Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

DNA FILIAZIONE PROVA AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA PROVA CONVIVENZA AL FINE FILIAZIONE

DNA FILIAZIONE PROVA AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA

PROVA CONVIVENZA AL FINE FILIAZIONE

La prova si ricava, comunque, anche dal certificato anagrafico in atti che attesta lo stato di famiglia, nel periodo in cui si è realizzata la morte del compagno.

L’ultimo comma dell’art. 30 Cost. rimette al legislatore ordinario la fissazione delle norme e dei limiti per la ricerca della paternità naturale, senza stabilire vincoli di contenuto. L’ultimo comma dell’art. 269 c.c. – secondo cui la sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra la madre ed il preteso padre all’epoca del concepimento non costituiscono prova della paternità naturale – costituisce di per sé una limitazione di carattere probatorio, ma non prescrive che l’esistenza di tali rapporti debba risultare in ogni caso da una prova specifica sul punto, dovendo anche tenersi conto del secondo comma della medesima disposizione, secondo cui la prova della paternità e della maternità può essere data con ogni mezzo (vedi anche Cass., 27 agosto 1997 n. 8059, secondo cui ogni valutazione sulla adeguatezza e sufficienza dei limiti appartiene alla considerazione discrezionale del legislatore, non fissando la citata norma costituzionale alcun canone in proposito).

RIFIUTO DNA

Orbene, è pacifico in giurisprudenza (cfr., tra le tante, Cass. n. 14910/2000 o Cass. n. 2749/2002) che il rifiuto del presunto padre a sottoporsi a tali prove costituisce soltanto un comportamento valutabile ex art. 116, comma secondo, c.p.c., ma non può di certo ritenersi sufficiente a fondarvi un giudizio di paternità naturale, in mancanza di altre concomitanti, convergenti ed univoche prove, quali eventuali ammissioni del ricorrente, prove testimoniali in ordine all’intrattenimento di una stabile relazione more uxorio, alla esistenza di rapporti sessuali tra i presunti genitori e quanto altro.

Val la pena di precisare che, comunque, avendo la convivenza una natura “fattuale”, e, cioè, traducendosi in una formazione sociale non esternata dai partners a mezzo di un vincolo civile formale, la dichiarazione anagrafica è strumento privilegiato di prova e non anche elemento costitutivo e ciò si ricava, oggi, dall’art. 1 comma 36 della Legge 76 del 2016, in materia di “regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”.

La definizione normativa che il Legislatore ha introdotto per i conviventi

è scevra da ogni riferimento ad adempimenti formali: “si intendono per “conviventi di fatto” due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”. In altri termini, il convivere è un “fatto” giuridicamente rilevante da cui discendono effetti giuridici ora oggetto di regolamentazione normativa. Tant’è che la dichiarazione anagrafica è richiesta dalla legge 76 del 2016 “per l’accertamento della stabile convivenza”, quanto a dire per la verifica di uno dei requisiti costitutivi ma non anche per appurarne l’effettiva esistenza fattuale.

. Il nascituro, pertanto, nel caso di specie, successivamente all’evento della nascita sarebbe legittimato attivo per l’esercizio dell’azione ex art. 269 c.p.c., già a mezzo della rappresentanza della madre, ex art. 273 comma I c.c. Si tratta, però, di un interesse oggi non rappresentato da un soggetto attuale poiché il concepito è l’essere umano nella fase primordiale dello sviluppo biologico e, dunque, non è ancora persona fisica.

In particolare, per quella formulata con riferimento agli artt. 13, 24 e 32 Cost, deve osservarsi che dall’art. 269 non deriva una restrizione alla libertà personale, avendo il soggetto piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi ematici al fine dell’espletamento dell’esame dei DNA, mentre il trarre argomenti di prova dai comportamenti della parte costituisce applicazione del principio della libera valutazione della prova da parte del giudice (Cass. 17.11.2000 n. 14920), senza che ne resti pregiudicato il diritto di difesa.

Inoltre, come già sottolineato da questa Corte, il rifiuto aprioristico della parte di sottoporsi ad esami ematologici non può ritenersi nemmeno giustificato con esigenze di tutela della riservatezza, tenuto conto sia del fatto che l’uso dei dati nell’ambito nel giudizio non può che essere rivolto a fini di giustizia, sia del fatto che il sanitario chiamato dal giudice a compiere l’accertamento è tenuto tanto al segreto professionale che a rispetto della legge n. 675 del 31.12.1996 (Cass. 7.11.2001 n. 13766).

 In tempi recenti, le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno, invero, affermato che, tenuto conto del naturale relativismo dei concetti giuridici, alla tutela del nascituro si può pervenire, in conformità con un indirizzo dottrinario, senza postularne la soggettività – che è una tecnica di imputazione di diritti ed obblighi – bensì considerandolo oggetto di tutela (Cass. Civ., Sez. Un., 22 dicembre 2015 n. 25767; orientamento seguito anche da: Corte Cost. 18 febbraio 1975 n. 27; Cass., sez. 3, maggio 2011 n. 9700; Cass. 9 maggio 2000, n. 5881). In altri termini, “si può essere destinatari di tutela anche senza essere soggetti dotati di capacità giuridica ai sensi dell’art. 1 c.c.”. Nel caso di specie, devono ritenersi sussistenti i presupposti per riconoscere tutela al concepito: differire la protezione a un momento successivo alla nascita rischierebbe, infatti, di pregiudicare l’esito del giudizio di paternità. Risulta pienamente provato, infatti, che (…), dopo la morte, è stato cremato e, pertanto, non sarebbe possibile procedere alla esumazione della salma (art. 83, d.P.R. 285 del 1990; v. Cass. civ., 12549 del 2012), durante il giudizio ex art. 269 c.c., per gli accertamenti in ordine alla paternità biologica. E’ al contempo provato (v. certificato dell’Azienda (…) di (…), del 29 aprile 2016) che presso l’azienda sanitaria della (…) sono custodite due provette di sangue che, in previsione di possibili indagini di carattere genetico, “sono state congelate nelle immediatezze del prelievo”.

In tema di esecutività della sentenza straniera, integra una violazione dell’ordine pubblico processuale la decisione del giudice straniero che, in tema di accertamento della paternità naturale, dopo avere dapprima disposto d’ufficio la cd. prova del DNA, abbia disposto immotivatamente la revoca del mezzo istruttorio pur in presenza della dichiarata disponibilità all’esame da parte del preteso padre e dopo aver disposto con rogatoria che l’incidente istruttorio venisse eseguito in Italia.

Cassazione civile sez. I, 26/02/2021, n.5327

In tema di test del DNA per la verifica della paternità, colui che impugna il riconoscimento è tenuto a dimostrare solo la non rispondenza del riconoscimento al vero e non la assoluta impossibilità a procreare dell’autore del riconoscimento, come invece sostenuto da un precedente orientamento della giurisprudenza di legittimità, superato alla luce della riforma dell’istituto dell’impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità, sostanzialmente allineato a quello del disconoscimento, con conseguente valenza dirimente, anche in tal caso, della consulenza genetica.

Nel caso in cui sia stata acquisita una consulenza sul DNA, espletata da un esperto al di fuori del processo su concorde richiesta delle parti, il giudice, ove non siano allegate specifiche ragioni tecniche e scientifiche, non è obbligato a disporre una consulenza tecnica di ufficio per il solo fatto della natura stragiudiziale della perizia acquisita, potendo utilizzarla, stante il diritto di allegazione delle parti ed il principio del libero convincimento del Giudice.

Tribunale Roma sez. I, 10/06/2020, n.8359

L’accertamento immuno-ematologico per l’accertamento della paternità non è subordinato alla prova dell’esistenza di una relazione, e il rifiuto ingiustificato a sottoporvisi, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., è suscettibile di essere valutato come ammissione.

Cassazione civile sez. I, 14/06/2019, n.16128

L’azione di impugnazione del riconoscimento del figlio naturale per difetto di veridicità postula, a norma dell’art. 263 cod. civ., la dimostrazione della assoluta impossibilità che il soggetto che abbia inizialmente compiuto il riconoscimento sia, in realtà, il padre biologico del soggetto riconosciuto come figlio.

Ai fini probatori, la cosiddetta analisi dei polimorfismi del DNA costituisce l’unico mezzo di prova diretto e non presuntivo della paternità e viene effettuata procedendo al confronto tra il profilo genetico del figlio con quello di entrambi i genitori; una volta individuate nel figlio le caratteristiche genetiche di provenienza materna, viene valutato se vi sia o meno corrispondenza con quelle di provenienza paterna e, in caso negativo, l’indagine si conclude con l’esclusione certa della paternità.

Nel caso, invece, in cui venga accertata una compatibilità fra padre e figlio, viene determinata la percentuale di probabilità statistica che il soggetto in esame sia effettivamente il padre biologico.

Tribunale Spoleto, 07/08/2018, n.673

La scoperta dell’adulterio commesso all’epoca del concepimento – alla quale si collega il decorso del termine annuale di decadenza fissato dall’art. 244 c.c. (come additivamente emendato con sentenza n. 134 del 1985 della Corte costituzionale) – va intesa come acquisizione certa della conoscenza (e non come mero sospetto) di un fatto rappresentato o da una vera e propria relazione, o da un incontro, comunque sessuale, idoneo a determinare il concepimento del figlio che si vuole disconoscere, non essendo sufficiente la mera infatuazione, la mera relazione sentimentale o la frequentazione della moglie con un altro uomo.

(Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di appello che ha riconosciuto la tempestività della domanda di disconoscimento della paternità, ritenendo che, pur risultando una pregressa conoscenza dell’adulterio da parte dell’attore, solo all’esito dell’espletamento della prova del DNA, questi ne avesse acquisito la certezza).

Cassazione civile sez. I, 09/02/2018, n.3263

Procedimento cautelare

Tenuto conto della strumentalità dell’odierna cautela, dei contenuti della domanda cautelare, nonché dell’esatto contenuto della futura azione di merito, il ricorso introduttivo va qualificato come istanza ex art. 700 c.p.c., atteso lo stretto nesso tra l’accertamento richiesto e l’interesse da far valere in successivo giudizio; depone in tal senso anche il contenuto atipico della cautela richiesta che esula dal mero accertamento tecnico e comporta, di fatto, una anticipazione di atti provvedimentali, al fine di conseguire il risultato auspicato con la promozione del giudizio ex art. 269 c.p.c.. Per i motivi già illustrati sussistono i presupposti per la concessione della cautela inaudita altera parte, dovendosi, però, al contempo, già in questa sede, provvedere alla regolare instaurazione del contraddittorio. Il contraddittorio cautelare va costruito guardando a quelle che sarebbero le parti necessarie nel merito. Ebbene, ai sensi dell’art. 276 c.p.c., come riscritto dall’art. 1 legge 10 dicembre 2012 n. 219 e modificato e modificato dall’art. 33 comma I, D.Lgs. 28 dicembre 2013 n. 154, “la domanda per la dichiarazione di paternità o di maternità deve essere proposta nei confronti del presunto genitore o, in sua mancanza, nei confronti dei suoi eredi. In loro mancanza, la domanda deve essere proposta nei confronti di un curatore nominato dal giudice davanti al quale il giudizio deve essere promosso”. La Suprema Corte di Cassazione ha già avuto modo di rendere chiarimenti interpretativi al riguardo (Cass. Civ., sez. I, sentenza 19 settembre 2014 n. 19790) affermando che, nell’ipotesi, in cui il genitore o i suoi eredi diretti manchino fin dall’instaurazione del giudizio il curatore speciale non può che ritenersi una parte necessaria. La Suprema Corte ha anche valorizzato, in tal caso, la necessità della curatela speciale, in ragione del possibile conflitto di interessi che possa determinarsi.

Filiazione – Dichiarazione giudiziale di paternità o maternità – Prova – Rifiuto di sottoporsi alla prova del dna

L’ultimo comma dell’art. 269 c.c. – secondo il quale la sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra la madre ed il preteso padre all’epoca del concepimento non sostituiscono prova della paternità naturale – non impone, in ogni caso, di fornire la prova, prima di ogni altro elemento, dell’esistenza di rapporti sessuali tra la madre ed il preteso padre all’epoca del concepimento, ma pone soltanto una deroga alla regola genera”, e del libero convincimento del giudice, fissando un limite al suo potere ci valutare discrezionalmente le risultanze probatorie e relegando detti dati ad elementi concorrenti per la dimostrazione del fatto procreativo (Cass. 22 novembre 1991 n. 12574; vedi anche Cass. 5 agosto 1997 n. 7193, 15 gennaio 1999 n. 336.

Il rifiuto ingiustificato di sottoporsi agli esami ematologie! costituisce un comportamento valutabile, ai sensi dell’art. 116, comma secondo, cod. proc. civ., da parte del giudice di merito, anche in assenza di prova di un qualsiasi rappcrto sessuale tra le parti, atteso che proprio la mancanza di prove oggettive assolutamente certe (e ben difficilmente acquisibili) circa la reale natura dei rapporti tra le parti giustifica il ricorso alla prova ematologica, il cui esito consente non solo di escludete in modo assoluto la contestata paternità, ma anche di confermarla con un grado di probabilità che, alla stregua delle attuali conoscenze scientifiche, supera normalmente il 99 per certo (Cass. 9 giugno 1995 n. 6550, 22 ottobre 1997 n. 10377).

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale – per violazione degli artt. 13, 15, 24, 30 e 32 Cost. – del combinato disposto degli artt. 269 c.c. e 116 e 118 c.p.c., ove interpretato nel senso della possibilità di dedurre argomenti di prova dal rifiuto del preteso padre di sottoporsi a prelievi ematici al fine dell’espletamento dell’esame del Dna. Invero, dall’art. 269 c.c. non deriva una restrizione della libertà personale, avendo il soggetto piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi, mentre il trarre argomenti di prova dai comportamenti della parte costituisce applicazione del principio della libera valutazione della prova da parte del giudice, senza che ne resti pregiudicato il diritto di difesa, e, inoltre, il rifiuto aprioristico della parte di sottoporsi ai prelievi non può ritenersi giustificato nemmeno con esigenze di tutela della riservatezza, tenuto conto sia del fatto che l’uso dei dati nell’ambito del giudizio non può che essere rivolto a fini di giustizia, sia del fatto che il sanitario chiamato dal giudice a compiere l’accertamento è tenuto tanto al segreto professionale che la rispetto della legge 31/12/1996, n. 675.

RISOLVI BOLOGNA DIVISIONE EREDITARIA Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali – Formazione dello stato attivo dell’eredita’ – Collazione ed imputazione

 

RISOLVI BOLOGNA DIVISIONE EREDITARIA

Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali – Formazione dello stato attivo dell’eredita’ – Collazione ed imputazione – Oggetto – In genere – Donazioni fatte in vita dal “de cuius” – Obbligo di collazione – Insorgenza automatica con l’apertura della successione – Domanda dei condividenti – Necessità – Esclusione – Deduzione di un fatto ostativo alla collazione – Onere probatorio del deducente.

 

RISOLVI BOLOGNA DIVISIONE EREDITARIA Divisione - Divisione ereditaria - Operazioni divisionali - Formazione dello stato attivo dell'eredita' - Collazione ed imputazione - Oggetto - In genere - Donazioni fatte in vita dal "de cuius" - Obbligo di collazione - Insorgenza automatica con l'apertura della successione - Domanda dei condividenti - Necessità - Esclusione - Deduzione di un fatto ostativo alla collazione - Onere probatorio del deducente.  
RISOLVI BOLOGNA DIVISIONE EREDITARIA Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali – Formazione dello stato attivo dell’eredita’ – Collazione ed imputazione – Oggetto – In genere – Donazioni fatte in vita dal “de cuius” – Obbligo di collazione – Insorgenza automatica con l’apertura della successione – Domanda dei condividenti – Necessità – Esclusione – Deduzione di un fatto ostativo alla collazione – Onere probatorio del deducente.

 

In presenza di donazioni fatte in vita dal “de cuius”, la collazione ereditaria – in entrambe le forme previste dalla legge, per conferimento del bene in natura ovvero per imputazione – è uno strumento giuridico volto alla formazione della massa ereditaria da dividere al fine di assicurare l’equilibrio e la parità di trattamento tra i vari condividenti, così da non alterare il rapporto di valore tra le varie quote, da determinarsi, in relazione alla misura del diritto di ciascun condividente, sulla base della sommatoria del “relictum” e del “donatum” al momento dell’apertura della successione , e quindi garantire a ciascuno degli eredi la possibilità di conseguire una quantità di beni proporzionata alla propria quota. Ne consegue che l’obbligo della collazione sorge automaticamente a seguito dell’apertura della successione (salva l’espressa dispensa da parte del “de cuius” nei limiti in cui sia valida) e che i beni donati devono essere conferiti indipendentemente da una espressa domanda dei condividenti, essendo sufficiente a tal fine la domanda di divisione e la menzione in essa dell’esistenza di determinati beni, facenti parte dell’asse ereditario da ricostruire, quali oggetto di pregressa donazione. Incombe in tal caso sulla parte che eccepisca un fatto ostativo alla collazione l’onere di fornirne la prova nei confronti di tutti gli altri condividenti.

DIVISIONE EREDITARIA OBBLIGO RENDITONTO

La ratio dell’obbligo del rendiconto risiede nel fatto che chiunque svolga attivita’ nell’interesse di altri deve portare a conoscenza di questi, secondo il principio della buona fede, gli atti posti in essere e, in particolare, quegli atti da cui scaturiscono partite di dare e avere.

Pertanto, tra coeredi, la resa dei conti, di cui all’articolo 723 c.c., oltre che operazione inserita nel procedimento divisorio e quindi finalizzata a calcolare nella ripartizione dei frutti le eventuali eccedenze attive o passive della gestione e di definire conseguentemente tutti i rapporti inerenti alla comunione, puo’ anche costituire obbligo a se’ stante, fondato, pari di quanto puo’ avvenire in qualsiasi stato di comunione, sul presupposto della gestione di affari altrui condotta da alcuno dei partecipanti, in base ad assunzione volontaria o ad un mandato ad amministrare (Cass. 30 dicembre 2011, n. 30552; Cass. 7 giugno 1993, n. 6358; Cass. 13 novembre 1984, n. 5720).

Ne consegue che l’azione di rendiconto puo’ presentarsi distinta e autonoma rispetto alla domanda di scioglimento della comunione, ancorche’ l’una e l’altra abbiano dato luogo a un unico giudizio, di modo che – tranne che per la comunanza di eventuali questioni pregiudiziali, attinenti, ad esempio, all’individuazione dei beni caduti in successione o all’identita’ delle quote dei coeredi, da risolvere incidenter tantum o con efficacia di giudicato (articolo 34 c.p.c.) – le due domande possono essere scisse e ciascuna puo’ essere decisa separatamente senza reciproci condizionamenti (Cass. 30 dicembre 2011, n. 30552).

Da cio’ consegue quindi che l’azione di rendiconto puo’ essere anche autonomamente proposta anche ove siano definite le questioni pertinenti alla divisione ereditaria.

In proposito va per contro ripetuto che all’atto di scioglimento della comunione il possessore del cespite ereditario ha l’obbligo di rendere il conto in relazione ai frutti maturati prima della divisione (Cass. 21013/2011), giacche’ il coerede che abbia goduto in via esclusiva dei beni ereditari e’ obbligato, per il fatto oggettivo della gestione, sia al rendiconto che a corrispondere i frutti agli altri eredi a decorrere dalla data di apertura della successione (o dalla data posteriore in cui abbia acquisito il possesso dei beni stessi), senza che abbia rilievo la sua buona o mala fede (Cass. 2148/2014). Il presupposto della resa dei conti e’ la gestione di affari altrui condotta da uno dei partecipanti, restando irrilevante, quanto al relativo obbligo, la condotta disinteressata del coerede escluso dal possesso.

6) I principi teste’ enunciati conducono all’accoglimento anche del settimo motivo di ricorso nella parte in cui viene lamentato che sia stato negato l’obbligo dei coeredi convenuti “di pagare i frutti e/o l’indennita’ di occupazione per l’uso esclusivo di beni comuni”.

Con sommaria argomentazione la Corte d’appello e’ giunta a tale conclusione affermando che ciascun coerede aveva diritto di godere delle cose comuni e che la (OMISSIS) non aveva mai chiesto di utilizzarle e inoltre aveva goduto in via esclusiva dell’appartamento in Milano.

Queste proposizioni, al di la’ forse di considerazioni equitative che ne sono il fondamento, sono giuridicamente errate, poiche’ diverso e’ il trattamento, quanto ai frutti e al godimento, dei beni entrati nella massa perche’ comuni e indivisi – che sono quelli goduti dai convenuti – e dei beni soggetti a collazione, appartenenti gia’ all’erede al momento della successione.

Nel diritto romano classico la designazione dell’erede non poteva essere fatta che mediante l’attribuzione formale del titolo di erede: “heres esto”, con esclusione di qualsiasi equipollente, talché non sarebbe valso dire “lascio a Ti. i miei beni”, ma occorreva nominarlo espressamente erede: ed il principio era conseguenza non solo del formalismo che per lungo tratto ha caratterizzato l’esperienza giuridica romana, da anche della concezione dell’eredità come successione da parte dell’erede nella sovranità familiare, in cui il profilo dell’acquisto dei beni era secondario e consequenziale. Attualmente, venuto meno il formalismo sistematico, che oggi non avrebbe più senso, non viene dato peso al modo in cui l’intento viene espresso, ma alla sostanza dell’espressione: e ciò nel senso che non rileva l’uso, da parte del testatore, di espressioni sacramentali purché, e questo è essenziale, si possa desumere con certezza la sua volontà di attribuire beni e/o sostanze non già come “cose singole”, sebbene, ed al contrario, come “totalità o quota del suo patrimonio”: in tal caso, come dispone il richiamato art. 588 2 comma c.c., la disposizione è a titolo universale ed attribuisce la qualità di erede, e ciò è possibile in quanto, come si è detto, dal momento che oggi l'”heredis institutio” è divenuta un mero fatto negoziale alieno da formalità che non siano quelle relative alla forma del testamento, come non è inconciliabile, nella mente del testatore, la vocazione universale con la attribuzione di una quota, così, egualmente, non è affatto inconciliabile la sostituzione di un bene in funzione di quota, onde la differenza si riduce a questo:

  1. a) – nel primo caso è determinata la quota e resta indeterminato, ma determinabile l’apporzionamento;
  2. b) – nel secondo caso, viceversa, è determinato l’apporzionamento, ed è indeterminato, ma determinabile, il rapporto di quota.

 

AZIONE DI RIDUZIONE

L’azione di riduzione, ex artt. 553 e ss. c.c., è un’azione personale di accertamento costitutivo, alla quale consegue l’inopponibilità, al legittimario che l’abbia esperita, delle disposizioni ridotte. Essa si rivolge contro le disposizioni testamentarie (a titolo universale o particolare) e contro le donazioni effettuare in vita dal de cuius, in favore di eredi o di terzi. All’azione di riduzione può accompagnarsi quella di condanna alla restituzione ed i relativi presupposti, ai sensi dell’art. 563 c.c., sono il passaggio in giudicato della sentenza che dispone la riduzione, ovvero l’avvenuta alienazione, da parte del beneficiario, del bene oggetto della disposizione, o la preventiva escussione del soggetto contro cui è stata esercitata l’azione di riduzione. Viceversa, la collazione è istituto peculiare alla divisione ereditaria ed è l’atto con cui i discendenti ed il coniuge, che accettano l’eredità, conferiscono nell’asse ereditario (in natura o per imputazione) quanto ricevuto dal defunto in donazione. La collazione è obbligatoria per legge, salvo che il donatario ne sia dispensato dal donante nei limiti della quota disponibile. Se la collazione mira ad assicurare tra i discendenti ed il coniuge del de cuius la parità di trattamento, la riduzione ha lo scopo di rendere inefficaci le liberalità del de cuius che abbiano leso il diritto del legittimario in modo da reintegrare la quota di riserva.

COLLAZIONE

L’articolo 558 c.c., comma 2, in particolare, con riferimento al modo di ridurre le disposizioni testamentarie, stabilisce che “se il testatore ha dichiarato che una sua disposizione deve avere effetto a preferenza delle altre, questa disposizione non si riduce, se non in quanto il valore delle altre non sia sufficiente a integrare la quota riservata ai legittimari”. Tale norma fa, dunque, riferimento ad una volonta’ del testatore di deroga alla regola generale della proporzionale riduzione fra tutti gli eredi e tutti i legatari e deve essere necessariamente espressa in forma testamentaria. E’ dunque evidente l’inapplicabilita’ alla fattispecie per cui e’ causa (ove si discute della riduzione di una donazione in conto di legittima, con dispensa da collazione) dell’articolo 558 c.c., comma 2: quest’ultimo presuppone, come visto, di individuare una volonta’ del testatore diretta ad attribuire ad una disposizione testamentaria un effetto preminente rispetto alle altre, in maniera da limitare la possibilita’ di sua riduzione in caso di esercizio dell’azione di reintegrazione da parte dei legittimari lesi, volonta’ che, seppur non debba risultare da formule solenni, va comunque desunta dal complesso delle espressioni usate nel testamento (Cass. Sez. 2, 24/05/1962, n. 1206).

Il modo di operare la riduzione e’, piuttosto, dettato dagli articoli 554, 555 e 559 c.c., per i quali, basandosi sull’ordine cronologico in cui sono stati posti in essere i vari atti di disposizione, l’azione non puo’ essere sperimentata rispetto alle donazioni se non dopo esaurito il valore dei beni di cui sia stato disposto per testamento, cominciando, comunque, sempre dall’ultima donazione (sotto il profilo temporale), per l’intero suo valore, e risalendo eventualmente via via alle anteriori (Cass. Sez. 2, 29/10/1975, n. 3661; Cass. Sez. 2, 23/07/1964, n. 1971).

La dispensa dalla collazione e la volonta’ del donante di attribuire il donatum in conto di legittima sono disposizioni tra loro del tutto conciliabili. La dispensa dalla collazione agisce nei rapporti tra coeredi, mentre cosa del tutto diversa e’ la dispensa dall’imputazione, la quale e’ destinata ad operare nei confronti di altri legittimari e serve a spostare il limite che la legittima rappresenta per i poteri di disposizione del de cuius. La dispensa dalla collazione non ha affatto, di per se’, lo scopo di attribuire la liberalita’ alla disponibile, ma e’ volta ad esonerare il donatario dal conferimento del donatum, con l’effetto che la successione si svolge, e la determinazione delle quote di eredita’ si attua, come se la donazione non fosse stata fatta e il bene, che ne fu l’oggetto, non fosse uscito dal patrimonio del de cuius a titolo liberale. L’azione ex art. 737 c.c. invero è finalizzata solo all’accertamento dell’obbligo del coerede che ha ricevuto beni in donazione a procedere alla collazione, in natura o mediante imputazione, e costituisce, come detto, atto evidentemente strumentale almeno alla divisione ereditaria (Cass. 23.10.2008 n. 25646).

Si rammenta in tal senso che “in presenza di donazioni fatte in vita dal de cuius, la collazione ereditaria – in entrambe le forme previste dalla legge, per conferimento del bene in natura ovvero per imputazione – costituisce uno strumento giuridico volto alla formazione della massa ereditaria da dividere al fine di assicurare l’equilibrio e la parità di trattamento tra i vari condividenti, così da non alterare il rapporto di valore tra le varie quote, da determinarsi, in relazione alla misura del diritto di ciascun condividente, sulla base della sommatoria del relictum e del donatum al momento dell’apertura della successione, e quindi garantire a ciascuno degli eredi la possibilità di conseguire una quantità di beni proporzionata alla propria quota. Ne consegue che l’obbligo della collazione sorge automaticamente a seguito dell’apertura della successione (salva l’espressa dispensa da parte del “de cuius” nei limiti in cui sia valida) e che i beni donati devono essere conferiti indipendentemente da una espressa domanda dei condividenti, essendo sufficiente a tal fine la domanda di divisione e la menzione in essa dell’esistenza di determinati beni, facenti parte dell’asse ereditario da ricostruire, quali oggetto di pregressa donazione” (Cass. 14.4.2011 n. 8507, Cass. 18.7.2005 n. 15131).

E’ vero che, l’acquisto di un immobile con denaro del disponente e intestazione ad altro soggetto (che il primo intende, in tal modo, beneficiare), costituendo lo strumento formale per il trasferimento del bene ed il corrispondente arricchimento del patrimonio del destinatario, integra una donazione indiretta del bene stesso, e non del denaro (giurisprudenza consolidata, a partire da Cass. sez. unite, 5 agosto 1992, n. 9282; cfr. e plurimis, Cass., sez. 2, 26 agosto 2002, n. 12.486; Cass., sez. 1, 6 aprile 2001, n. 5122). Tuttavia, alla riduzione delle liberalita’ indirette non si puo’ applicare il principio della quota legittima in natura, connaturale invece all’azione nell’ipotesi di donazione ordinaria d’immobile (articolo 560 cod. civ.); con la conseguenza che l’acquisizione riguarda il controvalore, mediante il metodo dell’imputazione, come nella collazione (articolo 724 cod. civ.). La riduzione delle donazioni indirette non mette, infatti, in discussione la titolarita’ dei beni donati, ne’ incide sul piano dalla circolazione dei beni.

DIRITTO-IMMOBILIARE

MILANO LODI MONZA BERGAMO BRESCIA Bancarotta fraudolenta – In genere – Emissione di fatture per operazioni inesistenti AVVOCATO PENALISTA CASSAZIONISTA  ESPERTO DIFENDE   MILANO BOLOGNA VENEZIA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

MILANO LODI MONZA BERGAMO BRESCIA Bancarotta fraudolenta – In genere – Emissione di fatture per operazioni inesistenti AVVOCATO PENALISTA CASSAZIONISTA  ESPERTO DIFENDE   MILANO BOLOGNA VENEZIA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

MILANO LODI MONZA BERGAMO BRESCIA Bancarotta fraudolenta - In genere - Emissione di fatture per operazioni inesistenti AVVOCATO PENALISTA CASSAZIONISTA  ESPERTO DIFENDE   MILANO BOLOGNA VENEZIA BANCAROTTA FRAUDOLENTA
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MILANO LODI MONZA BERGAMO BRESCIA

Bancarotta fraudolenta – In genere – Emissione di fatture per operazioni inesistenti

AVVOCATO PENALISTA CASSAZIONISTA  ESPERTO DIFENDE   MILANO BOLOGNA VENEZIA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

Uno dei reati piu’ insidiosi e difficili da difendere  è la bancarotta fraudolenta , ti chiederai il perché? perchè trattasi molto spesso di reato documentale ove  oltre l’avvocato puo’ servire valido consulente contabile di parte

 

I reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale (artt. 216 e 223, comma primo, L.F.) e quello di bancarotta impropria di cui all’ art. 223 comma secondo, n. 2, L.F. hanno ambiti diversi: il primo postula il compimento di atti di distrazione o dissipazione di beni societari ovvero di occultamento, distruzione o tenuta di libri e scritture contabili in modo da non consentire la ricostruzione delle vicende societarie, atti tali da creare pericolo per le ragioni creditorie, a prescindere dalla circostanza che abbiano prodotto il fallimento, essendo sufficiente che questo sia effettivamente intervenuto; il secondo concerne, invece, condotte dolose che non costituiscono distrazione o dissipazione di attività – né si risolvono in un pregiudizio per le verifiche concernenti il patrimonio sociale da operarsi tramite le scritture contabili – ma che devono porsi in nesso eziologico con il fallimento. Ne consegue che, in relazione ai suddetti reati, mentre è da escludere il concorso formale è, invece, possibile il concorso materiale qualora, oltre ad azioni ricomprese nello specifico schema della bancarotta ex art. 216 L.F., si siano verificati differenti ed autonomi comportamenti dolosi i quali – concretandosi in abuso o infedeltà nell’esercizio della carica ricoperta o in un atto intrinsecamente pericoloso per l’andamento economico finanziario della società – siano stati causa del fallimento.

 

ANALIZZIAMO IL REATO DI BANCAROTTA

MILANO LODI MONZA BERGAMO BRESCIA Bancarotta fraudolenta - In genere - Emissione di fatture per operazioni inesistenti AVVOCATO PENALISTA CASSAZIONISTA  ESPERTO DIFENDE   MILANO BOLOGNA VENEZIA BANCAROTTA FRAUDOLENTA
MILANO LODI MONZA BERGAMO BRESCIA Bancarotta fraudolenta – In genere – Emissione di fatture per operazioni inesistenti AVVOCATO PENALISTA CASSAZIONISTA  ESPERTO DIFENDE   MILANO BOLOGNA VENEZIA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

 

Elemento soggettivo della bancarotta

Ai fini della configurabilità del reato di bancarotta patrimoniale, in relazione all’elemento soggettivo, occorre il dologenerico. Ne deriva che è sufficiente che la condotta di colui che pone in essere l’attività distrattiva sia assistita dalla consapevolezza che le operazioni che si compiono sul patrimonio sociale siano idonee a cagionare un danno ai creditori, senza che sia necessaria l’intenzione di causarlo. Nella fattispecie le carenze nell’istituzione e nella tenuta della contabilità erano idonee ad impedire la ricostruzione dei fatti gestionali e del movimento degli affari e, dunque, la stessa era finalizzata a non consentire la ricostruzione delle operazioni distrattive consapevolmente poste in essere dall’imprenditore.

 

 

TRIBUNALE BERGAMO

 

In particolare, sul punto la Suprema Corte ha precisato che è necessaria e sufficiente la consapevolezza di arrecare pregiudizio agli interessi del creditore (scientia damni), essendo l’elemento soggettivo integrato dalla semplice conoscenza, cui va equiparata la agevole conoscibilità, nel debitore (e, in ipotesi di atto a titolo oneroso, nel terzo) di tale pregiudizio, a prescindere dalla specifica conoscenza del credito per la cui tutela viene esperita l’azione, e senza che assumano rilevanza l’intenzione del debitore di ledere la garanzia patrimoniale generica del creditore (consilium fraudis) né la partecipazione o la conoscenza da parte del terzo in ordine alla intenzione fraudolenta del debitore (cfr. Cass. 29 luglio 2004, n. 14489; Cass. 1 giugno 2000, n. 7262).

APPELLO MILANO

In tema di indennità per cessazione del rapporto di agenzia, l’art. 1751, comma 3 c.c. delinea soltanto il limite massimo consentito dalla legge per la sua determinazione in via equitativa, da commisurarsi con riferimento alla media annuale delle retribuzioni percepite dall’agente nell’ultimo quinquennio, ovvero, se il contratto di agenzia è stato di durata inferiore, alla media del corrispondente minor arco temporale. Detto limite insuperabile non è connotato dall’inderogabilità, prevista esclusivamente per il limite minimo regolato dal successivo comma 6, che, al fine di assicurare all’agente il risultato migliore, prevede che l’importo determinato dal giudice deve prevalere su quello, eventualmente inferiore, spettante in applicazione di altri criteri diversamente pattuiti.

 

APPELLO BRESCIA

Gas – Morosità – Passaggio in default del punto di riconsegna del cliente – Disalimentazione – Non necessità che la morosità sia superiore alla cauzione – Ratio – Fattispecie

Qualora vi sia stato il passaggio in default del punto di riconsegna del cliente, in quanto moroso, al fine di procedere alla disalimentazione del punto di riconsegna, non occorre verificare che la morosità sia superiore alla cauzione versata dal cliente. In tale ipotesi, come accaduto nella fattispecie, infatti, i presupposti per la cessazione del servizio sono in re ipsa nello stesso passaggio di default, tenuto conto che la società proprietaria dei contatori di gas metano e gestore del servizio di distribuzione, in caso di impossibilità di effettuare il distacco, ha diritto a procedere alla disalimentazione del punto di riconsegna di gas metano. Ciò perchè già si è verificata la cessazione amministrativa per morosità dell’utenza ad opera della società di vendita, con conseguente venir meno del contratto tra venditrice e cliente finale e l’assenza di un qualunque rapporto contrattuale tra utente finale e società di distribuzione.

 

In tema di reati fallimentari, integra distrazione rilevante ai fini della bancarotta fraudolenta la condotta di finanziamento di ingenti somme in favore di societa’ dello stesso gruppo, effettuato dalla societa’ fallita quando gia’ si trovava in situazione di difficolta’ finanziaria, in mancanza di garanzie e senza vantaggi compensativi sia per il gruppo nel suo complesso che per la stessa societa’ fallita

Reati fallimentari – Bancarotta fraudolenta – In genere – Concessione di pegno in favore di società infragruppo per importi superiori al debito della società concedente – Bancarotta per distrazione – Configurabilità.

Integra distrazione rilevante ai fini della bancarotta fraudolenta la concessione di pegno, in favore di società infragruppo, effettuata dalla società fallita per un importo notevolmente superiore al proprio debito, in situazione di difficoltà finanziaria e senza vantaggi compensativi. È logicamente e giuridicamente non configurabile la fattispecie di bancarotta per dissipazione nella misura in cui l’attività distrattiva abbia per oggetto rapporti economicamente valutabili che costituiscano una passività per l’azienda (quali lo sviamento dei fornitori e del personale), se non nella misura in cui si configuri un depauperamento dell’attività attraverso l’aumento dell’esposizione debitoria per finalità estranee all’azienda. (Nel caso di specie, il Tribunale del riesame confondendo il concetto di fornitori con quello di clientela aveva ravvisato la dissipazione dell’avviamento della società fallita attraverso lo sviamento dei fornitori e l’impiego del suo personale nella s.r.l., oltre che nella distrazione di un certo numero di barattoli di vernice).

AMMINISTRATORE DI DIRITTO E DI FATTO

In relazione al reato di bancarotta fraudolenta, l’amministratore di diritto risponde unitamente all’amministratore di fatto per non avere impedito l’evento che aveva l’obbligo di impedire, essendo sufficiente, sotto il profilo soggettivo, la generica consapevolezza che l’amministratore effettivo distragga, occulti, dissimuli, distrugga o dissipi i beni sociali. Tale consapevolezza non può dedursi dal solo fatto che il soggetto abbia accettato di ricoprire formalmente la carica di amministratore; qualora tuttavia si tratti di soggetto che accetti il ruolo di amministratore solo allo scopo di fare da prestanome, la sola consapevolezza che dalla propria condotta omissiva possano scaturire gli eventi tipici del reato (dolo generico) o l’accettazione del rischio che questi si verifichino (dolo eventuale) possono risultare sufficienti per l’affermazione della responsabilità penale. (Nella fattispecie, pertanto, tenuto conto che anche il semplice prestanome poteva ritenersi responsabile, a maggior ragione, si riteneva responsabile l’imputato che aveva rivestito la carica di amministratore per oltre 6 anni ed aveva anche rivestito il ruolo di socio, unitamente al proprio padre).

MILANO LODI MONZA BERGAMO BRESCIA

Bancarotta fraudolenta – In genere – Emissione di fatture per operazioni inesistenti

AVVOCATO PENALISTA CASSAZIONISTA  ESPERTO DIFENDE   MILANO BOLOGNA VENEZIA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

Uno dei reati piu’ insidiosi e difficili da difendere  è la bancarotta fraudolenta , ti chiederai il perché? perchè trattasi molto spesso di reato documentale ove  oltre l’avvocato puo’ servire valido consulente contabile di parte

 

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Integra il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione la restituzione da parte dell’amministratore della società emittente fatture per operazioni inesistenti del corrispettivo versato dal simulato acquirente, transitato nel patrimonio della società e restituito decurtato dal compenso pattuito per l’emittente. Anche il temporaneo ingresso nel patrimonio della fallita di beni che in forza di un patto illecito vengano restituiti al dante causa determina, invero, un incremento dello stesso che espande le garanzie dei creditori, con la conseguenza che la restituzione costituisce atto ingiustificato idoneo a integrare la condotta di distrazione.

