di dare, sia d’ufficio sia su richiesta del pubblico ministero, di un parente o di un affine del minore, i provvedimenti urgenti che possono occorrere per la cura del minore o per conservare e amministrare il patrimonio. Il giudice può procedere occorrendo, alla apposizione dei sigilli, nonostante qualsiasi dispensa.

Art. 362.
Inventario.

Il tutore, nei dieci giorni successivi a quello in cui ha avuto legalmente notizia della sua nomina, deve procedere all’inventario dei beni del minore, nonostante qualsiasi dispensa.

L’inventario deve essere compiuto nel termine di trenta giorni, salva al giudice tutelare la facoltà di prorogare il termine se le circostanze lo esigono.

Art. 363.
Formazione dell’inventario.

L’inventario si fa col ministero del cancelliere del tribunale (1) o di un notaio a ciò delegato dal giudice tutelare, con l’intervento del protutore e, se è possibile, anche del minore che abbia compiuto gli anni sedici, e con l’assistenza di due testimoni scelti preferibilmente fra i parenti o gli amici della famiglia.

Il giudice può consentire che l’inventario sia fatto senza ministero di cancelliere o di notaio, se il valore presumibile del patrimonio non eccede GLI € 7,75.

L’inventario è depositato presso il tribunale. (1)

Nel verbale di deposito il tutore e il protutore ne dichiarano con giuramento la sincerità.

(1) Le parole: “della pretura” “la pretura” sono state rispettivamente sostituite dalle seguenti. “del tribunale” e “il tribunale” dal D. L.vo 19 febbraio 1998, n. 51, recante l’istituzione del giudice unico, a decorrere dal 2 giugno 1999.

Art. 364.AMMINISTRATORE DI SOSTEGNOontenuto dell’inventario.

Nello inventario si indicano gli immobili, i mobili, i crediti e i debiti e si descrivono le carte, note e scritture relative allo stato attivo e passivo del patrimonio, osservando le formalità stabilite nel codice di procedura civile.

Art. 365.
Inventario di aziende.

Se nel patrimonio del minore esistono aziende commerciali o agricole, si procede con le forme usate nel commercio o nell’economia agraria alla formazione dell’inventario dell’azienda, con l’assistenza e l’intervento delle persone indicate nell’articolo 363. Questi particolari inventari sono pure depositati presso il tribunale (1) e il loro riepilogo è riportato nell’inventario generale.

(1) Le parole: “la pretura” sono state sostituite dalle parole: “il tribunale” dal D. L.vo 19 febbraio 1998, n. 51, recante l’istituzione del giudice unico, a decorrere dal 2 giugno 1999.

Art. 366.AMMINISTRATORE DI SOSTEGNOeni amministrati da curatore speciale.

Il tutore deve comprendere nell’inventario generale del patrimonio del minore anche i beni, la cui amministrazione è stata deferita a un curatore speciale. Se questi ha formato un inventario particolare di tali beni, deve rimetterne copia al tutore, il quale lo unirà all’inventario generale.

Il curatore deve anche comunicare al tutore copia dei conti periodici della sua amministrazione, salvo che il disponente l’abbia esonerato.

Art. 367.AMMINISTRATORE DI SOSTEGNOichiarazione di debiti o crediti del tutore.

Il tutore, che ha debiti, crediti o altre ragioni verso il minore, deve esattamente dichiararli prima della chiusura dell’inventario. Il cancelliere o il notaio hanno l’obbligo di interpellarlo al riguardo.

Nel caso di inventario senza opera di cancelliere o di notaio, il tutore è interpellato dal giudice tutelare all’atto del deposito.

In ogni caso si fa menzione dell’interpellazione e della dichiarazione del tutore nell’inventario o nel verbale di deposito.

Art. 368.
Omissione della dichiarazione.

Se il tutore, conoscendo il suo credito o le sue ragioni, espressamente interpellato non li ha dichiarati, decade da ogni suo diritto.

Qualora, sapendo di essere debitore, non abbia dichiarato fedelmente il proprio debito, può essere rimosso dalla tutela.

Art. 369.
Deposito di titoli e valori.

Il tutore deve depositare il denaro, i titoli di credito al portatore e gli oggetti preziosi esistenti nel patrimonio del minore presso un istituto di credito designato dal giudice tutelare, salvo che questi disponga diversamente per la loro custodia.

Non è tenuto a depositare le somme occorrenti per le spese urgenti di mantenimento e di educazione del minore e per le spese di amministrazione.

Art. 370.
Amministrazione prima dell’inventario.

Prima che sia compiuto l’inventario, l’amministrazione del tutore deve limitarsi agli affari che non ammettono dilazione.

Art. 371.
Provvedimenti circa l’educazione e l’amministrazione.

Compiuto l’inventario, il giudice tutelare, su proposta del tutore e sentito il protutore, delibera:

1) sul luogo dove il minore deve essere cresciuto e sul suo avviamento agli studi o all’esercizio di un’arte, mestiere o professione, disposto l’ascolto dello stesso minore che abbia compiuto gli anni dieci e anche di età inferiore ove capace di discernimento e richiesto, quando opportuno, l’avviso dei parenti prossimi; (1)

2) sulla spesa annua occorrente per il mantenimento e l’istruzione del minore e per l’amministrazione del patrimonio, fissando i modi d’impiego del reddito eccedente;

3) sulla convenienza di continuare ovvero alienare o liquidare le aziende commerciali, che si trovano nel patrimonio del minore, e sulle relative modalità e cautele.

Nel caso in cui il giudice stimi evidentemente utile per il minore la continuazione dell’esercizio dell’impresa, il tutore deve domandare l’autorizzazione del tribunale. In pendenza della deliberazione del tribunale il giudice tutelare può consentire l’esercizio provvisorio dell’impresa.

(1) Numero così sostituito dall’art. 60, comma 1, D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 372.
Investimento di capitali.

I capitali del minore devono, previa autorizzazione del giudice tutelare, essere dal tutore investiti:

1) in titoli dello Stato o garantiti dallo Stato;

2) nell’acquisto di beni immobili posti nella Repubblica (1);

3) in mutui garantiti da idonea ipoteca sopra i beni posti nella Repubblica (1); o in obbligazioni emesse da pubblici istituti autorizzati a esercitare il credito fondiario;

4) in depositi fruttiferi presso le casse postali o presso altre casse di risparmio o monti di credito su pegno. Il giudice, sentito il tutore e il protutore, può autorizzare il deposito presso altri istituti di credito, ovvero, per motivi particolari, un investimento diverso da quelli sopra indicati.

(1) Testo così modificato a seguito dell’entrata in vigore della Costituzione Italiana.

Art. 373.
Titoli al portatore.

Se nel patrimonio del minore si trovano titoli al portatore, il tutore deve farli convertire in nominativi, salvo che il giudice tutelare disponga che siano depositati in cauta custodia.

Art. 374.
Autorizzazione del giudice tutelare.

Il tutore non può senza l’autorizzazione del giudice tutelare:

1) acquistare beni, eccettuati i mobili necessari per l’uso del minore, per la economia domestica e per l’amministrazione del patrimonio;

2) riscuotere capitali, consentire alla cancellazione di ipoteche o allo svincolo di pegni, assumere obbligazioni, salvo che queste riguardino le spese necessarie per il mantenimento del minore e per l’ordinaria amministrazione del suo patrimonio;

3) accettare eredità o rinunciarvi, accettare donazioni o legati soggetti a pesi o a condizioni;

4) fare contratti di locazione d’immobili oltre il novennio o che in ogni caso si prolunghino oltre un anno dopo il raggiungimento della maggiore età;

5) promuovere giudizi, salvo che si tratti di denunzie di nuova opera o di danno temuto, di azioni possessorie o di sfratto e di azioni per riscuotere frutti o per ottenere provvedimenti conservativi.

Art. 375.
Autorizzazione del tribunale.

Il tutore non può senza l’autorizzazione del tribunale:

1) alienare beni, eccettuati i frutti e i mobili soggetti a facile deterioramento;

2) costituire pegni o ipoteche;

3) procedere a divisioni o promuovere i relativi giudizi;

4) fare compromessi e transazioni o accettare concordati.

L’autorizzazione è data su parere del giudice tutelare.

Art. 376.
Vendita di beni.

Nell’autorizzare la vendita dei beni, il tribunale determina se debba farsi all’incanto o a trattative private, fissandone in ogni caso il prezzo minimo.

Quando nel dare l’autorizzazione il tribunale non ha stabilito il modo di erogazione o di reimpiego del prezzo, lo stabilisce il giudice tutelare.

Art. 377.
Atti compiuti senza l’osservanza delle norme dei precedenti articoli.

Gli atti compiuti senza osservare le norme dei precedenti articoli possono essere annullati su istanza del tutore o del minore o dei suoi eredi o aventi causa.

Art. 378.
Atti vietati al tutore e al protutore.

Il tutore e il protutore non possono, neppure all’asta pubblica, rendersi acquirenti direttamente o per interposta persona dei beni e dei diritti del minore.

Non possono prendere in locazione i beni del minore senza l’autorizzazione e le cautele fissate dal giudice tutelare.

Gli atti compiuti in violazione di questi divieti possono essere annullati su istanza delle persone indicate nell’articolo precedente, ad eccezione del tutore e del protutore che li hanno compiuti.

Il tutore e il protutore non possono neppure diventare cessionari di alcuna ragione o credito verso il minore.

Art. 379.
Gratuità della tutela.

L’ufficio tutelare è gratuito.

Il giudice tutelare tuttavia, considerando l’entità del patrimonio e le difficoltà dell’amministrazione, può assegnare al tutore un’equa indennità. Può altresì, se particolari circostanze lo richiedono, sentito il protutore, autorizzare il tutore a farsi coadiuvare nell’amministrazione, sotto la sua personale responsabilità da una o più persone stipendiate.

Art. 380.
Contabilità dell’amministrazione.

Il tutore deve tenere regolare contabilità della sua amministrazione e renderne conto ogni anno al giudice tutelare.

Il giudice può sottoporre il conto annuale all’esame del protutore e di qualche prossimo parente o affine del minore.

Art. 381.
Cauzione.

Il giudice tutelare tenuto conto della particolare natura ed entità del patrimonio, può imporre al tutore di prestare una cauzione, determinandone l’ammontare e le modalità. Egli può anche liberare il tutore in tutto o in parte dalla cauzione che avesse prestata.

Art. 382.
Responsabilità del tutore e del protutore.

Il tutore deve amministrare il patrimonio del minore con la diligenza del buon padre di famiglia. Egli risponde verso il minore di ogni danno a lui cagionato violando i propri doveri.

Nella stessa responsabilità incorre il protutore per ciò che riguarda i doveri del proprio ufficio.

Sezione IV
Della cessazione del tutore dall’ufficio

Art. 383.
Esonero dall’ufficio.

Il giudice tutelare può sempre esonerare il tutore dall’ufficio qualora l’esercizio di esso sia al tutore soverchiamente gravoso e vi sia altra persona atta a sostituirlo.

Art. 384.
Rimozione e sospensione del tutore.

Il giudice tutelare può rimuovere dall’ufficio il tutore che si sia reso colpevole di negligenza o abbia abusato dei suoi poteri, o si sia dimostrato inetto nell’adempimento di essi, o sia divenuto immeritevole dell’ufficio per atti anche estranei alla tutela, ovvero sia divenuto insolvente.

Il giudice non può rimuovere il tutore se non dopo averlo sentito o citato; può tuttavia sospenderlo dall’esercizio della tutela nei casi che non ammettono dilazioni.

Sezione V
Del rendimento del conto finale

Art. 385.
Conto finale.

Il tutore che cessa dalle funzioni deve fare subito la consegna dei beni e deve presentare nel termine di due mesi il conto finale dell’amministrazione al giudice tutelare. Questi può concedere una proroga.

Art. 386.-

AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO


Approvazione del conto.

Il giudice tutelare invita il protutore, il minore divenuto maggiore o emancipato, ovvero, secondo le circostanze, il nuovo rappresentante legale a esaminare il conto e a presentare le loro osservazioni.

Se non vi sono osservazioni, il giudice che non trova nel conto irregolarità o lacune lo approva; in caso contrario nega l’approvazione.

Qualora il conto non sia stato presentato o sia impugnata la decisione del giudice tutelare, provvede l’autorità giudiziaria nel contraddittorio degli interessati.

Art. 387.
Prescrizione delle azioni relative alla tutela.

Le azioni del minore contro il tutore e quelle del tutore contro il minore relative alla tutela si prescrivono in cinque anni dal compimento della maggiore età o dalla morte del minore. Se il tutore ha cessato dall’ufficio e ha presentato il conto prima della maggiore età o della morte del minore, il termine decorre dalla data del provvedimento col quale il giudice tutelare pronunzia sul conto stesso.

Le disposizioni di quest’articolo non si applicano all’azione per il pagamento del residuo che risulta dal conto definitivo.

Art. 388.
Divieto di convenzioni prima dell’approvazione del conto.

Nessuna convenzione tra il tutore e il minore divenuto maggiore può aver luogo prima che sia decorso un anno dall’approvazione del conto della tutela. (1)

La convenzione può essere annullata su istanza del minore o dei suoi eredi o aventi causa.

(1) Comma così modificato dalla Legge 9 gennaio 2004, n. 6.

Art. 389.AMMINISTRATORE DI SOSTEGNOegistro delle tutele.

Nel registro delle tutele, istituito presso ogni giudice tutelare, sono iscritti a cura del cancelliere l’apertura e la chiusura della tutela, la nomina, l’esonero e la rimozione del tutore o del protutore, le risultanze degli inventari e dei rendiconti e tutti i provvedimenti che portano modificazioni nello stato personale o patrimoniale del minore.

