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L’art. 23 Reg. congiunto, nel testo applicabile alla specie, non ha affatto abdicato al principio “disclose or abstain” alla base della previgente disciplina del conflitto di interesse risultante dall’art. 27 Reg. Consob 1 luglio 1998, n. 11522, ma nel quadro di una riorganizzazione di essa fondata sul principio della prevenzione si è passati, quanto alla posizione dell’investitore, da un’impostazione basata sul principio del consenso espresso ad un’impostazione basata ora sul principio del consenso tacito. In ragione dei mutamenti che attraversano senza sosta il mercato finanziario e che rendono il conflitto di interessi una dimensione potenzialmente presente in qualunque contrattazione finanziaria, l’intento dei riformatori si è infatti indirizzato in direzione di un’attualizzazione della relativa disciplina per mezzo principalmente di un’accresciuta responsabilizzazione degli intermediari, chiamati, qui, come già più in generale previsto dall’art. 21, comma 1 bis, TUF, ad adottare “ogni misura ragionevole per identificare i conflitti di interesse che potrebbero insorgere con il cliente o tra clienti” (art. 23, comma 1) e a gestire “i conflitti di interessi anche adottando idonee misure organizzative… da evitare che tali conflitti incidano negativamente sugli interessi dei clienti” (art. 23, comma 2); e ciò non senza, però, fare nel contempo salva l’avvertenza che “quando le misure adottate ai sensi dell’art. 2 non sono sufficienti per assicurare, con ragionevole certezza che il rischio di nuocere agli interessi dei clienti sia evitato, gli intermediari informano chiaramente i clienti, prima di agire per loro conto, della natura generale e/o delle fonti dei conflitti affinchè essi possano assumere una decisione informata sui servizi prestati, tenuto conto del contesto in cui le situazioni di conflitto si manifestano” (art. 23, comma 3). Quest’ultima disposizione rafforza la convinzione che l’intermediario che intenda promuovere la conclusione di un’operazione in conflitto di interessi deve informarne previamente il cliente (“gli intermediari informano chiaramente i clienti prima di agire per loro conto”) e solo dopo averne ottenuto il consenso (“possano assumere una decisione informata”) l’operazione può avere seguito.

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CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE PRIMA CIVILE Sentenza 15 luglio 2021, n. 20251 Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. SCOTTI Umberto L.G.C. – Presidente – Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere – Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere – Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere – Dott. RUSSO Rita – Consigliere – ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 15866/2016 proposto da: Credit Suisse Life & Pensions Ag. e Credit Suisse Italy S.p.a.,

in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, elettivamente domiciliate in Roma, Via Nazionale n. 204, presso lo studio dell’avvocato Benedetta Musco Carbonaro, che le rappresenta e difende unitamente all’avvocato Luca Zitiello, giuste procure in calce al ricorso; – ricorrenti – contro R.F., elettivamente domiciliato in Roma, Via Tacito n. 23, presso lo studio dell’avvocato Cinzia De Micheli, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati Paolo Codegoni, Paolo Comoglio e Roberto Scheda, giusta procura in calce al controricorso; – controricorrente – avverso la sentenza n. 606/2016 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 14/04/2016; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 9/04/2020 dal Cons. Dott. Marco Marulli; lette le conclusioni scritte ai sensi del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8 bis, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 176 del 2020, del P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SGROI Carmelo, che chiede che la Corte di Cassazione rigetti il ricorso in epigrafe; con le conseguenze di legge.

Svolgimento del processo 1. Credit Suisse Life & Pensions AG e Credit Suisse Italy s.p.a. impugnano la sentenza in esergo con la quale la Corte d’Appello di Torino, respingendone il gravame, ha confermato la decisione di prima istanza che su ricorso di R.F. aveva condannato entrambe in solido a ristorare il medesimo del danno patito in conseguenza dell’acquisto mediante la sottoscrizione di proposta contrattuale in data 9.6.2008, per il tramite della banca, di una polizza Unit Linked emessa dalla compagnia, operazione conclusa da costoro in conflitto di interessi ed in violazione degli obblighi informativi previsti dal TUF e dalla normativa di secondo livello. Nel motivare il rigetto il giudice distrettuale, disattesa previamente l’eccepita inammissibilità dell’appello per conflitto di interesse dei difensori, ha ribadito i convincimenti già esternati dal giudice di prime cure. Sicchè, sussistendo nella specie un’incontestata situazione di conflitto d’interessi, era dovere dell’intermediario, alla stregua degli obblighi informativi gravanti sul medesimo a mente dell’art. 21, comma 1 bis TUF e dell’art. 23, comma 3, Regolamento congiunto Banca d’Italia-Consob del 29.10.2007 nei testi vigenti all’epoca, astenersi dal dare corso all’operazione ove non avesse informato di ciò il cliente (“l’intermediario ha… l’obbligo di informare il cliente del conflitto; se non lo fa, si deve astenere, obbligo che discende dall’interpretazione del dato testuale che richiede la necessaria informazione ai fini della decisione informata”); e,

poichè nella specie detta segnalazione era intervenuta dopo la conclusione del contratto (“è documentata la tardività di tale segnalazione – 24.6.2008 – perchè intervenuta quando il contratto di polizza ormai perfezionatosi era in esecuzione – proposta del 9.6.2008, pagamento del premio in data 16.6.2008 ed accettazione da parte di CSLP in data 24.6.2008 -“), ciò rendeva corretta la condanna di entrambe le convenute (“corretta è poi la statuizione del giudice di prime cura circa la titolarità di CSI e CSLP in relazione alla domanda risarcitoria derivante da violazione degli obblighi informativi, comprensivo di quello relativo al conflitto di interessi, in virtù del precetto contenuto nell’art. 25 bis TUF che testualmente al comma 1, recita “gli artt. 21 e 23, si applicano alla sottoscrizione e al collocamento di prodotti finanziari emessi da banche e imprese di assicurazione””), al risarcimento decretato in primo grado, sussistendo altresì il nesso causale (“la S.C. ha stabilito che nella fattispecie del conflitto di interessi deve considerarsi irrilevante l’indagine sul nesso causale tra condotta e inadempimento”), nella misura ivi riconosciuta pari alla differenza tra il capitale investito e quello riscosso (“il risarcimento del danno non deve essere limitato al c.d. “interesse negativo”,… ma si deve estendere alla totalità dei danni, valutati nel loro complesso, che risultino collegati da un rapporto rigorosamente consequenziale e diretto: rilevano in sostanza sia il danno emergente che il lucro cessante”). Per la cassazione di detta sentenza le soccombenti si valgono cumulativamente di quattro motivi di ricorso, a cui la compagnia ne aggiunge un quinto, motivi a cui replica con il controricorso il R..