In materia di reati fallimentari, il delitto di bancarotta per distrazione

 è qualificato dalla violazione del vincolo legale che limita, ai sensi dell’articolo 2740 del codice civile, la libertà di disposizione dei beni dell’imprenditore, il quale li destina a fini diversi da quelli propri dell’azienda sottraendoli ai creditori. L’elemento oggettivo di tale fattispecie si configura tutte le volte in cui vi sia un ingiustificato distacco di beni e di attività, con conseguente depauperamento patrimoniale che si risolve in un danno per la massa dei creditori. Nel caso di specie, il Tribunale ha condannato gli amministratori di una società dichiarata fallita perché avevano distratto denaro e beni della medesima, facendone un uso personale.

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Il socio amministratore di una società di capitali che prelevi dalle casse sociali somme asseritamente corrispondenti a crediti da lui vantati per il lavoro prestato

nell’interesse della società, senza l’indicazione di dati ed elementi di confronto che ne consentano un’adeguata valutazione, quali, ad esempio, gli impegni orari osservati, gli emolumenti riconosciuti a precedenti amministratori o a quelli di società del medesimo settore, i risultati raggiunti, commette il reato di bancarotta per distrazione e non quello di bancarotta preferenziale. Motivo per cui l’obbligo di tenuta delle scritture contabili è normativamente stabilito non solo a tutela dei terzi, ma anche a tutela degli amministratori e soci, proprio in quanto, attraverso la prova documentale anteriormente esistente rispetto alla condotta contestata, è possibile documentare i movimenti di denaro. (Nella fattispecie nulla era stato rinvenuto a proposito del presunto finanziamento della socia in favore della società, con conseguente natura distrattiva del prelievo arbitrariamente effettuato). Niente imputazione del reato di bancarotta patrimoniale per l’amministratore formale che prende il comando dell’azienda ma che di fatto non abbia la consapevolezza di sottrarre beni ai creditori. Il tutto – precisa la Cassazione con la sentenza n. 9951/18 – in funzione del principio di diritto secondo cui nelle ipotesi di distrazione di cespiti aziendali, non può, nei confronti del soggetto investito solo formalmente di una carica gestoria della società, trovare automatica applicazione la massima di orientamento secondo cui, una volta accertata la presenza di determinati beni nella disponibilità dell’imprenditore fallito, il loro mancato reperimento, in assenza di adeguata giustificazione della destinazione a essi data, legittima la presunzione della dolosa sottrazione, dal momento che la pur consapevole accettazione del ruolo di amministratore apparente non necessariamente implica la consapevolezza di disegni criminosi nutriti dall’amministratore di fatto.

I reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale (artt. 216 e 223, comma primo, L.F.) e quello di bancarotta impropria di cui all’ art. 223 comma secondo, n. 2, L.F. hanno ambiti diversi:

il primo postula il compimento di atti di distrazione o dissipazione di beni societari ovvero di occultamento, distruzione o tenuta di libri e scritture contabili in modo da non consentire la ricostruzione delle vicende societarie, atti tali da creare pericolo per le ragioni creditorie, a prescindere dalla circostanza che abbiano prodotto il fallimento, essendo sufficiente che questo sia effettivamente intervenuto; il secondo concerne, invece, condotte dolose che non costituiscono distrazione o dissipazione di attività – né si risolvono in un pregiudizio per le verifiche concernenti il patrimonio sociale da operarsi tramite le scritture contabili – ma che devono porsi in nesso eziologico con il fallimento. Ne consegue che, in relazione ai suddetti reati, mentre è da escludere il concorso formale è, invece, possibile il concorso materiale qualora, oltre ad azioni ricomprese nello specifico schema della bancarotta ex art. 216 L.F., si siano verificati differenti ed autonomi comportamenti dolosi i quali – concretandosi in abuso o infedeltà nell’esercizio della carica ricoperta o in un atto intrinsecamente pericoloso per l’andamento economico finanziario della società – siano stati causa del fallimento.

DOLO NELLA BANCAROTTA

 Nella prospettiva dell’accertamento, alle diverse configurazioni del dolo nelle due ipotesi di bancarotta fraudolenta documentale non corrisponde una sostanziale diversificazione nell’onere probatorio per l’accusa, perche’ e’ pur sempre necessario escludere in entrambi i casi la rilevanza di un atteggiamento psicologico di mera superficialita’ dell’imprenditore fallito. Infatti, un atteggiamento di superficialita’ e’ proprio della bancarotta documentale semplice, che puo’ essere caratterizzata dal dolo o indifferentemente dalla colpa, che sono ravvisabili quando l’agente ometta, rispettivamente, con coscienza e volonta’ o per semplice negligenza, di tenere le scritture 

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OTTIENI 1)risarcimento 2) danno da lesione rapporto parentale

 

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Il danno parentale

consiste nella privazione di un valore non economico ma personale, che “va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono,” costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare; perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell’interesse protetto1.

OTTIENI 1)risarcimento danno da lesione rapporto parentale
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Viene valutato il “vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti”

Questo è collocato dell’art. 2059 c.c. e ristora un interesse protetto, di rilievo costituzionale, non avente natura economica, la cui lesione non apre la via ad un risarcimento ai sensi dell’art. 2043 c.c., nel cui ambito rientrano i danni patrimoniali, ma ad un risarcimento, ai sensi dell’art. 2059 c.c., senza il limite ivi previsto in correlazione all’art. 185 c.p., in ragione della natura del valore inciso, vertendosi in tema di danno che non si presta ad una valutazione monetaria di mercato.

Quanto alla lesione del rapporto parentale nel caso di morte del prossimo congiunto, in presenza di un afflatus familiare, il danno da perdita del rapporto parentale risulta in re ipsa, proprio a causa dell’evento morte, nel caso di lesioni personali del congiunto, il danno parentale riflesso appare ravvisabile solo laddove, come sopra detto, abbia tale gravità e connotazione tali da incidere sulla relazione familiare o coniugale.

OTTIENI 1)risarcimento danno da lesione rapporto parentale
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Affinché ricorra la tipologia del danno per lesione del rapporto parentale è necessario che la vittima abbia subito lesioni seriamente invalidanti e che si sia determinato uno sconvolgimento delle normali abitudini dei superstiti, tali da imporre scelte di vita radicalmente diverse (cfr. Cass. 8827/2003 e, più recentemente, Cass. 25729/2014). Il fatto illecito, costituito dalla uccisione del congiunto, da luogo a danno non patrimoniale, consistente nella perdita del rapporto parentale, quando colpisce soggetti legati da un vincolo parentale stretto, la cui estinzione lede il diritto all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che connota la vita familiare nucleare. Mentre, affinché possa ritenersi leso il rapporto parentale di soggetti al di fuori di tale nucleo (nonni, nipoti, genero, nuora) è necessaria la convivenza, quale connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà, di sostegno economico. Solo in tal modo il rapporto tra danneggiato primario e secondario assume rilevanza giuridica ai fini della lesione del rapporto parentale, venendo in rilievo la comunità familiare come luogo in cui, attraverso la quotidianità della vita, si esplica la personalità di ciascuno. (Cass. civ., sez. III, 16 marzo 2012, n. 4253; Cass. civ., sez. III, 23 giugno 1993, n. 6938). In caso di non convivenza tra il congiunto e la vittima, ben può essere riconosciuto il danno da lesione del rapporto parentale ove sia provato lo sconvolgimento della vita del parente, prova che può essere data anche in via presuntiva. Un danno patrimoniale consistente nella necessità di dovere retribuire personale medico od infermieristico per l’assistenza ad una persona invalida non può ovviamente essere patito sia dall’assistito (chi riceve assistenza) che dall’assistente (chi presta assistenza). La liquidazione alla vittima primaria d’una somma di denaro per spese di assistenza futura, pertanto, rende teoricamente inconcepibile la necessità di assistenza da parte dei familiari, e di conseguenza l’esistenza d’un danno patrimoniale da forzosa rinuncia al lavoro a carico di questi ultimi” (Cass. civ., n. 23778/2014). (Nel caso di specie, il Tribunale ha ritenuto che lo sconvolgimento della vita del fratello della vittima a causa dall’evento lesivo, presumibile alla luce della gravità e dell’irreversibilità delle lesioni subite dalla sorella, è dimostrato dalle scelte compiute dall’attore, oggi amministratore di sostegno della macrolesa, il quale, all’epoca dei fatti, risiedeva e lavorava negli Stati Uniti ed ha deciso di tornare in Italia e di lasciare il lavoro per dedicarsi completamente all’accudimento della sorella – in favore della quale presta anche l’ufficio di amministratore di sostegno. Tale elemento ha consentito di ritenere provato, per presunzioni, il totale sconvolgimento delle abitudini di vita dell’attore in conseguenza di quanto accaduto alla sorella. Considerati tutti i profili di lesività non patrimoniale, valutata l’intensità del legame esistente tra i due fratelli, il grave perturbamento d’animo subito dall’attore a causa dei gravissimi danni subiti dalla sorella, la gravissima alterazione dell’esistenza del predetto – tutti elementi che hanno consentito di superare il requisito dell’assenza di convivenza, elemento puramente indiziario superabile alla presenza di dati concreti ben più significativi, tutti dimostrati nel caso di specie dalla difesa degli attori – il Tribunale ha ritenuto di liquidare, in via equitativa, un importo maggiore a quello previsto dalla tabelle milanesi per un fratello in caso di perdita del congiunto – valori variabili tra un minimo di 23.740,00 ed un massimo di euro 142.420,00 – e, segnatamente, la somma di euro 200.000,00. (F.R.).

OTTIENI 1)risarcimento danno da lesione rapporto parentale
OTTIENI 1)risarcimento danno da lesione rapporto parentale

Il danno parentale per la morte di un prossimo congiunto, consistente nella privazione di un valore non economico ma personale costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare, si colloca nell’area dell’art. 2059 c.c. e riguarda la lesione di due beni della vita, ovvero il bene della integrità familiare, riferito alla vita quotidiana della vittima con i suoi familiari, ed il bene della solidarietà familiare, riferito tanto alla vita matrimoniale quanto al rapporto parentale tra i componenti della famiglia. Nella determinazione del quantum rilevano, pertanto, criteri quali il rapporto di parentela esistente tra la vittima ed il congiunto avente diritto al risarcimento, l’età del congiunto (il danno è tanto maggiore quanto minore è l’età del congiunto superstite), l’età della vittima, il rapporto di convivenza tra la vittima ed il congiunto superstite (dovendosi presumere che il danno sarà tanto maggiore quanto più costante e assidua è stata la frequentazione tra la vittima ed il superstite) e la presenza all’interno del nucleo familiare di altri conviventi o di altri familiari non conviventi. Il danno derivante dalla perdita, invero, è sicuramente maggiore se il congiunto superstite rimane solo, privo di quell’assistenza morale e materiale che gli derivano dal convivere con un’altra persona o dalla presenza di altri familiari, anche se non conviventi.

La prova del danno è raggiunta quando, alla stregua di una valutazione compiuta sulla scorta dei dati ricavabili dal notorio e dalla comune esperienza, messi in relazione alle circostanze del caso concreto, risulti che il defunto avrebbe destinato una parte del proprio reddito alle necessità della famiglia o avrebbe comunque apportato utilità economiche (così Cass. n. 18490 del 25/08/2006).

Ai prossimi congiunti di un soggetto deceduto in conseguenza del fatto illecito di un terzo compete, dunque, il risarcimento del danno patrimoniale futuro, nel caso in cui il defunto svolgesse attività lavorativa remunerata ed a condizione che preesistesse una situazione di convivenza ovvero una concreta pratica di vita, in cui rientri l’erogazione di provvidenze all’interno della famiglia allargata, in mancanza della quale, non essendo altrimenti prevedibile con elevato grado di certezza un beneficio durevole nel tempo, non può sussistere perdita che si risolva in un danno patrimoniale (cass. n. 4253 del 16/03/2012).

La liquidazione del danno patrimoniale da perdita delle contribuzioni di persona defunta deve avvenire ponendo a base del calcolo il reddito della vittima, al netto sia di tutte le spese per la produzione dello stesso prudentemente stimabili, sia del prelievo fiscale (in tal senso Cass. n. 10853 del 28/06/2012).

Tale danno deve essere liquidato sulla base di una valutazione equitativa circostanziata, a carattere satisfattivo, che tenga conto della rilevanza del legame di solidarietà familiare, da un lato, e delle prospettive di reddito professionale, dall’altro (Cass. n. 3966 del 13/03/2012). Pertanto, versandosi in tema di danno patrimoniale regolato dal principio dell'”id quod interest” (e, cioè, di una valutazione soggettiva del danno delineata dall’emergere di un interesse del creditore – danneggiato dotato di una veste costituzionalmente garantita), del tutto legittimo appare, nella specie, il ricorso a criteri ispirati a prudente apprezzamento equitativo, secondo una equità “circostanziata” che assicuri la reintegrazione anche patrimoniale del danno gravissimo subito.

I prossimi congiunti del soggetto deceduto in conseguenza di un sinistro stradale da altri causato hanno diritto al risarcimento del danno non patrimoniale per lesione del vincolo parentale, in quanto l’altrui condotta illecita lede i diritti della persona costituzionalmente qualificati fondati sugli artt. 2, 29, 30 della Costituzione. L’esistenza del danno deve ritenersi provata in via presuntiva, sulla base del vincolo familiare degli istanti con la vittima, e la sua entità deve essere valutata secondo criteri di equità. In tale contesto non è invece risarcibile come autonoma voce di danno il pregiudizio esistenziale e morale, quale alterazione della vita di relazione dei congiunti del de cuius; al contrario opinando si determinerebbe una duplicazione di risarcimento poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita altro non sono che componenti del complesso pregiudizio, che va integralmente e unitariamente ristorato.

Il danno parentale per la morte di un prossimo congiunto consiste nella privazione di un valore non economico ma personale costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo la varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare.

Eloquente, al riguardo, appare una nota sentenza della Cassazione (09/05/2011 n. 10107) la quale afferma testualmente che il danno da perdita del rapporto parentale è rappresentato “dal vuoto costituito dal non poter più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nella irreversibile distruzione di un sistema di vita basato sulla affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti fra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter fare più ciò che per anni si è fatto, nonché nella alterazione che una scomparsa del genere irreversibilmente produce anche nelle relazioni tra superstiti”.

Il danno parentale si colloca nell’area dell’art. 2059 c.c. e riguarda, in definitiva, la lesione di due beni della vita: 1) il bene della integrità familiare, riferito alla vita quotidiana della vittima con i suoi familiari, che trova il suo supporto costituzionale negli artt. 2, 3, 29, 301, 31, 36; b) il bene della solidarietà familiare riferito tanto alla vita matrimoniale quanto al rapporto parentale tra i componenti della famiglia.

I criteri che rilevano nella determinazione del quantum possono essere così riassunti:

1) il rapporto di parentela esistente tra la vittima ed il congiunto avente diritto al risarcimento, dovendosi presumere che, secondo l’id quod plaerunque accidit, il danno è tanto maggiore quanto più stretto è tale rapporto;

2) l’età del congiunto: il danno è tanto maggiore quanto minore è l’età del congiunto superstite; tale danno infatti è destinato a protrarsi per un tempo maggiore, soprattutto quando si tratta di minori di età, la cui perdita di un familiare può pregiudicare il loro sviluppo psicofisico;

3) l’età della vittima: anche in questo caso è ragionevole ritenere che il danno sia inversamente proporzionale all’età della vittima, in considerazione del progressivo avvicinarsi al naturale termine del ciclo della vita;

4) la convivenza tra la vittima ed il congiunto superstite, dovendosi presumere che il danno sarà tanto maggiore quanto più costante e assidua è stata la frequentazione tra la vittima ed il superstite.

5) la presenza all’interno del nucleo familiare di altri conviventi o di altri familiari non conviventi in quanto il danno derivante dalla perdita è sicuramente maggiore se il congiunto superstite rimane solo, privo di quell’assistenza morale e materiale che gli derivano dal convivere con un’altra persona o dalla presenza di altri familiari, anche se non conviventi.

Il danno parentale, detto anche edonistico, è rappresentato dall’impossibilità di continuare a godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno, ossia dall’irreversibile distruzione di un sistema di vita basato sulla affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti fra il de cuius ed i suoi congiunti, nel non poter fare più ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere irreversibilmente produce anche nelle relazioni tra superstiti. Esso rappresenta, dunque, la privazione di un valore non economico ma personale costituito dall’irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali. Trattandosi di lesione di valori inerenti alla persona e come tali privi di contenuto economico, ai fini della determinazione del quantum debeatur non può che tenersi conto dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza e di ogni ulteriore utile circostanza, quali la consistenza più o meno ampia del nucleo familiare, le abitudini di vita, l’età della vittima e dei singoli superstiti.

DANNO PARENTALE 1)INCIDENTE MORTALE 2) INCIDENTE GRAVE

Il danno parentale per la morte di un prossimo congiunto, consistente nella privazione di un valore non economico ma personale costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali,

  • Tutti coloro che avevano dei contatti attivi ed economici con la persona deceduta oltre a coloro che erano legati da un rapporto congiunto.

Qui dobbiamo fare una piccola precisazione. In caso muore uno zio in un incidente stradale, che non frequentate, con cui non avete alcun rapporto familiare e nemmeno un sostentamento economico oppure morale, allora la compagnia risarcitoria potrebbe usare questa realtà familiare per rifiutarsi di darvi un risarcimento.

Mentre le persone che hanno un legame reale, quindi consanguinei diretti che hanno un legame emotivo o economico, hanno diritto di richiedere ili risarcimento. Perfino i futuri coniugi, come fidanzati, conviventi oppure coppie di fatto, hanno il diritto (noi aggiungiamo anche il dovere) di fare tale procedura.

Inoltre in caso si parla di un supporto economico dato dal deceduto, nonostante non ci fossero legami di sangue o di altri legami affettivi, che possono confermare che ogni mese c’era comunque un rapporto di sostegno economico, possono fare la denuncia e intraprendere la causa.

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secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare, si colloca nell’area dell’art. 2059 c.c. e riguarda la lesione di due beni della vita, ovvero il bene della integrità familiare, riferito alla vita quotidiana della vittima con i suoi familiari, ed il bene della solidarietà familiare, riferito tanto alla vita matrimoniale quanto al rapporto parentale tra i componenti della famiglia.

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Nella determinazione del quantum rilevano, pertanto, criteri quali il rapporto di parentela esistente tra la vittima ed il congiunto avente diritto al risarcimento, l’età del congiunto (il danno è tanto maggiore quanto minore è l’età del congiunto superstite), l’età della vittima, il rapporto di convivenza tra la vittima ed il congiunto superstite (dovendosi presumere che il danno sarà tanto maggiore quanto più costante e assidua è stata la frequentazione tra la vittima ed il superstite) e la presenza all’interno del nucleo familiare di altri conviventi o di altri familiari non conviventi. Il danno derivante dalla perdita, invero, è sicuramente maggiore se il congiunto superstite rimane solo, privo di quell’assistenza morale e materiale che gli derivano dal convivere con un’altra persona o dalla presenza di altri familiari, anche se non conviventi.

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La prova del danno è raggiunta quando, alla stregua di una valutazione compiuta sulla scorta dei dati ricavabili dal notorio e dalla comune esperienza, messi in relazione alle circostanze del caso concreto, risulti che il defunto avrebbe destinato una parte del proprio reddito alle necessità della famiglia o avrebbe comunque apportato utilità economiche (così Cass. n. 18490 del 25/08/2006).

Ai prossimi congiunti di un soggetto deceduto in conseguenza del fatto illecito di un terzo compete, dunque, il risarcimento del danno patrimoniale futuro, nel caso in cui il defunto svolgesse attività lavorativa remunerata ed a condizione che preesistesse una situazione di convivenza ovvero una concreta pratica di vita, in cui rientri l’erogazione di provvidenze all’interno della famiglia allargata, in mancanza della quale, non essendo altrimenti prevedibile con elevato grado di certezza un beneficio durevole nel tempo, non può sussistere perdita che si risolva in un danno patrimoniale (cass. n. 4253 del 16/03/2012).

La liquidazione del danno patrimoniale da perdita delle contribuzioni di persona defunta deve avvenire ponendo a base del calcolo il reddito della vittima, al netto sia di tutte le spese per la produzione dello stesso prudentemente stimabili, sia del prelievo fiscale (in tal senso Cass. n. 10853 del 28/06/2012).

Tale danno deve essere liquidato sulla base di una valutazione equitativa circostanziata, a carattere satisfattivo, che tenga conto della rilevanza del legame di solidarietà familiare, da un lato, e delle prospettive di reddito professionale, dall’altro (Cass. n. 3966 del 13/03/2012). Pertanto, versandosi in tema di danno patrimoniale regolato dal principio dell'”id quod interest” (e, cioè, di una valutazione soggettiva del danno delineata dall’emergere di un interesse del creditore – danneggiato dotato di una veste costituzionalmente garantita), del tutto legittimo appare, nella specie, il ricorso a criteri ispirati a prudente apprezzamento equitativo, secondo una equità “circostanziata” che assicuri la reintegrazione anche patrimoniale del danno gravissimo subito.

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I prossimi congiunti del soggetto deceduto in conseguenza di un sinistro stradale da altri causato hanno diritto al risarcimento del danno non patrimoniale per lesione del vincolo parentale, in quanto l’altrui condotta illecita lede i diritti della persona costituzionalmente qualificati fondati sugli artt. 2, 29, 30 della Costituzione. L’esistenza del danno deve ritenersi provata in via presuntiva, sulla base del vincolo familiare degli istanti con la vittima, e la sua entità deve essere valutata secondo criteri di equità. In tale contesto non è invece risarcibile come autonoma voce di danno il pregiudizio esistenziale e morale, quale alterazione della vita di relazione dei congiunti del de cuius; al contrario opinando si determinerebbe una duplicazione di risarcimento poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita altro non sono che componenti del complesso pregiudizio, che va integralmente e unitariamente ristorato.

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Il danno parentale per la morte di un prossimo congiunto consiste nella privazione di un valore non economico ma personale costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo la varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare.

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Eloquente, al riguardo, appare una nota sentenza della Cassazione (09/05/2011 n. 10107) la quale afferma testualmente che il danno da perdita del rapporto parentale è rappresentato “dal vuoto costituito dal non poter più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nella irreversibile distruzione di un sistema di vita basato sulla affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti fra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter fare più ciò che per anni si è fatto, nonché nella alterazione che una scomparsa del genere irreversibilmente produce anche nelle relazioni tra superstiti”.

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Il danno parentale si colloca nell’area dell’art. 2059 c.c. e riguarda, in definitiva, la lesione di due beni della vita: 1) il bene della integrità familiare, riferito alla vita quotidiana della vittima con i suoi familiari, che trova il suo supporto costituzionale negli artt. 2, 3, 29, 301, 31, 36; b) il bene della solidarietà familiare riferito tanto alla vita matrimoniale quanto al rapporto parentale tra i componenti della famiglia.

I criteri che rilevano nella determinazione del quantum possono essere così riassunti:

1) il rapporto di parentela esistente tra la vittima ed il congiunto avente diritto al risarcimento, dovendosi presumere che, secondo l’id quod plaerunque accidit, il danno è tanto maggiore quanto più stretto è tale rapporto;

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2) l’età del congiunto: il danno è tanto maggiore quanto minore è l’età del congiunto superstite; tale danno infatti è destinato a protrarsi per un tempo maggiore, soprattutto quando si tratta di minori di età, la cui perdita di un familiare può pregiudicare il loro sviluppo psicofisico;

3) l’età della vittima: anche in questo caso è ragionevole ritenere che il danno sia inversamente proporzionale all’età della vittima, in considerazione del progressivo avvicinarsi al naturale termine del ciclo della vita;

4) la convivenza tra la vittima ed il congiunto superstite, dovendosi presumere che il danno sarà tanto maggiore quanto più costante e assidua è stata la frequentazione tra la vittima ed il superstite.

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5) la presenza all’interno del nucleo familiare di altri conviventi o di altri familiari non conviventi in quanto il danno derivante dalla perdita è sicuramente maggiore se il congiunto superstite rimane solo, privo di quell’assistenza morale e materiale che gli derivano dal convivere con un’altra persona o dalla presenza di altri familiari, anche se non conviventi.

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Il danno parentale, detto anche edonistico, è rappresentato dall’impossibilità di continuare a godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno, ossia dall’irreversibile distruzione di un sistema di vita basato sulla affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti fra il de cuius ed i suoi congiunti, nel non poter fare più ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere irreversibilmente produce anche nelle relazioni tra superstiti. Esso rappresenta, dunque, la privazione di un valore non economico ma personale costituito dall’irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali. Trattandosi di lesione di valori inerenti alla persona e come tali privi di contenuto economico, ai fini della determinazione del quantum debeatur non può che tenersi conto dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza e di ogni ulteriore utile circostanza, quali la consistenza più o meno ampia del nucleo familiare, le abitudini di vita, l’età della vittima e dei singoli superstiti.

LUGO FAENZA RAVENNA CLAUSOLA DI DISEREDAZIONE

LUGO FAENZA RAVENNA CLAUSOLA DI DISEREDAZIONE. COME OPPORLA CHE VALORE  TESTAMENTO AVVOCATO ESPERTOavvocato-erede-legittimo-1

La disposizione testamentaria negativa impedisce la vocazione dell’escluso, ma non puo’ eliminare l’astratta designazione contenuta nella legge, creando una situazione identica rispetto ad altre fattispecie di rappresentazione, in particolare rispetto a quella derivante dall’indegnita’ a succedere (Cass. n. 6339/1982; n. 11195/1996).

Va quindi affermata la regola dell’efficacia meramente personale della diseredazione e della sua non estensione ipso iure all’intera stirpe dell’escluso.

Ma e’ ovvio che rimane salva la possibilita’ che il testatore disponga in modo diverso, escludendo dalla successione anche tutti i discendenti della persona contemplata (Cass. n. 6339/1982 cit. in motivazione; Cass. n. 8532/2012).

In altre parole, il rapporto fra diseredazione e rappresentazione non pone un problema di validita’, ma di ermeneutica negoziale. Il relativo giudizio attiene percio’ a una questione di fatto, quale e’ quello della interpretazione di una disposizione testamentaria, e un giudizio di tal genere, riservato alla competenza esclusiva del giudice di merito, e’ soggetto, in sede di cassazione, a controllo, e quindi a censura, non per la sua sostanziale esattezza o erroneita’, da verificarsi in base a rinnovata interpretazione della dichiarazione considerata, bensi’ soltanto per cio’ che attiene alla sua legittimita’, e cioe’ alla conformita’ a legge dei criteri ai quali e’ adeguato e alla compiutezza, coerenza e conformita’ a legge della giustificazione datavi (Cass. n. 7422/2005; n. 5604/2001; n. 7634/1986; n. 6190/1984).

Diventa quindi applicabile il principio, consolidato nella giurisprudenza della Suprema Corte, secondo cui “In tema di interpretazione del testamento, qualora dall’indagine di fatto riservata al giudice di merito risulti gia’ chiara, in base al contenuto dell’atto, la volonta’ del testatore, non e’ consentito – alla stregua del primario criterio ermeneutico della letteralita’ – il ricorso ad elementi tratti aliunde ed estranei alla scheda testamentaria” (Cass. n. 20204/2005; conf. 4660/1986; n. 2417/1976).

Altrettanto irrilevante e’ l’ulteriore obiezione dei ricorrenti incidentali che la  testatrice conosceva i pronipoti, verso i quali non poteva avere alcuna ragione di avversione.

Si trascura, infatti, che, secondo la ricostruzione della corte di merito, i dissapori che avrebbero indotto la testatrice ad estendere la diseredazione alla stirpe dei fratelli erano pur sempre quelli avuti in passato con gli stessi fratelli “rappresentati”. Non era percio’ necessario ricercare nella scheda uno specifico intento diretto personalmente contro i “rappresentanti”.

La norma dell’articolo 572 c.c., si riferisce alla successione degli “altri parenti”, che sono chiamati alla successione quando l’ereditando non lascia prole, ne’ genitori, ne’ fratelli o sorelle o loro discendenti. In virtu’ dell’istituto della rappresentazione gli altri parenti sono esclusi dai discendenti di fratelli e sorelle del defunto, sebbene di grado parentale uguale o piu’ lontano.

Identificato l’effetto della clausola di diseredazione nella restrizione della chiamata ex lege agli altri designati (infra), e’ intuitivo che il discendente del fratello diseredato, che sarebbe stato chiamato per rappresentazione se la disposizione negativa non avesse colpito la stirpe, non e’ ammesso a reclamare diritti successori in base alla prerogativa del grado nella successione apertasi a favore dei parenti ai sensi dell’articolo 572 c.c..

LUGO FAENZA RAVENNA CLAUSOLA DI DISEREDAZIONE. COME OPPORLA CHE VALORE  TESTAMENTO AVVOCATO ESPERTO La disposizione testamentaria negativa impedisce la vocazione dell’escluso, ma non puo’ eliminare l’astratta designazione contenuta nella legge, creando una situazione identica rispetto ad altre fattispecie di rappresentazione, in particolare rispetto a quella derivante dall’indegnita’ a succedere (Cass. n. 6339/1982; n. 11195/1996).

OPRIETA’   Image Alt CALCOL ODANNO A PERSONA ,MALASANITA' ,INCIDENTE  AAEE2 22365	 VIzI OCCULTI IMMOBILE CAUSA AL VENDITORE TERMINI

LUGO RAVENNA BOLOGNA NON SI PUO’ ESSERE DISEREDATI SENZA MOTIVI GRAVI AVVOCATO ESPERTO TUTELA EREDI SI PUO’ ESCLUDEDE  UN EREDE LEGITTIMARIO  E DISEREDARLO PERCHE’ FA DELLE SCELTE  PERSONALI DELLA SUA VITA PRIVATA COME SPOSARE  UNA DONNA NON GRADITA AI GENITORI?

LUGO RAVENNA BOLOGNA NON SI PUO’ ESSERE DISEREDATI SENZA MOTIVI GRAVI AVVOCATO ESPERTO TUTELA EREDI SI PUO’ ESCLUDEDE  UN EREDE LEGITTIMARIO  E DISEREDARLO PERCHE’ FA DELLE SCELTE  PERSONALI DELLA SUA VITA PRIVATA COME SPOSARE  UNA DONNA NON GRADITA AI GENITORI?
LUGO RAVENNA BOLOGNA NON SI PUO’ ESSERE DISEREDATI SENZA MOTIVI GRAVI AVVOCATO ESPERTO TUTELA EREDI SI PUO’ ESCLUDEDE  UN EREDE LEGITTIMARIO  E DISEREDARLO PERCHE’ FA DELLE SCELTE  PERSONALI DELLA SUA VITA PRIVATA COME SPOSARE  UNA DONNA NON GRADITA AI GENITORI?

LUGO RAVENNA BOLOGNA NON SI PUO’ ESSERE DISEREDATI SENZA MOTIVI GRAVI AVVOCATO ESPERTO TUTELA EREDI

SI PUO’ ESCLUSEDE  UN EREDE LEGITTIMARIO  E DISEREDARLO PERCHE’ FA DELLE SCELTE  PERSONALI DELLA SUA VITA PRIVATA COME SPOSARE  UNA DONNA NON GRADITA AI GENITORI?

L’art. 587 c.c. definisce il testamento come la manifestazione di volontà con cui “taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o di parte di esse”.
Scopo del testamento è dare una destinazione ai beni e ai diritti del testatore.

Il codice tace, invece, riguardo la possibilità di una disposizione negativa, cioè che esclude un successibile sia chiamato all’eredità. Ecco perché in passato ci si è chiesti se la clausola di diseredazione fosse valida o meno.

La risposta di dottrina e giurisprudenza è profondamente cambiata nel tempo.

La recente sentenza della Cassazione ha sposato una posizione opposta a quella originariamente prevalente.

È intuitivo che se il testatore disponga di tutti i suoi beni per testamento automaticamente disereda coloro cui non fa lasciti,

 tuttavia, una volta risolto in senso positivo il problema dell’ammissibilità della disposizione negativa in sé e per sé, che è così inclusa «nel contenuto tipico del testamento» (così Cass. n. 8352/2012),

 

il concorso della disposizione negativa con le disposizioni positive non esclude

 che la prima possa ugualmente svolgere il suo effetto tipico di impedire la vocazione ex lege dell’escluso.

Intanto potrebbe darsi che il testatore abbia provveduto solo per una parte dei suoi beni, in guisa che sulla parte residua debba aprirsi la successione legittima (art. 457, comma 2, c.c.). Inoltre occorre considerare l’ipotesi che le disposizioni testamentarie, rinvenibili nella scheda, siano invalide o comunque inefficaci,

perché l’istituito o il legatario non può o non vuole accettare. In queste ipotesi, ex art. 677, comma 1, c.c., se non operano la sostituzione, la rappresentazione o l’accrescimento, «la porzione dell’erede mancante si devolve agli eredi legittimi, e la porzione del legatario mancante va a profitto dell’onerato». La fattispecie oggetto della decisione impugnata, caratterizzata da una istituzione parziale e in più operata con legati, alcuni dei quali riconosciuti invalidi, è paradigmatica sotto questo profilo.

 Ebbene, se la successione legittima può aprirsi talvolta anche in presenza di disposizioni testamentarie positive, e se effetto tipico della diseredazione è di portare deroga al regolamento legale della successione, è coerente riconoscere che tale effetto è idoneo a dispiegarsi non solo se la disposizione di esclusione rappresenti l’isolato contenuto del testamento, ma anche quando ad essa si accompagnino disposizioni positive. In questi casi si imporrà piuttosto una preliminare indagine volta ad accertare se la dichiarazione negativa vada intesa come puramente confermativa o comunicativa della sancita preterizione del successibile, operata con le disposizioni positive, ovvero come contenente una sua definitiva esclusione dalla vicenda successoria. Nel primo caso si farebbe luogo a normale chiamata testamentaria e il successibile potrebbe ancora eventualmente essere chiamato ex lege, se ci sono beni non assegnati dal testatore oppure se una o più delle disposizioni attributive fossero invalide o inefficaci. Nel secondo caso la disposizione negativa continuerebbe a svolgere il proprio effetto tipico e caratteristico del fatto impeditivo, escludendo il concorso del diseredato sui beni eventualmente non assegnati e sui beni oggetto di disposizioni testamentarie invalide o inefficaci, che egli non avrebbe interesse ad impugnare. La prevalente dottrina e la prevalente giurisprudenza hanno risolto positivamente la questione se il discendente di chi sia stato diseredato dal testatore possa succedere a quest’ultimo per rappresentazione. La disposizione testamentaria negativa impedisce la vocazione dell’escluso, ma non può eliminare l’astratta designazione contenuta nella legge, creando una situazione identica rispetto ad altre fattispecie di rappresentazione, in particolare rispetto a quella derivante dall’indegnità a succedere (Cass. n. 6339/1982; n. 11195/1996).

LUGO RAVENNA BOLOGNA NON SI PUO’ ESSERE DISEREDATI SENZA MOTIVI GRAVI AVVOCATO ESPERTO TUTELA EREDI SI PUO’ ESCLUDEDE  UN EREDE LEGITTIMARIO  E DISEREDARLO PERCHE’ FA DELLE SCELTE  PERSONALI DELLA SUA VITA PRIVATA COME SPOSARE  UNA DONNA NON GRADITA AI GENITORI?
LUGO RAVENNA BOLOGNA NON SI PUO’ ESSERE DISEREDATI SENZA MOTIVI GRAVI AVVOCATO ESPERTO TUTELA EREDI SI PUO’ ESCLUDEDE  UN EREDE LEGITTIMARIO  E DISEREDARLO PERCHE’ FA DELLE SCELTE  PERSONALI DELLA SUA VITA PRIVATA COME SPOSARE  UNA DONNA NON GRADITA AI GENITORI?

CERTAMENTE NO MICCA SIAMO NEL MEDIOEVO!!

Il punto nodale, da sempre discusso, concerne la valutazione giuridica della manifestazione di volontà di esclusione di taluno dalla successione il cui tema coinvolge, solo per la sua definizione, molti e complessi argomenti di diritto successorio ai quali il presente studio può soltanto accennare e comunque nei limiti in cui le soluzioni accolte siano propedeutiche alla soluzione dei problemi posti dalla clausola di diseredazione

A conclusione del motivo, il ricorrente incidentale propone i seguenti quesiti di diritto: “se sono da condividere e da applicare alla fattispecie de quo i seguenti principi, affermati dalla S.C.: 1) La diseredazione al pari dell’indegnità a succedere, non esclude la operatività della rappresentazione in favore dei discendenti del rappresentato. La diseredazione ha effetti solo nei confronti del soggetto nei cui confronti è effettuata, e pertanto, non esclude che il discendente legittimo di chi sia stato diseredato dal testatore possa succedere a quest’ultimo per rappresentazione (Cass. civ., sez. II, 23.11.1982, n. 6339). 2). La diseredazione, al pari dell’indegnità a succedere, non esclude l’operatività della rappresentazione a favore dei discendenti del diseredato (Cass. civ., sez. II 14.12.1996, n. 11195)”.

Ai sensi dell’art. 587, primo comma, cod. civ., il testatore può validamente escludere dall’eredità, in modo implicito o esplicito, un erede legittimo, purché non legittimario, a condizione, però, che la scheda testamentaria contenga anche disposizioni positive e cioè rivolte ad attribuire beni ereditari ad altri soggetti, nelle forme dell’istituzione di erede o del legato. È quindi nullo il testamento con il quale, senza altre disposizioni, si escluda il detto erede, diseredandolo. Peraltro, qualora dall’interpretazione della scheda testamentaria risulti che il de cuius, nel manifestare espressamente la volontà di diseredare un successibile, abbia implicitamente inteso attribuire, nel contempo, le proprie sostanze ad altri soggetti, il testamento deve essere ritenuto valido, contenendo una vera e propria valida disposizione positiva dei beni ereditari, la quale è sufficiente ad attribuire efficacia anche alla disposizione negativa della diseredazione… “.

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II CIVILE – SENTENZA 25 maggio 2012, n.8352 – Pres. Triola – est. Petitti

Svolgimento del processo

Il (OMISSIS) decedeva in XXXXXXX I..S. , la quale aveva disposto in vita con testamento olografo del 5 giugno 1977, del seguente testuale tenore: “Io sottoscritta S.I. scrivo le mie volontà sana di mente. Escluso da ogni mio avere i miei cugini E.G. fu A. – C.E. fu D. – C.P. fu D. . Nella tomba con i miei altrimenti compramene una”.

Il testamento veniva pubblicato il 4 maggio 1982 e in data 18 dicembre 1982 veniva presentata denuncia di successione recante l’indicazione dei successori, in virtù del testamento, nelle persone di C.D. e Ci.Pa. , altri cugini della de cuius. Deceduto Ci.Pa. gli succedevano la moglie Bo.Gi. e le figlie Ci.Ca. e A. .

E..G. conveniva allora in giudizio, dinnanzi al Tribunale di Savona, C.D. nonché le eredi di Ci.Pa. , per sentir dichiarare la nullità della clausola di diseredazione contenuta nel testamento di S.I. , e per sentir conseguentemente dichiarare che essa attrice era coerede legittima della de cuius ed aveva quindi diritto alla devoluzione pro quota dell’eredità.

Si costituivano C.D. , Bo.Gi. , Ci.Ca. e An. chiedendo il rigetto della domanda.

All’esito del giudizio, nel quale interveniva anche C.E. associandosi alla domanda dell’attrice, l’adito Tribunale respingeva la domanda dell’E. e dell’intervenuto.

Avverso questa sentenza proponeva appello B.A. , erede di E.G. , a sua volta deceduta.

Con sentenza depositata il 7 novembre 2000, la Corte d’appello di Genova dichiarava che B.A. , erede di E.G. , era erede pro quota, per rappresentazione, di S.I. , e titolare della quota di legge dei beni caduti in successione, disponendo che l’eredità della S. fosse a lui devoluta per la sua quota di legge.

Proponevano ricorso per cassazione C.S. , Ci.Ca. , Ca.Pi. , Ca.Ma. e ca.pi. ; il B. resisteva al ricorso e proponeva a sua volta ricorso incidentale.