Dell’apertura e della chiusura della tutela il cancelliere dà comunicazione entro dieci giorni all’ufficiale dello stato civile per l’annotazione in margine all’atto di nascita del minore.

Capo II
Dell’emancipazione

AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO

Art. 390.AMMINISTRATORE DI SOSTEGNOmancipazione di diritto.

Il minore è di diritto emancipato col matrimonio.

Art. 391. AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO
[Emancipazione con provvedimento del giudice tutelare.

Il minore che ha compiuto gli anni diciotto può essere emancipato dal giudice tutelare su istanza del genitore esercente la patria potestà o del tutore.

L’emancipazione può essere accordata dal giudice tutelare su istanza dello stesso minore, sentiti i genitori o il tutore. Il giudice tutelare non può accordare la emancipazione senza il consenso del genitore esercente la patria potestà salvo che concorrano gravissime ragioni.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 8 marzo 1975, n. 39.

Art. 392.

Senza

uratore dell’emancipato.

Curatore del minore sposato con persona maggiore di età è il coniuge.

Se entrambi i coniugi sono minori di età, il giudice tutelare può nominare un unico curatore, scelto preferibilmente fra i genitori.

Se interviene l’annullamento per una causa diversa dall’età, o lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio o la separazione personale, il giudice tutelare nomina curatore uno dei genitori, se idoneo all’ufficio, o, in mancanza, altra persona. Nel caso in cui il minore contrae successivamente matrimonio, il curatore lo assiste altresì negli atti previsti nell’articolo 165.

Art. 393.AMMINISTRATORE DI SOSTEGNOncapacità o rimozione del curatore.

Sono applicabili al curatore le disposizioni degli articoli 348, ultimo comma, 350 e 384.

Art. 394.AMMINISTRATORE DI SOSTEGNOapacità dell’emancipato.

L’emancipazione conferisce al minore la capacità di compiere gli atti che non eccedono l’ordinaria amministrazione.

Il minore emancipato può con l’assistenza del curatore riscuotere i capitali sotto la condizione di un idoneo impiego e può stare in giudizio sia come attore sia come convenuto.

Per gli altri atti eccedenti l’ordinaria amministrazione, oltre il consenso del curatore, è necessaria l’autorizzazione del giudice tutelare. Per gli atti indicati nell’articolo 375 l’autorizzazione, se curatore non è il genitore, deve essere data dal tribunale su parere del giudice tutelare.

Qualora nasca conflitto di interessi fra il minore e il curatore, è nominato un curatore speciale a norma dell’ultimo comma dell’articolo 320.

Art. 395.AMMINISTRATORE DI SOSTEGNOifiuto del consenso da parte del curatore.

Nel caso in cui il curatore rifiuta il suo consenso, il minore può ricorrere al giudice tutelare, il quale, se stima ingiustificato il rifiuto, nomina un curatore speciale per assistere il minore nel compimento dell’atto, salva, se occorre, l’autorizzazione del tribunale.

Art. 396.AMMINISTRATORE DI SOSTEGNOnosservanza delle precedenti norme.

Gli atti compiuti senza osservare le norme stabilite nell’articolo 394 possono essere annullati su istanza del minore o dei suoi eredi o aventi causa.

Sono applicabili al curatore le disposizioni dell’articolo 378.

Art. 397.AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO
Emancipato autorizzato all’esercizio di un’impresa commerciale.

Il minore emancipato può esercitare un’impresa commerciale senza l’assistenza del curatore, se è autorizzato dal tribunale, previo parere del giudice tutelare e sentito il curatore.

L’autorizzazione può essere revocata dal tribunale su istanza del curatore o d’ufficio, previo, in entrambi i casi, il parere del giudice tutelare e sentito il minore emancipato.

Il minore emancipato, che è autorizzato all’esercizio di una impresa commerciale, può compiere da solo gli atti che eccedono l’ordinaria amministrazione, anche se estranei all’esercizio dell’impresa.

Art. 398. AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO
[Revoca dell’emancipazione.

Quando gli atti del minore ne dimostrano l’incapacità ad amministrare, l’emancipazione accordata per l’articolo 391 può essere revocata dal giudice tutelare su istanza di chi richiede l’emancipazione o anche d’ufficio, sentito il minore.

Revocata l’emancipazione, il minore rientra sotto la patria potestà o la tutela e vi rimane sino all’età maggiore.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 8 marzo 1975, n. 39.

Art. 399. AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO
[Pubblicità.

I provvedimenti con i quali è concessa o revocata l’emancipazione devono essere iscritti, a cura del cancelliere, in apposito registro e comunicati entro dieci giorni all’ufficiale dello stato civile perché li annoti in margine all’atto di nascita dell’emancipato.

La pubblicità dei provvedimenti relativi all’autorizzazione dell’esercizio dell’impresa commerciale o alla revoca dell’autorizzazione è regolata dal libro V.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 8 marzo 1975, n. 39.

AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO importante e articolata sentenza del TRIBUNALE DI VERCELLI

SEZIONE CIVILESentenza 16 ottobre 2015 afferma:

Non si vede pertanto il motivo per il quale altri individui, sol perché affetti da patologie, pur invalidanti, che inibiscano loro di provvedere autonomamenteai propri interessi, debbano necessariamente ed ineluttabilmente essere assistiti da un soggetto di nomina giudiziale, laddove siano concretamente in grado di esercitare con pienezza i loro diritti avvalendosi del proficuo aiuto da parte di terzi.  

devesi sottolineare, in accordo con la giurisprudenza tutelare più attenta (cfr. Uff. G.t. Milano, decr. del 03.11.2014, Est. Buffone), che “la necessità di un amministratore di sostegnosempre e in ciascuna situazione di bisognocomporta una necessaria istituzionalizzazione di ogni figura di assistente etradisce la lettera e lo spirito della legge”.

A ben vedere, l’interpretazione che il Giudice milanese correttamente abiura, si porrebbe in contrasto con una lettura costituzionalmente orientata delle norme che presiedono all’istituzione delle misure di protezione.

Se è vero infatti che lo Stato deve rimuovere gli ostacoli che, limitando di fatto l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana, con ciò accordando un diritto (art. 3 Cost.), è altresì vero che lo stesso Stato deve costantemente richiedere l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà sociale (art. 2 Cost.)

E tali doveri sono posti, come è ovvio, in primo luogo a carico dei soggetti che – di fatto o in quanto a ciò normativamente tenuti – siano prossimi a chi, per qualsivoglia motivo, si trovi in situazione di bisogno: lo Stato, infatti, non può di certo prefiggersi l’obiettivo, del tutto irrealistico, che ogni suo singolo consociato abbia la “possibilità di provvedere ai propri interessi” del tutto autonomamente, e senza l’aiuto del prossimo.

AMMINISTRATORE SI SOSTEGNO QUANDO NON NECESSARIO Una importante ae articolata sentenza del TRIBUNALE DI VERCELLI
AMMINISTRATORE SI SOSTEGNO QUANDO NON NECESSARIO Una importante ae articolata sentenza del TRIBUNALE DI VERCELLI
AMMINISTRATORE SI SOSTEGNO QUANDO NON NECESSARIO Una importante ae articolata sentenza del TRIBUNALE DI VERCELLI
AMMINISTRATORE SI SOSTEGNO QUANDO NON NECESSARIO Una importante ae articolata sentenza del TRIBUNALE DI VERCELLI

Sulla scorta di una serena analisi del tessuto sociale italiano, ci si accorge agevolmente del fatto che determinate categorie di persone (ad es., gli analfabeti, gli anziani, le persone prive di adeguati mezzi culturali, gli stranieri, magari richiedenti protezione internazionale, del tutto slegati dal territorio nazionale sul quale sono appena giunti, etc.), solo da un punto di vista astratto hanno il potere di curare determinati loro interessi; nel concreto, invero, riescono ad esercitare i loro diritti con pienezza, solo in quanto si giovino dell’ausilio degli altri (della famiglia; dei servizi sociali; delle associazioni; attraverso l’utilizzo degli strumenti negoziali approntati dal diritto civile, quali mandato, procura, testamento pubblico exart. 603, u.c., c.c., etc; ed in tanti altri modi ancora).

Senza tali strumenti, semplicemente, non ne sarebbero in grado.

L’ausilio altrui, preteso dalla Costituzione in ossequio al dovere di solidarietà sociale, si pone quindi alla stregua di una vera e propria “causa di esclusione” della impossibilità, per taluni consociati, di attendere ai propri interessi.

Non si vede pertanto il motivo per il quale altri individui, sol perché affetti da patologie, pur invalidanti, che inibiscano loro di provvedere autonomamenteai propri interessi, debbano necessariamente ed ineluttabilmente essere assistiti da un soggetto di nomina giudiziale, laddove siano concretamente in grado di esercitare con pienezza i loro diritti avvalendosi del proficuo aiuto da parte di terzi.

Questo vuol dire che se i famigliari sono in grado di provvedere autonomamente puo non essere necessario lamministratore di sostegno

Già in passato questa corte ha ripetutamente rilevato l’inammissibilità del ricorso per cassazione proposto ai sensi dell’art. 111 Cost., contro il decreto con il quale il tribunale provveda in sede di reclamo avverso il provvedimento del giudice tutelare di revoca di un tutore, trattandosi di provvedimento che, adottato nell’ambito di un procedimento di volontaria giurisdizione, è privo del carattere della decisorietà, configurandosi come intervento di tipo ordinatorio ed amministrativo, insuscettibile di passare in cosa giudicata in quanto sempre revocabile e modificabile per la sopravvenienza di nuovi elementi di valutazione (Cass. 6 maggio 2010, n. 11019; e Cass. 14 febbraio 2003, n. 2205).

Le medesime conclusioni debbono valere anche per quel che attiene al ricorso per cassazione avente ad oggetto il decreto emesso sul reclamo avverso la rimozione e la sostituzione ad opera del giudice tutelare di un amministratore di sostegno, trattandosi di un provvedimento emanato in applicazione della medesima norma che disciplina la rimozione del tutore (l’art. 384 c.c., richiamato dal successivo art. 411, comma 1). E’ bensì vero che nei procedimenti in materia di amministratore di sostegno dell’art. 120 bis c.p.c., u.c. (introdotto dalla L. n. 6 del 2004) espressamente contempla il ricorso per cassazione contro il decreto emesso dalla corte d’appello sul reclamo avverso i provvedimenti del giudice tutelare; ma ragioni di ordine sistematico sembrano suggerire che tale norma sia riferibile soltanto ai decreti, quali quelli che dispongono l’apertura o la chiusura dell’amministrazione, di contenuto corrispondente alle sentenze pronunciate in materia d’interdizione ed inabilitazione a norma delle disposizioni dei precedenti art. 712, e segg., espressamente richiamati dal primo comma del citato art. 720 bis, e non anche ad un provvedimento tipicamente gestorio quale è quello che dispone la rimozione e la sostituzione dell’amministratore di sostegno.

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SEPARAZIONE BOLOGNA? MANTENIMENTO? ASSEGNO? Assegno di mantenimento e assegno divorzile

studi legali diritto penale bologna
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L’art 156 del Codice Civile (Effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi), al comma 1, viene stabilito che “il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri”.

 

  • Ebbene si la separazione ha forti conseguenze sul regime patrimoniale della famiglia in quanto determina la cessazione del vincolo coniugale.
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  • Considera pero’ che l’obbligo di assistenza materiale non si estingue e non si sospende neppure durante la causa di separazione.
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  • Assegno di mantenimento e assegno divorzile: confronto

L’assegno di mantenimentosvolge la propria funzione nella separazione legale dei coniugi: il giudice, nel pronunciare la separazione, impone al coniuge che disponga di una migliore condizione economica [1] di contribuire al mantenimento dell’altro, se privo di adeguatiredditi propri[2] che gli consentano lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio.

Dunque, l’assegno di mantenimento a seguito di separazione è disciplinato dall’art. 156 CC, il quale recita testualmente che “il Giudice pronunziando la separazione stabilisce a carico del coniuge cui non sia addebitabile la separazione, il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia redditi propri”.

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avvocato per separazione
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LA CASSAZIONE NEL 2017 IN MODO INNOVATIVO AFFERMA

– sopravvive dopo il divorzio il diritto all’assegno divorzile nei limiti segnati dall’art. 5, comma 6 l. 898/70, il cui fondamento costituzionale è dato dagli artt. 2 e 23, nel senso che la doverosità della prestazione ex art. 23 si giustifica sulla base della “solidarietà post coniugale” di cui all’art. 2, che incombe sul singolo ex coniuge in favore dell’altro (ex) membro della coppia laddove economicamente più debole;

– il riconoscimento dell’assegno, la cui funzione quindi è esclusivamente “assistenziale” si svolge in due momenti, il primo attinente all’“an” che se, e solo se, dà esito positivo confluisce nella quantificazione: il solo rapporto matrimoniale non è sufficiente per la integrazione dell’“an”; in termini processual-civilistici, i fatti costitutivi sono quindi due, il preesistente rapporto matrimoniale e lo stato di non autosufficienza e indipendenza economica;

– deve quindi essere valutato il secondo presupposto per dargli concretezza oggettiva: cosa si intende per “mezzi adeguati e impossibilità di procurarseli” ed in relazione a quale parametro esso deve essere giudicato: l’onere probatorio del fatto costitutivo incombe sul richiedente;

– il parametro alla stregua del quale valutare la sussistenza della inadeguatezza dei mezzi e della incapacità a procurarseli non può più essere il tenore di vita tenuto in costanza di matrimonio, parametro che dopo 27 anni dalla sua enunciazione non può più ritenersi attuale (per le ragioni che si esporranno nel secondo paragrafo);

– deve quindi essere individuato un nuovo parametro di riferimento che consiste nella non indipendenza economica del soggetto richiedente, correlato inoltre al principio della autoresponsabilità.

