Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

ASSEGNO MANTENIMENTO NELLA SEPARAZIONE AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA COME QUANDO PERCHE’

ASSEGNO MANTENIMENTO NELLA SEPARAZIONE AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA

 

SI RILEVA CHE come l’attribuzione di un assegno di mantenimento al coniuge che non abbia adeguati redditi propri trova la sua fonte nel rilevante ruolo che l’art. 29 Cost. attribuisce alla famiglia nell’ambito dell’ordinamento.

 

ASSEGNO MANTENIMENTO NELLA SEPARAZIONE AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA
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ricorsi per separazione personale dei coniugi, consensuale o giudiziale;

ricorsi per divorzio, congiunto o contenzioso;

ricorsi per la modifica delle condizioni di separazione e/o di divorzio;

ricorsi per affidamento dei figli minori, modifica delle condizioni economiche e di visita;

problematiche riguardanti figli naturali, nati cioè da genitori conviventi

L’ammontare dell’assegno di mantenimento

Salva l’ipotesi in cui vi sia accordo delle parti per quanto concerne l’importo da corrispondere al genitore collocatario o convivente a titolo di mantenimento del figlio, sarà onere del giudice quantificare l’ammontare di tale assegno tenendo conto dei seguenti criteri:

le esigenze del figlio;

il tenore di vita goduto dal figlio durante la convivenza con entrambi i genitori;

i tempi di permanenza presso ciascun genitore;

le possibilità economiche di ciascun genitore;

la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

 

 

 

Passando all’esame della questione inerente all’assegno di mantenimento previsto dall’art. 156 c.c. , che violerebbe i parametri costituzionali indicati nel ricorso, in quanto includerebbe fra le conseguenze patrimoniali del vincolo matrimoniale – come sopra evidenziato, persistenti nel regime di separazione personale – delle contribuzioni a carico dell’onerato del tutto avulse dall’attività svolta dall’altro coniuge, deve in primo luogo rilevarsi che la norma, nell’interpretazione costantemente resane da questa Corte, non è intesa a promuovere, come sembra sostenersi nel ricorso, una colpevole inerzia del beneficiario, in quanto si ritiene che, in relazione all’assegno di mantenimento in esame, debba tenersi dell’attitudine del coniuge al lavoro, la quale viene in rilievo ove venga riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un’ attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già di mere valutazioni astratte ed ipotetiche (Cass., 13 febbraio 2013, n. 3502; Cass., 25 agosto 2006, n. 18547; Cass., 2 luglio 2004, n. 12121).

ASSEGNO MANTENIMENTO NELLA SEPARAZIONE AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA divisione ereditaria
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Deve poi rilevarsi come l’attribuzione di un assegno di mantenimento al coniuge che non abbia adeguati redditi propri trova la sua fonte nel rilevante ruolo che l’art. 29 Cost. attribuisce alla famiglia nell’ambito dell’ordinamento. Assume particolare rilevanza il principio di uguaglianza morale e giuridica tra i coniugi, più volte ribadito dalla giurisprudenza costituzionale (Corte cost., 4 maggio 1966, n. 46, proprio con riferimento all’obbligo di consentire al coniuge separato di mantenere lo stesso tenore di vita precedentemente goduto, sia pure con la necessità di considerare i mezzi di cui autonomamente disponga; id., 16 dicembre 1968, n. 126; id., 20 marzo 1969, n. 45; id., 27 novembre 1969, n. 147; id., 24 giugno 1970, n. 133, in cui si afferma, in tema di rapporti patrimoniali, che l’uguaglianza dei coniugi garantisce l’unità familiare, mentre “è la disuguaglianza a metterla in pericolo”; id., 14 giugno 1974, n. 187; id., 18 dicembre 1979, n. 153; id., 4 aprile 1990, n. 215; id., 6 giugno 2006, N. 254; id., 23 marzo 2010, n. 138).

In considerazione di quanto evidenziato, l’eccezione di illegittimità costituzionale in esame, sotto tutti i profili dedotti, appare manifestamente infondata, in quanto la determinazione dell’assegno di mantenimento sulla base del tenore di vita dei coniugi, tenuto conto delle altre circostanze e dei redditi dell’obbligato, costituisce l’espressione di quei valori costituzionali sopra richiamati che, secondo criteri di proporzionalità e ragionevolezza, si trovano in rapporto di integrazione reciproca con gli altri principi e diritti fondamentali affermati dalla Costituzione (Corte cost., 7 ottobre 2014, n, 242; id., 9 maggio 2013, n. 85). Vale bene richiamare, in proposito, l’affermazione del Giudice delle leggi secondo cui “tutti i diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione si trovano in rapporto di integrazione reciproca e non è possibile pertanto individuare uno di essi che abbia la prevalenza assoluta sugli altri. La tutela deve essere sempre sistemica e non frazionata in una serie di norme non coordinate ed in potenziale conflitto tra loro”

ASSEGNO MANTENIMENTO NELLA SEPARAZIONE AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA

Resta una delle tematiche piu’ controverse nelle separazioni, ove i coniugi litigano di piu’

ASSEGNO MANTENIMENTO NELLA SEPARAZIONE AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA COME QUANDO PERCHE'
ASSEGNO MANTENIMENTO NELLA SEPARAZIONE AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA COME QUANDO PERCHE’

Pur con l’applicazione dell’affido condiviso, i figli sono comunque collocati in via prevalente presso uno dei due genitori, il genitore c.d. collocatario, ha diritto di ricevere dall’altro l’assegno di mantenimento della prole convivente.

L’eventuale maggiore partecipazione dell’altro genitore alla gestione dei compiti di cura dei figli potrà essere tuttavia valutata debitamente dal giudice ai fin di una quantificazione dell’assegno.

In tema di separazione personale, la riduzione e la revoca dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge e dei figli, decorre, normalmente, dal momento della pronuncia giudiziale che modifica la misura o ne accerta la inesistenza dei presupposti.

Non sono, quindi, rimborsabili le somme percepite in forza di precedenti provvedimenti non definitivi, qualora – per la loro elevata entità – tale somme siano state comunque destinate ad assicurare il mantenimento del coniuge sino all’eventuale esclusione del diritto stesso o al suo affievolimento in un obbligo di natura solo alimentare e, si debba presumere, proprio in virtù della modestia del loro importo, che le stesse siano state consumate per fini di sostentamento personale.

Cassazione civile sez. I, 24/05/2018, n.12957

Riduzione dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge e dei figli

In tema di separazione personale, la riduzione dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge e dei figli decorre dal momento della pronuncia giudiziale che ne modifica la misura, non essendo rimborsabile quanto percepito dal titolare di alimenti o mantenimento.

Cassazione civile sez. VI, 24/10/2017, n.25166

L’art. 5 della legge n. 898 del 1970, come modificato dalla l. n. 74 del 1987, dispone che con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive. Dispone, inoltre, che la sentenza deve stabilire anche un criterio di adeguamento automatico dell’assegno, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria e che, in caso di palese iniquità, può escluderne la previsione, ma con motivata decisione.

In relazione a tale disposizione la Suprema Corte di Cassazione ha formulato i seguenti principi: 1) L’accertamento del diritto all’assegno divorzile va effettuato verificando l’adeguatezza o meno dei mezzi del coniuge richiedente alla conservazione di un tenore di vita analogo a quello mantenuto in costanza di matrimonio, intendendo per tale quello che i coniugi tenevano o avrebbero potuto tenere in base ai loro redditi (cfr. tra le molte: Cass. n. 19446 del 2005; Cass. n. 13169 del 2004; n. 15055 del 2000); 2) con riguardo alla quantificazione dell’assegno di divorzio, deve escludersi la necessità di una puntuale considerazione, da parte del giudice che dia adeguata giustificazione della propria decisione, di tutti, contemporaneamente, i parametri di riferimento indicati dall’art. 5 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, come modificato dall’art. 10 della legge 6 marzo 1987 n. 74, per la determinazione dell’importo spettante all’ex coniuge, anche in relazione alle deduzioni ed alle richieste delle parti, salva restando la valutazione della loro influenza sulla misura dell’assegno (cfr. Cass. n. 13169 del 2004; n. 10210 del 2005 ).

Il giudice a quo nel riconoscere e quantificare l’assegno di divorzio attribuito alla D.B. si è attenuto a questi principi, avendo valutato la condizione in cui si trovavano gli ex coniugi in costanza di matrimonio e considerato, per quanto riguarda il ricorrente, la circostanza della nascita di due figli naturali, avuti dalla convivente, e delle ulteriori responsabilità derivanti dalle nuove nascite.

Tenendo conto anche di detta situazione, ha valutato le potenzialità reddituali di entrambe le parti, ritenendo implicitamente che quelle attuali non differissero sostanzialmente da quelle esistenti in costanza di matrimonio, pervenendo così al riconoscimento ed alla determinazione dell’assegno di divorzio di Euro 150,00. Il ricorrente è insorto nei confronti di detta determinazione assumendo che il giudice non avrebbe tenuto conto di elementi probatori, in ordine ai quali i vari motivi difettano del requisito dell’autosufficienza e chiedendo sostanzialmente a questa Suprema Corte un non consentito riesame del merito, mentre la sentenza appare adeguatamente e logicamente motivata in ordine agli elementi di prova considerati da ritenersi essenziali e decisivi ai fini della decisione.

Con riferimento alla determinazione del momento di decorrenza dell’assegno e della sua rivalutazione, decorrenza che secondo il ricorrente il giudice a quo avrebbe dovuto fissare dalla data della sentenza di secondo grado, il collegio osserva. Secondo il costante insegnamento di questa Suprema Corte di Cassazione l’assegno di divorzio può essere preteso solo dopo che si sia formato il titolo costitutivo e cioè dal momento in cui la sentenza che pronuncia lo scioglimento del matrimonio civile o la cessazione degli effetti del matrimonio celebrato con rito concordatario sia passata in giudicato ed annotata nei registri dello stato civile (cfr. in tal senso Cass. n. 660 del 1977; n. 3050 del 1994; n. 317 del 1998).

L’art. 4, comma 9, della legge n. 898 del 1970 stabilisce che avverso la sentenza non definitiva relativa allo scioglimento od alla cessazione degli effetti civili del matrimonio è solo ammesso l’appello immediato. Qualora non venga immediatamente impugnata tale sentenza passa in giudicato.

Il successivo comma 10 del citato art. 4 stabilisce, altresì, che, quando sia intervenuta detta sentenza non definitiva, il tribunale, emettendo la sentenza che dispone l’obbligo della somministrazione dell’assegno, può disporre che tale obbligo produca effetti fin dal momento della domanda.

Nel caso che ne occupa il Tribunale di Roma ha dichiarato la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario contratto da G..C. e da M..D.B. con sentenza non definitiva, depositata il 4.7.2003.

Tale sentenza non è stata impugnata immediatamente, per cui è passata in giudicato nella data sopraindicata.

Pertanto alla luce della normativa surriportata il giudice a quo aveva il potere di stabilire quale data per la decorrenza dell’assegno di divorzio la data del passaggio in giudicato di detta sentenza, essendo questa il titolo costitutivo per il riconoscimento e l’attribuzione dell’assegno divorzile, oppure la data della proposizione della domanda.

Nel caso in esame il giudice a quo ha fissato una data successiva a quelle suindicate, quella della sentenza di primo grado., emessa in data 21 gennaio 2005 e depositata il 1 marzo 2005. In siffatto contesto il ricorrente non può dolersi del fatto che il giudice a quo non abbia fissato, come momento della decorrenza dell’assegno divorzile, quella successiva della pubblicazione delle sentenza di secondo grado, non essendo ciò consentito dalla richiamata normativa.

La legge, inoltre, prevede un criterio di adeguamento automatico dell’assegno divorzile, il che comporta che esso è rivalutabile anche in assenza di domanda di parte e senza obbligo di motivazione. Questo è quanto ha fatto la sentenza impugnata.

Né il ricorrente può lamentarsi che il giudice di merito non abbia escluso la rivalutazione monetaria per palese iniquità. Prevedendo la rivalutazione secondo gli indici Istat, il giudice a quo ha implicitamente escluso che detta rivalutazione fosse palesemente iniqua. Per quanto riguarda la decorrenza fissata dal marzo 2006 vale quanto già detto con riferimento alla decorrenza dell’assegno divorzile.

Con i motivi dal ventitreesimo al trentunesimo il ricorrente lamenta che l’assegno di mantenimento per la figlia legittima, determinato dal giudice di primo grado in Euro 300,00, sia stato portato ad Euro 400,00 mensili, ed inoltre che la decorrenza e rivalutazione siano state fissate a partire dal febbraio 2005, cioè dal mese precedente quello di deposito della sentenza (definitiva) di primo grado.

La richiesta di una diversa decorrenza dell’assegno di mantenimento per la figlia legittima e della sua rivalutazione sono infondate Questa Suprema Corte di Cassazione ha più volte affermato il principio, al quale il collegio intende attenersi, secondo cui in tema di separazione o divorzio e nella ipotesi in cui uno dei coniugi abbia chiesto un assegno di mantenimento per i figli, la domanda, se ritenuta fondata, deve essere accolta, in mancanza di espresse limitazioni, dalla sua proposizione e non da quella della sentenza, atteso che i diritti ed i doveri dei genitori verso la prole, salve le implicazioni dei provvedimenti relativi all’affidamento, non subiscono alcuna variazione a seguito della pronuncia di separazione o divorzio, rimanendo identico l’obbligo di ciascuno dei coniugi di contribuire in proporzione delle sue capacità, all’assistenza ed al mantenimento dei figli (cfr. Cass. n. 21087 del 2005; Cass. n. 317 del 1998; Cass. n. 3050 del 1994).

Fondata è invece la censura con la quale si lamenta che l’aumento dell’assegno per la figlia legittima crea uno squilibrio, considerate le possibilità economiche del ricorrente, a svantaggio dei due figli naturali che il C. ha avuto dalla convivente.

L’art. 261 c.c. stabilisce che il riconoscimento del figlio naturale comporta da parte del genitore l’assunzione di tutti i doveri e di tutti i diritti che egli ha nei confronti dei figli legittimi, che sono quelli previsti nell’art. 147 c.c. (obblighi di mantenere, educare ed istruire il figlio), con conseguente applicazione dell’art. 148 c.c., che specifica la misura in cui i coniugi sono tenuti ad adempiere all’obbligazione di mantenimento dei figli.

Con l’art. 261 c.c. il legislatore ha affermato il principio di parità di trattamento da parte del genitore dei figli naturali e legittimi, e, quindi, di parità di trattamento anche per quanto riguarda l’obbligo del mantenimento.

Allo stesso modo devono essere valutati sotto un profilo economico i compiti domestici e di cura dei figli svolti dal genitore collocatario.

Quanto all’art. 337-septies c.c., introdotto dal D.Lgs. n. 154 del 2013, ed in vigore dal 7 febbraio 2014 unitamente all’intero Titolo IX (Della responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio), capo II (Esercizio della responsabilità genitoriale a seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio, ovvero all’esito di procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio) del Libro primo del menzionato codice, esso dispone, al comma 1, che il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto. Trattasi, evidentemente, di norma da leggersi tenendo conto anche di quanto sancito dall’art. 147 c.c.(nel testo, qui applicabile ratione temporis, risultante dalla modifica apportatagli dal D.Lgs. predetto), a tenore del quale il matrimonio impone ad entrambi i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni, secondo quanto previsto dall’art. 315-bis c.c.e da quest’ultima disposizione, il cui comma 1 prevede che il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni e delle sue aspirazioni. Fin da ora, peraltro, va ricordato che, secondo la giurisprudenza di legittimità ormai consolidatasi: i) ‘l’obbligo di mantenere il figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma si protrae qualora questi, senza sua colpa, divenuto maggiorenne, sia tuttavia ancora dipendente dai genitori. Ne consegue che, in tale ipotesi, il coniuge separato o divorziato, già affidatario è legittimato, iure proprio (ed in via concorrente con la diversa legittimazione del figlio, che trova fondamento nella titolarità, in capo a quest’ultimo, del diritto al mantenimento), ad ottenere dall’altro coniuge un contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne’ (cfr.Cass. n. 32529 del 2018; Cass. n. 9698 del 2001; Cass. n. 1353 del 1999); ii) ‘il diritto del coniuge separato di ottenere un assegno per il mantenimento del figlio maggiorenne convivente è da escludere quando quest’ultimo abbia iniziato ad espletare un’attività lavorativa, così dimostrando il raggiungimento di una adeguata capacità e determinando la cessazione del corrispondente obbligo di mantenimento ad opera del genitore, sicchè l’eventuale perdita dell’occupazione o il negativo andamento della stessa non comporta la reviviscenza dell’obbligo del genitore al mantenimento’ (cfr.Cass. n. 6509 del 2017; Cass. n. 26259 del 2005); iii) ‘la cessazione dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non autosufficienti deve essere fondata su un accertamento di fatto che abbia riguardo all’età, all’effettivo conseguimento di un livello di competenza professionale e tecnica, all’impegno rivolto verso la ricerca di un’occupazione lavorativa nonchè, in particolare, alla complessiva condotta personale tenuta, dal raggiungimento della maggiore età, da parte dell’avente diritto’ (cfr.Cass. n. 5088 del 2018;Cass. n. 12952 del 2016).

4.2.3. Circa, invece, l’adozione di persona maggiore di età, detta anche adozione ordinaria o civile, oggi disciplinata agli artt. 291 c.c.e segg., essa ha subito, nel tempo, numerosi interventi riformatori, dovuti in larga parte all’evolversi della coscienza sociale in ambito lato sensu ‘familiare’.

Invero, secondo l’insegnamento tradizionale, l’istituto dell’adozione rispose ad una funzione squisitamente privatistica consistente nel soddisfare l’interesse dell’adottante alla trasmissione del nome e del patrimonio, mediante la creazione di un vincolo di filiazione artificiale. In considerazione di tali finalità patrimoniali e successorie, l’istituto fu introdotto nel Code civil francese del 1804 e, per gli stessi fini, recepito dal codice civile unitario del 1865, dove fu riservato ai maggiori di diciotto anni (che tuttavia allora non erano ancora maggiorenni, poichè la maggiore età si raggiungeva a ventuno anni). Certo già allora non poteva ignorarsi la valenza personalistica dell’adozione, sia con riguardo all’interesse dell’adottante, rispetto al quale essa rappresentava ‘un’invenzione pietosa della legge destinata a colmare un vuoto che una sorte avara ed avversa lascia non di rado nella vita di un uomo’, sia nei confronti dell’adottato, nascendo l’adozione come atto di generosità in virtù del quale si convertiva ‘in dovere un’affezione sino ad allora libera ed indipendente’. Il carattere ‘affettivo’ dell’adozione costituiva, tuttavia, mero movente psicologico, pressochè irrilevante sotto il profilo della disciplina. Alla luce del diritto positivo, invero, essa si configurava alla stregua di un atto di diritto privato volto alla sola devoluzione del nome e del patrimonio. In tali sensi, del resto, opinava anche la dottrina contemporanea al codice del 1865, la quale, valorizzando alcuni profili della disciplina allora vigente (in particolare, l’art. 208, per il quale ‘l’adozione si fa col consenso dell’adottante e dell’adottando’, e l’art. 217, che faceva decorrere gli effetti dell’adozione dal giorno della prestazione del consenso medesimo e non dal successivo atto di omologazione da parte dell’autorità giudiziaria), attribuiva al consenso delle parti l’effetto costitutivo del rapporto adozionale. Proprio in conseguenza della sua natura privatistica, non si determinava l’inserimento dell’adottato nella famiglia dell’adottante, mentre restavano integri i rapporti del primo con la propria famiglia di origine. Stante il carattere patrimoniale dell’istituto, la legge prevedeva, inoltre, una serie di divieti e cautele a tutela degli interessi dei parenti dell’adottante. In tal senso doveva leggersi, principalmente, il divieto di adottare in presenza di propri figli legittimi o legittimati, logica conseguenza della finalità di supplire al difetto di discendenti propria dell’adozione e volto ad evitare che l’istituto si prestasse ad eludere le norme sulla successione necessaria, consentendo di attribuire ad un estraneo una quota maggiore rispetto a quella disponibile. Nella stessa direzione muovevano, poi, il limite minimo di età per adottare, che ancora il legislatore del 1942 fissava al cinquantesimo anno, essendo sensibilmente ridotta a tale data la capacità di procreare; nonchè il divieto di adottare più persone, salvo che ciò avvenisse con il medesimo atto. Stante la natura negoziale attribuita all’istituto, si intendeva con tale ultima previsione precludere ad una delle parti la possibilità di modificare unilateralmente i contenuti del rapporto posto in essere. Confermava, infine, il carattere privatistico dell’istituto la norma che richiedeva l’assenso del coniuge e dei genitori legittimi o naturali dell’adottante e dell’adottando, e che, a parere della dottrina, configurava un atto personalissimo ed irrevocabile, esplicazione di un ‘potere familiare’ volto alla tutela del prevalente interesse della famiglia.

4.2.3.2. Fu il codice del 1942 ad abbandonare la prospettiva esclusivamente privatistica e ad imprimere una prima, fondamentale svolta in chiave personalistica all’istituto, consentendo l’adozione anche dei minori. Tale mutamento ebbe l’effetto di introdurre nell’istituto un valore nuovo: l’interesse del minore. Anche in virtù del dettato costituzionale, si finì, infatti, con il ritenere detto interesse prevalente rispetto a quello dell’adottante a procurarsi un discendente. Si aprì, così, la strada alle riforme apportate dallaL. 5 maggio 1967, n. 431, che, mentre introduceva l’adozione speciale, modificava la disciplina codicistica dell’adozione ordinaria al fine di piegarla all’assolvimento di una funzione esplicitamente assistenziale. Detti mutamenti determinarono, però, al contempo, un arretramento nella tutela delle ragioni, specie patrimoniali, della famiglia legittima. Così, se la riduzione del limite di età per l’adottante a trentacinque o, eccezionalmente, a trent’anni rispondeva essenzialmente allo scopo di dare all’adottato genitori giovani e, nondimeno, dotati del grado di maturità necessaria a compiere una scelta responsabile, di fatto essa fece venir meno l’originaria funzione dell’adozione, di sopperire alla mancanza di una propria discendenza, non potendosi più escludere una futura filiazione da parte dell’adottante. Lo stesso interesse patrimoniale dell’adottato venne subordinato alla preminente funzione assistenziale, allorchè si consentì a che l’adozione fosse disposta nei confronti di più persone anche con atti successivi.