 Chiamata in trattazione alla camera di consiglio del 10.7.2020 con ordinanza interlocutoria 22608/2020, all’esito della discussione in quella sede, la causa era rimessa all’odierna trattazione in pubblica udienza. Motivi della decisione 2. Il ricorso – alla cui cognizione, salvo quanto si avrà occasione di dire riguardo al quinto motivo di ricorso, non osta la pregiudiziale opposta dal controricorrente in punto di conflitto di interessi tra le parti ricorrenti, che renderebbe nullo il rilascio della procura all’unico difensore costituitosi per entrambe, e ciò perchè nei limiti enunciati in relazione al concreto rapporto esistente tra le parti (Cass., Sez. II, 22/01/2018, n. 1530) non è apprezzabile la pretesa situazione di conflitto ravvisandosi, per vero, tra le ricorrenti una sostanziale uniformità di intenti – allega, al primo motivo, un’inammissibile doglianza motivazionale – nella specie avente ad oggetto l’omesso esame di un fatto decisivo consistito nel non aver considerato se l’asserito conflitto di interessi fosse pregiudizievole per il cliente soggiacendo invero la specie in esame all’applicazione, ratione temporis, dell’art. 348 ter c.p.c., comma 5, – la cui applicazione prescinde anche concettualmente dall’inammissibilità dell’appello – di guisa che deve ritenersi precluso il ricorso per cassazione, se come qui – e come pure riconoscono le stesse ricorrenti (“la Corte d’Appello di Torino, al pari del giudice di primo grado, ha completamento omesso di indagare sul carattere pregiudizievole o meno del conflitto di interessi”) – la sentenza d’appello confermi la decisione di primo grado. 3.1. Il secondo motivo argomenta la violazione dell’art. 23 del citato regolamento congiunto Banca d’Italia-Consob del 29 ottobre 2007, nel testo applicabile alla specie, che le ricorrenti spiegano, a confutazione dell’affermazione operata dal giudice d’appello circa il dovere dell’intermediario di astenersi dal dar corso all’esecuzione di operazioni in conflitto di interessi, rilevando che, poichè in tal senso si era orientata la Dir MiFID I (Dir. CEE 21 aprile 2004, n. 2004/39/CE) alla luce della quale sono state adottate le citate disposizioni regolamentari, “la disciplina di riferimento introdotta in attuazione delle direttive Mifid non prevede più alcun obbligo di astensione per l’intermediario che operi in conflitto di interessi”. 3.2. L’assunto, fermo in principio che è da escludere che il legislatore Europeo e, di seguito, quello nazionale possano aver pensato di liberalizzare totalmente le operazioni in conflitto di interessi icasticamente il P.M. discorre al riguardo di “una sorta di franchigia dell’omissione informativa” – è frutto di un travisamento della richiamata realtà normativa.

 L’art. 23 Reg. congiunto, nel testo applicabile alla specie, non ha affatto abdicato al principio “disclose or abstain” alla base della previgente disciplina del conflitto di interesse risultante dall’art. 27 Reg. Consob 1 luglio 1998, n. 11522, ma nel quadro di una riorganizzazione di essa fondata sul principio della prevenzione si è passati, quanto alla posizione dell’investitore, da un’impostazione basata sul principio del consenso espresso ad un’impostazione basata ora sul principio del consenso tacito. In ragione dei mutamenti che attraversano senza sosta il mercato finanziario e che rendono il conflitto di interessi una dimensione potenzialmente presente in qualunque contrattazione finanziaria, l’intento dei riformatori si è infatti indirizzato in direzione di un’attualizzazione della relativa disciplina per mezzo principalmente di un’accresciuta responsabilizzazione degli intermediari, chiamati, qui, come già più in generale previsto dall’art. 21, comma 1 bis, TUF, ad adottare “ogni misura ragionevole per identificare i conflitti di interesse che potrebbero insorgere con il cliente o tra clienti” (art. 23, comma 1) e a gestire “i conflitti di interessi anche adottando idonee misure organizzative… da evitare che tali conflitti incidano negativamente sugli interessi dei clienti” (art. 23, comma 2); e ciò non senza, però, fare nel contempo salva l’avvertenza che “quando le misure adottate ai sensi dell’art. 2 non sono sufficienti per assicurare, con ragionevole certezza che il rischio di nuocere agli interessi dei clienti sia evitato, gli intermediari informano chiaramente i clienti, prima di agire per loro conto, della natura generale e/o delle fonti dei conflitti affinchè essi possano assumere una decisione informata sui servizi prestati, tenuto conto del contesto in cui le situazioni di conflitto si manifestano” (art. 23, comma 3).

 

 

 

Quest’ultima disposizione rafforza la convinzione che l’intermediario che intenda promuovere la conclusione di un’operazione in conflitto di interessi deve informarne previamente il cliente (“gli intermediari informano chiaramente i clienti prima di agire per loro conto”) e solo dopo averne ottenuto il consenso (“possano assumere una decisione informata”) l’operazione può avere seguito. E’ vero, a questo riguardo, che la norma non ne fa cenno, ma la prestazione del consenso è implicitamente presupposta dalla circostanza che l’intermediario non può agire se non dopo aver posto il cliente nella condizione di prendere una decisione informata, che non può che essere perciò espressione di assenso da parte sua, dato che diversamente l’intermediario si troverebbe nella condizione di non potere portare a termine l’operazione. Il passaggio normativo rilevante sta piuttosto nel fatto non già che l’intermediario possa prescindere dal consenso dell’investitore, ma che quel consenso che in precedenza doveva essere prestato in forma espressa oggi può essere manifestato anche per mezzo di un comportamento concludente, quale è da ravvisarsi nel fatto che l’investitore, debitamente notiziato della conflittualità dell’operazione, non si opponga ad essa e ne autorizzi così tacitamente la conclusione. Il che è, all’evidenza, cosa ben diversa da quella predicata dal motivo, persistendo in difetto di /’disclosure,, il dovere dCabstain,, dell’intermediario, che non può infatti effettuare l’operazione in conflitto di interessi se non dopo aver informato il cliente ed avere da questo ottenuto, sia pure per effetto di un comportamento concludente, il consenso alla sua esecuzione. 4.1. Il terzo motivo di ricorso – che sfugge ad un preliminare rilievo di inammissibilità poichè oggetto della censura non è l’apprezzamento di fatto compiuto dal giudice d’appello, ma la regula iuris dal medesimo applicata – imputa all’impugnata decisione di aver ritenuto

 

 

 