– La indipendenza (autosufficienza) economica andrà valutata sulla base di indici che vengono specificati: il possesso di redditi e cespiti; la disponibilità di casa coniugale; la capacità e/o l’effettivo svolgimento di attività lavorativa.

le varie materie nelle quali operiamo all’interno del Diritto di famiglia Separazione consensuale o giudiziale

Divorzio congiunto o giudiziale

Nullità matrimonio Tribunale ecclesiastico

Tutela dei figli minori

Affidamento condiviso

Negoziazione assistita

Cessazione convivenze

Patti di convivenza

Amministratore di sostegno

Mantenimento figli e assegno mantenimento

Codice rosso e maltrattamenti in famiglia

Riconoscimento paternità

Maltrattamenti in famiglia

 

SEPARAZIONE GIUDIZIALE :

 

Quando parliamo di “separazione con addebito “ molto spsso non è chiaro cosa sia e in questo articolo cercherò di fare chiarezza sull’espressione e vedremo insieme quali sono i presupposti per il riconoscimento dell’addebito e soprattutto quali sono le conseguenze.

La separazione giudiziale è una separazione personale pronunciata dal Tribunale dopo la richiesta di uno o di entrambi i coniugi a seguito di fatti che rendono intollerabile la prosecuzione della convivenza o recano grave danno ai figli come da art. 151 Codice Civile.
Qualora ne ricorrano i presupposti o dopo la richiesta, il Giudice, pronunciando la separazione giudiziale, dichiara a quale coniuge va addebitata la separazione stessa in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri del matrimonio.
L’addebito della separazione comporta la perdita del diritto al mantenimento ancorché ci si trovi nella situazione di non poter mantenere lo stesso tenore vita goduto durante il matrimonio, la perdita dei diritti successori, nonché la perdita dei diritti sulla pensione di reversibilità.

 

L’addebito in sé consiste in una grave violazione dei doveri derivanti dal matrimonio attraverso un comportamento cosciente e volontario che sia contrario a tali doveri e determini quindi la crisi coniugale che conduce poi alla rottura del rapporto di coniugio. 

 

L’OBBLIGAZIONE DEL MATRIMONIO PREVISTO DALL’ART 143 CC :

con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale , alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione”.

 

Addebito separazione

 

Va richiesto e dimostrato dal coniuge interessato attraverso un ricorso per separazione giudiziale (non può infatti né essere pronunciato d’ufficio dal Giudice né essere previsto nella separazione consensuale).

 

ANCORA NELL’ART 151 CC

” La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio all’educazione della prole.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio”.

  SEPARAZIONE BOLOGNA? MANTENIMENTO? ASSEGNO? Assegno di mantenimento e assegno divorzile
SEPARAZIONE BOLOGNA? MANTENIMENTO? ASSEGNO? Assegno di mantenimento e assegno divorzile

SEPARAZIONE BOLOGNA? MANTENIMENTO? ASSEGNO? Assegno di mantenimento e assegno divorzile

 

l’assegno divorzile, il cui fondamento si ravvisa, infatti, nella rottura definitiva del rapporto coniugale e, dunque, nel venir meno di tutti gli effetti propri del vincolo matrimoniale. Anche l’assegno divorzile ha una finalità assistenziale/solidaristica serve cioè a impedire il deterioramento delle condizioni economiche del coniuge economicamente più debole.

Matrimonio – Separazione – Assegno di mantenimento – Decorrenza – Dalla data della domanda – Ammissibilità – Modulazione della misura dell’assegno nel tempo – Possibilità. (Cc, articoli 155 e 156) 
In tema di separazione personale dei coniugi la circostanza che la spettanza degli assegni di cui agli articoli 155 e 156 del Cc decorra fin dalla domanda non esclude il potere del giudice del merito di graduare e differenziare nel tempo la entità dell’assegno di contributo al mantenimento del coniuge e dei figli, modulandola in funzione del complesso dei dati concretamente accertati. Ne segue, pertanto, che la naturale retroattività delle statuizioni assunte in proposito in sede di giudizio di separazione non vuole anche dire necessaria uniformità degli importi fissati in relazione alle varie fasi temporali.
Cass. Sezione I, sentenza 17 dicembre 2004 n. 23570 ()

Divorzio – Successivo a separazione – Assegno di divorzio – Comportamento di uno dei coniugi – Anteriormente alla separazione – Irrilevanza. (Legge 1° dicembre 1970 n. 898, articoli 3 e 5) 
Il comportamento dei coniugi, anteriore alla separazione, resta superato e assorbito dalla valutazione effettuata al riguardo dal giudice della separazione. Ne deriva, pertanto, che ove questa sia stata pronunciata senza addebito (e con il riconoscimento del diritto a percepire un assegno di mantenimento in favore di uno dei coniugi) nell’accertamento delle ragioni della decisione, ai fini della determinazione dell’assegno di divorzio può tenersi conto solo del comportamento della parte beneficiaria dell’assegna successivo alla separazione, quando esso si sia rilevato tale da precludere la ricostituzione della comunione spirituale e materiale dei coniugi. 
Cass. Sezione I, sentenza 1° febbraio 2005 n. 1989 (in Giuda al Diritto, Edizione n. 12 del 26 marzo 2005, pagina 52)

SEPARAZIONE BOLOGNA? MANTENIMENTO? ASSEGNO? Assegno di mantenimento e assegno divorzile

norma dell’art. 156 cod. civ., il diritto al mantenimento a seguito di separazione personale sorge, in favore del coniuge al quale questa non sia addebitabile, ove egli non fruisca di redditi che gli consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello che aveva durante il matrimonio. Nel valutare tale presupposto, tuttavia, il giudice dovrà tenere conto di ogni tipo di reddito disponibile da parte del richiedente, ivi compresi quelli derivanti da elargizioni da parte di familiari che erano in corso durante il matrimonio e che si protraggano in regime di separazione con carattere di regolarità e continuità tali da influire in maniera stabile e certa sul tenore di vita dell’interessato.

Cassazione civile sez. VI  10 giugno 2014 n. 13026

 

 

L’art. 5 della legge n. 898/70 prevede che il Tribunale, con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, riconosca l’assegno divorzile al coniuge che lo richiede quando quest’ultimo non disponga di mezzi adeguati o comunque non possa procurarseli per ragioni obiettive, tenendo conto delle condizioni reddituali di entrambi i coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e patrimoniale, e valutando questi elementi in rapporto alla durata del matrimonio.

 

In assenza di tale presupposto, la casa in comproprietà non può essere assegnata dal Giudice in sostituzione o quale componente dell’assegno di mantenimento (di separazione o di divorzio) e resta soggetta alle norme sulla comunione, in ordine all’uso ed alla eventuale divisione (cfr ax multis Cass. 9079/2011; Cass. 6979/2007; Cass. 16398/2007; Cass. 3934/2008; Cass. 387/2012; Cass. 18440/2013; Cass. 12346/2014).

SEPARAZIONE BOLOGNA? MANTENIMENTO? ASSEGNO? Assegno di mantenimento e assegno divorzile
  • all’art. 708 cpc che il presidente “anche d’ufficio, sentiti i coniugi ed i rispettivi difensori, dà con ordinanza i provvedimenti temporanei e

urgenti che reputa opportuni nell’interesse della prole e dei coniugi”

  • − all’art. 155-sexies c.c. che: “prima dell’emanazione, anche in via provvisoria, dei provvedimenti di cui all’articolo 155, il giudice può assumere, ad istanza di parte o d’ufficio, mezzi di prova. Il giudice dispone, inoltre, l’audizione del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento. Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla

tutela dell’interesse morale e materiale dei figli

Art. 156 c.c. Art. 8 L. divorzio
Effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi.

 

1. Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri.

2. L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato.

3. Resta fermo l’obbligo di prestare gli alimenti di cui agli articoli 433 e seguenti.

4. Il giudice che pronunzia la separazione può imporre al coniuge di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi previsti dai precedenti commi e dall’articolo 155.

5. La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’articolo 2818.

6. In caso di inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all’obbligato, che una parte di essa

1. Il tribunale che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio può imporre all’obbligato di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi di cui agli articoli 5 e 6.

 

2. La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’art. 2818 del codice civile.

3. Il coniuge cui spetta la corresponsione periodica dell’assegno, dopo la costituzione in mora a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento del coniuge obbligato e inadempiente per un periodo di almeno trenta giorni, può notificare il provvedimento in cui è stabilita la misura dell’assegno ai terzi tenuti a corrispondere periodicamente somme di denaro al coniuge obbligato con l’invito a versargli direttamente le somme dovute, dandone comunicazione al coniuge inadempiente.

4. Ove il terzo cui sia stato notificato il provvedimento non adempia, il coniuge creditore ha azione diretta esecutiva nei suoi confronti per il pagamento delle somme dovutegli quale assegno di mantenimento ai sensi degli articoli 5 e 6.

5. Qualora il credito del coniuge obbligato nei confronti dei suddetti terzi sia stato già pignorato al momento della notificazione, all’assegnazione e alla ripartizione delle somme fra il coniuge cui spetta la corresponsione periodica dell’assegno, il creditore procedente e i creditori intervenuti nell’esecuzione, provvede il giudice dell’esecuzione.

6. Lo Stato e gli altri enti indicati nell’art. 1 del testo unico delle leggi concernenti il sequestro, il pignoramento e la cessione degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1950, n. 180, nonché gli altri enti datori di lavoro cui sia stato notificato il provvedimento in cui è stabilita la misura dell’assegno e l’invito a pagare direttamente al coniuge cui spetta la corresponsione periodica, non possono versare a

venga versata direttamente agli aventi diritto.

 

7. Qualora sopravvengano giustificati motivi il giudice, su istanza di parte, può disporre la revoca o la modifica dei provvedimenti di cui ai commi precedenti.

quest’ultimo oltre la metà delle somme dovute al coniuge obbligato, comprensive anche degli assegni e degli emolumenti accessori.

 

7. Per assicurare che siano soddisfatte o conservate le ragioni del creditore in ordine all’adempimento degli obblighi di cui agli articoli 5 e 6, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro dei beni del coniuge obbligato a somministrare l’assegno. Le somme spettanti al coniuge obbligato alla corresponsione dell’assegno di cui al precedente comma sono soggette a sequestro e pignoramento fino alla concorrenza della metà per il soddisfacimento dell’assegno periodico di cui agli articoli 5 e 6.

Somma sequestrabile: nessun limite Somma sequestrabile: fino alla metà
Ordinanza-ingiunzione di pagamento Azione diretta esecutiva verso il terzo, a seguito della messa in mora stragiudiz.

 

Articolo 155.Il giudice che pronunzia la separazione dichiara a quale dei coniugi i figli sono affidati e adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole, con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa.

In particolare il giudice stabilisce la misura e il modo con cui l’altro coniuge deve contribuire al mantenimento, all’istruzione e all’educazione dei figli, nonché le modalità di esercizio dei suoi diritti nei rapporti con essi.

Il coniuge cui sono affidati i figli, salva diversa disposizione del giudice, ha l’esercizio esclusivo della potestà su di essi; egli deve attenersi alle condizioni determinate dal giudice. Salvo che sia diversamente stabilito, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i coniugi. Il coniuge cui i figli non siano affidati ha il diritto e il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse.

L’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza, e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli.

Il giudice dà inoltre disposizioni circa l’amministrazione dei beni dei figli e, nell’ipotesi che l’esercizio della potestà sia affidato ad entrambi i genitori, il concorso degli stessi al godimento dell’usufrutto legale.

In ogni caso il giudice può per gravi motivi ordinare che la prole sia collocata presso una terza persona o, nella impossibilità, in un istituto di educazione (Cod. Proc. Civ. 710).

Nell’emanare i provvedimenti relativi all’affidamento dei figli e al contributo al loro mantenimento, il giudice deve tener conto dell’accordo fra le parti: i provvedimenti possono essere diversi rispetto alle domande delle parti o al loro accordo, ed emessi dopo l’assunzione di mezzi prova dedotti dalle parti o disposti d’ufficio dal giudice.

I coniugi hanno diritto di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, l’attribuzione dell’esercizio della potestà su di essi e le disposizioni relative alla misura e alle modalità del contributo.

 

Separazione personale dei coniugi – Determinazione dell’assegno di mantenimento – Contestazioni – Ricorso da parte del giudice alla polizia tributaria – Ammissibilità. (Legge 898/1970, articolo 5) 
L’articolo 5, comma 9, della legge 898/1970, nel testo novellato dall’articolo 10 della legge 74/1987, il quale, in tema di riconoscimento e determinazione dell’assegno divorzile, stabilisce che “in caso di contestazioni, il tribunale dispone indagini sui redditi e patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria”, deve ritenersi applicabile in via analogica, stante l’identità di ratio, anche in materia di separazione di coniugi, con riguardo all’assegno di mantenimento. L’esercizio di detto potere, che costituisce una deroga alle regole generali sull’onere della prova, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, e non può essere considerato anche come un dovere imposto sulla base della semplice contestazione delle parti in ordine alle loro rispettive condizioni economiche. Esiste, tuttavia, un limite a tale discrezionalità, da rinvenire nella circostanza che il giudice, potendosi avvalere di detto potere, non può rigettare le istanze delle parti relative al riconoscimento e alla determinazione dell’assegno sotto il profilo della mancata dimostrazione degli assunti sui quali si fondano, facendo capo in tal caso allo stesso l’obbligo di disporre accertamenti di ufficio.
Cass. Sezione I, sentenza 17 maggio 2005 n. 10344 (in Giuda al Diritto, Edizione n. 25 del 25 giugno, pagina 42)

 

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Quando il danno derivato da un incidente stradale è particolarmente grave, l’assicurazione è tenuta a risarcire non solo l’automobilista che si è fatto male, ma anche i suoi familiari. E ciò vale, ancor di più, nel triste caso di morte del primo.