Un ulteriore affievolimento della tutela dei membri della famiglia dell’adottante si ebbe, poi, con la legge di riforma del diritto di famiglia del 1975, che rese possibile l’adozione civile anche in assenza dei prescritti assensi, ove il rifiuto fosse apparso ingiustificato o contrario all’interesse dell’adottando, ovvero l’assenso non avesse potuto essere prestato per incapacità o irreperibilità della persona. Un vero e proprio potere di veto rispetto alla decisione adottiva permaneva solo in capo ai genitori esercenti la potestà sull’adottando ed ai coniugi conviventi dell’adottato e dell’adottante. Peraltro, la dottrina osservava come un rifiuto ingiustificato da parte dei genitori avrebbe potuto essere superato mediante una pronuncia di decadenza dalla potestà ai sensi dell’art. 330 c.c., ovviamente ove si fosse ritenuto integrato uno dei fatti previsti dalla norma. Rispetto al coniuge convivente dell’adottante, invece, l’insuperabilità del rifiuto veniva interpretato come conseguenza della mutata funzione dell’adozione, che adesso faceva apparire come naturale l’instaurarsi della convivenza tra adottato minorenne ed adottante, e serviva di conseguenza a garantire da possibili turbamenti ‘l’armonia spirituale della famiglia’ di quest’ultimo.

Le modifiche appena menzionate sono passate pressochè indenni attraverso la novella del 4 maggio 1983, n. 184. Allo scopo di risolvere le problematiche connesse alla coesistenza di due istituti, l’adozione speciale e quella ordinaria, entrambi applicabili ai minori, il legislatore ha, in questa occasione, confinato l’applicabilità dell’adozione codicistica ai soli maggiorenni. Si è in tal modo voluta restituire all’istituto la funzione patrimoniale per la quale era stato concepito. Ciò ha condotto ad eliminare dal codice quelle disposizioni che avevano piegato l’adozione civile a finalità di carattere assistenziale, in primis la norma attributiva della potestà all’adottante (art. 301). La natura del vincolo instaurato con l’adottato torna, dunque, a connotarsi in chiave essenzialmente patrimoniale giacchè, salva l’assunzione del cognome, esso si limita a far conseguire all’adottato i soli diritti successori ed alimentari. L’adozione cd. ordinaria continua, pertanto, a rispondere, in primo luogo, alla già descritta funzione tradizionalmente accordatale; quantomeno, è proprio in vista di tale funzione che ne sono definiti presupposti, condizioni ed effetti nella disciplina delineata dagli artt. 291 c.c. e segg..

Appare tuttavia innegabile che lo strumento dell’adozione de qua si presti ad essere utilizzato anche con ben altra finalità, almeno in tutti i casi in cui l’adottando, sebbene maggiore di età, sia inserito di fatto in un consorzio familiare, in cui si avverta un’insistente esigenza di assicurare una piena legittimazione, sul piano giuridico, ad una realtà già in atto sul piano dei sentimenti e delle relazioni personali. Si pensi, ad esempio, alla idoneità dell’adozione predetta, ritenuta da parte della dottrina, a ‘dare veste giuridica al rapporto personale ed affettivo che spesso si costituisce tra coniuge e figlio dell’altro coniuge, vedovo o divorziato, o a quello creatosi a seguito di un affidamento (non temporaneo) che si è prolungato ma non può evidentemente proseguire oltre la maggiore età’. E’ proprio alla contrapposizione fra le suesposte esigenze che appare riconducibile l’andamento altalenante degli interventi giurisprudenziali. Laddove all’adozione si attribuisce il ruolo di costituire (ovvero di riconoscere l’esistenza di) una famiglia, giocoforza è il tentativo di assimilare lo strumento delineato nel codice alle forme di adozione dei minori; qualora, invece, l’adozione dei maggiori di età sia confinata entro il ruolo tradizionalmente riconosciutole, non potrà che derivarne un’applicazione rigorosa e restrittiva delle norme codicistiche, giustificata dalla loro autosufficienza e sostanziale estraneità alle problematiche proprie delle situazioni di abbandono dei minori e dei rimedi di volta in volta apprestati dall’ordinamento in funzione di una loro adeguata protezione. Proprio in quest’ottica, del resto, va inquadrato il dibattito che, nel corso degli ultimi decenni, ha visto spesso contrapposte la Corte costituzionale, fedele alla concezione, per così dire, tradizionale dell’istituto dell’adozione di persone maggiori di età, e la Corte di cassazione, la quale, in diverse occasioni, ha sostenuto l’opportunità di un’applicazione meno rigida di tale strumento, evidenziandone piuttosto i punti di contatto che quelli di divergenza rispetto alle forme di adozione dei minori e spingendosi sino al punto di ‘forzare’ la lettera degliartt. 291 c.c. e segg.. Se, dunque, la Consulta ha più volte ribadito la bontà del sistema dell’adozione dei maggiori di età – come risultante dai diversi interventi normativi che si sono sovrapposti alla disciplina dell’adozione originariamente delineata nel codice civile – facendo leva essenzialmente sulla funzione ad essa tipicamente assegnata, la Cassazione ha offerto delle interpretazioni coraggiosamente innovative, spinta dall’esigenza di sostenere l’aspirazione dei privati alla formazione di nuclei familiari stabili e dalla ferma volontà di salvaguardarne l’unità, assumendosi, con ciò, la responsabilità di sconfessare più o meno apertamente le posizioni più prudentemente mantenute dal Giudice delle leggi. Basti pensare alle pronunce attinenti alla derogabilità dei requisiti di età richiesti per procedere all’adozione.

CON IL DIVORZIO CONGIUNTO SI REGOLANO:
Bologna Affidamento
Nullità o annullamento del matrimonio civile
Precedente vincolo matrimoniale
Rapporto di affinità, parentela e adozione
Interdizione giudiziale del coniuge
Minore età del coniuge
Incapacità naturale del coniuge
Dichiarazione o disconoscimento di paternità
Dichiarazione giudiziale di paternità
Dichiarazione giudiziale di maternità
Disconoscimento di paternità
Pagamento per il mantenimento pregresso
Riconoscimento tardivo
Risarcimento dei danni
Violenza e abusi nelle relazioni familiari
Comportamenti persecutori
Stalking
Tutela delle donne vittime di violenza
Violazione degli obblighi di assistenza familiare
Maltrattamenti contro familiari
Maltrattamenti contro il convivente
Ordine di protezione e allontanamento del coniuge
Ordine di protezione e allontanamento del convivente
Famiglia di fatto e convivenze more uxorio
Accordo di convivenza sui rapporti patrimoniali
Accordo di convivenza sui Accertamento della stabile convivenza
Contratto di convivenza registrata
Modifiche al contratto di convivenza registrata
Risoluzione del contratto di convivenza registrata
Danno parentale
Comunione dei beni
Separazione dei beni
Diritti successori
Estensione dell’impresa familiare
Sottrazione di minori all’estero e rimpatrio
Rimpatrio di minori sottratti all’altro genitore
Sottrazione e trattenimento di minore all’estero (kidnapping)
Diritto minorile
Affidamento dei figli minori
Collocamento dei figli minori
Diritto di visita dei figli minori
Riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio
Disconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio
Protezione e tutela dei figli minori
Adozione nazionale e internazionale
Responsabilità genitoriale (limitazione e decadenza)
Tutela
Curatela
Tutela dei diritti assoluti del minore
Regolamentazione espatrio minore
Rappresentanza e amministrazione dei beni dei minori
Donazione a minori
Eredità a favore del minore
Giudice Tutelare
Impresa familiare
Acquisto di beni, proprietà e quote
Debiti contratti prima, durante o dopo il matrimonio
Gestione e divisione di aziende coniugali
Gestione e divisione di imprese familiari
Gestione e divisione di società di persone e di capitali
Trasferimento di proprietà immobiliari
Trasferimento di quote societarie
Trasferimento dell’azienda e prelazione
Accordo matrimoniale
e
Patti di famiglia
Trust
Separazione personale
Separazione consensuale
Separazione giudiziale
Dichiarazione di addebito della separazione
Infedeltà coniugale e risarcimento del danno
Affidamento condiviso o esclusivo dei figli
Collocamento dei figli
Diritto di visita dei minori
Assegnazione della casa coniugale e tutela
Assegno di mantenimento per i figli
Assegno di mantenimento per il coniuge
Assegno dai nonni per il mantenimento del nipote
Modifica dell’assegno o delle condizioni di separazione
Garanzie per il pagamento dell’assegno
Divorzio
Divorzio consensuale
Divorzio giudiziale
Affidamento condiviso o esclusivo dei figli
Collocamento dei figli
Diritto di visita dei minori
Assegnazione della casa familiare e tutela
Assegno di mantenimento per i figli
Assegno divorzile per l’ex coniuge
Assegno alimentare per l’ex coniuge
Assegno in un’unica soluzione c.d. una tantum
Modifica dell’assegno o delle condizioni di divorzio
Attribuzione quota del TFR (Trattamento di Fine Rapporto)
Successione del coniuge divorziato
Assegno successorio a carico dell’eredità
Attribuzione della pensione di reversibilità
Perdita o mantenimento del cognome
Dichiarazione o disconoscimento di paternità
Dichiarazione giudiziale di paternità
Dichiarazione giudiziale di maternità
Disconoscimento di paternità
Pagamento per il mantenimento pregresso
Riconoscimento tardivo
Risarcimento dei danni
Violenza e abusi nelle relazioni familiari
Comportamenti persecutori
Stalking
Tutela delle donne vittime di violenza
Violazione degli obblighi di assistenza familiare
Maltrattamenti contro familiari
Maltrattamenti contro il convivente
Ordine di protezione e allontanamento del coniuge
Ordine di protezione e allontanamento del convivente
Famiglia di fatto e convivenze more uxorio
Accordo di convivenza sui rapporti patrimoniali
Accordo di convivenza sui rapporti personali
Accordo economico di post-convivenza
Affidamento e collocazione dei figli minorenni
Affidamento e collocazione dei figli maggiorenni non autosufficienti
Diritto di visita per genitore e nonni
Contributo al mantenimento dei figli e spese straordinarie
Assegnazione della casa familiare e tutela
Uso della casa familiare
Destinazione della casa familiare
Acquisto esclusivo o in comproprietà col convivente
Attribuzione patrimoniale in favore del convivente
Affitto
Perdita assegno di separazione o di divorzio
Convivenze registrate
Accertamento della stabile convivenza
Contratto di convivenza registrata
Modifiche al contratto di convivenza registrata
Risoluzione del contratto di convivenza registrata
Danno parentale
Comunione dei beni
Separazione dei beni
Diritti successori
Estensione dell’impresa familiare
Sottrazione di minori all’estero e rimpatrio
Rimpatrio di minori sottratti all’altro genitore
Sottrazione e trattenimento di minore all’estero (kidnapping)
Diritto minorile
Affidamento dei figli minori
Collocamento dei figli minori
Diritto di visita dei figli minori
Riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio
Disconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio
Protezione e tutela dei figli minori
Adozione nazionale e internazionale
Responsabilità genitoriale (limitazione e decadenza)
Tutela
Curatela
Tutela dei diritti assoluti del minore
Regolamentazione espatrio minore
Rappresentanza e amministrazione dei beni dei minori
Donazione a minori
Eredità a favore del minore
Giudice Tutelare
Vigilanza sul rispetto di accordi di separazione e/o divorzio
Cura dei beni del minore
Protezione del minore
Nomina e controllo dell’amministratore di sostegno
Vincoli pupillari
Protezione del patrimonio familiare
Impresa familiare
Acquisto di beni, proprietà e quote
Debiti contratti prima, durante o dopo il matrimonio
Gestione e divisione di aziende coniugali
Gestione e divisione di imprese familiari
Gestione e divisione di società di persone e di capitali
Trasferimento di proprietà immobiliari
Trasferimento di quote societarie
Trasferimento dell’azienda e prelazione
Accordo matrimoniale
Accordo preventivo su diritti disponibili
Accordo su rapporti personali e patrimoniali
Assistenza nella mediazione familiare
Fondo patrimoniale
Passaggio generazionale
Patti di famiglia
Trust

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MATRIMONIO : Tutela del patrimonio, Convenzioni matrimoniali

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    Nullità o annullamento del matrimonio

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ACCORDI PREMATRIMONIALI BOLOGNA

MATRIMONIO : Tutela del patrimonio, Convenzioni matrimoniali

[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

Come è noto, la giurisprudenza è orientata a ritenere tali accordi, assunti prima del matrimonio o magari in sede di separazione consensuale, e in vista del futuro divorzio, nulli per illiceità della causa, perchè in contrasto con ì principi di indisponibilità degli status e dello stesso assegno di divorzio (per tutte, Cass. N. 6857 del 1992). Tale orientamento è criticato da parte della dottrina, in quanto trascurerebbe di considerare adeguatamente non solo i principi del diritto di famiglia, ma la stessa evoluzione del sistema normativo, ormai orientato a riconoscere sempre più ampi spazi di autonomìa ai coniugi nel determinare i propri rapporti economici, anche successivi alla crisi coniugale. (E’ assai singolare che invece siano stati ritenuti validi accordi in vista di una dichiarazione di nullità del matrimonio, perchè sarebbero correlati ad un procedimento dalle forti connotazioni inquisitorie, volto ad accertare l’esistenza o meno di una causa di invalidità del matrimonio, fuori da ogni potere negoziale di disposizione degli status: tra le altre, Cass. N. 348 del 1993).

Giurisprudenza più recente di questa Corte ha invece sostenuto che tali accordi non sarebbero di per sè contrari all’ordine pubblico:

AVVOCATO A BOLOGNA MATRIMONIO Matrimonio ,Tutela del patrimonio, Convenzioni matrimoniali, Comunione dei beni, per separazione
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ASSEGNO DI DIVORZIO DETERMIANBILE PRIMA DEL MATRIMONIO?

dovrebbe rinvenirsi nella tutela del coniuge economicamente più debole, e l’azione di nullità (relativa) sarebbe proponibile soltanto da questo (al riguardo, tra le altre, Cass. N. 8109 del 2000; n. 2492 del 2001; n. 5302/2006).

I coniugi non possono modificare il proprio status per effetto di una bilaterale manifestazione di volontà bensì possono raggiungere intese a riguardo unicamente all’interno del numerus clausus di ipotesi previste dalla legge (separazione consensuale e divorzio congiunto).

Il diritto di famiglia disciplina rapporti personali e patrimoniali tramite norme imperative e norme dispositive, le quali ultime permettono all’autonomia privata di esplicarsi.

Un atto di autonomia privata viene individuato, anzitutto, nel matrimonio.

AVVOCATO A BOLOGNA MATRIMONIO,tutela patrimonio

FONDI PATRIMONIALI 

  1. Le convenzioni matrimoniali [159, 167 ss., 215 ss.] debbono essere stipulate per atto pubblico [2699] sotto pena di nullità [1350](1).
  2. La scelta del regime di separazione [215] può anche essere dichiarata nell’atto di celebrazione del matrimonio [130].
  3. Le convenzioni possono essere stipulate in ogni tempo, ferme restando le disposizioni dell’articolo 194(2).
  4. Le convenzioni matrimoniali non possono essere opposte ai terzi quando a margine dell’atto di matrimonio non risultano annotati la data del contratto, il notaio rogante e le generalità dei contraenti, ovvero la scelta di cui al secondo comma
  5. Le modifiche delle convenzioni matrimoniali (1), anteriori o successive al matrimonio, non hanno effetto se l’atto pubblico non è stipulato col consenso di tutte le persone che sono state parti nelle convenzioni medesime, o dei loro eredi.
  6. Se uno dei coniugi muore dopo aver consentito con atto pubblico alla modifica delle convenzioni, questa produce i suoi effetti se le altre parti esprimono anche successivamente il loro consenso (2), salva l’omologazione del giudice (3). L’omologazione può essere chiesta da tutte le persone che hanno partecipato alla modificazione delle convenzioni o dai loro eredi.
  7. L’atto interveniente tra i coniugi separati di fatto col quale, al fine di disciplinare i reciproci rapporti economici  Cass. civ. n. 9034/1997, un coniuge s’impegna a trasferire gratuitamente all’altro determinati beni,
  8. non è ritenuto una convenzione matrimoniale ex art. 162 c.c., postulante lo svolgimento della convivenza coniugale ed il riferimento ad una generalità di beni, anche di futura acquisizione, ma un contratto atipico, con propri presupposti e finalità, soggetto per la forma alla comune disciplina e, quindi, se relativo a beni immobili, validamente stipulabile con scrittura privata senza necessità di atto pubblico.
  9. La costituzione del fondo patrimoniale di cui all’art. 167 c.c.
  10.  è soggetta alle disposizioni dell’art. 162 c.c., circa le forme delle convenzioni matrimoniali, ivi inclusa quella del comma 4, che ne condiziona l’opponibilità ai terzi all’annotazione del relativo contratto a margine dell’atto di matrimonio Cassazione civile sez. un.  13 ottobre 2009 n. 21658
  11. , mentre la trascrizione del vincolo per gli immobili, ai sensi dell’art. 2647 c.c., resta degradata a mera pubblicità-notizia e non sopperisce al difetto di annotazione nei registri dello stato civile, che non ammette deroghe o equipollenti, restando irrilevante la conoscenza che i terzi abbiano acquisito altrimenti della costituzione del fondo. (Nella specie, le S.U. hanno confermato la sentenza di merito che – in presenza di un atto di costituzione del fondo patrimoniale trascritto nei pubblici registri immobiliari, ma annotato a margine dell’atto di matrimonio successivamente all’iscrizione di ipoteca sui beni del fondo medesimo – aveva ritenuto che l’esistenza del fondo non fosse opponibile al creditore ipotecario).

Cassazione civile sez. un.  13 ottobre 2009 n. 21658

 La costituzione del fondo patrimoniale di cui all’art. 167 c.c. è soggetta alle disposizioni dell’art. 162 c.c. circa la forma delle convenzioni matrimoniali, ivi incluso il comma 3, che ne condiziona l’opponibilità ai terzi all’annotazione del relativo contratto a margine dell’atto di matrimonio, mentre la trascrizione del vincolo per gli immobili, ai sensi dell’art. 2647 c.c., resta degradata a mera pubblicità-notizia, inidonea ad assicurare l’opponibilità in questione, e non sopperisce al difetto dell’annotazione nei registri dello stato civile, che non ammette deroghe od equipollenti, restando irrilevante la conoscenza che i terzi possano avere acquisito, altrimenti, della costituzione del fondo. Ne consegue che, in mancanza di annotazione del fondo a margine dell’atto di matrimonio, il fondo non è opponibile ai creditori che abbiano iscritto ipoteca sui beni del fondo, essendo irrilevante, a tale effetto, la trascrizione del fondo nei registri della Conservatoria dei beni immobili.[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

Per la pubblicità richiesta dagli art. 162 e 163 c.c. ai fini dell’opponibilità ai terzi delle convenzioni matrimoniali tra coniugi, è necessaria e sufficiente l’annotazione dell’atto di matrimonio contenuta nel registro depositato presso gli uffici del Comune di celebrazione, e non anche presso altri uffici.

L’ordinamento di stato civile prescrive, invero, che i registri di matrimonio siano tenuti dall’ufficiale dello stato civile in doppio originale, e che un originale sia trasmesso al Procuratore della Repubblica per il deposito presso la cancelleria del Tribunale per scopi che trascendono quelli della pubblicità, tanto è vero che: i certificati di nascita, di cittadinanza, di matrimonio e di morte sono rilasciati dal Comune e non dalla cancelleria del Tribunale; l’estratto dell’atto di celebrazione del matrimonio è solo quello a firma dell’ufficiale di stato civile; se il legislatore avesse disposto una doppia annotazione delle convenzioni matrimoniali (e delle loro modifiche) ai fini della tutela dei terzi, l’avrebbe espressamente prevista e non si sarebbe limitato ad imporre al notaio rogante di richiedere l’annotazione all’ufficiale di stato civile.

L’obbligo di mantenimento dei figli minori o maggiorenni ma economicamente non autosufficienti può essere adempiuto dai genitori in sede di separazione personale o di divorzio mediante un accordo che, anzicché attraverso una prestazione patrimoniale periodica, od in concorso con essa, attribuisca o li impegni ad attribuire ai figli la proprietà di beni mobili od immobili; tale accordo non realizza una donazione, in quanto assolve ad una funzione solutoria-compensativa dell’obbligazione di mantenimento, e costituisce applicazione del principio, stabilito dall’art. 1322 c.c., della libertà dei soggetti di perseguire con lo strumento contrattuale interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico.

Alle pattuizioni convenute dai coniugi prima del decreto di omologazione della loro separazione e non trasfuse nell’accordo omologato, può riconoscersi validità solo quando assicurino una maggiore vantaggiosità all’interesse protetto dalla norma (ad esempio, concordando un assegno di mantenimento in misura superiore a quella sottoposta ad omologazione), o quando concernano un aspetto non preso in considerazione dall’accordo omologato e sicuramente compatibile con questo, in quanto non modificativo della sua sostanza e dei suoi equilibri, o quando costituiscano clausole meramente specificative dell’accordo stesso, non essendo, altrimenti, consentito ai coniugi di incidere sull’accordo omologato con soluzioni alternative di cui non sia certa, a priori, l’uguale o migliore rispondenza all’interesse tutelato attraverso il controllo

La convenzione tra coniugi, che esprime l’opzione per la cessazione della comunione legale e per il correlativo passaggio alla separazione dei beni, esaurisce in se stessa quell’incidenza sul regime dei rapporti patrimoniali tra i coniugi che la qualifica come convenzione matrimoniale modificativa, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 163 forma costitutiva di cui all’art. 162 c.c. Tale non è, invece, considerabile la convenzione in virtù della quale avviene il passaggio dalla situazione potenziale di divisibilità (conseguente al pregresso scioglimento) all’attualità (derivante dal compimento della divisione) dell’attribuzione a ciascuno dei coniugi dell’esclusiva titolarità di uno o più diritti o cespiti precedentemente comuni. Questa divisione non incide, infatti, su una situazione giuridica di comunione legale speciale (alla quale soltanto è riferibile la disciplina degli artt. 162 e 163 c.c.), che non esiste più nel momento in cui viene posta in essere la divisione convenzionale, alla quale, perciò, torna applicabile la disciplina di forma e di sostanza che regola la divisione ordinaria (nella specie, i coniugi procedevano, con atto pubblico, allo scioglimento della comunione dei beni tra loro esistente; successivamente, con scrittura privata, il marito rinunciava ad ogni sua pretesa su un’azienda commerciale acquistata nel vigore del regime di comunione e, corrispettivamente, la moglie si obbligava a versargli una somma di denaro. La S.C., in applicazione dell’enunciato principio di diritto, ha affermato la validità della seconda convenzione, che, non avendo carattere modificativo del regime patrimoniale vigente tra i coniugi, non necessitava della forma pubblica).

L’accordo intercorso, prima della riforma del diritto di famiglia del 1975, tra coniugi in regime di separazione dei beni, con il quale questi si obbligavano a versare in un unico conto corrente i proventi delle rispettive attività professionali, costituendo esercizio della privata autonomia, è soggetto alle norme ordinarie e non costituisce convenzione matrimoniale da stipularsi con atto pubblico a pena di nullità, con la conseguenza che tale accordo può essere provato anche a mezzo di testimoni.