La Corte di cassazione, con sentenza n. 8489 del 2004, rilevava la non integrità del contraddittorio nel giudizio di appello, non essendo stato chiamato a parteciparvi C.E. , e cassava conseguentemente la sentenza impugnata.

B.A. riassumeva la causa convenendo in giudizio C.S. , Ci.Ca. , Ca.Pi. , Ca.Ma. e ca.pi. , in proprio e quali eredi di C.E. , per sentir dichiarare la nullità della clausola di diseredazione.

Si costituivano Ci.Ca. , Ca.Pi. , Ca.Ma. e ca.pi. , nonché C.S. .

La Corte d’appello di Genova, dopo aver disposto l’integrazione del contraddittorio nei confronti di C.S. , C.L. , V.C. , C.G. e C.C. , quali potenziali aventi diritto alla successione di C.E. , con sentenza depositata il 12 marzo 2007, ha accolto l’appello e ha dichiarato la nullità della clausola del testamento olografo di S.I. del 5 giugno 1977, con la quale era stata esclusa dalla successione E.G. , erede legittima, alla quale, in quanto erede legittima, è stata devoluta pro quota l’eredità morendo dismessa da S.I. ; ha altresì dichiarato B.A. , in qualità di erede di E.G. , partecipe della comunione ereditaria istituitasi a seguito della successone della suddetta S.I. e come tale contitolare per la quota di sua competenza della proprietà dei beni mobili e immobili caduti in successione.

La Corte d’appello ha rilevato che l’art. 587 cod. civ. stabilisce che il testamento è un atto revocabile con il quale taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o di parte di esse, e che le disposizioni di carattere non patrimoniale che la legge consente siano contenute in un testamento hanno efficacia se contenute in un atto che ha la forma di testamento, anche se manchino disposizioni di carattere patrimoniale.

Ha quindi condiviso quanto affermato nella giurisprudenza di legittimità circa la necessità che una clausola di tipo negativo, quale quella di diseredazione, sia accompagnata, perché possa predicarsene la validità, da disposizioni di carattere positivo, ancorché implicite, volte ad attribuire beni ereditari ad altri soggetti. Ha poi preso in esame il testo del testamento e ha escluso che la disposizione testamentaria potesse essere intesa come implicitamente affermativa di una volontà di attribuzione dei beni ad altri soggetti.

La Corte d’appello ha anche ritenuto che il Tribunale avesse errato ad affermare il diritto del B. per rappresentazione, trattandosi di attribuzione eccedente la previsione di cui all’art. 468 cod. civ., a norma del quale la rappresentazione ha luogo, nella linea retta, a favore dei discendenti dei figli naturali del defunto e, nella linea collaterale, a favore dei discendenti dei fratelli e delle sorelle del defunto; in proposito, la Corte d’appello ha rilevato che nelle menzionate categorie non poteva rientrare E.G. , in quanto cugina di S.I. , dalla cui eredità era stata esclusa.

Da ultimo, la Corte d’appello ha limitato la declaratoria di nullità nei confronti del solo B.A. , osservando che i successori di C.E. , altro diseredato già interveniente volontario, non si erano avvalsi della facoltà di impugnare la decisione del Tribunale, per loro passata in giudicato.

Per la cassazione di questa sentenza hanno proposto ricorso C.S. , Ca..Ci. , Pi..Ca. , C.M. , pi..ca. sulla base di due motivi; ha resistito B.A. , il quale ha altresì proposto ricorso incidentale affidato ad un motivo; i ricorrenti principali hanno resistito al ricorso incidentale con controricorso; non hanno svolto attività difensiva gli intimati L..C. , V.C. , G..C. , C..C. .

Entrambe le parti hanno depositato memoria in prossimità dell’udienza.

Motivi della decisione

  1. Deve essere preliminarmente disposta la riunione dei ricorsi, avendo gli stessi ad oggetto la medesima decisione (art. 335 cod. proc. civ.).
  2. Con il primo motivo del ricorso, i ricorrenti principali deducono violazione e falsa applicazione degli artt. 647 e 1362 cod. civ. e, in generale, delle norme che disciplinano la interpretazione del testamento; insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

I ricorrenti sostengono che la Corte d’appello avrebbe errato nell’escludere che nella scheda testamentaria oggetto di interpretazione fosse rinvenibile, utilizzando tutti i criteri ermeneutici volti a valorizzare la volontà della testatrice, una disposizione di carattere patrimoniale. In particolare, alla disposizione concernente la sepoltura, la quale imponeva un obbligo, a carico di taluni soggetti, di acquistare un bene, si sarebbe dovuto riconoscere non solo carattere patrimoniale, ma addirittura il valore di vera e propria istituzione di erede.

Inoltre, sostengono i ricorrenti, la Corte d’appello avrebbe errato nel non considerare unitariamente la manifestazione della volontà di diseredare alcuni successibili e quella di imporre un onere a carico di persone non determinate, in quanto solo una interpretazione complessiva avrebbe consentito di attribuire alla seconda un senso preciso, così come avendo riguardo alla seconda, dalla clausola di diseredazione, apparentemente negativa, si sarebbe agevolmente potuto ricavare un contenuto positivo.

La motivazione della sentenza impugnata sarebbe poi contraddittoria, o quanto meno insufficiente, in quanto la Corte d’appello, da un lato, ha ritenuto ammissibile la diseredazione negativa ove dal contesto dell’atto emerga una positiva volontà attributiva del de cuius e, dall’altro, ha invece ritenuto la richiamata disposizione modale irrilevante al fine di interpretare la clausola di diseredazione.

A conclusione del motivo, i ricorrenti formulano i seguenti quesiti di diritto: “dica l’Ecc.ma Corte se incorre in violazione degli artt. 647 e 1362 ss. cod. civ., o comunque delle norme che disciplinano l’interpretazione del testamento, il Giudice di appello che qualifichi come non patrimoniale la disposizione modale che preveda un sacrificio economico a carico degli onerati; dica, ancora, l’Ecc.ma Corte se incorre in violazione degli artt. 1362 ss. cod. civ., o comunque delle norme che disciplinano l’interpretazione del testamento, il Giudice di appello che, reputando non chiara la volontà testamentaria, ometta di ricorrere ad elementi, ulteriori rispetto al significato letterale delle parole usate dal testatore, i quali, anche attraverso la valutazione complessiva delle clausole contenute nella scheda testamentaria, consentano di fugare i dubbi interpretativi e di conservare efficacia a ciascuna di esse”.

2.1. Con il secondo motivo, proposto in via subordinata, i ricorrenti principali denunciano, ai sensi dell’art. 360, n. 3, cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 587 e 588 cod. civ., nonché insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

La censura si riferisce alla affermazione contenuta nella sentenza impugnata, secondo cui la clausola di diseredazione contenuta nel testamento della signora I..S. sarebbe invalida, perché la scheda testamentaria non conteneva anche disposizioni positive. I ricorrenti rilevano che mediante la clausola di diseredazione il testatore provvede a regolare i rapporti patrimoniali per il tempo successivo alla propria morte, favorendo, fra i successibili legittimi, quelli non esclusi con la diseredazione. Quest’ultima, pertanto, mirando, mediante l’esclusione di uno o più successibili legittimi, ad ampliare il beneficio degli altri, sarebbe di per sé una disposizione – implicitamente – positiva. In ogni caso, osservano i ricorrenti, l’art. 587 cod. civ., nel definire il testamento come l’atto con il quale taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o di parte di esse, non escluderebbe affatto che la libertà di disporre delle proprie sostanze riconosciuta al testatore, possa manifestarsi anche in un ‘non volere disporre’ di esse in favore di uno o più soggetti determinati. La decisione relativa alla mancata attribuzione equivarrebbe, quindi, non già all’assenza di una idonea manifestazione di volontà, bensì alla manifestazione di una ben precisa volontà. Il giudizio di invalidità della clausola di mera diseredazione postulerebbe quindi che alla espressione ‘dispone’, contenuta nell’art. 587 cod. civ., si assegni il significato di ‘attribuisce’; ma, rilevano i ricorrenti, le due espressioni hanno invece significati diversi, collocandosi in un rapporto di genere a specie, nel senso che “è atto di disposizione dei propri beni, infatti, tanto l’attribuzione di essi, quanto la dichiarazione di non volerli attribuire a determinati soggetti”.

In sostanza, sostengono i ricorrenti, l’art. 588 cod. civ., da un lato, non esaurisce le ipotesi in cui il legislatore prevede e disciplina l’attività dispositiva; dall’altro, non esclude che altre disposizioni – quali quelle non attributive – siano tutelate dall’ordinamento, purché, nel realizzare la funzione testamentaria di produrre effetti successori, non contrastino con l’ordine pubblico; contrasto che deve escludersi nel caso in cui siano rispettati i diritti dei legittimari.

A conclusione del motivo, i ricorrenti, oltre a specificare il vizio di motivazione denunciato, formulano il seguente quesito di diritto: “dica l’Ecc.ma Corte se incorre in violazione degli artt. 587 e 588 cod. civ. il Giudice del merito che qualifichi come invalida la clausola mediante la quale il testatore stabilisca di escludere dalla successione uno o più successibili legittimi”.

  1. Con l’unico motivo del proprio ricorso, il ricorrente incidentale denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 457, 467 e 468 cod. civ., censurando la sentenza impugnata nella parte in cui ha rigettato la domanda volta a sentir dichiarare il suo diritto a succedere ad E.G. per rappresentazione.

A conclusione del motivo, il ricorrente incidentale propone i seguenti quesiti di diritto: “se sono da condividere e da applicare alla fattispecie de quo i seguenti principi, affermati dalla S.C.: 1) La diseredazione al pari dell’indegnità a succedere, non esclude la operatività della rappresentazione in favore dei discendenti del rappresentato. La diseredazione ha effetti solo nei confronti del soggetto nei cui confronti è effettuata, e pertanto, non esclude che il discendente legittimo di chi sia stato diseredato dal testatore possa succedere a quest’ultimo per rappresentazione (Cass. civ., sez. II, 23.11.1982, n. 6339). 2). La diseredazione, al pari dell’indegnità a succedere, non esclude l’operatività della rappresentazione a favore dei discendenti del diseredato (Cass. civ., sez. II 14.12.1996, n. 11195)”.

  1. Il Collegio ritiene che il secondo motivo del ricorso principale, ancorché prospettato dai ricorrenti come subordinato al rigetto del primo, debba essere esaminato in via prioritaria, non solo per ragioni di ordine logico, ma perché dal suo accoglimento, a differenza di quanto potrebbe verificarsi con l’accoglimento del primo motivo, discende la possibilità di definizione del giudizio nel merito. L’accoglimento del primo motivo, infatti, postulando in entrambe le sue articolazioni l’accertamento di un vizio nella interpretazione del testamento, comporterebbe il rinvio della causa al giudice di appello, non potendo questa Corte sostituire la propria interpretazione a quella del giudice di merito.

Al contrario, l’accoglimento del secondo motivo, inerendo ad un vizio di violazione di legge, potrebbe dare luogo, sussistendone in concreto i presupposti, ad una decisione della causa nel merito, ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ..

In questo senso, e cioè nel senso che deve prioritariamente esaminarsi la censura che coinvolge l’accertamento di quale sia la portata delle disposizioni legislative rilevanti in materia rispetto alle censure che coinvolgono l’interpretazione della clausola testamentaria, si è del resto già espressa Cass. n. 1458 del 1967, che costituisce il precedente di questa Corte al quale si è ispirata la decisione impugnata.

4.1. Il controricorrente e ricorrente incidentale ha eccepito, ma solo nella memoria ex art. 378 cod. proc. civ., la inammissibilità del secondo motivo del ricorso principale per inidoneità del quesito di diritto.

L’eccezione è infondata, atteso che il quesito, nei termini testuali prima riportati, è formulato in modo tale che, ove allo stesso sia data risposta positiva, la controversia può essere decisa in senso favorevole alla tesi dei ricorrenti principali.

  1. Il motivo è fondato.

5.1. La Corte d’appello si è riferita alla risalente giurisprudenza di questa Corte, la quale, segnatamente nella sentenza n. 1458 del 1967, ha avuto modo di affermare il seguente principio di diritto: “Ai sensi dell’art. 587, primo comma, cod. civ., il testatore può validamente escludere dall’eredità, in modo implicito o esplicito, un erede legittimo, purché non legittimario, a condizione, però, che la scheda testamentaria contenga anche disposizioni positive e cioè rivolte ad attribuire beni ereditari ad altri soggetti, nelle forme dell’istituzione di erede o del legato. È quindi nullo il testamento con il quale, senza altre disposizioni, si escluda il detto erede, diseredandolo. Peraltro, qualora dall’interpretazione della scheda testamentaria risulti che il de cuius, nel manifestare espressamente la volontà di diseredare un successibile, abbia implicitamente inteso attribuire, nel contempo, le proprie sostanze ad altri soggetti, il testamento deve essere ritenuto valido, contenendo una vera e propria valida disposizione positiva dei beni ereditari, la quale è sufficiente ad attribuire efficacia anche alla disposizione negativa della diseredazione… “.

In motivazione, la Corte, che ha esaminato una clausola testamentaria meramente negativa (“Nelle mie piene facoltà mentali e in perfetta salute, dichiaro, qualora io dovessi mancare, di escludere dalla mia eredità e cioè da quello che io posseggo, le mie due nipoti A. e G…. figlie del mio defunto fratello P…., per il loro indegno comportamento verso di me ed i miei fratelli”), è partita dalla tesi tradizionale dell’invalidità della clausola di diseredazione ma, anziché pervenire ad una dichiarazione di nullità, come avrebbe dovuto coerentemente fare, data la portata meramente diseredativa della richiamata disposizione, e quindi dichiarare aperta la successione legittima, ha ritenuto di poter ricavare, per via interpretativa, una volontà, implicita, del testatore di disporre col testamento stesso a favore dei successibili ex lege diversi dalle nipoti escluse; ha pertanto, coerentemente affermato l’apertura della successione testamentaria.

In particolare, la Corte, pur ritenendo che il testamento abbia carattere necessariamente attributivo, ha ammesso tuttavia la validità della clausola non solo quando questa si accompagni a disposizioni attributive espresse, ma anche quando esaurisca il contenuto del testamento, purché sia possibile ricavare in sede ermeneutica “sia in modo diretto ed esplicito, sia in modo indiretto ed implicito la inequivocabile volontà del testatore, oltre che di diseredare un determinato successibile, di attribuire le proprie sostanze ad un determinato altro”.

Successivamente, nella giurisprudenza di questa Corte, si è affermato il principio per cui “la volontà di diseredazione di alcuni successibili può valere a fare riconoscere una contestuale volontà di istituzione di tutti gli altri successibili non diseredati solo quando, dallo stesso tenore della manifestazione di volontà o dal tenore complessivo dell’atto che la contiene, risulti la effettiva esistenza della anzidetta autonoma positiva volontà del dichiarante, con la conseguenza che solo in tal caso è consentito ricercare, anche attraverso elementi esterni e diversi dallo scritto contenente la dichiarazione di diseredazione, l’effettivo contenuto della volontà di istituzione. Pertanto, ove il giudice del merito nell’interpretazione dello scritto ritenga inesistente una tale volontà, correttamente lo stesso non ammette la prova diretta al fine di dimostrare la volontà del de cuius di disporre dei propri beni a favore di alcuni soggetti, in quanto con tale prova si mira non già ad identificare la volontà testamentaria contenuta, esplicitamente o implicitamente, nella scheda, ma alla creazione di una siffatta volontà” (Cass. n. 6339 del 1982; Cass. n. 5895 del 1994).

5.2. La soluzione accolta dai precedenti di questa Corte non è condivisa dal Collegio, in quanto contiene in sé una sostanziale contraddizione. Da un lato, infatti, si predica la assoluta invalidità di una clausola meramente negativa, ove la stessa non sia accompagnata ad altre che contengano disposizioni attributive, ancorché tali da non esaurire l’intero asse e-reditario; dall’altro se ne riconosce la validità anche nel caso in cui costituisca l’unica disposizione contenuta in una scheda testamentaria, a condizione però che sia possibile ricavare sia in modo diretto ed esplicito, sia in modo indiretto ed implicito la inequivocabile volontà del testatore, oltre che di diseredare un determinato successibile, di attribuire le proprie sostanze ad un determinato altro.

Un simile argomentare vanifica, in realtà, la affermazione di principio dalla quale sembra muovere la sentenza del 1967, della tendenziale invalidità della clausola di diseredazione, la quale è invece valida ed efficace allorquando dalla stessa sia possibile desumere una istituzione in favore di soggetti non contemplati ma comunque implicitamente individuabili, una volta esclusi dalla successione quelli invece espressamente menzionati nella clausola di diseredazione.

5.3. Dalla lettura della richiamata sentenza del 1967 emerge che l’argomento dirimente per escludere la ammissibilità nel nostro ordinamento di una clausola testamentaria di contenuto esclusivamente negativo, quale, appunto, la clausola di diseredazione che manifesti la volontà del testatore di escludere un successibile, senza che sia possibile individuare una volontà positiva, sia pure implicita, di chiamare altri alla sua successione, è quello desunto dal contenuto e dalla portata degli artt. 587 e 588 cod. civ..

La lettura delle citate disposizioni offerte nei precedenti di questa Corte deve essere rivista e superata alla luce delle seguenti considerazioni.

Ai sensi dell’art. 587, primo comma, cod. civ., il negozio di ultima volontà ha la funzione di consentire al testatore di disporre di tutte le proprie sostanze, o di parte di esse, per il tempo in cui avrà cessato di vivere. Con una tale definizione, il legislatore sembra accogliere la natura essenzialmente patrimoniale dell’atto di ultima volontà. Le disposizioni testamentarie di carattere non patrimoniale (art. 587, secondo comma, cod. civ.), che la legge permette siano contenute in un atto privo di disposizioni di carattere patrimoniale purché abbia la forma del testamento, condividono, invece, con il negozio di ultima volontà solo il tratto formale, ma non quello sostanziale, legittimando di conseguenza l’applicazione di un diverso regime (si pensi all’irrevocabilità, che è generalmente incompatibile con il contenuto tipico del testamento).

Peraltro, dal rilievo che la disposizione testamentaria tipica abbia contenuto patrimoniale, non discende la conseguenza che il testamento, per essere tale, debba avere necessariamente una funzione attributiva. L’articolato sistema delineato dal legislatore permette che il fenomeno devolutivo dei beni e l’individuazione degli eredi e dei legatari possano trovare indistintamente fondamento sia nella legge che nella volontà del testatore. Nel nostro ordinamento, la possibilità di un’attribuzione di beni per testamento, che genera un fenomeno vocativo legale, convive con quella, inversa, di un’istituzione per testamento di eredi, che genera la devoluzione legale dell’asse (o di una sua quota). Una simile convivenza, poi, non può che essere confermata dall’art. 457 cod. civ., che riconosce farsi luogo alla successione legittima, quando manca in tutto o in parte quella testamentaria, smentendosi dunque una gerarchia di valore tra le due forme del regolamento successorio, e dovendosi invece ricondurre il concorso tra le due vocazioni ad un rapporto di reciproca integrazione.

5.4. I richiamati precedenti hanno inteso riconoscere l’ammissibilità di una volontà di diseredazione ove in essa si ravvisi o una disposizione principale attributiva, esplicitamente o implicitamente presupposta, della quale la volontà del testatore è una modalità di esecuzione (Cass. n. 1458 del 1967), o un’implicita istituzione di tutti gli altri successibili non diseredati, volontà che non si presume ma va provata (Cass. n. 6339 del 1982; Cass. n. 5895 del 1994). Quest’ultimo orientamento ammette la clausola di diseredazione solo se fondata sull’equivalenza tra l’esclusione e l’istituzione implicita di altri.

Tuttavia, se si riconosce che il testatore possa disporre di tutti i suoi beni escludendo in tutto o in parte i successori legittimi, non si vede per quale ragione non possa, con un’espressa e apposita dichiarazione, limitarsi ad escludere un successibile ex lege mediante una disposizione negativa dei propri beni. Invero, escludere equivale non all’assenza di un’idonea manifestazione di volontà, ma ad una specifica manifestazione di volontà, nella quale, rispetto ad una dichiarazione di volere (positiva), muta il contenuto della dichiarazione stessa, che è negativa.

Per diseredare non è quindi necessario procedere ad una positiva attribuzione di beni, né – sulla scorta dell’espediente che escludere è istituire – alla prova di un’implicita istituzione.

In sostanza, la clausola di diseredazione integra un atto dispositivo delle sostanze del testatore, costituendo espressione di un regolamento di rapporti patrimoniali, che può includersi nel contenuto tipico del testamento: il testatore, sottraendo dal quadro dei successibili ex lege il diseredato e restringendo la successione legittima ai non diseredati, indirizza la concreta destinazione post mortem del proprio patrimonio. Il ‘disporre’ di cui all’art. 587, primo comma, cod. civ., può dunque includere, non solo una volontà attributiva e una volontà istitutiva, ma anche una volontà ablativa e, più esattamente, destitutiva. Altre volte, d’altronde, il nostro legislatore ha concepito disposizioni di contenuto certamente patrimoniale, che non implicano attribuzioni in senso tecnico e che possono genericamente farsi rientrare nella nozione di ‘atto dispositivo’ del proprio patrimonio ex art. 587, primo comma, cod. civ., avendo utilizzato il termine ‘disposizione’ nel senso riferito in questa sede (in materia di dispensa da collazione, di assegno divisionale semplice, di onere testamentario, di ripartizione dei debiti ereditari, di disposizione contraria alla costituzione di servitù per destinazione del padre di famiglia, di disposizione a favore dell’anima e di divieti testamentari di divisione).

Le varie ipotesi in cui l’attività dispositiva possa manifestarsi sono tutelate dall’ordinamento purché non contrastino con il limite dell’ordine pubblico: ogni disposizione patrimoniale di ultima volontà, anche se non ‘attributiva’ e anche se non prevista nominatim dalla legge, può dunque costituire un valido contenuto del negozio testamentario, solo se rispondente al requisito di liceità e meritevolezza di tutela, e se rispettosa dei diritti dei legittimari.

L’ammissibilità della clausola diseredativa, quale autonoma disposizione negativa, appare, infine, in linea con l’ampio riconoscimento alla libertà e alla sovranità del testatore compiuto dal legislatore, che in altri ambiti del diritto successorio ha ammesso un’efficacia negativa del negozio testamentario : nell’ambito del contenuto patrimoniale del testamento, non solo il testatore può ben gravare il proprio erede di una hereditas damnosa, ma può escludere il legittimario dalla quota disponibile, sia mediante l’istituzione nella sola quota di legittima, sia mediante il legato sostitutivo previsto dall’art. 551 cod. civ.; il testatore può inoltre modificare le norme che la legge pone alla delazione successiva, escludendo l’operatività del diritto di rappresentazione a favore dei pro-pri congiunti con la previsione di più sostituzioni ordinarie o, addirittura, con un’esclusione diretta.

5.5. In conclusione, deve in proposito, e in risposta al quesito di diritto formulato dai ricorrenti principali a conclusione del secondo motivo di ricorso, affermarsi il seguente principio di diritto: “È valida la clausola del testamento con la quale il testatore manifesti la propria volontà di escludere dalla propria successione alcuni dei successibili”.

5.6. Applicando tale principio al caso di specie, deve accogliersi il secondo motivo del ricorso principale, dovendosi considerare valida la clausola del testamento di I..S. volta a diseredare alcuni dei successori legittimi, trattandosi di non legittimari. L’accoglimento del secondo motivo comporta l’assorbimento del primo.

  1. L’unico motivo del ricorso incidentale è inammissibile.

Deve preliminarmente rilevarsi che i quesiti con i quali si conclude il motivo del ricorso incidentale, pur se formulati con riferimento ad affermazioni contenute in precedenti decisioni di questa Corte, appaiono idonei a dare luogo allo scrutinio nel merito del proposto motivo.

Tuttavia, deve rilevarsi che il ricorrente incidentale non ha colto la ratio della sentenza impugnata, la quale si sostanzia in ciò che in relazione al rapporto esistente tra la testatrice e la sua dante causa non sussisteva un rapporto tale da consentire la applicazione, nella specie, dell’istituto della rappresentazione. Questa, ai sensi dell’art. 468 cod. civ., ha luogo, nella linea retta, a favore dei discendenti dei figli legittimi, legittimati e adottivi, nonché dei discendenti dei figli naturali del defunto e, nella linea collaterale, a favore dei discendenti dei fratelli e delle sorelle del defunto.

Orbene, il ricorrente incidentale non ha censurato questo aspetto della sentenza impugnata, ma si è limitato a dedurre che l’istituto della rappresentazione opera anche in favore del successibile diseredato. In tal modo, il motivo di ricorso, e i quesiti che lo concludono, non attingono alla ratio decidendi; anzi, si deve rilevare che la Corte d’appello non ha affatto escluso che la rappresentazione possa operare in caso di diseredazione, ma ha ritenuto che nel caso di specie non ricorressero i requisiti soggettivi della rappresentazione.

  1. In conclusione, accolto il secondo motivo del ricorso principale, assorbito il primo, e dichiarato inammissibile il ricorso incidentale, la sentenza impugnata deve essere cassata. Poiché, peraltro, non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ., con il rigetto dell’appello proposto avverso la sentenza del Tribunale di Savona, che aveva deciso la controversia ritenendo valida la clausola di diseredazione e disposto farsi luogo alla successione in favore dei successibili non esclusi.

In considerazione della complessità della questione sottoposta all’esame della Corte, sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese dei giudizi di appello e dei due giudizi di legittimità.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi; accoglie il secondo motivo del ricorso principale, assorbito il primo; dichiara inammissibile l’incidentale; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’appello; compensa le spese del giudizio di appello e di quelle di legittimità.

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Peraltro, l’attribuzione al genitore affidatario della potestà esclusiva non impedisce affatto la regolamentazione del rapporto diretto tra il genitore non affidatario ed il minore, posto che quest’ultimo ha diritto alla bigenitorialità, con la conseguenza che anche in caso di affidamento monogenitoriale, il Giudice dovrà stabilire modi e tempi di permanenza del minore presso il genitore non affidatario. Nel caso in esame, alla luce di quanto emerso nel corso del procedimento, deve essere disposto l’affidamento esclusivo dei minori alla madre, con la quale convivono sin dalla separazione dei genitori. Tanto si rende opportuno alla luce del disinteresse manifestato del padre nei confronti della prole, che si è tradotto in particolare nella violazione sistematica degli obblighi di cura e sostegno, attuata attraverso il perdurante mancato rispetto dell’obbligo di contribuzione al mantenimento dei minori nella misura fissata dalle statuizioni giudiziali.

Al contempo, la fattispecie di cui dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, per come riformulata, ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia (Cass. S.U. 7 aprile 2014, n. 8053).

INFEDELTA’

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di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedelta’ coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilita’ della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempreche’ non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedelta’ e crisi coniugale, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi gia’ irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (tra le tante: Cass. 14 agosto 2015, n. 16859; Cass. 17 giugno 2013, n. 16270,

non massimata in termini; Cass. 14 febbraio 2012, n. 2059, pure non massimata con riferimento al principio secondo cui l’inosservanza dell’obbligo di fedelta’ coniugale fa presumere la non tollerabilita’ dell’ulteriore convivenza; Cass. 14 ottobre 2010, n. 21245, parimenti non massimata al riguardo; Cass. 7 dicembre 2007, n. 25618, Cass. 19 settembre 2006, n. 20256).

INFEDELTA’ DEL MARITO

 Con riguardo all’esercizio della responsabilità genitoriale, in via preliminare, occorre prendere atto dell’accordo raggiunto dai genitori, dando atto dell’impegno profuso dai difensori, senza la cui attività di mediazione, il patto stesso non sarebbe stato possibile. Il patto stabilisce l’affidamento condiviso dei figli e il loro collocamento prevalente presso la casa familiare, assegnata alla madre. Si tratta di accordo che si stima conforme all’interesse dei bambini. Sul punto, giova ricordare, infatti, come anche ha affermato la Suprema Corte (Cass. Civ., sez. I, 4 giugno 2010 n. 13619), che allorché sussista conflitto genitoriale e il giudice sia chiamato a stabilire il luogo in cui i minori debbano fissare la propria residenza, deve in particolare tenersi conto del tempo trascorso dall’eventuale avvenuto trasferimento, dell’acquisito delle nuove abitudini di vita, di cui è sconsigliabile il repentino mutamento, a maggior ragione se questo debba comportare un distacco dall’uno dei genitori con cui sia pregressa la convivenza stabile (Corte App. Catania, sez. famiglia, persona, minori, decreto n. 16 agosto 2013, Pres. Qu. est. Ru.). Incollerente è invece il richiamo della parte convenuta alla decisione n. 4537 del 2014. Infatti, la decisione citata (Cass. Civ., sez. VM, ordinanza 26 febbraio 2014 n. 4537, Pres. Di., est. Do.) si limita ad affermare: “è bensì vero che la casa coniugale viene assegnata di preferenza al genitore collocatario di figli minori, ma è necessario comunque che convivenza vi sia, nella casa, al momento della separazione”.

Quindi, si occupa di un argomento diverso dal collocamento e non afferma il principio di diritto per cui un allontanamento dalla casa coniugale comporti una (inammissibile) decadenza dal diritto ad ottenere il preminente collocamento dei figli, ove ciò rispondente al loro preminente interesse. Nel caso di specie, dunque, dovendo assumere una decisione provvisoria e interlocutoria, privilegiandosi lo “stato di fatto” esistente al momento della pronuncia e, soprattutto, l’accordo dei genitori, si provvede come da dispositivo. Non sussistono, allo stato, ragioni per derogare alla regola dell’affidamento condiviso. Al riguardo, è opportuno allontanare la decisione da due sillogismi non condivisibili: il primo, che la madre con problemi psicologici non possa essere una madre adeguata. Come ha già osservato questo Ufficio (v. Trib. Milano, sez. IX civ., ordinanza 27 novembre 2013), non è ammissibile ipotizzare una inadeguatezza del genitore solo perché “malato”. Il fatto che un paziente sia “malato” a causa di un disturbo psichiatrico non é elemento sufficiente per escluderlo dalla responsabilità genitoriale. Ancora oggi, il malato psichiatrico accusa le conseguenze negative che derivano dallo “stigma” ovvero l’insieme di pregiudizi sociali e preconcetti che circondano la malattia mentale, specie nei rapporti interpersonali e relazionali, e creano una sorta di “marchio” invisibile attorno al paziente, visto – sovente e senza ragione – come socialmente pericoloso, aggressivo o non curabile. Lo stigma tende a creare un impoverimento dei rapporti personali del malato e, soprattutto, la sua alienazione dal contesto sociale, cosicché i danni alla persona derivano non dalla patologia ma, paradossalmente, dal modo in cui la società la ripudia, la stigmatizza. Da ciò consegue che la misura dell’affidamento monogenitoriale dei minori – se giustificata per la sola patologia del genitore – costituirebbe non espressione dell’art. 337-quater c.c., bensì applicazione mera dello “stigma”. Il secondo rilievo riguarda il rapporto tra il legame orizzontale di coniugio e quello verticale di filiazione. Non è sostenibile che un marito eventualmente fedifrago sia consequenzialmente un padre inadatto: la violazione degli obblighi nascenti dal matrimonio è certamente sanzionabile con l’addebito e finanche con l’azione risarcitoria; ma non giustifica affatto un affido monogenitoriale o una limitazione del diritto di visita del padre.

la madre che utilizzi l’infedeltà del marito come argomento per incidere sul rapporto genitoriale tra padre e figli,

pone in essere una condotta scorretta e non allineata ai doveri genitoriali, come tale valutabile anche ai fini degli artt. 337 – quater c.c. e 709 – ter c.p.c. Per le ragioni sin qui esposte, è del tutto inammissibile la richiesta della madre di far vedere i bambini, allo X, solo nella casa coniugale. In regime di affidamento condiviso, con la scelta in ordine ai tempi di permanenza dei figli presso l’uno e l’altro genitore, il giudice si limita a fissare la “cornice minima” dei tempi di permanenza. Tuttavia la cornice minima data dal giudice deve essere pienamente adeguata alle esigenze delle famiglia e all’interesse dei minori, poiché deve potersi consentire ai figli di trascorrere con il genitore non col locatario dei tempi adeguati e segnatamente dei fine settimana interi, e tempi infrasettimanali, garantendo una certa continuità di vita in questi periodi, nei limiti in cui ciò non interferisca con una normale organizzazione di vita domestica e consenta la conservazione dell’habitat principale dei minori presso il genitore domiciliatario (così: Corte App. Catania, Sez. Famiglia e Persona, decreto n. 16 ottobre 2013. Pres. Fr. est. Ru.; conforme: Trib. Milano, sez. IX, 3 giugno 2014). Vi è invero una sensibile differenza tra regolare i tempi di permanenza e limitarli significativamente: e per adottare limitazioni al diritto e dovere dei genitori di intrattenere con i figli un rapporto continuativo, è necessario dimostrare che da ciò può derivare pregiudizio al minore. Il preminente interesse del minore, infatti, cui deve essere conformato il provvedimento del giudice, può considerarsi composto essenzialmente da due elementi: mantenere i legami con la famiglia, a meno che non sia dimostrato che tali legami siano particolarmente inadatti, e potersi sviluppare in un ambiente sano (CEDU: Ne. c. Svizzera. 6.7.2010; CEDU: Sn. e Ka. c. Italia, 12.7.2011). Nel caso di specie, non si rintracciano, invero, clementi sufficienti per una restrizione del diritto di visita dei padre. Tutto ciò conferma la adeguatezza dell’accordo concluso dai genitori, dopo l’attenta e seria attività di mediazione degli Avvocati. In merito ai presunti nuovi partners, in particolare per quanto riguarda il padre, va invece precisato che, nell’imminenza della separazione, è bene che il papà dedichi ai figli dei tempi esclusivi, gradualmente introducendo le figure affettive nella loro vita, altrimenti essendo possibile (se non probabile) il fatto che essi possano associare proprio a queste terze figure la fine del matrimonio e quindi iniziare a maturare rancori o risentimento verso il genitore. Non valga qui il Diritto o la psicologia: è sufficiente il buon senso. Si recepisce, dunque, anche l’impegno del padre a trascorrere con i figli le vacanze, da solo, senza persone che non siano i parenti stretti.

AVVOCATO BOLOGNA TRIBUNALE BOLOGNA Violazione degli obblighi di assistenza alla famiglia – Violazione degli obblighi di assistenza famigliare – Mancata corresponsione dell’assegno per il mantenimento del figlio minore – Esclusione del reato solo in caso di indigenza assoluta dell’obbligato – Onere di dimostrare l’esistenza dell’esimente a carico dell’imputato – Emissione di assegni privi di fondi – Inidoneità a provare la condizione di indigenza dell’obbligato

AVVOCATO BOLOGNA TRIBUNALE BOLOGNA Violazione degli obblighi di assistenza alla famiglia – Violazione degli obblighi di assistenza famigliare – Mancata corresponsione dell’assegno per il mantenimento del figlio minore – Esclusione del reato solo in caso di indigenza assoluta dell’obbligato – Onere di dimostrare l’esistenza dell’esimente a carico dell’imputato – Emissione di assegni privi di fondi – Inidoneità a provare la condizione di indigenza dell’obbligato

Successione legittima: avviene fra fratelli, nipoti, zii, cugini?

Va ricordato che, conformemente al costante orientamento della Suprema Corte,

lo stato di bisogno del figlio minore è insito nella minore età (Cass. Sez. VI, 4.6.96 n. 5525) e che non rileva che ai suoi bisogni abbia provveduto l’altro genitore dal momento che entrambi i genitori sono ugualmente tenuti a mantenere i figli, in proporzione dei rispettivi guadagni (Cass. Sez. VI, 17.9.90, n. 12400; Sez. VI, 18.2.92, n. 1748); ed egualmente non rileva che vi abbiano provveduto altre persone coobbligate o non obbligate (quale la nonna materna, l’attuale compagno della madre o gli amici di lei) poiché tale intervento è prova della effettività dello stato di bisogno del bambino nonostante l’adempimento del genitore affidatario.

Il delitto in oggetto ha dolo generico, pertanto non è necessario per la sua realizzazione che la condotta omissiva

sia posta in essere con intenzione e volontà di far venire meno i mezzi di sussistenza (Cass. sez. VI, 13.1.94 n. 185), bastando – così come nel caso in esame – che l’imputato si sia volontariamente sottratto all’adempimento degli obblighi, a nulla rilevando il convincimento (erroneo) di non esservi tenuto per mancanza di effettivo stato di bisogno da parte del figlio minore poiché altri vi provvedevano, poiché ciò si traduce in ignoranza non scusabile della legge penale, non invocabile per escludere la sussistenza del reato (Cass. Sez. II, 7.7.94 n. 7640).

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI BOLOGNA

SEZIONE PENALE

Il Giudice dott.ssa Valentina Tecilla

all’udienza dibattimentale del 4 giugno 2012

Con l’intervento del p.m. Dott.ssa Paola Dell’Aglio vpo

e

con l’assistenza del Funz. Giud. C. Veronesi

ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

Nei confronti di:

Pa.Ma.

nato (…)

contumace

Imputato

reati p. e p. dagli artt. 81 cpv., 570 c.p. perché, con più azione esecutive finalizzate ad un medesimo disegno criminoso faceva mancare i mezzi di sussistenza al figlio minore Jo.Al., non versando l’assegno di mantenimento alla coniuge Bi.Gi., così come stabilito nella sentenza di separazione n. 203 del Tribunale di Varese in data 1/4/2003.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con decreto del 8.6.2010 il PM ha citato a giudizio Pa.Ma. per il reato descritto nell’imputazione; il decreto è stato ritualmente notificato all’imputato a mani, in data 19.9.2011.

L’istruttoria dibattimentale è stata celebrata nel corso dell’udienza odierna in presenza della parte civile Gi.Bi.; svolta la discussione, sulle conclusioni delle parti come riportate a verbale, il giudice ha pronunciato sentenza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Sulla base dell’istruttoria orale e dei documenti prodotti dalle parti e contenuti nel fascicolo del dibattimento (verbale di comparizione dei coniugi innanzi al giudice per il tentativo di conciliazione, in data 1.4.2003; provvedimento di omologa della separazione consensuale, datato 18.4.2003, busta paga di Gi.Bi.) si ritiene pienamente provata la responsabilità dell’imputato.

Gi.Bi. ha riferito in dibattimento che era sposata con l’imputato nel 1998, nel 1999 era nato il (…) Jo.Al.; ella non aveva lavorato durante il matrimonio ma, con la separazione, aveva rinunciato all’assegno di mantenimento per sé ed aveva cercato subito lavoro a Bologna, ove inizialmente aveva trovato ospitalità presso amici; prima aveva lavorato in un bar, poi aveva trovato lavoro come assistente sanitaria; inizialmente aveva percepito uno stipendio di circa 1.100 Euro mensili ma da qualche anno lavora con contratto part – time, per accudire il figlio, e pertanto percepisce uno stipendio inferiore, circa Euro 600 al mese. Vive attualmente con il figlio, in una casa in affitto e il canone è pagato dal suo compagno e convivente, che si occupa anche del pagamento delle bollette per le utenze domestiche e dell’acquisto dei generi alimentari.

Il marito aveva sempre lavorato: prima del matrimonio come odontotecnico, poi presso la ricevitoria Lotto gestita dai genitori di lui, quindi presso l’aeroporto Malpensa e ora, per quanto riferitole dal figlio, lavora in Svizzera.

Durante il matrimonio essi avevano abitato in un appartamento acquistato con mutuo, i cui ratei dovevano essere pagati dal marito, unico che in famiglia percepiva lo stipendio, ma già prima della separazione varie rate non erano state pagate, così l’immobile – che con la separazione era stato assegnato a Bi. – era stato poco dopo pignorato e venduto; detratta la somma dovuta alla banca, erano rimasti circa Euro 64.000, che lei ed il marito avevano diviso a metà.