La Corte ricorda che per “persona danneggiata” si intende non solo la vittima diretta dell’incidente, ma anche i prossimi congiunti (i familiari) o gli aventi causa della stessa (ossia gli eredi, in caso di decesso).

Non solo. I danni non vanno necessariamente risarciti tutti nell’ambito del massimale; al contrario il limite del risarcimento è quello previsto per ciascuna persona danneggiata, distintamente per ciascun danno, salvo il limite del massimale cosiddetto “catastrofale” .

 

 

I DANNI RISARCIBILI NEGLI INCIDENTI MORTALI

 

Va riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni patrimoniali e morali a tutti i parenti conviventi della vittima di un incidente stradale mortale: per il ristoro devono essere valutati “l’an e il quantum” del danno de quo compresi nella domanda introduttiva del giudizio.

 

 

Il danno morali, per la reale sofferenza e il turbamento conseguenti alla morte del congiunto;

I danni patrimoniali: ad esempio dalle spese funerarie al danno lucro cessante cioè il mancato redddito che i congiunti avranno dalla morte del famigliare

Il danno da morte “iure hereditatis” : consiste nel risarcimento per il danno biologico e morale subito dal defunto e trasmissibile agli eredi, per la durata del periodo intercorso tra il sinistro ed il decesso, nel caso in cui la morte non sia sopravvenuta immediatamente al fatto ma solo in seguito, tale danno comprende anche le conseguenti spese mediche, ospedaliere, di trasporto, di esami specialistici, ecc. che i familiari hanno dovuto sostenere tra l’occorso e la morte del congiunto;

 

RECENTEMENTE LA CASSAZIONE CON SENTENZA Cass.civ. sez. III ord. 8 aprile 2020 n. 774 HA AFFERMATO IL SEGUENTE PRINCIPIO :

“in caso di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale “da uccisione”, proposta “iure proprio” dai congiunti dell’ucciso, questi ultimi devono provare la effettività e la consistenza della relazione parentale, rispetto alla quale il rapporto di convivenza non assurge a connotato minimo di esistenza, ma può costituire elemento probatorio utile a dimostrarne l’ampiezza e la profondità, e ciò anche ove l’azione sia proposta dal nipote per la perdita del nonno; infatti, non essendo condivisibile limitare la “società naturale”, cui fa riferimento l’art. 29 Cost., all’ambito ristretto della sola cd. “famiglia nucleare”, il rapporto nonni-nipoti non può essere ancorato alla convivenza, per essere ritenuto giuridicamente qualificato e rilevante, escludendo automaticamente, nel caso di non sussistenza della stessa, la possibilità per tali congiunti di provare in concreto l’esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto” (da ultimo, Cass. Sez. 3, n. 29332 del 07/12/2017);

 

 

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In tema di risarcibilità dei danni conseguiti da fatto illecito (o da inadempimento, nell’ipotesi di responsabilità contrattuale) il nesso di causalità va inteso in modo da ricomprendere nel risarcimento anche i danni indiretti e mediati che si presentino come effetto normale secondo il principio della cd. regolarità causale”. Cass. Civ. III sez. 4/07/2006 n.15274

Detto principio va applicato e correlato alla normativa codicistica in materia di assicurazione automobilistica obbligatoria, ovvero alle norme di cui agli artt. 145-148-149 del  C.d.Ass..

Come è noto la procedura di liquidazione del danno da parte della compagnia del responsabile civile, o dell’assicuratore del danneggiato stesso in caso di “indennizzo diretto”, sono regolamentate dagli articoli su indicati, che pongono a carico del danneggiato precise modalità di richiesta danni.

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  • Purtroppo quando a un nostro parente o famigliare stretto capita un incidente con esiti mortali, sui viene presi da uno stato assoluto di disperazione e impotenza.

  •  

Contro la morte nessuno puo’ fare nulla”!!

I famigliari potranno avere il danno morale e eventualmente il danno biologico jure ereditatis e il danno patrimoniale da mancato reddito a seguito della morte del famigliare.

Secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza della Corte, la categoria generale del danno non patrimoniale – che attiene alla lesione di interessi inerenti alla persona non connotati da valore di scambio – presenta natura composita, articolandosi in una serie di aspetti (o voci) aventi funzione meramente descrittiva, quali il danno morale (identificabile nel paterna d’animo o sofferenza interiore subiti dalla vittima dell’illecito, ovvero nella lesione arrecata alla dignità o integrità morale, quale massima espressione della dignità umana), quello biologico (inteso come lesione del bene salute) e quello esistenziale (costituito dallo sconvolgimento delle abitudini di vita del soggetto danneggiato), dei quali – ove essi ricorrano cumulativamente – occorre tenere conto in sede di liquidazione del danno, in ossequio al principio dell’integralità del risarcimento, senza che a ciò osti il carattere unitario della liquidazione, da ritenere violato solo quando lo stesso aspetto (o voce) venga computato due (o più) volte sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 1361 del 23/01/2014, Rv. 629364 – 01).

Sul piano strettamente operazionale, muovendo dalla considerazione del danno alla salute (o biologico), il compito cui è chiamato il giudice ai fini della relativa liquidazione, va distinto concettualmente in due fasi: la prima, volta a individuare le conseguenze ordinarie inerenti al pregiudizio, cioè quelle che qualunque vittima di lesioni analoghe subirebbe (tenuto conto che, secondo la definizione di cui all’art. 138, il danno biologico s’intende come la lesione temporanea o permanente all’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito); la seconda, volta a individuare le eventuali conseguenze peculiari, cioè quelle che non sono immancabili, ma che si sono verificate nel caso specifico. Le prime vanno monetizzate con un criterio uniforme; le seconde con criterio ad hoc scevro da automatismi (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 16788 del 13/08/2015, Rv. 636384 – 01).

Da tali premesse discende che, ai fini della c.d. personalizzazione del danno non patrimoniale forfettariamente individuato (in termini monetari) attraverso i meccanismi tabellari cui la sentenza abbia fatto riferimento (e che – occorre ribadire – devono ritenersi destinati alla riparazione delle conseguenze ordinarie inerenti ai pregiudizi che qualunque vittima di lesioni analoghe normalmente subirebbe), spetta al giudice far emergere e valorizzare, in coerenza alle risultanze argomentative e probatorie obiettivamente emerse ad esito del dibattito processuale, le specifiche circostanze di fatto, peculiari al caso sottoposto ad esame, che valgano a superare le conseguenze ordinarie già previste e compensate dalla liquidazione forfettizzata del danno non patrimoniale assicurata dalle previsioni tabellari; da esse distinguendosi siccome legate all’irripetibile singolarità dell’esperienza di vita individuale nella specie considerata, caratterizzata da aspetti legati alle dinamiche emotive della vita interiore, o all’uso del corpo e alla valorizzazione dei relativi aspetti funzionali, di per sè tali da presentare obiettive e riconoscibili ragioni di apprezzamento (in un’ottica che, ovviamente, superi la dimensione economicistica dello scambio di prestazioni), meritevoli di tradursi in una differente (più ricca e, dunque, individualizzata) considerazione in termini monetari, rispetto a quanto suole compiersi in assenza di dette peculiarità.

Tale personalizzazione del danno legato agli aspetti immediatamente riferiti al pregiudizio della salute della vittima è quindi caratterizzata da un’opportuna rivisitazione, e da un aggiuntivo adeguamento monetario, alla luce delle ulteriori circostanze di fatto al cui rilievo e alla cui valorizzazione il giudice è tenuto a provvedere (come già avvertito, sulla base delle risultanze argomentative e probatorie obiettivamente emerse ad esito del dibattito processuale) là dove si profilino aspetti che attengano a una specifica e particolare sofferenza interiore patita dalla vittima dell’illecito (che, in ossequio al linguaggio tradizionale, si traduce con l’espressione che allude al c.d. danno morale soggettivo), e/o alla sofferenza derivante dallo sconvolgimento delle abitudini di vita del soggetto danneggiato che siano ricollegabili (non già al rilievo di aspetti idiosincratici, di comune riferibilità, o di non apprezzabile considerazione, in una prospettiva di solidarietà relazionale, bensì) alla lesione di interessi che assumano consistenza sul piano del disegno costituzionale della vita della persona.

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Il risarcimento previsto dalle tabelle del tribunale di Milano adottate in tutta Italia sono per il coniuge, i figli, i genitori e i fratelli!

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Normalmente ai figli coniuge e genitori viene liquidata una soma dai 150 ai trecentomila euro di danno morale .

Ai fratelli dai 20 agli 80 mila euro, ma è ben difficile arrivare agli ottantamila in sede stragiudiziale con le assicurazioni.

Mentre i cosiddetti prossimi congiunti della vittima del sinistro stradale mortale sono sicuramente legittimati a chiedere i danni, gli altri parenti dovranno provare uno stretto legame affettivo con la persona deceduta.

Ognuno di questi parenti potrà agire anche singolarmente per ottenere la sua parte di risarcimento del danno per l’incidente stradale mortale, oppure i parenti potranno agire tutti insieme.

 

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In caso di incidente mortale, il procedimento penale inizia d’ufficio (cioè automaticamente). Il presunto responsabile viene quindi imputato di lesioni personali colpose lievi, gravi o gravissime o di omicidio colposo (a seconda della gravità dei casi) verso la vittima dell’incidente stradale.

Il risarcimento a causa di un incidente stradale mortale in favore dei prossimi congiunti, conviventi e altri soggetti sono molteplici e comprende:

1)I danni non patrimoniali, o morali, quando previsti dalla legge, e per coloro che siano legittimati, per un reale perturbamento subito causato da incidente stradale mortale.(Es. genitori, moglie,marito, figli,fratelli, zii, ecc.)

2) I danni patrimoniali: comprendono sia i danni emergenti (spese funerarie ed altre tipologie di danno) sia il lucro cessante e/o il mancato guadagno del defunto al bilancio familiare.

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La morte di un parente costituisce un evento che può, in determinate circostanze, far venir meno il sostegno economico-assistenziale fornito al danneggiato dal defunto. Gli esempi, che si possono avere nella realtà di tutti i giorni, sono molteplici: si pensi al mantenimento di un figlio minore gravemente compromesso dal sopraggiungere della morte di uno dei genitori, all’obbligo assistenziale che i figli hanno verso un genitore, agli obblighi di assistenza materiale e morale derivanti dal matrimonio, ai rapporti di convivenza etc. Il defunto, che di volta in volta può ricoprire la veste del marito o della moglie, del figlio o del genitore, del nipote o del nonno, del fratello o della sorella, con la sua scomparsa non può, ovviamente, più contribuire con il suo reddito al mantenimento di quelle persone che, con lui avevano, un particolare rapporto parentale o di convivenza affettiva. 

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Cass., sez. III, 07-11-2002, n. 15641
I genitori di persona minore d’età, deceduta in conseguenza dell’altrui atto illecito, ai fini della liquidazione del danno patrimoniale futuro provocato dal venir meno della aspettativa degli stretti congiunti ad un contributo economico da parte del familiare prematuramente scomparso, hanno l’onere di allegare e provare che il figlio deceduto avrebbe verosimilmente contribuito ai bisogni della famiglia.

 

 La morte dei genitori ha provocato un pregiudizio patrimoniale non a carico dei figli (le cui esigenze di vita sono state completamente assicurate dai nonni materni), ma dei detti nonni materni che hanno dovuto far fronte a tutte le spese del caso.

Cass., sez. III, 28-02-2002, n. 2962
Il diritto al risarcimento del danno patrimoniale subito dai genitori di un minore deceduto in conseguenza di un fatto illecito si sostanzia nel venir meno delle aspettative di un contributo economico che, secondo un criterio di normalità, la vittima avrebbe destinato a loro beneficio; a tal fine non rileva che i genitori stessi dispongano, al momento dell’evento, di fonti di reddito tali da rendere inutile qualsiasi contributo del figlio, salvo che la valutazione complessiva non consenta di presumere, al riguardo, l’assenza di mutamenti del quadro nel corso degli anni.

danno biologico terminale

Per danno biologico terminale si intende quella particolare forma di danno non patrimoniale rappresentato dal patimento d’animo e dalle sofferenze che la vittima ha patito nel lasso di tempo intercorrente tra il fatto (in questo caso un incidente stradale) e la morte. La liquidazione avviene in via equitativa ma è necessario, appunto, che sia intercorso un lasso di tempo sufficiente tra i due eventi, tale per cui la sofferenza sia prolungata e rappresenti di fatto lesione al bene della vita.

 

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In tema di risarcibilità dei danni conseguiti da fatto illecito (o da inadempimento, nell’ipotesi di responsabilità contrattuale) il nesso di causalità va inteso in modo da ricomprendere nel risarcimento anche i danni indiretti e mediati che si presentino come effetto normale secondo il principio della cd. regolarità causale”. Cass. Civ. III sez. 4/07/2006 n.15274

Detto principio va applicato e correlato alla normativa codicistica in materia di assicurazione automobilistica obbligatoria, ovvero alle norme di cui agli artt. 145-148-149 del  C.d.Ass..

Come è noto la procedura di liquidazione del danno da parte della compagnia del responsabile civile, o dell’assicuratore del danneggiato stesso in caso di “indennizzo diretto”, sono regolamentate dagli articoli su indicati, che pongono a carico del danneggiato precise modalità di richiesta danni.