L’opponibilità ai terzi della comunione degli utili e degli acquisti, costituita prima della riforma del diritto di famiglia (L. 19 maggio 1975, n. 151), è condizionata soltanto alla annotazione a margine dell’atto di matrimonio, prevista dall’art. 162 c.c., per le convenzioni matrimoniali, senza che sia richiesta la trascrizione della relativa convenzione a norma dell’art. 2647 c.c., atteso che l’art. 227 della legge n. 151 del 1975 non ha previsto l’ultrattività delle precedenti norme per tale comunione, come invece ha disposto per le doti e i patrimoni familiari.[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

Opponibilita’ ai terzi fondo patrimoniale

La costituzione del fondo patrimoniale prevista dall’art. 167 cod. civ., così come stabilito dall’art. 162 cod. civ per tutte le convenzioni matrimoniali, è opponibile ai terzi esclusivamente a partire dalla data dell’annotazione a margine dell’atto di matrimonio nei registri dello stato civile, non potendosi retrodatare la produzione degli effetti alla data di proposizione della domanda di annotazione od anticiparli alla data della trascrizione effettuata ex art. 2647 cod. civ ed avente l’esclusiva funzione di pubblicità notizia. Pertanto, (Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 24332 del 30 settembre 2008)

se il pignoramento immobiliare è eseguito, nelle forme dell’art. 555 cod. proc. civ., prima dell’annotazione, la costituzione del fondo patrimoniale non ha effetto nei confronti del creditore pignorante e di quelli che intervengono nell’esecuzione, sussistendo l’inefficacia degli atti di disposizione del bene pignorato, prevista dall’art. 2913 cod. civ., che comprende non solo gli atti di alienazione in senso stretto, ma anche tutti gli atti di disposizione del patrimonio del debitore dai quali possa comunque derivare una sostanziale diminuzione della possibilità per il creditore pignorante o per i creditori intervenuti di soddisfarsi sui beni in questione. Allo stesso risultato si perviene quando il pignoramento sia successivo all’annotazione, ma l’ipoteca (nella specie giudiziale) sia stata iscritta precedentemente, in quanto con l’iscrizione sorge immediatamente per il creditore il potere di espropriare il bene, “ex” art. 2808 cod. civ., con prevalenza rispetto ai vincoli successivi.

Ai sensi degli artt. 162 e 163 cod. civ. affinché la pubblicità relativa alla stipula e alle modifiche delle convenzioni matrimoniali Cass. civ. n. 18870/2008

renda le stesse opponibili ai terzi è necessaria e sufficiente l’annotazione a margine dell’atto di matrimonio iscritto nel registro depositato presso gli uffici del Comune di celebrazione, poiché è presso questi uffici che i terzi interessati hanno l’onere di rccarsi per avere conoscenza di come siano stati regolati i rapporti patrimoniali tra i coniugi e non anche presso altri uffici. La circostanza che l’ordinamento dello stato civile prescrive che i registri siano tenuti dall’ufficiale dello stato civile in doppio originale e che un originale sia trasmesso al procuratore della Repubblica per il deposito presso la cancelleria del tribunale individua una modalità che soddisfa scopi di interesse pubblico che trascendono quelli della pubblicità e, del resto, l’estratto dell’atto di matrimonio si identifica solo con quello a firma dell’ufficiale dello stato civile.

 

Al riguardo, infatti, deve osservarsi che se il legislatore avesse preteso una doppia annotazione delle convenzioni matrimoniali ai fini della tutela dei terzi l’avrebbe espressamente prevista e non si sarebbe limitato ad imporre al notaio rogante di richiedere l’annotazione all’ufficiale dello stato civile. (Sulla scorta del riportato complessivo principio, la S.C., confermando la sentenza impugnata, ha rigettato il ricorso dell’istante fallimento proposto, ai fini dell’ottenimento del risarcimento dei danni, nei confronti di un Comune il cui ufficiale dello stato civile non aveva provveduto a trasmettere il secondo registro alla Procura della Repubblica e non aveva, così, consentito la doppia annotazione, sull’erroneo presupposto che tale adempimento fosse necessario per rendere opponibile ai terzi la stipulata convenzione matrimoniale del regime di separazione dei beni).

I coniugi in regime patrimoniale di comunione legale, al fine di effettuare l’acquisto anche di un solo bene in regime di separazione (tale essendo l’eventuale acquisizione in comunione ordinaria, che esige un regime di separazione) sono tenuti a previamente stipulare Cass. civ. n. 3647/2004

una convenzione matrimoniale derogatoria del loro regime ordinario, ai sensi dell’art. 162 c.c., sottoponendola alla specifica pubblicità per essa prevista, non essendo al riguardo viceversa sufficiente una più o meno esplicita indicazione contenuta nell’atto di acquisto, posto che questo non viene sottoposto alla pubblicità delle convenzioni matrimoniali, le quali solo conferiscono certezza in ordine al tipo di regime (patrimoniale) cui sono sottoposti gli atti stipulati dai coniugi.

La costituzione del fondo patrimoniale, di cui all’art. 167 c.c., dev’essere ricompresa tra le convenzioni matrimoniali e, pertanto, è soggetta alle disposizioni dell’art. 162 c.c., circa le forme delle convenzioni medesime, ivi inclusa quella del terzo comma, che ne condiziona l’opponibilità ai terzi all’annotazione del relativo contratto a margine dell’atto di matrimonio, mentre la trascrizione del vincolo stesso, ai sensi dell’art. 2647 c.c., con riferimento agli immobili che ne siano oggetto, resta degradata a mera pubblicità-notizia, inidonea ad assicurare detta opponibilità. Ne consegue, come in ogni caso in cui la legge dispone che per l’opponibilità di determinati atti è necessaria una certa forma di pubblicità, che la forma di pubblicità costituita dalla suddetta annotazione non ammette deroghe o equipollenti e che resta anche irrilevante l’effettiva conoscenza della costituzione del fondo che il terzo abbia altrimenti potuto conseguire, pur dovendosi escludere che l’annotazione predetta assuma in tal modo una funzione costitutiva, giacché l’unico effetto che condiziona è l’opponibilità ai terzi, mentre non incide a qualunque altro effetto sulla validità ed efficacia dell’atto (nella specie la Suprema Corte, in applicazione di tali principi, ha escluso che la costituzione del fondo potesse essere divenuta opponibile ad un terzo per effetto di una comunicazione a lui indirizzata da parte dei costituenti tramite una lettera).

3)separazione Bologna 2) coniugi che litigano

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1) avvocato matrimonialista 4)risolvi

separazione Bologna 2)coniugi che litigano 1) avvocato matrimonialista
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come si puo’ risolvere una separazione senza troppe liti?

 

1)volerlo: occorre volontà da parte di entrami i coniugi

2) collaborazione: occorre che entrambi i coniugi collaborino per la separazione

3)rivolgersi a un avvocato esperto matrimonialista a Bologna come l’avvocato Sergio Armaroli

4)pensare bene se la crisi matrimoniale non sia risolvibile!!

 

Molti arrivano alla separazione senza tentare e tentare ancora di stare insieme

 

ARRIVARE ALLA SEPARAZIONE Bologna coniugi che litigano 

 

  • Cercare una separazione consensuale si evita tempo rancori e poi si spende meno
  • Trovare una soluzione per la casa coniugale, che di solito va assegnato al genitore che ha in affido e collocamento i figli minori
  • Trovare un accordo sul mensile sull’assegno di mantenimento sia per i figli che eventualmente per il coniuge

UDIENZA DI SEPARAZIONE AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA Bologna coniugi che litigano 

  • Il presidente addotta i provvedimenti urgenti
  • Il presidente dispone un eventuale assegno di mantenimento

Marito e moglie hanno figli?

Necessaria la previsione dell’affido dei figli , regolamentare i rapporti con entrambi i genitori e stabilire l’entità dell’assegno di contributo al mantenimento. Tutto cio dovra’ previlegiare l’interesse dei minori, affinché sui figli non ricada in modo traumatico il peso della separazione.

 

COSA OCCORRE FARE TRA I CONIUGI ?

 

mediante l’assegnazione della casa coniugale, la determinazione dell’assegno di mantenimento per il coniuge economicamente più debole e l’eventuale divisione dei beni comuni.

 CONSEGUENZE ADDEBITO SEPARAZIONE

Le conseguenze della pronuncia di addebito sono tre:

1)Perdita del diritto all’assegno di mantenimento

Il coniuge cui è stata addebitata la separazione, anche se versa nelle condizioni economiche che giustificherebbero il riconoscimento di assegno di mantenimento, ne perde il relativo diritto. Rimane inalterato il diritto agli alimenti cui è obbligato in primo luogo il coniuge, se ci sono i presupposti dello stato di bisogno e l’impossibilità di provvedere al proprio mantenimento tenuto conto delle condizioni fisiche, dell’età e della posizione sociale del coniuge.

2) Perdita dei diritti successori

Il coniuge separato al quale non sia stata addebitata la separazione mantiene gli stessi diritti del coniuge non separato (art. 548 c.c.).

 

Se invece al coniuge  è addebitata la separazione  perde la qualifica di erede legittimario e lo speciale diritto di abitazione della casa coniugale compreso l’uso dei mobili che la arredano.

 

 

 

avvocato per separazione
avvocato per separazione

 

 

L’avvocato matrimonialista Bologna tratta per i suoi clienti:

 

  1. separazione giudiziale Bologna coniugi che litigano 
  2. separazione consensuale Bologna coniugi che litigano 
  3. divorzio Bologna coniugi che litigano 
  4. modifica alla condizioni di separazione e divorzio
  5. nullità\ annullamento matrimonio
  6. tutela frequentazione nonni \ zii
  7. ordini di protezione \ allontanamento del coniuge e\o del figlio
  8. controversie relative alle convivenze more uxorio
  9. ricorso di separazione
  10. ricorso di divorzio
  11. le questioni patrimoniali relative alla comunione e ai beni acquistati in comune, il diritto agli alimenti per l’ex coniugel’assegnazione della casa familiare l’affidamento dei figli 
  12. Il trasferimento degli immobili nei procedimenti di separazione e divorzio

 

 

 

 

 

 

 

4 EREDITARE 3 ESSERE CONTENTI 2 RISOLVERE CONTENZIOSI 1 AFFIDARSI ALL’AVVOCATO

4 EREDITARE 3 ESSERE CONTENTI 2 RISOLVERE CONTENZIOSI 1 AFFIDARSI ALL’AVVOCATO
Ereditare è una fortuna?
Non sempre a volte si ereditano debiti, lo sapevi vero?
Quando erediti devi essere bene a conoscenza della massa ereditaria, e di cosa è composta la massa ereditaria!!
Ad esempio devi informarti che il de cuius non abbia debiti verso l’agenzia delle entrate, perché se accetti l’eredità devi poi risponderne!!
Ereditare vuol dire subentrare sia nelle attività che nelle passività  ricordatelo!!
Non solo gioie quindi !!
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Tutte le problematiche concernenti la morte di una persona ed il passaggio delle sue sostanze e dei suoi beni agli eredi legittimi o testamentari, richiedono lo svolgimento di attività legali (in primis: la Dichiarazione di Successione) che devono essere compiute entro periodi di tempo determinati dalla legge.
Qualora poi si presentino temi più complessi quali, a titolo meramente esemplificativo, la lesione della quota di legittima e l’impugnazione del testamento, si rende necessaria l’assistenza di un legale esperto che, oltre alla conoscenza delle norme, sia in grado di fornire consulenza sugli aspetti pratici e sulle finalità delle varie e complesse azioni legali a tutela dei diritti del Cliente.
La successione, intesa come fenomeno del subentrare di un soggetto giuridico, detto “successore” o “avente causa”, ad un altro soggetto giuridico, detto “autore” o “dante causa”, nell’ambito di un rapporto giuridico, esiste in una diversa tipologia di casi. Il diritto distingue tra successione universale e particolare, in base alla portata del trasferimento di poteri da un soggetto giuridico all’altro.
Ove in seguito all’apertura della successione vi siano più eredi istituiti per testamento o per legge sarà opportuno procedere alla divisione. Una celere divisione ereditaria è utile anche a fini pratici e gestionali.
Ove i coeredi non si trovino d’accordo sui beni e diritti da assegnare sarà sempre possibile attivare la divisione giudiziale, fatte salve disposizioni contrarie del testatore. Il diritto a domandare la divisione non può limitarsi se non per i cinque anni successivi all’apertura della successione.
Lo lo Studio Legale Avvocato A Bologna Sergio Armaroli tratta ogni tipo di questione inerente la Successione mortis causa e l’Eredità.
Si occupa  tanto di gestire la divisione amichevole o contrattuale quanto un’eventuale divisione giudiziale in caso di disaccordo dei coeredi.
Come contattare l’avvocato per consulenza o assistenza legale
Quali vizi possono affliggere le volontà testamentarie
Per quanto invece attiene al tipo di vizi che chi impugna può aver interesse a far valere in giudizio si possono distinguere ivizi formali dai vizi sostanziali, daldifetto della capacità e daivizi della volontà:
  1. I primi sono quelli cheattengono alla forma, come l’olografia nel testamento olografo o la presenza dei testimoni nel testamento pubblico.
  2. I secondi sono quelli che attengono ad uncontenuto testamentario difforme rispetto alle previsioni di legge, come ad esempio le disposizioni a favore del notaio o dei testimoni nel testamento pubblico.
  3. I terzi sono quelli che afferiscono allacapacità di disporre per testamento, come il caso in cui il testamento sia redatto da un minore.
  4. Gli ultimi sono quelli relativi aviolenza, errore e dolo.
Quando un testamento è invalido?
Un testamento è nullo quando è contrario a norme di legge  imperative. Ad esempio, se il testamento condiziona l’eredità ad una figlia alla circostanza che sposi una persona da lui  designata. Ciò lede una libertà fondamentale della persona. Oppure se il testamento presenta difetti di forma che ne rendono incerta l’autenticità. E’ così nullo un testamento olografo che non è stato scritto interamente dal defunto di suo pugno o non è firmato.
Diversamente un testamento è solo annullabile quando il testatore era incapace di intendere e di volere.
Quando è impugnabile una disposizione testamentaria?
In altri casi ancora, ci troviamo di fronte a un testatore che nomina erede una persona estranea alla famiglia o alla sua rete di affetti. Il che richiede di esaminare se si siamo di fronte a una disposizione testamentaria captatoria. Questa altro non è che  un vero e proprio  raggiro o altre manifestazioni fraudolente che ingannano il testatore. Egli è convinto, in conseguenza del raggiro, a disporre dei propri beni in modo diverso da come avrebbe fatto in piena libertà. Un’indagine è sicuramente opportuna.
La violazione della legittima 
Vi sono casi invece in cui le disposizioni contenute nel testamento violano i diritti garantiti dalla legge a protezione del coniuge o dei figli. In questi casi, non siamo di fronte a un vera impugnazione di testamento. Si tratta di una ipotesi di lesione di legittima. La legge prevede allora l’esercizio dell’azione di riduzione per riequilibrare la situazione tra eredi e consentire ai legittimari di poter godere della quota ad essi riservata. Devi dunque verificare qual’è la quota minima che ti spetta. E se questa è stata violata.
Lo Studio Legale Avvocato A Bologna Sergio Armaroli offre qualificata Consulenza legale sulla validità ed efficacia del Testamento (olografo, pubblico, segreto, o redatto in situazioni di emergenza) o di alcune Clausole del Testamento, Consulenza legale sulla quota ereditaria (per successione legittima, testamentaria, necessaria), Consulenza legale sulla Rappresentazione, Consulenza legale su Patti Successori, Consulenza legale su Patti di Famiglia, Consulenza legale sull’Accettazione o sulla Rinunzia all’eredità, Istanze per le Eredità e i Legati a favore di minorenne o di incapace, Consulenza legale su clausole di sostituzione e su condizioni testamentarie, ecc.
Lo Studio Legale Avvocato A Bologna Sergio Armaroli si occupa sia di contenzioso giudiziale sia di consulenza legale in materia contrattualistica, locazioni, diritto di famiglia (separazioni, divorzi, accordi su assegni di mantenimento, regolamentazione delle condizioni personali e patrimoniali relative a figli minori anche di coppie di fatto), infortunistica stradale (impugnazioni di multe per violazioni al Codice della Strada), responsabilità civile, recupero crediti e pratiche di successione (impugnazioni di testamenti).
La persona fisica mediante disposizione testamentaria può destinare i propri beni, che costituiranno l’asse ereditario al momento dell’apertura della successione (che coincide con la dipartita) liberamente secondo la propria volontà. Il testamento produce effetti nella sfera giuridica degli eredi con la semplice pubblicazione ex art. 620, comma 6, c.c., senza alcuna necessità di un accertamento della sua autenticità o trascrizione.
Le Sezioni Unite, con sentenza 15 giugno 2015 n. 12307 (rimarcando quanto affermato nella Sent. Cass. 15 giugno 1951 n. 1545), hanno affermato il principio secondo il quale, ove la parte contesti l’autenticità del testamento olografo, la stessa è tenuta a proporre domanda di accertamento negativo della provenienza della scrittura e, quindi, su di essa grava l’onere della relativa prova.
Le Sezioni Unite hanno superato il contrasto esistente nella Corte di legittimità. Più precisamente, tra l’indirizzo che riteneva necessaria la proposizione della querela di falso e quello che, invece, considerava sufficiente il mero disconoscimento della autenticità del testamento. 
In base ai principi generale, l’onere della prova grava in capo a colui che contesta la validità del testamento olografo. Ciò è anche in linea con la disposizione dell’art 456 c.c. che afferma che non si fa luogo alla successione legittima se non quando manca, in tutto o in parte, quella testamentaria: ne consegue, quindi, che colui che si afferma successore ex lege dovrà esercitare un’azione di accertamento negativo – volta a far valere la nullità del testamento e, quindi, il verificarsi della delazione legale – il cui onere della prova ricade su di lui, in conformità ai principi generali (in tal senso Corte di Cassazione, 1545/51).
Il nostro Ordinamento prevede tuttavia che alcuni soggetti con un legame familiare particolarmente stretto con il de cuiusabbiano diritto a ricevere una quota di eredità, anche in contrasto con la volontà della persona deceduta.
In ipotesi di testamento, infatti, i figli, il coniuge e gli ascendenti sono c.d. titolari di una quota di riserva, ovvero quella porzione dell’eredità che è destinata a questi.
Ove il testatore destini una quota di patrimonio ad un terzo e questa disposizione comporti una lesione della quota di riserva, il chiamato all’eredità titolare di tale quota può impugnare il testamento, invocando il rispetto della stessa e quindi riducendo la disposizone in favore del beneficiario.
Se il titolare della quota di riserva non impugna il testamento, quindi non intende beneficiare della porzione riconosciutagli dalla legge, la disposizone testamentaria è pienamente efficace e svolge i suoi effetti così come disposta dal testatore.
Lo Studio Legale Avvocato Sergio Armaroli offre alla propria clientela consulenza nel diritto ereditario, per una maggiore comprensione e conoscenza dei diritti che sorgono in capo all’erede in occasione della morte dei propri congiunti. 
In presenza di conflitti tra gli eredi ci occupiamo della soluzione delle problematiche familiari tipiche del diritto successorio, attraverso la mediazione stragiudiziale e, se necessario, il ricorso l”Autorità giudiziaria per il riconoscimento dei diritti ereditari. Successione legittima
Nel caso in cui il defunto non abbia lasciato alcuna disposizione riguardante i propri beni (nella totalità o in parte), si applica il principio di successione legittima, secondo il quale l’eredità viene devoluta al coniuge e ai parenti fino al sesto grado, in base a criteri di assegnazione dell’eredità stabiliti per legge. Secondo il Diritto Ereditario, coniugi, discendenti e ascendenti ricevono una quota di legittima (o di riserva) e in alcuni casi possono far valere i loro diritti anche andando contro le disposizioni testamentarie, chiedendone la riduzione. Nel caso in cui non siano presenti eredi o testamento, i beni del defunto vanno allo Stato.

Successione testamentaria

Questa modalità di successione ha ragione di essere nella presenza di un testamento, nel quale sono indicati gli eredi del defunto e l’attribuzione dei delegati, per quanto concerne le disposizioni patrimoniali. Nell’atto possono essere anche contenute disposizioni di tipo non patrimoniale, come la nomina di esecutori testamentari, riconoscimento di un figlio naturale, etc.. 
Tale documento ha tre forme principali, può essere infatti olografo, segreto oppure pubblico.
Strategia chiara e condivisa
Le tematiche e le controversie legali spesso toccano temi non sempre semplici da capire e che richiedono una valutazione d’insieme per trovare la giusta soluzione. 
Inoltre, il sistema giudiziario italiano non è sempre in grado di dare risposte definitive in tempi certi ai cittadini, rendendo ancora più complicato decidere quale strada seguire.  
In questo contesto diviene cruciale che l’avvocato presenti le tematiche nella maniera più chiara possibile ed esegua un’attenta e corretta valutazione d’insieme tra costi e benefici legati alla scelta strategica da condividere con il cliente.
Esperti nel diritto di famiglia e successioni
Lo Studio Legale Avvocato A Bologna Sergio Armaroli si qualifica nell’assistenza legale in fase contenziosa e precontenziosa negli ambiti:
  • del diritto di famiglia e tutela del minore (separazione consensuale e giudiziale, divorzio congiunto e giudiziale, comunione legale, separazione dei beni e fondo patrimoniale, contenzioso sull’affidamento del minore, consulenza psicologico forense sull’affidamento dei figli ecc.).
  • delle successioni (assistenza e consulenza nel diritto ereditario, assistenza nelle successioni e nelle dispute ereditarie, redazione di dichiarazione di successione e pratiche relative alla conseguente.);
4 EREDITARE 3 ESSERE CONTENTI 2 RISOLVERE CONTENZIOSI 1 AFFIDARSI ALL’AVVOCATO
4 EREDITARE 3 ESSERE CONTENTI 2 RISOLVERE CONTENZIOSI 1 AFFIDARSI ALL’AVVOCATO

ALLORA COSA BISOGNA FARE ?

 

Affidarsi a un avvocato esperto di successioni e eredita’ chiamando lo studio legale dell’avvocato Sergio Armaroli ,

Avrai tutta l’assistenza legale necessaria ,e meglio  chiederla prima di accettare una eredità , prima di fare scelte che se non si conoscono appieno potrebbero dare problemi!!

COSA FARE QUANDO SI EREDITA?

In primo luogo un inventario dei beni del defunto, cioè sapere cosa ha come immobili , conti correnti assicurazioni e debiti!!

Verificare l’esistenza di un testamento

 

Avvocato successioni Bologna Un testamento sia olografo che pubblico puo’ far variare e anche di molto la quota ereditaria che spetterebbe agli eredi legittimi, ma non potrà totalmente intaccare la quota che spetta agli eredi legittimari o necessari !!

 

Chi sono gli eredi legittimari o necessari?