Con la separazione era stato stabilito che il marito le versasse Euro 400 al mese per il mantenimento del figlio, che venne affidato a lei, oltre alla metà di tutte le spese straordinarie. Bi. non era titolare di conto corrente, così aveva acquistato una carta poste pay in modo che il marito potesse accreditarvi le somme dovute per il mantenimento del figlio; in effetti il marito, dal mese di aprile 2003 a tutt’oggi, aveva versato in modo irregolare e discontinuo solo piccole somme, 50, 70 o 100 Euro, così che ella per tutto tale periodo non aveva ricevuto neppure 100 Euro al mese, nonostante ella avesse sempre chiesto all’ex – marito di effettuare i versamenti e gli avesse sempre inviato copia delle ricevute relative alle spese straordinarie effettuate per il figlio. Ad esempio, l’ultimo versamento effettuato dall’ex – marito per Euro 100, era stato fatto nel mese di gennaio 2012. Inoltre Pa. non aveva mai versato alcuna somma per contribuire alle spese straordinarie, quali ad esempio quelle necessarie per l’apparecchio ortodontico, o per gli occhiali da vista, o per il materiale scolastico. Gi.Bi. ha riferito di avere affrontato vari disagi economici per mantenere il figlio Jo.Al. dopo la separazione, tanto che nei primi anni era stata aiutata dalla madre, giunta appositamente da Cuba sia per aiutarla nella gestione del bambino sia per aiutarla con prestito in denaro; ella aveva anche fatto ricorso a prestiti di amici. Gi.Bi. aveva anche tentato la strada dei decreti ingiuntivi, riuscendo solo ad ottenere la somma di Euro 3.500, sul maggior importo di Euro 32.000 ricevuto da Pa. come ricavato dalla vendita del loro appartamento.

Va evidenziato che la teste/persona offesa Gi.Bi. è apparsa del tutto genuina, sincera, coerente nella narrazione ed equilibrata nel riferire i fatti: ella ha descritto gli accadimenti in modo sereno e senza intenti vendicativi né, tantomeno, calunniosi.

Pertanto, in difetto di elementi di segno diverso, neppure rappresentati dall’imputato – che ha scelto di restare contumace – o dalla difesa tecnica, ella viene ritenuta pienamente veridica ed attendibile.

Sulla base delle dichiarazioni da lei rese è stato accertato in dibattimento che dalla separazione – del 1 aprile 2003 – ad oggi Pa.Ma. non ha adempito all’obbligo del mantenimento del figlio se non in minima parte, con versamenti episodici mai superiori a 100 Euro, così ponendo la ex – moglie ed il figlio in una condizione di grave disagio economico, e solo grazie ad aiuti esterni – l’attuale compagno di Bi. si è fatto interamente carico dell’affitto, del pagamento delle bollette e dell’acquisto dei generi alimentari, del pagamento delle breve vacanze estive – il figlio minore Jo.Al. non versa in condizioni di indigenza. La consapevolezza – da parte dell’imputato – della violazione che gli si contesta discende dalle modalità della violazione medesima: egli, certamente consapevole del dovere di contribuire al mantenimento del figlio di pochi anni e delle sue necessità quotidiane (oggi Jo.Al. ha 12 anni), pienamente conscio dell’accordo di separazione consensuale formalizzato nel verbale redatto in sua presenza e da lui sottoscritto in data 1 aprile 2003 avanti al giudice del Tribunale di Varese, fino alla data odierna ha versato solo minime somme, non ha mai partecipato in altro modo alle spese di mantenimento ed alle necessità sanitarie e scolastiche del figlio Jo.Al.

Sussiste dunque il reato in esame nelle sue componenti oggettive e soggettive.

Il delitto in oggetto ha dolo generico, pertanto non è necessario per la sua realizzazione che la condotta omissiva sia posta in essere con intenzione e volontà di far venire meno i mezzi di sussistenza (Cass. sez. VI, 13.1.94 n. 185), bastando – così come nel caso in esame – che l’imputato si sia volontariamente sottratto all’adempimento degli obblighi, a nulla rilevando il convincimento (erroneo) di non esservi tenuto per mancanza di effettivo stato di bisogno da parte del figlio minore poiché altri vi provvedevano, poiché ciò si traduce in ignoranza non scusabile della legge penale, non invocabile per escludere la sussistenza del reato (Cass. Sez. II, 7.7.94 n. 7640).

Peraltro, come evidenziato, il reddito della madre e gli aiuti della nonna materna e degli amici non sono bastati e non bastano per sopperire alle esigenze del figlio né per garantirgli un tenore di vita pur basso, tanto che le spese di “vitto e alloggio” sono sostenute dall’attuale compagno della madre, che anche ha consentito le poche vacanze, mentre la madre, con il proprio basso reddito, può solo sostenere le spese strettamente necessarie per il figlio, con esclusione di tutte quelle di natura “culturale” e “ricreativa”.

Va ricordato che, conformemente al costante orientamento della Suprema Corte, lo stato di bisogno del figlio minore è insito nella minore età (Cass. Sez. VI, 4.6.96 n. 5525) e che non rileva che ai suoi bisogni abbia provveduto l’altro genitore dal momento che entrambi i genitori sono ugualmente tenuti a mantenere i figli, in proporzione dei rispettivi guadagni (Cass. Sez. VI, 17.9.90, n. 12400; Sez. VI, 18.2.92, n. 1748); ed egualmente non rileva che vi abbiano provveduto altre persone coobbligate o non obbligate (quale la nonna materna, l’attuale compagno della madre o gli amici di lei) poiché tale intervento è prova della effettività dello stato di bisogno del bambino nonostante l’adempimento del genitore affidatario.

Quanto, infine, all’argomento esposto dalla difesa consistente nel mancato accertamento della capacità patrimoniale di Pa., si ricorda che è onere probatorio dell’imputato dimostrare che il mancato versamento dell’assegno di mantenimento è stato determinato da cause indipendenti dalla sua volontà (Cass. sez. VI, 13.10.92 n. 9759), onere che non risulta essere stato adempiuto neppure con mera allegazione, di talché per l’intero periodo in esame resta senza giustificazione alcuna il mancato adempimento dell’obbligo. Inoltre Gi.Bi. ha riferito che l’ex – marito ha sempre posseduto un’auto, diversamente da lei che non possiede alcun bene mobile registrato, e che alcuni anni orsono ha fatto una vacanza a Cuba, mentre lei, originaria di tale nazione e con parenti di primo grado che là risiedono, non è nelle condizioni economiche per permettersi tale viaggio. Pertanto, se pur gli occasionali versamenti effettuati per poche decine di Euro e l’assegno privo di fondi, consegnato per partecipare alla festa della comunione, sono elementi indicativi di una complessiva situazione economica che non può essere definita agiata, tali elementi certo non consentono – per ciò stesso – il venir meno del dovere alla corresponsione dell’assegno di mantenimento (Cass. Sez. VI, 12.4,91 n. 4152): solo l’indigenza assoluta dell’obbligato, da accertare e che non sia determinata colpevolmente (così Cass. Sez. VI, 19.6.97 n. 5969), vale come esimente, ma tale non può certamente essere qualificata la situazione patrimoniale di colui che risulta avere sempre lavorato, che possiede una vettura – se pure di cilindrata normale – e che effettua una vacanza intercontinentale.

Per quanto esposto, non concesse te attenuanti generiche non ravvisandosene ragione alcuna, si stima equa – con riferimento ai criteri di cui all’art. 133 c.p. – la pena mesi tre di reclusione ed Euro 200,00 di multa (pena base mesi due di reclusione ed Euro 150 di multa, aumentata per la contesta continuazione). Alla condanna consegue l’obbligo del pagamento delle spese processuali ex art. 535 c.p.p.

L’affermazione di responsabilità comporta altresì la condanna al risarcimento del danno cagionato alla parte civile Bi.Gi., che sarà liquidato in sede civile non essendo stato oggetto di accertamento specifico e dettagliato nel corso del presente procedimento. Si reputa certamente provato un danno pari a Euro 20.000,00 ove si consideri che Pa. ha versato meno di 100 Euro al mese, e che dal 1 aprile 2003 al 23 maggio 2008 (data della presentazione della quérela, come recita l’imputazione) egli avrebbe dovuto versare 24.800 Euro, oltre alla metà delle spese straordinarie e agli interessi di legge. Pertanto per tale cifra, su richiesta della parte civile, vi è condanna al pagamento di provvisionale.

Vi è inoltre condanna al pagamento delle spese di costituzione e giudizio, liquidate come in dispositivo.

Infine, ricorrendone le condizioni di legge, vengono riconosciuti i benefici della sospensione condizionale della pena e della non menzione della condanna sul certificato spedito a richiesta di privati, benefici subordinati al pagamento della provvisionale liquidata a favore della persona offesa.

P.Q.M.

Visti gli artt. 533 e ss. c.p.p.

Dichiara

Pa.Ma. responsabile del reato continuato a lui ascritto e lo condanna alla pena di mesi 3 di reclusione ed Euro 200 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali.

Visti gli artt. 538 e ss. c.p.p.

Condanna

Pa.Ma. al risarcimento del danno subito dalla parte civile Bi.Gi., da liquidarsi avanti al giudice civile, nonché al pagamento di provvisionale pari a Euro 20.000; lo condanna inoltre alla rifusione delle spese di costituzione e giudizio sostenute dalla parte civile, che liquida in via equitativa in Euro 1.200,00 oltre IVA e CPA.

Visti gli artt. 163,165,175 c.p.

Concede

A Pa.Ma. la non menzione della condanna sul certificato spedito a richiesta di privati e la sospensione condizionale della pena come sopra inflitta, beneficio subordinato al pagamento della provvisionale come liquidata a favore della parte civile.

Così deciso in Bologna il 4 giugno 2012.

Depositata in Cancelleria il 7 giugno 2012.

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BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali

Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali – Formazione dello stato attivo dell’eredità – Immobili non divisibili – In genere – Attribuzione dell’intero alla porzione di uno dei coeredi aventi diritto alla quota maggiore – Criterio preferenziale – Derogabilità – Condizioni – Fattispecie

Nell’ambito di una divisione ereditaria, il principio di assegnazione del bene al quotista maggiore, previsto dall’articolo 720 del Cc, può essere derogato in presenza di “seri motivi” che giustifichino una scelta diversa. E la prosecuzione di un’attività imprenditoriale è un motivo idoneo a superare tale regola.

BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO Divisione - Divisione ereditaria - Operazioni divisionali
BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali
  • consulenza al testatore per la redazione del testamento al fine di ridurre eventuali conflitti;

  • rifiuto o accettazione dell’eredità con beneficio di inventario;

  • dichiarazione di successione;

  • istanze ai sensi dell’art. 119 TUB per il reperimento dei rapporti bancari del defunto;

  • prelievi dal conto corrente e/o conto titoli;

  • divisione dell’eredità;

  • giudizio di riduzione  per la lesione della legittima, di petizione ereditaria, di annullamento ed invalidità del testamento.

La collazione rappresenta una fase della divisione ereditaria, sicché non può formare oggetto di un’azione giudiziale autonoma dalla divisione stessa, neppure a fini di mero accertamento. L’obbligo della collazione sorge automaticamente a seguito dell’apertura della successione; i beni donati devono essere conferiti indipendentemente da un’espressa domanda dei condividenti, mentre l’erede che eccepisca un fatto ostativo alla collazione ha l’onere di fornirne la prova. I presupposti per il sorgere dell’obbligo di collazione, stante quanto disposto dall’art. 737 c.c., sono, pertanto, la qualità di donatario del soggetto tenuto a collazione; la qualità di discendente (legittimo, naturale o adottivo) o di coniuge del de cuius del soggetto tenuto a collazione; la qualità di coerede (legittimo o testamentario) del soggetto tenuto alla collazione; l’assenza di una dispensa da collazione; l’esistenza di un relictum da dividere. La collazione è, dunque, funzionale alla divisione dell’eredità, avendo lo scopo di determinare con esattezza la massa ereditaria da dividere (comprendendo anche i beni che ne siano usciti a causa di donazioni, dirette o indirette).

La sentenza che, nel disporre la divisione della comunione, pone a carico di uno dei condividenti l’obbligo di pagamento di un somma di denaro a titolo di conguaglio, persegue il mero effetto di perequazione del valore delle rispettive quote, nell’ambito dell’attuazione del diritto potestativo delle parti allo scioglimento della comunione. Ne consegue che l’adempimento di tale obbligo non costituisce condizione di efficacia della sentenza di divisione e può essere soltanto perseguito dagli altri condividenti con i normali mezzi di soddisfazione del credito, restando comunque ferma la statuizione di divisione dei beni.

BOLOGNA IMPUGNAZIONE TESTAMENTO, DIVISIONE EREDITARIE , TESTAMENTI EREDI ,QUOTA LEGITTIMA

VICENZa

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO, DIVISIONE EREDITARIE , TESTAMENTI EREDI ,QUOTA LEGITTIMA

coeredi

URBINO

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO, DIVISIONE EREDITARIE , TESTAMENTI EREDI ,QUOTA LEGITTIMA

VENEZIA

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO, DIVISIONE EREDITARIE , TESTAMENTI EREDI ,QUOTA LEGITTIMA

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BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali

RAVENNA

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO, DIVISIONE EREDITARIE , TESTAMENTI EREDI ,QUOTA LEGITTIMA

TREVISO

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO, DIVISIONE EREDITARIE , TESTAMENTI EREDI ,QUOTA LEGITTIMA

PADOVA

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO, DIVISIONE EREDITARIE , TESTAMENTI EREDI ,QUOTA LEGITTIMA

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BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali

ROVIGO

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO, DIVISIONE EREDITARIE , TESTAMENTI EREDI ,QUOTA LEGITTIMA

BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO Divisione - Divisione ereditaria - Operazioni divisionali
BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali

In tema di collazione per imputazione, la mancanza, nell’asse ereditario, di beni della stessa natura di quelli che sono stati conferiti dagli eredi donatari, non esclude il diritto al prelevamento da parte degli eredi non donatari, da effettuarsi solo per quanto possibile con oggetti della stessa natura e qualità di quelli non conferiti in natura. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione impugnata che, a seguito della collazione per imputazione di un immobile ad opera del coerede donatario ed in presenza di un compendio ereditario relitto composto da partecipazioni societarie, aveva attribuito, in favore del coerede non donatario, a titolo di prelevamenti ed in mancanza di beni nell’asse ereditario omogenei a quello conferito, un determinato numero di dette quote, sì da renderne, all’esito delle operazioni divisionali, la partecipazione societaria superiore a quella del coerede donatario).

In base all’art. 11, comma 3, del D.Lgs. n. 28 del 2010, a seguito del procedimento di mediazione, qualora sia raggiunto un accordo amichevole, il mediatore forma processo verbale cui è allegato il testo dell’accordo. Il processo verbale deve essere sottoscritto dalle parti e dal mediatore, che certifica l’autografia delle parti o la loro impossibilità di sottoscrivere. La circostanza che tali sottoscrizioni non siano autenticate da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato, rileva solo ai fini della trascrivibilità dell’accordo amichevole laddove sia stato concluso uno dei contratti o compiuto uno degli atti previsti dall’art. 2643 c.c., ma non incide sull’esistenza dell’accordo medesimo. Ciò detto, nella fattispecie la nullità dell’accordo raggiunto in sede di mediazione mediante transazione in ordine ad una divisione ereditaria non dipendeva dalla mancata autenticazione delle sottoscrizioni da parte del pubblico ufficiale, bensì dal difetto di capacità di disporre di uno dei contraenti e, dunque, per mancanza di causa, potendo partecipare alla transazione diretta allo scioglimento della comunione ereditaria i soli contitolari della stessa. Veniva, dunque, accolta la domanda volta ad ottenere la declaratoria di nullità del citato accordo, nonché quella di risarcimento dei danni nei confronti dell’organismo di mediazione inadempiente all’obbligo di garantire la validità dell’accordo raggiunto.

Nel caso di specie, si trattava di un immobile presso il quale due fratelli, che avevano due quote di 1/5 ciascuno, esercitavano un’attività di ristorazione, mentre un altro fratello, che era venuto in possesso dei 3/5 dell’immobile, pretendeva l’assegnazione. Dopo l’alternarsi dei giudizi di merito, in Cassazione la spuntano i due fratelli sulla considerazione della prevalenza da attribuire all’interesse a proseguire l’attività. In merito alla domanda di scioglimento della comunione ereditaria, formulata dall’attrice, comproprietaria unitamente ai fratelli germani, pro quota indivisa per un terzo ciascuno, di uno stabile costituito da tre unità immobiliari indipendenti, ognuno di essi occupato dalle parti,

già di assegnatarie degli immobili, deve procedersi semplicemente alla dichiarazione di scioglimento della comunione con assegnazione a ciascuna delle parte degli appartamenti già posseduti. La vendita di un bene, facente parte di una comunione ordinaria, da parte di uno solo dei comproprietari, ha solo effetto obbligatorio, essendo la sua efficacia subordinata all’assegnazione del bene al venditore a seguito della divisione; pertanto, fino a tale momento, poiché il bene continua a far parte della comunione, l’acquirente può avvalersi solo dei diritti di cui all’art. 1113 c.c., e non è parte necessaria del giudizio di divisione e la sua mancata evocazione in giudizio comporta unicamente che la divisione non abbia effetto nei suoi confronti, ma non anche l’invalidità della sentenza pronunciata in sua assenza.

Comunione ereditaria – Scioglimento – Modalità – Contestazione delle quote attribuite a ciascuno dei condividenti – Assegnazione delle quote già possedute – Compensazione delle eventuali partite in dare ed avere.

Difatti, non essendoci contestazione alcuna sulla volontà di addivenire allo scioglimento della comunione quanto, piuttosto, sulle porzioni da attribuire a ciascuno dei condividenti, in ragione delle difficoltà insorte sulle concrete modalità attuative della divisione, pretendendo ciascuna parte di conteggiare gli esborsi affrontati e percepire i frutti, appare opportuno non procedere ad alcuna condanna, assegnando a ciascuno gli immobili e compensandosi le eventuali partite in dare ed avere.

 

In tema di divisione ereditaria, nel caso in cui uno o più immobili non risultino comodamente divisibili, il giudice ha il potere discrezionale di derogare al criterio, indicato nell’art. 720 cod. civ., della preferenziale assegnazione al condividente titolare della quota maggiore, purché assolva all’obbligo di fornire adeguata e logica motivazione della diversa valutazione di opportunità adottata. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che – in un giudizio di divisione tra fratelli relativo ad un immobile proveniente dall’eredità paterna – aveva assegnato il bene alla sorella titolare di una quota minore, valorizzando il fatto che ella abitava nell’immobile da svariati anni e che non ne possedeva un altro nello stesso luogo, mentre i fratelli vivevano all’estero e uno di loro era proprietario di un altro immobile di sette vani nel medesimo pae

Divisione – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali – Formazione dello stato attivo dell’eredita’ – Collazione ed imputazione – Resa dei conti – Oggetto – In genere collazione per imputazione – Assenza di beni della stessa natura di quelli che sono stati conferiti dagli eredi donatari – Prelevamento da parte degli eredi non donatari – Modalità – Fattispecie.

In tema di collazione per imputazione, la mancanza, nell’asse ereditario, di beni della stessa natura di quelli che sono stati conferiti dagli eredi donatari, non esclude il diritto al prelevamento da parte degli eredi non donatari, da effettuarsi solo per quanto possibile con oggetti della stessa natura e qualità di quelli non conferiti in natura. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione impugnata che, a seguito della collazione per imputazione di un immobile ad opera del coerede donatario ed in presenza di un compendio ereditario relitto composto da partecipazioni societarie, aveva attribuito, in favore del coerede non donatario, a titolo di prelevamenti ed in mancanza di beni nell‘asse ereditario omogenei a quello conferito, un determinato numero di dette quote, sì da renderne, all’esito delle operazioni divisionali, la partecipazione societaria superiore a quella del coerede donatario).

BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO Famiglia – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Assegno di mantenimento – In genere separazione personale dei coniugi – Convivenza more uxorio intrapresa da uno dei due – Cessazione dell’obbligo dell’altro di corrispondere l’assegno di mantenimento

Famiglia – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Assegno di mantenimento – In genere separazione personale dei coniugi – Convivenza more uxorio intrapresa da uno dei due – Cessazione dell’obbligo dell’altro di corrispondere l’assegno di mantenimento – Fondamento – Condizioni.

In tema di separazione personale dei coniugi, la convivenza stabile e continuativa, intrapresa con altra persona, è suscettibile di comportare la cessazione o l’interruzione dell’obbligo di corresponsione dell’assegno di mantenimento che grava sull’altro, dovendosi presumere che le disponibilità economiche di ciascuno dei conviventi “more uxorio” siano messe in comune nell’interesse del nuovo nucleo familiare; resta salva, peraltro, la facoltà del coniuge richiedente l’assegno di provare che la convivenza di fatto non influisce “in melius” sulle proprie condizioni economiche e che i propri redditi rimangono inadeguati.

Famiglia – Separazione dei coniugi – Provvedimenti riguardo ai figli – Affido condiviso – Deroga

In tema di separazione dei coniugi, relativamente ai provvedimenti con riguardo ai figli, la scelta dell’affidamento condiviso è prioritaria, così come l’esercizio congiunto della responsabilità genitoriale. Detta regola può essere derogata – come nel caso di specie ove entrambi i coniugi non sono mai riusciti a trovare una autonomia nella gestione della genitorialità – quando la sua applicazione risulta pregiudizievole per l’interesse della minore.

In tema di separazione personale dei coniugi e affidamento della casa familiare, la proposizione della domanda di accertamento del terzo, estraneo alla gestione della crisi della famiglia o della convivenza, non soffre i limiti temporali di proponibilità connessi alle procedure per la gestione di tale crisi, dovendo ritenersi ipotizzabile una contestazione da parte del terzo anche della mancanza originaria dei presupposti per l’assegnazione della casa, come nelle ipotesi di assegnazione in pregiudizio al terzo (ad es. abitazione non adibita a residenza familiare, o simulazione di esigenze di studio di figli maggiorenni). La non riconducibilità dell’azione agli schemi processuali dettati per la revisione delle condizioni di separazione e divorzio determina la possibilità di cumulare oltre alla domanda di accertamento dell’insussistenza originaria o sopravvenuta delle condizioni di assegnazione anche quelle di consegna dell’immobile, di condanna al pagamento dell’indennità di occupazione, ed eventualmente di risarcimento dei danni.

REVISIONE ASSEGNO

In tema di revisione delle condizioni economiche della separazione personale, la revoca dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge o dei figli non comporta, di per sé, l’accoglimento della contrapposta domanda di automatico aumento delle altre contribuzioni ancora dovute. (Nella specie, la S.C., con riferimento all’assegno di mantenimento in favore del coniuge a seguito della raggiunta indipendenza economica di uno dei figli, ha affermato che, in difetto di prova contraria a cura del coniuge richiedente, deve presumersi che la misura dell’assegno in suo favore corrisponda alle sole necessità di cui all’art. 156 c.c. e non sia stata stabilita considerando anche il concorrente onere del richiedente di contribuire al mantenimento dei figli).

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Deve escludersi che non possa costituire di per sé presupposto sufficiente per l’attribuzione dell’addebito della separazione la circostanza che l’abuso di bevande alcoliche, da parte di uno dei coniugi, sia iniziato molti anni prima rispetto al ricorso per separazione. In realtà è proprio il protrarsi nel tempo dell’alcolismo, accompagnato al rifiuto di cure, a costituire causa della intollerabilità della convivenza per lo stress psicologico che la dipendenza dall’alcool provoca nelle persone conviventi, per la tendenza all’aggravamento dello stato di dipendenza e delle conseguenze sulla salute fisica e mentale, per il grave deterioramento delle relazione personali, specie quelle più strette, che ne deriva.

Spese  casa assegnata

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Famiglia e filiazione – Separazione e divorzio – Assegnazione casa familiare – Diritti ed obbligazioni in capo al coniuge assegnatario – Effetti. (Cc, articoli 1803, 1809, 1810, 2697 e 2721)

Il provvedimento con il quale il giudice della separazione o del divorzio dispone l’assegnazione della casa coniugale, anche a favore del coniuge che non sia titolare di diritti reali o personali sul bene nei confronti del terzo proprietario, non investe il titolo negoziale che regolava l’utilizzazione dell’immobile prima del dissolvimento dell’unità del nucleo familiare, alla stregua del quale continuano a essere disciplinate le obbligazioni derivanti dal rapporto tra le parti, venendo soltanto a concentrare l’esercizio dei diritti e delle obbligazioni esclusivamente in capo al coniuge assegnatario a favore del quale, pertanto, non viene costituito alcun nuovo diritto che va a limitare la preesistente situazione giuridica del dominus. (M.Pis.) L’assegnazione della casa coniugale esonera l’assegnatario esclusivamente dal pagamento del canone, cui altrimenti sarebbe tenuto nei confronti del proprietario esclusivo dell’immobile assegnato, ma non si estende alle spese correlate a detto (ivi comprese quelle che riguardano l’utilizzazione e la manutenzione delle cose comuni poste a servizio anche dell’abitazione familiare), le quali sono, di regola, a carico del coniuge assegnatario. (s.g.)

 

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RISOLVI EREDITA’ TRA FRATELLI BOLOGNA RISOLVI EREDITA’ ORA 5 SEGRETI RISOLVI SOLUZIONE POSSIBILE

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5 SEGRETI

RISOLVI SOLUZIONE POSSIBILE

CHIAMA AVVOCATO SPERTO

La quota spettante ai fratelli, si dividerà secondo il numero dei fratelli e delle sorelle. Alla quota del fratello o della sorella morto subentreranno i figli in parti uguali. Se non ci sono figli, alla quota del figlio morto subentreranno i figli del figlio deceduto (non il coniuge, in quanto per rappresentazione ereditano solamente i discendenti). Se non ci sono nè figli nè figli dei figli, la quota andrà ad accrescere quella dei fratelli/sorelle.

Nel caso di decesso di una persona cara, è importante affidarsi a un vero professionista che sappia orientare gli eredi nelle operazioni di divisione dei beni lasciati dal defunto, al fine di evitare spiacevoli liti e il deterioramento dei rapporti all’interno della famiglia. 

La successione ereditaria è legata a un evento triste, spesso rimosso dai propri pensieri: la morte; essa è, però, ineludibile, per questo a tutti sarebbe utile conoscere i principi del diritto successorio. Attraverso questo complesso di regole viene assicurato il passaggio del patrimonio e la continuazione di tutti i rapporti giuridici attivi e passivi dal defunto ai suoi eredi. In questa prospettiva una consapevole visione di come eseguire la trasmissione dei propri beni, soprattutto quando questi consistano in attività complesse e/o legate all’impresa, rispettando ove possibile le naturali inclinazioni dei futuri eredi, può evitare incomprensioni e liti tra di essi, agevolando questo necessario passaggio di consegne tra due generazioni

  1. COSA POSSO FARE PER TE?
  2. Lo studio legale dell’Avvocato SERGIO ARMAROLI DI BOLOGNA presta la propria assistenza in particolare:
  3. in ambito testamentario, sia per quanto concerne la redazione di testamenti e legati, sia nel caso di atti di donazione;
  4. in caso di impugnazione di testamenti per lesione di quota legittima o per invalidità;
  5. in ambito giudiziale e stragiudiziale per eventuali divisioni ereditarie;
  6. per l’individuazione di quote ereditarie.

La successione ereditaria

Alla morte di una persona cosa succede a  livello ereditario?

la legge predispone una serie di regole molto complesse allo scopo di assicurare la continuità nella titolarità di beni, diritti e obblighi del defunto. 

Un avvocato esperto di eredita’

è molto importante per poter comprendere completamente, in primis, quali siano gli effetti, anche fiscali, della successione, considerato, tra l’altro, che non tutti i diritti e i rapporti sono trasmissibili e comunque non tutti con le stesse modalità. 

Eredità

Donazione in vista di un futuro matrimonio

Donazione indiretta

Donazione con diritto di usufrutto

Revoca della donazione

Libertà d’uso

Ricerca e studio della provenienza di beni

Tutela della massa ereditaria prima della Morte

Successioni

Consulenza ereditaria

Quote di legittima

Testamento olografo

Testamento segreto

Testamento pubblico

Accettazione di eredità

Eredi necessari

Patto di famiglia

Trust

Azione giudiziaria a tutela dell’erede legittimo

Donazioni tra coniugi

Donazione ai figli

Redazione della Dichiarazione di successione e sua presentazione presso gli Uffici competenti

Esecuzione visure catastali

Riunioni di usufrutto

Domande formali di ogni genere attinenti alla successione

Rinunzia all’eredità

Assistenza in atti pubblici

Attivazione della pianificazione successoria

Redazione di testamenti sulla base delle disposizioni del testatore

Pianificazione della successione

Verifica delle possibilità di disposizione (quota disponibile, usufrutto)

Pianificazione della successione all’interno dell’impresa

Custodia di testamenti

Custodia di disposizioni di ultime volontà

Esecuzione testamentaria su incarico del testatore o degli eredi

Tutela degli interessi, esecuzione delle ultime volontà

La successione ereditaria è legata ad un evento triste e spesso rimosso dai propri pensieri: la morte; essa è, però, ineludibile, per questo a tutti sarebbe utile conoscere i principi del diritto successorio, un complesso di regole che garantisce il passaggio del patrimonio e la continuazione di tutti i rapporti giuridici attivi e passivi dal defunto ai suoi eredi.

La presenza e consulenza di un avvocato esperto di successioni diventa necessaria per una consapevole visione di come effettuare la trasmissione dei propri beni, soprattutto quando questi consistano in attività complesse e/o legate all’impresa, rispettando ove possibile le naturali inclinazioni dei futuri eredi, ed evitando incomprensioni e liti tra di essi.

L’avvocato Sergio Armaroli esperto successioni offre la propria consulenza e assistenza in tutte le fasi precedenti e successive all’apertura di una successione legittima o testamentaria .

Hai un problema inerente alla divisione ereditaria o successione?

Devi impugnare un testamento o resistere ad una causa legale di impugnazione?

Hai un problema di lesione della quota di legittima?

Se desideri avere una consulenza legale al riguardo, lo Studio Legale avvocato Sergio Armaroli Bologna tratta ogni tipo di questione inerente la Successione mortis causa e l’Eredità, con particolare attenzione all’ambito delle divisioni ereditarie.

Tutte le problematiche concernenti la morte di una persona ed il passaggio delle sue sostanze e dei suoi beni agli eredi legittimi o testamentari, richiedono lo svolgimento di attività legali (in primis: la Dichiarazione di Successione) che devono essere compiute entro periodi di tempo determinati dalla legge.

L’avvocato esperto successioni Bologna si occupa in  particolare:

redazione di testamenti; accettazione o rinunce all’eredità;

consulenza e assistenza in tutte le fasi che precedono la divisione del patrimonio ereditario;

inventario dei beni, stima degli immobili;

dichiarazione di successione;

impugnazione di testamenti olografi e pubblici ;

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  1. impugnare testamento accettato
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Perché? impugnare un testamento olografo e pubblico e per quali motiv

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ESSENDO delle ultime volontà di una persona, spesso di uno stretto congiunto, molte volte si crea fra gli eredi o comunque fra coloro che avrebbero diritti sul patrimonio ereditario. Il testamento non può essere impugnato da chi non vi ha interesse: per es. dagli eredi legittimi (nella specie i cugini del de cuius) esclusi dall’ordine della successione legittima in conseguenza dell’esistenza in vita di altri eredi legittimi di grado poziore (nella specie, le sorelle del testatore) che non abbiano a loro volta impugnato il testamento,

Prendiamo in primo luogo in considerazione i tre diversi tipi di azioni giudiziarie esercitabili da parte di chi abbia interesse ad impugnare un testamento. Le volontà testamentarie infatti:

  1. Possono essere annullate con sentenza costitutiva di annullamento.
  2. Possono essere dichiarate nulle attraverso un’azione volta alla dichiarazione di nullità.
  • Possono essere ridotte attraverso il vittorioso esperimento dell’azione di riduzione.
  1. Quanto ai vizi di carattere sostanziale
  2. a seconda dei casi, danno luogo a nullità o ad annullabilità esempi tipici ne sono le disposizioni aventi carattere illecito o contrario a norme di legge oppure ipotesi di incapacità soggettiva di colui che dispone per testamento. Inoltre, è bene precisare che il testamento può essere impugnato  quando lede i diritti dei legittimari, soggetti ai quali la legge attribuisce comunque una quota di eredità. Legittimari sono il coniuge, i discendenti e gli ascendenti.

L’azione di riduzione

E’ possibile che dopo la morte delde cuius si scopra che una o più donazioni, sia nei confronti di altri legittimari che di terzi, abbiano eroso la quota di legittima che spetta all’erede riservatario.

A questo punto colui che ha diritto alla riserva di legge ha la possibilità di ottenere la ricostituzione della quota a lui necessariamente spettante mediante una apposita azione giudiziaria, l’azione di riduzione.

L’azione di riduzione va proposta dopo la morte del donante ed entro 10 anni dalla morte e contro il donatario. Se questi ha ceduto a terzi l’immobile che aveva ricevuto in donazione, il legittimario (solo se ed in quanto il donatario non abbia altri beni sui quali soddisfare le proprie ragioni) può chiedere ai successivi proprietari la restituzione del bene (azione di restituzione).

Gli eredi legittimari: testamento e azione di riduzione

Tra i soggetti legittimati ad impugnare il testamentorientrano gli eredi legittimari, ossia il coniuge, i figli e gli ascendenti del defunto. A questi, si aggiungono i loro eredi o aventi causa, nonché il legittimario pretermesso dal testatore, colui che pur avendo diritto ad una porzione dell’eredità, è stato escluso dalla distribuzione ereditaria.

I soggetti sopra elencati, possono impugnare il testamento quando il testatore abbia leso la quota di legittima ad essi spettante e non derogabile nelle disposizioni testamentarie, ovvero tramite donazioni, che eccedono la quota disponibile su cui il testatore poteva liberamente disporre.

“una accertata incapacità di intendere e volere trova conferma dall’analisi tecnica di redazione del testamento da cui emerge che la tecnica di redazione appariva incompatibile con lo stato psicofisico emergente dalla documentazione medica, così come la sapiente selezione di una corretta terminologia giuridica appariva incompatibile con le capacità grafiche e soprattutto ortografiche della de cuius.”

REQISITI DI TESTAMENTO OLOGRAFO

l’autografia: le volontà devono essere scritte di proprio pugno dal testatore Il requisito dell’olografia è invece rispettato quando la disposizione di ultima volontà sia stata interamente scritta di pugno dal testatore e da lui sottoscritta, anche se il documento sul quale è vergata contenga scritti di mano diversa da quella del testatore, in una parte diversa da quella occupata dalla disposizione testamentaria (come nel caso in cui, sotto la firma del de cuius, figurino quelle di una o più altre persone con il relativo indirizzo).

la  data: il testamento deve contenere giorno, mese ed anno del momento in cui viene redatto;

la sottoscrizione: il testamento deve essere firmato in calce alle proprie volontà.