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A-BOLOGNA-2

DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA , SEI SICURO DI VOLERLA?

AVERE UNA EREDITA’ E NON GODERNE E’

COME NON AVERLA, COME DIVIDERLA DAGLI ALTRI EREDI ?

BOLOGNA E PROVINCIA AVVOCATO ESPERTO DIVISIONE EREDITARIA CHIAMA ADESSO 3358174816
DIVISIONE EREDITARIA

 

AVVOCATO DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA ,PER EVITARE LUNGHE CAUSE EREDITARIE

A BOLOGNA CHIAMA L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

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DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA , SEI SICURO DI VOLERLA?

Appare strano ,ma in realta’ molti eredi non vogliono arrivare a una divisione ereditaria altrimenti vi arriverebbero senza anni di inutili cause, dispendiose e che creano patemi d’animo

L’avvocato Sergio Armaroli ti assistera’ sia nella fase stragiudiziale (ivi compresa la Mediazione) che nella fase giudiziale, assistendo il cliente in ogni ambito: dall’accettazione dell’eredità (con o senza beneficio d’inventario), alla sua rinuncia, dall’azione di impugnazione di testamenti per lesione di quota legittima all’azione di divisione ereditaria, nonché all’azione di petizione di eredità, o di nomina del curatore dell’eredità giacente o di esonero dell’esecutore testamentario.

Che cos’è la successione ereditaria?

Riguarda  quel procedimento legale che trasferisce il patrimonio dal de cuis agli eredi comporta il trasferimento del patrimonio ereditario dal soggetto defunto al suo, o ai suoi, successori.

DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA E PROVINCIA AVVOCATO ESPERTO
DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA E PROVINCIA AVVOCATO ESPERTO

Quando si apre una successione ereditaria?

Per prima cosa viene individuato il momento preciso a cui retroagiscono gli effetti della trasmissione dei diritti ereditari e il momento dal quale decorrono i termini prescritti per l’espletamento delle varie formalità previste, tra le quali quelle di carattere fiscale.

Dove si apre la successione ereditaria?

Il luogo dove si apre la successione è quello dell’ultimo domicilio del defunto ed è importante per l’individuazione degli uffici competenti per gli adempimenti previsti. La legge prevede la possibilità per il testatore di redigere due tipi di testamenti senza l’ausilio del notaio.

“Nulla al mondo può prendere il posto della perseveranza. Non il talento; nulla è più comune di uomini di talento falliti. Non il genio; il genio incompreso è ormai un luogo comune. Non l’istruzione; il mondo è pieno di derelitti istruiti. Solo la perseveranza e la determinazione sono onnipotenti.”
Calvin Coolidge

Il nostro ordinamento prevede due forme di successione ereditaria, successione legittima e successione testamentaria.

La successione legittima trova titolo nella legge ed è volta a tutelare i diritti di determinate categorie di persone (c.d. legittimari), regolamentando la devoluzione delle situazioni giuridiche facenti capo al de cuius tutte le volte in cui manca (totalmente o solo in parte) un testamento.

Le successioni sono spesso complicate e coinvolgono i rapporti interparentali. L’intervento del legale è auspicabile al fine di evitare problematiche ulteriori nei rapporti tra familiari: lo studio legale è in grado di valutare e mediare situazioni delicate che potrebbero sfociare in inutili rivendicazioni.

  • acquisto dell’eredità (accettazione pura e semplice, espressa o tacita; accettazione con beneficio d’inventario; casi di decadenza dal beneficio d’inventario; separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede su richiesta dei separatisti; acquisti del terzo dall’erede apparente);
  • azioni a tutela dell’erede (azioni possessorie e cautelari, petizione di eredità, azione di rivendicazione, azione di riduzione, azione di risoluzione o di rescissione di contratti conclusi dal de cuius, azione revocatoria, azione surrogatoria);
  • rinuncia all’eredità, revoca della rinuncia, decadenza dalla facoltà di rinuncia, impugnazione della rinuncia da parte dei creditori;

successione legittima

  • apertura della successione (vocazione e delazione, successione della delazione, rapporti patrimoniali oggetto di successione, poteri del chiamato prima dell’accettazione);
    • eredità giacente (verifica dei presupposti di applicazione dell’istituto, istanza per la dichiarazione di giacenza e per la nomina di un curatore);
    • capacità di succedere delle persone fisiche e giuridiche nella successione legittima e testamentaria, e casi di incapacità di ricevere per testamento;
    • indegnità a succedere (casi di indegnità, azione di indegnità, riabilitazione della persona dell’offensore);

 

 

 

  • Il primo è il testamento olografo che è la forma più riservata della volontà del testatore. I requisiti di forma sono tre: autografia, data, sottomissione.

 

 

  • L’autografia consiste nel fatto che il testamento sia scritto integralmente dalla mano del testatore.

 

  • La data è l’indicazione del giorno del mese e dell’anno in cui tale testamento fu scritto, può essere apposta all’inizio o alla fine delle disposizioni (di erede e/o legatorio).
  • La sottoscrizione serve ad individuare il testatore.
  • Tale testamento è revocabile dal testatore in ogni momento.
  • Una copia o l’originale è bene che venga depositata presso un legale.
  • Il secondo è il testamento segreto, consta di due elementi. Il primo a differenza dell’olografo può non essere autografo può perciò essere scritto da un terzo o con mezzi meccanici, l’estro che deve essere sottoscritto dal testatore alla fine delle disposizioni. Deve essere depositato da un notaio in busta chiusa.
  • Il terzo è il testamento pubblico

 

 

La divisione scioglie la comunione che si instaura tra i coeredi.

Ciò avviene mediante l’assegnazione  – a ciascun condividente – di una porzione del patrimonio ereditario.

Il valore dei diritti assegnati, in via generale, corrisponde alla quota ereditaria spettante a ogni partecipante alla comunione.

I tipi di divisione dell’eredità

L’ordinamento prevede tre tipologie di divisione dell’eredità:

1)la divisione giudiziale,

2)quella negoziale

3) la divisione testamentaria.

 

COME OPERIAMO

Affidati a noi per trovare la migliore soluzione risparmiando tempo e stress.

Forti di un’esperienza pluriennale possiamo seguirti nella gestione della tua pratica di successione fornendoti un’assistenza legale completa ed il supporto umano necessario per affrontare un momento così delicato.

Si fornisce una prima approfondita consulenza, acquisendo tutti gli elementi possibili per suggerire i rimedi giudiziali e/o stragiudiziali a tutela del Cliente.

 

È compito infatti dell’Avvocato riuscire a trovare la migliore soluzione possibile anche per dirimere le conflittualità che dovessero sorgere tra gli eredi.
Il legale dopo aver individuato i termini del problema propone apriori rimedi di natura stragiudiziale volti a superare l’impasse per poter giungere ad un accordo.
Quando ciò non è possibile allora si ricorre alla via giudiziale

 

DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA , SEI SICURO DI VOLERLA?
>DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA , SEI SICURO DI VOLERLA?

 

Ma perché dico questo?

 

Perché per arrivare a una divisione ereditaria ,soprattutto quando il clima in famiglia se non è buono, occorre laconsapevolezza e volontà di fare qualche rinuncia.

 

Dividere infatti non vuol dire avere tutto ma appunto dividere.

 

 

Perché dico questo, perché dividere vuol dire avere una parte dell’intero e se un erede pretende troppo allora nascono le cause, cause che spesso per gli eredi sono un “bagno di sangue”.

 

Molti non lo sanno ma nelle divisioni ereditarie  in causa occorrono perizie di stima, valutazioni anni di avvocati e gli avvocati costano credetemi.

 

Allora conviene evitare di andare in causa con una divisione ereditaria?

 

Semplicemente non perdendo mai la volontà di un accordo , voler accordarsi, sempre,  a meno che non vi sia un tale muro da rendere impossibile ogni accordo( IN REALTA’ MOLTO RARO).

AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA
AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA

Ma i beni indivisi o in comunione non fanno comodo a nessuno, nemmeno le somme vincolate in banca che spesso non si possono spostare e dividere se non vi è accordo tra gli eredi.

 

Quando ricevo un cliente che deve affrontare una divisione ereditaria  ,analizzato il patrimonio, la prima domanda è cosa voglia ottenere? E poi si discute su cosa realmente invece puo’ ottenere !!

 

Chi legge deve tenere presente che l’avvocato comunque anche se ovviamente di parte è un terzo e puo’ avere una visione o idea che la stessa parte puo’ non avere.

 

Faccio un esempio.

 

Due anni fa  due fratelli litigavano da anni in causa  per la divisione di un importante  immobile nel Veneto.

 

Il Pomo della discordia era che il fratello che io rappresentavo aveva speso oltre centomila euro per la ristrutturazione dell’immobile e l’altro non intendeva riconoscere la reale spesa.

 

Allora io proposi al mio di acquistare la quota del fratello detraendo dall’ipotetico prezzo le spese sostenute.

 

Non ci crederete fu subito un si dall’altra parte  e in una settimana avevamo chiuso.

 

CHIAMATE CON FIDUCIA L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI TROVEREMO UNA SOLUZIONE

 

 

DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA , SEI SICURO DI VOLERLA?
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Borgo Tossignano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Lizzano in Belvedere AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
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CONTROVERSIE EREDITARIE BOLOGNA :SOLUZIONI PER EREDI risolvi

HAI UN PROBLEMA EREDITARIO? NON SAI COME RISOLVERLO, RITIENI CHE TI ABBIANO LESO, PARLIAMONE SUBITO ADESSO !!

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  • AVVOCATO SERGIO ARMAROLI DA 25 ANNI TRATTA PROBLEMATICHE EREDITARIE AVENDONE RISOLTE MOLTE CON SODDISFAZIONE DEI CLIENTI
  • Con la successione ereditaria avviene il trasferimento dei diritti e del patrimonio defunto ai suoi eredi.
  • A seconda dei casi, la successione può essere regolata dalla legge o, in alternativa, dalle disposizioni testamentarie specificatamente previste dal de cuius ancora vivente e capace di discernimento.
  • Testamento Olografo
  • ossia quello scritto, datato e sottoscritto interamente a mano dal testatore;
  • Testamento Pubblico
  • un documento ufficiale redatto dal notaio, che mette in forma scritta le dichiarazioni di ultima volontà che gli vengono fatte oralmente dal testatore alla presenza di due testimoni; l’atto deve essere datato e sottoscritto
  •  In Causa
  • L’avvocato Sergio Armaroli ha maturato negli anni una solida esperienza in tema di complesse cause successorie e nell’assistenza in contenziosi ereditari, quali ad esempio:
  • – azioni di riduzione, finalizzate alla reintegrazione della quota di eredità spettante agli eredi legittimari (coniuge-figli-ascendenti),
  • – azioni di impugnazione di testamenti
  • – azioni di circonvenzione
  • – procedure di divisione giudiziale dei beni ereditari. 
  • Nello specifico ci occupiamo di:
  • Successioni legittime e testamentarie.
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  • EREDITARE NON E’ FACILE!! VEDIAMO IL PERCHE’ E IL PER COME
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CONTROVERSIE EREDITARIE BOLOGNA :SOLUZIONI PER EREDI

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CONTROVERSIE EREDITARIE BOLOGNA :SOLUZIONI PER EREDI risolvi

Lo sapevi che  solo la quota disponibile puo’ essere lasciata in testamento?

  • Se non lo sapevi te lo dico adesso, infatti chi fa testamento non puo’ disporre della quota legittima riservata ad alcune categorie di eredi quali la moglie, i figli ed in assenza di questi ultimi gli ascendenti.
  • La legge riserva comunque a favore di determinati soggetti, detti eredi legittimari (coniuge, figli e ascendenti del defunto), una quota di eredità detta “quota di legittima” della quale non possono essere privati. Pertanto, chi fa testamento deve tener conto che una parte dell’eredità deve essere destinata ai parenti (c.d. “porzione indisponibile”) secondo le quote previste (c.d. “legittima”).
  • Per determinare l’ammontare della porzione disponibile si procede alla cd. riunione fittizia, rispettando rigorosamente il seguente calcolo (art. 556 cod. civ.):
  • SUCCESSIONI TESTAMENTO AVVOCATO BOLOGNA
  • testamenti olografi, lo studio Avvocato successioni Bologna ha maturato una significativa esperienza in materia di analisi della scrittura.  

    La consulenza  Avvocato successioni Bologna sia per la fase stragiudiziale che per quella dell’eventuale contenzioso, assistendo il Cliente in ogni ambito: dall’accettazione dell’eredità (con o senza beneficio d’inventario), alla dichiarazione di successione (mediante l’assistenza di un esperto commercialista), nell’eventuale redazione dell’inventario, nella fase di vendita dei beni ereditari, nonché nell’azione di divisione ereditaria (sia dinanzi gli organi di mediazione e conciliazione, che dinanzi il Tribunale competente), nei casi di impugnazione del testamento, di petizione di eredità, di nomina del curatore dell’eredità giacente, di esonero dell’esecutore testamentario, e più in generale, in ogni altra azione che si rendesse necessaria per la tutela del proprio assistito.

    Lo studio legale dell’Avvocato Sergio Armaroli Bologna presta la propria assistenza in particolare:

    in ambito testamentario, sia per quanto concerne la redazione di testamenti e legati, sia nel caso di atti di donazione;

    in caso di impugnazione di testamenti per lesione di quota legittima o per invalidità;

    in ambito giudiziale e stragiudiziale per eventuali divisioni ereditarie;

    per l’individuazione di quote ereditarie.