Sono quegli eredi : coniuge figli ascendenti a cui la legge ricollega una quota di eredità , quegli eredi che comunque anche un testamento non puo’ togliere completamente la quota !!

  1. Filiazione legittima e naturale. Riconoscimento di figli naturali e relative impugnazioni.

  2. Procedimenti in materia di potestà genitoriale e affidamento.

  3. Adozioni

  4. Interdizioni – inabilitazioni – curatele – amministrazioni di sostegno.

  5. Diritti alimentari

  6. Successioni e divisioni ereditarie.

  7. Impugnazioni di testamenti.

  8. Inventari – donazioni

testamento eredi legittimi
testamento eredi universale
testamento eredi nipoti
testamento eredi
testamento eredi collaterali
testamento eredi diretti
testamento eredi e legatari
testamento eredi fratelli
testamento eredi senza figli
testamento eredi necessari
testamento agli eredi
testamento a erede universale
testamento erede universale azione di riduzione
comunicazione testamento agli eredi
notifica testamento agli eredi
lettura del testamento agli eredi
copia del testamento agli eredi
testamento cosa spetta agli eredi
testamento pubblico comunicazione agli eredi
testamento erede condizione
testamento con eredi legittimi
testamento con eredi universale
testamento con eredi
testamento convocazione eredi
testamento con eredi minorenni
testamento coniuge erede universale
testamento con erede morto
testamento con erede deceduto
testamento eredi deceduti
testamento erede defunto
testamento di erede universale
testamento senza eredi diretti
testamento diritti degli eredi
testamento olografo senza eredi diretti
testamento in presenza di eredi
eredi del testamento
testamento eredità e successioni
testamento ed eredi legittimi
testamento ed eredi
testamento esclusione eredi
testamento esclusione eredi legittimi
testamento e eredi
testamento e erede universale
testamento esclude erede legittimo
testamento erede universale esempio
testamento olografo ed eredi legittimi
testamento erede universale figlio
testamento chi avvisa gli eredi
testamento chi sono gli eredi
impugnazione testamento eredi legittimi
eredi impugnano testamento
testamento eredi legatari
testamento senza eredi legittimi
pubblicazione testamento eredi legittimi
testamento erede universale legittima
testamento olografo erede legatario
testamento erede morto
testamento erede universale moglie
testamento olografo modello eredi
testamento notaio eredi
testamento nomina erede universale
apertura testamento erede non presente
eredi nel testamento
testamento erede o legatario
testamento olografo eredi universale
testamento olografo erede universale coniuge
testamento olografo erede universale esempio
testamento olografo erede universale fac simile
testamento olografo erede unico
testamento olografo erede universale nipote
testamento olografo erede premorto
testamento olografo erede universale figlio
testamento eredi premorti
testamento eredi pretermessi
testamento pubblico eredi legittimi
testamento pubblico eredi
testamento pubblico erede universale
testamento premorienza erede
testamento per erede universale
apertura testamento presenza eredi
testamento con più eredi
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testamento senza eredi
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testamento olografo senza eredi
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Che cos’è la responsabilità medica – MALASANITA’ BOLOGNA

Che cos’è la responsabilità medica?

Che cos’è la responsabilità medica – MALASANITA’ BOLOGNA

CHIAMA SUBITO PRENDI UN APPUNTAMENTO 051 6447838

Negli ultimi tempi il tema della  responsabilità medica  e delle conseguenze che ne derivano è diventato sempre più importante e attuale, complice l’evoluzione dell’innovazione della tecnologia in ambito sanitario, che ha portato a un incremento dell’aspettativa di vita e a un miglioramento della qualità della vita anche per le persone anziane. Ecco perché questo argomento è oggetto di  specializzazioni, di incontri di aggiornamento e di seminari di approfondimento che coinvolgono sia i medici legali che i vari operatori del diritto. L’attività sanitaria e media, insomma, può produrre delle  conseguenze penali  che è bene non trascurare. Gli illeciti principali correlati con l’esercizio della professione medica sono l’omicidio colposo e le lesioni gravi e gravissime, ma è bene ricordare anche il rifiuto di atti di ufficio, il falso ideologico, l’abuso di ufficio e l’esercizio abusivo della professione medico sanitaria.

L’avvocato Sergio Armaroli Bologna assiste e fa  ottenere i risarcimenti  alle Vittime di malasanità, tutela il diritto alla salute, occupandosi del Risarcimento Danni dei seguenti e più frequenti errori medici, causati da responsabilità e colpa del medico:

Errore diagnostico: abbiamo errore diagnostico quando l’operatore sanitario non realizza la giusta diagnosi della malattia del paziente. Si ha errore diagnostico anche quando il sanitario non dispone i controlli e gli accertamenti necessari per formulare la diagnosi corretta.

Rientra in una condotta colposa pure il medico che non effettua una diagnosi differenziale, rimanendo alla diagnosi iniziale, nonostante la sintomatologia lamentata del paziente lo consiglierebbe.

Con diagnosi differenziale si intende il procedimento con il quale il medico, per individuare la corretta malattia, tende ad escludere le varie patologie possibili in base ai sintomi del paziente e all’esito degli esami effettuati (indagini strumentali, immagini diagnostiche, analisi di laboratorio, ecc.).

Errore terapeutico: come indica il nome stesso, si verifica quando il medico sbaglia nella fase di prescrizione di una determinata terapia o nella realizzazione della medesima. 

QUANDO ABBIAMO COLPA MEDICA?

 

Negligenza: ovvero trascuratezza o distrazione, come nel caso in cui il medico prescriva un farmaco scorretto;

 

​Imprudenza: fa riferimento ad un atteggiamento avventato da parte dell’operatore sanitario che, nonostante fosse al corrente dei rischi per il paziente, decide di procedere con una determinata procedura;

 

​​Imperizia: viene identificata con tutti i casi in cui il medico non ha la preparazione professionale e tecnica sufficiente per fronteggiare una determinata situazione.

 

1)Risarcimento Danni per errore, per negligenza del ginecologo;

Risarcimento Danni per errore, per imperizia dell’ortopedico;

Risarcimento Danni per errore, per negligenza dell’oncologo;

2)Risarcimento Danni per errore, per imprudenza del cardiologo;

Risarcimento danni per errore, per imperizia del nefrologo;

Risarcimento Danni per errata diagnosi prenatale e nascita indesiderata;

Risarcimento Danni per anestesia errata;

3)Risarcimento Danni per carenza consenso informato.

 

 

 

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4)Risarcimento Danni causati da omessa, tardiva, errata diagnosi;

Risarcimento Danni causati da terapie farmacologiche errate;

Risarcimento Danni conseguenti ad Infezioni contratte durante il Ricovero Ospedaliero;

Risarcimento Danni causati da errati interventi chirurgici;

Risarcimento Danni per errore, negligenza, imperizia, imprudenza del Chirurgo Estetico;

Risarcimento Danni causati da cure errate o insufficienti nella fase post operatoria;

Risarcimento Danni causati da trasfusioni di sangue infetto;

Risarcimento Danni causati da gravi errori, imprudenza in sala parto;

Risarcimento Danni per errore, per imprudenza del pediatra;

Risarcimento Danni per errore, per imperizia del dentista/odontoiatra;

 

 

I reati di lesioni e  omicidio colposo  in genere vengono contestati con l’imputazione soggettiva della colpa: si parla di colpa generica nel caso di imperizia, di imprudenza o di negligenza, mentre si parla di colpa specifica nel caso di violazioni di discipline, ordini, regolamenti o leggi. Ovviamente ci possono anche essere i casi di dolo.

Responsabilità medica assicurazioniCome viene accertata la colpa

In campo penale,  l’accertamento della colpa  presuppone la ricerca di un nesso causale, cioè di una connessione qualificata, tra il comportamento colposo e il danno che ne deriva. Al sanitario può essere contestata una condotta omissiva o commissiva: il primo caso è quello di una condotta che si sarebbe dovuto adottare e che non si è adottato; il secondo caso è quello di una condotta che non si sarebbe dovuto adottare. Per accertare che la condotta contestata sia realmente la causa del danno che il paziente ha subìto, è necessario verificare le interazioni tra l’evento dannoso e le  norme di condotta  che avrebbe dovuto osservare il sanitario, ma si deve fare riferimento anche all’evitabilità dell’evento. L’uso della logica e il ricorso a informazioni scientifiche utili a far capire i fatti ai vari  operatori del diritto  (il pubblico ministero, l’avvocato difensore, il giudice) permettono di scoprire se e quanto gli eventi possono essere addebitati al sanitario che è accusato.

Nel campo della responsabilità medica è indispensabile l’intervento di consulenti tecnici e  periti, sia nella prospettiva dell’accusa che nella prospettiva della difesa: il loro compito è quello di spiegare agli avvocati e ai giudici i termini scientifici che riguardano la fattispecie su cui i giudici stessi sono chiamati a esprimersi. Tali informazioni sono molto importanti anche per gli  avvocati difensori, che ne possono approfittare per impostare delle strategie difensive adeguate, allo scopo di tutelare nel miglior modo possibile gli interessi del proprio assistito.

I reati omissivi

I  reati omissivi  sono contestati nel momento in cui un danno viene attribuito al fatto che il sanitario non ha prestato le cure di cui ci sarebbe stato bisogno. Anche in questo caso è indispensabile verificare che tra l’omissione che viene contestata e l’evento dannoso che si è verificato vi sia un nesso di causalità. Il nesso causale deve essere preso in considerazione in funzione del criterio della  probabilità logica  elevata (mentre il parametro della probabilità statistica non è di per sé sufficiente). Il sanitario è sempre obbligato a impedire l’evento lesivo: viene commesso un reato se si ritiene che se il sanitario avesse prestato le cure reputate doverose e necessarie l’evento lesivo stesso non si sarebbe verificato, o si sarebbe verificato con una minore intensità o si sarebbe verificato in un momento ampiamente successivo. Questo ragionamento prende il nome di  previsione postuma.

Con norme assai complesse è indispensabile poter distinguere con specialisti della materia i casi di responsabilità medica e sanitaria dall’evento avverso non imputabile e, nel primo caso, sempre con l’ausilio di tali esperti, essere resi edotti su quali strumenti esperire per la miglior tutela dei propri diritti.

MALASANITA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA RIMINI AVVOCATO ESPERTO MALASANITA' RISARCIMENTO
Several surgeons surrounding patient on operation table during their work

In caso di decesso del paziente a causa del trattamento sanitario, i suoi familiari hanno diritto a richiedere il ristoro per il decesso del congiunto, dimostrando:

  1. La fonte del rapporto contrattuale tra le parti;
  2. L’aggravamento della patologia o l’insorgenza di un’affezione;
  3. L’inadempimento qualificato della struttura sanitaria e/o del medico e, cioè, quello astrattamente idoneo a provocare il danno.
  4. La somministrazione di medicinali

Come si può scoprire richiedendo una consulenza in merito allo Studio legale dell’Avvocato Sergio Armaroli, perfino la  somministrazione di un medicinale  può comportare una responsabilità penale, nel caso in cui l’assunzione del farmaco comporti delle lesioni o addirittura il decesso del paziente. Come sempre, è d’obbligo accertare il  nesso di causalità, in modo tale che l’evento dannoso possa essere ricondotto casualmente alla prescrizione del sanitario. Una legge generale di copertura permette di mettere in atto il procedimento di ricostruzione logica, dal momento che consente di evidenziare la relazione tra i presupposti e gli eventi. Occorre tenere conto, inoltre, che un paziente può essere sensibile a un componente del farmaco, e magari il medico non è a conoscenza di questa sensibilità: anche in tale circostanza si distingue tra colpa e  assenza di colpa, a seconda dei casi.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI – 3 CIVILE

Ordinanza 11 aprile – 27 settembre 2019, n. 24167

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20163-2018 proposto da:

P.F., B.S., nella qualità di eredi di P.G., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA MONTE ASOLONE 8, presso lo studio dell’avvocato MILENA LIUZZI, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato FABIOLA LIUZZI;

– ricorrenti –

contro

OSPEDALI PRIVATI FORLI’ SPA già OSPEDALE PRIVATO VILLA SERENA SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato MASSIMO MAMBELLI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1135/2018 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositata il 30/04/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 11/04/2019 dal Consigliere Relatore Dott.ssa RUBINO LINA.

Svolgimento del processo

che:

1. B.S. e P.F. hanno proposto ricorso per cassazione, articolato in due motivi, contro l’Ospedale Privato Villa Serena s.p.a., avverso la sentenza n. 1135/2018, emessa dalla Corte d’Appello di Bologna il 30 aprile 2018, con la quale in parziale accoglimento dell’appello della casa di cura, il de cuius degli attuali ricorrenti, P.G., veniva condannato a pagare alla struttura ospedaliera l’importo di Euro 73.409,65 2. La Ospedali Privati Forlì s.p.a. resiste con controricorso illustrato da memoria.

3. Anche i ricorrenti hanno depositato memoria.

4. Essendosi ravvisate le condizioni per la trattazione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., nel testo modificato dal D.L. n. 168 del 2016, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 197 del 2016, è stata formulata dal relatore

designato proposta di definizione del ricorso con declaratoria di inammissibilità dello stesso. Il decreto di fissazione dell’udienza camerale e la proposta sono stati comunicati.

Motivi della decisione

che:

Il Collegio, tenuto conto anche delle osservazioni contenute nelle memorie, condivide solo in parte le conclusioni contenute nella proposta del relatore nel senso della inammissibilità del ricorso.

Questi i fatti, per quanto qui ancora rileva:

una paziente conveniva in giudizio la casa di cura ove era stata operata per l’inserimento di una protesi all’anca chiedendone la condanna al risarcimento dei danni riportati a seguito della non corretta esecuzione dell’intervento chirurgico, eseguito presso la casa di cura stessa dal Dott. P..

Chiamato in causa il P. da parte della struttura ospedaliera, che proponeva domanda di manleva e di regresso, il Tribunale di Forlì accoglieva la domanda dell’attrice, dichiarava la responsabilità in solido della casa di cura e del medico e li condannava a risarcire i danni alla paziente nella misura di Euro 122.000,00 circa. Nulla diceva circa la manleva e il regresso.

La casa di cura proponeva appello, deducendo che il tribunale non si fosse pronunciato sulla propria domanda di regresso e manleva, pur emergendo dalla ricostruzione dei fatti che il verificarsi del danno alla paziente fosse riconducibile esclusivamente alla imperizia con la quale il P. aveva eseguito l’intervento chirurgico, e chiedeva la condanna del P. al rimborso di quanto pagato alla paziente in esecuzione della sentenza di primo grado.

La corte d’appello accoglieva l’impugnazione puntualizzando che alla responsabilità esterna della struttura, ex art. 1228 c.c., prevista a miglior tutela dei terzi danneggiati, ben potesse associarsi, nei rapporti interni, l’ammissibilità del regresso anche per l’intera somma che il responsabile ex art. 1228 c.c. era stato condannato a pagare, qualora fosse stato accertato che il danno fosse riconducibile unicamente alla condotta colposa di un altro obbligato; che tale circostanza era stata accertata in primo grado; che il P.non avesse provato, e neppure evidenziato adeguatamente, quale fosse il profilo di responsabilità ascrivibile alla clinica.

Come indicato nella proposta, il ricorso, introdotto dalle eredi del medico ritenuto esclusivo responsabile del danno, è inammissibile quanto al primo motivo perchè le contestazioni in esso contenute sono in effetti esclusivamente fattuali.

Con il primo motivo le ricorrenti sostengono che illegittimamente sarebbe stato evocato l’art. 2049 c.c. e non l’art. 2055 c.c. che disciplina l’ipotesi di concorso nel fatto dannoso. Tuttavia argomentano solo su circostanze di fatto, dalle quali si ricaverebbe che fosse configurabile anche una responsabilità diretta della clinica, per fatto proprio, nel cattivo esito della operazione chirurgica.

Con il secondo motivo lamentano che la corte d’appello avrebbe violato la regola sulla distribuzione degli oneri probatori, avendo posto in capo al medico l’onere di provare in cosa consisteva la corresponsabilità della clinica.

Il motivo è effettivamente fondato.

Laddove la struttura sanitaria, correttamente evocata in giudizio dal paziente che, instaurando un rapporto contrattuale, si è sottoposto ad un intervento chirurgico all’interno della struttura stessa, sostenga che l’esclusiva responsabilità dell’accaduto non è imputabile a sue mancanze tecnico-organizzative ma esclusivamente alla imperizia del chirurgo che ha eseguito l’operazione, agendo in garanzia impropria e chiedendo di essere tenuta indenne di quanto eventualmente fosse condannata a pagare nei confronti della danneggiata, ed in regresso nei confronti del chirurgo, affinchè, nei rapporti interni si accerti l’esclusiva responsabilità di questi nella causazione del danno, è sul soggetto che agisce in regresso a fronte di una responsabilità solidale che grava l’onere di provare l’esclusiva responsabilità dell’altro soggetto. Non rientra invece nell’onere probatorio del chiamato l’onere di individuare precise cause di responsabilità della clinica in virtù delle quali l’azione di regresso non potesse essere, in tutto o in parte, accolta.

Il primo motivo deve essere quindi dichiarato inammissibile, ma il secondo deve essere accolto, la sentenza cassata e la causa rinviata alla Corte d’Appello di Bologna in diversa composizione affinchè riesamini i fatti conformandosi al principio di diritto sopra enunciato.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il primo motivo, accoglie il secondo, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la liquidazione delle spese del presente giudizio, alla Corte d’Appello di Bologna in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Corte di cassazione, il 11 aprile 2019.

Depositato in cancelleria il 27 settembre 2019.

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Le consulenze legali: l’attività di un avvocato per assistenza legale a Bologna

Le consulenze legali: l’attività di un avvocato per assistenza legale a Bologna

Un avvocato per  assistenza legale a Bologna  si occupa di fornire consulenze, e cioè di prestare consigli e pareti in relazione a materie che rientrano nelle sue competenze. Le consulenze legali sono delucidazioni, spiegazioni, precisazioni e pareri relativi a interrogativi avanzati dai clienti: in altri termini, si tratta di consigli legali che vengono messi a disposizione di chi non è in possesso di specifiche conoscenze giuridiche. Con l’aiuto di un legale, ogni persona comune ha la possibilità di risolvere una certa problematica connessa a questioni di diritto. Per poter fornire una  consulenza accurata, un avvocato per assistenza legale a Bologna o in qualsiasi altra città italiana deve ricondurre il caso che il cliente gli ha descritto nella fattispecie legale che il  legislatore  ha tipizzato: lo scopo è quello di inquadrare la situazione che gli è stata presentata nell’ambito della disciplina normativa a cui si deve fare riferimento.

A questo punto è possibile identificare quali sono le norme che devono essere applicate al caso concreto, in modo tale che le stesse possano essere esposte e spiegate al cliente.

Dopodiché arriva la fase di  ricerca degli orientamenti  di giurisprudenza relativi alla materia trattata: i cosiddetti precedenti giurisprudenziali sono rappresentati dalle sentenze delle corti di merito riguardanti temi analoghi. Essi permettono di capire quali sono gli orientamenti maggioritari sul tema e quali, invece, gli orientamenti minoritari.

 

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Dall’esame di tutti questi elementi si può arrivare a una prospettazione delle  varie soluzioni del caso, tenendo conto di come le norme giuridiche potrebbero e dovrebbero essere applicate e facendo riferimento agli orientamenti giurisprudenziali. Il  ventaglio di soluzioni  che si possono prospettare per il caso concreto è più o meno ampio, a seconda delle circostanze.

Le consulenze legali: l'attività di un avvocato per assistenza legale a Bologna
Le consulenze legali: l’attività di un avvocato per assistenza legale a Bologna

A che cosa serve una consulenza legale

Se ci si rivolga allo Studio legale dell’Avvocato Sergio Armaroli, è bene sapere che la consulenza legale è sempre precedente all’instaurazione di una  causa vera e propria, vale a dire una controversia intrapresa di fronte a un giudice con l’obiettivo di ottenere un provvedimento specifico. La consulenza, in altri termini, è un’attività presupposta all’attività giudiziale, e permette al cliente di decidere di cominciare una causa in modo consapevole. Il cliente sa, quindi, a che cosa potrebbe andare incontro. Non è detto, comunque, che da una consulenza legale debba derivare sempre una causa: essa, infatti, può venire richiesta solo per ottenere delle informazioni particolari nel settore giuridico, o per acquisire una certa consapevolezza a proposito delle  conseguenze  che potrebbero derivare da un determinato comportamento.

Un’attività stragiudiziale

Per definire le consulenze si è soliti parlare di  attività stragiudiziali, per indicare che si tratta di attività che non si concretizzano in un’aula di tribunale, a differenza delle attività giudiziali che, invece, si svolgono davanti agli organi giurisdizionali. Una delle differenze più rilevanti tra le due circostanze è rappresentata dal fatto che solo gli avvocati che sono iscritti all’albo possono esercitare  l’attività giudiziale, mentre quella stragiudiziale può essere svolta da soggetti che non sono iscritti all’albo. Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, se chiunque possa diventare un consulente legale.

Chi sono i consulenti legali?

Nella prassi quotidiana, sono principalmente gli  avvocati  a svolgere l’attività di consulenza legale, ma proprio perché si tratta di un’attività stragiudiziale anche chi non è un avvocato può prestare servizio, a condizione che si abbia una comprovata conoscenza delle questioni giuridiche: ecco perché anche i professionisti non abilitati possono fornire  consulenze legali. Si può trattare, per esempio, di praticanti avvocati – a prescindere dal fatto che siano abilitati o meno al patrocinio – ma anche di giuristi con una  laurea in giurisprudenza. In sintesi, non è indispensabile essere avvocati, ma è indispensabili essere laureati in giurisprudenza.

L’attività di consulenza può essere esercitata in un’impresa privata, in un’amministrazione pubblica o in proprio: è riservata unicamente agli avvocati solo se è connessa all’attività giurisdizionale. Per altro, grazie a Internet negli ultimi tempi si è diffusa in modo sempre più consistente anche la pratica delle consulenze legali messe a disposizione online: i consulenti legali vengono contattati  tramite Internet, senza che vi sia la necessità di recarsi fisicamente nel loro studio. In alcuni casi i servizi online sono  gratuiti, se riguardano questioni di poco conto o che richiedono un lavoro breve, ma ovviamente ogni professionista decide di applicare i tariffari e le soluzioni commerciali che ritiene più opportuni.