“la sussistenza in re ipsa del nesso causale tra inadempimento e danno, sebbene “la banca non avesse violato alcun obbligo di astensione atteso che la disciplina vigente in tema di conflitto di interessi non ne prevede”, alla luce dei principi generali in materia di responsabilità da inadempimento “spettasse, dunque al sig. R. provare la sussistenza del nesso causale” ed, una volta informato, costui non avesse esercitato “il diritto di recesso dal contratto”. 4.2. Il motivo è infondato. Esso riposa su un presupposto (l’insussistenza di un dovere di astensione da parte dell’intermediario in caso di conflitto di interessi) del tutto inveritiero come si è spiegato rigettando il secondo motivo di gravame, non avendo il legislatore – e, per esso, le autorità delegate all’adozione dei provvedimenti attuativi – con le disposizioni regolanti la specie inteso disgiungere l’obbligo di trasparenza, che impone di informare il cliente che l’operazione avviene in conflitto di interessi, ed il dovere di astensione ove il cliente non sia posto in condizione di prendere una decisione informata, prestando il proprio consenso all’operazione. Sicchè, come bene ha indicato il P.M. una volta “individuato l’oggetto della tutela che è la consapevole e compiuta informazione del cliente su ogni aspetto dell’operazione in strumenti finanziari, la violazione delle misure apprestate in quella direzione e delle regole poste per impedire il pericolo del pregiudizio definisce come tale la responsabilità del soggetto intermediario o collocatore a titolo omissivo”. Ciò del resto rispecchia un intendimento già enunciato da questa Corte in relazione alla fattispecie a suo tempo prevista dall’art. 27 Reg. Consob 11522/1998, che postulava, non diversamente del resto da quanto si è osservato in relazione alle disposizioni applicabili al caso di specie, l’obbligo dell’intermediario di astenersi dalle operazioni in conflitto di interessi se non debitamente autorizzate dall’investitori. In tali ipotesi si sosteneva, sottolineandosi segnatamente la peculiarità di essa rispetto alla violazione degli obblighi informativi più generalmente previsti a carico dell’intermediario, ove, come si è ricordato ancora di recente, la funzione dei medesimi di colmare l’asimmettria informativa tra le parti è foriera solo di una presunzione legale di sussistenza del nesso causale fra inadempimento informativo e pregiudizio (Cass., Sez. I, 17/04/2020, n. 7905), “la violazione dell’obbligo giuridico di astensione a carico dell’intermediario

 

 

 

esclude la necessità dell’accertamento del nesso causale, da ritenersi in “re ipsa”; invece nella differente ipotesi dell’inosservanza dell’obbligo di informazione attiva, specificamente prevista dall’art. 28, comma 2, del Regolamento Consob n. 11522 del 1998, l’esistenza del nesso causale andrà accertata in concreto, non potendosi escludere che l’investitore, una volta correttamente informato, avrebbe deciso di dar corso ugualmente all’investimento”. Nè vi è ragione di deflettere da siffatto indirizzo in considerazione dei visti mutamenti normativi, poichè come si è precisato, rigettando il secondo motivo di ricorso, il principio in virtù del quale le operazioni in conflitto di interessi non possono avere seguito senza il consenso dell’investitore non è stato accantonato, ma ha solo visto mutare il suo assetto, con la conseguenza che l’operazione posta in essere dall’intermediario in una situazione di conflitto di interessi del quale egli non abbia previamente informato l’investitore e rispetto al compimento della quale, sia pure nella vista forma del consenso tacito, egli non sia stato perciò autorizzato, qualora si riveli pregiudizievole, è fonte di indubbia responsabilità dell’intermediario, dato che solo l’adesione ad essa dell’investitore recide il nesso di causalità altrimenti sussistente tra la violazione dello specifico obbligo informativo a cui è tenuto l’intermediario nel dar corso ad un’operazione in conflitto di interessi e il danno che ne patisce l’investitore. 4.3. In questa ottica risulta, poi, del tutto inconferente, poichè relativo ad un post factum irrilevante sul piano dell’accertamento della responsabilità dell’intermediario – e di cui al più si sarebbe potuta apprezzare la concludenza se solo la questione fosse stata sollevata nei gradi di merito ai fini del contenimento del risarcimento del danno ex art. 1227 c.c., comma 2, -, è l’argomento del recesso. 5.1. Il quarto motivo di ricorso lamenta la violazione dell’art. 1223 c.c., perchè la Corte d’Appello avrebbe ritenuto cristallizzato il danno, disponendo la sua liquidazione nella somma corrispondente alla differenza tra la somma versata all’atto dell’operazione e la somma rimborsata al R., sebbene nella specie fosse mancata qualsiasi cristallizzazione della minusvalenza e non si potesse perciò parlare di una perdita “in quanto il quantum dello stessa è allo stato del tutto indeterminato ed indeterminabile”. 5.2. Il motivo è inammissibile. La Corte d’Appello, nel confermare sul punto l’assunto del giudice di primo grado e nel ritenere quindi corretta la liquidazione del danno patito dal R. nella differenza tra quanto investito e quanto riscosso, mostra di condividere il criterio più generalmente enunciato in materia da questa Corte, che ne raccomanda la parametrazione “in misura pari alla differenza tra il valore dei titoli al momento del relativo acquisto e quello degli stessi al momento della domanda risarcitoria” (Cass., Sez. I, 14/11/2018, n. 29353). Nell’indirizzarsi in questa direzione essa ha dato forma ad un giudizio di valore che basandosi sull’apprezzamento di circostanze di fatto emerse nel corso della vicenda sostanzia un accertamento di merito non suscettibile di essere sindacato da parte questa Corte, tanto più considerando che la pretesa “potenzialità” del danno, eccepita dalle ricorrenti nel formulare il motivo, è tale non già in forza dei dati concreti disponibili al momento della decisione ma in ragione di ipotetici e non prevedibili rimborsi futuri, sicchè, come ancora annota il PM, potenziale non è il danno liquidato dal decidente ma, potenziali sono semmai gli ulteriori rimborsi che l’investitore potrebbe essere deputato a ricevere in futuro. 6.1

 

 