    Particolare attenzione viene posta dall’Avvocato successioni Bologna al rapporto con il Cliente che potrà sempre confrontarsi direttamente con Avvocato successioni Bologna, i quali supervisionano personalmente ogni pratica cercando di coniugare l’efficienza e la professionalità del servizio con quella particolare vicinanza al cliente, che costituisce il principale pregio della tradizione propria dell’avvocatura italiana.

    Ricerca di un testamento pubblico o di un testamento olografo già pubblicato mediante accesso al Registro Generale dei Testamenti;

    Ricerca di atti notarili presso l’Archivio Notarile Distrettuale o presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari nel caso in cui gli eredi non siano in grado di reperire la copia degli stessi ed il notaio rogante abbia nel frattempo cessato l’esercizio delle proprie funzioni.

Della responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio, Concorso nel mantenimento     Condotta del genitore pregiudizievole ai figliDei diritti e doveri del figlio
Della responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio, Concorso nel mantenimento
 
 
Condotta del genitore pregiudizievole ai figliDei diritti e doveri del figlio

L’Avv. Sergio Armaroli si propone di assistere il Cliente anzitutto nella fase di consulenza e di eventuale redazione di testamenti, in modo da poter evitare eventuali successivi problemi interpretativi e controversie, ma altresì nella fase di gestione del patrimonio del de cuius in caso di successione testamentaria o legittima.

 

 

L’Avv. Sergio Armaroli in caso di successione per legge (ab intestato) che testamentaria, è frequente che sia necessario l’intervento di un avvocato civilista esperto di eredità al fine di risolvere problematiche in materia di interpretazione della scheda testamentaria, divisione delle quote tra coeredi, tutela dei legittimari pretermessi.

L’Avv. Sergio Armaroli a tal fine si avvale di stabili collaborazioni con notai e geometri, con i quali realizza in concreto gli obiettivi di pianificazione patrimoniale del disponente, ovvero tutela al meglio ed in tempi rapidi eredi e legatari.

Qualora sia necessario affrontare un contenzioso giudiziale, lo Studio L’Avv. Sergio Armaroli garantisce assistenza puntuale anche su tutto il territorio nazionale e all’estero, in forza di solide reti professionali specialistiche costruite in occasione di convegni nazionali ed internazionali

  1. Lo studio legale successioni Bologna presta la propria attività di assistenza e consulenza sia in sede stragiudiziale che giudiziale per:
  2. divisioni ereditarie;
  3. individuazione delle quote ereditarie;
  4. individuazione della quota disponibile e di eventuali lesioni di legittima;
  5. assistenza per inventari ed accettazione di eredità con beneficio d’inventario;
  6. impugnazione di testamenti per invalidità o lesione di quota legittima;
  7. consulenza ed assistenza alla redazione di testamenti e legati nonché ad atti di donazione.

SUCCESSIONI TESTAMENTO AVVOCATO BOLOGNA

 

 

Pianificare in tempo la propria successione testamentaria potrà consentire al testatore di vedere soddisfatti alcuni desideri e potrà consentire agli eredi di evitare lunghe e costose liti giudiziarie tese (in molti casi) ad accertare la validità delle disposizioni testamentarie e l’eventuale lesione della quota di legittima.

Dichiarazione di successione;

Risoluzione di questioni ereditarie, quale risoluzione della comunione, lesioni di legittima, azioni di riduzione;

SUCCESSIONI TESTAMENTO AVVOCATO BOLOGNA

 

 

Qualora, infatti, il testatore abbia attribuito tutti i suoi beni solo ad alcuni dei coeredi legittimari, gli altri coeredi legittimari, c.d. pretermessi, potranno impugnare la disposizione testamentaria lesiva della quota di legittima e potranno chiedere la riduzione di quelle disposizioni (donazioni e disposizioni testamentarie) lesive della loro quota di riserva.

 

Come avvocato io amo la materia ereditaria e da anni la studio e ho risolto moltissime vicende  di diattribe ereditarie .

CHIAMA SUBITO L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI BOLOGNA RISPOSTE CHIARE !!

Cosa vuol dire?

Facciamo un esempio,:

tizio ha un patrimonio consistente in liquidita’ di trecentomila euro.

Tizio ha una moglie e un figlio, ma innamoratasi della badante lascia con testamento pubblico tutto alla badante.

 

Non puo’ farlo, perché puo’ disporre solo di un terzo del suo patrimonio.

Quindi puo’ disporre solo di centomila euro, mentre gli altri duecentomila andranno divisi tra moglie e figlio.

 

Non fanno parte del patrimonio ereditario e quindi non cadono in successione il trattamento di fine rapporto di lavoro subordinato e le assicurazioni sulla vita.

Le indennità di preavviso e di fine rapporto, dovute dal datore di lavoro alla morte del dipendente devono essere corrisposte, ai sensi dell’art. 2122 c.c, al coniuge, ai figli e, qualora vivessero a carico del lavoratore, ai parenti entro il terzo grado e agli affini entro il secondo.

CONTROVERSIE EREDITARIE BOLOGNA :SOLUZIONI PER EREDI

 

avvocato a bologna 

Altro esempio : caio ha una casa e duecentomila euro in banca, con testamento lascia tutto il patrimonio al suo migliore amico.

 

Caio ha due figli

 

. In questo caso puo’ disporre con testamento solo di un terzo della casa e di un terzo del danaro, il resto è “vincolato” per legge.

 

Altro esempio: Mario non ha moglie né ascendenti in vita né figli.

 

Mario lascia il suo ingente intero patrimonio a un’associazione.

Puo’ farlo perché Mario non ha eredi necessari o legittimari, puo’ lasciare  il suo patrimonio a chi vuole.

La parte del patrimonio caduto in successione, dopo aver sottratto la “quota di riserva”, rappresenta la “quota disponibile”, che può infatti essere liberamente “disposta” a favore di chiunque, senza alcun vincolo.

 

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COVID SEPARAZIONI BOLOGNA, LA COPPIA SCOPPIA

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CON IL COVID LE ATTESE E PROPOSITI PERSEPARAZIONI BOLOGNA AUMENTANO, LA COPPIA SCOPPIA !!

 

Pare che il covid e la convivenza a volte forzata tra i coniugi stia creando molti propositi di separazione !

Un conto era vivere senza covid, ove la coppia stava lontana anche molte ore al giorno, ora  invece si è obbligati a convivere  in modo stretto e questo alimenta spesso discussioni iti incomprensioni che sfociano nel desiderio di separarsi.

Pensiamo al primo lockdown , per due mesi si era obbligati a stare in casa causa covid, adesso vi sono comunque molte restrizioni e attività chiuse, con la conseguenza che si sta in casa insieme e spesso la convivenza non è facile!!

Perché rivolgersi ad un avvocato familiarista

 

Uno dei principali aspetti che vale la pena considerare da parte di chi vuole affidarsi ad un avvocato familiarista è che si tratta di un avvocato giuridicamente preparato per far ottenere i diritti scaturenti dal matrimonio a chi a lui si affida .

Alla fine del matrimonio il primo passo che attende i due coniugi è quello della separazione, consensuale o giudiziale, secondo che si trovi un accordo o meno tra i coniugi per la spartizione dei beni, l’affidamento dei figli e la corresponsione dell’assegno di mantenimento.

Per raggiungere un valido accordo, in presenza di patrimoni e prole, non è possibile fare a meno dell’assistenza di un avvocato divorzista/matrimonialista/famigliarista .

 

Solo con un avvocato esperto in separazioni e divorzi si può evitare di arrivare ad una separazione giudiziale lunga e costosa. 

 

 

Spesso, oltre la semplice determinazione di un mantenimento o quantificazione di alimenti, occorre valutare la divisione di somme di danaro, di immobili , di auto o perché non di animali oltre che fondamentale il collocamento dei figli  .

 

ECCO LA NECESSITA’ DI UN ESPERTO AVVOCATO MATRIMONIALISTA

Una approfondita preparazione ed esperienza in tema di separazione personale dei coniugi, affidamento e tutela dei minori, garantiscono massima professionalità nel settore indicato. In un sistema giudiziario lento e macchinoso come quello italiano, grazie alla recente riforma in materia di negoziazione assistita e divorzio breve, L’avvocato Sergio Armaroli ha portato a termine separazioni personali dei coniugi in tempi brevissimi e con risultati stabili nel tempo.

 

Il Diritto di famiglia è uno degli ambiti che maggiormente influisce sulla qualità di vita dei nostri assistiti. In questo campo è più che mai necessaria la capacità di mediazione dell’avvocato. 

 

Trovare soluzioni a lungo termine, conciliative e salubri, significa spesso riuscire ad attenuare il trauma di una famiglia che si divide.

Se cerchi un avvocato matrimonialista (o anche “avvocato divorzista”) non accontentarti: scegli quello che per te è il miglior avvocato matrimonialista a Bologna .

Per noi il miglior avvocato divorzista è quello che ti ascolta attentamente e comprende a fondo le tue esigenze, cammina al tuo fianco e sostiene le tue ragioni.

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NON DIRMI CHE NON TE LO AVEVO DETTO.SEPARARSI NON E’ FACILE

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La separazione può essere consensuale, se è chiesta da entrambi i coniugi che abbiano raggiunto un accordo sulle condizioni della stessa, oppure giudiziale, se domandata da un coniuge nei confronti dell’altro. Solo in quest’ultimo caso può essere richiesto l’addebito della separazione a carico dell’altro coniuge, se il suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio sia stato la causa dell’intollerabilità della convivenza.

 

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  1. Quali sono i vantaggi della negoziazione assistita da un avvocato per la separazione consensuale o il divorzio consensuale?
  2. L’ avvocato matrimonialista è un professionista specializzato che si trova molto spesso ad operare nel momento in cui i dissidi , le incomprensioni e tutte le altre patologie del rapporto coniugale sfociano in uno scontro che può generare ulteriori sofferenze per i coniugi stessi ed per i figli.
  3.  
  4. Particolarmente complesse e delicate si presentano le dinamiche familiari in caso di presenza di FIGLI MINORENNI.

esaminando i vantaggi della negoziazione assistita da un avvocato per il divorzio o la separazione consensuale sono anzitutto rappresentati dal fatto che si tratta di una procedura veloce, che consente tempi molto più brevi rispetto a quelli delle corrispondenti procedure di separazione e divorzio da seguire in Tribunale.

veloce procedura che segue la negoziazione assistita per la separazione o il divorzio consensuale in pochi giorni o addirittura ore può formalizzare un tale accordo che sostituisce la sentenza, trasmettendolo al Comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto.
Separazione e figli: posso scegliere la negoziazione assistita?
Sì, la negoziazione assistita può essere utilizzata anche se ci sono figli minorenni, portatori di handicap o non autosufficienti dal punto di vista economico. Entrambi i coniugi, però, devono essere d’accordo sulla decisione di cessare il matrimonio.

Quando, invece, non può essere utilizzata?
Se tra i coniugi vi sono questioni ancora da negoziare riguardo all’affidamento condiviso e all’assegno di mantenimento dei figli.

A chi spetta il costo della separazione consensuale?
In caso di separazione consensuale, le spese vengono divise tra i due coniugi e ognuno, di norma, paga la parcella del proprio avvocato matrimonialista senza chiedere nulla all’altro.

 

Attività di consulenza e assistenza giudiziale e stragiudiziale nel campo del Diritto civile , ed in particolare:

 

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diritto di famiglia

diritto delle successioni

azioni a tutela della proprietà

diritto commerciale e societario

contrattualistica

infortunistica stradale

recupero crediti e procedure esecutive

risarcimento danni da responsabilità contrattuale ed extracontrattuale

 

 

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  • La Corte di Cassazione con sentenza n. 21245 del 2010, riconosce l’addebito al coniuge che tradisce l’altro e rende nota la sua relazione extraconiugale agli amici di famiglia.
  • Tuttavia anche in questo caso la Giurisprudenza, coerente con le pronunzie precedenti, afferma che per escludere l’addebito è necessario fornire la prova che il ménage preesistente restava in piedi solo sul piano formale. (Cass. Sez. I, 2010 n.21245)
  • Recentemente, la Cassazione ha negato l’addebito della separazione al marito fedifrago se la moglie era contraria ad avere figli. In tale caso la Corte ha ritenuto che la reazione extraconiugale del marito era proporzionata all’omissione dei doveri coniugali da parte della moglie.
  • Non basta la mera inosservanza dei doveri ex art. 143 c.c. per la pronunzia di addebito.
  • Secondo il Tribunale, l’addebito non è fondato sulla mera inosservanza dei doveri che l’art. 143 c.c. pone a carico dei coniugi, ma sulla effettiva incidenza di detta violazione nel determinarsi della situazione di intollerabilità della convivenza (Cass. 20.12.1995 n. 13021; Cass. 12.01.2000 n. 279). Bologna avvocato, Bologna avvocato separazioni e divorzi
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  •  

Sempre in materia di addebito, la Corte Suprema con la sentenza n. 8052 del 2011 lo ha negato nell’ipotesi del marito che abbia convissuto con un’altra donna in costanza di matrimonio, ove si sia determinata medio tempore una separazione di fatto dalla consorte.

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LESIONE DI LEGITTIMA DELL’EREDE AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RIMINI F0RLI

LESIONE DI LEGITTIMA DELL’EREDE AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RIMINI F0RLI

Cosa succede se un testamento lede le quote di legittima spettante a certi eredi per legge?