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Avvocato per consulenza legale a Bologna: quando ti può servire

Prima di contattare un avvocato per consulenza legale a Bologna potrebbe esserti utile sapere in che cosa consiste una consulenza legale e quali sono i contesti in cui ti potrebbe servire. Essa fa parte dell’ambito dell‘attività stragiudiziale, e non è altro che un parere legale che permette di usufruire di risposte in relazione a un caso presentato. Tali risposte sono il frutto di un esame approfondito e dettagliato degli elementi del caso: di solito gli interrogativi riguardano degli aspetti di fattibilità, oppure le modalità di impostazione di una certa azione, ma anche la conoscenza dei casi in cui non è possibile intraprendere una determinata operazione. Il compito di un legale è quello di fare in modo che il suo cliente consegua il proprio obiettivo in maniera onesta.

cosa offro:

 

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si concretizza principalmente nelle diverse aree del diritto civile, garantendo:

  • Professionalità, esperienza ed impegno, dal primo incontro con il cliente alla conclusione dell’azione legale.

  • Disponibilità e reperibilità immediata a mezzo telefono fisso, cellulare, email.

  • Preventivi e tariffe trasparenti, senza sorprese, mediante la stipula di un contratto di incarico contenete la pattuizione del compenso complessivo e la possibilità di effettuare pagamenti reteali a seconda dei vari ” step ” della procedura giudiziaria o stragiudiziale.

Avvocato per consulenza legale a Bologna: quando ti può servire
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  • A un avvocato per consulenza legale a Bologna spetta il ruolo di fornire informazioni sulle conseguenze che si potrebbero verificare in una situazione ben precisa: egli, quindi, non deve porre l’azione in essere né decidere in che modo l’operazione deve essere svolta, ma solo dare precisazioni e spiegazioni.
  • Tocca a chi richiede la consulenza, poi, decidere se intraprendere un’azione e quali strade percorrere.
  • A titolo esemplifico, lo Studio Legale presta assistenza nei seguenti ambiti:
    • responsabilità civile contrattuale ed extracontrattuale;
    • contrattualistica tipica ed atipica;
    • rapporti patrimoniali tra coniugi;
    • filiazione;
    • diritto delle successioni, delle donazioni e del testamento;
    • diritti reali e possesso;
    • compravendita mobiliare ed immobiliare;
    • contratti preliminari di compravendita, definitivi, di permuta, di appalto, di locazione, di
    • diritti della personalità, del nome e dell’immagine;
    • locazione anche ad uso commerciale, affitto, comodato;
    • risoluzione e recesso contrattuale;
    • proprietà ed azioni a difesa della proprietà;
    • diritti reali di godimento;
    • azioni a difesa del possesso;
    • contratti in genere.

 

“Praticando la giustizia diveniamo giusti, la temperanza temperanti, la fortezza forti.”

Aristotele, Etica Nicomachea, par. 1103b

 

“Quel che importa è che voi facciate attenzione se io dico cose giuste o meno perché questa è, in fin dei conti, la virtù del giudice, mentre quella dell’oratore è di dire la verità”.

Platone, Apologia di Socrate

 

  1. Consulenza legale Bologna per acquisto vendita casa l’acquisto, la vendita, i passaggi di proprietà di immobili, che necessitano di preparata consulenza legale immediata di essere attentamente monitorate in ogni fase, vanno gestite da legali professionisti e altamente preparati è il legale al quale rivolgersi.
  2. Consulenza legale Bologna Compravendita di immobili, divisioni di proprietà immobiliari sono una parte delle pratiche gestite dall’avv. Sergio Armaroli  che, forte dell’esperienza e della continua attenzione alle evoluzioni del settore, realizza consulenza e assistenza legale a tutela degli interessi dei propri clienti,
  3. Consulenza legale Bologna Lo Studio Consulenza legale Bologna avvocato Sergio Armaroli è caratterizzato dalla massima attenzione alle esigenze dei clienti, sia privati che aziende
  4. Consulenza legale Bologna per chi ha bisogno di professionisti per una consulenza legale specializzata, per l’assistenza in materia di famiglia, convivenze e unioni civili, per la difesa penale in materia di sinistri stradali .
  5. Consulenza legale Bologna hanno ad oggetto successioni, richieste di risarcimento danni (in particolare danni da sinistri stradali), stipula di contratti, recupero crediti e, in sostanza, qualsiasi problematica di competenza di un avvocato civilista. 
  6. Numerosi sono i clienti che si rivolgono allo Studio avvocato Sergio Armaroli  per la composizione di controversie familiari (separazioni, divorzi, affidamento e mantenimento dei figli minori) e per essere assistiti nel corso di una causa di lavoro (licenziamento senza giusta causa, risarcimento danni causati da infortunio sul lavoro
  7. Consulenza legale Bologna Lo Studio Consulenza legale Bologna avvocato Sergio Armaroli la sua competente consulenza per tutte le problematiche concernenti le successioni, le eredità, la morte di una persona ed il passaggio delle sue sostanze e dei suoi beni agli eredi legittimi o testamentari, per le quali la legge richiede agli eredi l’esercizio di diritti e l’assolvimento di oneri nel rispetto di determinate modalità esecutive e cadenze temporali.
  8. Consulenza legale Bologna Lo Studio Consulenza legale Bologna avvocato Sergio Armaroli La successione per causa di morte in Italia è regolata principalmente dal Codice Civile. Sono previsti casi di indignità alla successione. L’eredità può essere accettata, rinunziata o accettata con beneficio di inventario. Sono previste tutele particolari per i “legittimari”, cioè coniuge, figli legittimi e naturali, ascendenti, che hanno diritto ad una quota dell’eredità anche contro la volontà espressa nel testamento. E’ inoltre possibile costituire del “legati” cioè delle obbligazioni che gli eredi devono adempiere in favore di terzi.

 

 

 

Avvocato per consulenza legale a Bologna: quando ti può servire
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Quanto costa una consulenza legale- consulenza legale Bologna

  1. Proprio la questione dei costi è quella che spaventa di più: sono in tante, infatti, le persone che preferiscono non contattare un avvocato perché non vogliono spendere cifre considerevoli. In realtà i costi di una consulenza sono spesso bassi, tenendo presente che per l’attività stragiudiziale il tariffario forense presuppone degli scaglioni di prezzo.
  2. IQuando c’è bisogno di una consulenza legale-consulenza legale Bologna

Non si può stabilire a priori quando e a chi convenga ricorrere a una consulenza legale, in quanto la valutazione è sempre soggettiva. Quel che è certo è che nel momento in cui ci si trova ad agire in un campo in cui si hanno competenze scarse o nulle il consiglio di un professionista è sempre importante.

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 non è detto che la legge e il buon senso vadano sempre a braccetto: insomma, un’azione che potrebbe apparire intelligente o innocua per il senso comune potrebbe avere delle ripercussioni legali non prese in considerazione in maniera adeguata.

Le società e le imprese, per altro, hanno anche l’opportunità di sottoscrivere dei contratti continuativi di consulenza, stipulati in funzione delle esigenze aziendali che devono essere soddisfatte e secondo la durata necessaria. Non tutte le aziende, infatti, possono assumere un legale a tempo indeterminato, e in questo modo si affidano all’outsourcing per richieste specifiche o bisogni particolari.

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disciplina concernente il patto di non concorrenza post contrattuale,

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OVVERO l’obbligo per l’agente di non assumere mandati in concorrenza con la casa mandante anche al termine del rapporto di agenzia..

Il preponente può limitare la libertà contrattuale dell’agente al cessare del contratto di agenzia, impedendogli di assumere incarichi in concorrenza con quelli in precedenza svolti. In merito, l’art. 1751 bis c.c., esige, ai fini della sua validità, che il patto di non concorrenza con l’agente sia caratterizzato dalla forma scritta, dalla durata massima di 2 anni,

QUANTO DURA?

La durata del patto di non concorrenza è fissata  limite massimo di due anni, che decorrono dall’estinzione del rapporto contrattuale tra agente e preponente.

l’art. 1751 bis cc

Secondo l’art. 1751 bis cc prevede una riduzione automatica del termine – nel limite massimo di due anni – qualora tra le parti ne sia stato stipulato uno di durata superiore a quella massima biennale prevista dal legislatore.

  • In base alla giurisprudenza in materia, il patto di non concorrenza dopo la cessazione del rapporto di agenzia, si applica esclusivamente a questi agenti di commercio che applicano l’attività lavorativa in forma individuale a società di persone o di capitali con un solo socio

COSA STABILISCE LA SUPREMA CORTE?

la Cassazione ha chiarito che “onde verificare la violazione da parte dell’agente dell’impegno di non concorrenza contrattualmente assunto non deve aversi riferimento esclusivamente ai contenuti del contratto di agenzia eventualmente concluso con una impresa concorrente ma a tutte le attività concorrenziali poste in essere dall’agente in violazione del patto, che ben potrebbero consistere, ad esempio, nello svolgimento di una attività di promozione per conto di un imprenditore/terzo non formalizzata in un contratto” 

 

COSA SUCCEDE SE SI VIOLA PATTO DI NON CONCORRENZA?

 

L’art. 1751 bis c.c. prevede una riduzione automatica del termine – nel limite massimo di due anni- qualora le parti abbiano stabilito una durata superiore a quella massima.
Qualora agente e preponente si accordino per non dare attuazione allo stipulato patto di non concorrenza, l’agente potrà ritenersi libero di svolgere attività per una ditta concorrente, e nulla egli potrà pretendere a titolo di indennità.

Invece se dopo la cessazione del rapporto, l’agente viola il patto, la mandante potrà richiedere la restituzione della indennità eventualmente già corrisposta, oltre ad una somma a titolo di penale ed al risarcimento del danno per violazione dell’art. 2598 c.c., che disciplina la concorrenza sleale.

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DIVORZIO BOLOGNA A CHI RIVOLGERSI? COME QUANDO PERCHE’ 3 RISPOSTE

DIVORZIO CHIEDIMI COME LEGGI E CHIAMA

DIVORZIO

Le cause di scioglimento, o di cessazione degli effetti civili, del matrimonio, previste dall’art. 3 della L. 1 dicembre 1970, n. 898 :

operano in presenza del presupposto che, per effetto di esse, la comunione spirituale e materiale fra i coniugi non possa essere mantenuta o ricostituita. L’accertamento che in tal senso compie il giudice costituisce un apprezzamento di merito insindacabile in Cassazione, se correttamente e adeguatamente motivata. Perché si verifichi il presupposto su indicato non è necessario che entrambi i coniugi siano concordi nel volere, o nel ritenere avvenuta, la dissoluzione della predetta unione. Al contrario, proprio perché il mantenimento o la ricostituzione della comunione stessa richiede il concorso delle volontà dei due coniugi, è sufficiente la contraria volontà di uno solo di essi perché il giudice di merito possa, in presenza di ogni altra circostanza all’uopo pertinente, ritenere sussistente il presupposto innanzi indicato. Né d’altronde è necessario che la predetta contraria volontà manifestata da uno dei coniugi con il fatto di separarsi e di persistere nello stato di separazione, sia giustificata da un fatto obiettivo o da colpa della controparte, in quanto la legge dà rilevanza a detto stato (ed al suo protrarsi per il tempo previsto in proposito) indipendentemente dall’assenza di colpa del coniuge che si fa attore.

Ai fini della proponibilità della domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nel caso di cui all’art. 3, comma primo, n. 1, lett. a) della L. 1 dicembre 1970, n. 898 (condanna dell’altro coniuge, con sentenza passata in giudicato, all’ergastolo ovvero ad una pena superiore ad anni quindici, anche con più sentenze, per uno o più delitti non colposi, esclusi i reati politici e quelli commessi per motivi di particolare valore morale e sociale), l’accertamento della sussistenza dei motivi di particolare valore morale e sociale è rimesso al giudice penale e non spetta, quindi, al giudice del divorzio, il quale non può riconsiderare la condotta dell’imputato condannato con sentenza passata in giudicato.

Quando nel giudizio diretto ad ottenere la cessazione degli effetti civili o lo scioglimento del matrimonio l’attore faccia valere, quale presupposto per ottenere il divorzio, una sentenza di separazione personale emessa da un giudice straniero, la domanda che così si propone non mira a costituire nel nostro ordinamento la situazione giuridica che la sentenza straniera ha determinato, ma ad esercitare un diritto che in detta situazione trova il suo presupposto, con la conseguenza che si è al di fuori dell’ambito della delibazione della sentenza straniera, in via principale o incidentale, disciplinata dagli artt. 796 e seguenti c.p.c.

L’autorità giudiziaria investita della richiesta della pronuncia di divorzio fondata sulla presenza di una delle fattispecie previste alternativamente dall’art. 3, n. 2, lett. b) della L. n. 898 del 1970 (separazione di fatto e separazione giudiziale), non può pronunciare il divorzio d’ufficio accertando che esisteva una delle altre fattispecie legali (nella specie, a norma dell’art. 3, lett. e), L. 898 del 1970 per il solo fatto che ad altri effetti era stata prodotta in giudizio la sentenza di divorzio straniera).

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La reversibilità della disgregazione della comunione spirituale e materiale dei coniugi, nonostante l’infruttuoso tentativo di conciliazione, che può portare il giudice del divorzio a negare la pronuncia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, pur in presenza di una delle situazioni previste dall’art. 3 della L. 1 dicembre 1970, n. 898 (nella specie, stato di separazione legale protrattosi per il termine previsto), sussiste ove ricorrano concreti elementi idonei ad evidenziare, in termini di probabilità e non di mera possibilità, una ragionevole prevedibilità di ricostruzione di detta comunione a breve scadenza.

Al fine dei presupposti per la pronuncia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, mentre lo stato di separazione di fatto può considerarsi interrotto dalla ripresa della mera convivenza materiale, ovvero dal solo ripristino dell’intesa spirituale dei coniugi, l’interruzione della separazione legale può ravvisarsi solo nel caso di ricostruzione del consorzio familiare in tutti i suoi rapporti materiali e spirituali. Al fine indicato, pertanto, una temporanea ripresa della coabitazione, fra coniugi legalmente separati, può considerarsi interruttiva dello stato di separazione solo se evidenzi un’inequivoca intenzione di dare nuova vita alla società coniugale.

Alla stregua della testuale formulazione degli artt. 1 e 2 della L. 1 dicembre 1970, n. 898, nonché della ratio della stessa, il divorzio non viene pronunziato sulla base della mera constatazione della ricorrenza di una delle ipotesi tassativamente previste dall’art. 3 della legge, occorrendo che il giudice accerti anche l’essenziale condizione della concreta impossibilità di mantenere o ricostituire il consorzio coniugale. Tale impossibilità può essere desunta dal giudice anche presuntivamente, oltre che dal fallimento del tentativo di conciliazione, dalla lunga durata della separazione di fatto e da altre circostanze, sempre che siffatto accertamento sia sorretto da motivazione immune da vizi logici e giuridici. Il potere inquisitorio che la legge (ultimo comma dell’art. 4 della L. 1 dicembre 1970, n. 898) riconosce al giudice istruttore in tema di divorzio può e deve essere concretamente esercitato sempreché le parti si siano comportate in modo da ingenerare il sospetto di una collusione pregiudizievole alla corretta applicazione della legge, oppure abbiano dedotto in primo ed in secondo grado elementi di fatto verso i quali possa essere utilmente indirizzata l’indagine d’ufficio.

Quando il periodo di separazione di fatto, riconosciuto dalla legge al limitato fine giuridico di valido presupposto per la pronunzia di divorzio, risulti già completato prima del passaggio in giudicato del provvedimento giudiziale che sancisce lo stato di separazione legale, questo provvedimento non può eliminare quel presupposto giuridico che era già divenuto utilmente operante, abilitando il soggetto interessato a proporre la domanda di scioglimento del matrimonio. Pertanto, nell’ipotesi considerata, il termine previsto dall’art. 3, n. 2 della L. 1 dicembre 1970, n. 898, per la proposizione della domanda di divorzio, decorre dalla data di effettiva cessazione della convivenza e non dalla data di comparizione delle parti dinanzi al giudice.

l’esercizio dell’azione sociale di responsabilità contro gli amministratori : sussiste litisconsorzio necessario con la società medesima in quanto l’autonoma iniziativa del socio, riconosciuta dall’art. 2476, comma 3, c.c. senza vincolo di connessione con la quota di capitale dallo stesso posseduta, non toglie che si tratta pur sempre di un’azione sociale di responsabilità, rifluendo l’eventuale condanna dell’amministratore unicamente nel patrimonio sociale e potendo solo la società (non il socio) rinunciare all’azione e transigerla.La legittimazione individuale straordinaria, di cui all’art. 2476, comma 3, c.c., che consente al socio di proporre l’azione sociale di responsabilità, essendo riconducibile alla sostituzione processuale ex art. 81 c.p.c., permane anche in sede di gravame, quand’anche la società abbia omesso di impugnare la sentenza reiettiva della domanda risarcitoria, salva la sola ipotesi in cui l’azione sia stata fatta oggetto di rinuncia o transazione da parte dell’ente, nel rispetto delle prescrizioni di cui al comma 5 dell’art. 2476 c.c., in materia di maggioranza deliberativa e potere di veto. sulla natura del contratto di mandato sussistente tra la società e l’amministratore secondo una sentenza della Cassazione[4] l’amministratore di una società, il quale, al momento e per effetto dell’assunzione delle funzioni, acquisti la disponibilità di fondi «occulti» costituiti dal precedente amministratore, e poi li impieghi o spenda, avvalendosi di quelle funzioni, all’insaputa della società, risponde verso la società medesima non quale terzo ed a titolo di illecito aquiliano, ma, ai sensi dell’art. 2392 cod. civ., per inadempienza rispetto agli obblighi derivanti dal mandato ad amministrare, senza che rilevi distinguere, a questo fine, fra atti compiuti nell’interesse e nell’ambito della gestione dell’impresa sociale ed atti indirizzati a scopi personali, o comunque non coincidenti con quelli societari. Peraltro, mentre, in entrambi i casi, la responsabilità di cui alla citata norma è ravvisabile per l’inosservanza del dovere di tenere la società al corrente dell’esistenza di beni sociali e degli atti di utilizzazione di essi, con conseguente risarcibilità del pregiudizio discendente alla società stessa dall’ignoranza della propria effettiva situazione patrimoniale e gestionale, nella seconda ipotesi, a tale responsabilità per occultamento, si aggiunge quella per l’obiettiva sottrazione o dissipazione dei cespiti, la quale impone il risarcimento anche del corrispondente nocumento verificatosi sulla consistenza economica dell’ente. La responsabilità[5] degli amministratori ha assunto una diversa  configurazione dopo la riforma societaria del 2003, a  secondo se si tratti di una S.r.l. dove si fa riferimento  alla diligenza dell’uomo medio ovvero di una S.p.a. dove il parametro di valutazione è la competenza  professionale richiesta dall’incarico. La responsabilità solidale degli amministratori della s.r.l. per i danni derivanti dall’inosservanza dei doveri imposti dalla legge e dall’atto costitutivo per l’amministrazione della società non costituisce una forma di responsabilità oggettiva posto che l’esonero da responsabilità previsto dall’art. 2476 c.c. non è ancorato al mero procedimento di rituale verbalizzazione del dissenso in occasione del consiglio di amministrazione deliberante, ma all’effettiva mancanza di qualsiasi profilo di colpa. – Compete anche al socio amministratore di s.r.l. il diritto, previsto dall’art. 2476, comma 2, c.c. di ricevere notizie sullo svolgimento degli affari sociali e di consultare i libri e i documenti relativi alla gestione societaria compiuta dagli altri amministratori, cui egli non abbia in tutto o in parte partecipato. In tema di responsabilità degli amministratori di società a responsabilità limitata per i danni ad essa cagionati da operazioni illegittime, il giudice ben può tenere conto, al fine di ricostruire nei limiti del possibile l’andamento degli affari sociali, e di valutare gli effetti concreti dell’operato degli amministratori medesimi, delle risultanze di scritture contabili informali, ossia non conformi alle prescrizioni di legge. Nella società a responsabilità limitata, il singolo socio è legittimato, giusta l’art. 2476, comma 3, c.c., ad esercitare, come sostituto processuale, l’azione di responsabilità spettante alla società, nei cui confronti, pertanto, deve essere integrato il contraddittorio, quale litisconsorte necessaria. La clausola compromissoria inserita nell’atto costitutivo di una società, che prevede la possibilità di deferire agli arbitri le controversie tra i soci, quelle tra la società e i soci nonché quelle promosse dagli amministratori e dai sindaci, in dipendenza di affari sociali o dell’interpretazione o esecuzione dello statuto sociale, non include anche l’azione di responsabilità ex art. 2476 c.c. promossa dal socio nei confronti dell’amministratore, non rilevando che quest’ultimo sia anche socio della società. L’esercizio dell’azione sociale di responsabilità va deliberato, anche nelle società a responsabilità limitata, ai sensi dell’art. 2487 in relazione art. 2393, primo comma, c.c. nel testo antecedente l’entrata in vigore del D.L.vo 17 gennaio 2003, n. 3 , dall’assemblea dei soci: la mancanza di tale presupposto, incidente sulla legittimazione processuale del rappresentante della società, può anche essere rilevato d’ufficio dal giudice. Nelle società a responsabilità limitata in cui non esiste il collegio sindacale, il diritto dei soci che rappresentano almeno un terzo del capitale di far eseguire annualmente, a proprie spese, la revisione della gestione, (art. 2489, primo comma, ult. parte, c.c.) è inderogabile (ult. comma, art. cit.) perché posto a tutela di interessi insopprimibili nella vita e nella gestione della società, mancante dell’organo di controllo. Pertanto, nel caso in cui lo statuto deroghi alla legge in senso più favorevole alla minoranza, abbassando il suddetto quorum, tale vantaggio non può essere eliminato se non con il consenso di tutti i soci, a prescindere dall’entità del valore della quota di ciascuno di essi.

La valutazione del giudice del merito in ordine alla possibilità di ricostituire il consorzio familiare, al fine di escludere la pronuncia di divorzio, è bensì incensurabile in sede di legittimità per quanto attiene agli accertamenti di fatto, ma è censurabile per quanto attiene alla rispondenza dei criteri seguiti alla concezione del matrimonio, non già contrattualistica ma comunitaria, di cui agli artt. 29 e 30 Cost., che comportano una convivenza caratterizzata da una certa organizzazione domestica, dal reciproco aiuto, dai rapporti sessuali (almeno normalmente), nonché dall’intenzione di riservare al coniuge la posizione di esclusivo compagno di vita, anche quando la solidarietà esiga sacrificio. E, nel caso di separazione di fatto durata oltre sei anni, non sono sufficienti a fare ritenere la possibilità di ricostruire il consorzio familiare la cura di un coniuge per gli affari economici comuni, la reciproca cordialità di rapporti e l’interesse per la vita dei figli.

Il divorzio non dipende dalla mera volontà del coniuge istante, né viene pronunciato in base alla mera constatazione di una delle cause previste dall’art. 3 della legge stessa; per contro, la relativa declaratoria è il risultato dell’esercizio del potere-dovere del giudice di accertare, oltre l’esistenza in concreto delle ipotesi tassativamente elencate in detta norma, anche l’essenziale condizione della impossibilità di mantenere o costituire il consorzio coniugale.