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  • impugnazione testamento accettazione eredità
  • impugnazione testamento azione riduzione
  • impugnazione testamento apocrifo
  • impugnazione testamento atto di citazione
  • impugnazione testamento acquiescenza
  1. impugnazione testamento accettazione tacita
  2. impugnazione testamento amministratore di sostegno
  3. impugnazione testamento accettazione tacita ereditŕ
  4. impugnare testamento olografo accordi
  5. impugnazione testamento legittimazione attiva
  6. impugnazione testamento dopo acquiescenza
  7. impugnazione testamento e accettazione eredità
  8. impugnazione testamento un anno
  9. impugnazione testamento olografo apocrifo
  10. impugnazione testamento blocco beni
  • impugnazione testamento badante
  • impugnazione del testamento olografo
  1. E ciò perché il testamento olografo non è solo un documento che fonda, o contribuisce a fondare, sul piano probatorio, le ragioni della parte in causa, ma costituisce esso stesso il titolo in forza del quale il soggetto ivi menzionato diviene titolare di diritti soggettivi, e in ragione del quale si realizza la successione in locum et ius defuncti.
  2. Ricostruendo funditus i termini del contrasto, emerge come parte della giurisprudenza di questa Corte, nel riconoscere al testamento olografo natura giuridica di scrittura privata, ammetta che la contestazione della autenticità della sua sottoscrizione possa legittimamente compiersi attraverso il semplice disconoscimento (i.e. il non riconoscimento) della scheda testamentaria.
  3. 1. La tesi trova un suo risalente precedente nella pronuncia di cui a Cass. n. 3371 del 16 ottobre 1975, secondo cui la parte che intenda contestare l’autenticità di una scrittura privata non riconosciuta non deve proporre querela di falso, occorrendo invece impugnare, in via di eccezione, la sottoscrizione mediante il disconoscimento, con la conseguenza che graverebbe sulla controparte l’onere di chiedere la verificazione e di dimostrare l’autenticità della scheda testamentaria. A fondamento di tale decisione la Corte pose la considerazione secondo cui lo strumento della querela di falso si rende indispensabile solo quando la scrittura abbia acquistato l’efficacia di piena prova ai sensi dell’art. 2702 cod. civ. per riconoscimento tacito o presunto, ovvero all’esito del procedimento di verificazione (e ciò anche nell’ipotesi in cui, contro l’erede istituito con un precedente testamento, sia prodotto un successivo testamento istitutivo di altro erede).
  4. 2. La giurisprudenza favorevole allo strumento processuale della verificazione ex art. 214 c.p.c., peraltro, non esclude tout court il ricorso alla querela di falso, riconosciuta come strumento alternativo rispetto al semplice disconoscimento (così, tra le altre, Cass. n. 3883 del 22 aprile 1994), ma mette a sua volta in rilievo – sulla premessa per cui l’onere probatorio ricade sulla parte che del testamento voglia servirsene e che a tal fine propone l’istanza di verificazione (salvo la diversa scelta della controparte di promuovere azione di querela di falso) – la non incidenza sull’onere probatorio della posizione processuale assunta dalle parti stesse (e cioè se l’azione sia esperita dall’erede legittimo che adduca in via principale la falsità del documento, ovvero dall’erede testamentario che voglia far valere i propri diritti ereditari e si trovi di fronte alla contestazione dell’autenticità del documento da parte dell’erede legittimo: Cass. n. 7475 del 12 aprile 2005 e n. 26943 dell’11 novembre 2008).
  5. 3. Tracce dell’orientamento in parola si rinvengono anche in epoca successiva al ricordato obiter di queste sezioni unite.
  6. 3.1. Secondo Cass. n. 28637 del 23 dicembre 2011, difatti – riaffermatosi in premessa che querela di falso e disconoscimento sono istituti preordinati a finalità diverse e del tutto indipendenti tra loro -, il testamento olografo non perderebbe la sua natura di scrittura privata per il fatto di dover rispondere ai requisiti di forma imposti dalla legge (ex art. 602 c.c.), volta che esso deriva la sua efficacia dal riconoscimento, espresso o tacito, che ne compia il soggetto contro il quale la scrittura è prodotta: quest’ultimo, per impedire tale riconoscimento e contestare tout court l’intera scheda testamentaria, deve dunque proporre l’azione di disconoscimento, che pone a carico della controparte l’onere di dimostrare, in contrario, che la scrittura non è stata contraffatta e proviene, invece, effettivamente dal suo autore apparente.
  7. A questo indirizzo si contrappone l’orientamento che, pur non attribuendo valore di atto pubblico al testamento olografo, postula, per la contestazione della sua autenticità, la proposizione della querela di falso.
  8. 1 Anche tale filone interpretativo ha origini assai risalenti: si legge in Cass. n. 2793 del 3 agosto 1968 che la contestazione dell’erede legittimo si risolve in una eccezione di falso, da sollevarsi esclusivamente nelle forme di cui agli artt. 221 cod. proc. civ. e segg., atteso che il disconoscimento può provenire soltanto da chi sia autore dello scritto o da un suo erede – in tal senso, e prima ancora, Cass. n. 766 del 18 marzo 1966, secondo la quale il principio sostanziale dell’art. 2702 cod. civ. volto a disciplinare l’efficacia in giudizio della scrittura privata riconosciuta effettivamente o presupposta tale, e la procedura di disconoscimento e di verificazione regolata dagli artt. 214 e ss. c.p.c., sono istituti applicabili solo alle scritture provenienti dai soggetti del processo e alla ipotesi di negazione della propria scrittura o della propria firma da parte di quel soggetto contro il quale sia stato prodotto lo scritto. Quando invece l’atto non sia attribuibile alla parte contro cui viene prodotto, la contestazione della sua autenticità, risolvendosi in una eccezione di falso, necessita della relativa querela.
  9. 2. Sarà proprio questo risalente insegnamento a costituire a lungo una delle più solide basi su cui si fonda l’indirizzo giurisprudenziale favorevole al ricorso allo strumento disciplinato dagli artt. 221 e segg. cit.. Gli eredi legittimi che contestano l’autenticità della scheda olografa, secondo questa interpretazione (fatta propria anche da una parte della dottrina), devono, difatti, ritenersi soggetti estranei alla scrittura testamentaria, onde la loro esclusione anche dallo schema dell’art. 214, secondo comma, c.p.c..
  10. 3. Conferma indiretta della ratio di tale ricostruzione si trova nella pronuncia di cui a Cass. n. 1599 del 28 maggio 1971, la quale, pur concludendo nella specie per la legittimità del solo disconoscimento, a ciò perviene solo in ragione della qualifica di erede attribuita alla parte che in concreto ed in quel giudizio contestava un testamento olografo. Si legge, difatti, in sentenza che l’erede istituito col primo testamento, agendo con la petitio heraeditatis in quanto investito di un valido titolo di legittimazione fino al momento in cui non ne sia dichiarata giudizialmente la caducazione, conserva pur sempre la veste di erede anche nei confronti di altro soggetto che pretenda avere diritto alla eredità in base a successiva disposizione testamentaria, così che egli non può qualificarsi terzo fino al momento del definitivo accertamento della validità del secondo testamento, ed è legittimato a contestare l’efficacia del testamento posteriore mediante il mero disconoscimento, senza necessità di proporre querela, incombendo sull’altra parte che abbia proposto domanda riconvenzionale – tendente a far dichiarare la validità del secondo testamento e la conseguente caducazione delle disposizioni contenute nel primo – l’onere di provare tale domanda chiedendo la verificazione dell’olografo successivo di cui intende avvalersi.
  11. 4. L’indirizzo favorevole alla querela di falso, che tiene conto della provenienza della scrittura, risulta espresso in seguito da Cass. n. 16362 del 30 ottobre 2003, secondo cui la procedura di disconoscimento e di verificazione di scrittura privata riguarda unicamente le scritture provenienti da soggetti del processo e presuppone che sia negata la propria firma o la propria scrittura dal soggetto contro il quale il documento è prodotto, mentre, per le scritture provenienti da terzi estranei, come nel caso del testamento olografo, la contestazione non può essere sollevata secondo la disciplina dettata dalle predette norme, bensì nelle forme dell’art. 221 e segg. c.p.c., perché si risolve in una eccezione di falso.
  12. 5. Le argomentazioni a favore dello strumento della querela, principalmente incentrate sull’assunto della terzietà del soggetto rispetto al testamento olografo contro di lui prodotto, trovano una peculiare evoluzione interpretativa nella già ricordata sentenza di queste ss.uu. n. 15169 del 2010 (supra, 7.4).
  13. Intervenendo sul contrasto relativo ai modi di contestazione delle scritture private provenienti da terzi estranei alla lite, la pronuncia ne ricostruisce l’efficacia probatoria inquadrandole tra le prove atipiche dal valore meramente indiziario, e, tenendo conto di tale valore probatorio, afferma che esse possono essere liberamente contestate dalle parti; ma, circoscrivendone l’analisi con particolare riguardo al testamento olografo, nega poi che un simile documento possa annoverarsi tra le prove atipiche per l’incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata riconosciutagli, ritenendo (senza che l’affermazione costituisca ratio decidendi della pronuncia) che la sua contestazione necessiti della querela di falso. 9.5.1. L’intero plesso argomentativo della sentenza rende peraltro tale obiter del tutto peculiare, poiché le stesse scritture provenienti da terzi finiscono per distinguersi in due sottocategorie – la prima, contenente la generalità delle scritture, a valenza probatoria ‘debole’, la seconda, comprensiva di atti di particolare incisività perché essi stessi titolo immediatamente esecutivo del diritto fatto valere, a valenza sostanziale e processuale ‘particolarmente pregnante’ -, per la contestazione di ciascuna delle quali si indica uno distinto strumento processuale.
  14. 6. L’orizzonte della giurisprudenza di legittimità si sposta così, alla luce della soluzione adottata, dal rapporto tra scrittura e soggetto (terzo) contro cui è prodotta al valore intrinseco del documento, in una nuova e più attenta consonanza con la relativa elaborazione dottrinaria.
  15. 6.1. L’indirizzo favorevole alla tesi della necessità della querela trova, infine, recente conferma nella pronuncia di cui a Cass. n. 8272 del 24 maggio 2012, predicativa della correttezza del rimedio processuale disciplinato dagli artt. 221 e segg. c.p.c. essendo il testamento un documento proveniente da terzi, e riaffermativa, nel solco delle Sezioni Unite, dell’incidenza sostanziale e processuale particolarmente elevata della scheda olografa, che giustifica il ricorso alla querela di falso per contestarne l’autenticità.
  16. Il panorama giurisprudenziale si completa con l’antico enunciato di cui a Cass. n. 1545 del 15 giugno 1951, che, premessa la legittimità della proposizione di un’azione di accertamento negativo in ordine alla provenienza delle scritture private e del testamento olografo, afferma che l’onere della prova spetta all’attore che chieda di accertare la non provenienza del documento da chi apparentemente ne risulta l’autore, in consonanza con l’opinione dottrinaria secondo cui la contestazione della genuinità del testamento olografo si traduce in una domanda di accertamento negativo della validità del documento stesso.
  17. 1. La pronuncia (senza assumere tuttavia posizione esplicita sulla forma di tale accertamento negativo, se, cioè, dovesse o meno seguire le forme della querela di falso), fu oggetto di autorevoli consensi e di penetranti critiche in dottrina (in estrema sintesi, alla tesi secondo cui l’impugnazione per falsità del testamento olografo si risolve in una quaestio nullitatis, con conseguente applicabilità alla fattispecie della norma di cui all’art. 606 cod. civ. dettata in tema di nullità del testamento olografo per mancanza dei requisiti si replicò che l’olografo impugnato per falsità non è nullo per difetto di forma ma inesistente), non trovò ulteriore seguito in giurisprudenza, che vide così contrapporsi, come finora ricordato, la tesi della verificazione a quella della querela, con opposte conseguenze in ordine all’onere della prova, ripartito sul presupposto delle diverse finalità e dell’indipendenza dei due istituti.
  18. La questione del riparto degli oneri probatori, in particolare, fu oggetto di approfondita disamina nella sentenza di questa Corte n. 3880 del 18 giugno 1980, ove si legge che la querela postula l’esistenza di una scrittura riconosciuta, mentre il disconoscimento, investendo la provenienza stessa del documento, mira a impedire che la scrittura medesima acquisti efficacia probatoria, con la conseguenza che chi contesti l’autenticità della sottoscrizione della scrittura onde impedire che ali ‘apparente sottoscrittore di essa venga imputata la dichiarazione sottoscritta nella sua totalità, deve disconoscere la sottoscrizione e non già proporre la querela di falso, mentre invece, allorché sia accertata l’autenticità della sottoscrizione, chi voglia contestare la provenienza delle dichiarazioni contenute nella scrittura di colui che, ormai incontrovertibilmente, l’ha sottoscritta, ha l’onere di proporre la querela di falso.
  19. In una dimensione del tutto speculare rispetto alle posizioni della giurisprudenza, la dottrina specialistica si è a sua volta divisa tra i due citati e dominanti orientamenti, con argomentazioni che fanno di volta in volta riferimento:
  20. – al rapporto tra provenienza della scrittura e parte in causa contro cui è prodotta;
  21. – alla valutazione del documento per la riconosciuta incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata;
  22. – all’esigenza di tener separato il piano del contenuto del testamento (concreto thema probandum) da quello dello strumento mediante il quale esso possa acquisire rilevanza agli effetti processuali.
  23. Su di un piano più generale, ciascuna delle tesi proposte non appare poi insensibile al problema dell’efficacia delle scritture private e dei relativi strumenti di impugnazione.
  24. La tesi favorevole all’indirizzo che reputa sufficiente il ricorso al disconoscimento colloca tout court il testamento olografo tra le scritture private.
  25. 1. Tale ricostruzione della scheda testamentaria è sostanzialmente univoca, salva l’attribuzione ad essa di quel ‘valore intrinsecamente elevato’ evidenziato da questa stesse sezioni unite nel 2010. Distinzione peraltro criticata da chi ne contesta il fondamento normativo, denunciando l’irragionevolezza dell’attribuzione ad alcuni documenti provenienti da terzi di un regime giuridico ‘rafforzato’ rispetto a quanto assicurato alle scritture private provenienti dalle parti – regime del quale si lamenta l’assenza di un efficace riferimento normativo che sostenga l’intrinseco grado di attendibilità del testamento olografo a giustificazione della necessaria proposizione della querela di falso, e la conseguente confusione concettuale tra il piano processuale e quello sostanziale (confondendosi cioè l’aspetto morfologico del documento e del suo contenuto con lo strumento processuale funzionale al suo riconoscimento sul piano della prova in giudizio).
  26. Tale sovrapposizione concettuale conduceva, difatti, secondo tale orientamento, all’errore in cui incorrevano i sostenitori della necessità di ricorrere alla querela di falso, così criticandosi l’assunto secondo cui incombeva su colui che contestava il testamento olografo la prova del suo accertamento negativo, e ritenendosi invece sufficiente, al pari di ogni scrittura privata, il mero disconoscimento del documento.
  27. 2. L’indirizzo favorevole al semplice disconoscimento della scheda testamentaria apparve, peraltro, illieo et immediate destinato a confrontarsi con due delicate questioni.
  28. 2.1. La prima questione aveva ad oggetto il rapporto tra autore del testamento e parti in causa, poiché il testamento proviene pur sempre da un terzo rispetto alle parti del processo, perciò solo esulando, secondo i sostenitori della tesi della querela di falso, dalla fattispecie normativa di cui all’art. 214 c.p.c. – a tanto replicandosi che la scheda olografa, pur materialmente proveniente da chi non può assumere la qualità di parte in senso processuale o sostanziale, acquistando efficacia solo con la morte del suo autore, è pur tuttavia caratterizzata da una sua così specifica peculiarità che la posizione di ‘parte’ del destinatario della attribuzione deriva unicamente dalla devoluzione ereditaria, evidenziandosi poi l’esistenza di casi in cui il documento, pur non provenendo da alcuna delle parti in causa, non può essere considerato alla stregua di una scrittura di terzo estraneo alla lite.
  29. 2.2. Si è ancora opinato, avvertendo l’utilità di circoscrivere la qualità di terzo rispetto alla scrittura privata prodotta in giudizio (e dunque all’olografo), che, dall’esame esegetico degli artt. 2702, 2704 cod. civ., 214 c.p.c., e in una più ampia dimensione di teoria generale del diritto, il concetto di terzo ha natura relazionale, per tale intendendosi chi è estraneo a un qualsiasi rapporto o atto giuridico, così individuandosi tre diverse dimensioni in cui si colloca il concetto di terzo (e, specularmente, quello di parte), e cioè quella proprio della formazione della scrittura (che, considerando la convenzione come fatto storico puntuale, definisce ‘parte’ colui che abbia sottoscritto o vergato di suo pugno la scrittura, e correlativamente terzo chi non abbia né sottoscritto né vergato a mano la medesima), quella negoziale (afferente alla situazione giuridica di diritto sostanziale disciplinata dal contenuto della scrittura privata prodotta in giudizio, in tale prospettiva essendo parte la persona fisica/soggetto autore della dichiarazione), e infine quella processuale (quella, cioè del giudizio in cui la scrittura privata è prodotta, in questa accezione essendo ‘terzo’ la persona fisica che non in giudizio nel processo pendente).
  30. L’espressione ‘eredi o aventi causa’ utilizzata dal secondo comma dell’art. 214 cod. proc. civ. andrebbe, pertanto, intesa in senso ampio, e comprensiva di tutti coloro che si trovino in una ‘generica posizione di dipendenza’.
  31. 2.3. La critica alla preclusione del disconoscimento imposta all’erede legittimo (formalmente terzo sino alla declaratoria di non autenticità o di falsità dell’olografo), si appunta ancora sull’erronea valorizzazione del nesso processuale tra il documento ed il soggetto, mentre anche il successibile ex lege, in ragione della propria posizione sostanziale, non sarebbe ‘terzo’ bensì soggetto contro il quale l’olografo è prodotto.
  32. 2.4. La posizione del successibile ex lege (se parte o terzo rispetto al testamento olografo che istituisca erede altro soggetto), dissolta in parte qua la differenza tra erede legittimo e quello testamentario ai fini del mezzo cui ricorrere per contestare una scheda olografa, diviene così oggetto di un accertamento giudiziale circoscritto alla fattispecie successoria (legale o testamentaria) invocata in proprio favore, onde il riparto dell’onere della prova andrebbe riferito unicamente all’effetto giuridico di tale fattispecie: costituendo proprio il negozio testamentario il tema della prova, dell’attore o del convenuto, il relativo onere graverebbe ipso facto su colui che vuoi far valere quel documento, con l’effetto che la parte nei cui confronti l’atto testamentario è prodotto può limitarsi al disconoscimento.
  33. 2.5. La seconda questione, a sua volta influente sull’elaborazione teorica che ha riguardo all’onere della prova, esplora il rapporto tra successione legittima e successione testamentaria, e la supposta preminenza della seconda sulla prima. Si afferma, così, che il tenore dell’art. 457, secondo comma, c.c. (a mente del quale ‘non si fa luogo alla successione legittima se non quando manca, in tutto o in parte, quella testamentaria’) attribuirebbe alle norme sul testamento valenza dispositiva, a fronte della valenza suppletiva della legittima. Per i fautori della querela di falso, questa preminenza inciderebbe in modo determinante sulla ripartizione dell’onere probatorio, perché la contestazione del testamento olografo si traduce in una azione di accertamento negativo volta che, a fronte della ‘posizione consolidata’ attribuita dal testamento all’erede vocato, chi voglia impugnarlo avrebbe l’onere di dimostrare la falsità della provenienza o la insussistenza dei requisiti di validità, in osservanza dei principi generali di ripartizione dell’onere probatorio prescritti dall’art. 2697 cod. civ.. La preminenza della successione testamentaria è stata, peraltro, autorevolmente contestata, sino ad invertirne il rapporto con quella legittima, attribuendo a quest’ultima funzione primaria (e conseguentemente carattere dispositivo alla sua disciplina), residuando alla vocazione testamentaria un carattere soltanto suppletivo: di qui, la legittimità del (solo) disconoscimento della scheda testamentaria.
  34. La tesi favorevole all’indirizzo che reputa necessaria la querela di falso muove dalla premessa secondo cui il testamento olografo, costituendo una autentica prova legale, può essere ‘distrutto’, e oggetto di verifica, soltanto attraverso lo strumento processuale di cui agli artt. 221 ss. c.p.c..
  35. 1. Le posizioni dottrinarie contrarie al disconoscimento, meno numerose, non appaiono tuttavia meno autorevoli per la dovizia delle argomentazioni addotte, volte ad indagare funditus sugli aspetti, sostanziali e processuali, riconducibili alle peculiarità del testamento olografo.
  36. 2. Pur non dubitandosi della estraneità del testamento dalla categoria degli atti pubblici, ne viene pur tuttavia evidenziato il carattere sui generis sul piano sostanziale, reso manifesto innanzitutto dalla circostanza che la falsificazione della scheda olografa, nel diritto penale, è equiparata, quoad poenam, al medesimo reato avente ad oggetto gli atti pubblici, secondo quanto previsto dall’art. 491 c.p., mentre la stessa condotta criminosa, a differenza che per le scritture private, è perseguibile d’ufficio ai sensi del successivo art. 493 bis.
  37. 3. Non si omette poi di considerare che l’olografo produce immediatamente e direttamente effetti nella sfera giuridica del terzo, e costituisce, una volta pubblicato, titolo immediato di acquisto per l’erede e per il legatario, come prescritto dall’art. 620 quinto comma c.c., trattandosi di scrittura la cui efficacia non necessita dell’accertamento della autenticità, e comunque distinta da tutte le altre scritture private, per loro natura inidonee a costituire titolo immediatamente costitutivo di diritti verso i beneficiati.
  38. 4. AI riconoscimento del suo intrinseco valore sul piano sostanziale contribuisce, secondo tale orientamento, la stessa disciplina delle norme sulla pubblicità degli atti (in particolare, gli artt. 2648 e 2660 cod. civ.), che consentono la trascrizione dell’acquisto a causa di morte per effetto della sola presentazione del testamento e dell’atto di accettazione della eredità, restando così implicitamente confermata la non necessità di verificare l’autenticità della scheda, in evidente contrapposizione con il trattamento riservato alle altre scritture private, che possono trascriversi solo se autenticate o giudizialmente accertate, secondo il disposto dell’art. 2657 cod. civ..
  39. 5. Si è poi contestato che il procedimento di verificazione sia adeguato al disconoscimento del testamento, trovandosi il documento in deposito presso un notaio per la pubblicazione art. 620 cod. civ.): e se per la querela di falso l’art. 224 prevede il sequestro del documento quale misura più elevata per la sua custodia quando è tenuto presso un depositario, nessuna disposizione così rigorosa è prevista nel procedimento di verificazione.
  40. 6. Sul piano più squisitamente processuale, si poi affermato che la contestazione della autenticità del testamento andrebbe esercitata servendosi del più rigoroso strumento della querela non tanto per la efficacia probatoria del documento, quanto perché, in materia di contraffazione, l’azione di verificazione si risolverebbe in una iniziativa processuale identica nel contenuto alla querela, ma inammissibilmente libera dalle formalità essenziali che la legge prevede invece nella disciplina dettata dagli artt. 221 e segg. c.p.c.. E si è ancora posto l’accento sulla natura dell’accertamento – per i suoi riflessi sull’onere della prova — e sulla posizione di terzietà del successibile ex lege rispetto al testamento.
  41. 6.1. La soluzione della querela, difatti, conduce, secondo i suoi sostenitori, ad un più corretto riparto dell’onere della prova, che verrebbe a gravare su chi contesta il testamento olografo, in ossequio al disposto dell’art. 2697 e dell’art. 457, secondo comma, c.c., il quale ultimo prevede la successione ex lege solo in mancanza di vocazione testamentaria – risolvendosi la contestazione del documento olografo, come si è detto, in una domanda di accertamento negativo (così aderendosi alla tesi della preminenza della vocazione testamentaria rispetto alla legale). Quanto poi al rapporto tra erede ab intestato e testamento, si afferma che il disconoscimento di una scrittura non può provenire da terzi, poiché tale strumento è riservato alle parti contro cui il documento è rivolto, e agli eredi o aventi causa, che possono limitarsi a non riconoscere la scrittura o la sottoscrizione del suo autore. La fattispecie normativa si riferisce, difatti, ad una scrittura del de cuius prodotta contro gli eredi a fondamento di una pretesa eccepita nei loro riguardi, mentre, prodotto il testamento, deve escludersi che chi lo contesti possa qualificarsi, sic et simpliciter, erede, poiché detta qualifica in capo ai parenti che lo impugnano richiede proprio la dimostrazione della falsità del testamento: per il successibile ex lege non residuerebbe, dunque, che lo strumento della querela di falso per contestare l’autenticità del testamento olografo.
  42. Gli arresti giurisprudenziali e il perdurante contrasto che li caratterizza, al pari delle divergenti conclusioni cui è pervenuta la stessa dottrina, sono lo specchio del complessità della questione posta al collegio, la cui soluzione sul piano teorico è destinata ad assumere un determinante rilievo nelle controversie per lesione di legittima ove assai di frequente si sollevano, in via di domanda o di eccezione, doglianze in ordine alla autenticità del testamento.
  43. La peculiarità e la singolarità della questione sta poi nel fatto che tanto gli argomenti che sorreggono quanto le critiche che contestano ciascuna delle possibili soluzioni non mancano di autorevolezza e di forza persuasiva.
  44. A sostegno della sufficienza del disconoscimento gli argomenti maggiormente convincenti appaiono quelli predicativi:
  45. – della natura di scrittura privata del testamento olografo;
  46. – della attribuzione al successibile ex lege della qualità di erede dell'(apparente) autore della scheda olografa;
  47. – della netta distinzione tra il piano sostanziale, che riguarda più propriamente il thema probandum, e il piano processuale, che riguarda le modalità con le quali in un processo può trovare ingresso, con dignità di prova, il documento di delazione testamentaria.
  48. L’indirizzo a sostegno della necessità della querela di falso trova invece fondamento:
  49. – nella incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata che è riconosciuta al testamento, testimoniata da un plesso di norme la cui lettura depone (deporrebbe) in tal senso;
  50. – nella esclusione in capo al successibile ex lege della qualità di erede (almeno sino a quando tale qualità non sia stata processualmente accertata), con conseguente inapplicabilità della fattispecie contemplata nell’art. 214, secondo comma, c.p.c..
  51. Non vanno per altro verso trascurate le riflessioni critiche specularmente mosse alle argomentazioni favorevoli all’una e all’altra delle tesi che si propongono oggi come soluzione (senza apparente alternativa) della questione oggetto di giudizio.
  52. 1. Quanto al rapporto tra successore ex lege e scheda olografa, ed alla posizione dell’erede ab intestato, il vasto dibattito giurisprudenziale e dottrinale che, in seno alla teoria generale del processo, si agita in ordine alla stessa categoria concettuale di ‘terzo’, non sembra del tutto funzionale all’adozione di una soddisfacente soluzione del caso concreto. Non sembra, difatti, seriamente revocabile in dubbio che alcuni successibili, quali i legittimari, difficilmente possano essere qualificati ‘terzi’ ai fini della non riconoscibilità della sottoscrizione del de cuius. Mentre la stessa impugnazione del testamento olografo, la contestazione della sua provenienza e/o autenticità, è spesso proposta proprio da chi, pur beneficiario di una quota inferiore a quella spettantegli, è comunque (anche) un erede testamentario, sicché nei suoi confronti non potrebbe porsi alcuna questione di accertamento della sua qualità di erede.
  53. 1.1. Di conseguenza, non appare utile prospettare alternative che, a seconda della posizione assunta da chi contesta il testamento (escluso totalmente dalla eredità, erede legittimo compreso nelle categorie dei legittimari, erede testamentario sia pur per quota che non lo soddisfi), postulino poi l’adozione di soluzioni differenziate caso per caso.
  54. 1.2. Né appare senza significato considerare che una formale disamina del concetto di terzo conduce inevitabilmente a ritenere che quella posizione, ai fini dell’art. 214 cod. proc. civ., non andrebbe esaminata non dal punto di vista del soggetto parte della lite ma dell’autore del documento che si vuoi disconoscere – e sotto tale profilo il de cuius non è mai parte nel giudizio di impugnazione del proprio testamento -, e che l’erede in disconoscimento della scrittura o della sottoscrizione del suo autore sarebbe colui che subentra al de cuius nei suoi rapporti – e ciò presuppone che quel medesimo scritto si sarebbe potuto produrre nei confronti del testatore se ancora in vita.
  55. E tuttavia risulta assai poco agevole affermare che, tra i documenti (siano essi negoziali oppure dichiarazioni di scienza) possa annoverarsi, sic et simpliciter, il testamento, formato dal medesimo de cuius, ma destinato a produrre effetti nella sfera giuridica dei suoi destinatari e non in quella dell’autore, acquistando efficacia dal momento del suo decesso e non prima. La ratio della distinzione tra scritture private, fatta propria dalle sezioni unite di questa Corte nel 2010, secondo cui ad alcune di esse andrebbe attribuito un valore intrinsecamente maggiore, trova proprio in tali considerazioni il suo fondamento, pur senza trascurare la legittimità delle critiche di chi contesta l’irragionevolezza dell’attribuzione ad alcune di esse di un regime giuridico ‘rafforzato’ rispetto a quanto assicurato a quelle provenienti dalle parti, anche alla luce della difficoltà di individuare un criterio da adoperare per la relativa classificazione.
  1. impugnazione del testamento olografo per falsitŕ
  2. impugnazione di testamento
  3. impugnazione del testamento pubblico
  4. impugnazione del testamento pubblico termini
  5. impugnazione del testamento prescrizione
  6. impugnazione di testamento olografo falso
  7. impugnazione del testamento termini

impugnazione del testamento per captazione Cass. civ. n. 24637/2010

Il motivo del testamento consiste nella ragione determinante di esso, come quella che domina la volontà del testatore nel momento in cui detta o redige le disposizioni di ultima volontà, cosicché, per potersi parlare di motivo erroneo, tale da rendere inefficace la disposizione, è necessaria la certezza, desumibile dallo stesso testamento, che la volontà del testatore sia stata dominata dalla rappresentazione di un fatto non vero, in modo da doversene dedurre che, se il fatto fosse stato percepito o conosciuto nella sua verità obiettiva, quella disposizione testamentaria non sarebbe stata dettata o redatta. L’apprezzamento del giudice di merito circa l’esistenza o meno del motivo erroneo, dedotto quale causa di annullamento del testamento, è incensurabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione adeguata e immune da vizi logici ed errori di diritto.

Per affermare l’esistenza della captazione, la quale deve essere configurata come il dolus malus causam dans trasferito dal campo contrattuale a quello testamentario, non basta una qualsiasi influenza esercitata sul testatore per mezzo di sollecitazioni, consigli, blandizie e promesse, ma è necessario il concorso di mezzi fraudolenti, che siano da ritenersi idonei ad ingannare il testatore e ad indurlo a disporre in modo difforme da come avrebbe deciso se il suo libero orientamento non fosse stato artificialmente e subdolamente deviato.

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2122 del 27 febbraio 1991)

Cass. civ. n. 254/1985

In tema di errore ex art. 624 c.c. è necessaria la dimostrazione che la volontà del testatore sia stata influenzata in maniera decisiva dalla percezione, come reali, di fatti diversi dal vero. Analogamente, in tema di dolo o violenza, sempre ex art. 624 c.c., occorre la prova che i fatti di induzione in errore o di violenza abbiano indirizzato la volontà del testatore in modo diverso da come essa avrebbe potuto normalmente determinarsi. Più in particolare, quanto al dolo, ad integrare la captazione non basta una qualsiasi influenza esercitata sul testatore attraverso blandizie, richieste, suggerimenti, sollecitazioni e simili, sia pure interessati, ma è necessario l’impiego di altri mezzi fraudolenti che, avuto riguardo all’età, allo stato di salute e alle condizioni psichiche del de cuius, siano idonei a trarlo in inganno, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volontà in un senso verso il quale non si sarebbe spontaneamente indirizzata.

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 254 del 22 gennaio 1985)

Cass. civ. n. 1117/1975

È viziata la motivazione della sentenza che, nel rigettare la domanda di annullamento del testamento per violenza morale, ometta di tener conto dell’età, del sesso e della condizione del testatore.

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1117 del 24 marzo 1975)

  1. impugnazione del testamento per lesione della legittima
  2. impugnare testamento entro quando
  3. impugnare testamento erede universale
  4. impugnazione testamento e mediazione obbligatoria
  5. impugnazione testamento e azione di riduzione
  6. impugnazione testamento e sequestro giudiziario
  7. impugnazione testamento eredi legittimi
  8. impugnazione testamento effetti
  9. impugnazione testamento e litisconsorzio necessario
  10. impugnazione testamento e trascrizione domanda giudiziale
  11. impugnazione testamento eredi
  12. impugnazione testamento errore
  13. impugnazione testamento e sequestro conservativo
  14. testamento impugnato e dichiarazione di successione
  15. impugnazione testamento creditori erede
  16. impugnazione testamento per errore
  17. impugnazione del testamento e azione di riduzione
  18. impugnazione testamento olografo effetti

impugnare testamento falso

A riguardo, si osserva l’idoneità del testamento olografo a devolvere l’eredità quale effetto immediato conseguente alla pubblicazione, ai sensi dell’art. 620, c. 6, c.c., nonché l’equiparazione che, a certi fini, la legge penale fa del testamento agli atti pubblici. In particolare, il notaio procede alla pubblicazione del testamento in presenza di due testimoni, redigendo nella forma degli atti pubblici un verbale nel quale descrive lo stato del testamento, ne riproduce il contenuto e fa menzione della sua apertura, se è stato presentato chiuso con sigilli. Il verbale, inoltre, è sottoscritto dalla persona che presenta il testamento, dai testimoni e dal notaio. Soltanto dal momento della pubblicazione l’erede può agire giudizialmente per l’esecuzione delle disposizioni testamentarie, sebbene il testamento risulti efficace fin dall’apertura della successione.

  • impugnare testamento fratello
  • impugnare testamento fatto dal notaio
  • impugnare testamento figli
  • impugnazione testamento fac simile
  • impugnazione testamento falso prescrizione
  • impugnazione testamento foro competente
  • impugnazione testamento figlio naturale
  • impugnazione testamento formulario
  • impugnazione testamento falso mediazione
  • impugnazione testamento formula
  • impugnare un testamento falso
  • impugnare testamento del fratello
  • impugnare un testamento forum
  • impugnazione testamento olografo falso forum
  • rinuncia impugnazione testamento forma
  • impugnazione testamento olografo falso mediazione obbligatoria

impugnazione testamento giudice competente

  • impugnazione testamento sequestro giudiziario
  • impugnazione testamento olografo giurisprudenza

impugnazione testamento incapacità testatore

che il testamento redatto dal de cuius può essere impugnato se si dimostra che al momento della sua redazione, quest’ultimo era affetto da una infermità psichica di natura permanente, tale da determinare la sua incapacità di intendere e di volere (Cass. civ., Sez. II, 11/07/2011, n. 15187).

Tuttavia, l’annullamento di un testamento per incapacità naturale del testatore postula l’esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del de cuius, bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice,

il soggetto sia privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi;

con la conseguenza che è onere di chi quello stato di incapacità assume, di provare che il testamento fu redatto in un momento di incapacità di intendere e di volere (ex plurimis Cass. civ., Sez. II, 12/08/2010, n. 18540; Cass. civ., Sez. II, 15/04/2010, n. 9081; Cass. civ., Sez. II, 27/10/2008, n. 25845; Cass. civ., Sez. II, 11/04/2007, n. 8728; Cass. civ., Sez. II, 06/05/2005, n. 9508; Cass. civ., Sez. II, 30/01/2003, n. 1444; Cass. civ., Sez. II, 06/12/2001, n. 15480).

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Il testamento pubblico è quello redatto dal notaio e da questi conservato.

 Per sua natura è un testamento che è immune da falsità o alterazioni, proprio perché la presenza del pubblico ufficiale serve a certificare l’autenticità del documento. incapacità, nel termine di 5 anni;

  • lesione di legittima, nel termine di 10 anni.
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Il testamento può essere impugnato per nullità senza limiti di tempo, ma non può essere fatta valere dalle persone che conoscevano la causa della nullità e ciò nonostante hanno confermato la disposizione o dato ad essa volontaria esecuzione.

Il testamento, è invece annullabile quando si dimostra che il testatore era incapace d’intendere e di volere al momento della stesura, oppure se presenta dei difetti di forma, non così gravi da renderlo nullo, ma annullabile (per esempio se manca la data è annullabile).

L’azione di annullamento va fatta entro cinque anni dal momento in cui il notaio rende pubblico il testamento davanti ai chiamati.

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RIFIUTO DNA  PATERNITA’ LEGITTIMA PRESUNZIONE PATERNITA’ AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI RIMINI DNA RIFIUTO Se il padre si rifiuta di fare l’esame del dna  per accertamento della paternita’ vi puo’ esser euna legittima presunzione di paternita’ . Cosa vuol dire?

RIFIUTO DNA  PATERNITA’ LEGITTIMA PRESUNZIONE PATERNITA’ AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI RIMINI DNA RIFIUTO Se il padre si rifiuta di fare l’esame del dna  per accertamento della paternita’ vi puo’ esser euna legittima presunzione di paternita’ . Cosa vuol dire?
RIFIUTO DNA  PATERNITA’ LEGITTIMA PRESUNZIONE PATERNITA’ AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI RIMINI DNA RIFIUTO Se il padre si rifiuta di fare l’esame del dna  per accertamento della paternita’ vi puo’ esser euna legittima presunzione di paternita’ . Cosa vuol dire?

RIFIUTO DNA  PATERNITA’ LEGITTIMA PRESUNZIONE PATERNITA’ AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI RIMINI

L’art. 269 c.c, nel disciplinare l’istituto della dichiarazione giudiziale di paternità e/o maternità naturale, stabilisce che:

” La paternità e la maternità naturale possono essere giudizialmente dichiarate nei casi in cui il riconoscimento è ammesso. La prova della paternità e della maternità può essere data con ogni mezzo. La maternità è dimostrata provando la identità di colui che si pretende essere figlio e di colui che fu partorito dalla donna, la quale si assume essere madre. La sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra la madre e il preteso padre all’epoca del concepimento non costituiscono prova della paternità naturale.”

“L’azione per ottenere che sia giudizialmente dichiarata la paternità o la maternità naturale può essere promossa, nell’interesse del minore, dal genitore che esercita la potestà prevista dall’art. 316 o dal tutore. Il tutore però deve chiedere l’autorizzazione del giudice, il quale può anche nominare un curatore speciale. Occorre il consenso del figlio per promuovere o per proseguire l’azione se egli ha compiuto l’età di sedici anni. Per l’interdetto l’azione può essere promossa dal tutore previa autorizzazione del giudice.”

l’ammissione degli accertamenti immuno-ematologici non è subordinata all’esito della prova storica dell’esistenza di un rapporto sessuale tra il presunto padre e la madre, giacché il principio della libertà di prova, sancito, in materia, dall’art. 269, comma 2, c.c., non tollera surrettizie limitazioni, né mediante la fissazione di una gerarchia assiologica tra i mezzi istruttori idonei a dimostrare quella paternità, né, conseguentemente, mediante l’imposizione, al giudice, di una sorta di “ordine cronologico” nella loro ammissione ed assunzione, avendo, per converso, tutti i mezzi di prova pari valore per espressa disposizione di legge, e risolvendosi una diversa interpretazione in un sostanziale impedimento all’esercizio del diritto di azione in relazione alla tutela di diritti fondamentali attinenti allo “status”.

In tema di accertamento giudiziale della paternità, le cd. linee guida di esecuzione delle indagini genetiche, dettate dalle principali associazioni internazionali di studiosi ed operatori della genetica forense, sebbene prive di forza cogente in quanto non tradotte in protocolli imposti da norme di legge o di regolamento, costituiscono regole comportamentali autoimposte e normalmente rispettate, volte ad assicurare, sulla base delle acquisizioni tecnico-scientifiche del tempo, risultati peritali attendibili e verificabili, sicché la loro inosservanza fa legittimamente dubitare della correttezza delle conclusioni esposte dal consulente tecnico di ufficio.

Nel giudizio promosso per l’accertamento della paternità naturale, il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche – nella specie opposto da tutti gli eredi legittimi del preteso padre – costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice, ex art. 116, secondo comma, cod. proc. civ., di così elevato valore indiziario da poter da solo consentire la dimostrazione della fondatezza della domanda.
l’efficacia delle indagini ematologiche ed immunogenetiche sul DNA non può essere esclusa perché esse sono suscettibili di utilizzazione solo per compiere valutazioni meramente probabilistiche, in quanto tutte le asserzioni delle scienze fisiche e naturalistiche hanno questa natura anche se espresse in termini di “leggi”, e tutte le misurazioni, anche quelle condotte con gli strumenti più sofisticati, sono ineluttabilmente soggette ad errore, sia per ragioni intrinseche (cosiddetto errore statistico), che per ragioni legate al soggetto che esegue o legge le misurazioni (cosiddetto errore sistematico), spettando al giudice di merito, nell’esercizio del suo potere discrezionale, la valutazione dell’opportunità di disporre indagini suppletive o integrative di quelle già espletate, di sentire a chiarimenti il consulente tecnico di ufficio ovvero di disporre la rinnovazione delle indagini.

In tema di mezzi utilizzabili per provare la paternità naturale, l’art. 269 cod. civ. ammette anche il ricorso ad elementi presuntivi che, valutati nel loro complesso e sulla base del canone dell'”id quod plerumque accidit”, risultino idonei, per attendibilità e concludenza, a fornire la dimostrazione completa e rigorosa della paternità, sicché risultano utilizzabili, raccordando tra loro le relative circostanze indiziarie, sia l’accertato comportamento del preteso genitore che abbia trattato come figlio la persona a cui favore si chiede la dichiarazione di paternità (cd. “tractatus”), sia la manifestazione esterna di tale rapporto nelle relazioni sociali (cd. “fama”), sia, infine, le risultanze di una consulenza immuno-ematologica eseguita su campioni biologici di stretti parenti (nella specie, madre e fratello) del preteso genitore.

Nel giudizio diretto ad ottenere una sentenza dichiarativa della paternità naturale, l’acquisizione e l’utilizzazione, ai fini della formazione del convincimento del giudice, di una consulenza immunologica espletata da un esperto al di fuori del processo, ma su concorde richiesta delle parti, non possono essere denunciate sotto il profilo della violazione del principio del contraddittorio, la cui assenza nella fase di formazione della consulenza stragiudiziale è ad essa consustanziale, realizzandosi solo nel successivo giudizio, nel cui ambito ne è possibile l’acquisizione secondo la disciplina della prova documentale, salva, comunque, la possibilità per il giudice di porre a fondamento della decisione una perizia stragiudiziale, anche se contestata dalla controparte, purché fornisca adeguata motivazione della sua valutazione.

Nel giudizio diretto ad ottenere una sentenza dichiarativa della paternità naturale, nel caso in cui sia stata acquisita una consulenza sul DNA, espletata da un esperto al di fuori del processo su concorde richiesta delle parti, il giudice, ove non siano allegate specifiche ragioni tecniche e scientifiche, non è obbligato a disporre una consulenza tecnica di ufficio per il solo fatto della natura stragiudiziale della perizia acquisita.

Nel giudizio diretto ad ottenere una sentenza dichiarativa della paternità naturale, non incorre nel vizio di carenza di motivazione la sentenza che recepisca, anche “per relationem”, le conclusioni della relazione di consulenza tecnica d’ufficio, avente ad oggetto le indagini ematologiche ed immunogenetiche sul DNA (che può assumere, nonostante la valenza esclusivamente probabilistica delle relative valutazioni, la funzione di mezzo obiettivo di prova, avente margini di sicurezza elevatissimi, alla luce degli approdi scientifici ormai condivisi), dovendosi ritenere che il giudice, salvo il caso in cui siano mosse precise censure (anche contenute in consulenze tecniche di parte), a cui è tenuto a rispondere, possa limitarsi ad un mero richiamo adesivo al parere espresso dal consulente d’ufficio.

1)DNA RIFIUTO Se il padre si rifiuta di fare l’esame del dna  per accertamento della paternita’ vi puo’ esser euna legittima presunzione di paternita’ .

Cosa vuol dire?

2)DNA RIFIUTO :Che il semplice manifesto intento di non fare esame del dna appare elemento presuntivo della paternita’ !!

3)Quindi attenzione non è evitando il dna  che si rioslve la questione ma nel caso di controversie solo l’esito negativo del dna lo risolve

4)Esso, da una parte, formula una critica diretta della valutazione del quadro probatorio, che sfugge al sindacato di legittimità ed è prerogativa esclusiva del giudice del merito, e, dall’altra, non offre alcun argomento per mutare l’orientamento giurisprudenziale (cfr. tra le altre Cass. 24/7/2012 n. 12971; 25/3/2015 n. 6025; 3479 del 2016; 18626 2017), al quale si è attenuta l’impugnata sentenza, secondo cui il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice, ex art. 116 c.p.c., comma 2, di così elevato valore indiziario da poter da solo consentire la dimostrazione della fondatezza della domanda.