Il legittimario può ottenere la tutela specifica dell’azione di riduzione

In base a quanto sopra esposto emerge che:

  • al legittimario non può negarsi la tutela specifica offerta dall’azione di riduzione, sostenendo che la collazione riporti la donazione nell’asse ereditario;
  • l’azione di riduzione, una volta esperita, non esclude l’operatività della collazione con riguardo alla donazione oggetto di riduzione.
  • Senza che sia necessario trattare sotto il profilo teorico della molteplicità degli elementi distintivi fra la collazione e l’azione di riduzione, evidenziati in dottrina già a livello manualistico, al fine di fare emergere l’errore in cui è incorsa la corte d’appello, è sufficiente soffermarsi sul diverso modo di operare della collazione e dell’azione di riduzione, anche quando la prima sia fatta per imputazione.
  • La riduzione sacrifica i donatari nei limiti di quanto occorra per reintegrare la legittima lesa ed è quindi imperniata sul rapporto fra legittima e disponibile, mentre la collazione, nei rapporti indicati nell’art. 737 c.c., pone il bene donato, in proporzione della quota ereditaria di ciascuno, in comunione fra i coeredi che siano il coniuge o discendenti del de cuius, donatario compreso, senza alcun riguardo alla distinzione fra legittima e disponibile (Cass. n. 1481/1979). La collazione opera sia nella successione legittima, sia nella successione testamentaria (Cass. n. 3012/2006).
  • Nessuna contrapposizione è, sotto questo profilo proponibile fra collazione in natura e collazione per imputazione. La collazione, in entrambe le forme in cui è prevista dalla legge (in natura e per imputazione) rappresenta un istituto preordinato dalla legge per la formazione della massa ereditaria, allo scopo di assicurare l’equilibrio e la parità di trattamento in senso relativo tra i coeredi in modo da far sì che non venga alterato il rapporto di valore tra le varie quote e sia garantita a ciascun coerede la possibilità di conseguire una quantità di beni proporzionata alla propria quota. La differenza tra i due modi di collazione consiste in ciò che, mentre quella in natura consta di un’unica operazione, che implica un effettivo incremento dei beni in comunione che devono essere divisi, la collazione per imputazione ne postula due, l’addebito del valore dei beni donati, a carico della quota dell’erede donatario, ed il contemporaneo prelevamento di una corrispondente quantità di beni da parte degli eredi non donatari, cosicchè soltanto nella collazione per imputazione, non in quella in natura, i beni rimangono sempre in proprietà del coerede donatario, che li trattiene in virtù della donazione ricevuta e deve versare alla massa solo l’equivalente pecuniario, il che di norma avviene soltanto idealmente” (Cass. n. 2453/1976)

Ai sensi dell’art. 564 cod. civ., i legittimari che siano istituiti eredi, possono agire in riduzione contro chi li ha lesi nella loro quota di legittima solo se hanno preventivamente accettato l’eredità con beneficio d’inventario. Al contrario, il legittimario del tutto escluso dalla divisione ereditaria potrà esercitare l’azione di riduzione senza particolari oneri, se non quelli probatori.

  • Quali sono le quote previste dalla legge per gli eredi legittimi?
    Se vi sono solo figli: hanno diritto a tutto il patrimonio ereditario da dividersi fra loro in parti uguali; la loro presenza esclude la successione degli altri parenti, ad eccezione del coniuge.Se vi sono figli e coniuge: se il figlio è uno solo, metà della eredità spetta a lui e metà al coniuge; se sono più di uno, a loro vanno i due terzi da dividersi in parti uguali ed il residuo terzo va al coniuge.Se vi sono coniuge e genitori e/o fratelli e sorelle: al coniuge spettano i due terzi della eredità e ai genitori e fratelli complessivamente un terzo.Se vi è un solo coniuge: a lui spetta tutta l’eredità.Se vi sono solo i genitori: spetta loro tutta l’eredità da dividersi in parti uguali.Se vi sono solo fratelli e sorelle: l’eredità si divide fra loro in parti uguali.

La legge configura così una successione necessaria, in forza della quale le disposizione del defunto lesive della quota di legittima, pur non essendo invalide, sono tuttavia soggette a riduzione, sono cioè suscettibili, su domanda del legittimario leso (azione di riduzione) di essere private della loro efficacia giuridica nella misura necessaria e sufficiente a reintegrare il diritto del legittimario. 

In tal senso, l’azione di riduzionesi distingue dalle azioni dirette ad impugnare il testamento o le donazioni per vizi di volontà o di forma e si configura propriamente come un’azione con la quale il legittimario, leso nel suo diritto di legittima dalle disposizioni testamentarie o dagli atti di donazione posti in essere dal de cuius, può ottenere la pronuncia di inefficacia, nei suoi confronti, delle disposizioni del defunto lesive della sua quota di riserva.

LESIONE DI LEGITTIMA DELL’EREDE AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RIMINI F0RLI
LESIONE DI LEGITTIMA DELL’EREDE AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RIMINI F0RLI

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  • Cosa si intende per “legittima”?
  • Iniziamo spiegando che la quota di legittima  è la quota di eredita’ che riserva  la legge in assenza di testamento.
  • La quota dei  leggitimari invece  è la quota che comunque deve essere riconosciuta a certi eredi quali moglie figli ascendenti in assenza di figli
  • .

Cosa s’intende per quota di legittima?

Quota di legittima è il valore minimo che la legge riconosce ai legittimari: non può essere leso (“danneggiato”, insomma) dal defunto né con disposizioni testamentarie né con donazioni fatte in vita.

Quota disponibile è per differenza la quota che resta: ossia la parte del patrimonio di cui si può disporre

  • con testamento
  • con atti di liberalità (donazioni)

Il coniuge, i discendenti e, qualora manchino questi ultimi, gli ascendenti del de cuius, all’apertura della successione, acquistano il diritto ad una quota –quota legittima o riserva- del patrimonio del defunto,

 

a)Quota disponibile: rappresenta la percentuale del patrimonio di cui una persona può disporre liberamente tramite testamento, donazioni (dirette ed indirette) e atti di destinazione.

  1. b) Quota legittima: rappresenta la percentuale del patrimonio che per legge deve essere necessariamente destinata ai legittimari ossia a determinate persona legate al de cuius da stretti rapporti di parentela.

 

LESIONE DI LEGITTIMA DELL’EREDE AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RIMINI F0RLI
LESIONE DI LEGITTIMA DELL’EREDE AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RIMINI F0RLI

La “legittima” o, per meglio dire, “quota riservata”, è la quota di eredità che la legge garantisce ad alcuni soggetti legati ad una persona defunta da particolari legami familiari: sono “legittimari” (o “riservatari”) il coniuge, i figli (e i loro discendenti), i genitori e gli altri ascendenti (solo in mancanza di discendenti).

Nell’ ambito del fenomeno successorio, la successione necessaria viene inquadrata, secondo la dottrina e la giurisprudenza prevalenti, come successione legittima potenziata: essa, al pari della successione legittima, trova il suo titolo costitutivo nella legge ed il suo fondamento nella tutela della famiglia; tuttavia, si definisce “potenziata” perché le relative disposizioni prevalgono sull’ eventuale volontà contraria del testatore, mentre la disciplina della successione legittima si applica solo in assenza, totale o parziale, di una diversa volontà del testatore.

L’art. 536 cod. civ. individua le categorie di legittimari o “eredi necessari”, ovvero “le persone a favore delle quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti della successione”.
Il coniuge, i discendenti e, qualora manchino questi ultimi, gli ascendenti del de cuius, all’apertura della successione, acquistano il diritto ad una quota –quota legittima o riserva- del patrimonio del defunto, calcolata sul relictum, ovvero quanto lasciato in successione (al netto dei debiti ereditari) più il donatum, ovvero i beni usciti dal patrimonio del defunto per effetto di donazioni inter vivos.

Così, per esempio, il coniuge unico erede ha diritto ad una quota riservata di un mezzo dell’eredità; il coniuge che concorre con un solo figlio ha una quota riservata di un terzo; il coniuge che concorre con più figli ha una quota riservata di un quarto dell’eredità.

Comunque sia  ,una persona  puo’ avere anche dieci figli ma avra’ sempre  una quota disponibile da dare a chi gli pare!!

E’ importante sapere che la previsione di quote riservate non costituisce un limite assoluto alla libertà di disporre del proprio patrimonio. Un testamento con cui si devolve l’intera eredità ad un solo legittimario, o ad estranei, è certamente valido, benché impugnabile: quel testamento ha piena efficacia, e i legittimari – i quali provino di essere stati lesi nei loro diritti – hanno l’onere di esercitare un’apposita azione giudiziale (“azione di riduzione”) per ottenere la reintegrazione della quota di eredità loro riservata.

Come puo’ derivar ela lesione dei diritti di un legittimario ?

può derivare, oltre che da disposizioni testamentarie del de cuius, dalle donazioni che quest’ultimo ha compiuto in vita.

 Faccio un esempio.

Tizio morendo lascia due figli. Il suo patrimonio è di duecentomila euro in titoli.

In vita aveva lasciato settecentomila euro a uno dei due figli. L’altro potra’ integrare la sua quota di legittima ammontante l 66% del patrimonio facendoseli restituire dal fratello

Calcolando il patrimonio ereditario occorre sommare il valore delle donazioni deve infatti essere sommato al valore del patrimonio che residua al momento della morte,

Nota Bene: Su tale somma (al netto delle eventuali passività)

Si calcolano le quote riservate a ciascun legittimario: se l’importo che si ricava con questa operazione aritmetica è superiore alla somma di quanto il legittimario ha conseguito sul patrimonio che residua al momento della morte e di ciò che lo stesso legittimario ha ricevuto attraverso le donazioni, vuol dire che la quota riservata è stata lesa e che sussistono quindi i presupposti per l’azione di riduzione.

LESIONE DI LEGITTIMA DELL’EREDE AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RIMINI F0RLI
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La Suprema corte ha avuto occasione di affermare che se più sono i legittimari (nell’ambito della categoria dei discendenti), ciascuno ha diritto ad una frazione della quota di riserva e non all’intera quota, o comunque ad una frazione più ampia di quella che gli spetterebbe se tutti gli altri (non) facessero valere il loro diritto (sent. 22 ottobre 1975 n. 3500, 1978 n. 5611).

Tale orientamento, peraltro, si pone in implicito contrasto con la giurisprudenza formatasi con riferimento alla ipotesi in cui disponibile e legittima variano in funzione della esistenza di più categorie di legittimari o del numero di legittimari nell’ambito di una stessa categoria.

Ad es., in base all’art. 542 cod. civ., comma 1, se chi muore lascia, oltre al coniuge, un solo figlio, legittimo o naturale, a quest’ultimo è riservato un terzo del patrimonio ed un altro terzo spetta al coniuge; in base all’art. 542 cod. civ., comma 2, quando, invece, i figli, legittimi o naturali, sono più di uno, ad essi è complessivamente riservata la metà del patrimonio ed al coniuge spetta un altro quarto.

Con riferimento ad entrambe le ipotesi si pone il problema se il mancato esercizio dell’azione di riduzione da parte del coniuge pretermesso comporta che la legittima dell’unico figlio o dei piùfigli si “espanda”, diventando rispettivamente pari alla metà o ai due terzi del patrimonio del de cuius, secondo quando previsto dall’art. 537 cod. civ., comma 1 e 2.

Con riferimento alla ipotesi prevista dal primo comma dell’art. 542 cod. civ., si pone il problema se il mancato esercizio dell’azione di riduzione da parte dell’unico figlio comporta la espansione della legittima del coniuge, in modo da farle raggiungere la misura prevista dall’art. 540 cod. civ., comma 1.

Con riferimento, infine all’ipotesi prevista dall’art. 542 cod. civ., comma 2, si pone il problema se l’esperimento dell’azione di riduzione da parte di uno solo dei figli comporta che la legittima allo stesso spettante debba essere determinata secondo quanto disposto dal comma 1.

La giurisprudenza di questa S.C. si è mostrata favorevole alla tesi della c.d. espansione della quota di riserva con riferimento all’ipotesi di mancato esercizio dell’azione di riduzione da parte del coniuge superstite (sent. 26 ottobre 1976 n. 3888; 9 marzo 1987 n. 2434; 11 febbraio 1995 n. 1529).

Si è, in proposito, affermato (sent. 9 marzo 1987, cit. ) che .. occorre tenere presente che, a norma dell’art. 521 c.c., la rinunzia all’eredità è retroattiva nel senso che l’erede rinunziante si considera come se non fosse mai stato chiamato all’eredità. E’ dunque impossibile far riferimento alla situazione esistente al momento dell’apertura della successione, dal momento che tale situazione è soggetta a mutare, per effetto di eventuali rinunzie, con effetto retroattivo. E’ quindi alla situazione concreta che occorre far riferimento, e non a quella teorica, riferita al momento dell’apertura della successione, indipendentemente dalle vicende prodottesi in seguito; devesi dunque far riferimento agli eredi che concretamente concorrono nella ripartizione dell’asse ereditario e non a quelli che in teoria a tale riparto avrebbero potuto partecipare.

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LESIONE DI LEGITTIMA DELL’EREDE AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RIMINI F0RLI

Tale orientamento è conforme a quanto sostenuto in dottrina, in cui ugualmente si è invocato il principio della retroattività della rinuncia fissato nell’art. 521 c.c. e si è sostenuto che un argomento a favore dello stesso sarebbe desumibile dall’art. 538 cod. civ., che regola la riserva spettante agli ascendenti “se chi muore non lascia figli legittimi”, in quanto la norma dovrebbe applicarsi soltanto nel caso in cui l’ereditando non abbia avuto figli o questi siano tutti presenti o assenti; se invece sopravvivessero figli capaci di succedere e tutti rinunziassero, si dovrebbe concludere nel senso che o rimane ferma a beneficio degli ascendenti la quota riservata di due terzi stabilita dall’art. 537 c.c., oppure che non sorge alcun diritto di riserva in favore degli ascendenti, conclusioni, l’una e l’altra, evidentemente inammissibili.