L’art. 3, secondo comma, lett. b), della legge 1 dicembre 1970 espressamente stabilisce che l’eccezione di sopravvenuta riconciliazione deve essere proposta ad istanza di parte; pertanto, il giudice non può rilevarla d’ufficio, non investendo profili d’ordine pubblico, ma aspetti strettamente attinenti ai rapporti tra i coniugi, in ordine ai quali è onere della parte convenuta eccepire e conseguentemente provare l’avvenuta riconciliazione. (Nella fattispecie la ricorrente, contumace in primo grado, aveva per la prima volta proposto l’eccezione di riconciliazione in fase di appello con conseguente e confermata declaratoria d’inammissibilità da parte del giudice di secondo grado).

Per promuovere il giudizio di divorzio è sufficiente — ai sensi dell’articolo 3, n. 2, lett. b), della L. n. 898 del 1970

:che sia divenuta definitiva la pronuncia di separazione, essendo irrilevante che la sentenza stessa sia stata impugnata nel solo capo relativo ai provvedimenti consequenziali (nella specie, era stato impugnato il solo capo concernente l’assegnazione della casa coniugale).

Le disposizioni della L. n. 898 del 1970 sui casi di scioglimento del matrimonio spiegano i propri effetti anche in relazione ai matrimoni precedentemente celebrati, anche se concordatari, in qualunque tempo contratti, in applicazione del principio della immediata operatività dello ius superveniens sui rapporti non esauriti, senza che ciò importi l’efficacia retroattiva di tale normativa, essendo questa destinata soltanto a regolare gli effetti del rapporto matrimoniale in corso senza incidere sul fatto generatore di esso.

Ai sensi dell’art. 3, n. 2, lett. f) della L. n. 898 del 1970, la non consumazione del matrimonio non incide, di per sé, sull’esistenza e sulla validità giuridica del matrimonio, come atto e come rapporto, ma è causa di scioglimento del matrimonio civile o di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario. Da ciò consegue che essa non tocca — di per sé — la validità e idoneità del matrimonio a produrre effetti sino al passaggio in giudicato della sentenza di divorzio, né incide sull’applicazione della normativa relativa all’assegno di divorzio.

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La dichiarazione di divorzio non consegue automaticamente alla constatazione della presenza di una delle cause previste dall’art. 3 della L. 898 del 1970 (oggi dagli artt. 1 e 7 della L. n. 74 del 1987), ma presuppone, in ogni caso, attesi i riflessi pubblicistici riconosciuti dall’ordinamento all’istituto familiare, l’accertamento, da parte del giudice, della esistenza (dell’essenziale condizione) della concreta impossibilità di mantenere o ricostituire il consorzio familiare per effetto della definitività della rottura dell’unione spirituale e materiale tra i coniugi (accertamento di ampiezza ed approfondimento diversi, secondo le circostanze emergenti dagli atti e le deduzioni svolte in concerto dalle parti). L’asserito venir meno dello stato di separazione, opposto da uno dei coniugi in presenza di una richiesta di divorzio avanzata dall’altro coniuge, ha, pertanto, come suo indefettibile presupposto, l’avvenuta riconciliazione (ossia la ricostituzione del nucleo familiare nell’insieme dei suoi rapporti materiali e spirituali), e va accertato attribuendo rilievo preminente alla concretezza degli atti, dei gesti e dei comportamenti posti in essere dai coniugi — valutati nella loro effettiva capacità dimostrativa della disponibilità alla ricostruzione del rapporto matrimoniale — piuttosto che con riferimento al mero elemento psicologico, tanto più difficile da provare in quanto appartenente alla sfera intima dei sentimenti e della spiritualità soggettiva. (Nella specie, il giudice di merito aveva ritenuto la inesistenza di una insanabile frattura del vincolo coniugale per il solo fatto che il marito, pur vivendo in un’altra città e con un’altra donna, tornasse in famiglia nei soli fine settimana, provvedendo, in tali occasioni, con la moglie, al menage domestico ed all’educazione dei figli: la S.C., nell’affermare il principio di diritto di cui in massima, ha cassato la sentenza impugnata).

In tema di divorzio, la condanna all’ergastolo o alla reclusione superiore a quindici anni, anche con più sentenze, per uno o più delitti non colposi, esclusi i reati politici e quelli commessi per motivi di particolare valore morale o sociale, legittima di per sé l’altro coniuge a proporre ricorso per lo scioglimento del matrimonio, ai sensi dell’art. 3, comma primo, n. 1, lett. a), della L. 1 dicembre 1970, n. 898, mentre restano prive di effetto le modifiche della pena su cui si è formato il giudicato, che possano intervenire come conseguenza di provvedimenti di clemenza di qualsiasi natura, atteso che la ragione della norma è costituita dal disvalore morale e sociale riversato sul coniuge da quel tipo di condanna, che rende il vincolo matrimoniale, presumibilmente, non tollerabile.


COME QUANDO E PERCHE’ DIVORZIARE! PENSACI!

 

DIVORZIO BOLOGNA A CHI RIVOLGERSI?

ALL’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI CHE CON ATTENZIONE E PREPARAZIONE ASSISTE QUANTI DEVONO AFFRONTARE UN DIVORZIO

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PERCHE’ UN AVVOCATO MATRIMONIALISTA A BOLOGNA?

Avvocato in diritto di famiglia a Bologna si occupa delle seguenti materie: Separazioni, Divorzi, Modifica delle Condizioni di separazione o divorzio, accordi di convivenza, assegnazione della casa coniugale, negoziazione assistita, tutela del patrimonio familiare,

  • Separazione Consensuale
  • Separazione Giudiziale
  • Divorzio Congiunto
  • Divorzio Giudiziale
  • Modifica delle Condizioni di Separazione
  • Modifica delle Condizioni di Divorzio
  • Modifica importo Assegno di Mantenimento Figli
  • Regolamentazione dei Rapporti tra Nonni e Nipoti
  • Modifica delle condizioni di Divorzio
  • Ordini di Protezioni contro gli Abusi Familiari
  • Azione di Disconoscimento della Paternità
  • Modifica Consensuale o Contenziosa dei Provvedimenti relativi alla Prole in caso di Coppia non unita in Matrimonio
  • Soluzioni delle Controversie insorte tra i Genitori e richiesta di Provvedimenti in caso di Inadempienze o Violazioni
  • Regolamentazione Consensuale o Contenziosa dell’affidamento del collocamento e del mantenimento dei Figli di Coppie non unite in Matrimonio

Avvocato in diritto di famiglia a Bologna  assiste il cliente unioni civili, sottrazione di minori, maltrattamenti in famiglia, stalking, successioni, richieste risarcitorie per danni familiari, addebito della separazione, diritto di visita dei nonni, procedimenti di sospensione e decadenza dalla responsabilità genitoriale, ecc.

Avvocato in diritto di famiglia a Bologna  assiste il cliente nella fase “distruttiva” del rapporto matrimoniale e familiare, dalla separazione al divorzio; cura i problemi relativi ai figli,

Iniziando con un divorzio consensuale, i coniugi rispettano la scelta di:

  • Contribuire al mantenimento dei figli
  • Dividere le proprietà che erano in comunioni di bene
  • Si decide a chi spetta la casa coniugale
  • Si divide il tempo che i figli devono condividere con entrambi i genitori
  • Affidamento dei figli per un genitore referente

In caso di figli minorenni occorre l’assistenza e la consulenza di un Avvocato DivorzistaBologna  che deve occuparsi della loro tutela in modo che non ci sia una rivalsa o vendetta da parte di uno dei due coniugi che possono comunque sconvolgere la loro stabilità emotiva.

Avvocato in diritto di famiglia a Bologna  assiste il cliente garantendone l’interesse superiore e affrontando anche le questioni di natura patrimoniale come l’assegno di mantenimento, l’assegno divorzile e l’assegnazione della casa familiare.

L’avvocato matrimonialista o avvocato divorzista  è un avvocato che  maturato esperienza, sensibilità e conoscenza approfondita delle situazioni complesse giuridiche della cessazione del matrimonio e degli obblighi dei coniugi tra loro e verso i figli.

In questa accezione si staglia una figura dell’avvocato matrimonialista come grande tecnico del diritto di famiglia,

il divorzio Breve introdotto dalLa legge del 26 maggio 2015 numero 55 ha ridotto sia i tempi che i costi e la procedura si semplifica parecchio.

La padronanza della materia in tema di separazione personale dei coniugi, affidamento e tutela dei minori, nonché divisioni ereditarie, garantiscono massima professionalità nel settore indicato. In un sistema giudiziario lento e macchinoso come quello italiano, grazie alla recente riforma in materia di negoziazione assistita e divorzio breve, lo Studio Legale avvocato esperto diritto di famiglia Bologna avvocato Sergio Armaroli  ha portato a termine separazioni personali dei coniugi in tempi brevissimi e con risultati stabili nel tempo.

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Divorzio Breve esattamente come funziona?

La legge del 26 maggio 2015 sul divorzio breve stabilisce che  bisogna più attendere i tre anni per poter deporre il ricorso di divorzio, bensì si è data la possibilità di poter chiedere la cessazione degli effetti civili del matrimonio (qualora sia stato effettuato un matrimonio religioso) e il completo scioglimento dello stesso (qualora sia stato effettuato il matrimonio civile) dopo sei mesi dall’udienza del Presidente di separazione consensuale o un anno dopo la separazione giudiziale

Divorzio Breve: tempi, costi e procedura

A introdurre questa nuova normativa è stata la legge 55/15.

LEGGE DIVORZIO BREVE:

Art. 1

  1. Al  secondo  capoverso  della  lettera  b),  del   numero   2), dell’articolo 3 della legge 1° dicembre 1970, n.  898,  e  successive modificazioni, le parole: « tre  anni  a  far  tempo  dalla  avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente  del  tribunale  nella procedura  di  separazione  personale  anche   quando   il   giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale» sono sostituite  dalle seguenti: «dodici mesi dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione  personale e da sei mesi nel caso di separazione consensuale,  anche  quando  il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale».

Art. 2

  1. All’articolo 191 del codice  civile,  dopo  il  primo  comma  e’ inserito il seguente:

«Nel caso di separazione personale, la comunione tra i coniugi si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale  autorizza  i coniugi a vivere separati, ovvero alla  data  di  sottoscrizione  del processo verbale di separazione consensuale dei  coniugi  dinanzi  al presidente, purche’ omologato. L’ordinanza con  la  quale  i  coniugi sono autorizzati a vivere separati e’ comunicata all’ufficiale  dello stato  civile  ai  fini  dell’annotazione  dello  scioglimento  della comunione».

Art. 3

  1. Le disposizioni di cui agli articoli  1  e  2  si  applicano  ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore  della  presente legge, anche nei casi in cui il procedimento di  separazione  che  ne costituisce il presupposto  risulti  ancora  pendente  alla  medesima data.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato,  sara’  inserita nella  Raccolta  ufficiale  degli  atti  normativi  della  Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addi’ 6 maggio 2015

MATTARELLA

COSA FACCIO PER SEPARAZIONI E DIVORZI?

Lo  Studio legale avvocato a Bologna dell’avvocato Sergio Armaroli quale  avvocato Matrimonialista o avvocato divorzista a Bologna si aggiorna costantemente con particolare interesse sul  settore riguardante la famiglia, prestando assistenza e consulenza legale per la gestione delle vicende ad essa relative, quali:

Composizione della crisi familiare

Separazioni

Divorzi:
2) Accordi di Convivenza
3) Modifiche di condizioni di Separazione
4) Modifiche di condizioni di Divorzio
5) Divorzio breve Rapporti  patrimoniali tra i coniugi:
6)Alimenti
7)Mantenimento dei figli

 

Dopo la recente sentenza sul cambio di rotta circa il tenore di vita che pare orami superato come criterio per determinare assegno mantenimento la Suprema corte ha stabilito:

I principali “indici” – salvo ovviamente altri elementi, che potranno eventualmente rilevare nelle singole fattispecie – per accertare, nella fase di giudizio sull’an debeatur, la sussistenza, o no, dell’indipendenza economica” dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio – e, quindi, l’adeguatezza”, o no, dei “mezzi”, nonchè la possibilità, o no “per ragioni oggettive”, dello stesso di procurarseli possono essere così individuati:

1) il possesso di redditi di qualsiasi specie; 2) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza (“dimora abituale”: art. 43 c.c. , comma 2) della persona che richiede l’assegno; 3) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo; 4) la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Quanto al regime della prova della non “indipendenza economica” dell’ex coniuge che fa valere il diritto all’assegno di divorzio, non v’è dubbio che, secondo la stessa formulazione della disposizione in esame e secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione del relativo onere, allo stesso spetta allegare, dedurre e dimostrare di “non avere mezzi adeguati” e di “non poterseli procurare per ragioni oggettive”. Tale onere probatorio ha ad oggetto i predetti indici principali, costitutivi del parametro dell’indipendenza economica”, e presuppone tempestive, rituali e pertinenti allegazioni e deduzioni da parte del medesimo coniuge, restando fermo, ovviamente, il diritto all’eccezione e alla prova contraria dell’altro (cfr. L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 10).

In particolare, mentre il possesso di redditi e di cespiti patrimoniali formerà normalmente oggetto di prove documentali – salva comunque, in caso di contestazione, la facoltà del giudice di disporre al riguardo indagini officiose, con l’eventuale ausilio della polizia tributaria ( L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 9) -, soprattutto “le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale” formeranno oggetto di prova che può essere data con ogni mezzo idoneo, anche di natura presuntiva, fermo restando l’onere del richiedente l’assegno di allegare specificamente (e provare in caso di contestazione) le concrete iniziative assunte per il raggiungimento dell’indipendenza economica, secondo le proprie attitudini e le eventuali esperienze lavorative.

ECCO IL NUOVO PRINCIPIO DI DIRITTO DELLA SUPREMA CORTE IN MATERIA DI ASSEGNO DI MANTENIMENTO:

 

Il giudice del divorzio, richiesto dell’assegno di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, come sostituito dalla L. n. 74 del 1987, art. 10, nel rispetto della distinzione del relativo giudizio in due fasi e dell’ordine progressivo tra le stesse stabilito da tale norma:

  1. A) deve verificare, nella fase dell’an debeatur – informata al principio dell'”autoresponsabilità economica” di ciascuno degli ex coniugi quali “persone singole”, ed il cui oggetto è costituito esclusivamente dall’accertamento volto al riconoscimento, o no, del diritto all’assegno di divorzio fatto valere dall’ex coniuge richiedente -, se la domanda di quest’ultimo soddisfa le relative condizioni di legge (mancanza di “mezzi adeguati” o, comunque, impossibilità “di procurarseli per ragioni oggettive”), con esclusivo riferimento all'”indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso, desunta dai principali “indici” – salvo altri, rilevanti nelle singole fattispecie – del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza dell’ex coniuge richiedente), delle capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della stabile disponibilità di una casa di abitazione; ciò, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dal richiedente medesimo, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’altro ex coniuge;
  2. B) deve “tener conto”, nella fase del quantum debeatur – informata al principio della “solidarietà economica” dell’ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro in quanto “persona” economicamente più debole ( artt. 2 e 23 Cost. ), il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla determinazione dell’assegno, ed alla quale può accedersi soltanto all’esito positivo della prima fase, conclusasi con il riconoscimento del diritto -, di tutti gli elementi indicati dalla norma (“(….) condizioni dei coniugi, (….) ragioni della decisione, (….) contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, (….) reddito di entrambi (….)”), e “valutare” “tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio”, al fine di determinare in concreto la misura dell’assegno di divorzio; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione dell’onere della prova ( art. 2697 cod. civ.).

 

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BOLOGNA RAVENNA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI EREDITA’

avvocato a BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI
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TROVARSI VEDOVI E’ UN GRAVE LUTTO (ALMENO PER MOLTI) MA TROVARSI VEDOVI SENZA AVERE I PROPRI DIRITTI E’ ANCHE PEGGIO. E ALLORA CHE FARE?

  • l’art. 459 c.c, nel prescrivere che l’eredità si acquista con l’accettazione, si riferisce all’eredità in sé considerata, a prescindere dai titolo della chiamata, legittima o testamentaria, presupponendo quindi un concetto unitario di acquisto dell’eredità stessa.

  • In tale contesto deve essere letto l’art. 480 c.c. che stabilisce il termine di decorrenza della prescrizione decennale del diritto di accettare l’eredità in ogni caso dal giorno dell’apertura della successione, e, in caso di istituzione condizionale, dal giorno in cui si verifica la condizione, senza porre quindi alcuna distinzione con riferimento al tipo di devoluzione; ai sensi del terzo comma della suddetta norma, poi, quando i primi chiamati abbiano accettato l’eredità, ma successivamente vengono rimossi gli effetti dell’accettazione, il suddetto termine non corre per gli ulteriori chiamati, decorrendo quindi dal giorno in cui costoro hanno la possibilità giuridica di accettare. VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’

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    BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’
  • La conferma della scelta del legislatore di stabilire un termine decennale di prescrizione del diritto di accettazione dell’eredità decorrente dal giorno dell’apertura della successione sia in caso di successione legittima che testamentaria (fatte salve le espresse eccezioni previste dallo stesso art. 480 c.c.) è offerta dall’art. 483 c.c. che, dopo aver disposto al primo comma che l’accettazione dell’eredità non si può impugnare se viziata da errore, prevede al secondo comma che ‘se si scopre un testamento del quale non si aveva notizia al tempo dell’accettazione, l’erede non è tenuto a soddisfare i legati scritti in esso oltre il valore dell’eredità, o con pregiudizio della porzione legittima che gli è dovuta’.

      • Invero tale disposizione – dalla quale si evince che, una volta accettata l‘eredità, non si pone più un problema di prescrizione del diritto di accettazione della stessa in base ad un testamento scoperto successivamente – attribuisce rilievo ad un testamento che sia stato rinvenuto a distanza di tempo dall’apertura della successione in quanto, temperando il rigore di quanto sancito al primo comma, ne prevede l’efficacia senza che esso debba essere accettato, sia nell’ipotesi che detto testamento sia più favorevole per il chiamato (qualora gli attribuisca una quota maggiore di eredità o altri beni) sia nell’ipotesi opposta, stabilendo il principio del limite dell’obbligo di soddisfare i legati entro il valore della dell’eredità; pertanto la norma in esame esclude due autonomi diritti di accettazione dell’eredità, in quanto, se così fosse, l’erede sarebbe tenuto a soddisfare i legati previsti nel testamento scoperto successivamente soltanto a seguito dell’accettazione di tale testamento; invece l’obbligo per l’erede di soddisfare i legati, sia pure nei limiti sopra enunciati, a seguito della scoperta di un testamento di cui non si aveva conoscenza al tempo dell’accettazione dell’eredità – e quindi il dettato legislativo secondo il quale l’accettazione sulla base della originaria delazione resta valida, ma alla prima successione si sovrappone quella testamentaria nei termini suddetti – inducono logicamente alla conclusione che l’accettazione è unica indipendentemente dal titolo della chiamata, conformemente all’orientamento consolidato di questa Corte secondo cui il vigente ordinamento non contempla due distinti ed autonomi diritti di accettazione dell’eredità, derivanti l’uno dalla devoluzione testamentaria e l’altro dalla legittima, ma prevede (con riguardo al patrimonio relitto dal defunto, quale che ne sia il titolo della chiamata) un unico diritto di accettazione che, se non viene fatto valere, si prescrive nel termine di dieci anni decorrente dal giorno dell’apertura della successione (Cass. 25-1-1983 n. 697; Cass. 18-10-1988 n. 5666; Cass. 16-2-1993 n. 1933; Cass. 22-9-2000 n. 12575).

      • Deve a tal punto essere esaminata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 480 secondo comma c.c. sollevata in via subordinata nella memoria di costituzione di nuovi difensori dell’A. del 10-5-2010 per contrasto con gli artt. 3 e 24 della Costituzione.

      • BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’

  • Sotto un primo profilo il ricorrente principale rileva che, ove si ritenesse avvenuta al momento dell’apertura della successione anche la vocazione dell’istituito ad opera di un testamento, rinvenuto soltanto in un momento posteriore alla iniziale delazione testamentaria e prima sconosciuto, la posizione di questa particolare figura di vocato verrebbe ad essere irragionevolmente deteriore rispetto a tutti gli altri chiamati, sia primi, sia ulteriori, sia istituiti ‘sub condicione’, potendo le prime due categorie esercitare immediatamente il diritto di accettare l’eredità, mentre per la terza categoria il termine per la prescrizione dell’accettazione decorrerebbe soltanto a partire dal giorno in cui la condizione si sia verificata; invece al chiamato per effetto di un testamento sconosciuto al momento dell’apertura della successione non sarebbe consentito accettare l’eredità perché sprovvisto del titolo su cui fondare il diritto di accettazione, con la conseguenza che la decorrenza del termine di prescrizione decorrerebbe per lui dall’apertura della successione senza trovarsi nella condizione giuridica di far valere il suo diritto all’accettazione; inoltre la disciplina del ‘dies a quo’ della prescrizione come interpretata dalla sentenza impugnata verrebbe a configurare la prescrizione del tutto sfornita del carattere, che pure le è proprio, di sanzione nei riguardi del comportamento inerte del titolare del diritto.

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  •  l’art. 459 c.c, nel prescrivere che l’eredità si acquista con l’accettazione, si riferisce all’eredità in sé considerata, a prescindere dai titolo della chiamata, legittima o testamentaria, presupponendo quindi un concetto unitario di acquisto dell’eredità stessa.

    • In tale contesto deve essere letto l’art. 480 c.c. che stabilisce il termine di decorrenza della prescrizione decennale del diritto di accettare l’eredità in ogni caso dal giorno dell’apertura della successione, e, in caso di istituzione condizionale, dal giorno in cui si verifica la condizione, senza porre quindi alcuna distinzione con riferimento al tipo di devoluzione; ai sensi del terzo comma della suddetta norma, poi, quando i primi chiamati abbiano accettato l’eredità, ma successivamente vengono rimossi gli effetti dell’accettazione, il suddetto termine non corre per gli ulteriori chiamati, decorrendo quindi dal giorno in cui costoro hanno la possibilità giuridica di accettare.

      La conferma della scelta del legislatore di stabilire un termine decennale di prescrizione del diritto di accettazione dell’eredità decorrente dal giorno dell’apertura della successione sia in caso di successione legittima che testamentaria (fatte salve le espresse eccezioni previste dallo stesso art. 480 c.c.) è offerta dall’art. 483 c.c. che, dopo aver disposto al primo comma che l’accettazione dell’eredità non si può impugnare se viziata da errore, prevede al secondo comma che ‘se si scopre un testamento del quale non si aveva notizia al tempo dell’accettazione, l’erede non è tenuto a soddisfare i legati scritti in esso oltre il valore dell’eredità, o con pregiudizio della porzione legittima che gli è dovuta’.