 

5)REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA CIVILE SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –
Dott. SAMBITO Maria Giovanna Concetta – rel. Consigliere – Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –
Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –
Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

ha pronunciato la seguente: ORDINANZA

sul ricorso 25802/2016 proposto da:
C.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA POMPEO MAGNO 3, presso lo studio dell’avvocato SAVERIO GIANNI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato MAURO FRIGERIO;
– ricorrente –
contro
F.Q.D.V.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA OTRANTO 36, presso lo studio dell’avvocato MARIO MASSANO, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati FRANCESCA POGGI, FRANCESCO POGGI;

– controricorrente –
avverso la sentenza n. 749/2016 della CORTE D’APPELLO di GENOVA, depositata il 06/07/2016;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 19/04/2018 dal Consigliere Dott. MARIA GIOVANNA C. SAMBITO.
Svolgimento del processo
Con sentenza in data 6.7.2016, la Corte d’Appello di Genova ha confermato la decisione con la quale il Tribunale di Genova ha dichiarato che C.L. è padre di F.Q.D.V.L.. Per la cassazione della sentenza, ha proposto ricorso il C., sulla base di un motivo, con cui denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 269, 116 e 118 c.p.c., resistito con controricorso da F.Q.D.V.L..
Motivi della decisione
1. Il Collegio ha autorizzato la redazione della motivazione in forma semplificata.
2. La sentenza si fonda sull’incontroversa relazione sentimentale e di convivenza del ricorrente con la madre della resistente nell’epoca presunta del concepimento, sulla deposizione del teste G. (annuncio della nascita della piccola L.), sull’accompagnamento della gestante alle visite ospedaliere; sulla donazione (poi rifiutata) di una parure e di una medaglietta alla bambina; sull’esistenza di fotografie che ritraggono le parti insieme, quando la controricorrente era piccolina, sulla partecipazione del ricorrente ad una festa di compleanno di L., e sul rifiuto da lui opposto a sottoporsi ad esami ematologici.
3. Il motivo, con cui si svalutano gli elementi fattuali desunti dalle deposizioni e si esclude la rilevanza al rifiuto del preteso padre di sottoporsi all’esame del DNA, è inammissibile. Esso, da una parte, formula una critica diretta della valutazione del quadro probatorio, che sfugge al sindacato di legittimità ed è prerogativa esclusiva del giudice del merito, e, dall’altra, non offre alcun argomento per mutare l’orientamento

giurisprudenziale (cfr. tra le altre Cass. 24/7/2012 n. 12971; 25/3/2015 n. 6025; 3479 del 2016; 18626 2017), al quale si è attenuta l’impugnata sentenza, secondo cui il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice, ex art. 116 c.p.c., comma 2, di così elevato valore indiziario da poter da solo consentire la dimostrazione della fondatezza della domanda.

  1. Quanto al dubbio di costituzionalità del combinato disposto dell’art. 269 c.c., e artt. 116 e 118 c.p.c., ove interpretato nel senso della possibilità di dedurre argomenti di prova dal rifiuto del preteso padre di sottoporsi a prelievi ematici al fine dell’espletamento dell’esame del DNA, il ricorrente si limita a richiamare plurimi parametri normativi (artt. 2, 3, 13, 15, 24, 30, 31 e 32 Cost.), senza farsi carico in alcun modo di illustrare le ragioni idonee ad indurre ad un ripensamento circa la manifesta infondatezza della questione di costituzionalità, già affermata in riferimento agli artt. 13, 15, 24, 30 e 32 Cost., da questa Corte (Cass. n. 5116 del 2003; n. 27237 del 2008; n. 6025 del 2015), che ha evidenziato come dall’art. 269 c.c., non derivi alcuna restrizione della libertà personale, avendo il soggetto piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi, mentre il trarre argomenti di prova dai comportamenti della parte costituisce applicazione del principio della libera valutazione della prova da parte del giudice, senza che ne resti pregiudicato il diritto di difesa, e, inoltre, il rifiuto aprioristico della parte di sottoporsi ai prelievi non può ritenersi giustificato nemmeno con esigenze di tutela della riservatezza, tenuto conto sia del fatto che l’uso dei dati nell’ambito del giudizio non può che essere rivolto a fini di giustizia, sia del fatto che il sanitario chiamato dal giudice a compiere l’accertamento è tenuto tanto al segreto professionale che al rispetto della L. 31 dicembre 1996, n. 675. Il dubbio di costituzionalità delle menzionate disposizioni risulta totalmente criptico in riferimento ai parametri di cui agli artt. 2 e 31 Cost., che tutelano, rispettivamente, i diritti inviolabili dell’uomo, richiedendogli, al contempo, l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, e la famiglia, con particolare riguardo a quelle numerose, proteggendo la maternità l’infanzia e la gioventù, e favorendo gli istituti necessari a tale scopo.
  2. La statuizione d’inammissibilità del motivo, come ha eccepito la controricorrente, consegue al principio, stabilito da Cass. S.U. 21/3/2017 n. 7155, che, rimeditando il precedente indirizzo (Cass. SU n. 19051 del 2010)i attribuisce alla disposizione di cui all’art. 360 bis c.p.c., la funzione di “filtro d’ammissibilità”.
  3. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 5.100,00, di cui Euro 100,00 per spese, oltre a spese generali e ad accessori come per legge. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del

D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dell’art. 13, comma 1 bis, dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, il 19 aprile 2018. Depositato in Cancelleria il 5 giugno 2018

BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO PRATICHE RICONOSCIMENTO PATERNITA’

Nell’avviare l’esposizione delle ragioni che fondano la formulata decisione, appare opportuno ricordare che, secondo la giurisprudenza della Corte, la verifica della condizioni ostative al riconoscimento di una decisione adottata in uno Stato membro all’interno di altro Stato dell’Unione Europea ha spazio delimitato all’area concernente il rispetto delle “garanzie fondamentali”, secondo i termini previsti dagli appositi regolamenti comunitari (e così, in particolare, dall’art. 34 reg. n. 44/2001; non diverso, per questi temi, è l’art. 45 del successivo regolamento n. 1215/2012). Per questa prospettiva generale, tra le altre si vedano la recente pronuncia di Cass., 18 luglio 2019, n. 19453, nonchè quella di Cass., 18 luglio 2013, n. 17463, relativa proprio a un caso di riconoscimento di paternità.

In quest’ambito, del rispetto delle “garanzie fondamentali”, il giudice domestico deve in specie verificare se siano stati rispettati i “principi fondamentali dell’ordinamento italiano, anche relativi al procedimento formativo della decisione, posti a garanzia del diritto di agire e resistere in giudizio e del contraddittorio”: la nozione di ordine pubblico processuale – come figura anche concettualmente distinta da quella di ordine pubblico sostanziale – così concentrandosi sul tema dei “diritti essenziali della difesa rispetto all’intero processo” (cfr., in particolare Cass., 3 settembre 2015, n. 17519; Cass., 9 maggio 2013, n. 11021; Cass., 18 gennaio 2017, n. 1239; in questa direzione è consueto, poi, esplicitare l’implicazione che – fermata l’idea del “diritto essenziale” – “non è ravvisabile una violazione del diritto di difesa ogni volta in cui venga riscontrata l’inosservanza di una disposizione della legge processuale straniera”: Cass., n. 17519/2015).

12.- Scendendo adesso alla tematica specificamente attinente alla fattispecie concretamente in esame, si deve osservare come non sia però da condividere l’opinione del ricorrente, che ravvisa una violazione dell’ordine pubblico nel mero fatto – in sè stesso assunto del mancato espletamento dell’esame del DNA, pur nella dichiarata disponibilità al riguardo del convenuto F. (cfr. sopra, n. 9 secondo capoverso).

Il rilievo non segue, naturalmente, a una sorta di “diffidenza” verso questo strumento probatorio o, comunque, a un mancato, o insufficiente, apprezzamento della sua utilità, che invece è da stimare senz’altro peculiare.

In realtà, l’elevata significatività probatoria dell’esame del DNA è stata più volte sottolineata dalla giurisprudenza di questa Corte. Soprattutto in sede di valutazione del rifiuto del preteso padre a sottoporsi al detto test, rifiuto che è stato ritenuto di “così elevato valore indiziario” da potere “consentire, esso solo, di ritenere fondata la domanda” (cfr. la recente pronuncia di Cass., 8 novembre 2019, n. 28886; ma nella stessa direzione v., tra le altre, Cass., 14 novembre 2008 n. 27237 e prima ancora Cass., 3 aprile 2002, n. 5116, ove pure richiami di precedente giurisprudenza conforme). Ma anche rilevando in positivo che la perizia ematologica è strumento rivolto verso “l’unica indagine decisiva in ordine all’accertamento della verità del rapporto di filiazione”, sì che la sua richiesta “non può comunque essere ritenuta esplorativa” (così, in particolare, la pronuncia di Cass., 12 novembre 2015, n. 23290).

Il punto è, piuttosto, che questo strumento probatorio si inscrive, non diversamente da ogni altra prova (tipica o atipica), in un sistema che pone al proprio epicentro – come correttamente rilevato dalla Corte napoletana – il principio del libero convincimento del giudice di cui all’art. 116 c.p.c. (cfr., tra le pronunce più recenti, Cass., 10 novembre 2020, n. 25162; Cass., 25 febbraio 2019, n. 5409). Come non manca di offrire riprova la constatazione che è proprio sulla base di detto principio che la giurisprudenza della Corte ricava l’appena segnalata vis probatoria del rifiuto del preteso padre a sottoporsi al test del DNA (cfr., sul punto, Cass., 5 giugno 2018, n. 14458).

Nulla in principio esclude, d’altro canto, che la prova della paternità naturale possa anche seguire percorsi del tutto diversi da quelli tracciati – in negativo, come in positivo – dall’esame del DNA (sul punto v. la fattispecie esaminata da Cass., 13 marzo 2019, n. 7197; in materia, v. altresì Cass. 2015, n. 6025, riguardo al caso in cui tutti gli eredi legittimi del preteso padre si erano rifiutati di sottoporsi al test; sul tema del rapporto, logicamente complesso, tra la disposizione del comma 2 e quella del comma 4 dell’art. 269 c.c. cfr., poi, la già citata sentenza di Cass., n. 5116/2002).

13.- Merita condivisione, invece, l’altra censura che il ricorrente ha esposto nell’ambito del secondo motivo di ricorso, come attinente alla violazione dell’ordine pubblico processuale (cfr. sopra, nel n. 9, terzo capoverso).

In effetti, la Corte napoletana non ha considerato che, nella specie, la prova della paternità a mezzo DNA era ormai entrata – a seguito della richiesta di rogatoria formulata in proposito dal giudice di Tarnow – a fare parte del processo che si stava celebrando (sopra, n. 8, secondo capoverso).

La decisione della Corte napoletana non ha considerato, altresì, che il convenuto F. si era dichiarato disponibile all’effettuazione del detto test e neppure che l’ordinanza del Tribunale di Nola del marzo 2007 aveva un contenuto di segno dichiaratamente interlocutorio (cfr. sopra, in fine del terzo capoverso del n. 8): nei fatti, la prova, di cui all’esame del DNA, risultava in corso di espletamento.

Posta questa prospettiva informante, non si giustifica – proprio dal punto di vista delle “fondamentali garanzie” che vanno riconosciute al diritto di difesa del convenuto F. – la rottura della consecuzione processuale, l'”interruzione” della prova, che è stata nel concreto determinata dalla decisione del giudice polacco (cfr. sopra, l’ultimo capoverso del n. 8).

Ancora meno una simile rottura potrebbe, d’altra parte, risultare in qualche modo giustificata, posto che, nel concreto del suo compimento, la stessa è stata effettuata in assenza di alcuna comunicazione rivolta all’attuale ricorrente; e pure in assenza della proposizione di alcuna motivazione a supporto (nè nel corpo della sentenza poi emessa, nè in altro e separato atto).

Ora, è vero che, nel nostro vigente sistema, il giudice può pure provvedere con il “revocare” una già stabilita ammissione di prove. Ciò, tuttavia, prima dell’inizio del loro espletamento, con provvedimento ad hoc e a condizione, soprattutto, che la “revoca”, che così venga disposta, risulti “razionale e giustificata e pertanto venga adeguatamente motivata, per ogni riscontro, nella sentenza di merito” (cfr. Cass., 17 aprile 2009, n. 9234).

E ciò ancor più deve venire a valere ove la prova revocata possegga la rilevanza che si è visto essere propria dell’esame del DNA (cfr. sopra, nel n. 12, il terzo capoverso): quale prova fortemente indirizzante, in sè stessa, la formazione della decisione del giudice (cfr. sopra, nell’ultimo capoverso del n. 11).

14.- Il secondo motivo di ricorso va dunque accolto in parte qua, sulla scorta del seguente principio di diritto:

“in tema di esecutività della sentenza straniera, integra una violazione del diritto alla prova della parte, tenuta agli obblighi seguenti alla sentenza di cui viene richiesta l’esecutività, e così pure dell’ordine pubblico processuale, la decisione del giudice straniero che, in relazione a un rilevante bene della vita (quale l’accertamento della paternità naturale), si basa su una motivazione apodittica, resa dopo avere dapprima disposto d’ufficio e poi immotivatamente revocato l’ammissione della prova del DNA, pur in presenza di dichiarata disponibilità all’esame da parte del preteso padre, così emergendo l’irrazionalità dell’interruzione del procedimento formativo di una prova avente particolare valore dimostrativo”.

Cassazione civile, sez. I, 26 Febbraio 2021, n. 5327. Pres. Genovese. Est. Dolmetta.

Esecutività di sentenza straniera – Paternità naturale – Accertamento – Motivazione – Ammissione e poi revoca della prova del DNA – Violazione del diritto alla prova della parte

In tema di esecutività della sentenza straniera, integra una violazione del diritto alla prova della parte, tenuta agli obblighi seguenti alla sentenza di cui viene richiesta l’esecutività, e così pure dell’ordine pubblico processuale, la decisione del giudice straniero che, in relazione a un rilevante bene della vita (quale l’accertamento della paternità naturale), si basa su una motivazione apodittica, resa dopo avere dapprima disposto d’ufficio e poi immotivatamente revocato l’ammissione della prova del DNA, pur in presenza di dichiarata disponibilità all’esame da parte del preteso padre, così emergendo l’irrazionalità dell’interruzione del procedimento formativo di una prova avente particolare valore dimostrativo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Fatti

1.- Il Ministero dell’Interno, quale istituzione intermediaria per l’applicazione della Convenzione di New York del 20 giugno 1956 e per il Regolamento CE n. 44/2001, ha chiesto il riconoscimento dell’efficacia della sentenza del Tribunale circoscrizionale di Tarnow (Polonia) del 26 giugno 2007, che ha accertato il legame di paternità tra A.B. e W.T.M. (nato nel 1988 da W.B.J.) e stabilito l’obbligo del primo alla corresponsione, a titolo alimentare, di una determinata somma mensile a favore del secondo.

2.- Con decreto pubblicato in data 25 settembre 2017, la Corte di Appello di Napoli ha disposto l’esecutività del provvedimento stabilito dal giudice polacco.

3.- A.B. ha impugnato il decreto della Corte napoletana, con ricorso proposto ai sensi dell’art. 702 bis c.p.c..

Con ordinanza emessa in 7 dicembre 2018, la Corte di Appello di Napoli ha rigettato il reclamo.

4.- Per quanto può ancora venire qui in interesse, la Corte territoriale – premesso che l'”exequatur della sentenza straniera può essere negato solo se ricorre una delle condizioni di cui agli artt. 34 e 35 Regolamento CE n. 44/2001″ – ha rilevato che nella specie non risultavano violati i punti n. 1 e n. 2 dell’art. 34, come per contro lamentato dal reclamante.

“La presunta violazione dell’ordine pubblico consisterebbe” – così ha osservato il giudice – “nell’avere il Tribunale polacco deciso la causa sulla paternità biologica del minore senza effettuare il test del DNA. Il motivo è del tutto privo di pregio in quanto il principio di ordine pubblico in materia processual-civilistica è quello che il giudice deve arrivare alla decisione attraverso il suo libero convincimento, attraverso l’utilizzo di prove tipiche, prove atipiche e la valutazione del complessivo comportamento delle parti (artt. 112- 118 c.p.c.) con il solo vincolante limite della corretta ed esaustiva, sia pur concisa, motivazione (art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4)”. “Non esistono quindi nel nostro ordinamento prove che debbano essere obbligatoriamente assunte; pertanto, l’avere deciso la causa sulla base di prove testimoniali e valutando il comportamento processuale del convenuto non costituisce certamente violazione di ordine pubblico italiano”.

“Non vi è dubbio poi” – si è soggiunto ancora – “che neppure il diritto di difesa sia stato nel caso di specie violato. Il F. ha avuto tempestiva notizia dell’inizio del giudizio, come pacificamente ammesso nello stesso atto di reclamo; si è regolarmente costituito nel procedimento per rogatoria avanti al Tribunale di Nola, fase processuale che, come risulta dalla attestazione di cancelleria del 2 ottobre 2018, si è regolarmente conclusa con la spedizione in Polonia degli esiti della rogatoria in data 20 marzo 2017; il F. ha ricevuto la notifica della sentenza, come da lui stesso ammesso nell’atto di appello, per cui nessun diritto è stato violato”.

5.- Avverso questo provvedimento A.B. propone ricorso, affidandolo a tre motivi di cassazione.

Resiste con controricorso il Ministero.

Il Procuratore generale presso la Corte di Appello di Napoli è rimasto intimato.

6.- Il ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Motivi

7.- I motivi di ricorso sono stati intestati nei termini che qui di seguito vengono riportati.

Primo motivo: “violazione e falsa applicazione del Reg. CE n. 1206/2001, con particolare riferimento agli artt. 14, 16 e 18 e agli artt. 204 e 205 c.p.c. – omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

Secondo motivo: “violazione e falsa applicazione dell’art. 34, n. 1 Reg. CE n. 44/2001, in rapporto all’art. 3,24 e 111 Cost., nonchè all’art. 6 e 8 CEDU, e dell’art. 47Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, con riferimento all’art. 269 c.p.c., comma 4 omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

Terzo motivo: “violazione e falsa applicazione dell’art. 34 n. 2 Reg n. 44/2001, in rapporto all’art. 3,24 e 111 Cost., nonchè all’art. 6 CEDU, e dell’art. 47Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

8.- I motivi, che vengono sviluppati nel ricorso, si richiamano tutti alle modalità che nel concreto hanno contrassegnato lo svolgimento del processo celebratosi in Polonia e concluso dalla sentenza del Tribunale di Tarnow con il riconoscimento della paternità naturale.

A questo proposito viene segnalato, in particolare, che il Tribunale polacco – non essendosi presentato A.B. all’udienza di comparizione parti (in ragione, si assume, dell’eccessiva, e contra legem, brevità del termine corso dalla notifica della citazione) – ha stabilito di delegare, con provvedimento del maggio 2003, il Tribunale di Noia all'”esecuzione dell’interrogatorio formale deferito al convenuto, nonchè, in caso di mancato riconoscimento della paternità da parte del convenuto, al conferimento dell’incarico al consulente tecnico d’ufficio” per provvedere a taluni esami ematologici.

Si riscontra, altresì, che nello svolgimento di questi compiti il Tribunale campano ha ricevuto un’istanza del CTU, all’uopo nominato, in cui veniva evidenziato, da un lato, la “difficoltà di riscuotere l’anticipo concessogli, posto provvisoriamente a carico di parte attrice”; dall’altro, “l’impossibilità di effettuare l’esame del sangue come richiesto dall’ordinanza del Tribunale di Tarnow, in quanto… sono esami che risultano obsoleti e non corrispondenti agli esami del sangue attualmente utilizzati in Italia per il riconoscimento di paternità”. Al che il Tribunale di Nola – ritenuto “necessario che l’Autorità delegante dia direttive precise in ordine all’esame ematologico da effettuare” e disposto il “deposito a cura della parte interessata” delle somme occorrenti per le spese dell’esame – ha con ordinanza datata 6 marzo 2007 disposto di “trasmettersi il presente procedimento all’Autorità giudiziaria richiedente per gli ulteriori provvedimenti che riterrà di adottare, in ordine alle indagini tecniche da effettuarsi e da delegare al perito nominato”.

Senza ulteriori passi intermedi – si riferisce ancora -, a quest’ordinanza ha fatto poi seguito la sentenza di riconoscimento emessa dal Tribunale polacco nel giugno del 2007. Di questa pronuncia – pure si dichiara – il ricorrente ha ricevuto notizia solo nel corso del 2011 e da parte della Prefettura di Napoli, che lo aveva convocato per il recupero delle somme al cui versamento in favore di W.T.M. è stato condannato.

9.- Rispetto a queste vicende, dunque, il ricorrente sostiene che la Corte di Appello abbia mal giudicato. Non è vero, in specie, che le stesse non vengano a comportare delle violazioni del principio di ordine pubblico, secondo quanto invece stimato dal provvedimento del giudice napoletano.

La sentenza del Tribunale di Tarnow ha apertamente violato – sotto il profilo dell’ordine pubblico sostanziale – il principio del favor veritatis.

Il giudice dell’exequatur non ha apprezzato, come per contro avrebbe dovuto, che la decisione del riconoscimento, compiuta dal Tribunale polacco, è stata basata sulle sole dichiarazioni della madre, W.B.; e ciò pur in presenza di quelle – di opposto segno – rese da A.B.. Non ha tenuto conto, soprattutto, del fatto che, “sebbene fosse stato richiesto e disposto l’esame del DNA, questo di fatto è stato negato… pur nella consapevolezza che, in casi come quelli in esame, il DNA è senz’alcun dubbio la prova regina” e pure nella consapevolezza che F. era disposto a sottoporsi all’esame. Con la compromissione, in definitiva, del principio base dell’effettivo perseguimento della verità biologica.

Sotto il profilo dell’ordine pubblico processuale, poi, la Corte napoletana non si è avveduta che il procedimento tenutosi in Polonia ha violato il diritto di A.B. “alla difesa in un processo necessariamente equo e aperto all’ingresso e alla raccolta delle prove”. Il giudice polacco “ha pregiudicato in modo definitivo le aspettative del convenuto a dare ingresso nel processo… all’unica vera prova che poteva assicurare certezza sull’esito del riconoscimento della paternità”; non meno ha “ostacolato il diritto del convenuto a difendersi nel corso del processo, negando a quest’ultimo il diritto alla prova, vale a dire, nel caso specifico, agli esami del DNA, prima richiesti e poi disattesi dallo stesso giudice, che ha pronunciato la sentenza”.

A fianco di questa serie di censure – che si trovano raccolte nell’ampio contesto del secondo motivo – il ricorrente aggiunge, nel primo motivo, che il procedimento di cui alla rogatoria è stato viziato da più violazioni della normativa comunitaria in ordine all’assunzione di prove (in specie, si sottolinea che il giudice polacco non ha provveduto in punto di anticipo delle spese occorrenti per lo svolgimento della perizia ematologica) e pure circa lo sviluppo successivo della causa (non è stata comunicata la data dell’udienza di discussione).

Aggiunge ancora, nel terzo motivo, che l’intero procedimento avanti al giudice polacco risultava in realtà viziato, posto “non erano stati rispettati i termini a comparire previsti dalla stessa legislazione polacca”; e che, inoltre, l’attuale ricorrente non era stato messo nella condizione di potere impugnare il provvedimento, in ragione del fatto che non gli era stata notificata la sentenza di riconoscimento.

10.- Il ricorso è fondato, secondo i termini che qui di seguito si vengono a illustrare.

11.- Nell’avviare l’esposizione delle ragioni che fondano la formulata decisione, appare opportuno ricordare che, secondo la giurisprudenza della Corte, la verifica della condizioni ostative al riconoscimento di una decisione adottata in uno Stato membro all’interno di altro Stato dell’Unione Europea ha spazio delimitato all’area concernente il rispetto delle “garanzie fondamentali”, secondo i termini previsti dagli appositi regolamenti comunitari (e così, in particolare, dall’art. 34 reg. n. 44/2001; non diverso, per questi temi, è l’art. 45 del successivo regolamento n. 1215/2012). Per questa prospettiva generale, tra le altre si vedano la recente pronuncia di Cass., 18 luglio 2019, n. 19453, nonchè quella di Cass., 18 luglio 2013, n. 17463, relativa proprio a un caso di riconoscimento di paternità.

In quest’ambito, del rispetto delle “garanzie fondamentali”, il giudice domestico deve in specie verificare se siano stati rispettati i “principi fondamentali dell’ordinamento italiano, anche relativi al procedimento formativo della decisione, posti a garanzia del diritto di agire e resistere in giudizio e del contraddittorio”: la nozione di ordine pubblico processuale – come figura anche concettualmente distinta da quella di ordine pubblico sostanziale – così concentrandosi sul tema dei “diritti essenziali della difesa rispetto all’intero processo” (cfr., in particolare Cass., 3 settembre 2015, n. 17519; Cass., 9 maggio 2013, n. 11021; Cass., 18 gennaio 2017, n. 1239; in questa direzione è consueto, poi, esplicitare l’implicazione che – fermata l’idea del “diritto essenziale” – “non è ravvisabile una violazione del diritto di difesa ogni volta in cui venga riscontrata l’inosservanza di una disposizione della legge processuale straniera”: Cass., n. 17519/2015).

12.- Scendendo adesso alla tematica specificamente attinente alla fattispecie concretamente in esame, si deve osservare come non sia però da condividere l’opinione del ricorrente, che ravvisa una violazione dell’ordine pubblico nel mero fatto – in sè stesso assunto del mancato espletamento dell’esame del DNA, pur nella dichiarata disponibilità al riguardo del convenuto F. (cfr. sopra, n. 9 secondo capoverso).

Il rilievo non segue, naturalmente, a una sorta di “diffidenza” verso questo strumento probatorio o, comunque, a un mancato, o insufficiente, apprezzamento della sua utilità, che invece è da stimare senz’altro peculiare.

In realtà, l’elevata significatività probatoria dell’esame del DNA è stata più volte sottolineata dalla giurisprudenza di questa Corte. Soprattutto in sede di valutazione del rifiuto del preteso padre a sottoporsi al detto test, rifiuto che è stato ritenuto di “così elevato valore indiziario” da potere “consentire, esso solo, di ritenere fondata la domanda” (cfr. la recente pronuncia di Cass., 8 novembre 2019, n. 28886; ma nella stessa direzione v., tra le altre, Cass., 14 novembre 2008 n. 27237 e prima ancora Cass., 3 aprile 2002, n. 5116, ove pure richiami di precedente giurisprudenza conforme). Ma anche rilevando in positivo che la perizia ematologica è strumento rivolto verso “l’unica indagine decisiva in ordine all’accertamento della verità del rapporto di filiazione”, sì che la sua richiesta “non può comunque essere ritenuta esplorativa” (così, in particolare, la pronuncia di Cass., 12 novembre 2015, n. 23290).

Il punto è, piuttosto, che questo strumento probatorio si inscrive, non diversamente da ogni altra prova (tipica o atipica), in un sistema che pone al proprio epicentro – come correttamente rilevato dalla Corte napoletana – il principio del libero convincimento del giudice di cui all’art. 116 c.p.c. (cfr., tra le pronunce più recenti, Cass., 10 novembre 2020, n. 25162; Cass., 25 febbraio 2019, n. 5409). Come non manca di offrire riprova la constatazione che è proprio sulla base di detto principio che la giurisprudenza della Corte ricava l’appena segnalata vis probatoria del rifiuto del preteso padre a sottoporsi al test del DNA (cfr., sul punto, Cass., 5 giugno 2018, n. 14458).

Nulla in principio esclude, d’altro canto, che la prova della paternità naturale possa anche seguire percorsi del tutto diversi da quelli tracciati – in negativo, come in positivo – dall’esame del DNA (sul punto v. la fattispecie esaminata da Cass., 13 marzo 2019, n. 7197; in materia, v. altresì Cass. 2015, n. 6025, riguardo al caso in cui tutti gli eredi legittimi del preteso padre si erano rifiutati di sottoporsi al test; sul tema del rapporto, logicamente complesso, tra la disposizione del comma 2 e quella del comma 4 dell’art. 269 c.c. cfr., poi, la già citata sentenza di Cass., n. 5116/2002).

13.- Merita condivisione, invece, l’altra censura che il ricorrente ha esposto nell’ambito del secondo motivo di ricorso, come attinente alla violazione dell’ordine pubblico processuale (cfr. sopra, nel n. 9, terzo capoverso).

In effetti, la Corte napoletana non ha considerato che, nella specie, la prova della paternità a mezzo DNA era ormai entrata – a seguito della richiesta di rogatoria formulata in proposito dal giudice di Tarnow – a fare parte del processo che si stava celebrando (sopra, n. 8, secondo capoverso).

La decisione della Corte napoletana non ha considerato, altresì, che il convenuto F. si era dichiarato disponibile all’effettuazione del detto test e neppure che l’ordinanza del Tribunale di Nola del marzo 2007 aveva un contenuto di segno dichiaratamente interlocutorio (cfr. sopra, in fine del terzo capoverso del n. 8): nei fatti, la prova, di cui all’esame del DNA, risultava in corso di espletamento.

Posta questa prospettiva informante, non si giustifica – proprio dal punto di vista delle “fondamentali garanzie” che vanno riconosciute al diritto di difesa del convenuto F. – la rottura della consecuzione processuale, l'”interruzione” della prova, che è stata nel concreto determinata dalla decisione del giudice polacco (cfr. sopra, l’ultimo capoverso del n. 8).

Ancora meno una simile rottura potrebbe, d’altra parte, risultare in qualche modo giustificata, posto che, nel concreto del suo compimento, la stessa è stata effettuata in assenza di alcuna comunicazione rivolta all’attuale ricorrente; e pure in assenza della proposizione di alcuna motivazione a supporto (nè nel corpo della sentenza poi emessa, nè in altro e separato atto).

Ora, è vero che, nel nostro vigente sistema, il giudice può pure provvedere con il “revocare” una già stabilita ammissione di prove. Ciò, tuttavia, prima dell’inizio del loro espletamento, con provvedimento ad hoc e a condizione, soprattutto, che la “revoca”, che così venga disposta, risulti “razionale e giustificata e pertanto venga adeguatamente motivata, per ogni riscontro, nella sentenza di merito” (cfr. Cass., 17 aprile 2009, n. 9234).

E ciò ancor più deve venire a valere ove la prova revocata possegga la rilevanza che si è visto essere propria dell’esame del DNA (cfr. sopra, nel n. 12, il terzo capoverso): quale prova fortemente indirizzante, in sè stessa, la formazione della decisione del giudice (cfr. sopra, nell’ultimo capoverso del n. 11).

14.- Il secondo motivo di ricorso va dunque accolto in parte qua, sulla scorta del seguente principio di diritto:

“in tema di esecutività della sentenza straniera, integra una violazione del diritto alla prova della parte, tenuta agli obblighi seguenti alla sentenza di cui viene richiesta l’esecutività, e così pure dell’ordine pubblico processuale, la decisione del giudice straniero che, in relazione a un rilevante bene della vita (quale l’accertamento della paternità naturale), si basa su una motivazione apodittica, resa dopo avere dapprima disposto d’ufficio e poi immotivatamente revocato l’ammissione della prova del DNA, pur in presenza di dichiarata disponibilità all’esame da parte del preteso padre, così emergendo l’irrazionalità dell’interruzione del procedimento formativo di una prova avente particolare valore dimostrativo”.

15.- L’accoglimento, per la parte indicata (nel n. 13), del secondo motivo di ricorso comporta assorbimento del primo e del secondo motivo del medesimo.

16.- All’accoglimento del ricorso consegue la cassazione della ordinanza impugnata. La cassazione va disposta senza rinvio, per le ragioni ampiamente esposte nella parte motivazionale, che precede, dovendosi altresì respingere la richiesta di dare esecutività al provvedimento del Tribunale di Tarnow, che è stata promossa dal Ministero dell’Interno.

17.- In ragione delle forti peculiarità delle questioni rappresentate dalla fattispecie concreta, il Collegio ritiene di compensare le spese relative allo svolgimento di tutti i precedenti giudizi.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa l’ordinanza impugnata e respinge la richiesta di dare esecutività alla sentenza emessa dal Tribunale di Tarnow (Polonia) in data 26 giugno 2007. Compensa le spese relative al giudizio, anche con riferimento a quelle inerenti ai precedenti gradi del medesimo.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Prima Sezione civile, il 18 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 febbraio 2021.

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obbligazioni e contratti consulenza legale  Bologna

Il diritto civile è una branca del diritto privato che include tutte le sopracitate tematiche ed ogni suo caso viene generalmente affrontato con un colloquio preliminare per definire la strategia da adottare.

Esperienza e professionalità sono quaotidinamente al servizio della nostra clientela per garantire consulenze legali e servizio di assistenza legale.

Affidatevi alla nostra professionalità!

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Consulenza Legale Bologna separazioni e divorzi  Se recuperare il rapporto non è più possibile, puoi tornare a vivere con serenità e superare le difficoltà di questo momento affidandoti ad un professionista esperto in divorzi.

Devi sapere che recentemente la legge in Italia è cambiata ed è stato introdotto il divorzio breve, grazie al quale non è più necessario lasciar trascorrere tre anni dal momento della decisione di separarsi, prima di rendere ufficiale la separazione.

Nel successivo corso delle attività, e durante l’iter della pratica, sia che si tratti di attività stragiudiziali, sia che si tratti di una controversia giudiziale, il cliente viene costantemente informato per iscritto dell’evolversi del caso,

L’esperienza ci ha insegnato che il problema trova una miglior soluzione quanto prima esso viene affrontato, con meticolosità, professionalità e dovizia di particolari.

Ogni cliente viene trattato instaurando con lo stesso un rapporto anzitutto umano e di fiducia reciproca e dando a questo un servizio personalizzato.

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IN MATERIA CONTRATTUALE

 Non si conosce mai bene con chi si tratta e di essere costretti a rivolgersi ad un avvocato e all’Autorità Giudiziaria solo quando è troppo tardi.

Oggi, è fondamentale prevenire invece che curare:

Nella nostra societa’ tutto è diventato complesso ecco che fornisco accurata consulenza legale Bologna dove i raggiri se non anche condotte penalmente rilevanti (truffe, insolvenze fraudolente, bancarotte ecc.)  possono accadere facilmente e dove tutelarsi,

La prevenzione è la prima arma per ridurre i rischi contrattuali.

 

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? RISOLVE!

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Chi si rivolge allo Studio Legale AVVOCATO SERGIO ARMAROLI DI BOLOGNA sa di poter contare su un’assistenza attenta, seria e impegnata.

L’attività svolta prevede un incontro preliminare, durante il quale si ascolta accuratamente il cliente per comprendere la sua problematica e prospettare le possibili vie legali percorribili; successivamente, dopo un’adeguata consulenza e la predisposizione di un preventivo trasparente, si passa alla gestione vera e propria del contenzioso. Costante interazione con il cliente per aiutarlo ad individuare le migliori soluzioni rispetto ai problemi e/o al raggiungimento degli obiettivi sottoposti.
Passione, determinazione, visione strategica, personalità e precisione sono i riferimenti imprescindibili della nostra attività.

Nel corso dell’azione legale intrapresa, gli assistiti vengono costantemente e oggettivamente informati sull’evoluzione della loro vicenda.

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Perché la consulenza legale è importante?

 

Assistenza Assistenza Consulenza legale TOP BUBRIO CastelMaggiore San Pietro In Casale Argelato Funo

è un servizio offerto dallo studio legale Bologna dell’avvocato Sergio Armaroli .

Io credo nell’utilità della consulenza legale .

Con una consulenza legale puoi avere un’idea precisa della situazione o sapere  in anticipo come regolarti o come affrontare un problematica !

Ritengo la consulenza legale  quasi il fulcro dell’attivita’ professionale di un avvocato

E’ scrupolo dello Studio Legale accogliere e ascoltar il cliente con la massima attenzione; approfondito il casosi fornisce  al cliente tutte le informazioni necessarie e, sempre in accordo con il cliente, dopo un parere preliminare, individuano la più corretta soluzione. Descrizione generale:

Il diritto civile è l’insieme di norme giuridiche che regolano i rapporti tra privati e comprende la materia dei contratti, delle obbligazioni, dei diritti reali, delle persone e della famiglia, delle successioni a causa di morte, della responsabilità civile.

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Un codice etico per gli avvocati matrimonialisti

Un codice etico per gli avvocati matrimonialisti
Un codice etico per gli avvocati matrimonialisti

 

CREDIMI LA SOLUZIONE E’ POSSIBILE, BASTA PENSARCI E ACCONTENTARSI DEL GIUSTO

Quando si parla di un avvocato matrimonialista si fa riferimento a un avvocato che esercita in maniera prevalente la propria attività nel campo del diritto di famiglia e dei minori. Negli ultimi tempi si è parlato con insistenza sempre maggiore della possibilità di introdurre, per gli avvocati del ramo, un codice deontologico: a tal proposito, tra gli operatori del settore e gli addetti ai lavori il dibattito è fervido. Il bisogno di un codice etico a cui debba sottostare ogni avvocato matrimonialista è motivato, in primo luogo, dalla delicatezza e dal carattere particolare delle questioni relative ai diritti dei minori.

I diritti dei minori

Proprio il coinvolgimento dei minori rappresenta una condizione che obbliga gli avvocati a mettere in atto precauzioni e atteggiamenti che consentano di salvaguardare l’equilibrio degli stessi, sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista psicologico. Per quanto possibile, è indispensabile che i minori non siano sottoposti a traumi che possono essere ricondotti ai conflitti tra i genitori. Gli avvocati devono avere un approccio tale da consentire loro di acquisire conoscenze che non hanno a che fare unicamente con gli aspetti strettamente giuridici relativi ai fatti, ma anche con il campo della mediazione familiare, quello della pedagogia e quello della psicologia.
Attenzione: questo non significa che un avvocato matrimonialista debba fare le veci di uno psicologo o svolgere il suo lavoro, ma semplicemente vuol dire che deve essere in possesso di competenze che gli permettano di identificare in maniera chiara e sicura le eventuali criticità del caso che sta affrontando, così che possa dare al proprio assistito i consigli più adatti in vista di un percorso che consenta di superare la crisi familiare, o almeno i suoi aspetti più conflittuali. Il tutto rientra nell’obiettivo di tutelare e salvaguardare gli interessi dei minori: ed è noto che la salvaguardia di tali interessi è sempre il più importante e preminente nell’ambito della struttura del diritto di famiglia, non solo a livello italiano ma anche europeo.

La funzione sociale di un avvocato matrimonialista

Rivolgendosi allo studio dell’Avvocato Sergio Armaroli ed entrando in contatto con un professionista del settore qualificato e forte di una lunga esperienza, ci si può rendere conto del fatto che un legale ricopre una funzione sociale molto importante. Il nuovo Codice Deontologico Forense all’articolo 56 stabilisce, a proposito dell’ascolto dei minori, che l’ascolto di un minore non può essere effettuato da un avvocato senza che vi sia il consenso delle persone che esercitano la responsabilità genitoriale, eccezion fatta per le circostanze in cui si palesi un conflitto di interessi.
Nelle controversie di carattere familiare o in materia minorile gli avvocati dei genitori devono evitare qualsiasi tipo di contatto e di colloquio con i figli minori a proposito delle circostanze relative alle controversie stesse. Nei procedimenti penali, invece, gli avvocati difensori sono tenuti a invitare in maniera formale coloro che esercitano la responsabilità genitoriale su un minore se hanno intenzione di conferire con lui, di richiedere delle sue dichiarazioni scritte o di assumere delle informazioni. La violazione dei divieti e dei doveri appena elencati viene punita in maniera grave, con una sanzione disciplinare che prevede una sospensione dall’esercizio dell’attività professionale per un periodo compreso tra i sei e i dodici mesi.