Si tratta di un orientamento che il collegio ritiene di non poter condividere.

Appare, in primo luogo, inopportuno il richiamo agli effetti della rinuncia di uno dei chiamati in tema di successione legittima, secondo quanto previsto dagli artt. 521 e 522 cod. civ., per vari motivi.

Nella successione legittima il c.d. effetto retroattivo della rinuncia di uno dei chiamati e il conseguente accrescimento in favore degli accettanti trovano una spiegazione logica nel fatto che, diversamente, non si saprebbe quale dovrebbe essere la sorte della quota del rinunciante.

La situazione è ben diversa con riferimento alla c.d. successione necessaria.

Il legislatore, infatti, si è preoccupato di far sì che ad ognuno dei legittimari considerati venga garantita una porzione del patrimonio del de cuius anche contro la volontà di quest’ultimo.

Mancando una chiamata congiunta ad una quota globalmente considerata con riferimento alla ipotesi di pluralità di riservatari (ed anzi essendo proprio la mancanza di chiamata ereditaria il fondamento della successione necessaria), da un lato, viene a cadere il presupposto logico di un teorico accrescimento, e, dall’altro, non esistono incertezze in ordine alla sorte della quota (in teoria) spettante al legittimario che non eserciti l’azione di riduzione: i donatari o gli eredi o i legatari, infatti, conservano una porzione dei beni del de cuius maggiore di quella di cui quest’ultimo avrebbe potuto disporre.

La lettera della legge, poi, costituisce un ostacolo insormontabile per l’adesione alla tesi finora sostenuta in dottrina ed in giurisprudenza.

Dalla formulazione degli artt. 537 c.c., comma 1 (“se il genitore lascia”), 538 c.c., comma 1 (“se chi muore non lascia”), 542 c.c., comma 1 (“se chi muore lascia”), 542 c.c., comma 2 (“quando chi muore lascia”), risulta chiaramente che si deve fare riferimento, ai fini del calcolo della porzione di riserva, alla situazione esistente al momento dell’apertura della successione; non viene preso, invece, in considerazione, a tal fine, l’esperimento dell’azione di riduzione da parte di alcuno soltanto dei legittimari.

Mancano, pertanto, le condizioni essenziali (esistenza di una lacuna da colmare e possibilità di applicare il principio ubi eadem ratio ibi eadem legis dispositio) per una estensione in via analogica delle norme in tema di successione legittima.

La tesi criticata, poi, sembra in contrasto con la ratio ispiratrice della successione necessaria, che non è solo quella di garantire a determinati parenti una porzione del patrimonio del de cuius, ma anche (come rovescio della medaglia) quella di consentire a quest’ultimo di sapere entro quali limiti, in considerazione della composizione della propria famiglia, può disporre del suo patrimonio può disporre in favore di terzi. E’ evidente che l’esigenza di certezza in questione non verrebbe soddisfatta ove tale quota dovesse essere determinata, successivamente all’apertura della successione, in funzione del numero di legittimar che dovessero esperire l’azione di riduzione.

Non possono, poi, essere taciuti gli inconvenienti pratici connessi alla adesione della c.d. espansione della quota di riserva.

Occorre, a tal fine, partire dalla considerazione che l’esercizio dell’azione di riduzione è soggetto all’ordinario termine di prescrizione decennale e che non è prevista una actio interrogatoria, al contrario di quanto avviene con riferimento all’accettazione dell’eredità ( art. 481 cod. civ.). Ne consegue che all’apertura della successione ogni legittimario può esperire l’azione di riduzione solo con riferimento alla porzione del patrimonio del de cuius che gli spetterebbe in base alla situazione familiare di quest’ultimo a tale momento. Solo dopo la rinunzia all’esercizio dell’azione di riduzione da parte degli altri legittimari o la maturazione della prescrizione in danno degli stessi potrebbe agire per ottenere un supplemento di legittima, con evidente incertezza medio tempore in ordine alla sorte di una quota dei beni di cui il de cuius ha disposto per donazione o per testamento a favore di terzi.

RETTANGOLO-AZZURRO-2

Risarcimento del danno e indennizzo incidente grave e mortale bologna ravenna forli

Risarcimento del danno e indennizzo incidente grave e mortale bologna ravenna forli

Questione complessa  il risarcimento degli eredi negli incidenti mortali ,complesso il calcolo, meglio affidarsi  a un avvocato esperto 

BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI
BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

Risarcimento del danno e indennizzo incidente grave e mortale bologna ravenna forli-indennizzo incidente grave mortale

caso di sinistro mortale, che abbia determinato il decesso non immediato della vittima, al danno biologico terminale, consistente in un danno biologico da invalidità temporanea totale (sempre presente e che si protrae dalla data dell’evento lesivo fino a quella del decesso), può sommarsi una componente di sofferenza psichica (danno catastrofico o catastrofale).

 

Laddove la liquidazione del danno biologico terminale può essere effettuata sulla base delle tabelle relative all’invalidità temporanea, in relazione al danno cd. catastrofale la natura peculiare del pregiudizio comporta la necessità di una liquidazione che si affidi ad un criterio equitativo puro che tenga conto della “enormità” del pregiudizio, giacché tale danno, sebbene temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità tanto da esitare nella morte.

INCIDENTE-2

Secondo gli approdi giurisprudenziali citati il danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. è connotato da tipicità, in quanto risarcibile solo nei casi determinati dalla legge e nei casi di lesione di un interesse costituzionalmente tutelato. La distinzione tra le varie voci di danno (biologico, morale ed esistenziale) adottata dalle su menzionate sentenze gemelle del 2003 e dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 233/2003 deve dunque essere intesa come mera sintesi descrittiva. Il catalogo dei diritti risarcibili non costituisce numero chiuso e la tutela non è ristretta ai casi di diritti inviolabili della persona espressamente riconosciuti dalla Costituzione nel presente momento storico, ma, in virtù dell’apertura dell’art. 2 cost. ad un processo evolutivo, deve ritenersi consentito all’interprete rinvenire nel complesso sistema costituzionale indici che siano idonei a valutare se nuovi interessi emersi nella realtà sociale siano, non genericamente rilevanti per l’ordinamento, ma di rango costituzionale attenendo a posizioni inviolabili della persona umana. Ne consegue, secondo le parole della Suprema Corte, che “il danno non patrimoniale da lesione della salute costituisce una categoria ampia ed omnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, ma senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici. Ne consegue che è inammissibile, perché costituisce una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione alla vittima di lesioni personali, ove derivanti da reato, del risarcimento sia per il danno biologico, sia per il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva, il quale costituisce necessariamente una componente del primo (posto che qualsiasi lesione della salute implica necessariamente una sofferenza fisica o psichica), come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello c.d. estetico, da quello alla vita di relazione e da quello cosiddetto esistenziale” (C. Cass. n. 26972/2008).
Dalla concezione evolutiva del danno non patrimoniale affermata dalle sentenze di San Martino discendono anche le difficoltà interpretative legate alla corretta qualificazione del danno in caso di morte sopraggiunta dopo un considerevole lasso di tempo dall’evento lesivo. Si è posta infatti in giurisprudenza la questione della corretta qualificazione dei danni derivanti dalla morte che segua dopo un apprezzabile lasso di tempo dall’evento causativo. Sebbene sia sempre stata pacifica in giurisprudenza la risarcibilità iure heriditatis di detto danno (per la prima volta in questo senso C. Cass. S.U. 22 dicembre 1925), vi sono due diversi orientamenti giurisprudenziali per quanto attiene alla qualificazione dello stesso.indennizzo incidente grave mortale

Una parte della giurisprudenza definisce il suddetto danno “biologico terminale” e ritiene che vada liquidato come invalidità assoluta temporanea utilizzando sia un criterio equitativo puro sia le apposite tabelle, in quanto è necessario garantire il massimo grado di personalizzazione in considerazione della entità e intensità del danno (Cass. n. 11169 del 1994, n. 12299 del 1995, n. 4991 del 1996, n. 1704 del 1997, n. 24 del 2002, n. 3728 del 2002, n. 7632 del 2003, n 9620 del 2003, n. 11003 del 2003, n. 18305 del 2003, n. 4754 del 2004, n. 3549 del 2004, n. 1877 del 2006, n. 9959 del 2006, n. 18163 del 2007, n. 21976 del 2007, n. 1072 del 2011).

AltResponsabilità medica assicurazioniro orientamento, invece, qualifica il danno come “catastrofale” attribuendogli natura o di danno morale soggettivo (Cass. n. 28423 del 2008, n. 3357 del 2010, n. 8630 del 2010, n. 13672 del 2010, n. 6754 del 2011, n. 19133 del 2011, n. 7126 del 2013, n. 13537 del 2014) o di danno biologico psichico (Cass. n. 4783 del 2001, n. 3260 del 2007, n. 26972 del 2008, n. 1072 del 2011).
La scarsa rilevanza pratica della qualificazione del danno come catastrofale o biologico terminale risiede nella necessaria personalizzazione del danno in sede di liquidazione, operazione che assume rilevanza tanto maggiore qualora sia necessario quantificare la sofferenza patita nella consapevolezza dell’approssimarsi della propria morte.
indennizzo incidente grave mortale: la Corte ha avuto modo più volte di affermare, infatti, in caso di sinistro mortale, che abbia determinato il decesso non immediato della vittima, al danno biologico terminale, consistente in un danno biologico da invalidità temporanea totale (sempre presente e che si protrae dalla data dell’evento lesivo fino a quella del decesso), può sommarsi una componente di sofferenza psichica (danno catastrofico o catastrofale).
Il danno derivante dalla da consapevolezza dell’incombere della propria fine è del tutto svincolato da quello più propriamente biologico, e postula una ben diversa valutazione sul piano equitativo, sub specie di una più corretta valutazione della intensissima sofferenza morale della vittima. Cass. n. 811 del 20 gennaio 2015
Tuttavia, essa non ha rispettato i parametri di corretta liquidazione di tale voce di danno, altresì fissati dalla giurisprudenza di questa corte allo scopo di evitare che tale pregiudizio, di breve durata temporale nella vita di una persona, ma percepito nella massima intensità ed altresì di massima gravità nei valori coinvolti, venga liquidato in misura bagatellare, in assoluto inidonea a costituirne un adeguato ristoro, rispettoso dei valori della persona umana.
Come la Corte ha anche di recente ribadito (v. Cass. n. 23183/2014), laddove la liquidazione del danno biologico terminale può essere effettuata sulla base delle tabelle relative all’invalidità temporanea, in relazione al danno cd. catastrofale la natura peculiare del pregiudizio comporta la necessità di una liquidazione che si affidi ad un criterio equitativo puro, che tenga conto della “enormità” del pregiudizio, giacché tale danno, sebbene temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità, tanto da esitare nella morte.
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MORTE DI CASALINGA-indennizzo incidente grave mortale

 

Questa Corte ha più volte deciso che in caso di morte di una casalinga i congiunti conviventi hanno diritto al risarcimento del danno subito per la perdita delle prestazioni attinenti alla cura ed assistenza dalla stessa fornita, le quali, benché non produttive di reddito, sono valutabili economicamente, o facendo riferimento al criterio del triplo della pensione sociale o ponendo riguardo al reddito di una collaboratrice familiare (con gli opportuni adattamenti per la maggiore ampiezza di compiti esercitati dalla casalinga) (Cass. civ. Sez. 3, 12 settembre 2005 n. 18092; Idem, 24 agosto 2007 n. 17977; Idem,. Ha soggiunto che il diritto al risarcimento spetta anche nei casi in cui la vittima si avvalesse di aiuti o collaboratori domestici, perché comunque i suoi compiti risultano di maggiore ampiezza,. intensità e responsabilità rispetto a quelli espletati da un prestatore d’opera dipendente (Cass. civ. Sez. 3, n. 17977, cit; Idem, 20 luglio 2010 n. 16896). La motivazione della Corte di appello, secondo cui ‘Non sembra che gli allora attori abbiano dedotto il benché minimo elemento di prova in ordine non soltanto all’attività di casalinga della loro congiunta deceduta, ma anche con riferimento all’attività in concreto dalla stessa esercitata in ambito familiare’ è insufficiente ed incongrua. Quanto alla qualità di casalinga, per mancanza di possibili alternative, trattandosi di donna convivente con la famiglia e non essendo stato affermato da alcuno, né dedotto a prova, che lavorasse fuori casa (caso quest’ultimo in cui la sussistenza di un danno patrimoniale per i congiunti, derivante dalla perdita del relativo reddito, sarebbe stato innegabile e probabilmente maggiore.

Quanto alla prova delle attività concretamente svolte dalla D.B. , correttamente rilevano i ricorrenti che qui soccorrono le presunzioni, trattandosi di madre di famiglia, con marito, tre figli e una madre anziana, tutti conviventi, e considerato che nessuno dei controinteressati ha dedotto e dimostrato che la vittima passasse le sue giornate a letto. (Per avere un’idea della persona, basti l’annotazione della stessa sentenza impugnata, secondo cui la D.B. è stata investita mentre si recava da una vicina, portando con sé dei pacchi con del pane e una teglia da forno: cfr. pag. 5). Se c’è un caso in cui il ricorso alla prova per presunzioni è da ritenere autorizzato ed auspicabile è per l’appunto quello in esame, salva restando l’esigenza che il danneggiato fornisca la prova specifica del danno nei casi in cui avanzi, in relazione alla morte di una casalinga, pretese di particolare rilievo economico, od inconsuete ed abnormi in relazione a quanto avviene nella normalità dei casi.