      Invero tale disposizione – dalla quale si evince che, una volta accettata l’eredità, non si pone più un problema di prescrizione del diritto di accettazione della stessa in base ad un testamento scoperto successivamente – attribuisce rilievo ad un testamento che sia stato rinvenuto a distanza di tempo dall’apertura della successione in quanto, temperando il rigore di quanto sancito al primo comma, ne prevede l’efficacia senza che esso debba essere accettato, sia nell’ipotesi che detto testamento sia più favorevole per il chiamato (qualora gli attribuisca una quota maggiore di eredità o altri beni) sia nell’ipotesi opposta, stabilendo il principio del limite dell’obbligo di soddisfare i legati entro il valore della dell’eredità; pertanto la norma in esame esclude due autonomi diritti di accettazione dell’eredità, in quanto, se così fosse, l’erede sarebbe tenuto a soddisfare i legati previsti nel testamento scoperto successivamente soltanto a seguito dell’accettazione di tale testamento; invece l’obbligo per l’erede di soddisfare i legati, sia pure nei limiti sopra enunciati, a seguito della scoperta di un testamento di cui non si aveva conoscenza al tempo dell’accettazione dell’eredità – e quindi il dettato legislativo secondo il quale l’accettazione sulla base della originaria delazione resta valida, ma alla prima successione si sovrappone quella testamentaria nei termini suddetti – inducono logicamente alla conclusione che l’accettazione è unica indipendentemente dal titolo della chiamata, conformemente all’orientamento consolidato di questa Corte secondo cui il vigente ordinamento non contempla due distinti ed autonomi diritti di accettazione dell’eredità, derivanti l’uno dalla devoluzione testamentaria e l’altro dalla legittima, ma prevede (con riguardo al patrimonio relitto dal defunto, quale che ne sia il titolo della chiamata) un unico diritto di accettazione che, se non viene fatto valere, si prescrive nel termine di dieci anni decorrente dal giorno dell’apertura della successione (Cass. 25-1-1983 n. 697; Cass. 18-10-1988 n. 5666; Cass. 16-2-1993 n. 1933; Cass. 22-9-2000 n. 12575).

  • Deve a tal punto essere esaminata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 480 secondo comma c.c. sollevata in via subordinata nella memoria di costituzione di nuovi difensori dell’A. del 10-5-2010 per contrasto con gli artt. 3 e 24 della Costituzione.

  • Sotto un primo profilo il ricorrente principale rileva che, ove si ritenesse avvenuta al momento dell’apertura della successione anche la vocazione dell’istituito ad opera di un testamento, rinvenuto soltanto in un momento posteriore alla iniziale delazione testamentaria e prima sconosciuto, la posizione di questa particolare figura di vocato verrebbe ad essere irragionevolmente deteriore rispetto a tutti gli altri chiamati, sia primi, sia ulteriori, sia istituiti ‘sub condicione’, potendo le prime due categorie esercitare immediatamente il diritto di accettare l’eredità, mentre per la terza categoria il termine per la prescrizione dell’accettazione decorrerebbe soltanto a partire dal giorno in cui la condizione si sia verificata; invece al chiamato per effetto di un testamento sconosciuto al momento dell’apertura della successione non sarebbe consentito accettare l’eredità perché sprovvisto del titolo su cui fondare il diritto di accettazione, con la conseguenza che la decorrenza del termine di prescrizione decorrerebbe per lui dall’apertura della successione senza trovarsi nella condizione giuridica di far valere il suo diritto all’accettazione; inoltre la disciplina del ‘dies a quo’ della prescrizione come interpretata dalla sentenza impugnata verrebbe a configurare la prescrizione del tutto sfornita del carattere, che pure le è proprio, di sanzione nei riguardi del comportamento inerte del titolare del diritto.

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  • EREDE ACCETTAZIONE CON BENEFICIO INVENTARIO DEBITI ERARIO

  • Non v’è dubbio che l’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario sia condizione di ammissibilità dell’azione di riduzione delle liberalità in favore di persone non chiamate alla successione come eredi, e come tale debba essere accertata d’ufficio dal giudice, anche in grado di appello (ex plurimis, Cass., sez. 2, sent. n. 18068 del 2012).

    Tuttavia nel caso in esame si desume ex actis, dallo svolgimento del processo di appello come riportato nelle sentenze non definitive e definitiva, che gli originari attori agirono nella qualità di legittimari totalmente pretermessi, per inesistenza di relictum al momento dell’apertura della successione. È vero, infatti, che gli accertamenti disposti dalla Corte d’appello, preordinati alla divisione, e quindi la divisione stessa hanno ad oggetto esclusivamente il compendio immobiliare del quale il defunto z.g. aveva trasferito la proprietà al figlio G. e al nipote T. con l’atto di compravendita in data 24 dicembre 1991, di cui la Corte d’appello ha accertato la parziale simulazione. Sul valore dei 5/6 del suddetto compendio al momento dell’apertura della successione è stata determinata, infatti, la quota disponibile e quella di riserva, e poi si è proceduto alla divisione.

    L’assenza di relictum rendeva quindi inapplicabile nel caso di specie la previsione contenuta nell’art. 564 cod. civ., in quanto, come ripetutamente affermato da questa Corte, la condizione della preventiva accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario – richiesta dall’art. 564 cod. civ. per la proposizione dell’azione di riduzione delle donazioni e dei legati – non si applica al legittimario che sia stato totalmente pretermesso dall’eredità (anche nel caso in cui abbia ricevuto beni dal de cuius ‘a titolo di donazione ovvero si sia impossessato, dopo la sua morte, di beni ereditari), atteso che egli acquista la qualità di erede soltanto a seguito del favorevole esercizio dell’azione proposta (ex plurimis, Cass., sez. 2, sent. N. 13804 del 2006).VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’

    1. – Con i motivi dal settimo al decimo si contesta, con riferimento alla sentenza non definitiva n. 484 del 2011 e alla sentenza definitiva, la divisione del compendio ereditario, e in particolare si denuncia: a) violazione o falsa applicazione degli artt. 556 e 747 cod. civ., avuto riguardo all’assegnazione delle quote (motivo sub 7); b) contraddittorietà della motivazione, avuto riguardo alla determinazione del valore dei beni oggetto della divisione (motivo sub 8); c) vizio di motivazione nonché violazione o falsa applicazione degli artt. 556 e 747 cod. civ., avuto riguardo alla formazione della massa ereditaria dalla quale non erano state considerate le spese sostenute dai ricorrenti (motivo sub 9); d) violazione o falsa applicazione degli artt. 746 e 747 cod. civ. per avere la Corte d’appello disposto l’assegnazione in natura delle quote.

  • L’azione esercitata era e resta un’azione di riduzione, di natura patrimoniale legittimamente esercitata dal curatore fallimentare non già in via surrogatoria, ma per effetto dello spossessamento fallimentare (art. 42 L.F.) che priva il fallito della disponibilità dei suoi beni (tra i quali sono da ricomprendere i diritti patrimoniali spettanti al fallito quale legittimario) e per effetto della legittimazione a stare in giudizio per i rapporti di diritto patrimoniale compresi nel fallimento, attribuita al curatore dall’art. 43 L.F. Nella specie, essendo stato rilevato che delle donazioni di somme di denaro enunciate nel testamento non v’era prova alcuna ed essendo stata esercitata l’azione di riduzione, non era in discussione e non formava oggetto di impugnazione la volontà del testatore di considerare l’erede soddisfatta con le pregresse donazioni, ma la veridicità del suo presupposto, ossia l’esistenza stessa delle donazioni. Il legislatore, prevedendo la successione necessaria, si è preoccupato di far sì che ad ognuno del legittimari considerati venga garantita una porzione del patrimonio del de cuius anche contro la volontà di quest’ultimo e pertanto così come non è consentito al testatore sottrarre al legittimario la quota di riserva, allo stesso modo non gli è consentito ottenere lo stesso risultato attraverso la mera enunciazione di avere già tacitato il legittimario per la quota di riserva; entrambe le situazioni rientrano nell’ambito dell’azione di riduzione e non attengono al contenuto tipico del testamento.

  • La dichiarazione del testatore di avere già soddisfatto il legittimario con donazioni costituisce dichiarazione che neppure potrebbe essere assimilata ad una confessione stragiudiziale ex art. 2935 c.c. in quanto nell’azione di riduzione il legittimario è terzo e tale dichiarazione sarebbe invece favorevole al testatore e ai suoi eredi e, invece, sfavorevole al legittimario.

    1. Con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione di legge in ordine alla distribuzione degli oneri probatori e l’erronea inversione dell’onere di cui all’art. 2697 c.c. circa la veridicità dell’affermazione del testatore di intervenuta tacitazione della legittimarla.

    • Il ricorrente sostiene che, siccome l’eccezione di non veridicità dell’intervenuta tacitazione della legittimarla era stata sollevata dal curatore del fallimento della legittimarla, su questo incombeva l’onere di smentire il testatore e chiede affermarsi il principio di diritto secondo cui, qualora dovesse ritenersi ricompresa nell’azione di riduzione anche l’impugnazione del testamento, su chi lo impugna ricade l’onere di provare l’eccezione di non veridicità della tacitazione della legittimarla, come affermato dal testatore in presenza del notaio rogante e di due testi.

    • 2.1 Il motivo è manifestamente infondato. La dichiarazione di avvenuta tacitazione delle ragioni della legittimarla con donazioni in denaro costituisce una mera dichiarazione che non attiene alla volontà testamentaria in quanto la volontà del testatore non può incidere sulla quota di riserva; al contrario, essendo provato che le disposizioni testamentarie erano lesive della legittima, era onere di chi aveva interesse a negare la violazione dei diritti del legittimario, provare l’esistenza di donazioni idonee ad escluderla.

    • Siccome nell’azione di riduzione promossa dal legittimario preterito, questi deve considerarsi terzo(Cass. 20868/04; n. 6632/06; n. 7834/08) anche rispetto al testatore, la sua dichiarazione non gli è opponibile, neppure se resa davanti ad un notaio, posto che gli atti notarili, in quanto atti pubblici, fanno piena prova della provenienza del documento e delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza (art. 2700 c.c.), ma non dei fatti o dei contratti che si assumono anteriormente avvenuti (nella specie, precedenti donazioni di somme di denaro)e rispetto ai quali nulla può attestare il notaio se non che tale dichiarazione gli è stata resa.

      1. Con il terzo motivo il ricorrente deduce la violazione ed erronea applicazione degli artt. 553 u.p., 554, 556 e 558 c.c. e il vizio di motivazione. Il ricorrente sostiene che la Corte di Appello ha immotivatamente ritenuto violata la legittima, senza considerare le donazioni ricevute da A.G. che non è stata pretermessa, ma considerata e tacitata; aggiunge che nessuna indagine sarebbe stata fatta sulla congruità del legato di usufrutto al coniuge e sulla incidenza negativa a carico della disponibile assegnata ad esso ricorrente; l’accertamento della violazione della legittima non poteva prescindere dalla formazione della massa attiva esistente al momento della morte, riunendo il donatum al relictum.

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BADANTE TESTAMENTO CIRCONVENZIONE  COME DIFENDERSI  AVVOCATO VINCE CAUSA SUCCESSIONI BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI

BADANTE TESTAMENTO CIRCONVENZIONE  COME DIFENDERSI

 QUANTI EREDI VENGONO ESTROMESSI DALL’EREDITA’ PERCHE’ VI E’ UN TESTAMENTO  FAVORE DELLA BADANTE? SE TI E’ SUCCESSO COSA FARE?

BADANTE TESTAMENTO CIRCONVENZIONE  COME DIFENDERSI  AVVOCATO VINCE CAUSA SUCCESSIONI BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI
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In primo luogo state piu’ vicino agli anziani e non ricordatevi di loro solo quando dovete ereditare !!

La cassazione ha reiteratamente precisato che il delitto di circonvenzione di persone incapaci non esige che il soggetto passivo versi in stato di incapacità di intendere e di volere, essendo sufficiente anche una minorata capacità psichica, con compromissione del potere di critica ed indebolimento di quello volitivo, tale da rendere possibile l’altrui opera di suggestione e pressione. (Sez. 2, n. 3209 del 20/12/2013 P.O. in proc. De Mauro Luigi e altro, Rv. 258537; n. 6971 del 26/01/2011, P.M. in proc. Knight, Rv. 249662; n. 24192 del 05/03/2010, Conte e altro, Rv. 247463). Pertanto il delitto può essere commesso in danno – oltre che di minori – di persona in stato dí infermità psichica, cioè affetta da un vero e proprio stato patologico, conosciuto e codificato dalla scienza medica, o da una condizione soggettiva, che sebbene non patologica menomi le facoltà intellettive e volitive del soggetto quale conseguenza di una anomalia mentale, non importa se in modo definitivo o temporaneo; ovvero in danno di un soggetto in stato di deficienza psichica, intendendosi per tale sia una alterazione dello stato mentale, ontologicamente meno grave e aggressiva dell’infermità, dipendente da particolari situazioni fisiche (età avanzata, fragilità di carattere), o da anomale dinamiche relazionali, idonee a determinare una incisiva menomazione delle facoltà intellettive e volitive, inficiando il potere di autodeterminazione, di critica e di difesa del soggetto passivo dall’altrui opera di suggestione. (Sez. 2, n. 36424 del 26/05/2015, P.0 in proc. Damascelli, Rv. 264591). Di detti principi l’impugnata sentenza ha fatto corretta applicazione.*

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Tra i delitti di cui all’artt. 643 e 629 cod. pen., pur potendo essere soggetto passivo di quest’ultimo reato anche la persona che versi nello stato di deficienza psichica, non è ammissibile alcun concorso, anche se tra di essi è comune il perseguimento di un profitto,

in quanto si differenziano per il mezzo adoperato dall’agente che nella circonvenzione di incapace è costituito dall’opera di suggestione o di induzione e nell’estorsione, invece, dall’uso della violenza o minaccia; ne consegue che la necessaria esistenza di un nesso causale tra l’evento e uno degli indicati comportamenti dell’agente determina la configurabilità dell’uno o dell’altro titolo di reato.

(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 21977 del 8 maggio 2017)  fatto che il giudice sia peritus peritorum non significa che può impunemente disattendere una serie di concordi conclusioni provenienti da plurime fonti qualificate, sulla base della propria scienza personale derivante dalla lettura della voce “Demenza” tratta da un semplice Dizionario di medicina destinato, quindi, ad un pubblico generico e neppure agli specialisti; ammettere una conclusione del genere, equivarrebbe a sminuire e porre nel nulla la competenza altrui frutto di anni di studi specialistici, sulla base della lettura di un semplice articolo letto nel giro di pochi minuti (nella specie, relativa alla contestazione del reato di circonvenzione di incapace, la Corte ha cassato la decisione dei giudici del merito che avevano ignorato, in maniera illogica, le conclusioni del perito d’ufficio, secondo cui la vittima, nel momento in cui aveva effettuato gli atti dispositivi a favore dell’imputato, si trovava in un conclamato stato d’incapacità di intendere e di volere).

La suprema corte afferma con sentenza Cassazione penale sez. II  12 dicembre 2014 n. 1381 

Ai fini del delitto di circonvenzione di incapace rileva anche una menomazione della sfera intellettiva, volitiva od anche solo affettiva del soggetto passivo che ne affievolisca le capacità critiche e/o volitive, senza che sia necessario che tale menomazione consiste in una vera e propria patologia psichica, né che essa sia di natura irreversibile.

Inoltre la suprema corte afferma Cassazione penale sez. II  17 giugno 2014 n. 30891  

la configurabilità del reato di circonvenzione di incapace non è necessario che il soggetto passivo versi in uno stato di incapacità di intendere di volere, essendo sufficiente che esso sia affetto da infermità psichica o deficienza psichica, ovvero da un’alterazione dello stato psichico che, sebbene meno grave dell’incapacità, risulti tuttavia idonea a porre uno stato di minorata capacità intellettiva, volitiva od affettiva e ne affievolisca le capacità critiche ed agevoli la suggestionabilità della vittima riducendone i poteri di difesa contro le altrui insidie.

In tema di circonvenzione di persone incapaci (art. 643 c.p.), per “infermità psichica” Cassazione penale sez. II  12 giugno 2014 n. 28907  

 deve intendersi ogni alterazione psichica derivante sia da un vero e proprio processo morboso (quindi catalogabile tra le malattie psichiatriche) sia da una condizione che, sebbene non patologica, menomi le facoltà intellettive o volitive, mentre la “deficienza psichica” è identificabile in un’alterazione dello stato psichico che, sebbene meno grave dell’infermità, è comunque idonea a porre il soggetto passivo in uno stato di minorata capacità in quanto le sue capacità intellettive, volitive o affettive, fanno scemare o diminuire il pensiero critico (vi rientrano, per esempio, l’emarginazione ambientale, la fragilità e la debolezza di carattere). In ogni caso, minimo comune denominatore rinvenibile in entrambe le situazioni consiste nel fatto che, in tanto il reato può essere configurato, in quanto si dimostri l’instaurazione di un rapporto squilibrato fra vittima e agente, nel senso che deve trattarsi di un rapporto in cui l’agente abbia la possibilità di manipolare la volontà della vittima a causa del fatto che costei si trova, per determinate situazioni da verificare caso per caso, in una minorata situazione e, quindi, incapace di opporre alcuna resistenza a causa della mancanza o diminuita capacità critica.

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La fattispecie di cui all’art. 643 c.p. (circonvenzione di persone incapaci) è un reato di pericolo, e con evento naturalistico, per cui non occorre che l’evento dannoso derivi dall’atto come sua conseguenza giuridica immediata, essendo, invece, sufficiente che l’atto compiuto sia idoneo ad ingenerare un pregiudizio o un pericolo di pregiudizio per il soggetto passivo che l’ha posto in essere.

Il delitto di circonvenzione di incapace non esige che il soggetto passivo versi in stato di incapacità di intendere e di volere, essendo sufficiente anche una minorata capacità psichica, con compromissione del potere di critica ed indebolimento di quello volitivo, tale da rendere possibile l’altrui opera di suggestione e pressione. Rigetta, App. Lecce, sez. dist. Taranto, 04/12/2012

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Secondo Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 18295 del 11 aprile 2017)i ntegra l’elemento oggettivo del reato di circonvenzione di persone incapaci l’induzione del soggetto passivo alla costituzione di un “trust”, in quanto detto negozio giuridico, determinando la costituzione di una proprietà temporale in capo al “trustee” svincolata dal potere di disporre dei beni conferiti in modo pieno ed esclusivo, provoca un effetto pregiudizievole per il disponente e per gli altri aventi diritto al trasferimento dei beni per eventi successori.

Secondo l’interpretazione della cassazione Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 9734 del 28 febbraio 2017)Il delitto di circonvenzione di incapace è configurabile qualora la persona offesa sia da anni affetta da morbo di Alzheimer, trattandosi di una patologia ingravescente che determina la sussistenza di uno stato di infermità e deficienza psichica tale da rendere non indispensabile verificare la condizione della vittima al momento dell’atto dispositivo.

La cassazione inoltre (Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 5791 del 8 febbraio 2017)ritiene che

in tema di circonvenzione di persone incapaci, lo stato di infermità o di deficienza psichica della persona, pur non dovendo necessariamente consistere in una vera e propria malattia mentale, deve comunque provocare una incisiva menomazione delle facoltà intellettive e volitive, tale da rendere possibile la suggestione del minorato da parte di altri, in quanto l’incapacità del soggetto passivo costituisce un presupposto del reato della cui sussistenza, pertanto, vi deve essere l’assoluta certezza.

MA PER LA CIRCONVENZIONE DI INCAPACE E’ NECESSARIO CHE LA VITTIMA VERSI IN INCAPACITA’ DI INTENDERE E VOLERE?

Il delitto di circonvenzione di incapace non esige che il soggetto passivo versi in stato di incapacità di intendere e di volere, essendo sufficiente anche una minorata capacità psichica, con compromissione del potere di critica ed indebolimento di quello volitivo, tale da rendere possibile l’altrui opera di suggestione e pressione.

(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 3209 del 23 gennaio 2014)

Ai fini dell’integrazione dell’elemento materiale del delitto di circonvenzione di incapace, devono concorrere: (a) la minorata condizione di autodeterminazione del soggetto passivo (minore, infermo psichico e deficiente psichico) in ordine ai suoi interessi patrimoniali: (b) l’induzione a compiere un atto che comporti, per il soggetto passivo e/o per terzi, effetti giuridici dannosi di qualsiasi natura, che deve consistere in un’apprezzabile attività di pressione morale e persuasione che si ponga, in relazione all’atto dispositivo compiuto, in rapporto di causa ad effetto; (c) l’abuso dello stato di vulnerabilità del soggetto passivo, che si verifica quando l’agente, ben conscio della vulnerabilità del soggetto passivo, ne sfrutti la debolezza per raggiungere il fine di procurare a sé o ad altri un profitto.

Il soggetto passivo del delitto di circonvenzione di incapace (art. 643 c.p.), titolare del diritto di querela nei casi previsti dal secondo comma dell’art. 649 c.p. è soltanto l’incapace – ossia il soggetto che abbia subito la circonvenzione – quale portatore dell’interesse tutelato dalla norma incriminatrice e non anche il terzo che abbia subito danni in conseguenza degli atti dispositivi posti in essere dall’incapace medesimo, rivestendo detto terzo solo la qualità di persona danneggiata dal reato, come tale legittimata ad esercitare l’azione civile.

 LA CASSAZIONE AFFERMA (Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 19180 del 3 maggio 2013)

LA CASSAZIONE AFFERMA CHE Per la sussistenza del reato di circonvenzione di persone incapaci è necessario che la situazione di deficienza psichica della vittima sia oggettiva e riconoscibile da parte di tutti, in modo che chiunque possa abusarne per i propri fini illeciti.

L’integrazione della fattispecie criminosa della circonvenzione di persone incapaci non richiede che il soggetto passivo versi in stato di incapacità di intendere e di volere, essendo sufficiente che esso sia affetto da infermità psichica o deficienza psichica, ovvero da un’alterazione dello stato psichico, che sebbene meno grave dell’incapacità, risulti tuttavia idonea a porlo in uno stato di minorata capacità intellettiva, volitiva od affettiva che ne affievolisca le capacità critiche.