L’ascolto dei minori

Nell’articolo 56 del Codice Deontologico Forense si fa riferimento, dunque, a un tema molto importante, che è quello relativo all’ascolto del minore. Un colloquio tra un minore e l’avvocato di un genitore che è parte nel conflitto può essere non solo pericoloso per il suo equilibrio, ma dannoso anche per il suo sviluppo. Si corre il rischio che le domande che vengono rivolte dal legale rappresentino un mezzo per conferire forza alla tesi difensiva del genitore assistito. Nei casi più gravi può succedere perfino che al minore vengano suggerite le risposte che dovranno essere date in sede di audizione all’organo giudicante. Insomma, in situazioni del genere non solo la serenità dei minori non viene preservata, ma essi finiscono catapultati direttamente dentro le dinamiche conflittuali dei genitori, in realtà che non di rado si dimostrano drammatiche. Non a caso negli ultimi anni i singoli consigli dell’ordine sono stati costretti a intervenire in più di un’occasione per adottare dei provvedimenti sanzionatori molto severi nei confronti di comportamenti ritenuti esecrabili.

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CONTRATTO 1 ACQUISTO 2 vendita casa Bologna  RITENZIONE DELLA CAPARRA

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i rapporti tra azione di risoluzione e di risarcimento integrale da una parte, e azione di recesso e di ritenzione della caparra dall’altro, si pongono in termini di assoluta incompatibilità strutturale e funzionale?

 

ASSOLUTAMENTE SI COME PRECISATO DALLA CASSAZIONE

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Sul punto la Corte si è attenuta alla giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte che con la sentenza n. 553/2009, componendo un contrasto insorto sul punto, ha affermato che: i rapporti tra azione di risoluzione e di risarcimento integrale da una parte, e azione di recesso e di ritenzione della caparra dall’altro, si pongono in termini di assoluta incompatibilità strutturale e funzionale: proposta la domanda di risoluzione volta al riconoscimento del diritto al risarcimento integrale dei danni asseritamente subiti, non può ritenersene consentita la trasformazione in domanda di recesso con ritenzione di caparra perché verrebbe così a vanificarsi la stessa funzione della caparra, quella cioè di consentire una liquidazione anticipata e convenzionale dei danno volta ad evitare l’instaurazione di un giudizio contenzioso, consentendosi inammissibilmente alla parte non inadempiente di “scommettere” puramente e semplicemente sul processo, senza rischi di sorta;

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l’azione di risoluzione avente natura costitutiva e l’azione di recesso si caratterizzano per evidenti disomogeneità morfologiche e funzionali che rendono inammissibile la trasformazione dell’una nell’altra;

i rapporti tra l’azione di risarcimento integrale e l’azione di recesso, isolatamente e astrattamente considerate, sono, a loro volta, di incompatibilità strutturale e funzionale;

 

8.Questa Corte intende confermare i principi espressi dalla sentenza delle sezioni unite dei 2009,non condividendo quanto affermato nella isolata ordinanza di questa Corte n. 24.841 del 2011 dove si afferma che la parte, in sostituzione della domanda adempimento o di risoluzione contrattuale per inadempimento con domanda di risarcimento del danno, può legittimamente invocare (senza incorrere nelle preclusioni derivanti dalla proposizione dei “nova” in sede di gravame) la facoltà di cui all’art. 1385 c.c., comma 2, poiché tale modificazione delle istanze originarie costituisce legittimo esercizio di un perdurante diritto di recesso rispetto alla domanda di adempimento, ed un’istanza di ampiezza più ridotta rispetto all’azione di risoluzione (Cass. Sez. 2, 11-1-1999 n. 186; Sez. 2, 23-9-1994 n. 7644). Tale decisione si fonda su una giurisprudenza di legittimità risalente nel tempo e dei tutto superata dalla decisione delle sezioni unite del 2009 da cui detta ordinanza si discosta senza contrastarne la motivazione con alcun argomento convincente e senza tenere conto dell’ulteriore rilievo che chi ammette una fungibilità tra le azioni lato sensu risarcitorie ignora che ciò si risolverebbe nella indiscriminata e gratuita opportunità di modificare, per ragioni di mera convenienza economica, la strategia processuale iniziale dopo averne sperimentato gli esiti”; dall’altro ancora, soltanto l’esclusione di una inestinguibile fungibilità tra rimedi consente di evitare situazioni di abuso e rende il contraente non inadempiente doverosamente responsabile delle scelte operate, impedendogli di sottrarsi ai risultati che ne conseguono, quando gli stessi non siano corrispondenti alle aspettative che ne hanno dettato la linea difensiva.

1)affidamento figli minorenni in caso di separazione 2)affidamento figli al padre caso di separazione, 3)affidamento figli con genitori non sposati, 4)affidamento esclusivo figli genitori non sposati

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1)affidamento figli minorenni in caso di separazione 2)affidamento figli al padre caso di separazione, 3)affidamento figli con genitori non sposati, 4)affidamento esclusivo figli genitori non sposati
1)affidamento figli minorenni in caso di separazione 2)affidamento figli al padre caso di separazione, 3)affidamento figli con genitori non sposati, 4)affidamento esclusivo figli genitori non sposati

Il tema riguarda i giorni nostri: molte coppie decidono di non sposarsi e convivere, coronando il loro amore con un figlio. Non è escluso che l’amore, anche quello più indissolubile, attraversi delle fasi di contrasto o, peggio, finisca nella separazione. In questo caso, come funziona l’affidamento dei figli?

1)affidamento figli minorenni in caso di separazione 2)affidamento figli al padre caso di separazione, 3)affidamento figli con genitori non sposati, 4)affidamento esclusivo figli genitori non sposati
1)affidamento figli minorenni in caso di separazione 2)affidamento figli al padre caso di separazione, 3)affidamento figli con genitori non sposati, 4)affidamento esclusivo figli genitori non sposati

el quadro della nuova disciplina relativa ai “provvedimenti riguardo ai figli” dei coniugi separati, di cui ai citati artt. 155 e 155 bis, come modificativamente e integrativamente riscritti dalla legge n. 54 del 2006, improntata alla tutela del diritto del minore (già consacrato nella Convenzione di New York del 20 novembre 1989 resa esecutiva in Italia con l. n. 176/1991) alla c.d. “bigenitorialità” (al diritto, cioè, dei figli a continuare ad avere un rapporto equilibrato con il padre e con la madre anche dopo la separazione), l’affidamento “condiviso” (comportante l’esercizio della potestà genitoriale da parte di entrambi ed una condivisione, appunto, delle decisioni di maggior importanza attinenti alla sfera personale e patrimoniale del minore) si pone non più (come nel precedente sistema) come evenienza residuale, bensì come regola; rispetto alla quale costituisce, invece, ora eccezione la soluzione dell’affidamento esclusivo.

Alla regola dell’affidamento condiviso può infatti derogarsi solo ove la sua applicazione risulti “pregiudizievole per l’interesse del minore”.

Non avendo, per altro, il legislatore ritenuto di tipizzare le circostanze ostative all’affidamento condiviso, la loro individuazione resta rimessa alla decisione del Giudice nel caso concreto da adottarsi con “provvedimento motivato”, con riferimento alla peculiarità della fattispecie che giustifichi, in via di eccezione, l’affidamento esclusivo.

L’affidamento condiviso non può ragionevolmente ritenersi comunque precluso, di per sé, dalla mera conflittualità esistente fra i coniugi, poiché avrebbe altrimenti una applicazione, evidentemente, solo residuale, finendo di fatto con il coincidere con il vecchio affidamento congiunto.

Occorre viceversa, perché possa derogarsi alla regola dell’affidamento condiviso, che risulti, nei confronti di uno dei genitori, una sua condizione di manifesta carenza o inidoneità educativa o comunque tale appunto da rendere quell’affidamento in concreto pregiudizievole per il minore (come, nel caso, ad esempio, di una sua anomala condizione di vita, di insanabile contrasto con il figlio, di obiettiva lontananza …).

 

 

Le norme del codice civile che regolano l’affidamento dei figli sono state oggetto di un’ampia riforma da parte della Legge 10/12/2012 n. 219 sulla filiazione naturale e del D.lvo 28/12/2013 n.154, che ha parificato la condizione giuridica di tutti i figli.

Il trattamento dei figli nati nel matrimonio o fuori dal matrimonio è lo stesso sia che i genitori siano sposati, che conviventi o non conviventi.
Quindi, se al momento della separazione della coppia di fatto sono presenti figli che siano ancora minorenni o maggiorenni non autosufficienti, è necessario avviare una pratica di regolazione dell’affido degli stessi.

QUANDO L’AFFIDO ESCLUSIVO?

 

. Si ritiene infatti che la semplice conflittualità non sia di per se ostativa all’affido condiviso ma lo diventa quando il figlio sia perennemente spettatore di conflitti estenuanti tra i genitori e a causa di ciò sia esposto a rischio di sofferenza psichica grave o a problematiche comportamentali. Inoltre è rilevante l’inidoneità alla condivisione dell’esercizio della responsabilità genitoriale quando conduce ad un pregiudizio per il minore (Cass. Civ. n. 16593/2008n. 21591/2012 e n. 12976/2012).

In sostanza, si preferisce l’affidamento esclusivo quando l’affidamento condiviso sia contrario all’interesse del minore.

fronte di un regime legale che impone l’affido condiviso se non in caso di contrasto dello stesso con l’interesse preminente del minore, non emergessero ragioni contrarie tali da giustificare l’affido dei minori alla sola madre. Secondo la Corte di merito la conflittualità esistente fra i due coniugi non può di per sè, nè astrattamente nè con riferimento allo specifico caso in esame, giustificare la deroga dal regime di affido condiviso in quanto lo stesso è stato ritenuto maggiormente idoneo a riequilibrare la condivisione del ruolo genitoriale in favore dell’interesse dei figli minori.

 

Quanto alla frequentazione dei figli con il padre, in caso di pendenza di processo penale per reati commessi contro i minori, occorre dar conto di una recente pronuncia della Cassazione, che presenta delle analogie col caso in questione, dalla quale si è discostato il Tribunale romano.

Cass. civ., Sez. I, Ordinanza, 17/05/2021, n. 13217 (rv. 661393-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Provvedimenti per i figli – In genere – Separazione dei coniugi – Affidamento dei figli minori – Sindrome di alienazione parentale (pas) – Rilevanza ai fini del cd. “super affido” all’altro genitore – Limiti – Fattispecie

In tema di affidamento del figlio di età minore, qualora un genitore denunci i comportamenti dell’altro tesi all’allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una sindrome di alienazione parentale (PAS), nella specie nella forma della sindrome della cd. “madre malevola” (MMS), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova comprese le consulenze tecniche e le presunzioni, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena. (Nella specie la S.C. ha cassato la decisione della corte di merito, che aveva disposto l’affido c.d. “super-esclusivo” al padre, in considerazione della gravità dei comportamenti della madre, trascurando però di valorizzare il suo positivo rapporto con la minore e senza operare una più ampia valutazione circa la possibilità di intraprendere un percorso di effettivo recupero delle capacità genitoriali). (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO VENEZIA, 16/12/2019)

 

Cass. civ., Sez. I, Ordinanza, 09/08/2021, n. 22536 (rv. 662307-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Procedimento – Intervento p.m. – Provvedimenti – In genere – Mantenimento dei figli minori – Affidamento etero-familiare – Poteri del giudice “ex officio” di condanna dei genitori al pagamento di somme in favore del terzo affidatario – Esclusione – Fondamento

Nel giudizio avente ad oggetto la definizione dei rapporti personali e patrimoniali tra i coniugi successivamente al divorzio o alla separazione, nel caso in cui sia disposto il collocamento del minore in affidamento etero familiare presso terzi, il giudice, senza una domanda del soggetto che ne avrebbe interesse, non può pronunciare, d’ufficio, la condanna dei genitori a corrispondere somme a titolo di mantenimento (a copertura delle spese anticipate per l’accoglienza, l’accudimento e l’educazione in ambiente comunitario) a favore di detti terzi (nella specie i servizi sociali di un Comune) atteso che l’obbligo di mantenimento del figlio minore gravante su ciascun genitore si configura in termini di rimborso della quota dovuta da uno dei genitori a favore dell’altro genitore che ha provveduto per intero al mantenimento del figlio. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO VENEZIA, 04/08/2017)

 

ALTEDO MALALBERGO BARICELLA DEVI SEPARARTI?

SEPARAZIONE? QUANDO LA CONVIVENZA PER DIVERSI FATTORI E’ DIVENTATA INTOLLERABILE . IN ALCUNI CASI PUO’ ESSERE ADDEBITATA A UN CONIUGE PER ESEMPIO PER IL TRADIMENTO CHE OGGI PUO’ ESSERE ANCHE ONLINE

CHI CREDE

 

CHI CREDE CHE LA SEPARAZIONE SIA UNA COSA FACILE SI SBAGLIA!! AFFIDATI A UN AVVOCATO ESPERTO AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 

COSA PROVOCA  UNA SEPARAZIONE ?

1) UN TRADIMENTO 

2) MANCANZA DI DIALOGO

3) PROBLEMI ECONOMICI

4)DIVERGENZE SULL’EDUCAZIONE FIGLI

5) CONIUGE ARROGANTE O TROPPO POSSESSIVO

QUALI CONSEGUENZE NEGATIVE  PUO’ AVERE UNA SEPARAZIONE ?

IMPOVERIMENTO ECONOMICO

2) ANSIA E DEPRESSIONE PE RIL OCNIUGE  LASCIATO

3)PROBLEMATICHE CON I FIGLI S ENON BEN GESTITE

4) PROBLEMI DELLA CASA

5)PROBLEMI PER  UNA NUOVA VITA NON SMEPRE FACILE ANZI QUASI MAI 

 

Avvocato esperto e risolutivo separazioni divorzi affidi da anni mi occupo di separazioni e divorzi, anche per coppie non sposate. La fine del rapporto coniugale comporta punti critici che mi trovo spesso ad affrontare, quali ad esempio l’affidamento e le questioni patrimoniali.

Separazione “La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio all’educazione della prole. Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario aidoveri che derivano dal matrimonio”.

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LA SEPARAZIONE VA RISOLTA CON IMPEGNO PROFESSIONALITA’ E CALMA, MAI PRETENDERE PIU’ DEL POSSIBILE

ALTEDO MALALBERGO BARICELLA DEVI SEPARARTI?

Avvocato esperto e risolutivo separazioni divorzi affidi mi occupo di separazioni tra coniugi, ponendomi come obiettivo principale quello di condurre per mano il coniuge che si sta separando nel doloroso iter giudiziale. Mi sforzo di offrire al mio assistito il miglior accordo con la controparte, per ridurre al minimo il dolore del suo “lutto”, non dimenticandomi mai di curarne gli interessi.

Ho seguito divorzi prevalentemente dalla parte del marito, ormai parte debole della procedura. La terminazione del rapporto coniugale comporta punti critici che mi trovo spesso ad affrontare, quali ad esempio l’affidamento e le questioni patrimoniali. Fornisco sia assistenza per il divorzio congiunto che giudiziale, qualora non si riuscisse ad ottenere un accordo condiviso

 Avvocato esperto e risolutivo separazioni divorzi affidi : fornisco sia assistenza per la separazione consensuale o il divorzio congiunto che giudiziale, qualora non si riuscisse ad ottenere un accordo condiviso.

 

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Con la separazione non viene meno lo status di coniuge ma incide su alcuni obblighi tipici del matrimonio: decade l’obbligo di convivenza e di fedeltà così come la comunione dei beni (se quello era il regime patrimoniale prescelto dai coniugi).
Permangono invece gli obblighi di mantenimento del coniuge, di partecipazione alla gestione della famiglia e di educazione della prole.

Diritto di famiglia

Separazioni, divorzi, rapporti personali e patrimoniali tra conviventi e cessazioni di convivenza, regolamentazione dei rapporti tra genitori e figli nati fuori dal matrimonio, gestione dell’affidamento condiviso e problemi legati alla responsabilità genitoriale (limitazioni e decadenza), azioni di riconoscimento e disconoscimento di paternità, unioni civili

 

ALTEDO MALALBERGO BARICELLA DEVI SEPARARTI?
ASSEGNO DIVORZILE BOLOGNA

Secondo il codice civile italiano la separazione giudiziale

 si può avere su istanza di parte o perché ci sono state delle violazioni degli obblighi matrimoniali da parte di uno dei coniugi o perché ci sono delle circostanze oggettive che rendono non più sostenibile la prosecuzione del rapporto.
Il processo inizia con ricorso al presidente del tribunale, di norma, nel luogo in cui è individuata l’ultima residenza della coppia .

Nel ricorso dovranno essere indicati gli elementi sui quali si fonda la richiesta e la dichiarazione sull’esistenza di prole.
Il Presidente del Tribunale accogliendo il ricorso fissa con decreto la data della udienza di comparizione dei coniugi.
Chi ha presentato il ricorso dovrà provvedere a notificare il decreto all’altro coniuge. L’udienza di comparizione si svolge dinanzi al solo presidente del tribunale.

Volontaria giurisdizione e diritto di famiglia:

separazioni e divorzi, consensuali e giudiziali, assegnazione della casa coniugale, mantenimento dei figli e del coniuge, regime patrimoniale della famiglia, convivenze ed unioni di fatto, riconoscimento di paternità, stato della persona (interdizione, inabilitazione, amministrazione di sostegno).

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L’avvocato Matrimonialista Bologna Sergio Armaroli vi seguira’ passo per passo nelle battute iniziali di una separazione, un momento delicato dove é necessaria la massima esperienza per non commettere errori che potrebbero avere effetti negativi dinanzi al giudice.

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La legge n.55 del 2015 ha previsto l’abbreviazione del periodo intercorrente tra la separazione ed il divorzio, da tre anni a un anno in caso di separazione giudiziale e a sei mesi in caso di separazione consensuale (anche se in presenza di figli).

In caso di separazione consensuale, i coniugi potranno chiedere il divorzio trascorsi solo sei mesi dall’omologa apposta dal Tribunale mentre, in caso di separazione giudiziale, potranno richiederlo trascorso 1 anno dall’udienza di comparizione innanzi al Presidente del Tribunale.

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Avvocato matrimonialista per la tua separazione e divorzio Bologna : come sceglierlo? Come scegliere un buon avvocato per la separazione e divorzio Bologna ? 

Non è certo un’impresa semplice, per chi non ha mai dovuto affrontare problemi di coppia.L’vvocato Matrimonialista  è come il cardiologo tra i medici che è esperto di cuore, l’’avvocato Matrimonialista è esperto di problematiche di coppia e di rottura di coppia .

E’ il dilemma che coglie ciascuno di noi quando sopravviene un problema di salute: a chi mi rivolgo?

SE HO BISOGNO DI UN BRAVO MEDICO DA CHI ANDARE?

A VOLTE TI CONSULTI CON CONOSCENTI MA POTREBBE  NON BASTARE

L’avvocato matrimonialista deve essere  preparato su tutte le problematiche di diritto di famiglia e pronto a consigliare i clienti quando si trovano ad affrntar e una problematica di separazione o divorzio .

Avvocato matrimonialista per la tua separazione e divorzio Bologna : come sceglierlo? Come scegliere un buon avvocato per la separazione e divorzio Bologna ? 

Premetto che  occorre  molta attenzione nella scelta dell’avvocato matrimonialista per la propria separazione o divorzio .

In primo luogo occorre rivolgersi a  un avvocato che  abbia esperienza in materia, questo vuol dire che abbia trattato molti casi di separazione  o divorzio sia consensuali che giudiziali.

Oggi guardando su internet, possiamo notare avvocati che hanno pubblicato molto e che masticano con facilita’ la materia , ma non dobbiamo farci ingannare, dobbiamo guardare  realmente cosa ci viene offerto e  a chi ci affidiamo.

avvocato esperto convivenze
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Consulenza e assistenza legale dei coniugi nelle varie procedure di separazione consensuale e giudiziale, divorzio congiunto e giudiziale. Procedimenti di separazione e divorzio veloci con Negoziazione Assistita. Problematiche riguardanti le famiglie di fatto (convivenze more uxorio), procedimenti riguardanti i figli nati da coppie non sposate, riconoscimenti di paternità, pratiche riguardanti il cambio del nome e del cognome.

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ALTEDO MALALBERGO BARICELLA DEVI SEPARARTI?

  • Molti i motivi per cui  la coppia può andare in crisi per i più svariati motivi che possono andare dal tradimento a motivi più complessi legati a problemi economici che nell’arco della vita possono colpire chiunque di noi, o ad incompatibilità caratteriale che il più delle volte emerge solo dopo aver compiuto il “grande passo”.
  • La separazione consensualedei coniugi è una procedura più rapida e meno dispendiosa di quella giudiziale.
  • Viene definita consensuale in quanto è richiesta l’intesa dei coniugi sulla decisone di separarsi e su come disciplinare i rapporti reciproci nonché di quelli con i figli.
  • L’accordo dovrà infatti regolamentare gli effetti tipici della separazione, quali l’affidamento della prole (affidamento condiviso o, solo in casi eccezionali, affidamento monogenitorale), il mantenimento dei figli, l’assegnazione della casa coniugale, l’assegno di mantenimento a favore di un coniuge (ove sussistano i presupposti).
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LA SEPARAZIONE CONSENSUALE

Il mio consiglio percorrere sempre la possibilita’ di una separazione consensuale quando una coppia decide di sciogliere il vincolo matrimoniale.

Si tratta, sostanzialmente, di un accordo che nasce dalla reciproca volontà dei coniugi, consacrato attraverso un ricorso al Tribunale territorialmente competente. La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio. (1)

  • La competenza dell’organo giudicante si desume, per questa materia, in base alla residenza comune di entrambi i coniugi. Tempi della separazione consensuale: i tempi per ottenere l’omologa della separazione sono solitamente brevi.
  • Presso il Tribunale di Bologna  l’udienza di comparizione viene fissata sempre entro 3/4 mesi dal deposito della domanda. L’omologa segue sempre entro un mese dall’udienza di comparizione dei coniugi.  

 aggiungere una soluzione consensuale di separazione e divorzio anche mediante accordo di negoziazione assistita, ossia con un patto formalizzato e sottoscritto dalle parti in studio direttamente davanti all’avvocato per separazioni di Bologna , senza ricorso al Tribunale.

Il diritto della famiglia si occupa di tutte le questioni inerenti a questi temi: dai rapporti di genitorialità, come la potestà e il suo concreto esercizio, sino alle vicende della crisi coniugale, che dall’assegnazione della casa coniugale vedono giungono a coinvolgere fondamentali decisioni che i coniugi devono assumere a proposito dell’affidamento condiviso dei figli.

L’ordinamento italiano prevede lo strumento della separazione personale dei coniugi, che può avvenire in via consensuale o giudiziale, il divorzio e la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario celebrato in Chiesa, lo scioglimento della comunione dei beni dei coniugi.

L’avvocato Sergio Armaroli di Bologna , dedica particolare attenzione alla raccolta dei documenti e all’istruttoria di questi procedimenti, cercando di favorire una soluzione dei problemi che sia il meno conflittuale possibile.

Come noto, in alcuni casi è inoltre seguire personalmente il procedimento in Tribunale, senza l’assistenza dell’avvocato. Anche in questi casi lo Studio mette a disposizione le competenze professionali a titolo di assistenza per la redazione degli atti necessari che i coniugi potranno poi depositare personalmente.

L’attività tratta il diritto di famiglia e delle persone, con particolare riferimento ai rapporti tra genitori e figli e a quelli personali e patrimoniali tra coniugi, al riconoscimento e al disconoscimento della paternità, alle cause di separazione e divorzio, alle procedure di affidamento dei minori e alla protezione contro gli abusi e la violenza. I professionisti guidati dall’avvocato esperto in separazioni a Bologna si occupano sia della crisi del matrimonio, della separazione e del divorzio, sia dell’affidamento dei figli minori. Il sistema giuridico offre oggi strumenti giuridici di ogni tipo: patti prematrimoniali, accordi tra conviventi, sistemazioni e cause successorie, responsabilità civile, tutela penale, amministrazione di sostegno, trascrizione di vincoli alla proprietà in funzione di tutela di molteplici interessi familiari.

Fondamentale nel ricorso per separazione consensuale  che va firmato da entrambi i coniugi con particolare riferimento all’affidamento dei figli, sul mantenimento e sulle modalità di frequentazione degli stessi, sulla somma periodica da corrispondere eventualmente al coniuge meno abbiente, all’assegnazione della casa coniugale e così via. Le attività svolte dallo Studio riguardano:

  • separazione personale dei coniugi, consensuale o giudiziale
  • divorzio, congiunto o contenzioso
  • ricorso per la modifica delle condizioni di separazione e/o di divorzio
  • affidamento dei figli minori, modifica delle condizioni economiche e di visita

interdizioni, inabilitazioni e nomina di amministratore di sostegno

Diritto di famiglia.

Separazioni e divorzi consensuali e giudiziali.

Modifica delle condizioni di separazione e divorzio.

Accordi prematrimoniali.

Comunione legale dei coniugi: problematiche e rimedi.

  • Amministrazione di sostegno. Tutela e Curatela.

Vi sara’ una udienza del presidente del Tribunale (a volte presidente di sezione o magistrato facente funzioni di presidente).

Nel corso di tale udienza (detta “udienza Presidenziale”) si dovrebbe esperire il tentativo di conciliazione dei coniugi, il quale raramente dà esito positivo. Qualora ciò accadesse, la prassi prevede la redazione del verbale di conciliazione che sancisce la volontà dei coniugi di conciliarsi.

Diritto di famiglia spesso è sinonimo di cause di separazione e di divorzio.  La posizione dell’ Avvocato Sergio Armaroli separazioni e divorzi Bologna  in questi casi, sebbene specializzato come avvocato divorzista, al di là di qualsiasi interesse, suggerisce di applicare e studiare tutti i mezzi e strumenti per evitare di arrivare a questa situazione di separazione definitiva.

Quando però si presentano casi non risolvibili, per cui quindi è necessario l’intervento del legale, lo studio si propone come il miglior partner per tutte le cause di divorzio e di separazione.

Si intende come separazione lo stato di sospensione del contratto del matrimonio, in attesa di una riappacificazione o del definitivo scioglimento. Si intende invece come divorzio l’effettivo scioglimento del contratto del matrimonio, che può avvenire in modo consensuale, se entrambe le parti trovano appunto un accordo sullo scioglimento, oppure in modo giudiziale, quando una delle due parti si oppone.

Nella ben più frequente ipotesi in cui le parti rinnovano la loro volontà di separarsi alle condizioni riportate nel ricorso, il Tribunale adito opera un controllo di conformità tra le richieste dei coniugi e la normativa vigente, prestando grande attenzione alle statuizioni inerenti l’affidamento della prole ed il suo mantenimento.

Questa operazione viene chiamata omologazione, e consiste, precisamente, nel controllo sulla conformità e compatibilità degli accordi di separazione alla legge. Essa conferisce piena efficacia agli accordi di separazione.

Separazione dei coniugi avvocato divorzista Bologna

  • Separazione consensuale
  • Separazione giudiziale
  • Negoziazione assistita
  • Modifica condizioni di separazione
  • Assegnazione della casa coniugale
  • Mantenimento dei figli
  • Mantenimento del coniuge
  • Ordine di protezione contro gli abusi familiari

Divorzio avvocato divorzista Bologna

  • Divorzio congiunto
  • Divorzio contenzioso
  • Negoziazione assistita
  • Modifica delle condizioni di divorzio
  • Mantenimento dei figli
  • Mantenimento dell’ex coniuge
  • Assegno una tant
  •  

Affidamento, mantenimento e collocamento dei figli

  • Affidamento condiviso
  • Affidamento esclusivo
  • Diritto di visita del genitore non collocatario
  • Mantenimento dei figli
  • Assegnazione della casa familiare

Dopo quanto ci si puo’ divorziare? 6 mesi dall’omologazione è ora possibile avviare la procedura per conseguire il divorzio. Anche in tal caso, il consenso di entrambi i coniugi rappresenta un elemento fondamentale per una maggiore celerità della procedura. Diritto di Famiglia

ALTEDO AVVOCATO divorzista separazioni DIVORZI ALTEDO  3 CONSIGLI 3 NOVITA’ 3 problematiche ALTEDO MALALBERGO BARICELLA DEVI SEPARARTI?
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Da avvocato matrimonialista mi occupo quotidianamente di fratture familiari, assegnazione della casa, affidamento condiviso e collocazione dei figli, assegni di mantenimento e di divorzio, attribuzione di quota del Tfr e della pensione di reversibilità. Queste crisi creano situazioni di stress nei rapporti tra i coniugi e con i figli e provocano conflitti di natura patrimoniale o economico-finanziari che vanno affrontati sotto ogni aspetto. Dal raggiungimento di un accordo bonario, al confronto giudiziario attraverso un’adeguata assistenza stragiudiziale e processuale.

LA SEPARAZIONE GIUDIZIALE

RIFERIMENTI NORMATIVI E

Ai fini della pronuncia della separazione giudiziale dei coniugi, costituiscono gravi violazioni dei doveri nascenti dal matrimonio le reiterate violenze fisiche e morali inflitte da un coniuge ai danni dell’altro in quanto cause determinanti l’intollerabilità della convivenza e l’addebitabilità della separazione all’autore delle medesime. L’accertata violenza endofamiliare costituisce certamente causa di addebito della separazione, anche nel caso in cui si verifichi un singolo episodio, considerato che “un simile comportamento costituisce affermazione della supremazia di una persona su di un’altra persona e disconoscimento della parità della dignità di ogni persona, che è il principio che sta alla base di tutti i diritti fondamentali considerati dalla nostra Costituzione, ed è, pertanto, comportamento di per sé idoneo a sconvolgere definitivamente l’equilibrio relazionale della coppia”.

In tema di separazione giudiziale, la domanda di addebito costituisce, ove fondata sulla pretesa violazione dei doveri coniugali, richiesta autonoma rispetto a quella di separazione sic et simpliciter, la cui causa petendi è invece costituita dall’intollerabilità della convivenza, tanto da averla qualificata sin da epoca risalente, allorquando fosse stata proposta dopo quella di separazione, come “domanda nuova” e non già come emendatio libelli. Ne discende che se deve ritenersi di norma preclusa alla parte ricorrente la facoltà di formulare istanza di addebito oltre il ricorso introduttivo, è riconosciuto il potere di proporla, con la memoria integrativa con la quale soltanto nel passaggio dalla fase processuale sommaria a quella di cognizione ordinaria si ristabilisce appieno la simmetria del contraddittorio e la conseguente pienezza dei diritti di difesa del resistente nel momento in cui si cristallizza il definitivo thema decidendum.

Art.3 Legge n.898/1970 (presupposti della domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio).

  1. Lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio può essere domandato da uno dei coniugi:

1) quando, dopo la celebrazione del matrimonio, l’altro coniuge è stato condannato, con sentenza passata in giudicato, anche per fatti commessi in precedenza:

  1. a) all’ergastolo ovvero ad una pena superiore ad anni quindici, anche con più sentenze, per uno o più delitti non colposi, esclusi i reati politici e quelli commessi per motivi di particolare valore morale e sociale;
  2. b) a qualsiasi pena detentiva per il delitto di cui all’art. 564 c.p. e per uno dei delitti di cui agli artt. 519, 521, 523, 524 c.p. ovvero per induzione, costrizione, sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione;
  3. c) a qualsiasi pena per omicidio volontario di un figlio ovvero per tentato omicidio a danno del coniuge o di un figlio;
  4. d) a qualsiasi pena detentiva, con due o più condanne, per i delitti di cui all’art. 582 c.p., quando ricorra la circostanza aggravante di cui al secondo comma dell’art. 583 c.p., e agli artt. 570, 572 e 643 c.p. in danno del coniuge o di un figlio.

Nelle ipotesi previste alla lettera d) il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio accerta, anche in considerazione del comportamento successivo del convenuto, la di lui inidoneità a mantenere o ricostituire la convivenza familiare.

Per tutte le ipotesi previste nel n. 1) del presente articolo la domanda non è proponibile dal coniuge che sia stato condannato per concorso nel reato ovvero quando la convivenza coniugale è ripresa.

2) nei casi in cui:

  1. a) l’altro coniuge è stato assolto per vizio totale di mente da uno dei delitti previsti nelle lettere b) e c) del numero 1) del presente articolo, quando il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio accerta l’inidoneità del convenuto a mantenere o ricostituire la convivenza familiare;
  2. b) è stata pronunciata con sentenza passata in giudicato la separazione giudiziale fra i coniugi, ovvero è stata omologata la separazione consensuale ovvero è intervenuta separazione di fatto quando la separazione di fatto stessa è iniziata almeno due anni prima del 18 dicembre 1970. 

In tutti i predetti casi, per la proposizione della domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, le separazioni devono essersi protratte ininterrottamente da almeno dodici mesi dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale e da sei mesi nel caso di separazione consensuale anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale, ovvero dalla data certificata nell’accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da un avvocato ovvero dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso innanzi all’ufficiale dello stato civile. 

L’eventuale interruzione della separazione deve essere eccepita dalla parte convenuta;

  1. c) il procedimento penale promosso per i delitti previsti dalle lettere b) e c) del n. 1) del presente articolo si è concluso con sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato, quando il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio ritiene che nei fatti commessi sussistano gli elementi costitutivi e le condizioni di punibilità dei delitti stessi;
  2. d) il procedimento penale per incesto si è concluso con sentenza di proscioglimento o di assoluzione che dichiari non punibile il fatto per mancanza di pubblico scandalo;
  3. e) l’altro coniuge, cittadino straniero, ha ottenuto all’estero l’annullamento o lo scioglimento del matrimonio o ha contratto all’estero nuovo matrimonio;
  4. f) il matrimonio non è stato consumato;
  5. g) è passata in giudicato sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso a norma della legge n.164 del 14/04/1982. 

Art.4 legge n.898/1970 (la domanda per ottenere lo scioglimento o la cessazione del matrimonio).

  1. La domanda per ottenere lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio si propone al tribunale del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi ovvero, in mancanza, del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio. Qualora il coniuge convenuto sia residente all’estero o risulti irreperibile, la domanda si propone al tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente e, se anche questi è residente all’estero, a qualunque tribunale della Repubblica. La domanda congiunta può essere proposta al tribunale del luogo di residenza o di domicilio dell’uno o dell’altro coniuge. 
  2. La domanda si propone con ricorso, che deve contenere l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto sui quali la domanda di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili dello stesso è fondata.
  3. Del ricorso il cancelliere dà comunicazione all’ufficiale dello stato civile del luogo dove il matrimonio fu trascritto per l’annotazione in calce all’atto. 
  4. Nel ricorso deve essere indicata l’esistenza di figli di entrambi i coniugi. 
  5. Il presidente del tribunale, nei cinque giorni successivi al deposito in cancelleria, fissa con decreto la data di comparizione dei coniugi davanti a sé, che deve avvenire entro novanta giorni dal deposito del ricorso, il termine per la notificazione del ricorso e del decreto ed il termine entro cui il coniuge convenuto può depositare memoria difensiva e documenti. Il presidente nomina un curatore speciale quando il convenuto è malato di mente o legalmente incapace.
  6. Al ricorso e alla prima memoria difensiva sono allegate le ultime dichiarazioni dei redditi rispettivamente presentate.
  7. I coniugi devono comparire davanti al presidente del tribunale personalmente, salvo gravi e comprovati motivi, e con l’assistenza di un difensore. Se il ricorrente non si presenta o rinuncia, la domanda non ha effetto. Se non si presenta il coniuge convenuto, il presidente può fissare un nuovo giorno per la comparizione, ordinando che la notificazione del ricorso e del decreto gli sia rinnovata. All’udienza di comparizione, il presidente deve sentire i coniugi prima separatamente poi congiuntamente, tentando di conciliarli. Se i coniugi si conciliano, il presidente fa redigere processo verbale della conciliazione.
  8. Se la conciliazione non riesce, il presidente, sentiti i coniugi e i rispettivi difensori nonché, qualora lo ritenga strettamente necessario anche in considerazione della loro età, i figli minori, dà, anche d’ufficio, con ordinanza i provvedimenti temporanei e urgenti che reputa opportuni nell’interesse dei coniugi e della prole, nomina il giudice istruttore e fissa l’udienza di comparizione e trattazione dinanzi a questo. Nello stesso modo il presidente provvede, se il coniuge convenuto non compare, sentito il ricorrente e il suo difensore. L’ordinanza del presidente può essere revocata o modificata dal giudice istruttore. Si applica l’art. 189 delle disp. att. c.p.c.
  9. Tra la data dell’ordinanza, ovvero tra la data entro cui la stessa deve essere notificata al convenuto non comparso, e quella dell’udienza di comparizione e trattazione devono intercorrere i termini di cui all’art. 163 bis c.p.c. ridotti a metà.
  10. Con l’ordinanza di cui al comma 8, il presidente assegna altresì termine al ricorrente per il deposito in cancelleria di memoria integrativa, che deve avere il contenuto di cui all’articolo 163, terzo comma, numeri 2), 3), 4), 5) e 6), del codice di procedura civile e termine al convenuto per la costituzione in giudizio ai sensi degli artt. 166 e 167 c.p.c., primo e secondo comma, nonché per la proposizione delle eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d’ufficio. L’ordinanza deve contenere l’avvertimento al convenuto che la costituzione oltre il suddetto termine implica le decadenze di cui all’art. 167 c.p.c. e che oltre il termine stesso non potranno più essere proposte le eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio.
  11. All’udienza davanti al giudice istruttore si applicano le disposizioni di cui agli articoli 180 e 183, commi primo, secondo, quarto, quinto, sesto e settimo, del codice di procedura civile. Si applica altresì l’art. 184 c.p.c.
  12. Nel caso in cui il processo debba continuare per la determinazione dell’assegno, il tribunale emette sentenza non definitiva relativa allo scioglimento o alla cessazione degli effetti civili del matrimonio. Avverso tale sentenza è ammesso solo appello immediato. Appena formatosi il giudicato, si applica la previsione di cui all’articolo 10.
  13. Quando vi sia stata la sentenza non definitiva, il tribunale, emettendo la sentenza che dispone l’obbligo della somministrazione dell’assegno, può disporre che tale obbligo produca effetti fin dal momento della domanda.
  14. Per la parte relativa ai provvedimenti di natura economica la sentenza di primo grado è provvisoriamente esecutiva.
  15. L’appello è deciso in camera di consiglio.
  16. La domanda congiunta dei coniugi di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio che indichi anche compiutamente le condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici, è proposta con ricorso al tribunale in camera di consiglio. Il tribunale, sentiti i coniugi, verificata l’esistenza dei presupposti di legge e valutata la rispondenza delle condizioni all’interesse dei figli, decide con sentenza. Qualora il tribunale ravvisi che le condizioni relative ai figli sono in contrasto con gli interessi degli stessi, si applica la procedura di cui al comma 8. 

Art. 5 legge n.898/1970 (la disciplina).

  1. Il tribunale adito, in contraddittorio delle parti e con l’intervento obbligatorio del pubblico ministero, accertata la sussistenza di uno dei casi di cui all’art. 3, pronuncia con sentenza lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio ed ordina all’ufficiale dello stato civile del luogo ove venne trascritto il matrimonio di procedere alla annotazione della sentenza. 
  2. La donna perde il cognome che aveva aggiunto al proprio a seguito del matrimonio. 
  3. Il tribunale, con la sentenza con cui pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, può autorizzare la donna che ne faccia richiesta a conservare il cognome del marito aggiunto al proprio quando sussista un interesse suo o dei figli meritevole di tutela. 
  4. La decisione di cui al comma precedente può essere modificata con successiva sentenza, per motivi di particolare gravità, su istanza di una delle parti. 
  5. La sentenza è impugnabile da ciascuna delle parti. Il pubblico ministero può ai sensi dell’art. 72 c.p.c. proporre impugnazione limitatamente agli interessi patrimoniali dei figli minori o legalmente incapaci.
  6. Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive 
  7. La sentenza deve stabilire anche un criterio di adeguamento automatico dell’assegno, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria. Il tribunale può, in caso di palese iniquità, escludere la previsione con motivata decisione. 
  8. Su accordo delle parti la corresponsione può avvenire in unica soluzione ove questa sia ritenuta equa dal tribunale. In tal caso non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico. 
  9. I coniugi devono presentare all’udienza di comparizione avanti al presidente del tribunale la dichiarazione personale dei redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune. In caso di contestazioni il tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria. 
  10. L’obbligo di corresponsione dell’assegno cessa se il coniuge, al quale deve essere corrisposto, passa a nuove nozze.
  11. Il coniuge, al quale non spetti l’assistenza sanitaria per nessun altro titolo, conserva il diritto nei confronti dell’ente mutualistico da cui sia assistito l’altro coniuge. Il diritto si estingue se egli passa a nuove nozze.