. Il quinto motivo di ricorso, che riguarda solo la compagnia, deduce un duplice errore di diritto in cui sarebbe incorsa la Corte d’Appello pronunciandone la solidale condanna con la banca. Da un lato, posto che la responsabilità solidale è configurabile solo in correlazione con la medesima prestazione, sarebbe, invero, “di palmare evidenza… la diversità delle prestazioni” alle quali sono obbligate la banca e la compagnia, la prima essendo “tenuta a fornire al cliente tutte le informazioni sull’investimento”, la seconda rispondendo esclusivamente “per l’eventuale violazione delle obbligazioni assunte ed attinenti alla fase formativa ed esecutiva del contratto”; dall’altro si sarebbero ritenute applicabili alla compagnia le disposizioni in tema di conflitto di interessi quantunque esse “siano applicabili alle imprese di assicurazione solo quando esse distribuiscono direttamente prodotti finanziari ed assicurativi”, mentre nella specie alla collocazione della polizza aveva provveduto la banca e solo su di essa gravavano perciò gli obblighi informativi a cui erano tenuti gli intermediari. 6.2. Il motivo è inammissibile. Sciogliendo qui la riserva di cui si è fatto cenno nello scrutinare il primo motivo di ricorso occorre prendere atto del conflitto di interessi che per effetto del rassegnato motivo di ricorso si determina tra Credit Suisse Life & Pensions AG e Credit Suisse Italy s.p.a., giacchè l’estraneità alla vicenda argomentata dalla prima rispetto alla seconda e da cui la prima intende prendere le distanze contestando, segnatamente, la solidarietà risarcitoria tra loro affermata nella pregressa fase di merito e separando perciò la propria posizione da quella della banca, rende inammissibile, come reiteratamente affermato da questa Corte, il conferimento di unico mandato difensivo ed inammissibile la costituzione in giudizio a mezzo dello stesso procuratore, per irriducibile contrasto con il diritto di difesa ed il principio del contraddittorio, valori costituzionalmente garantiti (Cass., Sez. VI-III, 20/01/2020, n. 1143; Cass., Sez. I, 25/09/2018, n. 22772; Cass., Sez. I, 23/03/2018, n. 7363). Ne consegue che in parte qua il ricorso non può trovare alcun seguito. Nè, in contrario, rileva l’asserzione circa l’intervenuta rinuncia da parte della Compagnia al regresso nei confronti della Banca per il caso di conferma della condanna in solido di cui dà notizia la memoria agli atti, giacchè non consta che la relativa volontà sia stata debitamente formalizzata nei modi previsti dalla legge. 7. Vanno dunque respinti i primi quattro motivi di ricorso, mentre va dichiarato inammissibile il quinto. 8. Le spese seguono la soccombenza. Ove dovuto sussistono i presupposti per il raddoppio a carico del ricorrente del contributo unificato ai sensi del del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater. P.Q.M. Respinge il primo, il secondo, il terzo ed il quarto motivo di ricorso; dichiara inammissibile il quinto motivo di ricorso; condanna le parti ricorrenti al pagamento in solido delle spese del presente giudizio che liquida in favore di parte resistente in Euro 28200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre al 15% per spese generali ed accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, ove dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso. Si da atto che la presente sentenza viene sottoscritta dal solo Presidente in applicazione delle disposizioni impartite dal Primo Presidente con Decreto 40/2020 del 18.3.2020. Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Prima Civile, il 9 aprile 2021. Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2021

BANCAROTTA VICENZA BOLOGNA? QUANDO VI E’ DOLO?

BANCAROTTA VICENZA BOLOGNA? QUANDO VI E’ DOLO?

NELLA BANCAROTTA LA RESTITUZIONE DI SOMME?

 

 

 

occorre rammentare che una siffatta restituzione è rilevante nel momento in cui la sottrazione dei beni venga annullata da un’attività di segno contrario, che reintegri il patrimonio dell’impresa prima della dichiarazione di fallimento ed impedisca l’insorgenza di alcun effettivo pregiudizio per i creditori

 

 

 

il permanere o meno di tale pregiudizio, costituente per questo come per altri aspetti l’offesa tipica dei reati di bancarotta

 

 

 

E’ pertanto al permanere o meno di tale pregiudizio, costituente per questo come per altri aspetti l’offesa tipica dei reati di bancarotta (Sez. 5, n. 39043 del 21/09/2007, Spitoni, Rv. 238212), che deve essere riferita la vantazione sulla sussistenza di un’azione restitutoria idonea a rimuovere gli effetti distrattivi della precedente condotta; non tralasciando di considerare la natura di reati di pericolo che connota i delitti in esame, e che attribuisce valenza lesiva anche alla mera potenzialità di un danno per le ragioni dei creditori (Sez. 5, n. 12897 del 06/10/1999, Tassan Din, Rv. 214860; sez. 5, n. 11633 dell’08/02/2012, Lombardi Stronati, Rv, 252307; Sez. 5, n. 3229 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932). Tenuto conto di questo, la decisione impugnata è senz’altro corretta nella ritenuta irrilevanza, ai fini che qui interessano, della manleva prestata dagli acquirenti delle quote.

 

 

 

IL DOLO QUANDO SI HA NEL REATO DI BANCAROTTA?

l’oggetto del dolo dei reati di bancarotta non include la prospettiva del dissesto; essendo tale oggetto limitato, quanto in particolare al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, alla consapevolezza di dare a beni della fallita una destinazione diversa da quella dovuta secondo la funzionalità dell’impresa, privando quest’ultima di risorse e di garanzie per i creditori (Sez. 5, n. 12897 del 06/10/1999, Tassan Din, Rv. 211538; Sez. 5, n. 29896 dell’01/07/2002, Arienti, Rv.222388; Sez. 5, n. 7555 del 30/01/2006, De Rosa, Rv. 233413; Sez. 5, n. 11899 del 14/01/2010, Rizzardi, Rv. 246357; Sez. 5, n. 44933 del 26/09/2011, Pisani, Rv. 251214; Sez. 5, n. 3299 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932).

 

 

 

Opportunamente l’aspetto sottolineato dal ricorrente non veniva pertanto valutato nella sentenza impugnata ai fini della sussistenza dell’elemento psicologico del reato, compiutamente motivata con la consapevolezza, esistente nell’imputato all’atto del non contesto prelievo delle somme dai conti correnti, di sottrarre le stesse alla garanzia delle obbligazioni della società

 

 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE QUINTA PENALE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. MARASCA Gennaro – Presidente – Dott. OLDI Paolo – Consigliere – Dott. DE BERARDINIS Silvana – Consigliere – Dott. ZAZA Carlo – rel. Consigliere – Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere – ha pronunciato la seguente: sentenza sul ricorso proposto da: G.G.M., nato a (OMISSIS); avverso la sentenza del 02/04/2012 della Corte d’Appello di Genova; visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso; udita la relazione svolta dal Consigliere Carlo Zaza; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. SALZANO Francesco, che ha concluso per il rigetto del ricorso; udito per l’imputato l’avv. CELASCO FIORENZO, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso. Svolgimento del processo Con la sentenza impugnata, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Savona del 13/01/2010, veniva confermata l’affermazione di responsabilità di G.G.M. per il reato di cui all’art. 216 r.d. 16 marzo 1942, n. 267, commesso quale socio amministratore della xxxsuccessivamente xxxxe come tale dichiarata fallita in (OMISSIS) il (OMISSIS), distraendo le somme di L. 12.475.278 e L. 97.500.000 dai conti correnti bancari della società, rideterminandosi la pena inflitta in anni tre di reclusione. L’imputato ricorre sui punti e per i motivi di seguito indicati. 1. Sulla sussistenza della condotta distratti va, il ricorrente deduce violazione di legge e mancanza di motivazione sulla sostanziale restituzione delle somme di cui all’imputazione precedentemente al fallimento, costituita dall’atto del 05/10/2001 con il quale il G. cedeva le quote della Madi s.n.c., che contestualmente si trasformava in Madi s.a.s., a M.B. e Gr.Di., e questi ultimi manlevavano il G. dai precedenti debiti verso la società, ivi compresi quelli derivanti dai prelievi delle somme avvenuti nel 1999, escludendosi pertanto alcun pregiudizio per i creditori. 2. Sulla sussistenza dell’elemento psicologico del reato, il ricorrente deduce violazione di legge e mancanza di motivazione in ordine alla consapevolezza del dissesto, tenuto conto della distanza di tempo fra la condotta contestata ed il fallimento.