  • Integra Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 41378 del 23 novembre 2010)il requisito dello stato di deficienza psichica della persona offesa del delitto di circonvenzione di incapace anche la compromissione della capacità di giudizio dipendente da disturbi di tipo paranoide.
  • Rientra nella nozione di “deficienza psichica” ex art. 643 c.p. la minorata capacità psichica, con compromissione del potere di critica ed indebolimento di quello volitivo, tale da rendere possibile l’altrui opera di suggestione, perché è “deficienza psichica” qualsiasi minorazione della sfera volitiva ed intellettiva che agevoli la suggestionabilità della vittima e ne riduca i poteri di difesa contro le altrui insidie.
  • In tema di circonvenzione di persone incapaci, l’atto di procura alla riscossione di denaro in nome e per conto dell’incapace può rientrare nella nozione di atto produttivo di effetto dannoso se nel concreto si atteggia a strumento con cui il soggetto attivo si appropria del denaro, depauperando la vittima.
  • In tema di delitto di circonvenzione di persone incapaci, la prova della condotta induttiva può essere tratta anche da elementi indiziari e prove logiche, avendo riguardo alla natura dell’atto, all’oggettivo pregiudizio da esso derivante e ad ogni altro accadimento connesso al suo compimento. (Fattispecie in cui è stato probatoriamente valorizzato il carattere pregiudizievole degli atti compiuti ed il fatto che il corrispettivo della vendita di alcuni beni non pervenisse mai alla vittima).
  • PRECISA LA SUPREMA CORTE :L’accertamento delle condizioni di deficienza psichica nel soggetto vittima del delitto di circonvenzione di persone incapaci non impedisce che lo stesso sia sentito come testimone e che siano utilizzate probatoriamente le sue dichiarazioni, attesa la differenza tra la capacità per gestire il patrimonio e quella richiesta per riferire in modo veritiero determinati fatti storici.

(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 6078 del 11 febbraio 2009)

Cass. pen. n. 31320/2008

In tema di delitto di circonvenzione di persone incapaci, le condotte di abuso e di induzione consistono rispettivamente in qualsiasi pressione morale idonea al risultato avuto di mira dall’agente e in tutte le attività di sollecitazione e suggestione capaci di far sì che il soggetto passivo presti il suo consenso al compimento dell’atto dannoso.

(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 31320 del 25 luglio 2008)

Perché si possa parlare di circonvenzione di incapace sono necessari due presupposti:

  1. l’induzione a compiere un atto che comporti per il soggetto passivo un effetto giuridico dannoso;
  2. l’abuso dello stato di vulnerabilità, che si verifica quando il soggetto agente, ben conscio della situazione del soggetto passivo, ne sfrutti la debolezza per raggiungere il suo fine ossia quello di procurare a sé o ad altri un profitto.
  3. L’art. 643 c.p., inserito fra i delitti contro il patrimonio mediante frode, tutela il patrimonio del minorato ossia di colui che, non necessariamente interdetto o inabilitato, si trovi in una minorata condizione di autodeterminazione in ordine ai suoi interessi patrimoniali.
    La legge individua tre categorie di soggetti passivi: 1) i minori; 2) l’infermo psichico; 3) il deficiente psichico.
    La condotta penalmente rilevante dell’agente è varia e si realizza quando:
    nei confronti dei minori, abusi dei loro “bisogni, passioni o inesperienza”;
    nei confronti dell’infermo psichico o del deficiente psichico, abusi del loro stato.
    Il fatto che la legge distingua fra infermo psichico e deficiente psichico e non consideri necessario che il soggetto passivo si trovi nella condizione per essere interdetto o inabilitato, induce a ritenere che:
    infermità psichica: per tale deve intendersi ogni alterazione psichica derivante sia da un vero e proprio processo morboso (quindi catalogabile fra le malattie psichiatriche) sia da una condizione che, sebbene non patologica, menomi le facoltà intellettive o volitive;
    deficienza psichica: è questa un’alterazione dello stato psichico che, sebbene meno grave della infermità, tuttavia, è comunque idonea a porre il soggetto passivo in uno stato di minorata capacità in quanto le sue capacità intellettive, volitive o affettive, fanno scemare o diminuire il pensiero critico. Rientrano in tale categoria, fra l’altro, ad es., l’emarginazione ambientale (Cass. 20/3/1979, Tintinaglia), la fragilità e la debolezza di carattere (Cass. 9/10/1973, Ced 126922).
    Peraltro, il minimo comun denominatore che si può rinvenire nelle due predette situazioni, consiste nel fatto che, in tanto il reato può essere configurato in quanto si dimostri l’instaurazione di un rapporto squilibrato fra vittima ed agente nel senso che deve trattarsi di un rapporto in cui l’agente abbia la possibilità di manipolare la volontà della vittima a causa del fatto che costei si trova, per determinate situazioni da verificare caso per caso, in una minorata situazione e, quindi, incapace di opporre alcuna resistenza a causa della mancanza o diminuita capacità critica. Tale situazione di minorata capacità dev’essere oggettiva e riconoscibile da parte di tutti in modo che, chiunque possa abusarne per raggiungere il suoi fini illeciti (Cass. 15/10/1987, Rv 175682).
    1.2. L’art. 643 c.p., infine, al fine di ritenere integrata la fattispecie criminosa, prevede (in aggiunta alla minorata capacità di cui si è detto) altri due elementi oggettivi:
    l’induzione a compiere un atto che importi, per il soggetto passivo e/o per altri, qualsiasi effetto giuridico dannoso. Per induzione deve intendersi un’apprezzabile attività di pressione morale e di persuasione [Cass. 13.12.1993, Di Falco, CED 196331] che si ponga, in relazione all’atto dispositivo compiuto, in un rapporto di causa ed effetto;
    l’abuso dello stato di vulnerabilità. L’abuso si verifica quando l’agente, ben conscio della vulnerabilità del soggetto passivo, ne sfrutti la debolezza per raggiungere il suo fine ossia quello di procurare a sé o ad altri un profitto.

 

Cosa deve intendersi per  “deficienza psichica” di cui all’art.643 c.p.?

 

 

La deficienza psichica” di cui all’art.643 c.p.

che ricomprende qualsiasi minorazione della sfera volitiva ed intellettiva che agevoli la suggestiona biIità della vittima e ne riduca i poteri di difesa contro le altrui insidie (v.Cass.Sez.II, sent.n.24192/2010,Rv. v. 247463).

circonvenzione di incapace, la prova dell’induzione

In tema di circonvenzione di incapace, la prova dell’induzione non deve necessariamente essere raggiunta attraverso episodi specifici, ben potendo essere anche indiretta, indiziaria e presunta, cioè risultare da elementi gravi, precisi e concordanti come la natura degli atti compiuti e l’incontestabile pregiudizio da essi derivato (v.Cass.Sez.II, Sent. n. 48302/2004 Rv. 231275); Circa il contestato carattere pregiudizievole dei testamento, basti rammentare che, ai sensi del tenore letterale dell’art. 643 c.p., il pregiudizio dell’atto può attingerne tanto l’autore (colpito dalla menomazione inferta alla propria libertà di testare) quanto altri ed è innegabile l’idoneità pregiudizievole, verso i successibili legittimi, del testamento che istituiva come erede universale l’odierno ricorrente (v.Cass.Sez. II, Sent. n. 6054/2012 Rv. 252705, citata anche dalla Corte territoriale).
Alla luce delle logiche e complete considerazioni svolte dalla Corte in ordine alla sussistenza di tutti gli elementi del reato di circonvenzione di incapace, del tutto irrilevante appare l’inciso circa la supposta attribuibilità (da parte del giudice del gravame) al notaio, anziché alla parte offesa, della clausola di cautela introdotta nel testamento.

L’art. 643 c.p., al fine di ritenere integrata la fattispecie criminosa, prevede (in aggiunta alla minorata capacità di cui si è detto) altri due elementi oggettivi:
l’induzione a compiere un atto che importi, per il soggetto passivo e/o per altri, qualsiasi effetto giuridico dannoso. Per induzione deve intendersi un’apprezzabile attività di pressione morale e di persuasione [Cass. 13.12.1993, Di Falco, CED 196331] che si ponga, in relazione all’atto dispositivo compiuto, in un rapporto di causa ed effetto;
l’abuso dello stato di vulnerabilità. L’abuso si verifica quando l’agente, ben conscio della vulnerabilità del soggetto passivo, ne sfrutti la debolezza per raggiungere il suo fine ossia quello di procurare a sé o ad altri un profitto.

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Poiché durante il matrimonio ciascun coniuge è tenuto a contribuire alle esigenze della famiglia in misura proporzionale alle proprie sostanze, secondo quanto previsto dagli artt. 143 e 316 bis, primo comma, c.c., a seguito della separazione non sussiste il diritto al rimborso di un coniuge nei confronti dell’altro per le spese sostenute in modo indifferenziato per i bisogni della famiglia durante il matrimonio. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza del giudice di merito che aveva dichiarato la compensazione tra quanto versato dall’attore per la Tarsu relativa all’immobile assegnato alla moglie in sede di separazione, con il credito vantato da quest’ultima a titolo di rimborso delle spese per le utenze domestiche sostenute durante il matrimonio).

Cass. civ. n. 6276/2005

Il persistente rifiuto di intrattenere rapporti affettivi e sessuali con il coniuge — poiché, provocando oggettivamente frustrazione e disagio e, non di rado, irreversibili danni sul piano dell’equilibrio psicofisico, costituisce gravissima offesa alla dignità e alla personalità del partner — configura e integra violazione dell’inderogabile dovere di assistenza morale sancito dall’art.143 c.c., che ricomprende tutti gli aspetti di sostegno nei quali si estrinseca il concetto di comunione coniugale. Tale volontario comportamento sfugge, pertanto, ad ogni giudizio di comparazione, non potendo in alcun modo essere giustificato come reazione o ritorsione nei confronti del partner e legittima pienamente l’addebitamento della separazione, in quanto rende impossibile al coniuge il soddisfacimento delle proprie esigenze affettive e sessuali e impedisce l’esplicarsi della comunione di vita nel suo profondo significato.

)Cass. civ. n. 5866/1995

Nel caso in cui un coniuge consegni all’altro una somma di denaro e quest’ultimo la utilizzi per opere di miglioramento della casa coniugale, di sua proprietà, deve presumersi, in mancanza di prova contraria, che la consegna sia stata effettuata in adempimento dell’obbligo di contribuzione di cui all’art. 143 c.c. Tuttavia, essendo stata la somma impiegata in modo da comportare anche l’arricchimento esclusivo del coniuge accipiente, questi è tenuto ad indennizzare l’altro del vantaggio conseguito. (Nella specie, la corte di merito aveva attribuito un’indennità ex art. 1150 c.c.).

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San Benedetto V. di S. separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

 

 

San Giorgio di Piano separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

 

 

San Giovanni in Persiceto separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

 

 

San Lazzaro di Savena separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

 

 

San Pietro in Casale separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

 

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CHIAMA SUBITO BOLOGNA  RIMINI RAVENNA  051 6447838 AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO DIVORZI SEPARAZIONI BREVI

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Divorzio Bologna a chi rivolgersi? Sicuramente a un avvocato esperto, che tratta la materia da anni

Come affrontare un divorzio: cosa c'è da sapere avvocato divorzio Bologna
Come affrontare un divorzio: cosa c’è da sapere avvocato divorzio Bologna

Divorzio Bologna:  L’assegno di mantenimento, la comunione dei beni, l’educazione dei figli, il pagamento delle tasse sulla casa: sono davvero tanti gli aspetti di cui ci si deve informare rivolgendosi a un avvocato a Bologna se si è alle prese con un divorzio. Ecco quali sono le nozioni più importanti che è indispensabile sapere. Per quel che riguarda la casa di famiglia, per esempio, il diritto di rimanere ad abitarvi non viene attribuito a seconda del regime patrimoniale che è stato scelto, così come prescinde da chi è il proprietario o l’intestatario del contratto di locazione effettivo.

Soprattutto la presenza dei figli può complicare lo scenario in un divorzio: anche per questo è sicuramente utile fare affidamento su un professionista come l’avvocato Sergio Armaroli, trovandolo su www.avvocatoabologna.it, in modo tale da ricevere il supporto di un esperto e competente in materia.

Si perché giustamente interrompere un matrimonio porvi fine con il divorzio ovviamente non pone fine ai rapporti con i i figli, che continuano, anzi bisogna avere la massima attenzione a non creare inutili sofferenze ai figli

Nel caso in cui ci siano dei figli, dunque,pe ril Tuo divorzio Bologna  la legge in tema di attribuzione della casa concede la preferenza al genitore al quale vengono affidati i bambini (o, nel caso in cui si tratti di figli maggiorenni, al genitore con cui convivono). Se viene stabilito un affido separato dei figli, con uno o più figli affidati a un genitore e uno o più figli affidati all’altro genitore, è compito del giudice prendere una decisione, valutando il singolo caso e tenendo conto delle condizioni di salute dei soggetti coinvolti, delle loro necessità scolastiche, della loro età e delle loro esigenze affettive. Infine, in assenza di figli l’orientamento più recente impedisce a chi non è proprietario della casa familiare di restarvi.

Che fine fa la casa in un divorzio?

In un divorzio che riguarda una coppia senza figli, dunque, la casa è appannaggio del proprietario. Non sono rari, comunque, i casi in cui l’immobile sia intestato a tutti e due i membri della coppia: in tale circostanza entrambi hanno il diritto di attivare lo scioglimento della comunione e di offrire all’altro la possibilità di comprare la metà di cui non è in possesso, in modo tale che ne diventi il proprietario esclusivo. Per quanto concerne le spese ordinarie, che riguardano il riscaldamento, le bollette e la manutenzione ordinaria, esse devono essere pagata da chi occupa la casa; diverso è, invece, il discorso per le spese straordinarie, come quelle relative alle ristrutturazioni: in questa eventualità è previsto che i costi siano sostenuti da tutti e due i partner in parti uguali.

Come regolarsi in caso di affitto

Come può ben spiegare un bravo avvocato a Bologna, in un divorzio che riguardi una coppia che vive in una casa in affitto l’assegnatario può conservare il diritto sulla casa stessa solo a condizione che la abiti effettivamente e che essa, quindi, costituisca la sua abituale dimora. L’assegnazione vincola a un uso personale dell’abitazione, che – di conseguenza – non può essere concessa in locazione o in prestito ad altre persone. I tribunali, di solito, assegnano anche i mobili insieme con la casa (includendo anche gli elettrodomestici e tutti gli altri beni di arredo), al di là di chi ne sia il proprietario effettivo. Tali decisioni hanno lo scopo di garantire alle persone che restano nella casa, e in particolare, ai figli, la possibilità di mantenere nell’habitat familiare le proprie consuetudini domestiche. Non rientrano in questa casistica, però, i beni di uso strettamente personale, i beni voluttuari come quadri e soprammobili e i beni necessari per l’esercizio della professione.

Gli obblighi fiscali

Un altro aspetto a cui è bene prestare la dovuta attenzione, eventualmente con il supporto di un avvocato a Bologna, in caso di divorzio è rappresentato dalle tasse. A proposito di Imu e di Tasi, per esempio, non è prevista una tassazione per la casa coniugale che viene attribuita all’ex coniuge, dal momento che essa è ritenuta la sua abitazione principale. Se sono stati eseguiti dei lavori di ristrutturazione beneficiando delle detrazioni distribuite in diversi anni, anche dopo il divorzio esse sono valide: le quote di detrazione, cioè, spettano anche al partner che non vive più nella casa, a condizione che la volontà di continuare a usufruirne sia specificata nel rogito di una eventuale vendita. In caso di separazione, infine, dopo l’assegnazione della casa a un solo proprietario tutti e due possono avvantaggiarsi della deduzione del reddito totale che vi fa riferimento e quindi continuare a dichiararla.

COME FARE UN RICORSO PER CASSAZIONE PENALE

COME FARE UN RICORSO PER CASSAZIONE PENALE?

AVVOCATO RICORSO PER  CASSAZIONE PENALE ESPERTO BOLOGNA  RAVENNA FORLI CESENA RIMINI E IN TUTTA ITALIA

La prima regola fondamentale è di non fare un ricorso sul fatto ma contestare motivi di diritto

La Cassazione non è organo del fatto ma organo di legittimita’

Che poi per arrivar eai motivi di legittimita’ debba conoscere il fatto è evidente.

Se ricorrere per cassazione in penale è l’ultima spiaggia, è anche vero che molto  difficilmente la Suprema Corte accoglie un ricorso, figuriamoci se fatto male

fare un ricorso solo sul fatto si rischia subito l’inammissibilita’

COME FARE UN RICORSO PER CASSAZIONE PENALE

COME FARE UN RICORSO PER CASSAZIONE PENALE
COME FARE UN RICORSO PER CASSAZIONE PENALE

Come noto alla maggior parte delle persone, la cassazione è l’ultimo grado di giurisdizione italiana, ma è un organo esclusivamente di legittimità cioè non si discute il merito ma esclusivamente il dirittoCOME FARE UN RICORSO PER CASSAZIONE PENALE

Cosa vuol dire?

Vuol dire che non è tecnicamente un terzo grado di giudizio ma vengono esaminate solo le questioni di diritto cioè  se le sentenze precedenti e in particola modo quella di Appello presentano vizi logici motivazionali, oppure altri vizi previsti dall’art 606 cpp.

Il problema dell’ inammissibilità del ricorso per cassazione penale !!

Moltissimi ricorsi direi la stragrande maggioranza presentati alla Corte di Cassazione vengono dichiarati inammissibili.

Ma cosa vuol dire ?

Vuol dire che non si arriva nemmeno alla pubblica udienza di discussione innanzi una delle sette sezioni della corte (sei sezioni piu’ una feriale), ma da una apposita sezione della Corte di Cassazione vengono dichiarati inammissibili con il passaggio in giudicato della sentenza impugnata.

Cosa deve contenere un ricorso per cassazione penale ?

Almeno un valido motivo di diritto, se il ricorso parla solo del fatto l’inammissibilità è certa!!

A volte alcuni clienti chiedono se possono produrre elementi nuovi con il ricorso per cassazione  e la mia risposta è sempre :NO!!

Produrre elementi nuovi o nuovi documenti non esaminati nel merito cioè nei gradi precedenti porta all’inammissibilità del ricorso.

Meglio fare un ricorso conciso che arrivi subito al punto dell’elemento di diritto che si ritiene  violato.

Una volta ammessi alla pubblic audienz acioè superato il primo grande filtro di inammissibilità il procedimento si svolge in questo modo:

Il relatore (cioè uno dei 5 giudici del collegio della cassazione) fa una breve relazione cioè indica i motivi di ricorso e il fatto che ha portato alla condanna e gli elementi della sentenza impugnata.

La parole passa poi al procuratore generale della Cassazione che puo’ chiedere  la conferma della impugnata sentenza con rigetto del ricorso o nuovamente la inammissibilità dello stesso ricorso.

Oppure puo’ chiedere che la sentenza impugnata sia annullata con o senza rinvio

Che il procuratore chieda l’annullamento non vuol dire aver vinto il ricorso perché spesso la Corte si distacca dalle richieste del Procuratore generale.

La parola poi passa ai difensori prima a quello dell’eventuale difensore della parte civile  e poi al difensore dell’imputato che per  consolidata prassi è sempre l’ultimo a parlare.

Finito l’intervento del difensor e la Corte, esaminati tutti i casi della giornata (spesso vi sono molti ricorsi la stessa mattina ) si ritira in camera di consiglio, e i dispositivi idi solito escono nel pomeriggio o a volte nella tarda serata ,

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COME FARE UN RICORSO PER CASSAZIONE PENALE
COME FARE UN RICORSO PER CASSAZIONE PENALE

DANNO BIOLOGICO E DANNO ESISTENZIALE

 

SICURO TI SPIEGO COME OTTENERE  IL DANNO BIOLOGICO E ESISTENZIALE  CHIAMA

DANNO BIOLOGICO E DANNO ESISTENZIALE

Il danno esistenziale viene definito come una sottocategoria del biologico

Le espressioni “danno esistenziale” e “danno biologico” non esprimono distinte categorie di danno, tantomeno l’uno può ritenersi una sottocategoria dell’altro, trattandosi, piuttosto, di locuzioni meramente descrittive dell’unica categoria di danno, che è quella del danno non patrimoniale, da identificarsi nel danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica.

Ribadito il carattere meramente descrittivo di siffatte locuzioni, si rammenta che le Sezioni Unite di questa S.C., nel procedere alla sistemazione della figura del “danno non patrimoniale” con le note sentenze di San Martino, hanno chiaramente affermato che, in tema di danno alla persona, il riconoscimento del carattere “omnicomprensivo” del risarcimento del danno non patrimoniale non può andare a scapito del principio della “integralità” del risarcimento medesimo.

Corollario di detto principio è che il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale (altrimenti definibile “esistenziale”, e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane) non costituiscono una conseguenza indefettibile in tema di lesione dei diritti della persona, occorrendo valutare, caso per caso, se il danno non patrimoniale, nella fattispecie concreta, presenti o meno siffatti aspetti.

Invero le espressioni “danno esistenziale” e “danno biologico” non esprimono distinte categorie di danno, tantomeno l’uno può ritenersi una sottocategoria dell’altro, trattandosi, piuttosto, di locuzioni meramente descrittive dell’unica categoria di danno, che è quella del danno non patrimoniale, da identificarsi nel danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica.

Per mera completezza si rileva che non vi è alcuna incongruenza logica-giuridica (come sembrerebbe sottendere il quesito) nel fatto che i giudici del merito abbiano riconosciuto, nella specie, il risarcimento del danno esistenziale e non già di quello biologico.

Ribadito il carattere meramente descrittivo di siffatte locuzioni, si rammenta che le Sezioni Unite di questa S.C., nel procedere alla sistemazione della figura del “danno non patrimoniale” con le note sentenze di San Martino, hanno chiaramente affermato che, in tema di danno alla persona, il riconoscimento del carattere “omnicomprensivo” del risarcimento del danno non patrimoniale non può andare a scapito del principio della “integralità” del risarcimento medesimo.

Corollario di detto principio è che il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale (altrimenti definibile “esistenziale”, e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane) non costituiscono una conseguenza indefettibile in tema di lesione dei diritti della persona, occorrendo valutare, caso per caso, se il danno non patrimoniale, nella fattispecie concreta, presenti o meno siffatti aspetti. Il compito del giudice consiste, dunque, nell’accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e procedendo alla loro integrale riparazione. 

Quale il compito del giudice per definire il danno?

 

Il compito del giudice consiste, dunque, nell’accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e procedendo alla loro integrale riparazione. Ne consegue che la mancanza di danno biologico (qual è stato ritenuto, nella specie, per i due genitori) non esclude la configurabilità in astratto di un danno morale soggettivo (da sofferenza interiore) e di un danno “dinamico-relazionale”, quale conseguenza, autonoma, della lesione medicalmente accertabile, che si colloca e si dipana nella sfera dinamico-relazionale del soggetto.

 

E allorchè il fatto lesivo abbia profondamente alterato il complessivo assetto dei rapporti personali all’interno della famiglia, provocando, come è stato ritenuto nella specie, una rimarchevole dilatazione dei bisogni e dei doveri ed una determinante riduzione, se non annullamento, delle positività che dal rapporto parentale derivano, il danno non patrimoniale consistente nello sconvolgimento delle abitudini di vita del genitore in relazione all’esigenza di provvedere perennemente ai (niente affatto ordinari) bisogni del figlio, sopravvissuto a lesioni seriamente invalidanti, deve senz’altro trovare ristoro nell’ambito della tutela ulteriore apprestata dall’art. 2059 cod. civ. in caso di lesione di un interesse della persona costituzionalmente protetto