*****

La legge prevede che possa essere richiesta quando si verificano eventi la cui gravità è tale da pregiudicare e rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza tra i coniugi o da recare grave pregiudizio all’educazione della prole.

In sostanza e nella pratica, si può richiedere sempre; è sufficiente che uno dei coniugi ne abbia l’intenzione e che il rapporto con l’altro coniuge si sia degradato.

Questa tipologia di separazione, a differenza di quella consensuale, implica l’instaurarsi di una vera e propria lite giudiziale tra i coniugi, la quale ha inizio con la presentazione del relativo ricorso al Tribunale competente da parte di UNO SOLO dei due coniugi.

Al termine del giudizio, il Tribunale, pronunziando con sentenza la separazione, dichiara, qualora ne sia stata fatta richiesta da uno dei coniugi o da entrambi e laddove ne ricorrano le circostanze, a quale dei ricorrenti sia addebitabile la separazione (colpa), a seguito di un’attenta valutazione della condotta da questi tenuta e del loro carattere conforme o contrario ai doveri coniugali. “La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio all’educazione della prole. Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario aidoveri che derivano dal matrimonio”.

È dalla formulazione letterale dell’art. 151 c.c. che si muove per evidenziare gli aspetti più rilevanti della separazione giudiziale, istituto giuridico contemplato nel nostro ordinamento per le ipotesi in cui i coniugi, che intendano separarsi legalmente, non raggiungano un accordo.

La norma individua, invero, quali presupposti per avanzare domanda di separazione giudiziale, fatti obiettivi che rendano intollerabile la prosecuzione della convivenza o pregiudichino gravemente l’educazione dei figli.

Il concetto di intollerabilità della vita coniugale, in particolare, è stato ampliato dalla giurisprudenza di legittimità, potendo dipendere anche dalla mera “condizione di disaffezione o di distacco spirituale di uno solo dei coniugi”(Corte di Cassazione civile, sezione prima, sentenza n. 8713 del 29 aprile 2015).

L’addebito della separazione e quindi il riconoscimento della responsabilità di uno dei coniugi del fallimento matrimoniale può scaturire da comportamenti deprecabili come violenze domestiche e vessazioni psicologiche, la commissione di reati da parte di un coniuge nei confronti dell’altro, oppure atteggiamenti che minano la serenità della coppia come l’estrema gelosia o il rifiuto del coniuge più facoltoso di fornire all’altro i mezzi di sostentamento e così via.

Purtroppo, quando si arriva a contattare un avvocato, è assai improbabile che serva per tentare di riconciliarsi, ma è molto più probabile, che si sia già giunti ad una decisione, ossia di mettere fine ad un matrimonio che, per le più svariate ragioni, non ha funzionato.

La separazione si differenzia dal divorzio per i seguenti motivi:

1) Non determina lo scioglimento del vincolo, per cui i coniugi non possono contrarre nuovo matrimonio.
2) Ha carattere transitorio poiché i coniugi possono riconciliarsi in qualunque momento.

La legge disciplina i rapporti personali e patrimoniali tra i coniugi, fissando una serie di diritti e doveri reciproci.
È infatti sancito che “il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, di modo che, il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti ed assumono gli stessi doveri concordando, tra loro, l’indirizzo della vita familiare avendo, ognuno di loro, il potere di attuare l’indirizzo concordato”.
In merito agli obblighi che derivano dal matrimonio, la legge dispone che:

1) vi è l’obbligo reciproco di coabitazione (normale convivenza, comunione della casa coniugale e di vita sessuale);
2) fedeltà (obbligo per i coniugi di astenersi dai rapporti sessuali con altre persone)
3) assistenza e collaborazione (assistenza morale ed assistenza materiale)
4) contribuzione (ognuno dei coniugi deve contribuire in base alle proprie sostanze, capacità lavorativa e di lavoro casalingo) ai bisogni della famiglia.
5) Obbligo di mantenere, educare ed istruire i figli tenendo conto delle loro inclinazioni, capacità ed ispirazioni.

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ALTEDO MALALBERGO BARICELLA DEVI SEPARARTI?

Quando ci si deve separare con figlio minorenne è importante sapere che ogni bambino reagisce a modo suo alla notizia della separazione dei genitori, a seconda dell’età, del carattere, della personalità. Alla tristezza iniziale, comune a tutti, può far seguito una grande rabbia o, per contro, una sorta di apatia che sembra non celare alcuna emozione. In altri casi, i bambini diventano bambini perfetti, pensando che, in questo modo, riusciranno in qualche modo a salvare la situazione familiare. Separarsi con figlio fa sorgere anche obblighi di mantenimento verso la prole. Questi obblighi sono codificati nell’art. 147 c.c. rubricato con il titolo di “Doveri verso i figli” il quale dispone che “Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli”. Anche se l’art. 147 c.c. fa riferimento ai figli nati durante il matrimonio, oggi, anche dopo la riforma ex legge del 10 dicembre 2012 n, 219, relativa alla sostanziale equiparazione dei figli nati durante o fuori dal matrimonio, si può dire che tali obblighi sorgono sempre a favore dei figli ed a carico dei genitori.

3 CONSIGLI

1)CERCARE DI ARRIVARE A UNA SEPARAZIONE CONSENSUALE

2)EVITARE LA SEPARAZIONE SE SI PUO’

3)NON LITIGARE

3 NOVITA’

1TEMPI BREVI

2) UN AVVOCATO ESPERTO

3)NEGOZIAZIONE ASSISTITA

3 PROBLEMATICHE

1)CASA CONIUGALE

2)AFFIDO FIGLI

Nel complesso iter giuziale, dall’inizio sino al suo compimento, devono essere tutelati e protetti i diritti dei componenti più deboli del nucleo familiare, quelli ai quali la Costituzione stessa e importanti convenzioni internazionali si rivolgono per la salvaguardia della loro tutela, ovvero i figli minori. Lo studio legale degli avvocati divorzisti ha un’esperienza consolidata che permette di attingere a ogni possibilità fornita dall’ordinamento giuridico a favore dei minori, sia in ambito civile che in sede penale, sia contro il comportamente del coniuge che non ottempera all’ordinanza del presidente del tribunale civile ove vengono statuiti i propri obblighi, sia in sede di rivalsa per il mancato mantenimento sia materiale che affettivo nei confronti dei figli.

3)ASSEGNO MANTENIMENTO

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 si può avere su istanza di parte o perché ci sono state delle violazioni degli obblighi matrimoniali da parte di uno dei coniugi o perché ci sono delle circostanze oggettive che rendono non più sostenibile la prosecuzione del rapporto.
Il processo inizia con ricorso al presidente del tribunale, di norma, nel luogo in cui è individuata l’ultima residenza della coppia .

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separazione assegno  figli- e con figli piccolissimi

Nel ricorso dovranno essere indicati gli elementi sui quali si fonda la richiesta e la dichiarazione sull’esistenza di prole.
Il Presidente del Tribunale accogliendo il ricorso fissa con decreto la data della udienza di comparizione dei coniugi.
Chi ha presentato il ricorso dovrà provvedere a notificare il decreto all’altro coniuge. L’udienza di comparizione si svolge dinanzi al solo presidente del tribunale.

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SE STAI LEGGENDO VUOL DIRE CHE SEI PREOCCUPATO PER LA TUA SEPARAZIONE!!! CHE QUALCOSA NON VA E FORSE HAI BISOGNO DI AIUTO, ALLORA CHIAMA 051 6447838 PARLI CON L’AVVOCATO ESPERTO

Con la separazione non viene meno lo status di coniuge ma incide su alcuni obblighi tipici del matrimonio: decade l’obbligo di convivenza e di fedeltà così come la comunione dei beni (se quello era il regime patrimoniale prescelto dai coniugi).
Permangono invece gli obblighi di mantenimento del coniuge, di partecipazione alla gestione della famiglia e di educazione della prole.

Diritto di famiglia

Separazioni, divorzi, rapporti personali e patrimoniali tra conviventi e cessazioni di convivenza, regolamentazione dei rapporti tra genitori e figli nati fuori dal matrimonio, gestione dell’affidamento condiviso e problemi legati alla responsabilità genitoriale (limitazioni e decadenza), azioni di riconoscimento e disconoscimento di paternità, unioni civili

 

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ASSEGNO DIVORZILE BOLOGNA

Secondo il codice civile italiano la separazione giudiziale

 si può avere su istanza di parte o perché ci sono state delle violazioni degli obblighi matrimoniali da parte di uno dei coniugi o perché ci sono delle circostanze oggettive che rendono non più sostenibile la prosecuzione del rapporto.
Il processo inizia con ricorso al presidente del tribunale, di norma, nel luogo in cui è individuata l’ultima residenza della coppia .

Nel ricorso dovranno essere indicati gli elementi sui quali si fonda la richiesta e la dichiarazione sull’esistenza di prole.
Il Presidente del Tribunale accogliendo il ricorso fissa con decreto la data della udienza di comparizione dei coniugi.
Chi ha presentato il ricorso dovrà provvedere a notificare il decreto all’altro coniuge. L’udienza di comparizione si svolge dinanzi al solo presidente del tribunale.

Volontaria giurisdizione e diritto di famiglia:

separazioni e divorzi, consensuali e giudiziali, assegnazione della casa coniugale, mantenimento dei figli e del coniuge, regime patrimoniale della famiglia, convivenze ed unioni di fatto, riconoscimento di paternità, stato della persona (interdizione, inabilitazione, amministrazione di sostegno).

– separazioni – divorzi – affidamento – mantenimento – adozioni – successioni – e tutto ciò che concerne la materia del diritto di famiglia

L’avvocato Matrimonialista Bologna Sergio Armaroli vi seguira’ passo per passo nelle battute iniziali di una separazione, un momento delicato dove é necessaria la massima esperienza per non commettere errori che potrebbero avere effetti negativi dinanzi al giudice.

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La legge n.55 del 2015 ha previsto l’abbreviazione del periodo intercorrente tra la separazione ed il divorzio, da tre anni a un anno in caso di separazione giudiziale e a sei mesi in caso di separazione consensuale (anche se in presenza di figli).

In caso di separazione consensuale, i coniugi potranno chiedere il divorzio trascorsi solo sei mesi dall’omologa apposta dal Tribunale mentre, in caso di separazione giudiziale, potranno richiederlo trascorso 1 anno dall’udienza di comparizione innanzi al Presidente del Tribunale.

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Avvocato matrimonialista per la tua separazione e divorzio Bologna : come sceglierlo? Come scegliere un buon avvocato per la separazione e divorzio Bologna ? 

Non è certo un’impresa semplice, per chi non ha mai dovuto affrontare problemi di coppia.L’vvocato Matrimonialista  è come il cardiologo tra i medici che è esperto di cuore, l’’avvocato Matrimonialista è esperto di problematiche di coppia e di rottura di coppia .

E’ il dilemma che coglie ciascuno di noi quando sopravviene un problema di salute: a chi mi rivolgo?

SE HO BISOGNO DI UN BRAVO MEDICO DA CHI ANDARE?

A VOLTE TI CONSULTI CON CONOSCENTI MA POTREBBE  NON BASTARE

L’avvocato matrimonialista deve essere  preparato su tutte le problematiche di diritto di famiglia e pronto a consigliare i clienti quando si trovano ad affrntar e una problematica di separazione o divorzio .

Avvocato matrimonialista per la tua separazione e divorzio Bologna : come sceglierlo? Come scegliere un buon avvocato per la separazione e divorzio Bologna ? 

Premetto che  occorre  molta attenzione nella scelta dell’avvocato matrimonialista per la propria separazione o divorzio .

In primo luogo occorre rivolgersi a  un avvocato che  abbia esperienza in materia, questo vuol dire che abbia trattato molti casi di separazione  o divorzio sia consensuali che giudiziali.

Oggi guardando su internet, possiamo notare avvocati che hanno pubblicato molto e che masticano con facilita’ la materia , ma non dobbiamo farci ingannare, dobbiamo guardare  realmente cosa ci viene offerto e  a chi ci affidiamo.

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Consulenza e assistenza legale dei coniugi nelle varie procedure di separazione consensuale e giudiziale, divorzio congiunto e giudiziale. Procedimenti di separazione e divorzio veloci con Negoziazione Assistita. Problematiche riguardanti le famiglie di fatto (convivenze more uxorio), procedimenti riguardanti i figli nati da coppie non sposate, riconoscimenti di paternità, pratiche riguardanti il cambio del nome e del cognome.

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ALTEDO MALALBERGO BARICELLA DEVI SEPARARTI?

  • Molti i motivi per cui  la coppia può andare in crisi per i più svariati motivi che possono andare dal tradimento a motivi più complessi legati a problemi economici che nell’arco della vita possono colpire chiunque di noi, o ad incompatibilità caratteriale che il più delle volte emerge solo dopo aver compiuto il “grande passo”.
  • La separazione consensualedei coniugi è una procedura più rapida e meno dispendiosa di quella giudiziale.
  • Viene definita consensuale in quanto è richiesta l’intesa dei coniugi sulla decisone di separarsi e su come disciplinare i rapporti reciproci nonché di quelli con i figli.
  • L’accordo dovrà infatti regolamentare gli effetti tipici della separazione, quali l’affidamento della prole (affidamento condiviso o, solo in casi eccezionali, affidamento monogenitorale), il mantenimento dei figli, l’assegnazione della casa coniugale, l’assegno di mantenimento a favore di un coniuge (ove sussistano i presupposti).
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LA SEPARAZIONE CONSENSUALE

Il mio consiglio percorrere sempre la possibilita’ di una separazione consensuale quando una coppia decide di sciogliere il vincolo matrimoniale.

Si tratta, sostanzialmente, di un accordo che nasce dalla reciproca volontà dei coniugi, consacrato attraverso un ricorso al Tribunale territorialmente competente. La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio. (1)

  • La competenza dell’organo giudicante si desume, per questa materia, in base alla residenza comune di entrambi i coniugi. Tempi della separazione consensuale: i tempi per ottenere l’omologa della separazione sono solitamente brevi.
  • Presso il Tribunale di Bologna  l’udienza di comparizione viene fissata sempre entro 3/4 mesi dal deposito della domanda. L’omologa segue sempre entro un mese dall’udienza di comparizione dei coniugi.  

 aggiungere una soluzione consensuale di separazione e divorzio anche mediante accordo di negoziazione assistita, ossia con un patto formalizzato e sottoscritto dalle parti in studio direttamente davanti all’avvocato per separazioni di Bologna , senza ricorso al Tribunale.

Il diritto della famiglia si occupa di tutte le questioni inerenti a questi temi: dai rapporti di genitorialità, come la potestà e il suo concreto esercizio, sino alle vicende della crisi coniugale, che dall’assegnazione della casa coniugale vedono giungono a coinvolgere fondamentali decisioni che i coniugi devono assumere a proposito dell’affidamento condiviso dei figli.

L’ordinamento italiano prevede lo strumento della separazione personale dei coniugi, che può avvenire in via consensuale o giudiziale, il divorzio e la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario celebrato in Chiesa, lo scioglimento della comunione dei beni dei coniugi.

L’avvocato Sergio Armaroli di Bologna , dedica particolare attenzione alla raccolta dei documenti e all’istruttoria di questi procedimenti, cercando di favorire una soluzione dei problemi che sia il meno conflittuale possibile.

Come noto, in alcuni casi è inoltre seguire personalmente il procedimento in Tribunale, senza l’assistenza dell’avvocato. Anche in questi casi lo Studio mette a disposizione le competenze professionali a titolo di assistenza per la redazione degli atti necessari che i coniugi potranno poi depositare personalmente.

L’attività tratta il diritto di famiglia e delle persone, con particolare riferimento ai rapporti tra genitori e figli e a quelli personali e patrimoniali tra coniugi, al riconoscimento e al disconoscimento della paternità, alle cause di separazione e divorzio, alle procedure di affidamento dei minori e alla protezione contro gli abusi e la violenza. I professionisti guidati dall’avvocato esperto in separazioni a Bologna si occupano sia della crisi del matrimonio, della separazione e del divorzio, sia dell’affidamento dei figli minori. Il sistema giuridico offre oggi strumenti giuridici di ogni tipo: patti prematrimoniali, accordi tra conviventi, sistemazioni e cause successorie, responsabilità civile, tutela penale, amministrazione di sostegno, trascrizione di vincoli alla proprietà in funzione di tutela di molteplici interessi familiari.

Fondamentale nel ricorso per separazione consensuale  che va firmato da entrambi i coniugi con particolare riferimento all’affidamento dei figli, sul mantenimento e sulle modalità di frequentazione degli stessi, sulla somma periodica da corrispondere eventualmente al coniuge meno abbiente, all’assegnazione della casa coniugale e così via. Le attività svolte dallo Studio riguardano:

  • separazione personale dei coniugi, consensuale o giudiziale
  • divorzio, congiunto o contenzioso
  • ricorso per la modifica delle condizioni di separazione e/o di divorzio
  • affidamento dei figli minori, modifica delle condizioni economiche e di visita

interdizioni, inabilitazioni e nomina di amministratore di sostegno

Diritto di famiglia.

Separazioni e divorzi consensuali e giudiziali.

Modifica delle condizioni di separazione e divorzio.

Accordi prematrimoniali.

Comunione legale dei coniugi: problematiche e rimedi.

  • Amministrazione di sostegno. Tutela e Curatela.

Vi sara’ una udienza del presidente del Tribunale (a volte presidente di sezione o magistrato facente funzioni di presidente).

Nel corso di tale udienza (detta “udienza Presidenziale”) si dovrebbe esperire il tentativo di conciliazione dei coniugi, il quale raramente dà esito positivo. Qualora ciò accadesse, la prassi prevede la redazione del verbale di conciliazione che sancisce la volontà dei coniugi di conciliarsi.

Diritto di famiglia spesso è sinonimo di cause di separazione e di divorzio.  La posizione dell’ Avvocato Sergio Armaroli separazioni e divorzi Bologna  in questi casi, sebbene specializzato come avvocato divorzista, al di là di qualsiasi interesse, suggerisce di applicare e studiare tutti i mezzi e strumenti per evitare di arrivare a questa situazione di separazione definitiva.

Quando però si presentano casi non risolvibili, per cui quindi è necessario l’intervento del legale, lo studio si propone come il miglior partner per tutte le cause di divorzio e di separazione.

Si intende come separazione lo stato di sospensione del contratto del matrimonio, in attesa di una riappacificazione o del definitivo scioglimento. Si intende invece come divorzio l’effettivo scioglimento del contratto del matrimonio, che può avvenire in modo consensuale, se entrambe le parti trovano appunto un accordo sullo scioglimento, oppure in modo giudiziale, quando una delle due parti si oppone.

Nella ben più frequente ipotesi in cui le parti rinnovano la loro volontà di separarsi alle condizioni riportate nel ricorso, il Tribunale adito opera un controllo di conformità tra le richieste dei coniugi e la normativa vigente, prestando grande attenzione alle statuizioni inerenti l’affidamento della prole ed il suo mantenimento.

Questa operazione viene chiamata omologazione, e consiste, precisamente, nel controllo sulla conformità e compatibilità degli accordi di separazione alla legge. Essa conferisce piena efficacia agli accordi di separazione.

Separazione dei coniugi avvocato divorzista Bologna

  • Separazione consensuale
  • Separazione giudiziale
  • Negoziazione assistita
  • Modifica condizioni di separazione
  • Assegnazione della casa coniugale
  • Mantenimento dei figli
  • Mantenimento del coniuge
  • Ordine di protezione contro gli abusi familiari

Divorzio avvocato divorzista Bologna

  • Divorzio congiunto
  • Divorzio contenzioso
  • Negoziazione assistita
  • Modifica delle condizioni di divorzio
  • Mantenimento dei figli
  • Mantenimento dell’ex coniuge
  • Assegno una tant
  •  

Affidamento, mantenimento e collocamento dei figli

  • Affidamento condiviso
  • Affidamento esclusivo
  • Diritto di visita del genitore non collocatario
  • Mantenimento dei figli
  • Assegnazione della casa familiare

Dopo quanto ci si puo’ divorziare? 6 mesi dall’omologazione è ora possibile avviare la procedura per conseguire il divorzio. Anche in tal caso, il consenso di entrambi i coniugi rappresenta un elemento fondamentale per una maggiore celerità della procedura. Diritto di Famiglia

ALTEDO AVVOCATO divorzista separazioni DIVORZI ALTEDO  3 CONSIGLI 3 NOVITA’ 3 problematiche ALTEDO MALALBERGO BARICELLA DEVI SEPARARTI?
ALTEDO AVVOCATO divorzista separazioni DIVORZI ALTEDO  3 CONSIGLI 3 NOVITA’ 3 problematiche ALTEDO MALALBERGO BARICELLA DEVI SEPARARTI?

Da avvocato matrimonialista mi occupo quotidianamente di fratture familiari, assegnazione della casa, affidamento condiviso e collocazione dei figli, assegni di mantenimento e di divorzio, attribuzione di quota del Tfr e della pensione di reversibilità. Queste crisi creano situazioni di stress nei rapporti tra i coniugi e con i figli e provocano conflitti di natura patrimoniale o economico-finanziari che vanno affrontati sotto ogni aspetto. Dal raggiungimento di un accordo bonario, al confronto giudiziario attraverso un’adeguata assistenza stragiudiziale e processuale.

LA SEPARAZIONE GIUDIZIALE

RIFERIMENTI NORMATIVI E

Ai fini della pronuncia della separazione giudiziale dei coniugi, costituiscono gravi violazioni dei doveri nascenti dal matrimonio le reiterate violenze fisiche e morali inflitte da un coniuge ai danni dell’altro in quanto cause determinanti l’intollerabilità della convivenza e l’addebitabilità della separazione all’autore delle medesime. L’accertata violenza endofamiliare costituisce certamente causa di addebito della separazione, anche nel caso in cui si verifichi un singolo episodio, considerato che “un simile comportamento costituisce affermazione della supremazia di una persona su di un’altra persona e disconoscimento della parità della dignità di ogni persona, che è il principio che sta alla base di tutti i diritti fondamentali considerati dalla nostra Costituzione, ed è, pertanto, comportamento di per sé idoneo a sconvolgere definitivamente l’equilibrio relazionale della coppia”.

In tema di separazione giudiziale, la domanda di addebito costituisce, ove fondata sulla pretesa violazione dei doveri coniugali, richiesta autonoma rispetto a quella di separazione sic et simpliciter, la cui causa petendi è invece costituita dall’intollerabilità della convivenza, tanto da averla qualificata sin da epoca risalente, allorquando fosse stata proposta dopo quella di separazione, come “domanda nuova” e non già come emendatio libelli. Ne discende che se deve ritenersi di norma preclusa alla parte ricorrente la facoltà di formulare istanza di addebito oltre il ricorso introduttivo, è riconosciuto il potere di proporla, con la memoria integrativa con la quale soltanto nel passaggio dalla fase processuale sommaria a quella di cognizione ordinaria si ristabilisce appieno la simmetria del contraddittorio e la conseguente pienezza dei diritti di difesa del resistente nel momento in cui si cristallizza il definitivo thema decidendum.

Art.3 Legge n.898/1970 (presupposti della domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio).

  1. Lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio può essere domandato da uno dei coniugi:

1) quando, dopo la celebrazione del matrimonio, l’altro coniuge è stato condannato, con sentenza passata in giudicato, anche per fatti commessi in precedenza:

  1. a) all’ergastolo ovvero ad una pena superiore ad anni quindici, anche con più sentenze, per uno o più delitti non colposi, esclusi i reati politici e quelli commessi per motivi di particolare valore morale e sociale;
  2. b) a qualsiasi pena detentiva per il delitto di cui all’art. 564 c.p. e per uno dei delitti di cui agli artt. 519, 521, 523, 524 c.p. ovvero per induzione, costrizione, sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione;
  3. c) a qualsiasi pena per omicidio volontario di un figlio ovvero per tentato omicidio a danno del coniuge o di un figlio;
  4. d) a qualsiasi pena detentiva, con due o più condanne, per i delitti di cui all’art. 582 c.p., quando ricorra la circostanza aggravante di cui al secondo comma dell’art. 583 c.p., e agli artt. 570, 572 e 643 c.p. in danno del coniuge o di un figlio.

Nelle ipotesi previste alla lettera d) il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio accerta, anche in considerazione del comportamento successivo del convenuto, la di lui inidoneità a mantenere o ricostituire la convivenza familiare.

Per tutte le ipotesi previste nel n. 1) del presente articolo la domanda non è proponibile dal coniuge che sia stato condannato per concorso nel reato ovvero quando la convivenza coniugale è ripresa.

2) nei casi in cui:

  1. a) l’altro coniuge è stato assolto per vizio totale di mente da uno dei delitti previsti nelle lettere b) e c) del numero 1) del presente articolo, quando il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio accerta l’inidoneità del convenuto a mantenere o ricostituire la convivenza familiare;
  2. b) è stata pronunciata con sentenza passata in giudicato la separazione giudiziale fra i coniugi, ovvero è stata omologata la separazione consensuale ovvero è intervenuta separazione di fatto quando la separazione di fatto stessa è iniziata almeno due anni prima del 18 dicembre 1970. 

In tutti i predetti casi, per la proposizione della domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, le separazioni devono essersi protratte ininterrottamente da almeno dodici mesi dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale e da sei mesi nel caso di separazione consensuale anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale, ovvero dalla data certificata nell’accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da un avvocato ovvero dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso innanzi all’ufficiale dello stato civile. 

L’eventuale interruzione della separazione deve essere eccepita dalla parte convenuta;

  1. c) il procedimento penale promosso per i delitti previsti dalle lettere b) e c) del n. 1) del presente articolo si è concluso con sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato, quando il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio ritiene che nei fatti commessi sussistano gli elementi costitutivi e le condizioni di punibilità dei delitti stessi;
  2. d) il procedimento penale per incesto si è concluso con sentenza di proscioglimento o di assoluzione che dichiari non punibile il fatto per mancanza di pubblico scandalo;
  3. e) l’altro coniuge, cittadino straniero, ha ottenuto all’estero l’annullamento o lo scioglimento del matrimonio o ha contratto all’estero nuovo matrimonio;
  4. f) il matrimonio non è stato consumato;
  5. g) è passata in giudicato sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso a norma della legge n.164 del 14/04/1982. 

Art.4 legge n.898/1970 (la domanda per ottenere lo scioglimento o la cessazione del matrimonio).

  1. La domanda per ottenere lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio si propone al tribunale del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi ovvero, in mancanza, del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio. Qualora il coniuge convenuto sia residente all’estero o risulti irreperibile, la domanda si propone al tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente e, se anche questi è residente all’estero, a qualunque tribunale della Repubblica. La domanda congiunta può essere proposta al tribunale del luogo di residenza o di domicilio dell’uno o dell’altro coniuge. 
  2. La domanda si propone con ricorso, che deve contenere l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto sui quali la domanda di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili dello stesso è fondata.
  3. Del ricorso il cancelliere dà comunicazione all’ufficiale dello stato civile del luogo dove il matrimonio fu trascritto per l’annotazione in calce all’atto. 
  4. Nel ricorso deve essere indicata l’esistenza di figli di entrambi i coniugi. 
  5. Il presidente del tribunale, nei cinque giorni successivi al deposito in cancelleria, fissa con decreto la data di comparizione dei coniugi davanti a sé, che deve avvenire entro novanta giorni dal deposito del ricorso, il termine per la notificazione del ricorso e del decreto ed il termine entro cui il coniuge convenuto può depositare memoria difensiva e documenti. Il presidente nomina un curatore speciale quando il convenuto è malato di mente o legalmente incapace.
  6. Al ricorso e alla prima memoria difensiva sono allegate le ultime dichiarazioni dei redditi rispettivamente presentate.
  7. I coniugi devono comparire davanti al presidente del tribunale personalmente, salvo gravi e comprovati motivi, e con l’assistenza di un difensore. Se il ricorrente non si presenta o rinuncia, la domanda non ha effetto. Se non si presenta il coniuge convenuto, il presidente può fissare un nuovo giorno per la comparizione, ordinando che la notificazione del ricorso e del decreto gli sia rinnovata. All’udienza di comparizione, il presidente deve sentire i coniugi prima separatamente poi congiuntamente, tentando di conciliarli. Se i coniugi si conciliano, il presidente fa redigere processo verbale della conciliazione.
  8. Se la conciliazione non riesce, il presidente, sentiti i coniugi e i rispettivi difensori nonché, qualora lo ritenga strettamente necessario anche in considerazione della loro età, i figli minori, dà, anche d’ufficio, con ordinanza i provvedimenti temporanei e urgenti che reputa opportuni nell’interesse dei coniugi e della prole, nomina il giudice istruttore e fissa l’udienza di comparizione e trattazione dinanzi a questo. Nello stesso modo il presidente provvede, se il coniuge convenuto non compare, sentito il ricorrente e il suo difensore. L’ordinanza del presidente può essere revocata o modificata dal giudice istruttore. Si applica l’art. 189 delle disp. att. c.p.c.
  9. Tra la data dell’ordinanza, ovvero tra la data entro cui la stessa deve essere notificata al convenuto non comparso, e quella dell’udienza di comparizione e trattazione devono intercorrere i termini di cui all’art. 163 bis c.p.c. ridotti a metà.
  10. Con l’ordinanza di cui al comma 8, il presidente assegna altresì termine al ricorrente per il deposito in cancelleria di memoria integrativa, che deve avere il contenuto di cui all’articolo 163, terzo comma, numeri 2), 3), 4), 5) e 6), del codice di procedura civile e termine al convenuto per la costituzione in giudizio ai sensi degli artt. 166 e 167 c.p.c., primo e secondo comma, nonché per la proposizione delle eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d’ufficio. L’ordinanza deve contenere l’avvertimento al convenuto che la costituzione oltre il suddetto termine implica le decadenze di cui all’art. 167 c.p.c. e che oltre il termine stesso non potranno più essere proposte le eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio.
  11. All’udienza davanti al giudice istruttore si applicano le disposizioni di cui agli articoli 180 e 183, commi primo, secondo, quarto, quinto, sesto e settimo, del codice di procedura civile. Si applica altresì l’art. 184 c.p.c.
  12. Nel caso in cui il processo debba continuare per la determinazione dell’assegno, il tribunale emette sentenza non definitiva relativa allo scioglimento o alla cessazione degli effetti civili del matrimonio. Avverso tale sentenza è ammesso solo appello immediato. Appena formatosi il giudicato, si applica la previsione di cui all’articolo 10.
  13. Quando vi sia stata la sentenza non definitiva, il tribunale, emettendo la sentenza che dispone l’obbligo della somministrazione dell’assegno, può disporre che tale obbligo produca effetti fin dal momento della domanda.
  14. Per la parte relativa ai provvedimenti di natura economica la sentenza di primo grado è provvisoriamente esecutiva.
  15. L’appello è deciso in camera di consiglio.
  16. La domanda congiunta dei coniugi di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio che indichi anche compiutamente le condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici, è proposta con ricorso al tribunale in camera di consiglio. Il tribunale, sentiti i coniugi, verificata l’esistenza dei presupposti di legge e valutata la rispondenza delle condizioni all’interesse dei figli, decide con sentenza. Qualora il tribunale ravvisi che le condizioni relative ai figli sono in contrasto con gli interessi degli stessi, si applica la procedura di cui al comma 8. 

Art. 5 legge n.898/1970 (la disciplina).

  1. Il tribunale adito, in contraddittorio delle parti e con l’intervento obbligatorio del pubblico ministero, accertata la sussistenza di uno dei casi di cui all’art. 3, pronuncia con sentenza lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio ed ordina all’ufficiale dello stato civile del luogo ove venne trascritto il matrimonio di procedere alla annotazione della sentenza. 
  2. La donna perde il cognome che aveva aggiunto al proprio a seguito del matrimonio. 
  3. Il tribunale, con la sentenza con cui pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, può autorizzare la donna che ne faccia richiesta a conservare il cognome del marito aggiunto al proprio quando sussista un interesse suo o dei figli meritevole di tutela. 
  4. La decisione di cui al comma precedente può essere modificata con successiva sentenza, per motivi di particolare gravità, su istanza di una delle parti. 
  5. La sentenza è impugnabile da ciascuna delle parti. Il pubblico ministero può ai sensi dell’art. 72 c.p.c. proporre impugnazione limitatamente agli interessi patrimoniali dei figli minori o legalmente incapaci.
  6. Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive 
  7. La sentenza deve stabilire anche un criterio di adeguamento automatico dell’assegno, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria. Il tribunale può, in caso di palese iniquità, escludere la previsione con motivata decisione. 
  8. Su accordo delle parti la corresponsione può avvenire in unica soluzione ove questa sia ritenuta equa dal tribunale. In tal caso non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico. 
  9. I coniugi devono presentare all’udienza di comparizione avanti al presidente del tribunale la dichiarazione personale dei redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune. In caso di contestazioni il tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria. 
  10. L’obbligo di corresponsione dell’assegno cessa se il coniuge, al quale deve essere corrisposto, passa a nuove nozze.
  11. Il coniuge, al quale non spetti l’assistenza sanitaria per nessun altro titolo, conserva il diritto nei confronti dell’ente mutualistico da cui sia assistito l’altro coniuge. Il diritto si estingue se egli passa a nuove nozze.

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La legge prevede che possa essere richiesta quando si verificano eventi la cui gravità è tale da pregiudicare e rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza tra i coniugi o da recare grave pregiudizio all’educazione della prole.

In sostanza e nella pratica, si può richiedere sempre; è sufficiente che uno dei coniugi ne abbia l’intenzione e che il rapporto con l’altro coniuge si sia degradato.

Questa tipologia di separazione, a differenza di quella consensuale, implica l’instaurarsi di una vera e propria lite giudiziale tra i coniugi, la quale ha inizio con la presentazione del relativo ricorso al Tribunale competente da parte di UNO SOLO dei due coniugi.

Al termine del giudizio, il Tribunale, pronunziando con sentenza la separazione, dichiara, qualora ne sia stata fatta richiesta da uno dei coniugi o da entrambi e laddove ne ricorrano le circostanze, a quale dei ricorrenti sia addebitabile la separazione (colpa), a seguito di un’attenta valutazione della condotta da questi tenuta e del loro carattere conforme o contrario ai doveri coniugali. “La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio all’educazione della prole. Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario aidoveri che derivano dal matrimonio”.

È dalla formulazione letterale dell’art. 151 c.c. che si muove per evidenziare gli aspetti più rilevanti della separazione giudiziale, istituto giuridico contemplato nel nostro ordinamento per le ipotesi in cui i coniugi, che intendano separarsi legalmente, non raggiungano un accordo.

La norma individua, invero, quali presupposti per avanzare domanda di separazione giudiziale, fatti obiettivi che rendano intollerabile la prosecuzione della convivenza o pregiudichino gravemente l’educazione dei figli.

Il concetto di intollerabilità della vita coniugale, in particolare, è stato ampliato dalla giurisprudenza di legittimità, potendo dipendere anche dalla mera “condizione di disaffezione o di distacco spirituale di uno solo dei coniugi”(Corte di Cassazione civile, sezione prima, sentenza n. 8713 del 29 aprile 2015).

L’addebito della separazione e quindi il riconoscimento della responsabilità di uno dei coniugi del fallimento matrimoniale può scaturire da comportamenti deprecabili come violenze domestiche e vessazioni psicologiche, la commissione di reati da parte di un coniuge nei confronti dell’altro, oppure atteggiamenti che minano la serenità della coppia come l’estrema gelosia o il rifiuto del coniuge più facoltoso di fornire all’altro i mezzi di sostentamento e così via.

Purtroppo, quando si arriva a contattare un avvocato, è assai improbabile che serva per tentare di riconciliarsi, ma è molto più probabile, che si sia già giunti ad una decisione, ossia di mettere fine ad un matrimonio che, per le più svariate ragioni, non ha funzionato.

La separazione si differenzia dal divorzio per i seguenti motivi:

1) Non determina lo scioglimento del vincolo, per cui i coniugi non possono contrarre nuovo matrimonio.
2) Ha carattere transitorio poiché i coniugi possono riconciliarsi in qualunque momento.

La legge disciplina i rapporti personali e patrimoniali tra i coniugi, fissando una serie di diritti e doveri reciproci.
È infatti sancito che “il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, di modo che, il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti ed assumono gli stessi doveri concordando, tra loro, l’indirizzo della vita familiare avendo, ognuno di loro, il potere di attuare l’indirizzo concordato”.
In merito agli obblighi che derivano dal matrimonio, la legge dispone che:

1) vi è l’obbligo reciproco di coabitazione (normale convivenza, comunione della casa coniugale e di vita sessuale);
2) fedeltà (obbligo per i coniugi di astenersi dai rapporti sessuali con altre persone)
3) assistenza e collaborazione (assistenza morale ed assistenza materiale)
4) contribuzione (ognuno dei coniugi deve contribuire in base alle proprie sostanze, capacità lavorativa e di lavoro casalingo) ai bisogni della famiglia.
5) Obbligo di mantenere, educare ed istruire i figli tenendo conto delle loro inclinazioni, capacità ed ispirazioni.

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ALTEDO MALALBERGO BARICELLA DEVI SEPARARTI?

Quando ci si deve separare con figlio minorenne è importante sapere che ogni bambino reagisce a modo suo alla notizia della separazione dei genitori, a seconda dell’età, del carattere, della personalità. Alla tristezza iniziale, comune a tutti, può far seguito una grande rabbia o, per contro, una sorta di apatia che sembra non celare alcuna emozione. In altri casi, i bambini diventano bambini perfetti, pensando che, in questo modo, riusciranno in qualche modo a salvare la situazione familiare. Separarsi con figlio fa sorgere anche obblighi di mantenimento verso la prole. Questi obblighi sono codificati nell’art. 147 c.c. rubricato con il titolo di “Doveri verso i figli” il quale dispone che “Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli”. Anche se l’art. 147 c.c. fa riferimento ai figli nati durante il matrimonio, oggi, anche dopo la riforma ex legge del 10 dicembre 2012 n, 219, relativa alla sostanziale equiparazione dei figli nati durante o fuori dal matrimonio, si può dire che tali obblighi sorgono sempre a favore dei figli ed a carico dei genitori.

3 CONSIGLI

1)CERCARE DI ARRIVARE A UNA SEPARAZIONE CONSENSUALE

2)EVITARE LA SEPARAZIONE SE SI PUO’

3)NON LITIGARE

3 NOVITA’

1TEMPI BREVI

2) UN AVVOCATO ESPERTO

3)NEGOZIAZIONE ASSISTITA

3 PROBLEMATICHE

1)CASA CONIUGALE

2)AFFIDO FIGLI

Nel complesso iter giuziale, dall’inizio sino al suo compimento, devono essere tutelati e protetti i diritti dei componenti più deboli del nucleo familiare, quelli ai quali la Costituzione stessa e importanti convenzioni internazionali si rivolgono per la salvaguardia della loro tutela, ovvero i figli minori. Lo studio legale degli avvocati divorzisti ha un’esperienza consolidata che permette di attingere a ogni possibilità fornita dall’ordinamento giuridico a favore dei minori, sia in ambito civile che in sede penale, sia contro il comportamente del coniuge che non ottempera all’ordinanza del presidente del tribunale civile ove vengono statuiti i propri obblighi, sia in sede di rivalsa per il mancato mantenimento sia materiale che affettivo nei confronti dei figli.

3)ASSEGNO MANTENIMENTO

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