 

 

 

3. Sulla rilevanza della dichiarazione di fallimento, il ricorrente deduce violazione di legge e mancanza di motivazione in ordine alla connotazione della stessa quale elemento costitutivo della qualificazione del soggetto agente e, conseguentemente, alle intervenute modifiche dei requisiti di fallibilità di cui al D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, e al D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169, ed alla previsione della L. Fall., art. 147, per la quale non è consentito il fallimento dei soci a responsabilità illimitata dopo un anno dal momento in cui gli stessi abbiano perso tale qualità. 4. Sulla qualificazione giuridica del fatto come bancarotta fraudolenta anzichè come bancarotta preferenziale e sul trattamento sanzionatorio, il ricorrente deduce violazione di legge e mancanza di motivazione in ordine all’essere state le somme prelevate a titolo di restituzione di un finanziamento eseguito dall’imputato quale socio della fallita, al diniego delle attenuanti di cui all’art. 62 c.p., n. 6, e art. 62 bis c.p., ed alla determinazione della durata delle pene accessorie in anni dieci e non in misura pari alla pena principale.

 

 

 

 

 

Motivi della decisione 1. I motivi di ricorso relativi alla sussistenza della condotta distrattiva sono infondati. Posto che il prelievo delle somme di cui all’imputazione non è messo in discussione dal ricorrente, il quale esclude invece che lo stesso configuri distrazione per la sostanziale restituzione delle somme, individuata nella manleva degli acquirenti delle quote sociali rispetto ai precedenti debiti del G. verso la società, occorre rammentare che una siffatta restituzione è rilevante nel momento in cui la sottrazione dei beni venga annullata da un’attività di segno contrario, che reintegri il patrimonio dell’impresa prima della dichiarazione di fallimento ed impedisca l’insorgenza di alcun effettivo pregiudizio per i creditori (Sez. S, n. 3622 del 19/12/2006, Morrà, Rv. 236051; Sez. 5, n. 8402 del 03/02/2011, Cannavale, Rv. 249721).

 

 

 

 

E’ pertanto al permanere o meno di tale pregiudizio, costituente per questo come per altri aspetti l’offesa tipica dei reati di bancarotta (Sez. 5, n. 39043 del 21/09/2007, Spitoni, Rv. 238212), che deve essere riferita la vantazione sulla sussistenza di un’azione restitutoria idonea a rimuovere gli effetti distrattivi della precedente condotta; non tralasciando di considerare la natura di reati di pericolo che connota i delitti in esame, e che attribuisce valenza lesiva anche alla mera potenzialità di un danno per le ragioni dei creditori (Sez. 5, n. 12897 del 06/10/1999, Tassan Din, Rv. 214860; sez. 5, n. 11633 dell’08/02/2012, Lombardi Stronati, Rv, 252307; Sez. 5, n. 3229 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932).

 

 

 

Tenuto conto di questo, la decisione impugnata è senz’altro corretta nella ritenuta irrilevanza, ai fini che qui interessano, della manleva prestata dagli acquirenti delle quote. Questi ultimi, con il relativo accordo, acconsentivano infatti a tenere il G. indenne dai debiti pregressi verso la società, ivi compresi quelli derivanti dalle sottrazioni contestate. Ma tale accordo non poteva che esaurire i suoi effetti all’interno dei rapporti fra i soci della fallita, e non mutava la situazione con riferimento alla posizione dei creditori della stessa; rispetto alle ragioni dei quali, al di là della soggettiva assunzione di responsabilità per le sottrazioni, persisteva il pericolo derivante dall’incidenza di dette sottrazioni sulla garanzia patrimoniale dei debiti della società, non rimosso dall’effettiva immissione di somme corrispondenti a quelle prelevate. Altrettanto correttamente la circostanza non veniva pertanto valutata come qualificabile al pari di una restituzione di dette somme, delle quali veniva in conclusione motivatamente ritenuta la distrazione. 2. I motivi di ricorso relativi alla sussistenza dell’elemento psicologico del reato sono anch’essi infondati. Contrariamente a quanto sostenuto nel ricorso, l’oggetto del dolo dei reati di bancarotta non include la prospettiva del dissesto; essendo tale oggetto limitato, quanto in particolare al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, alla consapevolezza di dare a beni della fallita una destinazione diversa da quella dovuta secondo la funzionalità dell’impresa, privando quest’ultima di risorse e di garanzie per i creditori (Sez. 5, n. 12897 del 06/10/1999, Tassan Din, Rv. 211538; Sez. 5, n. 29896 dell’01/07/2002, Arienti, Rv.222388; Sez. 5, n. 7555 del 30/01/2006, De Rosa, Rv. 233413; Sez. 5, n. 11899 del 14/01/2010, Rizzardi, Rv. 246357; Sez. 5, n. 44933 del 26/09/2011, Pisani, Rv. 251214; Sez. 5, n. 3299 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932).

 

 

 

 

Opportunamente l’aspetto sottolineato dal ricorrente non veniva pertanto valutato nella sentenza impugnata ai fini della sussistenza dell’elemento psicologico del reato, compiutamente motivata con la consapevolezza, esistente nell’imputato all’atto del non contesto prelievo delle somme dai conti correnti, di sottrarre le stesse alla garanzia delle obbligazioni della società. 3. Parimenti infondati sono i motivi di ricorso relativi alla rilevanza della dichiarazione di fallimento. Non valutando il tema proposto dal ricorrente in ordine alla sussistenza, nella posizione della società Madi, dei diversi requisiti di fallibilità introdotti con le modifiche normative intervenute successivamente alla declaratoria di fallimento della stessa, la sentenza impugnata faceva infatti corretta applicazione dei principi stabiliti da questa Corte (Sez. U, n. 19601 del 28/02/2008, Niccoli, Rv.239398; Sez. 5, n. 9279 dell’08/01/2009, Carottini, Rv.2 43160; Sez. 5, n. 40404 dell’08/05/2009, Melucci, Rv.245427), per i quali la dichiarazione di fallimento, costituendo atto giuridico richiamato nella struttura di una fattispecie incriminatrice, ne diviene componente solo in quanto provvedimento giudiziale che attualizza e rende concreta la potenzialità offensiva della condotta, e non in quanto rappresentativo dei fatti che con esso vengano accertati, unicamente sui quali, e non anche sull’atto giuridico della declaratoria di fallimento, incide la normativa che individua i presupposti di quest’ultima; normativa che pertanto, nella sua natura indiscutibilmente extra pena le, investe ciò che propriamente è l’elemento costitutivo della fattispecie e non può essere qualificata come integratrice del precetto penale, derivandone l’estraneità delle modifiche legislative normative di cui sopra all’operatività dell’art. 2 c.p., e l’inapplicabilità delle stesse, ai fini penali, alle vicende fallimentari precedentemente in corso. Ragioni analoghe rendono infondata la censura del ricorrente sull’omessa valutazione della previsione di cui alla L. Fall., art. 147, in ordine all’impossibilità di dichiarare il fallimento di un socio a responsabilità illimitata oltre l’anno dalla perdita di tale qualità, costituente anch’esso un presupposto della declaratoria di fallimento, per quanto detto non sindacabile in questa sede (Sez. 5, n. 47017 dell’08/07/2011, Di Matteo, Rv. 251446). Non senza considerare, comunque, che l’imputato risponde nella specie non quale socio dichiarato personalmente fallito in estensione, ma come socio amministratore anche di fatto, il che rende irrilevante, anche rispetto ad una società di persone, che lo stesso sia stato o meno dichiarato fallito in proprio (Sez. 5, n. 12496 dell’11/10/1994, De Negri, Rv. 200437; Sez. 5, n. 43036 del 13/10/2009, Gennari, Rv.245435). 4. I motivi di ricorso relativi alla qualificazione giuridica del fatto come bancarotta fraudolenta anzichè come bancarotta preferenziale, al diniego delle attenuanti di cui all’art. 62 c.p., n. 6, e art. 62 bis c.p., ed alla durata delle pene accessorie sono infine inammissibili. Le relative questioni non venivano infatti proposte con i motivi di appello e devolute alla cognizione di secondo grado, il che ne preclude in questa sede (Sez. 1, n. 2176 del 20/12/1993, Etzi, Rv. 196414; Sez. 2, n. 40240 del 22/11/2006, Roccetti, Rv. 235504). Il ricorso deve in conclusione essere rigettato, seguendone la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali. P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Così deciso in Roma, il 23 aprile 2013. Depositato in Cancelleria il 2 luglio 2013

 

 

 

 

 

Cassazione Penale Sez. V, Sent., (data ud. 18/02/2021) 29/07/2021, n. 29864

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VESSICHELLI Maria – Presidente –

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere –

Dott. GUARDIANO Alfredo – rel. Consigliere –

Dott. BELMONTE Maria Teresa – Consigliere –

Dott. CALASELICE Barbara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

B.S., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 24/01/2020 della CORTE APPELLO di BOLOGNA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. ALFREDO GUARDIANO;

il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. BIRRITTERI LUIGI, ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

  1. Con la sentenza di cui in epigrafe la corte di appello di Bologna, in parziale riforma della sentenza con cui il tribunale di Rimini, in data 12.7.2018, aveva assolto B.S., con la formula perchè il fatto non costituisce reato, dal delitto, tra gli altri in contestazione, di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione ascrittogli nel capo A), in qualità di socio accomandatario della “(OMISSIS) SAS”, dichiarata fallita in data 17.7.2015, e di fallito in proprio, dichiarava il B. colpevole del reato de quo, condannandolo alle pene, principale ed accessorie, ritenute di giustizia.
  2. Avverso la sentenza della corte territoriale, di cui chiede l’annullamento, ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, lamentando vizio di motivazione, sotto il profilo del travisamento della prova testimoniale, rappresentata dalle deposizioni dei testi M.V. e C.M., nonchè della prova documentale costituita dal contenuto dei partitari esaminati dalla curatrice fallimentare.

 

 

 

 

In particolare, ad avviso del ricorrente, l’assunto della corte territoriale, secondo cui i prelievi delle somme di denaro operati dal B. avrebbero avuto natura distrattiva, in quanto non pertinenti rispetto all’attività societaria, con connesso depauperamento del patrimonio sociale, perchè privi di contropartita, risulta smentito dal contenuto delle prove innanzi indicate, non considerate dalla corte territoriale, sulle quali si fondava la decisione assolutoria del giudice di primo grado, secondo cui ogni movimentazione di denaro da parte dell’imputato era stata finalizzata al fine di garantire gli adempimenti verso i creditori. Le prove in questione, infatti, rappresentano una realtà affatto diversa: l’imputato ha utilizzato i fondi che si assume oggetto di distrazione per completare gli appartamenti costruiti in corso di allestimento al fine di locarli, in modo da poter ridurre l’esposizione debitoria nei confronti dei creditori della società.

 

 

 

 

 

2.1. Con requisitoria scritta del 1.2.2021, depositata sulla base della previsione del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8, che consente la trattazione orale in udienza pubblica solo dei ricorsi solo dei ricorsi per i quali tale modalità di celebrazione è stata specificamente richiesta da una delle parti, il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di cassazione chiede che il ricorso sia accolto, con conseguente annullamento con rinvio della sentenza impugnata.

  1. Il ricorso è fondato e va accolto.
  2. Al riguardo giova premettere una, sia pure sintetica, ricostruzione dell’evoluzione della giurisprudenza di legittimità, formatasi sulla questione di diritto posta dal ricorrente, partendo dai principi affermati nella nota sentenza “Dasgupta” delle Sezioni Unite di questa Corte di Cassazione.

 

 

 

 

In tale fondamentale arresto il Supremo Collegio rilevava, che, in pieno accordo con i principi espressi dalla giurisprudenza della Corte EDU, fermi restando i limiti derivanti dal dovere di immediata declaratoria di cause di non procedibilità o di estinzione del reato, ex art. 129 c.p.p., comma 1, il giudice di appello, investito dalla impugnazione del pubblico ministero che si dolga dell’esito assolutorio di primo grado adducendo una erronea valutazione sulla concludenza delle prove dichiarative, non può riformare la sentenza impugnata nel senso dell’affermazione della responsabilità penale dell’imputato senza avere proceduto, anche d’ufficio, a norma dell’art. 603 c.p.p., comma 3, a rinnovare l’istruzione dibattimentale attraverso l’esame dei soggetti che abbiano reso dichiarazioni sui fatti del processo, ritenute decisive ai fini del giudizio assolutorio di primo grado.

 

 

 

 

Si tratta di una conclusione perfettamente in linea, sottolineava il Supremo Consesso, con la proposta di introduzione di una esplicitazione di un simile dovere del giudice di appello, nell’ambito di un apposito comma (4-bis) da inserire nell’art. 603 c.p.p., formulata dalla Commissione ministeriale istituita con decreto del 10 giugno 2013 per la elaborazione di interventi in tema di processo penale.

Proposta effettivamente recepita dal Legislatore, che, con la L. 23 giugno 2017, n. 103, art. 1, comma 58, ha inserito nel disposto dell’art. 603 c.p.p., il comma 3 bis, in cui si statuisce, con effetto a decorrere dal 3 agosto 2017, che “nel caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla prova dichiarativa, il giudice dispone” (vale a dire, è tenuto a disporre) “la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale”.

Nel corpo della medesima motivazione venivano affermati anche ulteriori principi, che appare opportuno ribadire.

In particolare, si è precisato, da un lato, che costituiscono prove decisive al fine della valutazione della necessità di procedere alla rinnovazione della istruzione dibattimentale delle prove dichiarative nel caso di riforma in appello del giudizio assolutorio di primo grado fondata su una diversa concludenza delle dichiarazioni rese, quelle che, sulla base della sentenza di primo grado, hanno determinato, o anche soltanto contribuito a determinare, l’assoluzione e che, pur in presenza di altre fonti probatorie di diversa natura, se espunte dal complesso materiale probatorio, si rivelano potenzialmente idonee ad incidere sull’esito del giudizio, nonchè quelle che, pur ritenute dal primo giudice di scarso o nullo valore, siano, invece, nella prospettiva dell’appellante, rilevanti da sole o insieme ad altri elementi di prova – ai fini dell’esito della condanna.

Dall’altro, che la necessità per il giudice dell’appello di procedere, anche d’ufficio, alla rinnovazione dibattimentale della prova dichiarativa nel caso di riforma della sentenza di assoluzione sulla base di un diverso apprezzamento dell’attendibilità di una dichiarazione ritenuta decisiva, non consente distinzioni a seconda della qualità soggettiva del dichiarante.

In considerazione del valore centrale attribuito alla esigenza di procedere alla rinnovazione istruttoria, le Sezioni Unite evidenziavano, infine, come anche il giudice di appello che riformi, ai soli fini civili, la sentenza assolutoria di primo grado sulla base di un diverso apprezzamento dell’attendibilità di una prova dichiarativa ritenuta decisiva, è obbligato a rinnovare l’istruzione dibattimentale, anche d’ufficio (cfr. Cass., Sez. U., n. 27620 del 28/04/2016, rv. 267488, nonchè, nello stesso senso, in tema di giudizio abbreviato, Sez. U, n. 18620 del 19/01/2017, rv. 269787, Patalano).

Si è, quindi, evidenziato come, nell’ipotesi in cui sia appellata una sentenza di assoluzione, il contraddittorio deve essere implementato con il principio dell’oralità anche in appello, perchè questo è il metodo epistemologico più corretto ed idoneo a superare l’intrinseca contraddittorietà fra due sentenze che, pur sulla base dello stesso materiale probatorio, giungano ad opposte conclusioni, non apparendo influente, sotto detto aspetto, la circostanza che l’impugnazione sia proposta dal pubblico ministero piuttosto che dalla parte civile, posto che il nostro sistema processuale non prevede differenziazioni delle regole probatorie ai fini dell’accertamento della responsabilità penale e civile nel contesto unitario del processo penale, non potendosi, sotto il profilo del diritto di difesa, diversamente declinarsi le regole poste a presidio dello stesso, a seconda se vengano in rilievo profili penali o esclusivamente civili, non essendo ciò in alcun modo desumibile dai principi della Convenzione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, come sviluppati dall’interpretazione della Corte comunitaria e recepita nella Carta Costituzionale all’art. 111, nonchè dalla prospettiva posta a fondamento dell’elaborazione giurisprudenziale delle Sezioni Unite di questa Corte” (cfr. Cass., Sez. U. n. 14426 del 28/1/2019, Rv. 275112, Pavan, in motivazione).

A ciò si aggiunga, sotto diverso, ma concorrente profilo, che, come affermato dall’orientamento dominante nella giurisprudenza di legittimità, in tema di giudizio di appello, la motivazione rafforzata, richiesta nel caso di riforma della sentenza assolutoria o di condanna di primo grado, consiste nella compiuta indicazione delle ragioni per cui una determinata prova assume una valenza dimostrativa completamente diversa rispetto a quella ritenuta dal giudice di primo grado, nonchè in un apparato giustificativo che dia conto degli specifici passaggi logici relativi alla disamina degli istituti di diritto sostanziale o processuale, in modo da conferire alla decisione una forza persuasiva superiore (cfr., ex plurimis, Cass., Sez. 6, n. 51898 del 11/07/2019, Rv. 278056; Cass., Sez. 3, n. 50351 del 29/10/2019, Rv. 277616).

Tanto premesso, non può non rilevarsi come la corte territoriale, nel ribaltare la decisione assolutoria del giudice di primo grado, non abbia fatto buon governo di tali principi.

Il punto focale della fattispecie contestata all’imputato è rappresentato dalla natura distrattiva o meno delle operazioni effettuate dal B., prelevando somme di denaro dalla “cassa” ovvero dal conto corrente bancario della società fallita, per un importo complessivo di 145.129,48 Euro, come descritto nel capo A) dell’imputazione.

Il giudice di primo grado, nel pronunciare sentenza di assoluzione perchè il fatto non costituisce reato, si è richiamato a un principio affermato nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui in tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, l’accertamento dell’elemento oggettivo della concreta pericolosità del fatto distrattivo e del dolo generico deve valorizzare la ricerca di “indici di fraudolenza”, rinvenibili, ad esempio, nella disamina della condotta alla luce della condizione patrimoniale e finanziaria dell’azienda, nel contesto in cui l’impresa ha operato, avuto riguardo a cointeressenze dell’amministratore rispetto ad altre imprese coinvolte, nella irriducibile estraneità del fatto generatore dello squilibrio tra attività e passività rispetto a canoni di ragionevolezza imprenditoriale, necessari a dar corpo, da un lato, alla prognosi postuma di concreta messa in pericolo dell’integrità del patrimonio dell’impresa, funzionale ad assicurare la garanzia dei creditori, e, dall’altro, all’accertamento in capo all’agente della consapevolezza e volontà della condotta in concreto pericolosa (cfr. Cass., Sez. Sez. 5, n. 38396 del 23/06/2017, Rv. 270763) Ad avviso del giudice di primo grado tali “indici di fraudolenza” non sono configurabili nel caso in esame, in quanto, dalle risultanze processuali, era emerso che tutte le attività poste in essere dall’imputato, imprenditore edile a capo di un gruppo avente ad oggetto la costruzione e la vendita di unità immobiliari, “erano state finalizzate alla vitalità dell’azienda, alla sua ripresa in un momento di crisi generale e alla ragionevolezza imprenditoriale suffragata da strumenti leciti, quali il concordato preventivo, la realizzazione di contratti di affitto, che effettivamente avevano prodotto utili per il 2011” (con i quali, evidenzia il tribunale, “aveva addirittura saldato una parte dei debiti”) “e la partecipazione al salvataggio della società, mediante l’impiego di propri capitali e dei capitali dei propri familiari”.

Significativa, nella prospettiva seguita dal tribunale, è la circostanza che il B., allo scopo di salvare la società, non solo era riuscito a concludere con gli istituti bancari che vantavano posizioni creditorie nei suoi confronti un concordato preventivo, ma, soprattutto, “aveva diversificato la finalizzazione degli immobili: gli appartamenti in via di costruzione erano quindi stati bloccati, preferendo dar corso all’ultimazione di quelle unità immobiliari che avrebbero potuto essere poste in locazione”, ottenendo dai relativi canoni di affitto il ricavo finanziario necessario a coprire le spese vive e parte dei debiti.

In questa prospettiva, il tribunale ha ricondotto le movimentazioni di denaro imputabili al B. alla finalità, affatto distrattiva, di “garantire gli adempimenti verso creditori”, senza tacere, per altro verso, che “a fronte di un patrimonio immobiliare attivo di circa 5 milioni di Euro”, la curatrice del fallimento “non ha saputo specificare se le fatturazioni di cui al capo A) fossero destinate a prestazioni, consulenze o attività necessarie a far proseguire utilmente la società poi dichiarata fallita, limitandosi ad asserire di aver indicato l’esistenza di tali uscite senza altro considerare o poter considerare”.

Centrale, dunque, nella fattispecie in esame, è il tema della destinazione delle somme indicate nel capo A) dell’imputazione, in quanto, come è noto, integra il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione qualunque operazione diretta a distaccare dal patrimonio sociale, senza immettervi il corrispettivo e senza alcun utile, beni ed altre attività, così da impedirne l’apprensione da parte degli organi fallimentari e causare un depauperamento del patrimonio sociale, in pregiudizio dei creditori (cfr., ex plurimis, Cass., Sez. 5, n. 36850 del 06/10/2020, Rv. 280106). Ed invero, il patrimonio di una società commerciale non è necessariamente intangibile, potendo configurarsi una sua diversa destinazione, qualificabile in termini di distrazione, solo se le sue – componenti siano impiegate per finalità estranee all’oggetto sociale ovvero senza remunerazione, non quando venga utilizzato per attività rientranti negli scopi dell’impresa, con accollo del relativo rischio economico, insito nella natura stessa dell’attività imprenditoriale.

Distrazione, in relazione alla quale va parametrato l’elemento soggettivo del reato, costituito dal dolo generico, per la cui sussistenza non è necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè lo scopo di recare pregiudizio ai creditori, essendo sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte (cfr. Cass. Sez. U., n. 22474 del 31/03/2016, Rv. 266805).

Orbene, entrambi i profili non vengono affrontati adeguatamente dalla corte territoriale, che, con motivazione assolutamente assertiva, si limita ad affermare, da un lato, che non risulta dimostrata la destinazione delle movimentazioni di denaro in precedenza indicate al fine di garantire gli adempimenti verso i creditori, dall’altro che tali movimentazioni, essendo prive di corrispondenza sinallagmatica, non potevano che essere ricondotte ad una finalità distrattiva, senza indicare, tuttavia, le ragioni per cui gli esborsi in questione debbano considerarsi estranei alle finalità dell’impresa.

Omissione particolarmente significativa ove si tenga presente, che, come dimostrato dal ricorrente, dai partitari che la curatrice ha affermato di avere esaminato, allegati al ricorso, si evince che gli esborsi di denaro di cui essi danno contezza sono stati indicati con la dicitura “pagamenti fornitori”, che, secondo la prospettazione difensiva, sarebbero proprio i fornitori che hanno prestato la loro opera e i loro servizi per consentire il completamento degli appartamenti dai quali il B. si riprometteva di conseguire una fonte di sostegno finanziario per la società, come evidenziato dal tribunale di Rimini.

La corte territoriale, in conclusione, è giunta a un ribaltamento della pronuncia assolutoria, senza procedere, come avrebbe dovuto, alla rinnovazione delle prove dichiarative su cui il giudice di primo grado ha fondato la sua decisione (deposizioni dei testi M.; C. e Mo.).

Sotto altro profilo il giudice di appello ha fondato, altresì, la pronuncia di condanna dell’imputato su di una motivazione incompleta, che, da un lato, non si è confrontata adeguatamente con il percorso argomentativo del giudice di primo grado; dall’altro, ha omesso di prendere in considerazione un importante elemento probatorio acquisito al processo (i partitari, di cui si è detto), potenzialmente in grado di suffragare l’assunto del tribunale di Rimini, omissione che integra il vizio di travisamento della prova per omissione, deducibile in cassazione ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), (cfr. Cass., Sez. 6, n. 8610 del 05/02/2020, Rv. 278457).

  1. Sulla base delle svolte considerazioni, la sentenza impugnata va annullata con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della corte di appello di Bologna, che provvederà a colmare le evidenziate lacune, uniformandosi ai principi di diritto innanzi richiamati.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della corte di appello di Bologna.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 18 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 29 luglio 2021

DIVORZIO PARLIAMO DI SOLDI DI ASSEGNO DI MANTENIMENTO TASTO DOLOROSO MA UTILE

DIVORZIO che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo  fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale

DIVORZIO che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali,
DIVORZIO che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali,

ai fini del riconoscimento dell’assegno “si deve adottare un criteriocomposito – hanno spiegato – che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo  fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale

DIVORZIO che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali,
DIVORZIO che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali,

Partendo dal testo originario dell’art. 5, c. 6 della l. n. 898 del 1970

“con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale dispone, tenuto conto delle condizioni economiche dei coniugi e delle ragioni della decisione, l’obbligo per uno dei coniugi di somministrare a favore dell’altro periodicamente un assegno in proposizione alle proprie sostanze e ai propri redditi. Nella determinazione di tale assegno il giudice tiene conto del contributo personale ed economico dato da ciascuno dei coniugi alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di entrambi. […]”

“Si assume come punto di partenza il profilo assistenziale, valorizzando l’elemento testuale dell’adeguatezza dei mezzi e della capacità (incapacità) di procurarseli, questo criterio deve essere calato nel “contesto sociale” del richiedente, un contesto composito formato da condizioni strettamente individuali e da situazioni che sono conseguenza della relazione coniugale, specie se di lunga durata e specie se caratterizzata da uno squilibrio nella realizzazione personale e professionale fuori del nucleo familiare.

 Lo scioglimento del vincolo incide sullo status,

ma non cancella tutti gli effetti e le conseguenze delle scelte e delle modalità di realizzazione della vita familiare. Il profilo assistenziale deve, pertanto, essere contestualizzato con riferimento alla situazione effettiva nella quale si inserisce la fase di vita post matrimoniale, in chiave perequativa-compensativa”

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